Come si fabbrica il consenso sull’eutanasia
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  • Parole manipolate, presentazione di casi estremi, sondaggi «pilotati». Così si prepara l’opinione pubblica ad accettare le leggi sul fine vita.
  • Il giornalista Stelio Fergola: «Dietro al suicidio “medico” c’è una società in cui non si tutelano gli infermi. Bisogna insistere sulle conseguenze materiali: l’esperienza mostra che in poco tempo la pratica viene estesa ai non terminali».

Lo speciale contiene due articoli.

Per legalizzare una pratica come l’eutanasia, occorre prima preparare l’opinione pubblica, addomesticarla, abituarla all’idea che la «dolce morte», in fondo, sia un bene. I primi a capirlo furono i tedeschi ai tempi del nazionalsocialismo, i quali, per creare consenso attorno al programma eutanasico T4 – che dal 1939 al 1941 portò all’eliminazione di migliaia di persone disabili (almeno 60.000) -, si servirono addirittura di tre film: Das Erbe (L’eredità, 1935), Opfer der Vergangenheit (Vittima del passato, 1937) e Ich Klage an (Io accuso, 1941), quest’ultimo realizzato su ispirazione proprio del dottor Karl Brandt, responsabile del programma sull’eugenetica.

Certo, c’è una gran differenza tra l’eutanasia su malati o disabili che non l’abbiano richiesta e quella richiesta volontariamente. Rimane però vero che anche nella legalizzazione della «dolce morte» volontaria i media giocano un ruolo chiave. Lo illustra una pubblicazione uscita proprio quest’anno sulla rivista Cuadernos de Bioética, a cura del bioeticista Rafael Amo Usano, che ha considerato il caso della Spagna, dove l’eutanasia è stata introdotta nel 2021. Ebbene, esaminando il comportamento dei media della penisola iberica tra il gennaio 2019 e il marzo 2021, Amo Usano e colleghi si sono accorti di due cose.

La prima, più scontata, è che l’introduzione dell’eutanasia in Spagna è stata preceduta da un aumento della copertura mediatica del tema. La seconda, assai più interessante, riguarda l’atteggiamento dei media, risultato parzialissimo. Infatti, esaminando 281 articoli usciti sui 12 media spagnoli più diffusi in questa ricerca – intitolata Euthanasia and the media in Spain – ci si è accorti come solo il 18,9% fosse contrario alla «dolce morte», il 29,5% fosse neutrale e una schiacciante maggioranza del 51,6% fosse favorevole. Il dato non è nuovo: già una ricerca del 2006 di Social Science & Medicine sul suicidio assistito in Gran Bretagna rilevava nei media un «atteggiamento costantemente favorevole».

Perfino l’analisi di quasi 200 articoli stampa sull’eutanasia di un Paese lontano come la Colombia, secondo uno studio del 2019 del bioeticista Pedro José Sarmiento-Medina, ha registrato come gli interventi favorevoli siano più del doppio dei contrari. Appare quindi urgente, in tale quadro, capire gli stratagemmi propagandistici dei mass media. I principali sono tre. Il primo è quella della manipolazione del linguaggio e delle parole.

Qualche esempio? Già solo parlare di «diritto di morire» è ingannevole. Per capirlo, basta riflettere su un fatto: sia il suicidio assistito – lo dice la parola stessa, «assistito» – sia, anzi ancor più, l’eutanasia richiedono non solo la presenza di altrui ma anche la collaborazione di terzi nel processo di uccisione di chi non vuol più vivere. Molto più corretto sarebbe dunque parlare, per chi esiga sostegno nel lasciare questo mondo, di «diritto di essere uccisi» anziché di «diritto di morire». Solo che parlare di «diritto di essere uccisi» genererebbe shock nell’opinione pubblica… e quindi, via con il ben più rassicurante «diritto di morire».

Secondo caso di manipolazione del linguaggio: far passare l’eutanasia come rifiuto dell’accanimento terapeutico. Ma l’accanimento terapeutico – definibile come l’avvio o il mantenimento di terapie non solo inefficaci, ma perfino controproducenti e dannose per il paziente – è già contrario al dettato costituzionale italiano, al Codice di deontologia medica (articolo 14) e perfino al Catechismo della Chiesa cattolica (2278). Dunque tutti condannano e rifiutano già oggi l’accanimento terapeutico, sicché presentare la morte assistita come argine a tale abuso è del tutto fuorviante.

Un terzo caso di manipolazione terminologica riguarda il liberticida «dovere di vivere» a cui il «diritto di morire» sarebbe un rimedio; ma nessuno ha mai teorizzato il «dovere di vivere», neppure la Chiesa, dato che papa Eugenio Pacelli già nel 1957 precisava che, se anche se «la somministrazione dei narcotici cagiona per sé stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita» essa sia da ritenersi «lecita».

Ma andiamo avanti, perché dopo la manipolazione del linguaggio c’è un’altra strategia molto pericolosa per propagandare la «dolce morte»: quella del «caso pietoso». Merita attenzione perché è una tattica collaudata già molti decenni or sono, risalendo ai casi del medico H.N. Sanders – che nel 1950 soppresse una signora malata di cancro – e di Corinne Vandelput, bambina focomelica uccisa dai genitori nel 1962. Tornata in auge negli Stati Uniti con la vicenda Terry Schiavo – e pure in Italia con numerose e dolorose vicende ben note alle cronache anche recenti -, questa seconda strategia è assai insidiosa.

Tutti i «casi pietosi» presentati all’opinione pubblica rispondono infatti al solo fine di generare un senso di indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza propria o di una persona piuttosto che prolungare un’esistenza dolorosa.

A tale scopo, la narrazione del «caso pietoso» ha spesso delle caratteristiche: la disperazione dei congiunti del malato o del disabile grave, la richiesta di quest’ultimo di farla finita – non conta se formulata lucidamente o come indiretta richiesta di più aiuto e assistenza -, la confusione concettuale che vede indebitamente sovrapposti la non guaribilità (che riguarda una malattia) con l’incurabilità (che afferisce alla persona), la costruzione di servizi giornalistici con toccanti sottofondi musicali, volti non già a stimolare una riflessione – per esempio su cosa potrebbe implicare una legislazione eutanasica -, bensì a propiziare un’immedesimazione solo emotiva nella situazione. Lo spettatore non deve insomma ragionare: deve solo commuoversi.

Concludendo, un terzo trucco mediatico pro eutanasia è quello dei sondaggi che iniziano a circolare copiosi nei giorni in cui l’opinione pubblica è scossa da un «caso pietoso» o la politica si occupa del fine vita.

Guarda caso, proprio lunedì scorso, La Stampa dava enorme spazio a un sondaggio secondo cui il 75% degli italiani sarebbe pro eutanasia. Ma queste rilevazioni risentono della diffusione, nell’opinione pubblica, di «un malinteso senso del concetto di eutanasia», spiegava ad Avvenire il 19 gennaio 2007 Gian Maria Fara, sociologo da quasi 40 anni presidente di Eurispes. In effetti, scopo dei propagandisti della morte assistita è proprio questo: veicolare «un malinteso senso del concetto di eutanasia» e costruire attorno a esso un consenso. Senza far trasparire, anzi occultando, le catastrofiche conseguenze sociali della «dolce morte».

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