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2018-06-06
Come direttore del Tesoro Casaleggio vuole un uomo di Mediobanca
ANSA
Il premier Giuseppe Conte è in partenza per il Canada dove è atteso per il G7. Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, raccontano sia già del tutto concentrato sui due dossier caldi: quello relativo al Def e alla Finanziaria 2019 e quello tutto europeo che riguarda la futura road map dell'unione bancaria. In questo vuoto di potere a occuparsi delle nomine delle partecipate pubbliche e di figure chiave al Tesoro sono gli uomini di riferimento di Lega e 5 stelle. Con la differenza che il Carroccio è impegnato a organizzare la macchina dei ministeri e confrontare le figure necessarie a chiudere le seconde file del governo. I grillini si stanno dimostrando più interessati alle poltrone delle partecipate e al vertice del Tesoro. Vincenzo La Via, direttore generale del dicastero dell'Economia, ha fatto le valigie ormai il mese scorso e la vacatio è coperta per legge fino alla fine di giugno. Ma i 5 stelle vogliono approfittare di questi giorni di insediamento per portare a casa più nomi possibile. E a stringere sul Tesoro a quanto risulta alla Verità è lo stesso Davide Casaleggio che ieri avrebbe formalizzato al premier Conte la volontà di vedere su quella poltrona il manager di Mediobanca, Antonio Guglielmi, già responsabile di Mediobanca securities e ora capo dell'equity market per l'Italia. Tra i corridoi del Mef sono in molti già a storcere il naso. Guglielmi è considerato fuori dagli schemi e soprattutto tutti ricordano un report a sua firma che fece rizzare le orecchie ai mercati. Era il gennaio del 2017 quando Gugliemi diffuse un documento per quantificare costi e benefici dell'uscita dall'euro per l'Italia. Il report aveva il difetto di prestare il fianco a interpretazioni un po' distorte. Tanto che gli euroscettici sintetizzarono il documento in un solo messaggio: uscire dalla moneta unica porterebbe un beneficio di 8 miliardi. La faccenda era molto più complicata. In ogni caso appena depositato il polverone, Guglielmi - non sappiamo se sia stata solo coincidenza - è stato trasferito d'incarico. Ora quello studio potrebbe invece essere inserito nel curriculum a pieno titolo. E su questo il Colle non ha competenze, perché la nomina del dg del Tesoro spetta esclusivamente al presidente del Consiglio. Da qui si misurerà il potere di Casaleggio, così come si prenderanno le misure della politica economica pubblica dalle nomine in Cdp.
Ieri il presidente Claudio Costamagna ha fatto sapere che non si presenterà per il secondo mandato all'assemblea del 20 giugno. Una decisione che induce Giuseppe Guzzetti, presidente dell'associazione delle fondazioni (Acri), azioniste di minoranza ma che esprimono il presidente, a ricordare che «nei prossimi giorni le fondazioni si riuniranno e decideranno chi indicare». Parole formali. In realtà Costamagna non godeva più dell'appoggio di Guzzetti che da dieci giorni punta su Massimo Tononi, già al vertice di Mps.
Nella maggioranza di governo infatti specie il M5s ha più volte esplicitamente evocato per la Cdp un ruolo fondamentale e più incisivo nella politica economica del governo gialloblù, non sempre aderente alle norme europee e allo stesso statuto del gruppo. In ballo c'è poi anche la carica di ad la cui scelta spetta al Tesoro e quindi al neo ministro Giovanni Tria. I nomi che circolano sono quelli dell'ex ad di Poste, Massimo Sarmi e di Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei ed esperto di finanza pubblica, proprio quella che negli ultimi due anni la Cdp ha perso per strada. Oltre alla soluzione interna nella persona di Fabrizio Palermo, attuale direttore finanziario di Cdp, s'avanza anche il nome di Flavio Valeri, attuale numero uno di Deutsche bank Italia, più apprezzato dai 5 stelle che dalle fondazioni. Non è da escludere che il nome dell'ad uscirà dopo domani dall'assemblea annuale dell'Acri, l'associazione delle fondazioni bancaria. A Parma infatti oltre a Guzzetti saranno presenti anche Giancarlo Giorgetti per la Lega e Stefano Buffagni per i 5 stelle. Perché alla fine le nomine che contano si fanno sempre attorno al focolare dell'Acri.
Costamagna approdò tre anni fa su indicazione dell'allora premier Matteo Renzi dopo un acceso confronto con le fondazioni, che avrebbero preferito la riconferma di Franco Bassanini facendo leva sul loro diritto di indicare il presidente. Uno scontro che si risolse dopo una mediazione al congresso Acri di Lucca con il passo indietro di Bassanini, a cui venne assegnato un ruolo di consigliere a Palazzo Chigi che riguardava anche i compiti della Cassa.
Fino al mese scorso Costamagna era convinto di rimanere in corsa per Cdp dopo aver approvato l'ingresso in Tim, applaudito in maniera bipartisan, che ha conseguito il ribaltone contro i francesi di Vivendi. Ora si apre una nuova stagione.
Stesso discorso, anche se partita diversa vale per la Rai. Il cda scade il 30 giugno. Si sono fatti avanti addirittura in 236. Spiccano Giovanni Minoli, Michele Santoro, Milena Gabanelli, Carlo Freccero e Franco Siddi. Si sono fatte avanti anche le associazioni dei consumatori, quelle guidata da Carlo Rienzi e Massimiliano Dona. Una sorta di arrembaggio che durerà qualche giorno.
Claudio Antonelli
L’assalto alla diligenza dei burocrati per rimanere ai vertici del Palazzo
Nel governo del cambiamento potrebbero non cambiare i nomi di diversi capi di gabinetto nei ministeri. Roberto Garofoli è in odore di riconferma a capo di gabinetto del ministero dell'Economia e delle finanze, dove è approdato dopo aver fatto il segretario generale a Palazzo Chigi durante il governo di Enrico Letta. Gli affari di Garofoli, che è stato nominato circa un anno fa presidente di sezione della Corte dei conti, sono finiti al centro di un'inchiesta di questo giornale. Abbiamo raccontato che i suoi corsi propedeutici al superamento dell'esame da magistrato erano sino a poco tempo fa un ricco business gestito da società riconducibili alla moglie e su cui il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa nei mesi scorsi ha avviato alcuni accertamenti.
Rimanendo a via XX settembre, mentre tutti gli altri portavoce del governo Renzi hanno fatto gli scatoloni, chi ha ancora sei mesi di contratto blindato è il portavoce di Pier Carlo Padoan, Roberto Basso che per avere un incarico che reggesse alle intemperie governative, si è fatto nominare a ottobre 2015 per tre anni direttore della comunicazione istituzionale del Mef, rimuovendo la dirigente interna Patrizia Nardi a cui è stato assegnato un incarico di studio. Tutto questo con il via libera del già citato Garofoli, che non ha avuto nulla da obiettare rispetto a questa iniziativa sui generis. Anzi, Basso è stato anche nominato presidente di Consip, la centrale di acquisti della pubblica amministrazione.
Al Mef si dice che sia agitata per lo spoils system Fabrizia Lapecorella, direttore generale del dipartimento delle finanze. Nominata da Giulio Tremonti nel 2008, ha stabilito un record: a differenza degli altri direttori generali del Mef e direttori delle agenzie fiscali, è stata nominata per quattro mandati di seguito. Lapecorella spera di essere confermata e di arrivare indenne al 2020, rimanendo in sella per il dodicesimo anno.
Al super ministero del Lavoro e dello sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento 5 stelle, che ha fatto della battaglia all'establishment la propria bandiera, sembra che arriverà - anzi ritornerà - come capo di gabinetto proprio un uomo che quel potere rappresenta. Si tratta di Vito Cozzoli, che nelle scorse settimane è stato in corsa anche per la presidenza della Figc, già capo di gabinetto del Mise con Federica Guidi, costretta a dimettersi per l'affare Tempa rossa. Cozzoli è attualmente consigliere capo della sicurezza di Montecitorio e prima dell'incarico con la Guidi è stato per otto anni capo dell'Avvocatura di Montecitorio, dopo essere stato promosso a luglio del 2005 a consigliere capo servizio da Pier Ferdinando Casini (qualche mese prima della fine del suo mandato come presidente della Camera), a cui aveva curato la segreteria dell'ufficio di presidenza della Camera dei deputati dal 2003.
Casini è molto amico di Cozzoli: era anche tra gli invitati al suo secondo matrimonio, e, quindi, non sorprende che abbia subito preso le sue difese in risposta al tweet al veleno di Carlo Calenda che salutava il ritorno di Cozzoli al Mise come l'opposto del cambiamento sbandierato da Di Maio.
Cozzoli, che ha abitato a lungo in affitto in un immobile ai Parioli dell'Enasarco a prezzi calmierati, figurava tra gli invitati al ricevimento organizzato dall'allora membro della Cosea, Francesca Immacolata Chaouqui per assistere in terrazza alla beatificazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, andato di traverso a papa Bergoglio.
Numerosissimi gli incarichi extra parlamentari di Cozzoli, tra cui quelli di presidente della commissione di secondo grado per le licenze Uefa presso la Figc e di Amerigo, associazione specializzata negli scambi culturali tra giovani italiani e americani; è pure docente di diritto pubblico a Bari (è originario di Molfetta) e diritto industriale alla Link campus, l'università prediletta dalla classe dirigente grillina.
Tra i papabili per diventare segretario generale di Palazzo Chigi si fanno i nomi di Vincenzo Fortunato, potente capo di gabinetto al ministero dell'Economia guidato da Giulio Tremonti, ma anche alle Infrastrutture dell'ex ministro Antonio Di Pietro, e quello del consigliere di Stato Carlo Deodato, già al fianco (prima come capo dell'ufficio legislativo e poi come capo di gabinetto) dell'ex ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta e vicino al nuovo ministro dell'Economia Giovanni Tria.
Invece non si sa ancora chi arriverà al ministero delle Politiche agricole. Per il passaggio di consegne il neo ministro Gian Marco Centinaio non ha trovato ad accoglierlo né il predecessore Maurizio Martina, né il suo ex capo di gabinetto Ferdinando Ferrara (grande amico dei coniugi D'Alema), premiato nel frattempo con la nomina a capo del dipartimento politiche di coesione alla presidenza del Consiglio dei ministri. L'unico rimasto a presidiare il bidone sembra che ieri fosse il segretario particolare di Martina, Gianluca De Cristofaro, ufficiale in aspettativa della Guardia di finanza. L'epifania di Centinaio era prevista per le 11 e a riceverlo c'erano un picchetto di carabinieri della Forestale, alcuni ufficiali della Guardia costiera e i due capi dipartimento superstiti (uno dei quali, ex fedelissimo di Martina e Ferrara, è stato avvistato recentemente a un convegno sull'agricoltura dei 5 stelle). Ma al suo arrivo, anziché passare in rassegna le truppe, Centinaio con le sue due assistenti si è infilato in tutta fretta nel ministero dove i direttori generali e gli altri massimi dirigenti hanno atteso invano una convocazione immediata per fare la conoscenza del nuovo principale. Centinaio, ai cerimoniosi salamelecchi, ha preferito la visita della biblioteca storica, suscitando malumore e qualche timore. Infine a destare scalpore è stata la scelta del neo ministro di mangiare nella mensa con gli altri dipendenti.
Almeno in questo caso un piccolo cambiamento si è registrato.
Giacomo Amadori
Anna Maria Fiore
Il Colle benedice la linea di Guzzetti
Giovedì e venerdì si celebrerà l'annuale consesso delle fondazioni bancarie. A presiedere i lavori sarà per l'ultima volta Giuseppe Guzzetti. Dopo 22 anni di potere indiscusso, la primavera del 2019 lascerà la sua creatura nelle mani di un delfino. Che al momento non è stato ancora nominato. Prima bisogna sistemare alcune partite fondamentali per la finanza cattolica e al tempo stesso alcune nomine nelle partecipate di Stato, quelle che realmente contano. A partire da Cdp, dove Guzzetti immagina nel ruolo di presidente Massimo Tononi, il giovane manager di Goldman Sachs e di Mps di area strettamente prodiana. Grande professionista dedito solitamente al silenzio.
Sembra, intanto, strategica la scelta fatta da Guzzetti di allargare la squadra dei vicepresidenti di cui fanno già parte, oltre a Matteo Melley, Francesco Profumo che presiede la Compagnia di San Paolo, il presidente della Cassa di risparmio di Bolzano, Gerhard Brandstätter, e l'avvocato Umberto Tombari, presidente della fondazione Cr Firenze. Il professionista della legge ha ospitato nel suo studio Maria Elena Boschi e Francesco Bonifazi e per anni ha mosso le sue scelte con l'occhio attento alle mosse di Matteo Renzi. La scelta di aderire all'Acri non va vista però come un ingresso di renziani nel sancta santorum della finanza cattolica, semmai il contrario. È Tombari che evidentemente si riposiziona in vista degli assetti futuri del Paese. E per comprendere quanto l'Acri sia un perno importante per gli equilibri di potere basta informarsi sugli ospiti di onore attesi a Parma. In prima fila si conta la presenza di Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, che salvo imprevisti ha dato la sua disponibilità. Poi ci sarà Giancarlo Giorgetti, numero due del Carroccio e gli organizzatori hanno invitato anche Stefano Buffagni, il consiglieri di Luigi Di Maio per nomine e partecipate. Non risulta confermata la sua presenza, ma Guzzetti si aspetta che ci sia. Anche perché l'idea sarebbe quella di riunire i due rappresentanti dei partiti di governo per chiudere il cerchio delle nomine. Al di là della mera operazione di riempimento tasselli, Guzzetti sa bene che le operazioni più grandi vanno al di là delle competenze dei due partiti. Riguarderanno la grande partita tra Tim e Mediaset, la banda ultra larga e persino il futuro di Generali e di Mediobanca. Ecco perché la presenza di Mattarella appare come la benedizione di un grande progetto di un equilibrio di poteri che ci porta indietro nel tempo, quando a governare l'Italia era Beniamino Andreatta. I discepoli hanno preso poi strade diverse ma mai parallele. Basti pensare allo stesso Guzzetti, a Giovanni Bazoli e a Romano Prodi. Nome sempre presente. Lo scontro profondo tra Mattarella e Paolo Savona per il ruolo di ministro dell'Economia coinvolge il discepolo di Andreatta per eccellenza. Per capire i dissidi bisogna tornare agli anni Novanta quando Savona aveva incarichi di governo e Prodi avrebbe poi dato la sua impronta all'Iri.
Studiando il riordino delle partecipazioni statali, soprattutto dell'Iri, ente gravato da debiti enormi, «Savona (d'intesa con Carlo Azeglio Ciampi) aveva concordato una sorta di “accordo globale con la Francia"», riportava ItaliaOggi in un interessante articolo. «All'epoca, l'asse franco-tedesco non esisteva ancora, il Muro di Berlino era caduto da soli quattro anni e la Germania era lontana dal diventare la prima potenza europea. Per questo, su input di Ciampi, Savona intavolò delle trattative con il governo francese per verificare se fosse interessato alle privatizzazioni di alcune imprese di Stato, così da ridurre il debito Iri, e di riflesso quello dello Stato». Il 2 febbraio 1994 fu redatto un memorandum di accordo che riguardava quasi tutti i settori della politica industriale. Prodi seguiva disegni diversi e la storia ci insegna che Ciampi e Savona uscirono sconfitti da quella battaglia. Il mondo della finanza cattolica non accetterebbe nemmeno oggi di sedersi al fianco di Savona e Mattarella lo sa molto bene.
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L'eminenza grigia del M5s spinge al Mef l'analista Antonio Guglielmi. Claudio Costamagna lascia Cdp, al suo posto Massimo Tononi. Per la Rai si candidano Michele Santoro e Carlo Freccero.Come capo di gabinetto di Luigi Di Maio si parla di Vito Cozzoli: molto amico di Pier Ferdinando Casini, aveva già avuto questo ruolo con la Federica Guidi. Possibile la riconferma di Roberto Garofoli e di Fabrizia Lapecorella. Si vocifera di Antonio Di Pietro alle Infrastrutture.Sergio Mattarella andrà all'assemblea delle fondazioni bancarie, l'ultima prima del cambio di vertice. Attesi anche Stefano Buffagni e Giorgetti per armonizzare la nomine.Lo speciale contiene tre articoli. Il premier Giuseppe Conte è in partenza per il Canada dove è atteso per il G7. Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, raccontano sia già del tutto concentrato sui due dossier caldi: quello relativo al Def e alla Finanziaria 2019 e quello tutto europeo che riguarda la futura road map dell'unione bancaria. In questo vuoto di potere a occuparsi delle nomine delle partecipate pubbliche e di figure chiave al Tesoro sono gli uomini di riferimento di Lega e 5 stelle. Con la differenza che il Carroccio è impegnato a organizzare la macchina dei ministeri e confrontare le figure necessarie a chiudere le seconde file del governo. I grillini si stanno dimostrando più interessati alle poltrone delle partecipate e al vertice del Tesoro. Vincenzo La Via, direttore generale del dicastero dell'Economia, ha fatto le valigie ormai il mese scorso e la vacatio è coperta per legge fino alla fine di giugno. Ma i 5 stelle vogliono approfittare di questi giorni di insediamento per portare a casa più nomi possibile. E a stringere sul Tesoro a quanto risulta alla Verità è lo stesso Davide Casaleggio che ieri avrebbe formalizzato al premier Conte la volontà di vedere su quella poltrona il manager di Mediobanca, Antonio Guglielmi, già responsabile di Mediobanca securities e ora capo dell'equity market per l'Italia. Tra i corridoi del Mef sono in molti già a storcere il naso. Guglielmi è considerato fuori dagli schemi e soprattutto tutti ricordano un report a sua firma che fece rizzare le orecchie ai mercati. Era il gennaio del 2017 quando Gugliemi diffuse un documento per quantificare costi e benefici dell'uscita dall'euro per l'Italia. Il report aveva il difetto di prestare il fianco a interpretazioni un po' distorte. Tanto che gli euroscettici sintetizzarono il documento in un solo messaggio: uscire dalla moneta unica porterebbe un beneficio di 8 miliardi. La faccenda era molto più complicata. In ogni caso appena depositato il polverone, Guglielmi - non sappiamo se sia stata solo coincidenza - è stato trasferito d'incarico. Ora quello studio potrebbe invece essere inserito nel curriculum a pieno titolo. E su questo il Colle non ha competenze, perché la nomina del dg del Tesoro spetta esclusivamente al presidente del Consiglio. Da qui si misurerà il potere di Casaleggio, così come si prenderanno le misure della politica economica pubblica dalle nomine in Cdp. Ieri il presidente Claudio Costamagna ha fatto sapere che non si presenterà per il secondo mandato all'assemblea del 20 giugno. Una decisione che induce Giuseppe Guzzetti, presidente dell'associazione delle fondazioni (Acri), azioniste di minoranza ma che esprimono il presidente, a ricordare che «nei prossimi giorni le fondazioni si riuniranno e decideranno chi indicare». Parole formali. In realtà Costamagna non godeva più dell'appoggio di Guzzetti che da dieci giorni punta su Massimo Tononi, già al vertice di Mps.Nella maggioranza di governo infatti specie il M5s ha più volte esplicitamente evocato per la Cdp un ruolo fondamentale e più incisivo nella politica economica del governo gialloblù, non sempre aderente alle norme europee e allo stesso statuto del gruppo. In ballo c'è poi anche la carica di ad la cui scelta spetta al Tesoro e quindi al neo ministro Giovanni Tria. I nomi che circolano sono quelli dell'ex ad di Poste, Massimo Sarmi e di Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei ed esperto di finanza pubblica, proprio quella che negli ultimi due anni la Cdp ha perso per strada. Oltre alla soluzione interna nella persona di Fabrizio Palermo, attuale direttore finanziario di Cdp, s'avanza anche il nome di Flavio Valeri, attuale numero uno di Deutsche bank Italia, più apprezzato dai 5 stelle che dalle fondazioni. Non è da escludere che il nome dell'ad uscirà dopo domani dall'assemblea annuale dell'Acri, l'associazione delle fondazioni bancaria. A Parma infatti oltre a Guzzetti saranno presenti anche Giancarlo Giorgetti per la Lega e Stefano Buffagni per i 5 stelle. Perché alla fine le nomine che contano si fanno sempre attorno al focolare dell'Acri. Costamagna approdò tre anni fa su indicazione dell'allora premier Matteo Renzi dopo un acceso confronto con le fondazioni, che avrebbero preferito la riconferma di Franco Bassanini facendo leva sul loro diritto di indicare il presidente. Uno scontro che si risolse dopo una mediazione al congresso Acri di Lucca con il passo indietro di Bassanini, a cui venne assegnato un ruolo di consigliere a Palazzo Chigi che riguardava anche i compiti della Cassa.Fino al mese scorso Costamagna era convinto di rimanere in corsa per Cdp dopo aver approvato l'ingresso in Tim, applaudito in maniera bipartisan, che ha conseguito il ribaltone contro i francesi di Vivendi. Ora si apre una nuova stagione. Stesso discorso, anche se partita diversa vale per la Rai. Il cda scade il 30 giugno. Si sono fatti avanti addirittura in 236. Spiccano Giovanni Minoli, Michele Santoro, Milena Gabanelli, Carlo Freccero e Franco Siddi. Si sono fatte avanti anche le associazioni dei consumatori, quelle guidata da Carlo Rienzi e Massimiliano Dona. Una sorta di arrembaggio che durerà qualche giorno.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/come-direttore-del-tesoro-casaleggio-vuole-un-uomo-di-mediobanca-2575464902.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lassalto-alla-diligenza-dei-burocrati-per-rimanere-ai-vertici-del-palazzo" data-post-id="2575464902" data-published-at="1767733104" data-use-pagination="False"> L’assalto alla diligenza dei burocrati per rimanere ai vertici del Palazzo Nel governo del cambiamento potrebbero non cambiare i nomi di diversi capi di gabinetto nei ministeri. Roberto Garofoli è in odore di riconferma a capo di gabinetto del ministero dell'Economia e delle finanze, dove è approdato dopo aver fatto il segretario generale a Palazzo Chigi durante il governo di Enrico Letta. Gli affari di Garofoli, che è stato nominato circa un anno fa presidente di sezione della Corte dei conti, sono finiti al centro di un'inchiesta di questo giornale. Abbiamo raccontato che i suoi corsi propedeutici al superamento dell'esame da magistrato erano sino a poco tempo fa un ricco business gestito da società riconducibili alla moglie e su cui il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa nei mesi scorsi ha avviato alcuni accertamenti. Rimanendo a via XX settembre, mentre tutti gli altri portavoce del governo Renzi hanno fatto gli scatoloni, chi ha ancora sei mesi di contratto blindato è il portavoce di Pier Carlo Padoan, Roberto Basso che per avere un incarico che reggesse alle intemperie governative, si è fatto nominare a ottobre 2015 per tre anni direttore della comunicazione istituzionale del Mef, rimuovendo la dirigente interna Patrizia Nardi a cui è stato assegnato un incarico di studio. Tutto questo con il via libera del già citato Garofoli, che non ha avuto nulla da obiettare rispetto a questa iniziativa sui generis. Anzi, Basso è stato anche nominato presidente di Consip, la centrale di acquisti della pubblica amministrazione. Al Mef si dice che sia agitata per lo spoils system Fabrizia Lapecorella, direttore generale del dipartimento delle finanze. Nominata da Giulio Tremonti nel 2008, ha stabilito un record: a differenza degli altri direttori generali del Mef e direttori delle agenzie fiscali, è stata nominata per quattro mandati di seguito. Lapecorella spera di essere confermata e di arrivare indenne al 2020, rimanendo in sella per il dodicesimo anno. Al super ministero del Lavoro e dello sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento 5 stelle, che ha fatto della battaglia all'establishment la propria bandiera, sembra che arriverà - anzi ritornerà - come capo di gabinetto proprio un uomo che quel potere rappresenta. Si tratta di Vito Cozzoli, che nelle scorse settimane è stato in corsa anche per la presidenza della Figc, già capo di gabinetto del Mise con Federica Guidi, costretta a dimettersi per l'affare Tempa rossa. Cozzoli è attualmente consigliere capo della sicurezza di Montecitorio e prima dell'incarico con la Guidi è stato per otto anni capo dell'Avvocatura di Montecitorio, dopo essere stato promosso a luglio del 2005 a consigliere capo servizio da Pier Ferdinando Casini (qualche mese prima della fine del suo mandato come presidente della Camera), a cui aveva curato la segreteria dell'ufficio di presidenza della Camera dei deputati dal 2003. Casini è molto amico di Cozzoli: era anche tra gli invitati al suo secondo matrimonio, e, quindi, non sorprende che abbia subito preso le sue difese in risposta al tweet al veleno di Carlo Calenda che salutava il ritorno di Cozzoli al Mise come l'opposto del cambiamento sbandierato da Di Maio. Cozzoli, che ha abitato a lungo in affitto in un immobile ai Parioli dell'Enasarco a prezzi calmierati, figurava tra gli invitati al ricevimento organizzato dall'allora membro della Cosea, Francesca Immacolata Chaouqui per assistere in terrazza alla beatificazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, andato di traverso a papa Bergoglio. Numerosissimi gli incarichi extra parlamentari di Cozzoli, tra cui quelli di presidente della commissione di secondo grado per le licenze Uefa presso la Figc e di Amerigo, associazione specializzata negli scambi culturali tra giovani italiani e americani; è pure docente di diritto pubblico a Bari (è originario di Molfetta) e diritto industriale alla Link campus, l'università prediletta dalla classe dirigente grillina. Tra i papabili per diventare segretario generale di Palazzo Chigi si fanno i nomi di Vincenzo Fortunato, potente capo di gabinetto al ministero dell'Economia guidato da Giulio Tremonti, ma anche alle Infrastrutture dell'ex ministro Antonio Di Pietro, e quello del consigliere di Stato Carlo Deodato, già al fianco (prima come capo dell'ufficio legislativo e poi come capo di gabinetto) dell'ex ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta e vicino al nuovo ministro dell'Economia Giovanni Tria. Invece non si sa ancora chi arriverà al ministero delle Politiche agricole. Per il passaggio di consegne il neo ministro Gian Marco Centinaio non ha trovato ad accoglierlo né il predecessore Maurizio Martina, né il suo ex capo di gabinetto Ferdinando Ferrara (grande amico dei coniugi D'Alema), premiato nel frattempo con la nomina a capo del dipartimento politiche di coesione alla presidenza del Consiglio dei ministri. L'unico rimasto a presidiare il bidone sembra che ieri fosse il segretario particolare di Martina, Gianluca De Cristofaro, ufficiale in aspettativa della Guardia di finanza. L'epifania di Centinaio era prevista per le 11 e a riceverlo c'erano un picchetto di carabinieri della Forestale, alcuni ufficiali della Guardia costiera e i due capi dipartimento superstiti (uno dei quali, ex fedelissimo di Martina e Ferrara, è stato avvistato recentemente a un convegno sull'agricoltura dei 5 stelle). Ma al suo arrivo, anziché passare in rassegna le truppe, Centinaio con le sue due assistenti si è infilato in tutta fretta nel ministero dove i direttori generali e gli altri massimi dirigenti hanno atteso invano una convocazione immediata per fare la conoscenza del nuovo principale. Centinaio, ai cerimoniosi salamelecchi, ha preferito la visita della biblioteca storica, suscitando malumore e qualche timore. Infine a destare scalpore è stata la scelta del neo ministro di mangiare nella mensa con gli altri dipendenti. Almeno in questo caso un piccolo cambiamento si è registrato.Giacomo AmadoriAnna Maria Fiore <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/come-direttore-del-tesoro-casaleggio-vuole-un-uomo-di-mediobanca-2575464902.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-colle-benedice-la-linea-di-guzzetti" data-post-id="2575464902" data-published-at="1767733104" data-use-pagination="False"> Il Colle benedice la linea di Guzzetti Giovedì e venerdì si celebrerà l'annuale consesso delle fondazioni bancarie. A presiedere i lavori sarà per l'ultima volta Giuseppe Guzzetti. Dopo 22 anni di potere indiscusso, la primavera del 2019 lascerà la sua creatura nelle mani di un delfino. Che al momento non è stato ancora nominato. Prima bisogna sistemare alcune partite fondamentali per la finanza cattolica e al tempo stesso alcune nomine nelle partecipate di Stato, quelle che realmente contano. A partire da Cdp, dove Guzzetti immagina nel ruolo di presidente Massimo Tononi, il giovane manager di Goldman Sachs e di Mps di area strettamente prodiana. Grande professionista dedito solitamente al silenzio. Sembra, intanto, strategica la scelta fatta da Guzzetti di allargare la squadra dei vicepresidenti di cui fanno già parte, oltre a Matteo Melley, Francesco Profumo che presiede la Compagnia di San Paolo, il presidente della Cassa di risparmio di Bolzano, Gerhard Brandstätter, e l'avvocato Umberto Tombari, presidente della fondazione Cr Firenze. Il professionista della legge ha ospitato nel suo studio Maria Elena Boschi e Francesco Bonifazi e per anni ha mosso le sue scelte con l'occhio attento alle mosse di Matteo Renzi. La scelta di aderire all'Acri non va vista però come un ingresso di renziani nel sancta santorum della finanza cattolica, semmai il contrario. È Tombari che evidentemente si riposiziona in vista degli assetti futuri del Paese. E per comprendere quanto l'Acri sia un perno importante per gli equilibri di potere basta informarsi sugli ospiti di onore attesi a Parma. In prima fila si conta la presenza di Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, che salvo imprevisti ha dato la sua disponibilità. Poi ci sarà Giancarlo Giorgetti, numero due del Carroccio e gli organizzatori hanno invitato anche Stefano Buffagni, il consiglieri di Luigi Di Maio per nomine e partecipate. Non risulta confermata la sua presenza, ma Guzzetti si aspetta che ci sia. Anche perché l'idea sarebbe quella di riunire i due rappresentanti dei partiti di governo per chiudere il cerchio delle nomine. Al di là della mera operazione di riempimento tasselli, Guzzetti sa bene che le operazioni più grandi vanno al di là delle competenze dei due partiti. Riguarderanno la grande partita tra Tim e Mediaset, la banda ultra larga e persino il futuro di Generali e di Mediobanca. Ecco perché la presenza di Mattarella appare come la benedizione di un grande progetto di un equilibrio di poteri che ci porta indietro nel tempo, quando a governare l'Italia era Beniamino Andreatta. I discepoli hanno preso poi strade diverse ma mai parallele. Basti pensare allo stesso Guzzetti, a Giovanni Bazoli e a Romano Prodi. Nome sempre presente. Lo scontro profondo tra Mattarella e Paolo Savona per il ruolo di ministro dell'Economia coinvolge il discepolo di Andreatta per eccellenza. Per capire i dissidi bisogna tornare agli anni Novanta quando Savona aveva incarichi di governo e Prodi avrebbe poi dato la sua impronta all'Iri. Studiando il riordino delle partecipazioni statali, soprattutto dell'Iri, ente gravato da debiti enormi, «Savona (d'intesa con Carlo Azeglio Ciampi) aveva concordato una sorta di “accordo globale con la Francia"», riportava ItaliaOggi in un interessante articolo. «All'epoca, l'asse franco-tedesco non esisteva ancora, il Muro di Berlino era caduto da soli quattro anni e la Germania era lontana dal diventare la prima potenza europea. Per questo, su input di Ciampi, Savona intavolò delle trattative con il governo francese per verificare se fosse interessato alle privatizzazioni di alcune imprese di Stato, così da ridurre il debito Iri, e di riflesso quello dello Stato». Il 2 febbraio 1994 fu redatto un memorandum di accordo che riguardava quasi tutti i settori della politica industriale. Prodi seguiva disegni diversi e la storia ci insegna che Ciampi e Savona uscirono sconfitti da quella battaglia. Il mondo della finanza cattolica non accetterebbe nemmeno oggi di sedersi al fianco di Savona e Mattarella lo sa molto bene.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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