«Conflitto d’interessi per il capo renziano dell’agenzia che eroga fondi agli agricoltori»
Si profila un conflitto di interessi per Gabriele Papa Pagliardini, direttore dell'Agea, l'ente che eroga ogni anno più di 5 miliardi di euro di contributi pubblici agli agricoltori, diventato socio di un'impresa riconducibile alla Coldiretti, che di quei fondi beneficia e che, anzi, è la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza del settore con 1,5 milioni di iscritti. Papa Pagliardini in queste ore è finito nell'occhio del ciclone anche per aver promosso una riforma che agevolerebbe i centri di assistenza in agricoltura, tra cui spicca proprio quello della Coldiretti, che - ricordiamolo -è stata a lungo sponsor di Matteo Renzi.
Ma andiamo con ordine. Papa Pagliardini (come abbiamo raccontato sulla Verità dello scorso 25 novembre), dopo il suo mandato triennale di nomina renziana a direttore dell'Agea, viene sostituito, ad agosto 2019, dall'allora ministro per le Politiche agricole e forestali, Gian Marco Centinaio, con Andrea Comacchio. Poche ore dopo quella nomina, però, cade il governo gialloblù e il nuovo ministro, Teresa Bellanova, appena insediata, impugna il decreto di nomina di Comacchio e rimette alla guida di Agea, per un altro triennio, il commercialista dalla provincia di Lecce, Papa Pagliardini.
Ma riconquistare la guida di Agea evidentemente a Papa Pagliardini non è bastato e, come denunciano in una interrogazione parlamentare un gruppo di senatori del gruppo misto, primo firmatario il segretario della IX commissione agricoltura del Senato, Saverio De Bonis, dal 3 dicembre 2019 è entrato nel capitale di Agrirevi spa, una società di revisione e certificazione di bilanci, vicina alla Coldiretti, in quanto il suo presidente, Raffaele Grandolini, è consigliere delegato del centro assistenza agricola di Coldiretti. Secondo De Bonis si palesa un clamoroso conflitto di interessi, perché - si legge nell'atto depositato al Senato - «contrasta con l'imparzialità richiesta» per la funzione di direttore dell'Agea, «che potrebbe venire pregiudicata proprio dalla coesistenza di ulteriori, personali interessi in causa».
L'Agea, infatti, non solo è il principale soggetto erogatore di contributi pubblici al sistema delle imprese agricole, ma coordina l'attività degli organismi pagatori regionali e rappresenta l'Italia nei rapporti con l'Unione europea.
Secondo i senatori del gruppo misto, Papa Pagliardini avrebbe dovuto chiedere all'Anac (l'Autorità nazionale anticorruzione) la sussistenza o meno della compatibilità del suo incarico in Agea con quella di azionista di una società collegata alla Coldiretti. Non solo. Papa Pagliardini avrebbe dovuto comunicarlo tempestivamente all'Agea, trattandosi di dati relativi alle modifiche degli interessi (finanziari e non finanziari) in grado di interferire con i doveri e le responsabilità del ruolo, e che l'Agea avrebbe dovuto pubblicare la notizia sul suo sito Internet (che a oggi non riporta nulla).
Questo ruolo parallelo, secondo De Bonis, potrebbe spiegare una decisione presa da Pagliardini e confluita nella convenzione annuale con i Caa, i centri di assistenza agricola, che ha provocato un vero e proprio terremoto nel settore. Il direttore di Agea ha infatti escluso dal 1° aprile 2021 gli agronomi, i periti agrari e gli agrotecnici liberi professionisti dai Caa, consentendo l'operatività all'interno dei centri solo ai lavoratori dipendenti. La data ultima per adeguarsi è il 30 settembre 2021. I centri di assistenza che non lo faranno verranno «radiati».
I centri di assistenza agricola hanno un ruolo nevralgico nella gestione dei fondi a nove zeri che arrivano al settore in quanto supportano gli agricoltori a presentare le domande di ammissione ai benefici comunitari, nazionali e regionali, seguendone tutto l'iter; si occupano di tenere le scritture contabili e sono responsabili della veridicità di tutte le informazioni che confluiscono nel «fascicolo aziendale» di ciascun imprenditore. Per questa attività i centri di assistenza agricola prendono un compenso dall'Agea che lo scorso anno è stato complessivamente pari a 9,5 milioni di euro.
Il meccanismo è simile a quello dei Caf, i centri di assistenza fiscale, per la trasmissione delle nostre dichiarazioni dei redditi.
La decisione di Papa Pagliardini di escludere dai Caa tutti i liberi professionisti ha provocato una forte levata di scudi e una dozzina di interrogazioni parlamentari di ogni colore politico, maggioranza inclusa, tra Camera e Senato, perché rischia di lasciare senza lavoro 2.500 professionisti che hanno rapporti di consulenza con i centri di assistenza agricola, e non sono quindi lavoratori dipendenti. Inoltre, in questo modo rimarranno sul mercato solo i Caa con più dipendenti e più forza economica. Coldiretti in testa.
I senatori rimproverano a Papa Pagliardini di aver sottoposto la convenzione annuale all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, omettendo però la sua partecipazione alla Agrirevi spa.
La situazione per i senatori è quindi tale da danneggiare l'Agea: «Un rischio importante in quanto, se anche solo uno dei dirigenti Agea si trovasse in una situazione di conflitto d'interesse non gestita, i soggetti esterni potrebbero ritenere che l'intera organizzazione sia indulgente rispetto a tali pratiche». E concludono: «Al direttore di Agea veniva richiesto di agire in modo indipendente, senza interferenze, ma l'interesse secondario (finanziario e non) ha interferito con quello primario (trasparenza e imparzialità), e per questo sarebbe opportuno che rassegnasse le proprie dimissioni».
Nel frattempo, nell'altro ramo del Parlamento, il presidente della commissione Agricoltura, il 5 stelle Filippo Gallinella, oggi ha convocato in audizione i centri di assistenza agricola proprio sulla convenzione.
Un video incastra il capo di gabinetto del governatore candidato alla segreteria del Pd. Albino Ruberti, durante la convention Piazza grande, ha alzato le mani sugli animalisti. Un incidente che può costare caro al dirigente, già discusso per conflitto d'interessi.
Albino Ruberti, capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio, ha alzato le mani contro gli animalisti che hanno contestato il governatore nel corso di Piazza grande, l'iniziativa per lanciare la sua candidatura al congresso del Partito democratico, che si è svolta sabato e domenica scorsa all'ex dogana di Roma.
Nel video, che sta circolando sui social network (e che potete vedere sul sito della Verità, inquadrando il Qr code che trovate in basso a destra), si vede Ruberti in camicia bordeaux e pullover blu sulle spalle che oltre a strappare i volantini dalle mani dei manifestanti, perde il controllo e si accanisce su uno di questi in particolare (il signore con gli occhiali da sole) ripetendo «bastardo», mentre il malcapitato prova a difendersi urlandogli: «Non mi puoi toccare» e «Ti denuncio perché mi hai menato». Ruberti viene poi allontanato dagli uomini della sicurezza, ma continua a dimenarsi perché vorrebbe tornare nella mischia.
Davvero un'ottima immagine per Ruberti, braccio destro di Zingaretti, che lo ha voluto accanto a sé per il suo secondo mandato - da marzo 2018 - nominandolo al posto del magistrato Andrea Baldanza, rientrato alla Corte dei conti, proprio per lanciare la sua candidatura alla guida del Pd grazie alla sua «ventennale esperienza manageriale come dirigente d'azienda nel settore pubblico e privato», come lui stesso scrive, autocelebrandosi nel suo curriculum vitae. Ruberti, infatti, come già abbiamo scritto su questo giornale, ha accumulato negli anni poltrone pubbliche e private in pieno conflitto di interessi ed è riuscito così quasi a quadruplicare il tetto dei compensi per i manager pubblici, fissato dalla legge a 240.000 euro.
Ruberti, figlio non laureato dell'ex rettore della Sapienza (la mancanza del titolo di laurea è stata fortemente contestata dai sindacati della Regione perché è un requisito indispensabile per la dirigenza pubblica, ma non per Ruberti), è stato contemporaneamente alla guida di Zetema (dal 1998 al 2017), la società al 100 per cento del Comune di Roma che si occupa di cultura, e contemporaneamente presidente e amministratore delegato di Civita, il gruppo che attraverso le sue società (dove era presidente o amministratore delegato) - Civita cultura holding, Opera laboratori fiorentini (qui era anche dirigente a tempo indeterminato), Civita Tre Venezie e Civita Sicilia - si occupa di mostre e gestione dei servizi nei musei italiani, molti dei quali per l'appunto a Roma. A questa situazione grottesca ha posto fine la grillina Virginia Raggi, diventata prima cittadina di Roma.
A Ruberti è quindi venuto in aiuto il Pd: gli ha assegnato la prestigiosa poltrona di presidente di Laziocrea, la società che affianca la Regione Lazio nelle attività tecnico amministrative per la gestione e l'organizzazione delle attività di interesse regionale. Ha mantenuto tutta la galassia degli incarichi privati, a cui ha dovuto però rinunciare a marzo 2018, una volta diventato capo di gabinetto, per incompatibilità, quella sì insuperabile (a differenza della mancanza del titolo di laurea). Albino Ruberti, da capo di gabinetto, sta continuando a gestire Laziocrea per tutto ciò che è funzionale al lancio della candidatura di Zingaretti : per esempio con la ristrutturazione dell'ostello del Castello di Santa Severa (con un notevole dispendio di denaro pubblico), che a maggio è stato illuminato da Acea con una grande manifestazione che sul palco ha visto lo stesso Zingaretti e l'allora presidente Luca Lanzalone. Laziocrea è infatti una Spa con procedure più veloci di spesa e di gestione, a differenza di quelle previste da una pubblica amministrazione come la Regione Lazio.
- Giovanni Panebianco nuovo segretario del Mibac. Decisiva la promozione dell'allora sottosegretario e la sponda M5s. Il renziano Ernesto Maria Ruffini resterà alle Entrate?
- A Siena Luca Lotti rispolvera le purghe per tenere le mani sui resti del Pd. Decine di ex Margherita verso l'espulsione. Gli ortodossi li accusano del flop Comunali. Il repulisti, però, servirà a tirare le redini locali del partito, imbastendo persino un Nazareno con un caro amico di Denis Verdini.
Lo speciale contiene due articoli
Chissà se il ministro dell'Economia Giovanni Tria il quale - come ha scritto giovedì scorso su queste pagine Giancarlo Perna - sta confermando tutta la squadra del Pd Gian Carlo Padoan e che 48 ore fa ha confermato anche i vertici di Sogei (l'ad Andrea Quacivi e il presidente Biagio Mazzotta), riuscirà nell'impresa con il super renziano Ernesto Maria Ruffini a direttore dell'Agenzia delle entrate e presidente dell'Agenzia della riscossione. Ruffini il quale, lungi dall'essere un mero tecnico, all'epoca della Leopolda 2014 e dell'ascesa di Matteo Renzi, battibeccò via Twitter con l'attuale vicepremier Matteo Salvini prendendolo per i fondelli, reo di averlo chiamato Enrico e non Ernesto.
Sugli immigrati il direttore dell'Agenzia delle entrate, ha infatti idee molto chiare: molto distanti da Salvini e vicine a quelle del fratello Paolo, prefetto in Vaticano.
Prima del suo incarico pubblico a marchio Pd, Ruffini esprimeva i suoi giudizi politici a 360 gradi sul suo blog sull'Espresso e, nel mucchio, aveva attaccato Salvini ricordandogli che «dal 1892 al 1956, i Salvini approdati nel porto di Ellis Island sono stati ben 228».
Salvini non aveva perso tempo e, etichettandolo come anti leghista, gli aveva risposto per le rime via Twitter, chiamandolo Enrico Maria e non Ernesto Maria, e augurandogli una serena notte. Ruffini, che ora aspetta la conferma a direttore dell'Agenzia delle entrate proprio da Salvini, gli aveva prontamente replicato: «Ho trascorso una serenissima notte, grazie @matteosalvini. Il tuo affezionatissimo Enrico Maria, Ernesto per gli amici».
Insomma un altro uomo di sinistra, anti leghista, che rischia di rimanere in un ruolo così cruciale nel governo votato per il cambiamento e che è riuscito nell'impresa di avere contro tutte le sigle sindacali delle agenzie fiscali sulla riorganizzazione che sta facendo in fretta e furia. Come se all'interno dell'Agenzia delle entrate non ci fosse nessuno tra i direttori centrali e regionali da poter promuovere come fatto in Ferrovie, invece di confermare un avvocato tributarista catapultato ai vertici della macchina fiscale perché di fede renziana.
I sindacati, dopo quella che definiscono «la caotica riorganizzazione» degli uffici centrali di inizio anno, attaccano con un comunicato stampa Ruffini nel metodo e nel merito. Innanzitutto, «l'assoluta intempestività della proposta dal momento che, a tutt'oggi, non risulta chiarito se il vertice dell'amministrazione, soggetto a spoils system, sia stato riconfermato o meno. Quello che vogliamo dire è che sembra irrazionale e poco comprensibile tanta fretta in assenza di stabilità del management dell'Agenzia». Ruffini voleva approvare la riorganizzazione lo scorso 26 luglio, ma i sindacati si sono messi di traverso.
Nel merito, secondo le sigle sindacali, «non appare assolutamente chiaro l'obiettivo che una tale riorganizzazione si prefigge: sarebbe stato più opportuno, un'analisi più approfondita ed analitica del nuovo modello così come un ragionamento specifico sul mantenimento o meno delle direzioni provinciali nel loro assetto attuale». Per i sindacati appare poi «incredibile» che il processo di integrazione tra Entrate ed ex Territorio si fermi a livello di direzioni regionali senza interessare gli uffici locali in modo da favorire i cittadini che possono fare le pratiche del catasto e del fisco in uno stesso spazio fisico.
Infine i sindacati attaccano Ruffini per aver affidato a una società esterna «la graduazione delle posizioni» dirigenziali e non, senza voler dire quanto sia stato speso.
Nel frattempo l'Agenzia delle entrate ha diffuso - come ogni anno - il comunicato sulla sospensione delle cartelle nel mese di agosto. Quest'anno con il sostegno del ministro Tria che ha appoggiato apertamente l'iniziativa annunciando la sospensione che però già avviene da anni. A lodare subito l'iniziativa è neanche a dirlo un senatore del Pd, Bruno Astorre, che in una nota scrive: «Sospendere oltre un milione di atti tra Agenzia delle entrate e Agenzia delle entrate riscossione è una decisione non solo di buon senso, ma che denota il cambio di passo impresso del direttore Ernesto Maria Ruffini. Un fisco dal volto nuovo, che fa della semplificazione il perno del sistema. Semplificazione non solo amministrativa ma anche nel rapporto con i cittadini. Per i contribuenti, un ostacolo in meno».
Nel frattempo al Mibac, il Ministero dei beni e delle attività culturali, fa carriera un funzionario della presidenza del Consiglio, Giovanni Panebianco, 48 anni, nominato nuovo segretario generale. La nomina, che avviene su indicazione del ministro con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, sarà operativa dal primo settembre.
Bel salto per Panebianco il quale, dal governo a guida Pd, era riuscito a incassare un incarico di prima fascia pur essendo di seconda (gerarchicamente più basso) grazie alla vicinanza all'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Si sussurra che suo nuovo sponsor ed estimatore sia Vincenzo Spadafora, il potente consigliere del vicepremier Luigi Di Maio. Dal prossimo 1° settembre Panebianco sostituirà l'architetto Carla Di Francesco che è andata in pensione.
Anna Maria Fiore
A Siena Lotti rispolvera le purghe per tenere le mani sui resti del Pd
Fine luglio. A Siena la sconfitta epocale alle comunali brucia ancora al Pd. E le conseguenze arderanno ancora non si sa per quanto. L'esame degli errori, però, consiste in una sorta di lista di proscrizione. Tra i 60 e i 70 iscritti verranno purgati dal partito, rei - a detta dei vertici locali - di aver sostenuto Alessandro Pinciani, dirigente Pd di area Margherita che è andato per la sua strada sottraendo voti a Bruno Valentini, sindaco uscente, candidato ufficiale del partito. E di conseguenza favorendo la vittoria di Luigi De Mossi.
«Si attendono le comunicazioni ufficiali e i verbali della Commissione, visto anche che gli stessi epurati ad oggi non hanno ricevuto ancora nessun avviso, come ad esempio fa sapere l'ex presidente del Consiglio regionale Alberto Monaci. L'espulsione era nell'aria già ad aprile», si legge sul sito online radiosienatv.it, «da quando Alessandro Pinciani - anche lui fra i futuri espulsi - annunciò la sua candidatura autonoma alle comunali del 20 giugno, ed è stata applicata da statuto». «Sono escluse», recita il comma 9, articolo 2 dello statuto dem, «dalla registrazione nell'anagrafe degli iscritti e nell'albo degli elettori del Pd le persone appartenenti ad altri movimenti politici o iscritte ad altri partiti politici o aderenti, all'interno delle assemblee elettive, a gruppi consiliari diversi da quello del Partito democratico. Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al Pd, o comunque non autorizzate dal Pd, sono esclusi e non più registrabili».
Fino qui sembra una faida locale: pulizia dopo la sconfitta elettorale. Se non fosse che, con la scusa del mancato sostegno in campagna elettorale, a finire nel mirino dei vertici pd che fanno riferimento a Valentini e soprattutto a Luca Lotti è l'intera corrente dell'ex Margherita. Gli impatti sono locali, ma crescono man mano fino a Roma, dove toccheranno gli equilibri con Paolo Gentiloni e l'area che è stata di Giuseppe Fioroni. L'operazione guidata da Lotti mira, dopo la tremenda débâcle nei Comuni di Siena, Massa e Pisa, a non perder il controllo del partito a livello regionale. E permette al Pd locale di fare pagare agli esuli «vecchie colpe» consumate attorno ai cocci del Monte dei Paschi di Siena.
La corrente monaciana del Pd senese era da tempo in rotta con gli organi dirigenti del partito, non avendo prima partecipato all'assemblea comunale per la votazione del candidato sindaco di fine marzo sia all'ultima successiva alla disfatta elettorale del ballottaggio. Ma l'astio parte da lontano, quando Alberto Monaci, contrario alla nomina di Alessandro Profumo al vertice di Mps si oppose all'allora sindaco di area Ds Franco Ceccuzzi, lo sfiduciò e lo costrinse alle dimissioni.
Nonostante siano passati anni, quella mossa non è mai stata perdonata e la frattura resta insanabile. Ecco perché la «purga di Siena» dovrebbe consentire a Lotti di mantenere il controllo della Regione. Il fedelissimo di Matteo Renzi sa bene che il prossimo ottobre, quando è stata indetta l'assemblea regionale, gli uomini ancora fedeli alla Margherita e ad Alberto Monaci sono pronti ad allearsi con gli orlandiani. Dall'altra parte stanno i lottiani e gli ex Ds. Valentini dal canto suo è interessato a mantenere stretto il rapporto con l'area vicina a Renzi perché, a quanto risulta alla Verità, avrebbe chiesto di essere candidato alla elezioni Europee del 2019 o alle Regionali del 2020. Preferirebbe la prima opzione.
Così mentre si fa la conta interna al Pd come se ancora esistesse l'Urss e fosse in ballo la gestione di immensi blocchi di potere, da fuori la base piddina assiste a qualcosa di simile alla sezione di un cadavere. Vota altrove e i Comuni rossi cadono uno dietro l'altro anche in una Regione che ha sempre votato a sinistra. In questo mare periglioso, Lotti sembra aver compreso la necessità di trovare una sponda esterna. Solo che siamo di fronte all'ennesima coazione a ripetere.
Va letto in questo modo il sostegno del responsabile regionale di Forza Italia, Tommaso Villa, il giovane collega di Denis Verdini che nel 2015 decise di rimanere tra le fila degli azzurri. «L'amicizia resta ma Denis lo sa: io rimango un uomo di Forza Italia», ebbe a dire cedendo però il passo a Stefano Mugnai nominato dopo poco coordinatore regionale di Fi.
Il gioco del Nazareno tra Renzi e Verdini sembra riproporsi. Anche se i nomi dei protagonisti cambiano la somma degli addendi resta la medesima. Lotti teme che perdere il controllo del partito possa creare una reazione a catena fino a Roma oltre che causare locali quanto spiacevoli effetti collaterali. A fine anno scadono i vertici dell'Usl Toscana Sud Est (che copre Siena, Arezzo e Grosseto). Le nomine nella sanità sono un piatto goloso di cui il Pd renziano difficilmente vorrà disfarsi. Solo che a forza di giochi intrecciati e di espulsioni, resteranno più poltrone che tesserati.
Claudio Antonelli





