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L’autogolpe che Renzi invidia a Grillo

C'è ancora qualcuno che osa immaginare l'Italia governata da Beppe Grillo e dalla sua parrocchia? Certamente sì. Del resto, nello sfacelo delle classi dirigenti, parlo di quelle politiche, un paese che si ritrova ai piedi di Cristo ha tutto il diritto di credere nelle soluzioni più strane per la nostra crisi. Era questo miracolo sperato che aveva spinto migliaia di elettori a votare per i Cinque Stelle nelle consultazioni comunali di giugno. E a decidere la nascita di due figure nuove. A Roma la sindaca Virginia Raggi, a Torino la sindaca Chiara Appendino. Ma la crisi italiana marcia con gli stivali delle sette leghe. La torinese Appendino per ora resiste, invece la romana Raggi boccheggia. E nessuno è in grado di prevedere se rimarrà in carica oppure sarà costretta a dimettersi. Per comprendere quel che sta avvenendo ai Cinque stelle è indispensabile osservare quanto succede al suo leader, Beppe Grillo. Su questo attore comico convertito alla politica esiste ormai una letteratura sterminata, ma non esente dalle sorprese. Come accade ai mattatori dello spettacolo, non importa se tragico o ridanciano, Grillo ha sempre amato i colpi di scena. E ha imparato da tempo una verità: sul palcoscenico non esiste un successo senza una trovata che lasci a bocca aperta gli spettatori. Lui si è sempre attenuto a questa regola. L'ha messa in pratica per l'ennesima volta qualche giorno fa. Durante la Festa di Palermo, convocata per convincere anche il più deluso degli elettori che il movimento è vivo. E a Palermo, l'astuto Grillo ha messo in atto un autogolpe, un colpo di stato interno. Ha azzerato tutti i vertici stellati, qualsiasi direttorio, le commissioni e si è nominato leader unico del proprio partito.

Nessuno dei suoi era in grado di impedirglielo. Grillo si è mosso con la determinazione di un generale sudamericano. Ha urlato alle televisioni, e dunque all'Italia: «Da oggi il padrone sono io! E soltanto io comanderò nel Movimento». Un esempio unico di dittatore che, di certo, altri leader politici, Matteo Renzi per primo, gli invidiano. Il nostro premier avrà pensato, con rammarico: «Purtroppo non posso restare da solo a Palazzo Chigi, con l'unica assistenza di Luca Lotti. Ma se fosse possibile, farei anch'io un golpe interno».

Grillo si è nominato Uomo Unico al Comando nel giro di pochi secondi. Urlando dal palco di Palermo, con una forza che dobbiamo ammirare in un signore di 68 anni. E nello stesso momento ha decapitato i due vice leader più vicini a lui: Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Sono loro i protomartiri del Grillismo 2.0. E bisogna spendere qualche parola su entrambi.

Di Maio si era già bruciato da solo nella fase più acuta della crisi in Campidoglio. Secondo alcuni aveva mentito a proposito di una lettera o una mail ricevuta e ignorata. Poi è cascato in una gaffe da ripetente nelle scuole serali. Sostenendo che Renzi era un novello Pinochet, colpevole di aver messo a ferro e fuoco il Venezuela. Mentre si trattava del Cile.

Di Battista, il famoso Dibba, ha avuto l'accortezza di tenersi lontano dai paralleli storici. Ha pensato bene di posare le chiappe sul sellino di una motocicletta e di regalarsi un giro per l'Italia. Quale fosse il vero obiettivo nessuno l'ha compreso. Durante la tappa a Roma, si è presentato nel salotto della signora Gruber e ha proposto di dar vita a un «governo di scopo». Ipotesi subito bocciata da Grillo.

Un'altra conseguenza nera dell'autogolpe grillesco è di aver seminato la zizzania più velenosa tra le madame del Movimento. La sindaca di Roma si è trovata contro un trio di suocere avvelenate: Roberta Lombardi, Carla Ruocco e Paola Taverna. L'età mi ha insegnato che le donne sono le nemiche peggiori del loro genere. E non mi sono stupito nell'apprendere che questo inedito Trio di Amazzoni furenti aveva accusato la Raggi di essersi allontanata dall'ortodossia del Movimento.

Vero o falso? Difficile dirlo. Anche perché nessuno ci ha ancora spiegato quali siano le norme basilari dei Cinquestelle. Forse le conosce Grillo. Ma a tutt'oggi si è ben guardato dal rivelarle. Dunque dobbiamo accontentarci di quel che si vede a occhio nudo. Ma quel che si scorge non è affatto rassicurante.

Abbiamo di fronte un partito personale con un autocrate unico. Bravissimo a recitare la parte del padrone che urla. Abituato a fare e disfare come gli pare e piace. Andava meglio quando accanto a Grillo c'era il compianto Gianroberto Casaleggio? Non so dirlo. A Palermo è apparso suo figlio, il giovane Davide. Ma sembrava sperduto nella bolgia degli urlanti, dei motociclisti, delle signore che si distribuivano coltellate.

Tutti gli altri colonnelli di Grillo, a cominciare da Roberto Fico, il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, non contano nulla. Il suo caso, come altri, non varrebbe la pena di osservarlo con attenzione. Ma esiste un piccolo particolare che ci obbliga a stare con gli occhi ben aperti su quanto accade sotto il cielo delle Cinque Stelle.

Il dettaglio è che Grillo e i suoi si sono dati un obiettivo che ci riguarda tutti. Dopo aver conquistato Roma, Torino, Parma, Livorno e qualche altro municipio, adesso vogliono entrare da vincitori a Palazzo Chigi. E da quella fortezza governare l'Italia. E' un'impresa impossibile, osserverà qualcuno. La mia replica è che nulla è impossibile poiché la crisi del sistema politico nazionale rende realizzabile qualsiasi avventura.

Qualcuno potrà pensare che vivere sotto il Grillismo in fondo sia più facile che campare sotto il Renzismo. Non ne sono così convinto. Quando vedo il magico Beppe urlare dal palco: «Il capo sono io!» confesso di tremare. Poi mi dico che è un incubo che non vedremo mai avverarsi. Eppure la storia del mondo ci ha insegnato che la follia umana non ha limiti.

Se è così, vedremo Beppe Grillo indossare il doppiopetto migliore e presentarsi al Quirinale dal capo dello Stato per ricevere l'incarico? Non credo che succederà. Il sistema, ossia l'insieme delle forze che comandano in una nazione, non lo permetterà. Usando qualunque mezzo. Mentre lo scrivo, rabbrividisco. Perché a quel punto vedremo iniziare per la Repubblica un'altra notte. Buia, fonda, zeppa di fantasmi orrendi. Capace di affondare per sempre questo piccolo Paese che si chiama Italia.

Esiste infine un enigma. Riassunto in una domanda: che cosa è il Grillismo? Una ideologia egualitaria, a metà tra il liberismo e il socialismo, una teoria iper democratica («uno vale uno»), una bandiera populista da sventolare, una nuova religione laica, un vuoto che il Super Beppe non si è mai curato di colmare? Confesso di non saperlo. E credo che nessuno lo sappia. Chissà se Grillo lo sa.

Ma adesso che si è autonominato Signore Assoluto dei Cinque Stelle forse vorrà rivelarcelo. Per evitare il rinnovarsi di un male italiano che conosciamo da un millennio: il Principe che chiede ai servi della gleba di obbedirgli a occhi chiusi, senza mai domandargli il perché.

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