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2020-09-08
Tutti i misteri dei banchi di Arcuri
Domenico Arcuri (Salvatore Laporta, KONTROLAB, LightRocket via Getty Images)
Ci sono ditte che stando fabbricando arredi scolastici senza avere la certezza che il loro contratto venga onorato e che i banchi arrivino nelle scuole? Invitalia, l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa di cui è amministratore delegato Domenico Arcuri, ha infatti spiegato alla Verità che sono ancora in corso «le verifiche di tutti i contratti. Quando saranno ultimate renderemo noto l'elenco delle aziende che hanno ottenuto l'appalto». La precisazione seguiva alla nota con cui Invitalia - e non la presidenza del Consiglio, come dovrebbe essere, visto che il commissario straordinario è stato nominato dal premier Giuseppe Conte - informava che era stato «ritirato» il contratto con la ditta Nexus made Srl di Ostia, indicata in un'interrogazione della Lega come una delle undici vincitrici della gara, sebbene avesse un capitale sociale di 4.000 euro e un fatturato annuo di 400.000 euro l'anno. Si occupa di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi», eppure si è impegnata a fornire 180.000 banchi al costo di 247,80 euro l'uno, aggiudicandosi un appalto di quasi 45 milioni di euro. «Le verifiche effettuate sui prodotti offerti dalla Nexus made Srl hanno evidenziato che i banchi, di cui si è richiesto un prototipo, non corrispondevano alle caratteristiche indicate in sede di gara», spiegava Invitalia, senza chiarire come mai il commissario Arcuri avesse già visto e respinto arredi scolastici non consegnati.
Su questo aspetto, l'onorevole leghista Claudio Borghi ha un terribile presentimento: «Se la storia del prototipo fosse un pretesto per sopprimere il contratto, una volta che la vicenda è diventata di dominio pubblico, e se quel banco non fosse mai arrivato, la risoluzione sarebbe nulla». Oltre al danno, la beffa. Arcuri aveva aggiunto: «Se altre società, tra le undici vincitrici, non fossero riuscite a dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni», oltre che «del fatturato di settore negli ultimi tre anni», come richiesto dalle procedure di gara, altri contratti verranno respinti al mittente. A pochi giorni dall'inizio delle lezioni. Nel settore dei produttori di arredi scolastici non si hanno dubbi: Arcuri sta svolgendo trattative private, post bando, per garantirsi le produzioni mancanti. Non in base al Codice degli appalti ma in virtù dell'urgenza, per poi poter dire che ha risolto l'emergenza.
Come se non bastasse, il mistero sulla ditta di Ostia si va infittendo. Su Facebook figura il profilo di tale Aubry Franco. L'uomo dichiara di lavorare come elettricista («dal 2004 a oggi») per Sater4show, una società che, tra sito Internet e pagina social, esibisce diverse commesse governative: una conferenza del 2003, un evento dell'Interpol nel 2012 e, addirittura, i G7 di Taormina e Ischia (maggio e ottobre 2017).
Curiosamente, il Franco Aubry elettricista della Sater4show è omonimo del Franco Aubry amministratore unico della Nexus (al cui capitale iniziale ha contribuito con 100 dei 4.000 euro totali: i restanti 3.900 li ha messi Fabio Aubry). Sono la stessa persona? L'Aubry di Facebook dice di essere nato a Frascati e di risiedere a Roma. Quello della visura catastale della Nexus, invece, risulta nato a Marino e residente a Frascati. Certo, se fossero due individui diversi, ci troveremmo dinanzi a una coincidenza unica: identico nome, età compatibili (l'uomo della visura è nato nel 1973, quello del social network, dalle foto, dimostra tra i 40 e i 50 anni), gravitano entrambi nell'area dei Castelli e fanno pure lo stesso lavoro.
«È evidente che sono la stessa persona», garantisce Borghi. «C'è anche una foto della sede della Nexus in via Consalvo 2, a Ostia: sulla cassetta delle lettere compare pure il nome della Sater», anche se, ufficialmente, la sede legale di quest'ultima è situata in zona Casal Lumbroso. «Cosa può raccontarci, in proposito, il signor Aubry?».
D'altronde, spulciando le attività che costituiscono l'oggetto sociale della Nexus, si trovano «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Opere da elettricisti, appunto. Molto simili ai lavori svolti dalla Sater4show, inoltre, sono la «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», nonché la produzione di «allestimenti scenografici».
«È una vicenda dai connotati gravissimi», conclude Borghi. «Un appalto del genere affidato a una ditta con un unico dipendente, per di più in cassa integrazione. E ora si aggiungono i sospetti sui legami del titolare della Nexus con un'azienda già fornitrice della Pa. Continueremo a chiedere chiarimenti e, se necessario, adiremo le vie legali». Una linea durissima, ribadita in serata, a Tg2 Post, dal leader del partito, Matteo Salvini, che si è detto «pronto ad andare in Procura».
Una critica netta all'operato di Arcuri, ieri, è arrivata da Anna Ascani, viceministro dell'Istruzione in quota Pd. A Repubblica ha cercato di spiegare il perché dei ritardi nella consegna degli arredi scolastici, che in molti istituti non arriveranno prima di novembre o dicembre: «Sapevamo che un Paese che produce 200.000 banchi all'anno non può produrne 2 milioni e mezzo in un mese. Questione non nuova, quella della missione impossibile imposta dal bando Arcuri e che già a luglio aveva provocato le reazioni dei fabbricanti, increduli che si potessero esigere 3 milioni di pezzi in così poche settimane. La novità, oggi, è che è il viceministro dell'Istruzione a prendere le distanze dal commissario. Il quale, a maggio, si era lamentato delle lungaggini del Cts: «Io non posso inviare le mascherine perché voi me lo impedite e non vi prendete neppure la responsabilità dei ritardi», scriveva piccato ai tecnici. Arcuri vorrebbe tanto correre anche adesso, ma, ahimè, i fabbricanti di banchi sono flemmatici pure loro. Domenico Arcuri è rock, il mondo attorno a lui è lento.
Ecco un’altra grana per la Azzolina. Alle scuole mancano 100.000 bidelli
Mancano bidelli. Chiamateli pure collaboratori scolastici ma il loro numero non cambia. «Poco più di 100.000, dati esatti non ne abbiamo. Nemmeno il ministero dell'Istruzione ce li fornisce», fa sapere Anna Maria Santoro, responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Saranno quelli che apriranno e chiuderanno i cancelli, sorvegliando arrivi e partenze, puliranno aule e bagni, disinfetteranno ogni spazio. Sono preziosi ma ignorati.
Da anni viene chiesto il potenziamento del cosiddetto personale Ata, però nemmeno in tempi di Covid 19 il governo ha pensato di aumentarne la presenza. «L'incremento di organico per l'emergenza è stato finanziato in modo da garantire altre 70.000 presenze, tra docenti e personale Ata», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ogni ufficio scolastico regionale decide autonomamente come ripartire i fondi per le assunzioni, «il rapporto solitamente è di quattro docenti e un bidello, quindi parliamo di circa 15.000 nuovi collaboratori scolastici. Ne servirebbe almeno uno in più per ogni plesso scolastico, quindi 42.000», afferma Giannelli. La Santoro è pessimista, crede non saranno assunti più di 5.000 bidelli, malgrado le aumentate esigenze di 8 milioni di studenti e dei loro insegnanti. Roba da rendere impossibili tutte le sanificazioni imposte da comitati tecnici e vademecum dell'Iss.
A Milano ieri sono state riaperte scuole materne e asili nido, con 19.000 bambini accolti nelle strutture comunali secondo ingressi scaglionati, tra gel disinfettanti, personale con mascherine e visiere. Molta attesa c'era per i primi 19 bambini della prima classe di una scuola materna a Vo' Euganeo, il comune padovano che ha registrato il primo decesso per Covid 19, mentre l'Alto Adige ieri ha fatto tornare ai banchi 91.797 tra bambini e ragazzi. Il conto alla rovescia per la ripartenza della maggior parte delle scuole il prossimo lunedì 14 continua a lasciare irrisolte molte questioni.
Ci sono i 60.000 ruoli non assegnati che fanno innalzare a 200.000 il numero delle cattedre da occupare con supplenti: una su quattro. La «call veloce», che avrebbe permesso lo spostamento volontario fuori regione degli insegnanti, ha prodotto numeri ridicoli di domande andate a buon fine. Un fallimento annunciato, visto che con il blocco quinquennale della mobilità (trasferimenti e assegnazioni provvisorie), la maggior parte dei docenti ha preferito rimanere precaria ma vicina a casa, piuttosto che di ruolo al Nord lontana dalla famiglia e con spese aggiuntive.
Rimane poi un'incognita: il numero dei docenti che chiederanno di restare a casa perché soggetti a rischio. Secondo la circolare ministeriale, il concetto di fragilità «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto». Non ci sarebbe automatismo tra età (l'Inail riportava come fragili i lavoratori over 55), salute e fragilità.
Per il ministro Lucia Azzolina solo 300 professori avrebbero fatto richiesta di essere esonerati ma secondo i sindacati i numeri sono ben diversi e quando la scuola ripartirà, ci saranno sorprese sul fronte delle certificazioni mediche. «Quelli che vengono annunciati sono numeri falsi, dati ufficiali non esistono», sostiene la responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Poi ci sono i referenti Covid, almeno due per ogni plesso scolastico, secondo Giannelli quasi tutti i presidi li hanno già individuati e «stanno seguendo il corso online dell'Iss. Non devono avere conoscenze parasanitarie, come inizialmente si pensava», fa sapere il presidente Anp, preoccupato invece perché al centro-sud mancano ancora spazi.
«Si spera che con i fondi stanziati dal governo gli enti locali riescano almeno a prendere in affitto dei locali. Non ci saranno grandissimi problemi ma ricordiamoci che su 8 milioni di studenti, l'1% di studenti senza aule sono 80.000 ragazzi lasciati senza soluzioni», tiene a precisare Giannelli. Lunedì prossimo si vedrà quanti bus saranno messi a disposizione del trasporto scolastico, con quella percentuale di affollamento limitata all'80% che nessuno potrà controllare.
Non ultimo problema, secondo il calcolo di Tuttoscuola, sarà rappresentato dallo smaltimento di 11 milioni di mascherine usa e getta che verranno consegnate ogni giorno a studenti e personale scolastico in base alle raccomandazioni del Cts. A fine anno rappresenteranno quasi 9.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da smaltire.
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Risolto il contratto con la Nexus di Ostia, affiorano dubbi sul suo amministratore: avrebbe legami con un'azienda già fornitrice della Pa. Non c'è chiarezza sulle restanti dieci ditte vincitrici del bando e su come il commissario reperirà i 180.000 arredi perduti.Sono i bidelli a dover sanificare i locali, ma i fondi stanziati dal governo non bastano. Mentre i bambini rientrano in classe, rimangono 60.000 cattedre di ruolo vuote. La «call veloce» per gli spostamenti fuori regione è un flop.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono ditte che stando fabbricando arredi scolastici senza avere la certezza che il loro contratto venga onorato e che i banchi arrivino nelle scuole? Invitalia, l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa di cui è amministratore delegato Domenico Arcuri, ha infatti spiegato alla Verità che sono ancora in corso «le verifiche di tutti i contratti. Quando saranno ultimate renderemo noto l'elenco delle aziende che hanno ottenuto l'appalto». La precisazione seguiva alla nota con cui Invitalia - e non la presidenza del Consiglio, come dovrebbe essere, visto che il commissario straordinario è stato nominato dal premier Giuseppe Conte - informava che era stato «ritirato» il contratto con la ditta Nexus made Srl di Ostia, indicata in un'interrogazione della Lega come una delle undici vincitrici della gara, sebbene avesse un capitale sociale di 4.000 euro e un fatturato annuo di 400.000 euro l'anno. Si occupa di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi», eppure si è impegnata a fornire 180.000 banchi al costo di 247,80 euro l'uno, aggiudicandosi un appalto di quasi 45 milioni di euro. «Le verifiche effettuate sui prodotti offerti dalla Nexus made Srl hanno evidenziato che i banchi, di cui si è richiesto un prototipo, non corrispondevano alle caratteristiche indicate in sede di gara», spiegava Invitalia, senza chiarire come mai il commissario Arcuri avesse già visto e respinto arredi scolastici non consegnati.Su questo aspetto, l'onorevole leghista Claudio Borghi ha un terribile presentimento: «Se la storia del prototipo fosse un pretesto per sopprimere il contratto, una volta che la vicenda è diventata di dominio pubblico, e se quel banco non fosse mai arrivato, la risoluzione sarebbe nulla». Oltre al danno, la beffa. Arcuri aveva aggiunto: «Se altre società, tra le undici vincitrici, non fossero riuscite a dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni», oltre che «del fatturato di settore negli ultimi tre anni», come richiesto dalle procedure di gara, altri contratti verranno respinti al mittente. A pochi giorni dall'inizio delle lezioni. Nel settore dei produttori di arredi scolastici non si hanno dubbi: Arcuri sta svolgendo trattative private, post bando, per garantirsi le produzioni mancanti. Non in base al Codice degli appalti ma in virtù dell'urgenza, per poi poter dire che ha risolto l'emergenza. Come se non bastasse, il mistero sulla ditta di Ostia si va infittendo. Su Facebook figura il profilo di tale Aubry Franco. L'uomo dichiara di lavorare come elettricista («dal 2004 a oggi») per Sater4show, una società che, tra sito Internet e pagina social, esibisce diverse commesse governative: una conferenza del 2003, un evento dell'Interpol nel 2012 e, addirittura, i G7 di Taormina e Ischia (maggio e ottobre 2017). Curiosamente, il Franco Aubry elettricista della Sater4show è omonimo del Franco Aubry amministratore unico della Nexus (al cui capitale iniziale ha contribuito con 100 dei 4.000 euro totali: i restanti 3.900 li ha messi Fabio Aubry). Sono la stessa persona? L'Aubry di Facebook dice di essere nato a Frascati e di risiedere a Roma. Quello della visura catastale della Nexus, invece, risulta nato a Marino e residente a Frascati. Certo, se fossero due individui diversi, ci troveremmo dinanzi a una coincidenza unica: identico nome, età compatibili (l'uomo della visura è nato nel 1973, quello del social network, dalle foto, dimostra tra i 40 e i 50 anni), gravitano entrambi nell'area dei Castelli e fanno pure lo stesso lavoro. «È evidente che sono la stessa persona», garantisce Borghi. «C'è anche una foto della sede della Nexus in via Consalvo 2, a Ostia: sulla cassetta delle lettere compare pure il nome della Sater», anche se, ufficialmente, la sede legale di quest'ultima è situata in zona Casal Lumbroso. «Cosa può raccontarci, in proposito, il signor Aubry?». D'altronde, spulciando le attività che costituiscono l'oggetto sociale della Nexus, si trovano «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Opere da elettricisti, appunto. Molto simili ai lavori svolti dalla Sater4show, inoltre, sono la «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», nonché la produzione di «allestimenti scenografici».«È una vicenda dai connotati gravissimi», conclude Borghi. «Un appalto del genere affidato a una ditta con un unico dipendente, per di più in cassa integrazione. E ora si aggiungono i sospetti sui legami del titolare della Nexus con un'azienda già fornitrice della Pa. Continueremo a chiedere chiarimenti e, se necessario, adiremo le vie legali». Una linea durissima, ribadita in serata, a Tg2 Post, dal leader del partito, Matteo Salvini, che si è detto «pronto ad andare in Procura». Una critica netta all'operato di Arcuri, ieri, è arrivata da Anna Ascani, viceministro dell'Istruzione in quota Pd. A Repubblica ha cercato di spiegare il perché dei ritardi nella consegna degli arredi scolastici, che in molti istituti non arriveranno prima di novembre o dicembre: «Sapevamo che un Paese che produce 200.000 banchi all'anno non può produrne 2 milioni e mezzo in un mese. Questione non nuova, quella della missione impossibile imposta dal bando Arcuri e che già a luglio aveva provocato le reazioni dei fabbricanti, increduli che si potessero esigere 3 milioni di pezzi in così poche settimane. La novità, oggi, è che è il viceministro dell'Istruzione a prendere le distanze dal commissario. Il quale, a maggio, si era lamentato delle lungaggini del Cts: «Io non posso inviare le mascherine perché voi me lo impedite e non vi prendete neppure la responsabilità dei ritardi», scriveva piccato ai tecnici. Arcuri vorrebbe tanto correre anche adesso, ma, ahimè, i fabbricanti di banchi sono flemmatici pure loro. Domenico Arcuri è rock, il mondo attorno a lui è lento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ci-sono-troppi-misteri-sotto-i-banchi-di-arcuri-2647499302.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-unaltra-grana-per-la-azzolina-alle-scuole-mancano-100-000-bidelli" data-post-id="2647499302" data-published-at="1599520169" data-use-pagination="False"> Ecco un’altra grana per la Azzolina. Alle scuole mancano 100.000 bidelli Mancano bidelli. Chiamateli pure collaboratori scolastici ma il loro numero non cambia. «Poco più di 100.000, dati esatti non ne abbiamo. Nemmeno il ministero dell'Istruzione ce li fornisce», fa sapere Anna Maria Santoro, responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Saranno quelli che apriranno e chiuderanno i cancelli, sorvegliando arrivi e partenze, puliranno aule e bagni, disinfetteranno ogni spazio. Sono preziosi ma ignorati. Da anni viene chiesto il potenziamento del cosiddetto personale Ata, però nemmeno in tempi di Covid 19 il governo ha pensato di aumentarne la presenza. «L'incremento di organico per l'emergenza è stato finanziato in modo da garantire altre 70.000 presenze, tra docenti e personale Ata», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ogni ufficio scolastico regionale decide autonomamente come ripartire i fondi per le assunzioni, «il rapporto solitamente è di quattro docenti e un bidello, quindi parliamo di circa 15.000 nuovi collaboratori scolastici. Ne servirebbe almeno uno in più per ogni plesso scolastico, quindi 42.000», afferma Giannelli. La Santoro è pessimista, crede non saranno assunti più di 5.000 bidelli, malgrado le aumentate esigenze di 8 milioni di studenti e dei loro insegnanti. Roba da rendere impossibili tutte le sanificazioni imposte da comitati tecnici e vademecum dell'Iss. A Milano ieri sono state riaperte scuole materne e asili nido, con 19.000 bambini accolti nelle strutture comunali secondo ingressi scaglionati, tra gel disinfettanti, personale con mascherine e visiere. Molta attesa c'era per i primi 19 bambini della prima classe di una scuola materna a Vo' Euganeo, il comune padovano che ha registrato il primo decesso per Covid 19, mentre l'Alto Adige ieri ha fatto tornare ai banchi 91.797 tra bambini e ragazzi. Il conto alla rovescia per la ripartenza della maggior parte delle scuole il prossimo lunedì 14 continua a lasciare irrisolte molte questioni. Ci sono i 60.000 ruoli non assegnati che fanno innalzare a 200.000 il numero delle cattedre da occupare con supplenti: una su quattro. La «call veloce», che avrebbe permesso lo spostamento volontario fuori regione degli insegnanti, ha prodotto numeri ridicoli di domande andate a buon fine. Un fallimento annunciato, visto che con il blocco quinquennale della mobilità (trasferimenti e assegnazioni provvisorie), la maggior parte dei docenti ha preferito rimanere precaria ma vicina a casa, piuttosto che di ruolo al Nord lontana dalla famiglia e con spese aggiuntive. Rimane poi un'incognita: il numero dei docenti che chiederanno di restare a casa perché soggetti a rischio. Secondo la circolare ministeriale, il concetto di fragilità «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto». Non ci sarebbe automatismo tra età (l'Inail riportava come fragili i lavoratori over 55), salute e fragilità. Per il ministro Lucia Azzolina solo 300 professori avrebbero fatto richiesta di essere esonerati ma secondo i sindacati i numeri sono ben diversi e quando la scuola ripartirà, ci saranno sorprese sul fronte delle certificazioni mediche. «Quelli che vengono annunciati sono numeri falsi, dati ufficiali non esistono», sostiene la responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Poi ci sono i referenti Covid, almeno due per ogni plesso scolastico, secondo Giannelli quasi tutti i presidi li hanno già individuati e «stanno seguendo il corso online dell'Iss. Non devono avere conoscenze parasanitarie, come inizialmente si pensava», fa sapere il presidente Anp, preoccupato invece perché al centro-sud mancano ancora spazi. «Si spera che con i fondi stanziati dal governo gli enti locali riescano almeno a prendere in affitto dei locali. Non ci saranno grandissimi problemi ma ricordiamoci che su 8 milioni di studenti, l'1% di studenti senza aule sono 80.000 ragazzi lasciati senza soluzioni», tiene a precisare Giannelli. Lunedì prossimo si vedrà quanti bus saranno messi a disposizione del trasporto scolastico, con quella percentuale di affollamento limitata all'80% che nessuno potrà controllare. Non ultimo problema, secondo il calcolo di Tuttoscuola, sarà rappresentato dallo smaltimento di 11 milioni di mascherine usa e getta che verranno consegnate ogni giorno a studenti e personale scolastico in base alle raccomandazioni del Cts. A fine anno rappresenteranno quasi 9.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da smaltire.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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