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2020-09-08
Tutti i misteri dei banchi di Arcuri
Domenico Arcuri (Salvatore Laporta, KONTROLAB, LightRocket via Getty Images)
Ci sono ditte che stando fabbricando arredi scolastici senza avere la certezza che il loro contratto venga onorato e che i banchi arrivino nelle scuole? Invitalia, l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa di cui è amministratore delegato Domenico Arcuri, ha infatti spiegato alla Verità che sono ancora in corso «le verifiche di tutti i contratti. Quando saranno ultimate renderemo noto l'elenco delle aziende che hanno ottenuto l'appalto». La precisazione seguiva alla nota con cui Invitalia - e non la presidenza del Consiglio, come dovrebbe essere, visto che il commissario straordinario è stato nominato dal premier Giuseppe Conte - informava che era stato «ritirato» il contratto con la ditta Nexus made Srl di Ostia, indicata in un'interrogazione della Lega come una delle undici vincitrici della gara, sebbene avesse un capitale sociale di 4.000 euro e un fatturato annuo di 400.000 euro l'anno. Si occupa di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi», eppure si è impegnata a fornire 180.000 banchi al costo di 247,80 euro l'uno, aggiudicandosi un appalto di quasi 45 milioni di euro. «Le verifiche effettuate sui prodotti offerti dalla Nexus made Srl hanno evidenziato che i banchi, di cui si è richiesto un prototipo, non corrispondevano alle caratteristiche indicate in sede di gara», spiegava Invitalia, senza chiarire come mai il commissario Arcuri avesse già visto e respinto arredi scolastici non consegnati.
Su questo aspetto, l'onorevole leghista Claudio Borghi ha un terribile presentimento: «Se la storia del prototipo fosse un pretesto per sopprimere il contratto, una volta che la vicenda è diventata di dominio pubblico, e se quel banco non fosse mai arrivato, la risoluzione sarebbe nulla». Oltre al danno, la beffa. Arcuri aveva aggiunto: «Se altre società, tra le undici vincitrici, non fossero riuscite a dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni», oltre che «del fatturato di settore negli ultimi tre anni», come richiesto dalle procedure di gara, altri contratti verranno respinti al mittente. A pochi giorni dall'inizio delle lezioni. Nel settore dei produttori di arredi scolastici non si hanno dubbi: Arcuri sta svolgendo trattative private, post bando, per garantirsi le produzioni mancanti. Non in base al Codice degli appalti ma in virtù dell'urgenza, per poi poter dire che ha risolto l'emergenza.
Come se non bastasse, il mistero sulla ditta di Ostia si va infittendo. Su Facebook figura il profilo di tale Aubry Franco. L'uomo dichiara di lavorare come elettricista («dal 2004 a oggi») per Sater4show, una società che, tra sito Internet e pagina social, esibisce diverse commesse governative: una conferenza del 2003, un evento dell'Interpol nel 2012 e, addirittura, i G7 di Taormina e Ischia (maggio e ottobre 2017).
Curiosamente, il Franco Aubry elettricista della Sater4show è omonimo del Franco Aubry amministratore unico della Nexus (al cui capitale iniziale ha contribuito con 100 dei 4.000 euro totali: i restanti 3.900 li ha messi Fabio Aubry). Sono la stessa persona? L'Aubry di Facebook dice di essere nato a Frascati e di risiedere a Roma. Quello della visura catastale della Nexus, invece, risulta nato a Marino e residente a Frascati. Certo, se fossero due individui diversi, ci troveremmo dinanzi a una coincidenza unica: identico nome, età compatibili (l'uomo della visura è nato nel 1973, quello del social network, dalle foto, dimostra tra i 40 e i 50 anni), gravitano entrambi nell'area dei Castelli e fanno pure lo stesso lavoro.
«È evidente che sono la stessa persona», garantisce Borghi. «C'è anche una foto della sede della Nexus in via Consalvo 2, a Ostia: sulla cassetta delle lettere compare pure il nome della Sater», anche se, ufficialmente, la sede legale di quest'ultima è situata in zona Casal Lumbroso. «Cosa può raccontarci, in proposito, il signor Aubry?».
D'altronde, spulciando le attività che costituiscono l'oggetto sociale della Nexus, si trovano «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Opere da elettricisti, appunto. Molto simili ai lavori svolti dalla Sater4show, inoltre, sono la «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», nonché la produzione di «allestimenti scenografici».
«È una vicenda dai connotati gravissimi», conclude Borghi. «Un appalto del genere affidato a una ditta con un unico dipendente, per di più in cassa integrazione. E ora si aggiungono i sospetti sui legami del titolare della Nexus con un'azienda già fornitrice della Pa. Continueremo a chiedere chiarimenti e, se necessario, adiremo le vie legali». Una linea durissima, ribadita in serata, a Tg2 Post, dal leader del partito, Matteo Salvini, che si è detto «pronto ad andare in Procura».
Una critica netta all'operato di Arcuri, ieri, è arrivata da Anna Ascani, viceministro dell'Istruzione in quota Pd. A Repubblica ha cercato di spiegare il perché dei ritardi nella consegna degli arredi scolastici, che in molti istituti non arriveranno prima di novembre o dicembre: «Sapevamo che un Paese che produce 200.000 banchi all'anno non può produrne 2 milioni e mezzo in un mese. Questione non nuova, quella della missione impossibile imposta dal bando Arcuri e che già a luglio aveva provocato le reazioni dei fabbricanti, increduli che si potessero esigere 3 milioni di pezzi in così poche settimane. La novità, oggi, è che è il viceministro dell'Istruzione a prendere le distanze dal commissario. Il quale, a maggio, si era lamentato delle lungaggini del Cts: «Io non posso inviare le mascherine perché voi me lo impedite e non vi prendete neppure la responsabilità dei ritardi», scriveva piccato ai tecnici. Arcuri vorrebbe tanto correre anche adesso, ma, ahimè, i fabbricanti di banchi sono flemmatici pure loro. Domenico Arcuri è rock, il mondo attorno a lui è lento.
Ecco un’altra grana per la Azzolina. Alle scuole mancano 100.000 bidelli
Mancano bidelli. Chiamateli pure collaboratori scolastici ma il loro numero non cambia. «Poco più di 100.000, dati esatti non ne abbiamo. Nemmeno il ministero dell'Istruzione ce li fornisce», fa sapere Anna Maria Santoro, responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Saranno quelli che apriranno e chiuderanno i cancelli, sorvegliando arrivi e partenze, puliranno aule e bagni, disinfetteranno ogni spazio. Sono preziosi ma ignorati.
Da anni viene chiesto il potenziamento del cosiddetto personale Ata, però nemmeno in tempi di Covid 19 il governo ha pensato di aumentarne la presenza. «L'incremento di organico per l'emergenza è stato finanziato in modo da garantire altre 70.000 presenze, tra docenti e personale Ata», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ogni ufficio scolastico regionale decide autonomamente come ripartire i fondi per le assunzioni, «il rapporto solitamente è di quattro docenti e un bidello, quindi parliamo di circa 15.000 nuovi collaboratori scolastici. Ne servirebbe almeno uno in più per ogni plesso scolastico, quindi 42.000», afferma Giannelli. La Santoro è pessimista, crede non saranno assunti più di 5.000 bidelli, malgrado le aumentate esigenze di 8 milioni di studenti e dei loro insegnanti. Roba da rendere impossibili tutte le sanificazioni imposte da comitati tecnici e vademecum dell'Iss.
A Milano ieri sono state riaperte scuole materne e asili nido, con 19.000 bambini accolti nelle strutture comunali secondo ingressi scaglionati, tra gel disinfettanti, personale con mascherine e visiere. Molta attesa c'era per i primi 19 bambini della prima classe di una scuola materna a Vo' Euganeo, il comune padovano che ha registrato il primo decesso per Covid 19, mentre l'Alto Adige ieri ha fatto tornare ai banchi 91.797 tra bambini e ragazzi. Il conto alla rovescia per la ripartenza della maggior parte delle scuole il prossimo lunedì 14 continua a lasciare irrisolte molte questioni.
Ci sono i 60.000 ruoli non assegnati che fanno innalzare a 200.000 il numero delle cattedre da occupare con supplenti: una su quattro. La «call veloce», che avrebbe permesso lo spostamento volontario fuori regione degli insegnanti, ha prodotto numeri ridicoli di domande andate a buon fine. Un fallimento annunciato, visto che con il blocco quinquennale della mobilità (trasferimenti e assegnazioni provvisorie), la maggior parte dei docenti ha preferito rimanere precaria ma vicina a casa, piuttosto che di ruolo al Nord lontana dalla famiglia e con spese aggiuntive.
Rimane poi un'incognita: il numero dei docenti che chiederanno di restare a casa perché soggetti a rischio. Secondo la circolare ministeriale, il concetto di fragilità «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto». Non ci sarebbe automatismo tra età (l'Inail riportava come fragili i lavoratori over 55), salute e fragilità.
Per il ministro Lucia Azzolina solo 300 professori avrebbero fatto richiesta di essere esonerati ma secondo i sindacati i numeri sono ben diversi e quando la scuola ripartirà, ci saranno sorprese sul fronte delle certificazioni mediche. «Quelli che vengono annunciati sono numeri falsi, dati ufficiali non esistono», sostiene la responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Poi ci sono i referenti Covid, almeno due per ogni plesso scolastico, secondo Giannelli quasi tutti i presidi li hanno già individuati e «stanno seguendo il corso online dell'Iss. Non devono avere conoscenze parasanitarie, come inizialmente si pensava», fa sapere il presidente Anp, preoccupato invece perché al centro-sud mancano ancora spazi.
«Si spera che con i fondi stanziati dal governo gli enti locali riescano almeno a prendere in affitto dei locali. Non ci saranno grandissimi problemi ma ricordiamoci che su 8 milioni di studenti, l'1% di studenti senza aule sono 80.000 ragazzi lasciati senza soluzioni», tiene a precisare Giannelli. Lunedì prossimo si vedrà quanti bus saranno messi a disposizione del trasporto scolastico, con quella percentuale di affollamento limitata all'80% che nessuno potrà controllare.
Non ultimo problema, secondo il calcolo di Tuttoscuola, sarà rappresentato dallo smaltimento di 11 milioni di mascherine usa e getta che verranno consegnate ogni giorno a studenti e personale scolastico in base alle raccomandazioni del Cts. A fine anno rappresenteranno quasi 9.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da smaltire.
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Risolto il contratto con la Nexus di Ostia, affiorano dubbi sul suo amministratore: avrebbe legami con un'azienda già fornitrice della Pa. Non c'è chiarezza sulle restanti dieci ditte vincitrici del bando e su come il commissario reperirà i 180.000 arredi perduti.Sono i bidelli a dover sanificare i locali, ma i fondi stanziati dal governo non bastano. Mentre i bambini rientrano in classe, rimangono 60.000 cattedre di ruolo vuote. La «call veloce» per gli spostamenti fuori regione è un flop.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono ditte che stando fabbricando arredi scolastici senza avere la certezza che il loro contratto venga onorato e che i banchi arrivino nelle scuole? Invitalia, l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa di cui è amministratore delegato Domenico Arcuri, ha infatti spiegato alla Verità che sono ancora in corso «le verifiche di tutti i contratti. Quando saranno ultimate renderemo noto l'elenco delle aziende che hanno ottenuto l'appalto». La precisazione seguiva alla nota con cui Invitalia - e non la presidenza del Consiglio, come dovrebbe essere, visto che il commissario straordinario è stato nominato dal premier Giuseppe Conte - informava che era stato «ritirato» il contratto con la ditta Nexus made Srl di Ostia, indicata in un'interrogazione della Lega come una delle undici vincitrici della gara, sebbene avesse un capitale sociale di 4.000 euro e un fatturato annuo di 400.000 euro l'anno. Si occupa di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi», eppure si è impegnata a fornire 180.000 banchi al costo di 247,80 euro l'uno, aggiudicandosi un appalto di quasi 45 milioni di euro. «Le verifiche effettuate sui prodotti offerti dalla Nexus made Srl hanno evidenziato che i banchi, di cui si è richiesto un prototipo, non corrispondevano alle caratteristiche indicate in sede di gara», spiegava Invitalia, senza chiarire come mai il commissario Arcuri avesse già visto e respinto arredi scolastici non consegnati.Su questo aspetto, l'onorevole leghista Claudio Borghi ha un terribile presentimento: «Se la storia del prototipo fosse un pretesto per sopprimere il contratto, una volta che la vicenda è diventata di dominio pubblico, e se quel banco non fosse mai arrivato, la risoluzione sarebbe nulla». Oltre al danno, la beffa. Arcuri aveva aggiunto: «Se altre società, tra le undici vincitrici, non fossero riuscite a dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni», oltre che «del fatturato di settore negli ultimi tre anni», come richiesto dalle procedure di gara, altri contratti verranno respinti al mittente. A pochi giorni dall'inizio delle lezioni. Nel settore dei produttori di arredi scolastici non si hanno dubbi: Arcuri sta svolgendo trattative private, post bando, per garantirsi le produzioni mancanti. Non in base al Codice degli appalti ma in virtù dell'urgenza, per poi poter dire che ha risolto l'emergenza. Come se non bastasse, il mistero sulla ditta di Ostia si va infittendo. Su Facebook figura il profilo di tale Aubry Franco. L'uomo dichiara di lavorare come elettricista («dal 2004 a oggi») per Sater4show, una società che, tra sito Internet e pagina social, esibisce diverse commesse governative: una conferenza del 2003, un evento dell'Interpol nel 2012 e, addirittura, i G7 di Taormina e Ischia (maggio e ottobre 2017). Curiosamente, il Franco Aubry elettricista della Sater4show è omonimo del Franco Aubry amministratore unico della Nexus (al cui capitale iniziale ha contribuito con 100 dei 4.000 euro totali: i restanti 3.900 li ha messi Fabio Aubry). Sono la stessa persona? L'Aubry di Facebook dice di essere nato a Frascati e di risiedere a Roma. Quello della visura catastale della Nexus, invece, risulta nato a Marino e residente a Frascati. Certo, se fossero due individui diversi, ci troveremmo dinanzi a una coincidenza unica: identico nome, età compatibili (l'uomo della visura è nato nel 1973, quello del social network, dalle foto, dimostra tra i 40 e i 50 anni), gravitano entrambi nell'area dei Castelli e fanno pure lo stesso lavoro. «È evidente che sono la stessa persona», garantisce Borghi. «C'è anche una foto della sede della Nexus in via Consalvo 2, a Ostia: sulla cassetta delle lettere compare pure il nome della Sater», anche se, ufficialmente, la sede legale di quest'ultima è situata in zona Casal Lumbroso. «Cosa può raccontarci, in proposito, il signor Aubry?». D'altronde, spulciando le attività che costituiscono l'oggetto sociale della Nexus, si trovano «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Opere da elettricisti, appunto. Molto simili ai lavori svolti dalla Sater4show, inoltre, sono la «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», nonché la produzione di «allestimenti scenografici».«È una vicenda dai connotati gravissimi», conclude Borghi. «Un appalto del genere affidato a una ditta con un unico dipendente, per di più in cassa integrazione. E ora si aggiungono i sospetti sui legami del titolare della Nexus con un'azienda già fornitrice della Pa. Continueremo a chiedere chiarimenti e, se necessario, adiremo le vie legali». Una linea durissima, ribadita in serata, a Tg2 Post, dal leader del partito, Matteo Salvini, che si è detto «pronto ad andare in Procura». Una critica netta all'operato di Arcuri, ieri, è arrivata da Anna Ascani, viceministro dell'Istruzione in quota Pd. A Repubblica ha cercato di spiegare il perché dei ritardi nella consegna degli arredi scolastici, che in molti istituti non arriveranno prima di novembre o dicembre: «Sapevamo che un Paese che produce 200.000 banchi all'anno non può produrne 2 milioni e mezzo in un mese. Questione non nuova, quella della missione impossibile imposta dal bando Arcuri e che già a luglio aveva provocato le reazioni dei fabbricanti, increduli che si potessero esigere 3 milioni di pezzi in così poche settimane. La novità, oggi, è che è il viceministro dell'Istruzione a prendere le distanze dal commissario. Il quale, a maggio, si era lamentato delle lungaggini del Cts: «Io non posso inviare le mascherine perché voi me lo impedite e non vi prendete neppure la responsabilità dei ritardi», scriveva piccato ai tecnici. Arcuri vorrebbe tanto correre anche adesso, ma, ahimè, i fabbricanti di banchi sono flemmatici pure loro. Domenico Arcuri è rock, il mondo attorno a lui è lento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ci-sono-troppi-misteri-sotto-i-banchi-di-arcuri-2647499302.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-unaltra-grana-per-la-azzolina-alle-scuole-mancano-100-000-bidelli" data-post-id="2647499302" data-published-at="1599520169" data-use-pagination="False"> Ecco un’altra grana per la Azzolina. Alle scuole mancano 100.000 bidelli Mancano bidelli. Chiamateli pure collaboratori scolastici ma il loro numero non cambia. «Poco più di 100.000, dati esatti non ne abbiamo. Nemmeno il ministero dell'Istruzione ce li fornisce», fa sapere Anna Maria Santoro, responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Saranno quelli che apriranno e chiuderanno i cancelli, sorvegliando arrivi e partenze, puliranno aule e bagni, disinfetteranno ogni spazio. Sono preziosi ma ignorati. Da anni viene chiesto il potenziamento del cosiddetto personale Ata, però nemmeno in tempi di Covid 19 il governo ha pensato di aumentarne la presenza. «L'incremento di organico per l'emergenza è stato finanziato in modo da garantire altre 70.000 presenze, tra docenti e personale Ata», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ogni ufficio scolastico regionale decide autonomamente come ripartire i fondi per le assunzioni, «il rapporto solitamente è di quattro docenti e un bidello, quindi parliamo di circa 15.000 nuovi collaboratori scolastici. Ne servirebbe almeno uno in più per ogni plesso scolastico, quindi 42.000», afferma Giannelli. La Santoro è pessimista, crede non saranno assunti più di 5.000 bidelli, malgrado le aumentate esigenze di 8 milioni di studenti e dei loro insegnanti. Roba da rendere impossibili tutte le sanificazioni imposte da comitati tecnici e vademecum dell'Iss. A Milano ieri sono state riaperte scuole materne e asili nido, con 19.000 bambini accolti nelle strutture comunali secondo ingressi scaglionati, tra gel disinfettanti, personale con mascherine e visiere. Molta attesa c'era per i primi 19 bambini della prima classe di una scuola materna a Vo' Euganeo, il comune padovano che ha registrato il primo decesso per Covid 19, mentre l'Alto Adige ieri ha fatto tornare ai banchi 91.797 tra bambini e ragazzi. Il conto alla rovescia per la ripartenza della maggior parte delle scuole il prossimo lunedì 14 continua a lasciare irrisolte molte questioni. Ci sono i 60.000 ruoli non assegnati che fanno innalzare a 200.000 il numero delle cattedre da occupare con supplenti: una su quattro. La «call veloce», che avrebbe permesso lo spostamento volontario fuori regione degli insegnanti, ha prodotto numeri ridicoli di domande andate a buon fine. Un fallimento annunciato, visto che con il blocco quinquennale della mobilità (trasferimenti e assegnazioni provvisorie), la maggior parte dei docenti ha preferito rimanere precaria ma vicina a casa, piuttosto che di ruolo al Nord lontana dalla famiglia e con spese aggiuntive. Rimane poi un'incognita: il numero dei docenti che chiederanno di restare a casa perché soggetti a rischio. Secondo la circolare ministeriale, il concetto di fragilità «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto». Non ci sarebbe automatismo tra età (l'Inail riportava come fragili i lavoratori over 55), salute e fragilità. Per il ministro Lucia Azzolina solo 300 professori avrebbero fatto richiesta di essere esonerati ma secondo i sindacati i numeri sono ben diversi e quando la scuola ripartirà, ci saranno sorprese sul fronte delle certificazioni mediche. «Quelli che vengono annunciati sono numeri falsi, dati ufficiali non esistono», sostiene la responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Poi ci sono i referenti Covid, almeno due per ogni plesso scolastico, secondo Giannelli quasi tutti i presidi li hanno già individuati e «stanno seguendo il corso online dell'Iss. Non devono avere conoscenze parasanitarie, come inizialmente si pensava», fa sapere il presidente Anp, preoccupato invece perché al centro-sud mancano ancora spazi. «Si spera che con i fondi stanziati dal governo gli enti locali riescano almeno a prendere in affitto dei locali. Non ci saranno grandissimi problemi ma ricordiamoci che su 8 milioni di studenti, l'1% di studenti senza aule sono 80.000 ragazzi lasciati senza soluzioni», tiene a precisare Giannelli. Lunedì prossimo si vedrà quanti bus saranno messi a disposizione del trasporto scolastico, con quella percentuale di affollamento limitata all'80% che nessuno potrà controllare. Non ultimo problema, secondo il calcolo di Tuttoscuola, sarà rappresentato dallo smaltimento di 11 milioni di mascherine usa e getta che verranno consegnate ogni giorno a studenti e personale scolastico in base alle raccomandazioni del Cts. A fine anno rappresenteranno quasi 9.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da smaltire.
Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
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Il sindaco di Genova Ilaria Salis (Ansa)
Titolo: «Il vero anno della giunta Salis». Con una precisazione che ha tutta l’aria di una stilettata: «Per i giornalisti accesso libero e domande libere». È il cuore dello scontro politico su una città in preda ad aggressioni, risse, accoltellamenti, degrado, bivacchi, paura nei quartieri centrali e polemiche sulla sicurezza. Il centrodestra genovese vuole mettere in fila tutto. E la conferenza arriva dopo una giornata pesantissima in Consiglio comunale. L’opposizione aveva chiesto alla sindaca di scusarsi per gli insulti rivolti alla minoranza. Salis, in quel momento, non era tra i banchi. Al suo rientro è stata nuovamente sollecitata a chiedere scusa. Non lo ha fatto. Poi, a fine seduta, ha dichiarato pubblicamente di essere rientrata in un’aula vuota.
Ma secondo i gruppi di opposizione quella ricostruzione sarebbe stata smentita dalle riprese ufficiali del Consiglio comunale. In aula, sostengono, erano presenti consiglieri di entrambi gli schieramenti. «Salis non si permetta più di parlare di trasparenza, perché è chiaro ed evidente che si tratta di un concetto a lei sconosciuto e che non le appartiene». La nota a firma dei capigruppo dell’opposizione, Alessandra Bianchi per Fratelli d’Italia, Paola Bordilli per la Lega, Pietro Piciocchi per Vince Genova, Ilaria Cavo (più votata in Consiglio comunale e parlamentare) per Orgoglio Genova-Noi moderati, Mario Mascia per Forza Italia e Sergio Gambino per il Gruppo misto, rende l’idea del clima.
Ma il vero fronte resta la sicurezza. Nelle stesse ore dello scontro politico a Palazzo Tursi, Genova era già dentro una nuova sequenza di cronaca. Martedì mattina, in poche ore, un uomo è finito accoltellato in vico delle Vigne dopo una spedizione punitiva a casa di tre algerini arrivati da poco in città, una quattordicenne, sulla Darsena, si è beccata un pugno in pieno volto da una ragazza che voleva rapinarla del cellulare, dei turisti hanno dovuto schivare un lancio di bottiglie scagliate da spacciatori e una lite tra due senza tetto finita a bastonate.
In Consiglio comunale era esploso sul tema sicurezza dopo il delitto di Pietro Alberto Paolo Signor ai giardini di villetta Di Negro. «Non fate gli avvoltoi su quello che è un problema endemico del Paese, l’assassino di Signor avrebbe dovuto essere rimpatriato quattro anni fa, dall’inizio del 2026 la polizia locale ha fermato 35 irregolari, sapete quanti ne sono stati rimpatriati? Zero», aveva attaccato Salis rivolgendosi al centrodestra. Una frase che, nel tentativo di scaricare sul governo il problema dei rimpatri, finisce però per certificare un dato politico: 35 irregolari fermati e nessun rimpatrio. Il tema torna anche nell’interrogazione presentata in aula dal consigliere di Fratelli d’Italia Valeriano Vacalebre sulla situazione di piazza Brignole e dei giardini vicini a via Galata. Secondo quanto riferito dal consigliere, i residenti denunciano frequentazioni problematiche soprattutto nelle ore serali e notturne, bivacchi, consumo di alcol, rifiuti lasciati ovunque e molestie ai passanti. Vacalebre sostiene che alcuni cittadini abbiano documentato tutto con fotografie e inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine e alla polizia locale. E riferisce anche che, secondo diverse testimonianze raccolte nella zona, tra le persone che gravitano negli assembramenti vi sarebbero minori non accompagnati provenienti da una struttura vicina. La sequenza, però, va avanti da mesi. Il 6 maggio Genova si sveglia con l’ennesima rissa nel centro storico, tra via Gramsci e ponte Parodi. Quattro stranieri senza fissa dimora e irregolari sul territorio si inseguono e si colpiscono a bottigliate poco prima dell’alba. Due i feriti.
Ma la sicurezza non è l’unico tema al centro del dibattito locale. Ieri è scoppiato il caso dei posti vip al concerto. Che, in una città già attraversata dalle polemiche, rischia di diventare il simbolo perfetto del modello Salis. La scena è questa: piazza della Vittoria trasformata nel grande palco dell’Rds Summer festival, migliaia di persone attese sotto il palco e un messaggio interno che comincia a circolare nelle chat della maggioranza. «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza». Accesso garantito all’area privilegiata davanti al palco, quella blindata dalle transenne e normalmente riservata agli ospiti vip. Settantadue posti in totale. Tutti destinati ai consiglieri della maggioranza e ai loro accompagnatori. Mentre il resto della piazza resta al di là dalle transenne. Il messaggio, che invita i consiglieri a ritirare «tassativamente» i biglietti al sesto piano di Palazzo Tursi, dettaglia persino la logistica dell’operazione: i ticket arriveranno venerdì mattina e dovranno essere ritirati durante la giornata. La sindaca salirà sul palco alle 21 per il saluto istituzionale. Politicamente è benzina. Perché l’immagine che passa è questa: la piazza è pubblica, ma la prima fila no. Da una parte i cittadini compressi dietro le barriere. Dall’altra gli amministratori con pass privilegiato sotto il palco. Mentre Genova discute di aggressioni e degrado, a Palazzo Tursi si organizzano gli ingressi vip per il concerto.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo dice senza giri di parole, con il tono del contabile arrivato alla resa dei conti: lo Stato deve uscire dalle banche. «Siamo legati a criteri di debito pubblico», spiega. E poi la frase che suona come un colpo di spugna su anni di interventi pubblici: «Dobbiamo uscire come da tutte le banche e valutare chi ci dà di più, come è sempre avvenuto». Insomma Mps va al miglior offerente. Punto. Senza poesie. Stesso destino, seguirà la ex Banca Popolare di Bari, ora ribattezzata Banca del Mezzogiorno. La storia dello Stato banchiere finisce qui. Il mercato non aspetta i sottotitoli.
Sul tavolo c’è l’offerta di Intesa Sanpaolo, che insieme a Unipol ha messo sul piatto carta e contanti per un valore complessivo di 30,6 miliardi. Premio del 12,5% rispetto alle valutazioni attuali del titolo Mps in Borsa e un messaggio implicito: vince chi paga di più. Non si vede all’orizzonte il «cavaliere bianco» del Nord della cui presenza si è molto favoleggiato. Dalle parti di Siena si affaccia solo Banco Bpm, che propone una fusione alla pari per costruire il secondo polo bancario del Paese. Altro linguaggio, stessa sostanza: chi comanda il territorio, comanda il futuro. Tuttavia l’offerta di Bpm, al momento non ha molta sostanza. Solo una «lettera d’amore» come l’ha definita Carlo Messina. gran regista dell’operazione
Nel mezzo l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, con i consulenti di Ubs e Bank of America, a fare stretching tra offerte «non concordate», «non sollecitate» e strategie che si scompongono come un puzzle troppo ambizioso.
L’operazione su Mps non è più una semplice partita bancaria: è un nuovo parametro del potere. E mentre il board di Mps prende tempo, la banca continua formalmente il percorso di integrazione con Mediobanca, con riunioni che scorrono tra il 22 e il 25 giugno come tappe di un calendario sempre più affollato.
Sullo sfondo, come un metronomo istituzionale, c’è anche la Bce che deve ancora pronunciarsi su alcune nomine chiave. E la «passivity rule» che imbriglia ogni eventuale reazione del management: per reagire serve il via libera degli azionisti. E quindi tempo. E quindi politica. La fusione fra Mps e Mediobanca può andare avanti? Chissà?
Poi come sempre la finanza incontra la geografia elettorale.
Non a caso, da Siena si alza la voce della sindaca Nicoletta Fabio: «Siena non può restare spettatrice», dice. E invoca un tavolo istituzionale permanente per difendere occupazione, radicamento e soprattutto identità. Insomma la banca non è solo una banca, è un pezzo di città.
Ancora più esplicito il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che si dice pronto a vigilare su ogni passaggio e rilancia il mantra identitario: Mps è la banca più antica del mondo, patrimonio da non disperdere, presidio del territorio e delle imprese. E soprattutto: niente incorporazioni «senza anima». Le amnesie però dilagano: sono state le amministrazioni di sinistra a rovinare sei secoli di storia. I consigli d’amministrazione di Mps graditi al Pci e ai suoi eredi hanno aperto un buco da trenta miliardi Adesso invocano il rispetto del territorio. Peccato che l’abbiano cosparso di sale.
La Borsa guarda da un’altra parte. Prende nota, i volumi salgono, e le ipotesi si moltiplicano come monete lanciate sul tavolo verde.
Sul piano internazionale, la vicenda non è passata inosservata: l’operazione su Mps avviata da Intesa e Unipol ha acceso l’attenzione delle grandi testate economiche globali, che leggono nella partita senese un altro capitolo del consolidamento europeo del credito.
Così si chiude il cerchio: Giorgetti vuole uscire dalle banche. Il mercato vuole entrarci meglio. Il Pd, come sempre, prova a farlo rientrare dalla porta laterale. Siena resta al centro del risiko. Mai davvero proprietaria della partita.
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