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2020-09-08
Tutti i misteri dei banchi di Arcuri
Domenico Arcuri (Salvatore Laporta, KONTROLAB, LightRocket via Getty Images)
Ci sono ditte che stando fabbricando arredi scolastici senza avere la certezza che il loro contratto venga onorato e che i banchi arrivino nelle scuole? Invitalia, l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa di cui è amministratore delegato Domenico Arcuri, ha infatti spiegato alla Verità che sono ancora in corso «le verifiche di tutti i contratti. Quando saranno ultimate renderemo noto l'elenco delle aziende che hanno ottenuto l'appalto». La precisazione seguiva alla nota con cui Invitalia - e non la presidenza del Consiglio, come dovrebbe essere, visto che il commissario straordinario è stato nominato dal premier Giuseppe Conte - informava che era stato «ritirato» il contratto con la ditta Nexus made Srl di Ostia, indicata in un'interrogazione della Lega come una delle undici vincitrici della gara, sebbene avesse un capitale sociale di 4.000 euro e un fatturato annuo di 400.000 euro l'anno. Si occupa di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi», eppure si è impegnata a fornire 180.000 banchi al costo di 247,80 euro l'uno, aggiudicandosi un appalto di quasi 45 milioni di euro. «Le verifiche effettuate sui prodotti offerti dalla Nexus made Srl hanno evidenziato che i banchi, di cui si è richiesto un prototipo, non corrispondevano alle caratteristiche indicate in sede di gara», spiegava Invitalia, senza chiarire come mai il commissario Arcuri avesse già visto e respinto arredi scolastici non consegnati.
Su questo aspetto, l'onorevole leghista Claudio Borghi ha un terribile presentimento: «Se la storia del prototipo fosse un pretesto per sopprimere il contratto, una volta che la vicenda è diventata di dominio pubblico, e se quel banco non fosse mai arrivato, la risoluzione sarebbe nulla». Oltre al danno, la beffa. Arcuri aveva aggiunto: «Se altre società, tra le undici vincitrici, non fossero riuscite a dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni», oltre che «del fatturato di settore negli ultimi tre anni», come richiesto dalle procedure di gara, altri contratti verranno respinti al mittente. A pochi giorni dall'inizio delle lezioni. Nel settore dei produttori di arredi scolastici non si hanno dubbi: Arcuri sta svolgendo trattative private, post bando, per garantirsi le produzioni mancanti. Non in base al Codice degli appalti ma in virtù dell'urgenza, per poi poter dire che ha risolto l'emergenza.
Come se non bastasse, il mistero sulla ditta di Ostia si va infittendo. Su Facebook figura il profilo di tale Aubry Franco. L'uomo dichiara di lavorare come elettricista («dal 2004 a oggi») per Sater4show, una società che, tra sito Internet e pagina social, esibisce diverse commesse governative: una conferenza del 2003, un evento dell'Interpol nel 2012 e, addirittura, i G7 di Taormina e Ischia (maggio e ottobre 2017).
Curiosamente, il Franco Aubry elettricista della Sater4show è omonimo del Franco Aubry amministratore unico della Nexus (al cui capitale iniziale ha contribuito con 100 dei 4.000 euro totali: i restanti 3.900 li ha messi Fabio Aubry). Sono la stessa persona? L'Aubry di Facebook dice di essere nato a Frascati e di risiedere a Roma. Quello della visura catastale della Nexus, invece, risulta nato a Marino e residente a Frascati. Certo, se fossero due individui diversi, ci troveremmo dinanzi a una coincidenza unica: identico nome, età compatibili (l'uomo della visura è nato nel 1973, quello del social network, dalle foto, dimostra tra i 40 e i 50 anni), gravitano entrambi nell'area dei Castelli e fanno pure lo stesso lavoro.
«È evidente che sono la stessa persona», garantisce Borghi. «C'è anche una foto della sede della Nexus in via Consalvo 2, a Ostia: sulla cassetta delle lettere compare pure il nome della Sater», anche se, ufficialmente, la sede legale di quest'ultima è situata in zona Casal Lumbroso. «Cosa può raccontarci, in proposito, il signor Aubry?».
D'altronde, spulciando le attività che costituiscono l'oggetto sociale della Nexus, si trovano «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Opere da elettricisti, appunto. Molto simili ai lavori svolti dalla Sater4show, inoltre, sono la «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», nonché la produzione di «allestimenti scenografici».
«È una vicenda dai connotati gravissimi», conclude Borghi. «Un appalto del genere affidato a una ditta con un unico dipendente, per di più in cassa integrazione. E ora si aggiungono i sospetti sui legami del titolare della Nexus con un'azienda già fornitrice della Pa. Continueremo a chiedere chiarimenti e, se necessario, adiremo le vie legali». Una linea durissima, ribadita in serata, a Tg2 Post, dal leader del partito, Matteo Salvini, che si è detto «pronto ad andare in Procura».
Una critica netta all'operato di Arcuri, ieri, è arrivata da Anna Ascani, viceministro dell'Istruzione in quota Pd. A Repubblica ha cercato di spiegare il perché dei ritardi nella consegna degli arredi scolastici, che in molti istituti non arriveranno prima di novembre o dicembre: «Sapevamo che un Paese che produce 200.000 banchi all'anno non può produrne 2 milioni e mezzo in un mese. Questione non nuova, quella della missione impossibile imposta dal bando Arcuri e che già a luglio aveva provocato le reazioni dei fabbricanti, increduli che si potessero esigere 3 milioni di pezzi in così poche settimane. La novità, oggi, è che è il viceministro dell'Istruzione a prendere le distanze dal commissario. Il quale, a maggio, si era lamentato delle lungaggini del Cts: «Io non posso inviare le mascherine perché voi me lo impedite e non vi prendete neppure la responsabilità dei ritardi», scriveva piccato ai tecnici. Arcuri vorrebbe tanto correre anche adesso, ma, ahimè, i fabbricanti di banchi sono flemmatici pure loro. Domenico Arcuri è rock, il mondo attorno a lui è lento.
Ecco un’altra grana per la Azzolina. Alle scuole mancano 100.000 bidelli
Mancano bidelli. Chiamateli pure collaboratori scolastici ma il loro numero non cambia. «Poco più di 100.000, dati esatti non ne abbiamo. Nemmeno il ministero dell'Istruzione ce li fornisce», fa sapere Anna Maria Santoro, responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Saranno quelli che apriranno e chiuderanno i cancelli, sorvegliando arrivi e partenze, puliranno aule e bagni, disinfetteranno ogni spazio. Sono preziosi ma ignorati.
Da anni viene chiesto il potenziamento del cosiddetto personale Ata, però nemmeno in tempi di Covid 19 il governo ha pensato di aumentarne la presenza. «L'incremento di organico per l'emergenza è stato finanziato in modo da garantire altre 70.000 presenze, tra docenti e personale Ata», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ogni ufficio scolastico regionale decide autonomamente come ripartire i fondi per le assunzioni, «il rapporto solitamente è di quattro docenti e un bidello, quindi parliamo di circa 15.000 nuovi collaboratori scolastici. Ne servirebbe almeno uno in più per ogni plesso scolastico, quindi 42.000», afferma Giannelli. La Santoro è pessimista, crede non saranno assunti più di 5.000 bidelli, malgrado le aumentate esigenze di 8 milioni di studenti e dei loro insegnanti. Roba da rendere impossibili tutte le sanificazioni imposte da comitati tecnici e vademecum dell'Iss.
A Milano ieri sono state riaperte scuole materne e asili nido, con 19.000 bambini accolti nelle strutture comunali secondo ingressi scaglionati, tra gel disinfettanti, personale con mascherine e visiere. Molta attesa c'era per i primi 19 bambini della prima classe di una scuola materna a Vo' Euganeo, il comune padovano che ha registrato il primo decesso per Covid 19, mentre l'Alto Adige ieri ha fatto tornare ai banchi 91.797 tra bambini e ragazzi. Il conto alla rovescia per la ripartenza della maggior parte delle scuole il prossimo lunedì 14 continua a lasciare irrisolte molte questioni.
Ci sono i 60.000 ruoli non assegnati che fanno innalzare a 200.000 il numero delle cattedre da occupare con supplenti: una su quattro. La «call veloce», che avrebbe permesso lo spostamento volontario fuori regione degli insegnanti, ha prodotto numeri ridicoli di domande andate a buon fine. Un fallimento annunciato, visto che con il blocco quinquennale della mobilità (trasferimenti e assegnazioni provvisorie), la maggior parte dei docenti ha preferito rimanere precaria ma vicina a casa, piuttosto che di ruolo al Nord lontana dalla famiglia e con spese aggiuntive.
Rimane poi un'incognita: il numero dei docenti che chiederanno di restare a casa perché soggetti a rischio. Secondo la circolare ministeriale, il concetto di fragilità «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto». Non ci sarebbe automatismo tra età (l'Inail riportava come fragili i lavoratori over 55), salute e fragilità.
Per il ministro Lucia Azzolina solo 300 professori avrebbero fatto richiesta di essere esonerati ma secondo i sindacati i numeri sono ben diversi e quando la scuola ripartirà, ci saranno sorprese sul fronte delle certificazioni mediche. «Quelli che vengono annunciati sono numeri falsi, dati ufficiali non esistono», sostiene la responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Poi ci sono i referenti Covid, almeno due per ogni plesso scolastico, secondo Giannelli quasi tutti i presidi li hanno già individuati e «stanno seguendo il corso online dell'Iss. Non devono avere conoscenze parasanitarie, come inizialmente si pensava», fa sapere il presidente Anp, preoccupato invece perché al centro-sud mancano ancora spazi.
«Si spera che con i fondi stanziati dal governo gli enti locali riescano almeno a prendere in affitto dei locali. Non ci saranno grandissimi problemi ma ricordiamoci che su 8 milioni di studenti, l'1% di studenti senza aule sono 80.000 ragazzi lasciati senza soluzioni», tiene a precisare Giannelli. Lunedì prossimo si vedrà quanti bus saranno messi a disposizione del trasporto scolastico, con quella percentuale di affollamento limitata all'80% che nessuno potrà controllare.
Non ultimo problema, secondo il calcolo di Tuttoscuola, sarà rappresentato dallo smaltimento di 11 milioni di mascherine usa e getta che verranno consegnate ogni giorno a studenti e personale scolastico in base alle raccomandazioni del Cts. A fine anno rappresenteranno quasi 9.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da smaltire.
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Risolto il contratto con la Nexus di Ostia, affiorano dubbi sul suo amministratore: avrebbe legami con un'azienda già fornitrice della Pa. Non c'è chiarezza sulle restanti dieci ditte vincitrici del bando e su come il commissario reperirà i 180.000 arredi perduti.Sono i bidelli a dover sanificare i locali, ma i fondi stanziati dal governo non bastano. Mentre i bambini rientrano in classe, rimangono 60.000 cattedre di ruolo vuote. La «call veloce» per gli spostamenti fuori regione è un flop.Lo speciale contiene due articoli.Ci sono ditte che stando fabbricando arredi scolastici senza avere la certezza che il loro contratto venga onorato e che i banchi arrivino nelle scuole? Invitalia, l'agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa di cui è amministratore delegato Domenico Arcuri, ha infatti spiegato alla Verità che sono ancora in corso «le verifiche di tutti i contratti. Quando saranno ultimate renderemo noto l'elenco delle aziende che hanno ottenuto l'appalto». La precisazione seguiva alla nota con cui Invitalia - e non la presidenza del Consiglio, come dovrebbe essere, visto che il commissario straordinario è stato nominato dal premier Giuseppe Conte - informava che era stato «ritirato» il contratto con la ditta Nexus made Srl di Ostia, indicata in un'interrogazione della Lega come una delle undici vincitrici della gara, sebbene avesse un capitale sociale di 4.000 euro e un fatturato annuo di 400.000 euro l'anno. Si occupa di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi», eppure si è impegnata a fornire 180.000 banchi al costo di 247,80 euro l'uno, aggiudicandosi un appalto di quasi 45 milioni di euro. «Le verifiche effettuate sui prodotti offerti dalla Nexus made Srl hanno evidenziato che i banchi, di cui si è richiesto un prototipo, non corrispondevano alle caratteristiche indicate in sede di gara», spiegava Invitalia, senza chiarire come mai il commissario Arcuri avesse già visto e respinto arredi scolastici non consegnati.Su questo aspetto, l'onorevole leghista Claudio Borghi ha un terribile presentimento: «Se la storia del prototipo fosse un pretesto per sopprimere il contratto, una volta che la vicenda è diventata di dominio pubblico, e se quel banco non fosse mai arrivato, la risoluzione sarebbe nulla». Oltre al danno, la beffa. Arcuri aveva aggiunto: «Se altre società, tra le undici vincitrici, non fossero riuscite a dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni», oltre che «del fatturato di settore negli ultimi tre anni», come richiesto dalle procedure di gara, altri contratti verranno respinti al mittente. A pochi giorni dall'inizio delle lezioni. Nel settore dei produttori di arredi scolastici non si hanno dubbi: Arcuri sta svolgendo trattative private, post bando, per garantirsi le produzioni mancanti. Non in base al Codice degli appalti ma in virtù dell'urgenza, per poi poter dire che ha risolto l'emergenza. Come se non bastasse, il mistero sulla ditta di Ostia si va infittendo. Su Facebook figura il profilo di tale Aubry Franco. L'uomo dichiara di lavorare come elettricista («dal 2004 a oggi») per Sater4show, una società che, tra sito Internet e pagina social, esibisce diverse commesse governative: una conferenza del 2003, un evento dell'Interpol nel 2012 e, addirittura, i G7 di Taormina e Ischia (maggio e ottobre 2017). Curiosamente, il Franco Aubry elettricista della Sater4show è omonimo del Franco Aubry amministratore unico della Nexus (al cui capitale iniziale ha contribuito con 100 dei 4.000 euro totali: i restanti 3.900 li ha messi Fabio Aubry). Sono la stessa persona? L'Aubry di Facebook dice di essere nato a Frascati e di risiedere a Roma. Quello della visura catastale della Nexus, invece, risulta nato a Marino e residente a Frascati. Certo, se fossero due individui diversi, ci troveremmo dinanzi a una coincidenza unica: identico nome, età compatibili (l'uomo della visura è nato nel 1973, quello del social network, dalle foto, dimostra tra i 40 e i 50 anni), gravitano entrambi nell'area dei Castelli e fanno pure lo stesso lavoro. «È evidente che sono la stessa persona», garantisce Borghi. «C'è anche una foto della sede della Nexus in via Consalvo 2, a Ostia: sulla cassetta delle lettere compare pure il nome della Sater», anche se, ufficialmente, la sede legale di quest'ultima è situata in zona Casal Lumbroso. «Cosa può raccontarci, in proposito, il signor Aubry?». D'altronde, spulciando le attività che costituiscono l'oggetto sociale della Nexus, si trovano «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Opere da elettricisti, appunto. Molto simili ai lavori svolti dalla Sater4show, inoltre, sono la «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», nonché la produzione di «allestimenti scenografici».«È una vicenda dai connotati gravissimi», conclude Borghi. «Un appalto del genere affidato a una ditta con un unico dipendente, per di più in cassa integrazione. E ora si aggiungono i sospetti sui legami del titolare della Nexus con un'azienda già fornitrice della Pa. Continueremo a chiedere chiarimenti e, se necessario, adiremo le vie legali». Una linea durissima, ribadita in serata, a Tg2 Post, dal leader del partito, Matteo Salvini, che si è detto «pronto ad andare in Procura». Una critica netta all'operato di Arcuri, ieri, è arrivata da Anna Ascani, viceministro dell'Istruzione in quota Pd. A Repubblica ha cercato di spiegare il perché dei ritardi nella consegna degli arredi scolastici, che in molti istituti non arriveranno prima di novembre o dicembre: «Sapevamo che un Paese che produce 200.000 banchi all'anno non può produrne 2 milioni e mezzo in un mese. Questione non nuova, quella della missione impossibile imposta dal bando Arcuri e che già a luglio aveva provocato le reazioni dei fabbricanti, increduli che si potessero esigere 3 milioni di pezzi in così poche settimane. La novità, oggi, è che è il viceministro dell'Istruzione a prendere le distanze dal commissario. Il quale, a maggio, si era lamentato delle lungaggini del Cts: «Io non posso inviare le mascherine perché voi me lo impedite e non vi prendete neppure la responsabilità dei ritardi», scriveva piccato ai tecnici. Arcuri vorrebbe tanto correre anche adesso, ma, ahimè, i fabbricanti di banchi sono flemmatici pure loro. Domenico Arcuri è rock, il mondo attorno a lui è lento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ci-sono-troppi-misteri-sotto-i-banchi-di-arcuri-2647499302.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-unaltra-grana-per-la-azzolina-alle-scuole-mancano-100-000-bidelli" data-post-id="2647499302" data-published-at="1599520169" data-use-pagination="False"> Ecco un’altra grana per la Azzolina. Alle scuole mancano 100.000 bidelli Mancano bidelli. Chiamateli pure collaboratori scolastici ma il loro numero non cambia. «Poco più di 100.000, dati esatti non ne abbiamo. Nemmeno il ministero dell'Istruzione ce li fornisce», fa sapere Anna Maria Santoro, responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Saranno quelli che apriranno e chiuderanno i cancelli, sorvegliando arrivi e partenze, puliranno aule e bagni, disinfetteranno ogni spazio. Sono preziosi ma ignorati. Da anni viene chiesto il potenziamento del cosiddetto personale Ata, però nemmeno in tempi di Covid 19 il governo ha pensato di aumentarne la presenza. «L'incremento di organico per l'emergenza è stato finanziato in modo da garantire altre 70.000 presenze, tra docenti e personale Ata», spiega Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi. Ogni ufficio scolastico regionale decide autonomamente come ripartire i fondi per le assunzioni, «il rapporto solitamente è di quattro docenti e un bidello, quindi parliamo di circa 15.000 nuovi collaboratori scolastici. Ne servirebbe almeno uno in più per ogni plesso scolastico, quindi 42.000», afferma Giannelli. La Santoro è pessimista, crede non saranno assunti più di 5.000 bidelli, malgrado le aumentate esigenze di 8 milioni di studenti e dei loro insegnanti. Roba da rendere impossibili tutte le sanificazioni imposte da comitati tecnici e vademecum dell'Iss. A Milano ieri sono state riaperte scuole materne e asili nido, con 19.000 bambini accolti nelle strutture comunali secondo ingressi scaglionati, tra gel disinfettanti, personale con mascherine e visiere. Molta attesa c'era per i primi 19 bambini della prima classe di una scuola materna a Vo' Euganeo, il comune padovano che ha registrato il primo decesso per Covid 19, mentre l'Alto Adige ieri ha fatto tornare ai banchi 91.797 tra bambini e ragazzi. Il conto alla rovescia per la ripartenza della maggior parte delle scuole il prossimo lunedì 14 continua a lasciare irrisolte molte questioni. Ci sono i 60.000 ruoli non assegnati che fanno innalzare a 200.000 il numero delle cattedre da occupare con supplenti: una su quattro. La «call veloce», che avrebbe permesso lo spostamento volontario fuori regione degli insegnanti, ha prodotto numeri ridicoli di domande andate a buon fine. Un fallimento annunciato, visto che con il blocco quinquennale della mobilità (trasferimenti e assegnazioni provvisorie), la maggior parte dei docenti ha preferito rimanere precaria ma vicina a casa, piuttosto che di ruolo al Nord lontana dalla famiglia e con spese aggiuntive. Rimane poi un'incognita: il numero dei docenti che chiederanno di restare a casa perché soggetti a rischio. Secondo la circolare ministeriale, il concetto di fragilità «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto». Non ci sarebbe automatismo tra età (l'Inail riportava come fragili i lavoratori over 55), salute e fragilità. Per il ministro Lucia Azzolina solo 300 professori avrebbero fatto richiesta di essere esonerati ma secondo i sindacati i numeri sono ben diversi e quando la scuola ripartirà, ci saranno sorprese sul fronte delle certificazioni mediche. «Quelli che vengono annunciati sono numeri falsi, dati ufficiali non esistono», sostiene la responsabile nazionale del dipartimento contrattazione scuola della Flc Cgil. Poi ci sono i referenti Covid, almeno due per ogni plesso scolastico, secondo Giannelli quasi tutti i presidi li hanno già individuati e «stanno seguendo il corso online dell'Iss. Non devono avere conoscenze parasanitarie, come inizialmente si pensava», fa sapere il presidente Anp, preoccupato invece perché al centro-sud mancano ancora spazi. «Si spera che con i fondi stanziati dal governo gli enti locali riescano almeno a prendere in affitto dei locali. Non ci saranno grandissimi problemi ma ricordiamoci che su 8 milioni di studenti, l'1% di studenti senza aule sono 80.000 ragazzi lasciati senza soluzioni», tiene a precisare Giannelli. Lunedì prossimo si vedrà quanti bus saranno messi a disposizione del trasporto scolastico, con quella percentuale di affollamento limitata all'80% che nessuno potrà controllare. Non ultimo problema, secondo il calcolo di Tuttoscuola, sarà rappresentato dallo smaltimento di 11 milioni di mascherine usa e getta che verranno consegnate ogni giorno a studenti e personale scolastico in base alle raccomandazioni del Cts. A fine anno rappresenteranno quasi 9.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati da smaltire.
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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