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2026-02-20
Effetto «Domino» sulle Ong: solidarietà come paravento per i fondi ad Hamas
Mohammad Hannoun (Ansa)
Quella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.
L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.
Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.
In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi».
La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?».
Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda.
Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici.
L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.
Col Ramadan parte la patrimoniale islamica
Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.
Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».
Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».
Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
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Nelle carte dell’inchiesta di Genova su Mohammad Hannoun emerge l’attivismo di gruppi per creare legami istituzionali intorno a flussi di denaro sospetti.Ramadan, non solo preghiera e digiuno ma anche una «decima». Obolo che non si sa dove finisce.Lo speciale contiene due articoliQuella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi». La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?». Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda. Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici. L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-paravento-per-fondi-hamas-2675286994.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-ramadan-parte-la-patrimoniale-islamica" data-post-id="2675286994" data-published-at="1771555465" data-use-pagination="False"> Col Ramadan parte la patrimoniale islamica Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
Se un poliziotto spara a un delinquente finisce sotto inchiesta, ma se un magistrato distrugge la vita di un innocente non paga mai. Gianluigi Paragone a valanga contro il sistema giudiziario italiano.