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2023-07-17
Chi prega campa cent’anni
(iStock)
Disertano la messa, però pregano anche d’estate: e fanno bene. Gli italiani con la fede intrattengono sempre più un rapporto «liquido», per dirla con Zygmunt Bauman, dato che ormai la vivono al di fuori dei riti e delle consuetudini. Come messo in luce da un recente sondaggio di Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, realizzato in collaborazione con il mensile il Timone, appena il 13% dei nostri connazionali va in chiesa ogni domenica. Eppure non si può dire che il fenomeno religioso sia estinto, come provano il successo sia dei pellegrinaggi sia della scelta, come meta estiva, di monasteri e strutture di spiritualità.
«Noi esistiamo da quasi 20 anni e facciamo da collegamento con circa 1.000 strutture», spiega alla Verità la signora Francesca di Istituti religiosi tour operator (Istituti-religiosi.org), che aggiunge: «Possiamo confermare che c’è una crescita dell’utenza. La gente si muove di più e poi molte famiglie scelgono monasteri o realtà religiose». Come mai questa scelta? «Per ragioni di costi. Sicuramente il fattore economico è la prima cosa. Ma non è il solo», sottolinea l’addetta di Istituti religiosi, facendo presente come «in queste strutture - che sono dappertutto: mare, montagna, collina o città - c’è un’accoglienza particolare. E quella che offrono è una vacanza che poi si ricorda». Vacanze religiose «che poi si ricordano» nell’Italia dove non c’è un paese senza campanile se ne possono fare moltissime. Anche per l’oggettivo fascino di diverse delle strutture in questione.
Un esempio è il monastero Santa Croce Bocca di Magra Ameglia (La Spezia), che è immerso in uno spettacolare parco di 10 ettari al cui interno sono ubicate diverse unità abitative tra cui «il Castello», una sontuosa villa patrizia trasformata per accogliere numerose persone in pensione. «C’è una frammentazione nell’utenza», racconta alla Verità padre Giustino Zoppi, che è a Santa Croce da tempo, «per esempio a giugno e luglio si vedono per qualche giorno più i nonni con i nipoti, mentre invece ad agosto arrivano anche famiglie con i bambini e si fermano anche una settimana, se non una decina di giorni». Padre Zoppi conferma che la secolarizzazione morde anche il turismo religioso, ma non tutto è perduto, anzi: «Possiamo dire che rispetto a quello che si vedeva negli anni Novanta e fino al 2004 c’è poi stata una flessione del numero di presenze. Ma la tenuta c’è, anzi da qualche anno si registra anche qualche piccolo segnale di crescita».
Quello che deve esser chiaro è che soggiornare in un monastero non è come stare in albergo. C’è qualcosa in meno, ma pure molto in più. «Offriamo questo servizio di ospitalità da molti anni e all’insegna della spiritualità», sottolinea il frate, «dato che siamo nati come casa di spiritualità; questo significa che nelle nostre camere non c’è la televisione e il wifi è presente solo all’ingresso». Insomma, meno lusso e più ricerca dell’essenzialità.
Attenzione però a pensare un simile genere di esperienze come solo per anziani o comunque famiglie avanti con gli anni, dato che attraggono anche un pubblico più giovane, giovanile e soprattutto social. Ne è un esempio Sara Alessandrini, 38 anni, che su Instagram – dove si presenta come «Catholic Travel blogger» - vanta oltre 30.000 follower e dove racconta proprio questo: visite e soggiorni tra chiese e monasteri.
«Quando mi trovo a viaggiare, prediligo l’ospitalità religiosa», spiega alla Verità, «perché questo mi porta a raccontare, attraverso il blog e i social, la mia esperienza e noto che un gran numero di persone sono incuriosite e interessate a vivere un soggiorno in un monastero o presso una struttura religiosa. Mi riferisco principalmente a singoli individui, coppie o famiglie». Quando le chiediamo cosa spinge e muove questo tipo di soggiorni, Alessandrini risponde che «le motivazioni sono diverse: molti sono interessati a vivere un’esperienza spirituale a 360°, condividendo i momenti di preghiera con i religiosi; altri sono attratti dai prezzi, in alcuni casi, calmierati; in altri casi c’è la volontà di vivere un’esperienza diversa dal solito».
La «Catholic Travel blogger» ritiene che questo tipo di esperienze, anche nell’Italia sempre più post cristiana di oggi, abbiano margini di sviluppo, confermando i riscontri dell’Istituti religiosi tour operator. «Dal mio punto di vista», spiega infatti Alessandrini, «il fenomeno è in crescita, anche se, non tutti conoscono la possibilità di soggiornare in un monastero o in strutture religiose. A questo punto, ritengo che il problema si sposti su un altro piano. Entra infatti in gioco il piano della comunicazione perché, oltre al fatto che, molti ignorano l’opportunità di soggiornare in un luogo religioso, c’è una reale difficoltà nel reperire i contatti delle strutture».
Stando così le cose, tanto più in una penisola come quella italiana - disseminata di abbazie ed eremi, circa 1.500 santuari e 30.000 chiese -, si può dunque davvero solo immaginare una crescita dell’interesse per i soggiorni spirituali. Il che ha ricadute senz’altro economiche e turistiche, ma potrebbe averne anche di sanitarie. Sì, perché pregare e frequentare luoghi di culto fa bene alla salute. Proprio così. Già nel 1999 uno studio uscito sulla rivista Demography ha messo in luce come, ad una frequenza regolare ai luoghi di culto che sia mantenuta come tale nel corso di tutta la propria esistenza da una persona, corrispondano non alcuni mesi - che non sarebbero comunque da buttar via -, bensì sette anni di aspettativa di vita in più.
Due anni più tardi, su Archives of Internal Medicine, uno studio su 596 pazienti che erano stati ricoverati presso un ospedale della Carolina del Nord ha appurato come, dopo due anni, 176 fossero deceduti e come, rispetto ad essi, i superstiti risultassero aver «frequentato la chiesa più frequentemente». Con un più recente studio del 2016 su Jama Internal Medicine, realizzato considerando un campione assai vasto - quasi 75.000 donne - relativamente ad un arco temporale di oltre 15 anni, si è altresì osservato come, all’aumento della frequenza ai luoghi di culto, diminuisse il rischio di morire rispetto al medesimo periodo di riferimento, e neppure di poco: dal 13 fino al 33%.
La faccenda è talmente seria che due studiosi di Harvard, Tyler J. VanderWeele e Brendan Case, in un articolo del 2021 hanno apertamente denunciato come «l’abbandono della religione» stia «danneggiando anche il benessere di coloro che hanno smesso di frequentare le chiese». E questo perché «la partecipazione religiosa promuove fortemente la salute e il benessere», con il risultato che gli effetti negativi della disaffezione religiosa «sono destinati ad aumentare nei prossimi anni». «Numerosi studi di ricerca ampi e ben progettati», hanno sottolineato VanderWeele e Case, «hanno scoperto che la frequenza al servizio religioso è associata a una maggiore longevità, meno depressione, meno suicidi, meno fumo, meno abuso di sostanze, migliore sopravvivenza al cancro e alle malattie cardiovascolari, meno divorzi, maggiore sostegno sociale, maggiore significato nella vita, maggiore soddisfazione esistenziale, più volontariato e maggiore impegno civico».
Ne consegue come il ritorno degli italiani a messa sarebbe auspicabile non solo per motivi spirituali. Se le istituzioni decidessero infatti di incoraggiare i soggiorni in conventi e monasteri farebbero senza dubbio un affare. E non solo per il turismo religioso, che pure è balsamo per l’economia, ma per le stesse casse dell’erario.
Ma occhio alla pseudo devozione delle sette
«Le sette non sono tutte sataniche, ma tutte sono diaboliche». Queste parole di don Aldo Bonaiuto, il sacerdote animatore del Servizio AntiSette della Comunità Giovanni XXII, spiegano meglio d’ogni manuale la pericolosità di un fenomeno sì minoritario nella mappa della religiosità italiana, ma grave. E che si può ritenere «diabolico» in quanto caratterizzato dall’isolamento - dal greco, il diavolo è proprio «colui che divide» - che le realtà settarie puntualmente determinano per gli adepti. Le stime non sono semplici, ma pare in Italia ci siano circa 500 sette. Il punto è che si tratta verosimilmente della punta dell’iceberg.
Secondo quanto messo in luce da Codacons nel maggio 2022, 500 sarebbero infatti solo le sette in qualche misura «ufficiali». Ma sotto la superficie di questa stima c’è tutto un mondo. Gli italiani coinvolti - in modo costante o almeno saltuario - in questa realtà sarebbero oltre due milioni. Sono soprattutto giovani: il 35% degli adepti pare infatti abbia meno di 30 anni. La galassia settaria è molto variegata, anche se per lo più composta da organizzazioni spesso segrete dedite a culti e dottrine particolari, guidate da leader carismatici e alla continua caccia di adepti.
Sempre per Codacons, il 40% del totale di queste sigle è rappresentato dalle «psicosette» - gruppi di studio finalizzati cioè a «potenziare la mente» - il 30% delle sette è dedicato invece al satanismo e allo spiritismo, mentre il 15% sono sette «pseudo-religiose». Come hanno spiegato più volte esperti del calibro del sociologo Massimo Introvigne, i satanisti organizzati e quindi inseriti appieno in un ambito di vero e proprio culto in Italia non sono tantissimi, essendo nell’ordine di qualche centinaio. Ci sono però alcune migliaia di soggetti - e nessuno può dire quanti siano esattamente - i quali, per citare sempre Introvigne, «seguono una sorta di fai da te del satanismo, si nutrono di contatti con la subcultura satanica, non pubblicano nulla, non hanno né sedi, né riviste e restano nella clandestinità finché non succede qualcosa che li mette in luce e generalmente si tratta di un fatto grave».
Resta, per dirla con don Bonaiuto, che pure se non sataniche in senso stretto, le sette sono comunque «diaboliche». Va anche detto che non ci sono categorie che ne sono al riparo. «Nessuno è immune al richiamo di una setta», ha spiegato Lorita Tinelli, psicologa pugliese da anni in prima linea contro gli abusi compiuti da sette e sedicenti guru spirituali, aggiungendo che nella sua «lunga esperienza ho conosciuto persone di tutti i tipi che hanno aderito a vari gruppi settari, anche con livelli scolastici molto elevati. L’unica caratteristica che accomuna i possibili seguaci è uno stato di fragilità emotiva, che può accadere ad ognuno di noi in qualsiasi momento della vita».
Il reclutamento avviene spesso su internet e, da questo punto di vista, la pandemia e l’isolamento da lockdown, spiegano gli esperti, hanno senza alcun dubbio peggiorato le cose.
«Nella cura dei malati la spiritualità ha un ruolo centrale»
Non sono tanti, in Italia, gli studiosi dei benefici che l’assistenza spirituale può dare alla salute individuale. Fa eccezione Stefania Palmisano, sociologa e docente dall’Università di Torino.
Professoressa, quanto è importante l’assistenza spirituale nei luoghi di cura?
«Sta diventando un tema sempre più attuale. Il crescente pluralismo delle fedi che interessa la società nel suo complesso si riflette anche all’interno degli ospedali, dove si trova un’utenza formata da pazienti non più solo cattolici, ma anche protestanti, musulmani, buddhisti, induisti o appartenenti a religioni minoritarie, come i Testimoni di Geova, con esigenze specifiche a proposito, per esempio, delle scelte alimentari, delle trasfusioni di sangue, del trattamento della salma, di cui occorre tener conto durante il percorso terapeutico. In Italia la figura dell’assistente religioso e spirituale non è integrata nell’équipe medica, ma svolge una funzione complementare e interviene di solito su richiesta dei pazienti o dei loro familiari. L’assistenza spirituale ha una sua tradizione consolidata nel contesto della medicina palliativista, ma il bisogno di spiritualità non è esclusivo dei pazienti con patologie terminale: si riscontra anche in chi soffre di patologie severe come quelle croniche».
Esistono benefici tangibili per la vita del paziente assistito nella preghiera e nella meditazione?
«L’esperienza di una patologia severa, cronica o terminale, si accompagna spesso a domande e bisogni di natura religiosa o spirituale. Un numero crescente di ricerche a livello internazionale mostra come il rispondere a queste domande e bisogni abbia effetti migliorativi sulla qualità di vita del paziente, favorendo l’attuazione di strategie di fronteggiamento rispetto alla malattia, l’attribuzione di significato alla sofferenza, la riduzione degli stati emotivi di disagio, stress e paura e, non da ultimo, un coinvolgimento attivo e partecipato del malato nella relazione clinica con medici e infermieri. La spiritualità, quindi, rappresenta una componente fondamentale della salute dell’individuo, intendendo la salute come la condizione di benessere che deriva dall’integrazione, in chiave olistica, degli aspetti fisici, psicologici, sociali e spirituali che caratterizzano la persona».
David DeSteno, docente di psicologia alla Northeastern University, ha scritto che «anziché deridere la religione, dovremmo studiare rituali e pratiche spirituali per comprenderne l’influenza e ricavarne tecniche e terapie».
«Le scienze mediche hanno dato finora poco spazio alla spiritualità. La ragione risiede nel fatto che lo “sguardo clinico” che caratterizza la medicina moderna si rivolge innanzitutto al corpo e concepisce la malattia, per usare un termine inglese, come disease, ovvero come un problema organico che deve essere affrontato attraverso interventi terapeutici che possano produrre effetti misurabili. Tener conto della dimensione spirituale associata a una patologia significa, invece, richiamare una concezione diversa della malattia, più corrispondente al termine inglese illness, cioè la malattia come esperienza soggettiva del paziente che soffre e che è portatore di un punto di vista personale. Oggi si fa comunque strada una rinnovata sensibilità che pone le basi per un modello di “cura spirituale” intesa come l’attenzione professionale degli operatori sanitari - i medici e soprattutto gli infermieri -, verso i bisogni di natura religiosa e spirituale che gli individui esprimono quando fanno esperienza di una patologia severa».
Rispetto a questo, a che punto è l’Italia?
«In Italia l’implementazione della cura spirituale nelle pratiche cliniche e nei luoghi di cura sta muovendo ancora i suoi primi passi. Il progetto “Le religioni in ospedale. Integrare spiritualità e medicina nelle pratiche di cura” che ho diretto presso l’Università di Torino tra il 2020 e il 2022 ha rappresentato una delle prime esperienze di ricerca sul campo per elaborare uno strumento efficace per raccogliere le storie di malattia dei pazienti ospedalizzati e per consentire agli operatori sanitari, in particolare gli infermieri, di rilevare grazie a queste storie i bisogni religiosi e spirituali dei malati. Dopo quel progetto ne abbiamo condotto un altro, a livello internazionale, dal titolo “From Cure to Care: Digital Education and Spiritual Assistance in Hospital Healthcare”, guidato dall’Università di Torino con il coinvolgimento di istituzioni accademiche in Irlanda, Spagna e Polonia».
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Sempre più ricerche attestano il legame tra frequentazione dei luoghi di culto, salute e longevità. Motivo in più per passare in estate qualche giorno in monastero. Una pratica in crescita pure tra i giovanissimi.Ma occhio alla pseudo devozione delle sette. Due milioni di italiani coinvolti. L’isolamento da lockdown ha facilitato i reclutamenti.«Nella cura dei malati la spiritualità ha un ruolo centrale». La sociologa Stefania Palmisano: «Rispondere ai bisogni religiosi dei pazienti aiuta la guarigione: anche nei nostri ospedali si comincia a capirlo».Lo speciale comprende tre articoliDisertano la messa, però pregano anche d’estate: e fanno bene. Gli italiani con la fede intrattengono sempre più un rapporto «liquido», per dirla con Zygmunt Bauman, dato che ormai la vivono al di fuori dei riti e delle consuetudini. Come messo in luce da un recente sondaggio di Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, realizzato in collaborazione con il mensile il Timone, appena il 13% dei nostri connazionali va in chiesa ogni domenica. Eppure non si può dire che il fenomeno religioso sia estinto, come provano il successo sia dei pellegrinaggi sia della scelta, come meta estiva, di monasteri e strutture di spiritualità. «Noi esistiamo da quasi 20 anni e facciamo da collegamento con circa 1.000 strutture», spiega alla Verità la signora Francesca di Istituti religiosi tour operator (Istituti-religiosi.org), che aggiunge: «Possiamo confermare che c’è una crescita dell’utenza. La gente si muove di più e poi molte famiglie scelgono monasteri o realtà religiose». Come mai questa scelta? «Per ragioni di costi. Sicuramente il fattore economico è la prima cosa. Ma non è il solo», sottolinea l’addetta di Istituti religiosi, facendo presente come «in queste strutture - che sono dappertutto: mare, montagna, collina o città - c’è un’accoglienza particolare. E quella che offrono è una vacanza che poi si ricorda». Vacanze religiose «che poi si ricordano» nell’Italia dove non c’è un paese senza campanile se ne possono fare moltissime. Anche per l’oggettivo fascino di diverse delle strutture in questione. Un esempio è il monastero Santa Croce Bocca di Magra Ameglia (La Spezia), che è immerso in uno spettacolare parco di 10 ettari al cui interno sono ubicate diverse unità abitative tra cui «il Castello», una sontuosa villa patrizia trasformata per accogliere numerose persone in pensione. «C’è una frammentazione nell’utenza», racconta alla Verità padre Giustino Zoppi, che è a Santa Croce da tempo, «per esempio a giugno e luglio si vedono per qualche giorno più i nonni con i nipoti, mentre invece ad agosto arrivano anche famiglie con i bambini e si fermano anche una settimana, se non una decina di giorni». Padre Zoppi conferma che la secolarizzazione morde anche il turismo religioso, ma non tutto è perduto, anzi: «Possiamo dire che rispetto a quello che si vedeva negli anni Novanta e fino al 2004 c’è poi stata una flessione del numero di presenze. Ma la tenuta c’è, anzi da qualche anno si registra anche qualche piccolo segnale di crescita».Quello che deve esser chiaro è che soggiornare in un monastero non è come stare in albergo. C’è qualcosa in meno, ma pure molto in più. «Offriamo questo servizio di ospitalità da molti anni e all’insegna della spiritualità», sottolinea il frate, «dato che siamo nati come casa di spiritualità; questo significa che nelle nostre camere non c’è la televisione e il wifi è presente solo all’ingresso». Insomma, meno lusso e più ricerca dell’essenzialità. Attenzione però a pensare un simile genere di esperienze come solo per anziani o comunque famiglie avanti con gli anni, dato che attraggono anche un pubblico più giovane, giovanile e soprattutto social. Ne è un esempio Sara Alessandrini, 38 anni, che su Instagram – dove si presenta come «Catholic Travel blogger» - vanta oltre 30.000 follower e dove racconta proprio questo: visite e soggiorni tra chiese e monasteri. «Quando mi trovo a viaggiare, prediligo l’ospitalità religiosa», spiega alla Verità, «perché questo mi porta a raccontare, attraverso il blog e i social, la mia esperienza e noto che un gran numero di persone sono incuriosite e interessate a vivere un soggiorno in un monastero o presso una struttura religiosa. Mi riferisco principalmente a singoli individui, coppie o famiglie». Quando le chiediamo cosa spinge e muove questo tipo di soggiorni, Alessandrini risponde che «le motivazioni sono diverse: molti sono interessati a vivere un’esperienza spirituale a 360°, condividendo i momenti di preghiera con i religiosi; altri sono attratti dai prezzi, in alcuni casi, calmierati; in altri casi c’è la volontà di vivere un’esperienza diversa dal solito».La «Catholic Travel blogger» ritiene che questo tipo di esperienze, anche nell’Italia sempre più post cristiana di oggi, abbiano margini di sviluppo, confermando i riscontri dell’Istituti religiosi tour operator. «Dal mio punto di vista», spiega infatti Alessandrini, «il fenomeno è in crescita, anche se, non tutti conoscono la possibilità di soggiornare in un monastero o in strutture religiose. A questo punto, ritengo che il problema si sposti su un altro piano. Entra infatti in gioco il piano della comunicazione perché, oltre al fatto che, molti ignorano l’opportunità di soggiornare in un luogo religioso, c’è una reale difficoltà nel reperire i contatti delle strutture». Stando così le cose, tanto più in una penisola come quella italiana - disseminata di abbazie ed eremi, circa 1.500 santuari e 30.000 chiese -, si può dunque davvero solo immaginare una crescita dell’interesse per i soggiorni spirituali. Il che ha ricadute senz’altro economiche e turistiche, ma potrebbe averne anche di sanitarie. Sì, perché pregare e frequentare luoghi di culto fa bene alla salute. Proprio così. Già nel 1999 uno studio uscito sulla rivista Demography ha messo in luce come, ad una frequenza regolare ai luoghi di culto che sia mantenuta come tale nel corso di tutta la propria esistenza da una persona, corrispondano non alcuni mesi - che non sarebbero comunque da buttar via -, bensì sette anni di aspettativa di vita in più.Due anni più tardi, su Archives of Internal Medicine, uno studio su 596 pazienti che erano stati ricoverati presso un ospedale della Carolina del Nord ha appurato come, dopo due anni, 176 fossero deceduti e come, rispetto ad essi, i superstiti risultassero aver «frequentato la chiesa più frequentemente». Con un più recente studio del 2016 su Jama Internal Medicine, realizzato considerando un campione assai vasto - quasi 75.000 donne - relativamente ad un arco temporale di oltre 15 anni, si è altresì osservato come, all’aumento della frequenza ai luoghi di culto, diminuisse il rischio di morire rispetto al medesimo periodo di riferimento, e neppure di poco: dal 13 fino al 33%.La faccenda è talmente seria che due studiosi di Harvard, Tyler J. VanderWeele e Brendan Case, in un articolo del 2021 hanno apertamente denunciato come «l’abbandono della religione» stia «danneggiando anche il benessere di coloro che hanno smesso di frequentare le chiese». E questo perché «la partecipazione religiosa promuove fortemente la salute e il benessere», con il risultato che gli effetti negativi della disaffezione religiosa «sono destinati ad aumentare nei prossimi anni». «Numerosi studi di ricerca ampi e ben progettati», hanno sottolineato VanderWeele e Case, «hanno scoperto che la frequenza al servizio religioso è associata a una maggiore longevità, meno depressione, meno suicidi, meno fumo, meno abuso di sostanze, migliore sopravvivenza al cancro e alle malattie cardiovascolari, meno divorzi, maggiore sostegno sociale, maggiore significato nella vita, maggiore soddisfazione esistenziale, più volontariato e maggiore impegno civico». Ne consegue come il ritorno degli italiani a messa sarebbe auspicabile non solo per motivi spirituali. Se le istituzioni decidessero infatti di incoraggiare i soggiorni in conventi e monasteri farebbero senza dubbio un affare. E non solo per il turismo religioso, che pure è balsamo per l’economia, ma per le stesse casse dell’erario. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-prega-campa-centanni-2662286060.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-occhio-alla-pseudo-devozione-delle-sette" data-post-id="2662286060" data-published-at="1689531430" data-use-pagination="False"> Ma occhio alla pseudo devozione delle sette «Le sette non sono tutte sataniche, ma tutte sono diaboliche». Queste parole di don Aldo Bonaiuto, il sacerdote animatore del Servizio AntiSette della Comunità Giovanni XXII, spiegano meglio d’ogni manuale la pericolosità di un fenomeno sì minoritario nella mappa della religiosità italiana, ma grave. E che si può ritenere «diabolico» in quanto caratterizzato dall’isolamento - dal greco, il diavolo è proprio «colui che divide» - che le realtà settarie puntualmente determinano per gli adepti. Le stime non sono semplici, ma pare in Italia ci siano circa 500 sette. Il punto è che si tratta verosimilmente della punta dell’iceberg. Secondo quanto messo in luce da Codacons nel maggio 2022, 500 sarebbero infatti solo le sette in qualche misura «ufficiali». Ma sotto la superficie di questa stima c’è tutto un mondo. Gli italiani coinvolti - in modo costante o almeno saltuario - in questa realtà sarebbero oltre due milioni. Sono soprattutto giovani: il 35% degli adepti pare infatti abbia meno di 30 anni. La galassia settaria è molto variegata, anche se per lo più composta da organizzazioni spesso segrete dedite a culti e dottrine particolari, guidate da leader carismatici e alla continua caccia di adepti. Sempre per Codacons, il 40% del totale di queste sigle è rappresentato dalle «psicosette» - gruppi di studio finalizzati cioè a «potenziare la mente» - il 30% delle sette è dedicato invece al satanismo e allo spiritismo, mentre il 15% sono sette «pseudo-religiose». Come hanno spiegato più volte esperti del calibro del sociologo Massimo Introvigne, i satanisti organizzati e quindi inseriti appieno in un ambito di vero e proprio culto in Italia non sono tantissimi, essendo nell’ordine di qualche centinaio. Ci sono però alcune migliaia di soggetti - e nessuno può dire quanti siano esattamente - i quali, per citare sempre Introvigne, «seguono una sorta di fai da te del satanismo, si nutrono di contatti con la subcultura satanica, non pubblicano nulla, non hanno né sedi, né riviste e restano nella clandestinità finché non succede qualcosa che li mette in luce e generalmente si tratta di un fatto grave». Resta, per dirla con don Bonaiuto, che pure se non sataniche in senso stretto, le sette sono comunque «diaboliche». Va anche detto che non ci sono categorie che ne sono al riparo. «Nessuno è immune al richiamo di una setta», ha spiegato Lorita Tinelli, psicologa pugliese da anni in prima linea contro gli abusi compiuti da sette e sedicenti guru spirituali, aggiungendo che nella sua «lunga esperienza ho conosciuto persone di tutti i tipi che hanno aderito a vari gruppi settari, anche con livelli scolastici molto elevati. L’unica caratteristica che accomuna i possibili seguaci è uno stato di fragilità emotiva, che può accadere ad ognuno di noi in qualsiasi momento della vita». Il reclutamento avviene spesso su internet e, da questo punto di vista, la pandemia e l’isolamento da lockdown, spiegano gli esperti, hanno senza alcun dubbio peggiorato le cose. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-prega-campa-centanni-2662286060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nella-cura-dei-malati-la-spiritualita-ha-un-ruolo-centrale" data-post-id="2662286060" data-published-at="1689531430" data-use-pagination="False"> «Nella cura dei malati la spiritualità ha un ruolo centrale» Non sono tanti, in Italia, gli studiosi dei benefici che l’assistenza spirituale può dare alla salute individuale. Fa eccezione Stefania Palmisano, sociologa e docente dall’Università di Torino. Professoressa, quanto è importante l’assistenza spirituale nei luoghi di cura? «Sta diventando un tema sempre più attuale. Il crescente pluralismo delle fedi che interessa la società nel suo complesso si riflette anche all’interno degli ospedali, dove si trova un’utenza formata da pazienti non più solo cattolici, ma anche protestanti, musulmani, buddhisti, induisti o appartenenti a religioni minoritarie, come i Testimoni di Geova, con esigenze specifiche a proposito, per esempio, delle scelte alimentari, delle trasfusioni di sangue, del trattamento della salma, di cui occorre tener conto durante il percorso terapeutico. In Italia la figura dell’assistente religioso e spirituale non è integrata nell’équipe medica, ma svolge una funzione complementare e interviene di solito su richiesta dei pazienti o dei loro familiari. L’assistenza spirituale ha una sua tradizione consolidata nel contesto della medicina palliativista, ma il bisogno di spiritualità non è esclusivo dei pazienti con patologie terminale: si riscontra anche in chi soffre di patologie severe come quelle croniche». Esistono benefici tangibili per la vita del paziente assistito nella preghiera e nella meditazione? «L’esperienza di una patologia severa, cronica o terminale, si accompagna spesso a domande e bisogni di natura religiosa o spirituale. Un numero crescente di ricerche a livello internazionale mostra come il rispondere a queste domande e bisogni abbia effetti migliorativi sulla qualità di vita del paziente, favorendo l’attuazione di strategie di fronteggiamento rispetto alla malattia, l’attribuzione di significato alla sofferenza, la riduzione degli stati emotivi di disagio, stress e paura e, non da ultimo, un coinvolgimento attivo e partecipato del malato nella relazione clinica con medici e infermieri. La spiritualità, quindi, rappresenta una componente fondamentale della salute dell’individuo, intendendo la salute come la condizione di benessere che deriva dall’integrazione, in chiave olistica, degli aspetti fisici, psicologici, sociali e spirituali che caratterizzano la persona». David DeSteno, docente di psicologia alla Northeastern University, ha scritto che «anziché deridere la religione, dovremmo studiare rituali e pratiche spirituali per comprenderne l’influenza e ricavarne tecniche e terapie». «Le scienze mediche hanno dato finora poco spazio alla spiritualità. La ragione risiede nel fatto che lo “sguardo clinico” che caratterizza la medicina moderna si rivolge innanzitutto al corpo e concepisce la malattia, per usare un termine inglese, come disease, ovvero come un problema organico che deve essere affrontato attraverso interventi terapeutici che possano produrre effetti misurabili. Tener conto della dimensione spirituale associata a una patologia significa, invece, richiamare una concezione diversa della malattia, più corrispondente al termine inglese illness, cioè la malattia come esperienza soggettiva del paziente che soffre e che è portatore di un punto di vista personale. Oggi si fa comunque strada una rinnovata sensibilità che pone le basi per un modello di “cura spirituale” intesa come l’attenzione professionale degli operatori sanitari - i medici e soprattutto gli infermieri -, verso i bisogni di natura religiosa e spirituale che gli individui esprimono quando fanno esperienza di una patologia severa». Rispetto a questo, a che punto è l’Italia? «In Italia l’implementazione della cura spirituale nelle pratiche cliniche e nei luoghi di cura sta muovendo ancora i suoi primi passi. Il progetto “Le religioni in ospedale. Integrare spiritualità e medicina nelle pratiche di cura” che ho diretto presso l’Università di Torino tra il 2020 e il 2022 ha rappresentato una delle prime esperienze di ricerca sul campo per elaborare uno strumento efficace per raccogliere le storie di malattia dei pazienti ospedalizzati e per consentire agli operatori sanitari, in particolare gli infermieri, di rilevare grazie a queste storie i bisogni religiosi e spirituali dei malati. Dopo quel progetto ne abbiamo condotto un altro, a livello internazionale, dal titolo “From Cure to Care: Digital Education and Spiritual Assistance in Hospital Healthcare”, guidato dall’Università di Torino con il coinvolgimento di istituzioni accademiche in Irlanda, Spagna e Polonia».
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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