Il vaccino come l’oro. Un mercato che vale 100 miliardi di dollari
Ansa
I colossi farmaceutici si sfidano per ottenere per primi l'antidoto. Usa e Ue investono, ma Big Pharma non rinuncerà ai guadagni.
La pandemia ha messo in ginocchio l'economia mondiale ma le grandi multinazionali tecnologiche hanno fatto utili da capogiro. I profitti aggiuntivi di Apple, Google, Facebook, Amazon e Microsoft hanno raggiunto i 39 miliardi di euro.
Lo speciale contiene due articoli.
Piatto ricco mi ci ficco. Un detto valido anche per le case farmaceutiche, che non appena hanno fiutato la montagna di potenziali guadagni si sono buttate a capofitto nel business del vaccino contro il Covid-19.
Stando all'elenco aggiornato pubblicato dal
New York Times, sono undici i vaccini nella «fase 3» della sperimentazione. Lo step nel quale, cioè, per usare le parole dell'Istituto superiore di sanità, prevede che il prodotto allo studio venga «somministrato a un numero assai più elevato di pazienti» rispetto alla prima e seconda fase al fine di «dimostrare il vantaggio preventivo o terapeutico ascrivibile al prodotto in esame».
Sulla carta un passaggio destinato a durare tra i due e i quattro anni, ma che nel caso del coronavirus potrebbe subire una fortissima accelerazione.
Ma occhio a illudersi perché la carità c'entra poco o nulla. La posta in gioco in termini di profitti per chi dovesse arrivare al traguardo è altissima. Secondo un'analisi elaborata dalla società di consulenza Evercore, il mercato del vaccino contro il Covid-19 potrebbe valere 100 miliardi di dollari di vendite (quasi 85 miliardi di euro) e 40 miliardi di dollari (circa 34 miliardi di euro) di profitti al netto delle tasse.
Comprensibile, dunque, che gli operatori farmaceutici stiano facendo a gara per arrivare primi al traguardo. Tra le aziende in pole position troviamo le americane Moderna, Pfizer, Novavax e Johnson&Johnson, la tedesca Biontech e la britannica-svedese Astrazeneca. Tutte sono arrivate all'ultimo gradino prima della diffusione al grande pubblico, con Pfizer-Biontech e Astrazeneca in lizza per ricevere l'autorizzazione entro fine anno e distribuire le primissime dosi già nei primi mesi del 2021.
Le proiezioni di vendita regalano numeri da capogiro. Tanto per dare un'idea dei possibili guadagni, di recente gli analisti di Svb Leerink, banca di investimenti specializzata nel settore sanitario, ha stimato che l'anno venturo la sola Pfizer potrebbe ricavare dalle vendite del vaccino anti-Covid ben 3,5 miliardi di dollari (3 miliardi di euro), per poi stabilizzarsi a 1,4 miliardi di dollari (1,2 miliardi di euro) negli anni successivi.
Secondo Svb Leerink, Pfizer potrebbe occupare il 50 per cento dell'intero mercato. Dal canto loro, i tecnici di Evercore invece punto sul vaccino a mRna allo studio di Moderna, potenzialmente in grado di assorbire fino al 40 per cento della domanda, seguito dal candidato di Novavax che invece sarebbe in grado di raggiungere una quota di mercato pari al 20 per cento. Sono solo ipotesi, ma nell'attesa che arrivino i veri guadagni questi titani si possono consolare con l'ottimo andamento in borsa. Grazie ai promettenti risultati della sperimentazione, il valore di mercato rispetto al 31 dicembre dell'anno scorso di Astrazeneca è salito del 4 per cento. Molto meglio hanno fatto Novavax (+4.300 per cento), Moderna (+323 per cento) e Biontech (+175 per cento).
Tutti i vaccini sono ancora nella fase sperimentale, ragion per cui ancora a metà ottobre la Commissione europea si è premurata di specificare in un documento ufficiale che «attualmente non si sa quale potenziale vaccino, se mai dovesse esserci, completerà con successo il processo di sviluppo e autorizzazione, in modo tale da soddisfare i criteri di efficacia e sicurezza per essere introdotto nel mercato dell'Unione europea».
Come dimostrano i recenti sviluppi, è sufficiente un minimo intoppo per bloccare i
trial clinici, ritardando di conseguenza l'immissione sul mercato. Basti pensare alla sospensione tutt'ora in corso da Johnson&Johnson oppure quella operata per qualche giorno da Astrazeneca (negli Stati Uniti però la sperimentazione è ancora sospesa), a causa di reazioni avverse sospette emerse in alcuni volontari.
Per adesso, nella fase di ricerca e sviluppo, gli introiti di Big Pharma sono stati garantiti dalle sovvenzioni statali. Una scommessa molto pericolosa per i Paesi che investono dal momento che se la ricerca dovesse fallire, come ha spiegato qualche mese fa il professor
Walter Ricciardi, «si perderà un investimento in cui pubblico e privato hanno condiviso un rischio».
Solo l'Unione europea ha messo sul piatto 2,7 miliardi di euro, mentre l'operazione Warp Speed ideata dalla Casa Bianca vale almeno quattro volte tanto. Nel mondo politico ci sono forti pressioni affinché, in virtù di questi stanziamenti, le aziende rinuncino ai profitti. Un impegno preso da alcune aziende a cui però in pochissimi credono. Le condizioni contrattuali sono
top secret, ma pare che Astrazeneca stia facendo siglare ai singoli Stati una clausola nella quale si ipotizza la fine della pandemia a luglio del 2021, data oltre la quale sarebbe autorizzata a guadagnare dalle vendite. E Stephen Hoge, presidente di Moderna, ha già messo nero su bianco che la sua azienda «non venderà il vaccino a prezzo di costo». Avevate per caso qualche dubbio?
Chi guadagna con il virus
Prendete la ricchezza prodotta da Friuli Venezia-Giulia, Sardegna e Trentino messi insieme. Oppure, se preferite, metà del prodotto interno lordo generato dalla città di Milano. E ancora, per usare un'altra immagine, quasi sette volte la circonferenza del nostro pianeta percorsa mettendo in fila quasi 2 miliardi di banconote da 50 euro. Sono solo alcuni esempi per quantificare i guadagni aggiuntivi rispetto alla media dei quattro anni precedenti, conseguiti ai tempi della pandemia dalle 32 aziende più redditizie al mondo. Una cifra che Oxfam, confederazione internazionale che si batte contro la povertà e le diseguaglianze, ha stimato pari a ben 109 miliardi di dollari, circa 92 miliardi di euro. Quasi mezzo miliardo di posti di lavoro persi e milioni di attività chiuse per sempre a causa dell'avanzata del coronavirus. Secondo stime della Fao, per colpa del patogeno 130 milioni di persone in più rischiano di soffrire di fame cronica.
Ma in questo scenario da incubo c'è chi ha lucrato, e anche tanto. Si tratta dei grandi colossi della tecnologia, delle telecomunicazioni, dell'e-commerce e della grande distribuzione organizzata. E naturalmente non poteva mancare il club di Big Pharma, quella manciata di case farmaceutiche che si è immediatamente buttata a capofitto nel business offerto dalla pandemia. «Il Covid-19 ha avuto conseguenze tragiche per molte persone in tutto il mondo ma ha anche beneficiato chi si trova all'apice della piramide distributiva», ha spiegato Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia, «a livello globale alcune grandi multinazionali, in particolare i colossi tecnologici, farmaceutici e del commercio online stanno registrando, senza particolari meriti produttivi, livelli di utili da capogiro, beneficiando della domanda eccezionale dei loro beni e servizi causata dalla pandemia, e applicando incrementi talvolta ingiustificati dei prezzi».
Scorrendo la classifica contenuta nel recente rapporto La pandemia dei profitti e dei poteri si trovano nomi più o meno noti al pubblico italiano. Presenti nell'elenco, ad esempio, Walmart e Home Depot. Entrambi americani, la prima rappresenta la più importante catena al mondo della grande distribuzione organizzata, la seconda invece un grande venditore al dettaglio di prodotti per la manutenzione della casa con più di 2.000 punti vendita in tutto il territorio degli Stati Uniti. Se per Walmart il successo (+6,7 miliardi di dollari di profitti) è giustificabile dall'esigenza di riempire il carrello di beni di prima necessità, Home Depot (+2,1 miliardi di dollari) ha basato il rilancio sulla rimodulazione del proprio business. «Gli investimenti fatti hanno aumentato significativamente la nostra agilità, permettendoci di rispondere prontamente ai cambiamenti in atto», ha dichiarato il presidente Craig Menear.
La parte del leone, però, la fanno i giganti del tech. Sui primi tre gradini del podio troviamo infatti Apple, Microsoft e Google. Mettendo insieme i profitti aggiuntivi delle «big four» (Apple, Google, Facebook e Amazon), si arriva già a 23 miliardi di euro, che salgono a 39 miliardi se si include anche Microsoft. «È la fine del mondo per come lo conosciamo, ma la tecnologia va alla grande», ha scritto parafrasando il noto brano dei Rem The Verge, uno dei siti web più importanti del settore. Nel primo semestre di quest'anno, Apple ha conseguito ricavi per 59,7 miliardi di dollari, pari a 50,4 miliardi di euro, battendo perfino le attese degli analisti. Rispetto all'anno precedente, un aumento a doppia cifra pari all'11%. A trainare il risultato le vendite di iPad (+31%) e computer Mac (+21,6%), anche se da solo con i suoi 26,4 miliardi di dollari (+1,7%) il comparto iPhone traina la baracca rappresentando quasi metà delle vendite totali.
Periodo d'oro anche per Microsoft, che al 30 giugno ha chiuso con 38 miliardi di dollari di ricavi (32 miliardi di euro), +13% rispetto al 2019, e un utile netto di 11,2 miliardi di dollari di dollari (9,5 miliardi di euro). Per la prima volta nella storia, le vendite dei servizi cloud hanno superato la soglia psicologica di 50 miliardi di dollari. Nella nota diffusa a margine della presentazione dei risultati, l'azienda di Redmond ha parlato, paradossalmente, dell'impatto positivo arrecato dal Covid-19. «L'utilizzo e la domanda dei servizi cloud è aumentata dal momento che i clienti continuano a lavorare da casa», spiegano gli analisti, «mentre il comparto personal computing beneficia dell'aumento della domanda a supporta di scenari nei quali lavoro, gioco e formazione si svolgono nelle abitazioni».
L'ascesa di Apple e Microsoft trova la sua ragione, dunque, nel forte incremento della richiesta di hardware e software per fronteggiare la permanenza a casa durante i lunghi lockdown. Discorso diverso per ciò che riguarda Facebook e Google, che da par loro possono vantare secondo i calcoli di Oxfam un eccesso di profitto da attribuire alla pandemia, rispettivamente, nella misura di 6,1 e 5,9 miliardi di dollari. Può sorridere Mark Zuckerberg, la cui piattaforma fino all'anno scorso sembrava condannata a un lento ma inesorabile declino, per essere soppiantata da social network più giovani come TikTok. E invece Facebok, forte anche della lunga esperienza maturata in questo campo, ha visto sorprendentemente aumentare il numero degli utenti attivi sia su base giornaliera (1,78 miliardi contro 1,66 di fine 2019, +7%) che mensile (2,7 miliardi contro 2,5 di fine anno passato, +8%). Ottimo risultato anche per i ricavi, che nel secondo trimestre 2020 fanno segnare il secondo miglior risultato di sempre attestandosi a 18,7 miliardi di dollari, il 97% dei quali rappresentati da introiti pubblicitari. Messo di fronte alla prova della pandemia, dunque, il modello Facebook funziona. Chiusa in casa, la gente sente il bisogno di tenersi in contatto con chi non può incontrare, e qua il social di Zuckerberg viene in aiuto. Non solo post sulla timeline, ma anche pagine, gruppi e chat di Messenger rappresentano una grande piazza digitale nella quale scambiarsi foto, emozioni, opinioni oppure, molto più banalmente, anche solo un saluto. Molto più cauto l'andamento di Google, che sconta l'assenza di un social vero e proprio e lega una parte dei suoi guadagni alla pubblicità delle piccole e medie aziende. Quelle cioè che sono rimaste più colpite dalla crisi causata dal coronavirus. Nel secondo trimestre di quest'anno, la capogruppo Alphabet ha registrato una diminuzione del 2% nei ricavi rispetto all'anno precedente, affossata dal -6% di vendite pubblicitarie di Youtube, ma fa ben sperare il +43% nei servizi cloud. Nonostante tutto, l'amministratore delegato Sundar Pichai rimane positivo: «Si vedono i primi segni di una stabilizzazione, data dal fatto che i nostri utenti riprendono le vendite online».
Capitolo a parte per Amazon, vero mattatore della pandemia, con 6,4 miliardi di profitto netto in più rispetto al 2019 (+95%). Senza dubbio Jeff Bezos è uno a cui piace vincere facile. Così, mentre tutto il mondo era sigillato tra le quattro mura domestiche, i corrieri recapitavano pacchi di ogni genere, evitando alle persone spostamenti inutili. Nel secondo trimestre 2020, Amazon ha fatto registrare un incremento delle vendite pari al 40%, mentre i profitti sono di fatto raddoppiati, passando dai 2,6 miliardi di dollari del 2019 ai 5,2 miliardi attuali.
L'azienda di Bezos, da sola, rappresenta oggi il 38% del fatturato e-commerce a livello mondiale. Grazie ai risultati conseguiti, dall'inizio dell'anno Amazon ha sfondato i 1.000 miliardi di dollari di valore di mercato, arrivando a sfiorare quota 1.600 miliardi proprio in questi giorni. Una formula geniale che ha permesso al suo creatore di salire in cima alla lista di paperoni della pandemia stilata da Forbes: +90 miliardi di dollari di ricchezza personale da metà marzo a metà ottobre, pari a una crescita che sfiora l'80%.
Ricordate Gordon Gekko, personaggio interpretato da un magistrale Michael Douglas nel film Wall Street? «L'avidità è una cosa buona, è giusta, funziona».
I colossi farmaceutici si sfidano per ottenere per primi l'antidoto. Usa e Ue investono, ma Big Pharma non rinuncerà ai guadagni. La pandemia ha messo in ginocchio l'economia mondiale ma le grandi multinazionali tecnologiche hanno fatto utili da capogiro. I profitti aggiuntivi di Apple, Google, Facebook, Amazon e Microsoft hanno raggiunto i 39 miliardi di euro. Lo speciale contiene due articoli. Piatto ricco mi ci ficco. Un detto valido anche per le case farmaceutiche, che non appena hanno fiutato la montagna di potenziali guadagni si sono buttate a capofitto nel business del vaccino contro il Covid-19. Stando all'elenco aggiornato pubblicato dal New York Times, sono undici i vaccini nella «fase 3» della sperimentazione. Lo step nel quale, cioè, per usare le parole dell'Istituto superiore di sanità, prevede che il prodotto allo studio venga «somministrato a un numero assai più elevato di pazienti» rispetto alla prima e seconda fase al fine di «dimostrare il vantaggio preventivo o terapeutico ascrivibile al prodotto in esame». Sulla carta un passaggio destinato a durare tra i due e i quattro anni, ma che nel caso del coronavirus potrebbe subire una fortissima accelerazione. Ma occhio a illudersi perché la carità c'entra poco o nulla. La posta in gioco in termini di profitti per chi dovesse arrivare al traguardo è altissima. Secondo un'analisi elaborata dalla società di consulenza Evercore, il mercato del vaccino contro il Covid-19 potrebbe valere 100 miliardi di dollari di vendite (quasi 85 miliardi di euro) e 40 miliardi di dollari (circa 34 miliardi di euro) di profitti al netto delle tasse. Comprensibile, dunque, che gli operatori farmaceutici stiano facendo a gara per arrivare primi al traguardo. Tra le aziende in pole position troviamo le americane Moderna, Pfizer, Novavax e Johnson&Johnson, la tedesca Biontech e la britannica-svedese Astrazeneca. Tutte sono arrivate all'ultimo gradino prima della diffusione al grande pubblico, con Pfizer-Biontech e Astrazeneca in lizza per ricevere l'autorizzazione entro fine anno e distribuire le primissime dosi già nei primi mesi del 2021. Le proiezioni di vendita regalano numeri da capogiro. Tanto per dare un'idea dei possibili guadagni, di recente gli analisti di Svb Leerink, banca di investimenti specializzata nel settore sanitario, ha stimato che l'anno venturo la sola Pfizer potrebbe ricavare dalle vendite del vaccino anti-Covid ben 3,5 miliardi di dollari (3 miliardi di euro), per poi stabilizzarsi a 1,4 miliardi di dollari (1,2 miliardi di euro) negli anni successivi. Secondo Svb Leerink, Pfizer potrebbe occupare il 50 per cento dell'intero mercato. Dal canto loro, i tecnici di Evercore invece punto sul vaccino a mRna allo studio di Moderna, potenzialmente in grado di assorbire fino al 40 per cento della domanda, seguito dal candidato di Novavax che invece sarebbe in grado di raggiungere una quota di mercato pari al 20 per cento. Sono solo ipotesi, ma nell'attesa che arrivino i veri guadagni questi titani si possono consolare con l'ottimo andamento in borsa. Grazie ai promettenti risultati della sperimentazione, il valore di mercato rispetto al 31 dicembre dell'anno scorso di Astrazeneca è salito del 4 per cento. Molto meglio hanno fatto Novavax (+4.300 per cento), Moderna (+323 per cento) e Biontech (+175 per cento). Tutti i vaccini sono ancora nella fase sperimentale, ragion per cui ancora a metà ottobre la Commissione europea si è premurata di specificare in un documento ufficiale che «attualmente non si sa quale potenziale vaccino, se mai dovesse esserci, completerà con successo il processo di sviluppo e autorizzazione, in modo tale da soddisfare i criteri di efficacia e sicurezza per essere introdotto nel mercato dell'Unione europea». Come dimostrano i recenti sviluppi, è sufficiente un minimo intoppo per bloccare i trial clinici, ritardando di conseguenza l'immissione sul mercato. Basti pensare alla sospensione tutt'ora in corso da Johnson&Johnson oppure quella operata per qualche giorno da Astrazeneca (negli Stati Uniti però la sperimentazione è ancora sospesa), a causa di reazioni avverse sospette emerse in alcuni volontari. Per adesso, nella fase di ricerca e sviluppo, gli introiti di Big Pharma sono stati garantiti dalle sovvenzioni statali. Una scommessa molto pericolosa per i Paesi che investono dal momento che se la ricerca dovesse fallire, come ha spiegato qualche mese fa il professor Walter Ricciardi, «si perderà un investimento in cui pubblico e privato hanno condiviso un rischio». Solo l'Unione europea ha messo sul piatto 2,7 miliardi di euro, mentre l'operazione Warp Speed ideata dalla Casa Bianca vale almeno quattro volte tanto. Nel mondo politico ci sono forti pressioni affinché, in virtù di questi stanziamenti, le aziende rinuncino ai profitti. Un impegno preso da alcune aziende a cui però in pochissimi credono. Le condizioni contrattuali sono top secret, ma pare che Astrazeneca stia facendo siglare ai singoli Stati una clausola nella quale si ipotizza la fine della pandemia a luglio del 2021, data oltre la quale sarebbe autorizzata a guadagnare dalle vendite. E Stephen Hoge, presidente di Moderna, ha già messo nero su bianco che la sua azienda «non venderà il vaccino a prezzo di costo». 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Una cifra che Oxfam, confederazione internazionale che si batte contro la povertà e le diseguaglianze, ha stimato pari a ben 109 miliardi di dollari, circa 92 miliardi di euro. Quasi mezzo miliardo di posti di lavoro persi e milioni di attività chiuse per sempre a causa dell'avanzata del coronavirus. Secondo stime della Fao, per colpa del patogeno 130 milioni di persone in più rischiano di soffrire di fame cronica. Ma in questo scenario da incubo c'è chi ha lucrato, e anche tanto. Si tratta dei grandi colossi della tecnologia, delle telecomunicazioni, dell'e-commerce e della grande distribuzione organizzata. E naturalmente non poteva mancare il club di Big Pharma, quella manciata di case farmaceutiche che si è immediatamente buttata a capofitto nel business offerto dalla pandemia. «Il Covid-19 ha avuto conseguenze tragiche per molte persone in tutto il mondo ma ha anche beneficiato chi si trova all'apice della piramide distributiva», ha spiegato Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia, «a livello globale alcune grandi multinazionali, in particolare i colossi tecnologici, farmaceutici e del commercio online stanno registrando, senza particolari meriti produttivi, livelli di utili da capogiro, beneficiando della domanda eccezionale dei loro beni e servizi causata dalla pandemia, e applicando incrementi talvolta ingiustificati dei prezzi». Scorrendo la classifica contenuta nel recente rapporto La pandemia dei profitti e dei poteri si trovano nomi più o meno noti al pubblico italiano. Presenti nell'elenco, ad esempio, Walmart e Home Depot. Entrambi americani, la prima rappresenta la più importante catena al mondo della grande distribuzione organizzata, la seconda invece un grande venditore al dettaglio di prodotti per la manutenzione della casa con più di 2.000 punti vendita in tutto il territorio degli Stati Uniti. Se per Walmart il successo (+6,7 miliardi di dollari di profitti) è giustificabile dall'esigenza di riempire il carrello di beni di prima necessità, Home Depot (+2,1 miliardi di dollari) ha basato il rilancio sulla rimodulazione del proprio business. «Gli investimenti fatti hanno aumentato significativamente la nostra agilità, permettendoci di rispondere prontamente ai cambiamenti in atto», ha dichiarato il presidente Craig Menear. La parte del leone, però, la fanno i giganti del tech. Sui primi tre gradini del podio troviamo infatti Apple, Microsoft e Google. Mettendo insieme i profitti aggiuntivi delle «big four» (Apple, Google, Facebook e Amazon), si arriva già a 23 miliardi di euro, che salgono a 39 miliardi se si include anche Microsoft. «È la fine del mondo per come lo conosciamo, ma la tecnologia va alla grande», ha scritto parafrasando il noto brano dei Rem The Verge, uno dei siti web più importanti del settore. Nel primo semestre di quest'anno, Apple ha conseguito ricavi per 59,7 miliardi di dollari, pari a 50,4 miliardi di euro, battendo perfino le attese degli analisti. Rispetto all'anno precedente, un aumento a doppia cifra pari all'11%. A trainare il risultato le vendite di iPad (+31%) e computer Mac (+21,6%), anche se da solo con i suoi 26,4 miliardi di dollari (+1,7%) il comparto iPhone traina la baracca rappresentando quasi metà delle vendite totali. Periodo d'oro anche per Microsoft, che al 30 giugno ha chiuso con 38 miliardi di dollari di ricavi (32 miliardi di euro), +13% rispetto al 2019, e un utile netto di 11,2 miliardi di dollari di dollari (9,5 miliardi di euro). Per la prima volta nella storia, le vendite dei servizi cloud hanno superato la soglia psicologica di 50 miliardi di dollari. Nella nota diffusa a margine della presentazione dei risultati, l'azienda di Redmond ha parlato, paradossalmente, dell'impatto positivo arrecato dal Covid-19. «L'utilizzo e la domanda dei servizi cloud è aumentata dal momento che i clienti continuano a lavorare da casa», spiegano gli analisti, «mentre il comparto personal computing beneficia dell'aumento della domanda a supporta di scenari nei quali lavoro, gioco e formazione si svolgono nelle abitazioni». L'ascesa di Apple e Microsoft trova la sua ragione, dunque, nel forte incremento della richiesta di hardware e software per fronteggiare la permanenza a casa durante i lunghi lockdown. Discorso diverso per ciò che riguarda Facebook e Google, che da par loro possono vantare secondo i calcoli di Oxfam un eccesso di profitto da attribuire alla pandemia, rispettivamente, nella misura di 6,1 e 5,9 miliardi di dollari. Può sorridere Mark Zuckerberg, la cui piattaforma fino all'anno scorso sembrava condannata a un lento ma inesorabile declino, per essere soppiantata da social network più giovani come TikTok. E invece Facebok, forte anche della lunga esperienza maturata in questo campo, ha visto sorprendentemente aumentare il numero degli utenti attivi sia su base giornaliera (1,78 miliardi contro 1,66 di fine 2019, +7%) che mensile (2,7 miliardi contro 2,5 di fine anno passato, +8%). Ottimo risultato anche per i ricavi, che nel secondo trimestre 2020 fanno segnare il secondo miglior risultato di sempre attestandosi a 18,7 miliardi di dollari, il 97% dei quali rappresentati da introiti pubblicitari. Messo di fronte alla prova della pandemia, dunque, il modello Facebook funziona. Chiusa in casa, la gente sente il bisogno di tenersi in contatto con chi non può incontrare, e qua il social di Zuckerberg viene in aiuto. Non solo post sulla timeline, ma anche pagine, gruppi e chat di Messenger rappresentano una grande piazza digitale nella quale scambiarsi foto, emozioni, opinioni oppure, molto più banalmente, anche solo un saluto. Molto più cauto l'andamento di Google, che sconta l'assenza di un social vero e proprio e lega una parte dei suoi guadagni alla pubblicità delle piccole e medie aziende. Quelle cioè che sono rimaste più colpite dalla crisi causata dal coronavirus. Nel secondo trimestre di quest'anno, la capogruppo Alphabet ha registrato una diminuzione del 2% nei ricavi rispetto all'anno precedente, affossata dal -6% di vendite pubblicitarie di Youtube, ma fa ben sperare il +43% nei servizi cloud. Nonostante tutto, l'amministratore delegato Sundar Pichai rimane positivo: «Si vedono i primi segni di una stabilizzazione, data dal fatto che i nostri utenti riprendono le vendite online». Capitolo a parte per Amazon, vero mattatore della pandemia, con 6,4 miliardi di profitto netto in più rispetto al 2019 (+95%). Senza dubbio Jeff Bezos è uno a cui piace vincere facile. Così, mentre tutto il mondo era sigillato tra le quattro mura domestiche, i corrieri recapitavano pacchi di ogni genere, evitando alle persone spostamenti inutili. Nel secondo trimestre 2020, Amazon ha fatto registrare un incremento delle vendite pari al 40%, mentre i profitti sono di fatto raddoppiati, passando dai 2,6 miliardi di dollari del 2019 ai 5,2 miliardi attuali. L'azienda di Bezos, da sola, rappresenta oggi il 38% del fatturato e-commerce a livello mondiale. Grazie ai risultati conseguiti, dall'inizio dell'anno Amazon ha sfondato i 1.000 miliardi di dollari di valore di mercato, arrivando a sfiorare quota 1.600 miliardi proprio in questi giorni. Una formula geniale che ha permesso al suo creatore di salire in cima alla lista di paperoni della pandemia stilata da Forbes: +90 miliardi di dollari di ricchezza personale da metà marzo a metà ottobre, pari a una crescita che sfiora l'80%. Ricordate Gordon Gekko, personaggio interpretato da un magistrale Michael Douglas nel film Wall Street? «L'avidità è una cosa buona, è giusta, funziona».
Un fermo immagine del podcast Politigram dell'11 luglio 2025
Nel podcast Politigram del luglio 2025 il generale escludeva «certamente» la nascita di una sua forza politica. E sosteneva che le voci su un suo partito fossero state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte», proprio per indebolire il centrodestra.
A volte la politica corre più veloce delle previsioni dei suoi protagonisti. E così, a distanza di un anno, fanno discutere alcune dichiarazioni rilasciate da Roberto Vannacci nel corso del podcast Politigram (circa 1:00:15), quando l'ipotesi di una sua formazione politica veniva liquidata come una suggestione priva di fondamento.
«Certamente escludo di fare un mio partito», affermava allora il generale, spiegando di considerare quelle indiscrezioni una costruzione alimentata dalla sinistra. Secondo Vannacci, infatti, le voci sulla nascita di un suo soggetto politico erano state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte messi insieme».
Non solo. L'attuale leader di Futuro Nazionale metteva in dubbio anche la possibilità di successo di un'eventuale iniziativa personale. «Negli ultimi 25 anni sono stati fatti oltre 100 nuovi partiti. Quanti ne sono sopravvissuti?», osservava, interrogandosi sulle reali prospettive di una forza politica costruita attorno alla sua figura. Nel ragionamento sviluppato durante l'intervista emergeva però soprattutto una valutazione di carattere strategico. Vannacci sosteneva che un suo eventuale partito avrebbe rischiato di indebolire il centrodestra. «Se io avessi fatto un partito, e se quel partito avesse avuto successo, metta che fosse arrivato al 5%, no? Io avrei spaccato la destra», spiegava. Il generale immaginava persino la possibile reazione di Matteo Salvini: «Se io fossi stato Salvini, non avrei mai accettato che il partito di Vannacci, traditore, entrasse nella coalizione di maggioranza». Da qui la conclusione che una simile operazione avrebbe finito per sottrarre consenso all'area politica di riferimento, trasformandolo, nelle sue stesse parole, «in un Renzi o in un Calenda a caso», capace di dividere anziché rafforzare lo schieramento. «Però hanno a che fare con un generale che non ci casca», concludeva allora Vannacci, respingendo l'ipotesi di una discesa in campo autonoma.
Parole che oggi, dopo la decisione di lasciare la Lega e dare vita a Futuro Nazionale con cui punta a presentarsi alle prossime elezioni politiche, assumono inevitabilmente un significato diverso. Una scelta che segna una netta distanza rispetto alle valutazioni espresse nel podcast e che riporta d'attualità quelle dichiarazioni rilasciate appena dodici mesi fa.
Prorogata sino al 5 luglio per il grande successo di pubblico, la mostra a Palazzo Reale di Milano è una delle più grandi e complete retrospettive mai dedicate al movimento dei Macchiaioli. Da Silvestro Lega a Telemaco Signorini, passando per Giovanni Fattori e Vincenzo Cabianca, esposte oltre 100 opere, prestiti dei più importanti musei italiani.
Siamo a Firenze, nel 1855. In un «Italia » ancora divisa e in grande fermento, un gruppo di giovani pittori toscani decide che la tradizione Accademica ha fatto il suo tempo. Si chiamano Fattori, Signorini, Lega, Abbati, Borrani, Sernesi e insieme decidono che è giunto il tempo di allontanarsi dalla retorica romantica portata all’eccesso, dal mito, dal classicismo esasperato per guardare il mondo in modo nuovo. Hanno sentore che qualcosa di importante sta per accadere e che la pittura deve aprirsi alla novità, tecnicamente e ideologicamente: la retorica e il mito devono lasciare spazio a uno sguardo laico, realista, che lascia poco posto (se non nessuno) alle celebrazioni.
Al posto del Grand Tour, delle «cartoline dal’Italia », c’è la Maremma, il lavoro nei campi, i butteri, le famiglie contadine, la vita domestica e agreste, quella vera, lontana dall'edulcorato stereotipo bucolico; ci sono i soldati stanchi e accampati nel fango (basti pensare ai soldati della battaglia di Magenta dipinti da Fattori). In una parola: c’è «il vero», il reale, ma rappresentato con «velocità», da forme costruite con la luce, da un colore steso a piatto. Bisogna dipingere en plein air (come faranno gli Impressionisti anni dopo…) per catturare il sole, la natura e la vita vissuta.
Ammiratori del realismo di Gustave Courbet , l’arte di questo gruppo di amici che nel 1856 elaborano la «poetica dei Macchiaioli»,è un’arte che vuole rappresentare il reale senza idealizzazioni, cogliere il senso delle cose nella totalità, senza perdersi nei dettagli, nei contorni e nelle sfumature. La loro pittura, fatta di colori netti e definiti, chiari e scuri che si alternano in blocchi contrapposti, è una pittura definita appunto «a macchie», dove la forma esiste perchè creata dalla luce e la realtà altro non è che un insieme di «getti di luce», in cui il passaggio da un oggetto all’altro avviene attraverso un cambiamento di colore. Nelle loro opere le figure sono appena abbozzate, i volti non definiti, contorni e sfumature tendono a sparire: tutti punti in comune con gli Impressionisti, che anticipano di circa un decennio. Ma i Macchiaoli non sono gli Impressionisti, tanto meno sono gli Impressionisti italiani, come qualcuno li ha definiti. I Macchiaioli sono una corrente a sè stante, con caratteristiche ed esponenti propri, un manipolo di artisti progressisti che in breve tempo ha saputo tracciare una delle pagine più poetiche della storia dell’arte locale (Toscana soprattutto), italiana ed europea: a raccontare l’entusiasmante avventura di questo movimento, incompreso dai contemporanei e rivalutato da critica, collezionisti e pubblico a partire dagli anni ’20 in poi, la grande mostra a Palazzo Reale , che ne traccia le vicende nel lasso di tempo che va dal 1848 (data cruciale per il Risorgimento italiano)al 1872, anno della morte di Giuseppe Mazzini, la cui scomparsa segnò anche la fine della carica rivoluzionaria di questi «artisti - patrioti», testimoni diretti della nascita della nostra Nazione.
La Mostra
Curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, il percorso espositivo si articola in nove grandi sezioni, che si aprono con i moti Risorgimentali del 1848 e terminano con una parte interamente dedicata a Milano, la citta della rivalutazione critica e della fortuna collezionistica del movimento. Ma al di là del percorso in sé, che affianca a capolavori di Fattori, Lega, Signorini, Cabianca e altri esponenti di punta del gruppo le opere di alcuni pittori del tempo (come i fratelli Induno o Domenico Morelli), questa mostra pone l’accento sul «sentire Nazionale» dei Macchiaioli, sulla loro convinta adesione ai moti Risorgimentali, sul loro nuovo concetto di «popolo», di cui immortalano con grande dignità la vita familiare o l’estenuante lavoro nei campi. Artisticamente e politicamente rivoluzionari, come ha ben sottolineato Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano«Questa grande mostra offre l’occasione di sottolineare un'evidenza storica: è in Italia, con i Macchiaioli, che si consuma per la prima volta in Europa la rottura più radicale con le regole dell’accademia. Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte. La loro rivoluzione – estetica, morale e civile – ha aperto la via alla modernità pittorica ed è parte profonda dell’identità culturale del nostro Paese. Con questa retrospettiva Milano celebra dunque non solo un movimento straordinario, ma una pagina fondativa della storia europea dell’arte».
Ricca di capolavori, fra cui spicca la straordinaria opera La toilette del mattino di Telemaco Signorini ( appartenuta ad Arturo Toscanini e fonte di ispirazione, come i dipinti militari di Fattori, per il grande film di Luchino ViscontiSenso, severa riflessione sul fallimento e le contraddizioni del Risorgimento italiano ), valore aggiunto dell’esposizione milanese 16 interessanti audio racconti (attivabili tramite QR code o app ) di tema storico, che trasformano il momento dell'ascolto dell’ audioguida in un'esperienza immersiva nuova e unica…
Primo romanzo di Diego Minonzio, direttore della «Provincia» di Como: spietato ritratto dei tic giornalistici, come quelli sui pezzi per i riti funebri. Ma il libro, parlando di lavoro, affronta il dramma del senso del vivere.
E una prova incontestabile che quella fosse la strategia giusta l’aveva avuta osservando, ammirato, l’esibizione del Grande Inviato Editorialista in quella che, probabilmente, rappresentava la specialità della casa, e cioè quando pennellava da par suo il ricordo commosso del notevole personaggio appena deceduto senza il quale nulla sarebbe stato più come prima, altro genere pseudo letterario nel quale una persona normale si sarebbe aspettata di veder espresso il massimo della contrizione, il massimo della compunzione, il massimo, soprattutto, dell’onestà intellettuale, grazie alle quali fornire al malcapitato lettore un affresco del notevole personaggio, spesso davvero notevole, in verità, e della sua avventura biografica e intellettuale e degli snodi, dei punti focali che avevano reso la sua opera, se non fondamentale, almeno oggettivamente significativa in un panorama già così depauperato da genialità e coraggio, in modo da fornire al mal-capitato lettore tutti gli strumenti grazie ai quali formarsi un giudizio limpido, autonomo ed equilibrato.
Questo, naturalmente, se loro avessero considerato il malcapitato lettore una persona degna, se non di stima, almeno di rispetto, anche solo per il fatto che, chissà perché, ogni giorno sborsava quei quattro spiccioli per comprare il loro quotidiano, mentre invece non facevano altro che considerarlo un decerebrato al quale erano autorizzati a servire la solita immonda razione che tanfava di spazzatura appena scoperchiata e che invece spacciavano, coprendosi di ridicolo, per sapido acume letterario, scandaglio etico delle emozioni, rarefatta sensibilità condivisa.
Si fosse scritto almeno una volta, almeno una volta nella vita, un articolo dedicato al notevole personaggio appena deceduto e senza il quale nulla sarebbe più stato come prima che, procedendo via via con la lettura, non diventasse inequivocabilmente spassoso, se non addirittura comico, una cosa da sganasciarsi dalle risate, con tutto il rispetto per il defunto, per carità, ma davvero una cosa da tenersi la pancia, da rotolarsi per terra, da picchiare i pugni sul tavolo. Innanzitutto, perché tutti i Grandi Inviati Editorialisti, ma proprio tutti, nessuno escluso, confidavano ai loro affezionati lettori di essere stati sinceri amici e intimi sodali del notevole personaggio appena deceduto - loro lo conoscevano bene - e di averne custodito con rigore e gratitudine le confidenze più segrete e gli aneddoti più preziosi e visto che i Grandi Inviati Editorialisti erano intere schiere, frotte e legioni a lui, anche una volta strappato, parecchio tempo dopo, quel decisivo scatto di carriera, veniva sempre più spesso l’inquietante sospetto di essere l’unico sprovveduto a non essere stato compagno fraterno del notevole personaggio appena deceduto e poi perché il preclaro collega chiamato addirittura personalmente dall’ancora più preclaro Direttore Responsabile a firmare quel pezzo decisivo per i destini dell’umanità non pensava neanche lontanamente a scrivere un pezzo sul notevole personaggio appena deceduto, ma sul notevole personaggio che era lui, e non c’è prova più provata che il notevole personaggio non fosse tanto il notevole personaggio appena deceduto, quanto invece il notevole personaggio chiamato a scrivere un ricordo indelebile del notevole personaggio appena deceduto e che ora non c’era più e senza il quale, non bisognava dimenticarlo mai, nulla sarebbe stato più come prima.
E il preclaro collega, infatti, iniziava tutto compunto e compreso nel ruolo, a parlare di quell’altro, che, come ovvio, se ne era andato in punta di piedi, perché andarsene in punta di piedi era un passaggio obbligatorio, un passaggio da manuale del perfetto virtuoso del necrologio delle persone illustri, un virtuoso del necrologio delle persone illustri che si rispetti non poteva mai farsi mancare il passaggio su quello che se ne era andato in punta di piedi, anche se non si capiva davvero cosa mai significasse l’espressione andarsene in punta di piedi, che era un’espressione davvero ridicola, grottesca, caricaturale, che solo una categoria di scrittori falliti, di esteti da filodrammatica come la sua poteva prima inventare e, di seguito, esibire addirittura come uno scintillante quarto di nobiltà. Ma poi, inesorabile, il preclaro collega in men che non si dica attaccava a parlare di sé e di quella volta che lui e il notevole personaggio appena deceduto erano andati a fare quella gita a Chiasso e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano sorseggiato Calvados in quel tale bistrot parigino assieme a Chaplin o Nabokov o Scott Fitzgerald e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano colla-borato, portandola ovviamente al massimo splendore, con quella rivista letteraria fucina delle meglio intelligenze dell’altrimenti asfittica e soprattutto provinciale società letteraria di quello sciagurato paese, di quell’altra volta ancora nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto, in verità più lui che l’altro, perché, se volevano essere onesti, il notevole personaggio appena deceduto, era sì notevole, ma anche un attimino sopravvalutato e dal carattere così altero, astioso e orgoglioso da minarne in modo sottile, ma decisivo, l’autorevolezza e la credibilità, avevano scoperto quel talento purissimo e incompreso, lanciato quel movimento d’opinione, villeggiato qui e là, folleggiato là e altrove, frequentato questo, ma non certamente quello e che sfide, che certami, che scialo di esistenze belle, leggiadre e irripetibili e via andare di questo passo lussureggiando dentro una dimensione onirica, panica, mitica e leggendaria nella quale, a poco a poco, il notevole personaggio appena deceduto via via si rimpiccioliva, emarginandosi sempre più sullo sfondo, mentre il preclaro collega, soprattutto se era veramente tronfio, egagro e onusto di mille battaglie, di mille cicatrici e di mille onori, che non a caso gli erano valsi la promozione a Grande Inviato Editorialista, emergeva in tutta la sua possanza e iniziava a scrivere, a parlare e a discettare di altro, sostanzialmente di sé, di sé stesso, di sé stesso medesimo e io e io e io e io ancora con lui, certo, che però, diciamoci la verità, in fondo non era poi questo granché mentre io e io e io e io ancora, in una mitomania egoriferita e masturbatoria dilagante che raggiungeva il suo zenit nei di lì a poco seguenti funerali del notevole personaggio appena deceduto.
Perché non era finita, non era mai finita, questo era il punto, e certo non bastava doversi sorbire la retorica stucchevole, rivoltante e nauseabonda del necrologio sul notevole personaggio appena deceduto, pure la cronaca tutta compresa e rappresa dei funerali bisognava fargli ingurgitare con l’imbuto dell’enfasi al malcapitato lettore, maestria magistrale grazie alla quale il Grande Inviato Editorialista dimostrava senza possibilità di smentita alcuna che i funerali erano sempre e solo una commedia. Ora, è vero che la vita nella sua dimensione più profonda e intellegibile non era altro che una commedia e si dipanava nell’essere soltanto e solamente quello, l’esistenza in genere, sfrondata da tutto il suo cascame ingombrante e fuligginoso, non era nulla di diverso da una commedia, una pessima commedia, tra l’altro, maldestramente diretta e pessimamente recitata, ogni singolo atto di ogni singolo essere umano era di certo e per certo la rappresentazione della propria micragnosa e misera-bile parte in commedia, ma tra le mille commedie che ogni giorno andavano in scena su questo palcoscenico scalcinato, su questa ridicola pedana da dilettanti allo sbaraglio, su questo povero sasso perso nello spazio e nel tempo, la commedia più commedia di tutte era certamente quella dei funerali. I funerali, già, i funerali, i funerali come esibizione circense, i funerali come alibi collettivo, come pagliacciata, come tartufesca sbrodolata, come penosa baracconata, altro che pietoso e condiviso rito comunitario, e invece specchio deforme, simbolo ed emblema di come ogni evento, compresa la sparizione assoluta, insensata e definitiva di una vita, della quale nel suo lungo o breve consumarsi non era importato niente a nessuno, o quasi a nessuno, e compreso, ovviamente, l’evento che costituiva la fonte della grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo, diventasse sempre meno fondamentale più ci si allontanava dal suo centro pulsante, e quindi i funerali, anche i funerali, soprattutto i funerali, in fin dei conti non erano altro che la metafora perfetta, assoluta, pedagogica di quello schifo che eravamo.
Tra stanchezza dei consumatori, tensioni geopolitiche, crollo degli acquisti nei duty-free, contrazione cinese e corsa alle esperienze, persino corazzate come Lvmh, Christian Dior ed Hermès perdono il loro tocco d’oro.
Per anni il lusso è stato considerato un investimento quasi inattaccabile: un porto sicuro capace di resistere a inflazione, crisi economiche e tensioni internazionali. Oggi, però, a metà 2026, il settore dei beni personali di fascia alta mostra crepe sempre più evidenti.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.