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2022-10-03
Chi ci guadagna nella crisi del gas
La guerra del gas, come ogni conflitto, non ha lo stesso impatto per tutti: c’è chi s’indebita e chi invece guadagna dalle difficoltà altrui e dal repentino cambio degli equilibri del mercato. A fare affari in questo momento sono i Paesi che hanno un surplus di gas, che in passato hanno investito nell’estrazione senza preoccuparsi tanto dell’impatto ambientale. Poi ci sono le aziende che beneficiano di politiche governative volte a calmierare i rincari energetici, e quindi hanno un vantaggio competitivo sui mercati, e i settori industriali che producono fonti alternative. C’è infine chi approfitta della debolezza di aziende stritolate dagli aumenti per acquisirle più facilmente.
«Ci aspettiamo una progressione di scippi di marchi italiani da parte di imprese estere», è l’allarme di Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, associazione che raggruppa i grandi nomi dell’agroalimentare. «Già da tempo le imprese sono in una condizione di svantaggio competitivo, ma ora l’aumento dei costi energetici le rende ancora più deboli e contendibili rispetto a realtà imprenditoriali europee e no, che godono di aiuti governativi. L’industria alimentare turca paga l’energia un decimo della nostra e invade i nostri scaffali con i suoi prodotti; in Spagna il governo ha introdotto per le imprese manifatturiere un sistema di prezzi amministrati».
Scordamaglia sottolinea che «una impresa agricola su 10 sta per chiudere e una industria agroalimentare su quattro ha ridotto drasticamente la produzione. Si sta creando la situazione ideale per acquisizioni straniere se non verrà rafforzato e applicato con maggiore rigidità lo scudo della golden power in questo settore o non ci saranno compensazioni superiori a quelle dell’ultimo decreto Aiuti, assolutamente insufficiente».
I rincari del gas hanno avvantaggiato operatori in altri settori. L’impennata delle bollette ha messo in moto la domanda di sistemi di riscaldamento alternativi, a cominciare dai pannelli fotovoltaici. A dare una spinta al mercato è anche Bruxelles. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, li vuole obbligatori per gli edifici commerciali e pubblici entro il 2025 e per quelli nuovi residenziali entro il 2029. Con questa prospettiva si moltiplicano le aziende che, anche senza nessuna esperienza, sono saltate sul business. Secondo una stima delle imprese di installazione, nel primo trimestre 2022 la domanda di fotovoltaico è cresciuta del 240% a fronte del +270% registrata in tutto l’anno scorso.
Sorgenia stima che per un impianto solare servono dai 2.500 ai 3.500 euro per chilowatt di picco di potenza. Siccome una famiglia media ha bisogno di circa 3 chilowatt, la spesa varia dai 5.000 ai 7.000 euro considerando lo sconto applicato in fattura. A questo va aggiunta la manutenzione annuale, un onere aggiuntivo di circa 600 euro. Un bel giro d’affari.
La crisi energetica e la paura dei razionamenti sta spingendo anche la domanda di stufe a legna e a pellet nonostante l’aumento dei prezzi. Il Servizio foreste della provincia di Trento ha rilevato che le aste dei lotti boschivi hanno registrato rincari che oscillano dal 20% al 50%. Il legname tondo, non lavorato, del Trentino, è ai massimi da dieci anni.
Secondo i dati 2022 raccolti dall’Associazione italiana energia agroforestali, a maggio c’è stato un balzo delle vendite di stufe del 28% rispetto ai primi cinque mesi del 2021, con una crescita del mercato dell’8,7%. Significative le percentuali dell’export che tra gennaio e maggio di quest’anno è stato +40% con una netta prevalenza della legna (+60,8%) sul pellet (+37,3%). L’industria italiana del settore ha una assoluta leadership. Il 70% degli apparecchi a pellet in Europa è made in Italy. Il settore conta 14.000 aziende per un giro d’affari di 4 miliardi di euro e 72.000 addetti.
Ci sono anche guadagni in settori di nicchia come la cereria. In Francia si è registrato un boom nella domanda di candele. Steve Ferchal, direttore di Bricorama a Orgeval, ha spiegato che da inizio agosto le vendite sono raddoppiate: «È sorprendente, siamo tornati alle origini», ha commentato.
Tuttavia, i maggiori guadagni li stanno facendo le aziende energetiche. La crisi è diventata un affare per i fornitori americani di gas naturale liquefatto come Cheniere Energy Inc. e Cameron Lng. Prima della guerra ucraina, nessuno in Europa comprava gas americano perché era il carburante più costoso del mercato. Ora la situazione è cambiata e gli Usa hanno superato il Qatar, diventando il più grande esportatore di gas liquido al mondo. Nei primi quattro mesi del 2022, hanno venduto il 74% del proprio Gnl in Europa, a fronte di volumi esportati pari al 34% nel 2021, come riporta l’ente governativo sull’energia statunitense Eia. In Europa stanno facendo enormi guadagni anche Norvegia e Olanda, che sono ricche di gas e si sono dedicati all’estrazione superando i vincoli ambientalistici. Profitti inaspettati anche per i trader internazionali di energia e per i fondi d’investimento in materie prime, attivi nel comparto gas ed elettricità. Secondo Marketwatch, il settore dell’energia quest’anno è cresciuto sui mercati di oltre il 30%.
«Agroalimentare bersaglio degli investitori stranieri»
Lo shopping straniero di nostre imprese agroalimentari è già cominciato. La multinazionale francese Lactalis, che già controlla Parmalat, ha acquisito il gruppo bresciano Ambrosi, specializzato in formaggi Dop italiani con export in tutto il mondo. Approfittano della debolezza di aziende schiacciate dal caro energia e del vantaggio competitivo assicurato dalle misure di protezione adottate dai loro Paesi. «Nei primi sei mesi dell’anno, le importazioni di agroalimentare sono salite del 30%. Per non perdere quote di mercato stiamo contenendo i prezzi, ma in molte situazioni non c’è un’adeguata marginalità e questo costringe a lavorare in perdita e a rivedere i piani di investimento». Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, spara a raffica: «In Italia il credito d’imposta limitato dal governo a novembre crea una situazione di incertezza e le imprese concorrenti straniere ne approfittano».
Quali Paesi si avvantaggiano dalla debolezza delle imprese italiane?
«I nostri storici concorrenti. La Francia ha varato misure a favore delle filiere produttive e quindi avrà una maggiore forza per contenderci quote di mercato nel vitivinicolo e nel cerealicolo. La Spagna ha stabilito un tetto agli aumenti energetici. E Madrid, bisogna ricordarlo, è il nostro principale concorrente per il settore ortofrutticolo e per l’olio nonostante la qualità inferiore. In Italia arrivano prodotti trattati con sostanze vietate che mettono a rischio salute, ambiente ma inevitabilmente anche la tenuta del nostro sistema produttivo, compreso quello del confezionamento».
Anche in questo lasciamo spazio alla concorrenza?
«Nella filiera della quarta gamma, cioè le verdure in busta, rischiamo di perdere quote di mercato. Pesa l’aumento del costo della plastica e dell’energia. Sono prodotti che vanno conservati nei frigo. Il vetro è aumentato del 50%. Il grande problema del confezionamento è anche nei costi esorbitanti della carta, aumentata del 500%. Stiamo assistendo all’indebolimento delle cooperative e delle industrie di trasformazione, che possono diventare preda di gruppi stranieri».
Viste le condizioni economiche sfavorevoli, che interesse avrebbero le aziende straniere a fare acquisizioni?
«Manterrebbero la sede nel Paese d’origine che garantisce aiuti e una situazione fiscale più vantaggiosa e così avrebbero tutto da guadagnare vendendo anche loro prodotti, magari di bassa qualità, con i marchi di prestigio acquisiti. Per poi nel tempo delocalizzare anche le attività produttive. Un modo per acquisire reputazione a basso costo».
Cosa si può fare?
«Equiparare al più presto l’entità del credito di imposta concesso alle imprese della filiera agroalimentare a quelle delle imprese energivore. Una necessità sostenuta anche dalla Commissione europea che considera il settore agroalimentare strategico, da tutelare prioritariamente anche per garantire il cibo alla popolazione. Chiediamo anche tariffe dell’energia amministrate con un plafond massimo alle imprese dell’agroalimentare, come la Spagna».
«Imprese pubbliche e governi saranno sempre più potenti»
«In questa crisi energetica guadagnano i venditori di gas, inclusi i Paesi che non si sono lasciati imbrigliare dai veti ambientalistici e hanno continuato a trivellare e scavare. Che poi sono gli stessi che ora fanno i prezzi. Nel matto scenario mondiale disegnato dalla crisi del gas, l’Europa è sempre più un vaso di coccio». Alberto Clò, uno dei massimi esperti di energia, fa un’analisi dettagliata di una situazione in cui i vincitori, quanti traggono vantaggio dal mutato mercato energetico, saranno coloro che decideranno anche i nuovi equilibri economici.
Tutta colpa della guerra Russia-Ucraina?
«La crisi energetica è esplosa prima, i prezzi erano balzati già a fine 2021 trainate dalla maggiore domanda di energia delle economie uscite dal lockdown. L’offerta disponibile non soddisfaceva il fabbisogno. Negli anni precedenti, vittime anche dell’isteria ecologista, le imprese petrolifere avevano tagliato drasticamente gli investimenti nella ricerca e nell’estrazione. Non era una crisi di breve termine, come erroneamente aveva detto la Commissione europea, ma di lunga durata».
L’errore di Bruxelles ha favorito altri Paesi?
«Lo squilibrio tra domanda e offerta si sarebbe potuto superare con la ripresa degli investimenti minerari e la creazione di nuova capacità. Così non è stato. Su questa crisi post pandemia si è inserita la guerra che ha acuito tutti i fattori di criticità e ha impattato sui prezzi che avevano già conosciuto picchi a dicembre 2021».
Si è moltiplicato il business dei venditori?
«Tutta la filiera, da chi vende gas all’origine come la Russia a chi vende gas ai grossisti, ha moltiplicato i profitti. Ma è stata l’Europa, con la sua politica miope, a consegnare il mercato ai venditori, scaricando i rincari sul consumatore finale. In Italia per attenuare il rovinoso impatto e ridurre i prezzi del gas e del carburante, i governi hanno impegnato sinora oltre 50 miliardi di euro».
I prezzi del gas definiscono quelli dell’elettricità.
«Noi abbiamo un sistema in cui il prezzo dell’elettricità è il punto di equilibrio tra domanda e offerta definito dall’unità marginale che nel nostro caso è il gas. I produttori di elettricità fanno le loro offerte a crescere, però il prezzo si fissa sul valore più elevato. Chi era disponibile a incassare anche meno guadagnerà la differenza tra il prezzo che gli sarebbe andato bene e quello finale. A un’impresa che produce rinnovabili l’elettricità potrà costare 50-60 euro al megawattora, ma potrà incassare anche fino a 500-600 euro. C’è una rendita spaventosa. Nasce da qui l’idea di fissare un tetto ai prezzi delle fonti meno costose».
Quindi stanno guadagnando anche le aziende delle fonti alternative?
«Certo. Anche perché loro sostengono di avere i costi più bassi».
Chi si sta avvantaggiando dei nuovi equilibri energetici mondiali?
«Sono convinto che l’invasione dell’Ucraina segna un punto di totale discontinuità. Sono in atto cambiamenti sostanziali a configurare un nuovo ordine energetico mondiale. Gli stati, cioè i politici, torneranno a decidere quanto produrre con un restringimento del ruolo dei mercati. Le imprese pubbliche avranno un peso sempre maggiore: non a caso la Francia sta nazionalizzando Edf, la Germania ha salvato la più grande impresa di gas, Uniper, investendo decine di miliardi di euro. Sono operazioni che qualche anno fa sarebbero state inimmaginabili».
Si torna al passato?
«Gli Stati Uniti hanno acquisito una centralità con la possibilità di esportare gas liquefatto guadagnando molto, ma l’Europea ha ridotto la dipendenza dai russi proprio grazie al gas americano. Una volta si comprava dove era conveniente, ora conta di più la provenienza delle fonti. L’Europa aveva scelto la Russia come il maggiore alleato energetico: prendeva il 40% delle importazioni, il 25% delle forniture di petrolio e il 55% di carbone. L’obiettivo ora è di cambiare questi equilibri, privilegiando il carbone dell’Australia o del Sudafrica, il gas dell’Arzebaijan o dell’Algeria».
L’Europa diventa un vaso di coccio?
«Lo è sempre stato. Non ha mai avuto voce in capitolo se non per suicidarsi legandosi alla Russia, specie per la volontà della Germania. Ma per l’Europa la sicurezza energetica era qualcosa di cui ci si poteva dimenticare affidandosi ai mercati. Gran parte della situazione attuale è responsabilità dell’Unione».
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I Paesi produttori fanno soldi a palate con la speculazione. Ma ne approfittano anche le aziende estere aiutate dai governi, chi compra imprese decotte e il settore delle fonti alternative «green».Il presidente di Coldiretti: «Impennata per l’import di prodotti di scarsa qualità».L’esperto: «Quantità e prezzi verranno decisi dagli Stati, non più dai mercati. L’Ue ha le responsabilità maggiori della situazione».Lo speciale contiene tre articoli.La guerra del gas, come ogni conflitto, non ha lo stesso impatto per tutti: c’è chi s’indebita e chi invece guadagna dalle difficoltà altrui e dal repentino cambio degli equilibri del mercato. A fare affari in questo momento sono i Paesi che hanno un surplus di gas, che in passato hanno investito nell’estrazione senza preoccuparsi tanto dell’impatto ambientale. Poi ci sono le aziende che beneficiano di politiche governative volte a calmierare i rincari energetici, e quindi hanno un vantaggio competitivo sui mercati, e i settori industriali che producono fonti alternative. C’è infine chi approfitta della debolezza di aziende stritolate dagli aumenti per acquisirle più facilmente.«Ci aspettiamo una progressione di scippi di marchi italiani da parte di imprese estere», è l’allarme di Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, associazione che raggruppa i grandi nomi dell’agroalimentare. «Già da tempo le imprese sono in una condizione di svantaggio competitivo, ma ora l’aumento dei costi energetici le rende ancora più deboli e contendibili rispetto a realtà imprenditoriali europee e no, che godono di aiuti governativi. L’industria alimentare turca paga l’energia un decimo della nostra e invade i nostri scaffali con i suoi prodotti; in Spagna il governo ha introdotto per le imprese manifatturiere un sistema di prezzi amministrati». Scordamaglia sottolinea che «una impresa agricola su 10 sta per chiudere e una industria agroalimentare su quattro ha ridotto drasticamente la produzione. Si sta creando la situazione ideale per acquisizioni straniere se non verrà rafforzato e applicato con maggiore rigidità lo scudo della golden power in questo settore o non ci saranno compensazioni superiori a quelle dell’ultimo decreto Aiuti, assolutamente insufficiente». I rincari del gas hanno avvantaggiato operatori in altri settori. L’impennata delle bollette ha messo in moto la domanda di sistemi di riscaldamento alternativi, a cominciare dai pannelli fotovoltaici. A dare una spinta al mercato è anche Bruxelles. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, li vuole obbligatori per gli edifici commerciali e pubblici entro il 2025 e per quelli nuovi residenziali entro il 2029. Con questa prospettiva si moltiplicano le aziende che, anche senza nessuna esperienza, sono saltate sul business. Secondo una stima delle imprese di installazione, nel primo trimestre 2022 la domanda di fotovoltaico è cresciuta del 240% a fronte del +270% registrata in tutto l’anno scorso. Sorgenia stima che per un impianto solare servono dai 2.500 ai 3.500 euro per chilowatt di picco di potenza. Siccome una famiglia media ha bisogno di circa 3 chilowatt, la spesa varia dai 5.000 ai 7.000 euro considerando lo sconto applicato in fattura. A questo va aggiunta la manutenzione annuale, un onere aggiuntivo di circa 600 euro. Un bel giro d’affari.La crisi energetica e la paura dei razionamenti sta spingendo anche la domanda di stufe a legna e a pellet nonostante l’aumento dei prezzi. Il Servizio foreste della provincia di Trento ha rilevato che le aste dei lotti boschivi hanno registrato rincari che oscillano dal 20% al 50%. Il legname tondo, non lavorato, del Trentino, è ai massimi da dieci anni. Secondo i dati 2022 raccolti dall’Associazione italiana energia agroforestali, a maggio c’è stato un balzo delle vendite di stufe del 28% rispetto ai primi cinque mesi del 2021, con una crescita del mercato dell’8,7%. Significative le percentuali dell’export che tra gennaio e maggio di quest’anno è stato +40% con una netta prevalenza della legna (+60,8%) sul pellet (+37,3%). L’industria italiana del settore ha una assoluta leadership. Il 70% degli apparecchi a pellet in Europa è made in Italy. Il settore conta 14.000 aziende per un giro d’affari di 4 miliardi di euro e 72.000 addetti.Ci sono anche guadagni in settori di nicchia come la cereria. In Francia si è registrato un boom nella domanda di candele. Steve Ferchal, direttore di Bricorama a Orgeval, ha spiegato che da inizio agosto le vendite sono raddoppiate: «È sorprendente, siamo tornati alle origini», ha commentato.Tuttavia, i maggiori guadagni li stanno facendo le aziende energetiche. La crisi è diventata un affare per i fornitori americani di gas naturale liquefatto come Cheniere Energy Inc. e Cameron Lng. Prima della guerra ucraina, nessuno in Europa comprava gas americano perché era il carburante più costoso del mercato. Ora la situazione è cambiata e gli Usa hanno superato il Qatar, diventando il più grande esportatore di gas liquido al mondo. Nei primi quattro mesi del 2022, hanno venduto il 74% del proprio Gnl in Europa, a fronte di volumi esportati pari al 34% nel 2021, come riporta l’ente governativo sull’energia statunitense Eia. In Europa stanno facendo enormi guadagni anche Norvegia e Olanda, che sono ricche di gas e si sono dedicati all’estrazione superando i vincoli ambientalistici. 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Approfittano della debolezza di aziende schiacciate dal caro energia e del vantaggio competitivo assicurato dalle misure di protezione adottate dai loro Paesi. «Nei primi sei mesi dell’anno, le importazioni di agroalimentare sono salite del 30%. Per non perdere quote di mercato stiamo contenendo i prezzi, ma in molte situazioni non c’è un’adeguata marginalità e questo costringe a lavorare in perdita e a rivedere i piani di investimento». Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, spara a raffica: «In Italia il credito d’imposta limitato dal governo a novembre crea una situazione di incertezza e le imprese concorrenti straniere ne approfittano». Quali Paesi si avvantaggiano dalla debolezza delle imprese italiane? «I nostri storici concorrenti. La Francia ha varato misure a favore delle filiere produttive e quindi avrà una maggiore forza per contenderci quote di mercato nel vitivinicolo e nel cerealicolo. La Spagna ha stabilito un tetto agli aumenti energetici. E Madrid, bisogna ricordarlo, è il nostro principale concorrente per il settore ortofrutticolo e per l’olio nonostante la qualità inferiore. In Italia arrivano prodotti trattati con sostanze vietate che mettono a rischio salute, ambiente ma inevitabilmente anche la tenuta del nostro sistema produttivo, compreso quello del confezionamento». Anche in questo lasciamo spazio alla concorrenza? «Nella filiera della quarta gamma, cioè le verdure in busta, rischiamo di perdere quote di mercato. Pesa l’aumento del costo della plastica e dell’energia. Sono prodotti che vanno conservati nei frigo. Il vetro è aumentato del 50%. Il grande problema del confezionamento è anche nei costi esorbitanti della carta, aumentata del 500%. Stiamo assistendo all’indebolimento delle cooperative e delle industrie di trasformazione, che possono diventare preda di gruppi stranieri». Viste le condizioni economiche sfavorevoli, che interesse avrebbero le aziende straniere a fare acquisizioni? «Manterrebbero la sede nel Paese d’origine che garantisce aiuti e una situazione fiscale più vantaggiosa e così avrebbero tutto da guadagnare vendendo anche loro prodotti, magari di bassa qualità, con i marchi di prestigio acquisiti. Per poi nel tempo delocalizzare anche le attività produttive. Un modo per acquisire reputazione a basso costo». Cosa si può fare? «Equiparare al più presto l’entità del credito di imposta concesso alle imprese della filiera agroalimentare a quelle delle imprese energivore. Una necessità sostenuta anche dalla Commissione europea che considera il settore agroalimentare strategico, da tutelare prioritariamente anche per garantire il cibo alla popolazione. Chiediamo anche tariffe dell’energia amministrate con un plafond massimo alle imprese dell’agroalimentare, come la Spagna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-ci-guadagna-dalla-crisi-del-gas-2658372038.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="imprese-pubbliche-e-governi-saranno-sempre-piu-potenti" data-post-id="2658372038" data-published-at="1664743217" data-use-pagination="False"> «Imprese pubbliche e governi saranno sempre più potenti» «In questa crisi energetica guadagnano i venditori di gas, inclusi i Paesi che non si sono lasciati imbrigliare dai veti ambientalistici e hanno continuato a trivellare e scavare. Che poi sono gli stessi che ora fanno i prezzi. Nel matto scenario mondiale disegnato dalla crisi del gas, l’Europa è sempre più un vaso di coccio». Alberto Clò, uno dei massimi esperti di energia, fa un’analisi dettagliata di una situazione in cui i vincitori, quanti traggono vantaggio dal mutato mercato energetico, saranno coloro che decideranno anche i nuovi equilibri economici. Tutta colpa della guerra Russia-Ucraina? «La crisi energetica è esplosa prima, i prezzi erano balzati già a fine 2021 trainate dalla maggiore domanda di energia delle economie uscite dal lockdown. L’offerta disponibile non soddisfaceva il fabbisogno. Negli anni precedenti, vittime anche dell’isteria ecologista, le imprese petrolifere avevano tagliato drasticamente gli investimenti nella ricerca e nell’estrazione. Non era una crisi di breve termine, come erroneamente aveva detto la Commissione europea, ma di lunga durata». L’errore di Bruxelles ha favorito altri Paesi? «Lo squilibrio tra domanda e offerta si sarebbe potuto superare con la ripresa degli investimenti minerari e la creazione di nuova capacità. Così non è stato. Su questa crisi post pandemia si è inserita la guerra che ha acuito tutti i fattori di criticità e ha impattato sui prezzi che avevano già conosciuto picchi a dicembre 2021». Si è moltiplicato il business dei venditori? «Tutta la filiera, da chi vende gas all’origine come la Russia a chi vende gas ai grossisti, ha moltiplicato i profitti. Ma è stata l’Europa, con la sua politica miope, a consegnare il mercato ai venditori, scaricando i rincari sul consumatore finale. In Italia per attenuare il rovinoso impatto e ridurre i prezzi del gas e del carburante, i governi hanno impegnato sinora oltre 50 miliardi di euro». I prezzi del gas definiscono quelli dell’elettricità. «Noi abbiamo un sistema in cui il prezzo dell’elettricità è il punto di equilibrio tra domanda e offerta definito dall’unità marginale che nel nostro caso è il gas. I produttori di elettricità fanno le loro offerte a crescere, però il prezzo si fissa sul valore più elevato. Chi era disponibile a incassare anche meno guadagnerà la differenza tra il prezzo che gli sarebbe andato bene e quello finale. A un’impresa che produce rinnovabili l’elettricità potrà costare 50-60 euro al megawattora, ma potrà incassare anche fino a 500-600 euro. C’è una rendita spaventosa. Nasce da qui l’idea di fissare un tetto ai prezzi delle fonti meno costose». Quindi stanno guadagnando anche le aziende delle fonti alternative? «Certo. Anche perché loro sostengono di avere i costi più bassi». Chi si sta avvantaggiando dei nuovi equilibri energetici mondiali? «Sono convinto che l’invasione dell’Ucraina segna un punto di totale discontinuità. Sono in atto cambiamenti sostanziali a configurare un nuovo ordine energetico mondiale. Gli stati, cioè i politici, torneranno a decidere quanto produrre con un restringimento del ruolo dei mercati. Le imprese pubbliche avranno un peso sempre maggiore: non a caso la Francia sta nazionalizzando Edf, la Germania ha salvato la più grande impresa di gas, Uniper, investendo decine di miliardi di euro. Sono operazioni che qualche anno fa sarebbero state inimmaginabili». Si torna al passato? «Gli Stati Uniti hanno acquisito una centralità con la possibilità di esportare gas liquefatto guadagnando molto, ma l’Europea ha ridotto la dipendenza dai russi proprio grazie al gas americano. Una volta si comprava dove era conveniente, ora conta di più la provenienza delle fonti. L’Europa aveva scelto la Russia come il maggiore alleato energetico: prendeva il 40% delle importazioni, il 25% delle forniture di petrolio e il 55% di carbone. L’obiettivo ora è di cambiare questi equilibri, privilegiando il carbone dell’Australia o del Sudafrica, il gas dell’Arzebaijan o dell’Algeria». L’Europa diventa un vaso di coccio? «Lo è sempre stato. Non ha mai avuto voce in capitolo se non per suicidarsi legandosi alla Russia, specie per la volontà della Germania. Ma per l’Europa la sicurezza energetica era qualcosa di cui ci si poteva dimenticare affidandosi ai mercati. Gran parte della situazione attuale è responsabilità dell’Unione».
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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