Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Rada, poco coinvolta, fa ostruzionismo al governo che non ha ancora un piano anticorruzione. Perché regalargli 90 miliardi?
Potrebbe ritrovarselo all’interno, Volodymyr Zelensky, il nemico più ostico da superare. Si chiama Verchovna Rada ed è il Parlamento monocamerale dell’Ucraina. Quattrocentocinquanta deputati, sede Kiev, la Rada rappresenta l’organo legislativo supremo del Paese. Qui si approvano le leggi, si decide la politica estera e hanno il via libera le nomine più importanti. Ma per molti parlamentari da tempo non è più così. Nel senso che non vengono praticamente più consultati e per le riforme che dovrebbero segnare le sorti del Paese si trovano a svolgere un ruolo di meri ratificatori. Schiacciatori di pulsanti rispetto alle decisioni che vengono prese a Bruxelles.
Un malcontento prima strisciante e poi man mano più evidente che si materializza nei numeri: quando si sono tenute le ultime elezioni, anno 2019, Zelensky poteva contare su una maggioranza abbastanza sicura di 254 seggi. Oggi i fedelissimi non superano quota 111. Un problema, grosso. Soprattutto se si considera che i milioni e milioni di aiuti che stanno ancora arrivando dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale hanno delle condizionalità precise: l’approvazione delle riforme. Zero riforme, zero risorse.
Tre sono i punti di svolta sui quali gli organismi internazionali insistono: lotta alla corruzione, regole dello Stato di diritto e funzionamento delle istituzioni democratiche. Da qui deriva la necessità di un nuovo Codice di procedura penale, l’impellenza di norme che rafforzino l’indipendenza del Nabu (l’ufficio nazionale anticorruzione) o lo sviluppo di sistemi di controllo interno più efficaci.
Ma se Volodymyr Zelensky non ha la maggioranza fa fatica a far approvare le leggi, e se mancano le innovazioni diventano a rischio anche gli aiuti già deliberati ma non ancora distribuiti da Unione europea ed Fmi. Anche perché il presidente ha già rassicurato gli interlocutori: per l’approvazione in Parlamento delle riforme concordate non ci saranno problemi.
Le cifre le conosciamo. Parliamo del nuovo pacchetto da 90 miliardi approvato di recente da Bruxelles (30 miliardi per il sostegno macroeconomico al bilancio e 60 per la difesa) e di ulteriori 7,5 miliardi del programma 2026-2029 targato Fmi, con un primo esborso di poco inferiore al miliardo e mezzo che è stato già erogato.
Che queste risorse siano a rischio non lo diciamo noi ma lo evidenzia il Financial Times in un lungo articolo che riporta anche commenti non proprio lusinghieri dei deputati del popolo ucraino nei confronti del presidente.
Uno stallo si è registrato per esempio sull’introduzione dell’Iva per i piccoli imprenditori e sull’imposizione di un prelievo sui pacchi inviati dall’estero. Misure esplicitamente richieste dal Fondo monetario internazionale che pochi giorni fa mandato in visita a Kiev i suoi funzionare per valutare l’evoluzione delle politiche macroeconomiche dell’Ucraina.
Ma il discorso è molto più generale. E si concentra sulla vera svolta che Bruxelles pretende da Kiev per portare avanti il percorso di adesione nell’Unione: rafforzare le istituzioni anticorruzione. Il problema è che da questo punto di vista sembra tutto fermo.
Anastasia Radina, la rappresentante del partito di Zelensky «Servitore del Popolo» che presiede la commissione anticorruzione della Rada, non fa sconti al governo: «Ha le sue responsabilità», evidenzia sui social, se la riforma anticorruzione che Bruxelles ha chiesto di approvare entro la fine di giugno è ancora in alto mare.
Anche perché il vero cortocircuito che stai inguaiando Zelensky è nato proprio dal malaffare dilagante della politica ucraina. Lo scandalo di fine anno ha, infatti, costretto alle dimissioni il potente capo di gabinetto del presidente, Andriy Yermak. Yermak non è una persona qualsiasi ma per anni è stato il vero numero due del Paese. Ha gestito la politica estera, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati e nei rapporti con gli Stati Uniti ed ha partecipato direttamente ai colloqui di pace. Non solo. Perché ha avuto una funzione chiave anche nel garantire la disciplina parlamentare. Fuori Yermak si sono tutti sentiti più liberi. E sono nate le complicazioni.
«Si tratta di una crisi su più livelli», ha evidenziato Vita Dumanska, coordinatrice di Chesno, una Ong ucraina che monitora l’attività politica, al Financial Times. «Il governo ha avuto contatti limitati con la Rada, mentre l’ufficio presidenziale promuoveva autonomamente i disegni di legge. E infatti il governo ha promesso ai partner internazionali che l’Ucraina avrebbe agito senza consultare il Parlamento. Il problema è che quando si tratta di votare i parlamentari non premono più i pulsanti».
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Il Pentagono ha chiesto una cifra astronomica per continuare le operazioni contro Teheran. Nonostante i proclami di una «vittoria militare», la realtà parla di scorte di munizioni al limite e di una difesa costretta a usare missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia. È sostenibile?
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha incontrato a Palazzo Giustiniani Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, genitori della cosiddetta «famiglia del bosco».
Israel Katz (Ansa)
Beirut caccia l’ambasciatore iraniano, ma il ministro della Difesa dello Stato ebraico annuncia l’occupazione fino al fiume Litani. I media: «Lite tra Bibi e il vice di Donald sulle violenze dei coloni». La Casa Bianca nega.
Israele tira dritto. I funzionari dello Stato ebraico, interpellati da Reuters, sembrano non scommettere un centesimo sulle possibili trattative tra Donald Trump e almeno un pezzo di classe dirigente iraniana.
Le condizioni poste dagli americani - rinunciare al nucleare e ai programmi missilistici, nonché al sostegno dei ribelli in Libano e Yemen - sono troppo dure e, secondo gli apparati di Tel Aviv, è difficile che il regime sciita le accetti. Tant’è che ieri, benché il tycoon spiegasse che i mullah sono d’accordo ad abbandonare l’atomica, fonti di Teheran hanno rivelato alla testata statunitense che il Paese pretenderà riparazioni di guerra, rassicurazioni contro futuri attacchi e il controllo esclusivo dello Stretto di Hormuz, per il quale gli Usa, invece, proponevano una gestione congiunta. Soluzione che, peraltro, scontenterebbe gli israeliani: il quotidiano Haaretz ha scritto che un’intesa del genere equivarrebbe a una «chiara vittoria politica iraniana».
Le difese aeree israeliane continuano a registrare fiaschi: le bombe a grappolo, sotto 100 chili di ordigno Emad, hanno ferito sei persone a Tel Aviv, dove un’inchiesta studia le cause di diversi falliti tentativi di intercettare i vettori nemici; alcune schegge sono finite su un villaggio beduino; e un razzo di Hezbollah, nel Nord, ha ucciso una donna. Il rimedio potrebbe averlo Volkswagen: il Financial Times ha scritto che la casa automobilistica tedesca è in contatto con l’israeliana Rafael advanced defense systems per produrre alcune componenti di Iron dome a Osnabrück. Intanto, le Idf proseguono la campagna bellica. Bersagliando anche quelle infrastrutture energetiche che avrebbero dovuto essere risparmiate per cinque giorni.
Il premier, Benjamin Netayahu, fresco di un colloquio telefonico con Trump, ieri ha riunito i leader della coalizione che lo sostengono e i vertici della sicurezza, per discutere delle prospettive del negoziato. Intanto, però, il suo ministro della Difesa, Israel Katz, ha annunciato che l’esercito è pronto a occupare la parte meridionale del Paese dei cedri, fino al fiume Litani. Esattamente come richiesto lunedì da Bezalel Yoel Smotrich, il titolare delle Finanze, esponente del sionismo oltranzista. Sarà una specie di lodo Putin: se si può nel Donbass, si potrà anche in Medio Oriente…
La mossa di Katz dovrebbe dare così seguito all’ultimatum alle autorità libanesi, che erano state invitate a disarmare Hezbollah. In realtà, l’esecutivo di Beirut ha dato dei segnali: ieri, il ministro degli Esteri, Youssef Raggi, ha ritirato le credenziali all’ambasciatore designato dell’Iran, Mohammad Reza Shibani, dichiarandolo persona non grata. Una decisione che ha fatto infuriare l’organizzazione islamista ma ha suscitato il plauso dell’omologo israeliano, Gideon Sa’ar, che l’ha definita «giustificata e necessaria», in quanto diretta contro uno Stato responsabile «della violazione della sovranità del Libano, della sua occupazione indiretta attraverso Hezbollah e del suo trascinamento in guerra». A tal proposito, Reuters ha riferito che, per la prima volta, un missile scagliato dai pasdaran è stato intercettato nello spazio aereo libanese. In più, il ministro dell’Interno di Beirut, Ahmad Hajjar, ha dato notizia di un imminente rafforzamento e dispiegamento delle forze di sicurezza nell’intera nazione. Nel frattempo, le Idf hanno preso di mira «le stazioni di servizio della compagnia Al-Amana, controllata da Hezbollah e che funge da importante infrastruttura finanziaria a sostegno delle sue attività terroristiche». L’esercito sostiene che sulla capitale si sia abbattuto un missile balistico di Teheran. Fatto sta che le sue incursioni, ieri, sono costate la vita a un ragazzino di 15 anni.
Se dagli eventi delle ultime ore emerge una trama, è quella di una progressiva divaricazione tra obiettivi israeliani e statunitensi. Ne è spia il retroscena della conversazione di lunedì tra Netanyahu e il vice di Trump, JD Vance. Il portale Israel Hayom ha svelato che, durante il colloquio, i toni si sarebbero scaldati, per via della richiesta dell’amministrazione americana di intervenire con più determinazione in Cisgiordania, allo scopo di fermare le violenze dei coloni. Washington non darebbe credito alla tesi per cui polizia ed esercito si starebbero sforzando di applicare la legge e nemmeno alla versione che attribuisce gli incidenti ad agitatori di sinistra. Vance avrebbe dunque preteso che Katz dia ai soldati l’ordine di arrestare chi si rende responsabile di abusi sui palestinesi.
L’addetto stampa del numero due della Casa Bianca, sentito da Haaretz, ha poi smentito la ricostruzione, asserendo che la chiamata con Bibi si è concentrata «esclusivamente sull’operazione Epic fury». Ma intanto, il Guardian ha tirato fuori l’ultima ipotesi: l’idea di sostituire il genero ebreo del presidente, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steve Witkoff, con lo stesso Vance, in qualità di capo negoziatore Usa a un eventuale incontro con gli iraniani a Islamabad. Più prudente il tycoon: ha precisato che il vice sarà «coinvolto» insieme al segretario di Stato, Marco Rubio. Non sfugge un dettaglio: il vicepresidente rappresenta l’anima del mondo Maga ostile all’influenza di Israele nella politica estera americana e scettica sull’opportunità di inseguire Netanyahu nella sua ennesima guerra. Qualche giorno fa, lo stesso Vance aveva dovuto giurare ai cittadini che il conflitto non sarebbe stato eterno e che non si sarebbe riproposto un pantano stile Afghanistan. Netanyahu, semmai, ha il problema opposto: l’incubo di una vittoria mutilata è peggio di una guerra eterna. Perciò dovrà decidere in fretta: Israele combatterebbe anche senza gli Usa?
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