Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura insiste con la sua crociata anti russa e manda a Venezia i funzionari. Il leghista Luca Zaia auspica una tregua tra il capo del dicastero (che però diserterà la Laguna) e Pietrangelo Buttafuoco. Mentre rimbalzano le voci di un possibile commissariamento.
Alessandro Giuli nei panni di Leslie Nielsen. La guerra santa di Giuli a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale e «colpevole» di aver riaperto il Padiglione russo alla prossima Esposizione d'arte, al via il 9 maggio, è infatti persa ancora prima di combatterla. Innanzitutto perché le varie pressioni di Giuli su Buttafuoco affinché si rimangiasse la decisione di riaprire il padiglione russo sono state rispedite al mittente senza troppi complimenti; in secondo luogo perché l’invio di ispettori, decisione di ieri, trasforma quella che era una polemica in una farsa che mette in serio imbarazzo il governo sulla scena internazionale.
Tutto il carteggio fra la Fondazione e le autorità russe, finalizzato alla definizione degli assetti organizzativi e gestionali della presenza della Federazione russa a Venezia, è già stato inviato a Giuli, che ne aveva fatto richiesta, un mese e mezzo fa, senza che da questa corrispondenza emergesse alcuna irregolarità. Cosa potranno mai trovare di scottante gli ispettori? Qualche drone camuffato da aquilone? Un paio di carri armati sapientemente occultati nei cespugli? Vladimir Putin in persona travestito da ritratto di Vladimir Putin in persona? Non si sa. Quello che si sa è che quando si nomina a capo di un’importante, importantissima Fondazione un intellettuale vero come Buttafuoco, uno nelle cui vene scorre la lava dell’Etna, uno che ha scritto più libri di quanti molti dei suoi detrattori ne abbiano letti, non si può poi pretendere che, come purtroppo altri hanno fatto, sacrifichi la sua libertà di pensiero sull’altare di una ragion di Stato tra l’altro pure abbastanza traballante, considerato che nella maggioranza di centrodestra non manca chi chiede, non senza ragione, di tornare a importare gas russo per fronteggiare la crisi energetica (a proposito: e se gli ispettori trovassero bombole di metano di contrabbando sepolte nei giardini, le consegnerebbero alla magistratura o se le porterebbero a casa perché non si sa mai?).
Predica buon senso l’ex presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: «Da inguaribile ottimista», commenta Zaia, «mi auguro ancora che il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco possano darsi la mano durante gli eventi della Biennale. Sarebbe il segnale migliore: le istituzioni che dialogano, Venezia che accoglie, la cultura che non divide ma continua a costruire ponti». L’ottimismo della volontà si scontra però con il pessimismo di chi è costretto ad assistere ormai da troppe settimane a questa crociata di Giuli, i cui assalti per interposta persona alla roccaforte di Buttafuoco vengono regolarmente respinti con perdite (di immagine e credibilità). Giuli ha già fatto sapere, immaginiamo con somma disperazione di Buttafuoco, che non presenzierà alla cerimonia di inaugurazione di Biennale Arte, tanto che ieri qualcuno si è spinto a sospettare che tra gli ispettori, adeguatamente camuffato, con pipa, trench e occhiali da sole, potesse esserci pure lui.
E la Biennale? L’ufficio stampa invita a fare riferimento all’ultimo comunicato: «In merito alla partecipazione della Federazione russa», si legge nella nota, «la Biennale ribadisce l’assoluto rispetto delle norme. Nessun divieto delle sanzioni europee è stato “aggirato”, come affermato da ricostruzioni giornalistiche. Le sanzioni sono state rigorosamente applicate. Per quanto riguarda la partecipazione della Federazione russa, in ogni passo, in ogni momento nel corso della preparazione dell’Esposizione d’Arte 2026, la Biennale di Venezia si è responsabilmente impegnata nell’osservanza e applicazione delle sanzioni in essere e informando preventivamente le autorità governative. Con la Federazione russa si sono avute le necessarie interlocuzioni, in primo luogo dal presidente, come per ogni altro Paese, su tutte le procedure in essere, anche in materia di visti, come avviene per le centinaia di partecipanti provenienti da Paesi extra europei. Come avviene per tutti i Paesi riconosciuti dalla Repubblica italiana proprietari di un padiglione ai Giardini», recita ancora il comunicato, «che comunicano di partecipare alle Esposizioni d’Arte e di Architettura, anche per la Federazione russa sono state valutate rigorosamente la fattibilità dei progetti e la conformità alle norme vigenti».
Nell’attesa di venire a conoscenza dei risultati dell’ispezione degli ispettori, registriamo anche qualche spiffero che ipotizza il commissariamento della Biennale, uno scenario foriero di una tale ondata di polemiche, tra l’altro tutte interne alla destra, che nemmeno il Mose riuscirebbe ad arginarla. Ispettori, commissari, burocrati da un lato, la libertà dell’arte dall’altro. Chi ne uscirebbe vincitore è già scritto. E a proposito di burocrati, anzi di burosauri, arriva anche il «pieno sostegno al ministro Giuli» del commissario Ue alla Cultura, Glenn Micallef, maltese sostenuto manco a dirlo dai Socialisti, con tanto di ricattuccio: «L’Agenzia Ue ha notificato agli organizzatori l’intenzione di ritirare il contributo di 2 milioni di euro a meno che la decisione sul padiglione russo non sia ritirata». Un motivo in più per stare dalla parte di Buttafuoco.
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Pietrangelo Buttafuoco e Beatrice Venezi (Ansa)
Le opposizioni si stracciano le vesti per i casi Biennale, Beatrice Venezi e Nicole Minetti. L’esecutivo parla con i fatti, tipo il decreto Lavoro. Perché agli italiani interessa di più l’economia.
Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidianoa Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore.
Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in Aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo, sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua squadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie. Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia.
Lo Stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dal segretario del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso, si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra.
Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli. Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. Il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale. Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni, l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.
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Sigfrido Ranucci (Ansa)
Su Rete 4, il conduttore di «Report» sgancia una presunta bomba contro il ministro: «È stato ospite di Giuseppe Cipriani nel ranch in Uruguay». Il Guardasigilli chiama in diretta per smentirlo. Il giornalista inanella errori e gaffe.
Ucci ucci, sento odore di Ranucci, nel senso di Sigfrido. Brutta bestia l’invidia: c’è chi c’ha gli Epstein files e chi Nicole Minetti, igienista dentale alla corte di Silvio Berlusconi. L’hanno condannata per favoreggiamento della prostituzione e poi l’hanno graziata. E graziosa lo è. La grazia in questo Paese la concede il presidente della Repubblica (articolo 87 della Costituzione); è una sua esclusiva prerogativa e al Quirinale c’è anche un ufficio apposito che studia le pratiche.
Si dà anche il caso che il ministero di Giustizia (gli hanno tolto la dicitura di Grazia proprio perché la Corte costituzionale ha sancito che è incombenza esclusiva del Quirinale) raccolga il fascicolo per gli elementi necessari alla clemenza dopo le indagini della Procura generale e il ministro controfirmi l’atto deciso dal presidente della Repubblica. Ma il grande giornalismo d’inchiesta mica si può fermare ai codici: io, Sigfrido, la giustizia non la faccio, la grido. O magari la sussurro come la rossiniana calunnia: un venticello. Ma sempre per la libertà di stampa! A Rete 4 martedì sera, dalla padrona di casa Bianca Berlinguer, spunta Rula Jebreal che dà la dritta giusta a Ranucci. Sapete che il compagno della Minetti era intimo del pedofilo? Il giustiziere Sigfrido punta subito a Nord-io, nel senso di Carlo ministro della Giustizia iniziatore, ma né istruttore né concessore, della grazia alla Minetti.
Cosa rivela Report? «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», interviene Bianca Berlinguer «con le prostitute». Finalmente abbiamo il nostro Epstein. Carlo Nordio va in Uruguay nel ranch dei «Ciprietti» si fa un paio di ragazzotte, poi anche ombre e cicchetti come usa a Venezia, ritiene la Minetti graziosa, cioè meritevole di grazia, torna a casa e convince Sergio Mattarella a farsi clemente. Ma il pathos deve crescere. Sigfrido lumeggia di avvocati uruguaiani bruciati vivi, di una mamma sparita. Perché la Minetti ha adottato un bambino uruguagio che sta male e Mattarella l’ha perdonata per consentirle di accudirlo. Dunque l’adozione deve essere macchiata di sangue e di mistero: la mamma biologica fatta fuori, i legali ostili ai «Ciprietti» carbonizzati. Chi lo dice? La voce, anzi la fonte di Ranucci che stava lì nel ranch insieme a lui, forse a lei e di sicuro con l’altro che sarebbe il ministro.
D’improvviso, però, al telefono c’è Carlo Nordio che non l’ha presa benissimo - la querela per Ranucci è già pronta - ed esordisce: «Ero a un concerto e mi hanno avvertito di questa vostra bizzarra menzogna». Sigfrido incalza: «Lei era nel ranch in Uruguay a marzo». Nordio replica: «Marzo di che anno?» Ranucci non lo sa, balbetta, ma ripete «Io ho la fonte, l’hanno vista, lei c’era» E la Berlinguer: la fonte, la fonte! Forse serve perché Ranucci ha la salivazione azzerata quando Nordio puntualizza: «Io a marzo facevo la campagna elettorale per il referendum, in Uruguay ci sono andato in missione di Stato l’anno scorso o due anni fa: due giorni a Buenos Aires e una Montevideo, tutti i miei spostamenti sono registrati. Non conosco la signora Minetti, non sono mai stato nel ranch, nella villa o a casa di questi signori: le vostre sono fantasie infamanti». Un cane da Report magari scodinzola ai sinistri, però non molla la preda: «Nega di essere amico di Enrico Cipriani?». Nordio è perplesso: «Vuol dire Arrigo Cipriani (è il padre di Giuseppe in Minetti, ndr)? Avrò cenato nel suo ristorante almeno una quindicina di volte, ma chi non lo conosce a Venezia? Il figlio non lo ricordo». Enrico, Arrigo, stai a guardà il capello, dicono a Roma. Si dà il caso, però, che Arrigo Cipriani abbia assistito Ernest Hemingway mentre scriveva Di là dal fiume e tra gli alberi; se ordini un carpaccio o un Bellini, opti per una ricetta di Arrigo, non Enrico, Cipriani!
Nordio la chiude lì. Ranucci insiste: ho la fonte e domenica a Report sentirete. C’è Epstein (è stato suicidato, sei anni fa) e la Rula incita: «Bravo Sig (abbreviazione di signore?) vai avanti»! La Berlinguer insiste: la fonte, la fonte. Il seguito è l’onorevole Augusta Montaruli - Fdi, vicepresidente commissione vigilanza Rai - che chiede alla Rai di tutelarsi nei confronti di Ranucci; è Nordio che ribadisce la querela; è Sigfrido che fa l’offeso. Bianchina ripete: «Ranucci ha detto che devono verificare, che è una voce». Ma ci si chiede: per sapere della grazia alla Minetti, perché non bussare da Sergio Mattarella che gliel’ha concessa? Ah già: il Quirinale è in salita, meglio puntare a Nord-io.
Pro memoria: Ranucci, come capita a quelli del «fatto separato dalla realtà», aveva già rivelato che il ministro della Giustizia aveva introdotto un trojan nei computer dei magistrati per spiarli. Una bufala, ma la voce era seria. Come Enrico Cipriani.
La sentenza del Tribunale uruguagio che dà il piccolo a Nicole Minetti certifica: difficile attribuire errori di giudizio alle autorità italiane.
L’Interpol ha comunicato alla Procura generale di Milano di aver ricevuto la delega e di essersi attivata per svolgere con urgenza gli accertamenti all’estero nel caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Non sono stati comunicati dei tempi (si parla della settimana prossima) per le prime risposte ai quesiti sono stati sollevati dopo quanto emerso dall’inchiesta giornalistica de Il Fatto quotidiano.
Tra le cose che le toghe milanesi hanno evidenziato c’è l’esigenza di accertare la veridicità della sentenza del 20 aprile 2024 del tribunale uruguaiano di Maldonado sul minore adottato dall’ex igienista dentale e dal compagno Giuseppe Cipriani e lo stile di vita condotto dalla Minetti all’estero. Eventuali anomalie, anche senza rilievi di natura penale, in attesa del completamento delle verifiche, potranno essere segnalati dalla Procura generale al dicastero di via Arenula. La verifica dell’autenticità della sentenza, della quale il 17 luglio del 2024 il Tribunale per i minorenni di Venezia ha dichiarato la validità in Italia, dovrà passare per ovvie ragioni per canali formali.
Ma dalla consultazione della copia già in mano alle autorità italiane, che La Verità ha visionato, emerge che il documento originale è consultabile e scaricabile dal portale internet dell’autorità giudiziaria uruguaiana attraverso il semplice utilizzo di un Qr code che si trova su tutte le pagine dell’atto. Dal confronto tra il documento consultabile online e quello agli atti dei procedimenti italiani (la cui traduzione giurata, allegata alla sentenza, è stata effettuata da una professionista del settore direttamente in Uruguay), non emerge alcuna differenza nei passaggi più importanti e delicati della decisione presa dai giudici del Paese sudamericano. Passaggi che, in alcuni dettagli, disegnano uno scenario diverso da quello ricostruito, attraverso altri documenti, dall’inchiesta del Fatto.
Come già noto, il procedimento riguarda la «decadenza della potestà genitoriale» del bambino, ma l’oggetto del procedimento contiene anche una frase che amplia l’oggetto della decisione del tribunale di Maldonado: «Separazione definitiva, adozione piena».
Nella traduzione giurata si legge anche: «La parte attrice (Nicole Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani, ndr) compare ai fini di promuovere una domanda di separazione definitiva, di decadenza della potestà genitoriale e di adozione del minore». «La separazione definitiva e le sue conseguenze legali», prosegue il documento, «sono richieste nei confronti dei genitori biologici del bambino con indirizzo sconosciuto». Secondo il tribunale, quindi, padre e la madre del bambino adottato dalla Minetti sono irreperibili. Tanto che nella sentenza non si trova traccia di alcuna opposizione da parte loro alla richiesta di adozione. Inoltre, «dagli atti risulta che i genitori hanno abbandonato il bambino al momento della sua nascita, secondo il fascicolo. Senza altri parenti responsabili e con il padre privato della libertà; con decreto […], si è deciso di collocarlo provvisoriamente presso l’Inau (Istituto per bambini e adolescenti in Uruguay)».
La collocazione del bambino in una struttura fosse provvisoria era un fatto già noto e proprio su questo si basano una parte dei dubbi scaturiti dalle ricostruzioni giornalistiche che hanno portato alla riapertura degli accertamenti da parte della Procura generale di Milano. Ma nella sentenza la frase prosegue con «in attesa di una famiglia dall’Anagrafe unico dei genitori adottivi». Un dettaglio che, a differenza di quanto risulterebbe dalla documentazione resa nota nei giorni scorsi, ricostruisce si una «collocazione provvisoria» del bambino, ma propedeutica alla successiva adozione.
Nel marzo del 2020 la coppia italiana, che ha già conosciuto il piccolo durante attività di volontariato, presenta «formalmente la domanda di adozione all’ufficio amministrativo dell’Inau; solo nell’aprile 2021 si decide di qualificarli come famiglia adottiva» del bambino. Il piccolo, si legge nella sentenza, «presentava sintomi respiratori di bronchite in considerazione di quanto sopra, i comparenti hanno ottenuto un’autorizzazione per far vivere il bambino con loro». Il 28 aprile del 2021 «l’Inau comunica (alla coppia, ndr) di essere stati qualificati e scelti come famiglia adottiva, concedendo l’affidamento provvisorio. I comparenti convivono in modo stabile da più di cinque anni in un immobile di proprietà della famiglia. Entrambi hanno un lavoro stabile che permette loro di provvedere ai bisogni del bambino. È stato integrato come parte della famiglia, con affetto, sostegno e cura, in modo che possa raggiungere la migliore qualità di vita. Tutti coloro che lo circondano lo percepiscono come quello che è “nostro figlio”, lui si riferisce ai comparenti come “mamma e papà”».
Del resto, secondo la sentenza, i rapporti tra il piccolo e i genitori naturali, sono inesistenti: «Nel fascicolo è stato accertato che» il piccolo «non ha legami con la sua famiglia di origine e quindi non ci sono legami in questo senso che la Sede dovrebbe considerare di mantenere. Fatto salvo il diritto del bambino di conoscere la sua identità e la sua origine di figlio adottivo».
È in questo contesto, che i giudici uruguaiani concludono che «vi sono chiari motivi per accogliere la domanda. Il concetto di “interesse superiore del minore” si riferisce al soddisfacimento dei diritti fondamentali del bambino. Non si può considerare né l’interesse dei genitori né quello dello Stato, l’unico interesse rilevante è l’adempimento dei diritti dell’infanzia».
La documentazione che l’Interpol sta acquisendo permetterà di accertare se la sentenza del tribunale di Maldonado rispetta o meno quanto emerso durante l’istruttoria dell’adozione. Ma alla luce di quanto messo nero su bianco dai giudici, diventa difficile attribuire qualsiasi errore su questo punto alle istituzioni italiane che a vario titolo si sono occupate della domanda di grazia presentata dalla Minetti.
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