True
2022-07-26
Il centrodestra corregge la rotta sul Covid
iStock
Il centrodestra è lo schieramento che, oggi, è più vicino a vincere le elezioni. La Verità ha chiesto ai responsabili del settore Sanità di Lega, Fdi e Fi se la politica dei tre partiti sulla gestione del Covid, prima troppo schiacciata sul rigore chiusurista dei governi precedenti, cambierà. Ecco le loro risposte.
Nell’ambito della ricognizione programmatica svolta nei giorni scorsi dalla Verità, il nostro quotidiano ha rivolto alcune domande ai tre partiti del centrodestra in tema di gestione del coronavirus. Inutile far finta che non sia così: ci sono ferite tuttora aperte. La stessa accoglienza assai positiva da parte dei lettori, anche sui canali social, rispetto ai temi che questo giornale ha posto in evidenza, segnala un disagio non superato rispetto a una certa accondiscendenza del centrodestra rispetto alla linea ultrachiusurista del ministro Roberto Speranza. A maggior ragione, dunque, vale la pena di chiarire le posizioni all’inizio di una campagna elettorale delicatissima, in cui Lega-Fi-Fdi non hanno certo interesse a far espandere sacche di insoddisfazione o di potenziale astensione. La Verità ha posto quattro questioni, in particolare: in autunno, il centrodestra, in caso di vittoria elettorale e di conseguente responsabilità di governo, che atteggiamento adotterebbe? Un approccio tremendista secondo la ben nota linea di Speranza o di «convivenza con il Coronavirus», puntando a superare il metodo delle restrizioni? E ancora: Fdi-Lega-Fi sarebbero favorevoli o contrari al ripristino del green pass, con tutte le conseguenze anche sul piano lavorativo per chi non dovesse adeguarsi? Terzo: quanto alle vaccinazioni (in particolare a quelle nuove attese nei prossimi mesi), si punterebbe in modo liberale a offrirle a chi vorrà usufruirne o invece scatteranno altri obblighi? E da ultimo, chi sarebbe il ministro della Sanità di un governo di centrodestra? Nella giornata di ieri, abbiamo girato queste questioni a Luca Coletto, Marcello Gemmato e Andrea Mandelli. Coletto è stato assessore alla Sanità in Veneto e lo è attualmente in Umbria, Gemmato è deputato, Mandelli è deputato e vicepresidente della Camera: sono rispettivamente i responsabili dei dipartimenti Sanità di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Da tutti, ciascuno con il proprio tono, sono venute risposte di impronta liberale. Sarà bene conservarle per l’autunno.
Mandelli: «I vaccini sono fondamentali. Ma no obblighi»

Andrea Mandelli (Ansa)
La Verità raggiunge Andrea Mandelli al termine di una sua lunga sessione di presidenza dei lavori di Montecitorio. E per prima cosa l’esponente azzurro tiene a chiarire la volontà di archiviare le risposte del passato.
Mandelli, che fareste in autunno se foste voi a gestire la nuova fase del coronavirus?
«Nella nostra ultima proposta di piano pandemico che Antonio Tajani ha annunciato e che non abbiamo fatto in tempo a presentare a causa della crisi di governo, e che sarà parte del programma di Forza Italia, non siamo affatto in una logica di chiusura».
Vale anche per le restrizioni relative alle quarantene?
«Penso che dovremo gestire la questione della positività asintomatica. Personalmente, ritengo che una quarantena di sette giorni non sia compatibile con il futuro del Paese. Credo che si debba trovare una soluzione ragionevole: è assurdo pensare di risolverlo con manette e impedimenti».
Sui futuri vaccini, opportunità o costrizione?
«Io sono favorevolissimo, ripeto favorevolissimo, al fatto che questi vaccini che già abbiamo, e ancor più quelli che avremo in futuro, siano uno strumento fondamentale non solo per arginare la pandemia ma per evitarne gli effetti acuti. Dopo di che, io sono contrario a obblighi. Sono invece favorevolissimo a una campagna informativa che metta in luce questi benefici, con particolare riferimento alla prevenzione degli effetti acuti. Infine, occorre una forte raccomandazione alla vaccinazione per i fragili».
E il green pass? Tornerà o no?
«Ogni decisione è figlia di un momento. Anche alla luce di ciò che abbiamo detto finora, oggi il tema non è all’ordine del giorno».
Chi andrà al ministero della Salute e per fare cosa?
«Non faccio nomi ma un ragionamento: la pandemia ha rimesso al centro il settore della salute che negli ultimi anni era stato depauperato in termini di risorse. Non si tratta di spesa, ma di investimento in libertà e nel futuro. Dobbiamo cambiare paradigma e investire, specie nella prevenzione. Senza salute non c’è socialità né lavoro: è un bene esistenziale».
Coletto: «Il green pass non serve più. E abbiamo cure»

Luca Coletto (Imagoeconomica)
La linea di Luca Coletto è di ragionevole apertura: insomma, nessun approccio terroristico all’autunno che sta per arrivare.
Assessore, ci prepariamo finalmente a convivere con il virus, senza continuare a terrorizzare il paese e a segregare gli italiani?
«Siamo arrivati a una dimensione Covid che non è più quella del 2020: da allora a oggi, la situazione è profondamente cambiata. Il Covid aggredisce i deboli, chi non ha anticorpi sufficienti, chi è immunocompromesso. Ma disponiamo di monoclonali e antivirali. Abbiamo anche un farmaco (a cui, purtroppo, l’Aifa ha messo a lungo paletti forse eccessivi) per gli immunocompromessi, e che può essere usato in fase di malattia. Insomma, siamo in una fase in cui si possono responsabilizzare i cittadini senza alcun bisogno di terrorizzarli».
Su questa base, che si fa con il green pass? Pensate di reintrodurlo o no, con i relativi effetti di obbligo surrettizio e di restrizioni sul lavoro?
«No. Sono contrario. Siamo in una fase ormai endemica e disponiamo di cure, come abbiamo detto».
A maggior ragione, immagino, non si porrà il tema di obbligare a vaccinazioni future… Possiamo sperare, in caso di vittoria del centrodestra, in un approccio sul modello britannico, e cioè offrire senza costringere nessuno?
«Il vaccino è certamente assai positivo per gli immunocompromessi, gli anziani, i deboli: nelle Rsa la situazione è indubbiamente migliorata grazie alle vaccinazioni. Per il resto, come ci si vaccina contro l’influenza ordinaria, ci si può vaccinare contro il Covid, ma senza obbligo. La mia parola d’ordine è: sensibilizzare senza obbligare».
Un nome per il ministero se vincerete?
«Non siamo ancora ai nomi. L’importante è che tuteli il nostro sistema sanitario a copertura universale. Negli anni passati ci sono stati troppi tagli, e gli ultimi aumenti sono più che altro surrettizi. Dalla trincea delle regioni si vede bene cosa accade quando il sistema sanitario va in sofferenza».
Gemmato: «Applicheremo il buon senso, basta ideologia»

Marcello Gemmato (Ansa)
Marcello Gemmato, deputato alla Camera e responsabile Salute di Fratelli d’Italia, in una pausa di una riunione di partito sulle liste elettorali da cominciare a impostare nella sua Puglia risponde alla Verità. Ma di buon grado il parlamentare Fdi non esita a rispondere alle nostre quattro domande, dando l’idea di un impianto radicalmente alternativo a quello dell’attuale titolare del ministero Salute.
Gemmato, voi di Fratelli d’Italia siete stati all’opposizione. Immagino dunque che non abbia difficoltà a ribadire la contrarietà sua e del suo partito alla linea-Speranza. Sull’approccio all’autunno, come vi regolerete in caso di vittoria?
«Opteremo certamente per una strategia di convivenza con il virus. Guardi, tutte le scelte compiute da Speranza non sono state assunte in funzione di un’evidenza scientifica, nonostante ciò che il ministro di volta in volta diceva, ma in base a quello che definisco un furore ideologico chiusurista».
E sul green pass, che si fa? Rassicuriamo i lettori sul fatto che quello strumento non verrà rimesso in circolazione se sarete voi a governare?
«Noi siamo contrari al green pass. Tra l’altro è uno strumento che ha ingenerato in molti l’infondata convinzione di essere immuni. Meno che mai, dunque, potranno esserci sanzioni o penalizzazioni. Non si può negare il lavoro alle persone o comprimere la loro libertà. Anche qui, torniamo al discorso di prima: è stata una misura ideologica, non sanitaria».
Su questa base, come vi regolerete rispetto alle vaccinazioni future? Libertà o obbligo?
«Suggeriremo in maniera importante e convincente la vaccinazione agli anziani, ai deboli, agli immunodepressi: ma non può esserci obbligo o lesione della libertà personale, meno che mai per tutti gli altri cittadini che non sono nemmeno in una condizione di potenziale fragilità».
Chi sarà ministro della Salute? E, in mancanza di un nome, ci disegni un profilo.
«Una cosa è fondamentale: dovrà applicare il buon senso, non l’ideologia».
Continua a leggereRiduci
Dopo l’eccessiva accondiscendenza verso le politiche chiusuriste dei governi precedenti, i responsabili della Sanità per Lega, Fdi e Fi promettono un approccio più pragmatico in caso di vittoria. Ricordiamocene.Il deputato di Forza Italia Andrea Mandelli: «Serve fare una campagna informativa sui benefici».L’assessore della Lega Luca Coletto: «I cittadini sono da responsabilizzare e non terrorizzare».Fratelli d’Italia promette con Marcello Gemmato: «Non si possono negare il lavoro e la libertà alle persone».Lo speciale contiene quattro articoli.Il centrodestra è lo schieramento che, oggi, è più vicino a vincere le elezioni. La Verità ha chiesto ai responsabili del settore Sanità di Lega, Fdi e Fi se la politica dei tre partiti sulla gestione del Covid, prima troppo schiacciata sul rigore chiusurista dei governi precedenti, cambierà. Ecco le loro risposte.Nell’ambito della ricognizione programmatica svolta nei giorni scorsi dalla Verità, il nostro quotidiano ha rivolto alcune domande ai tre partiti del centrodestra in tema di gestione del coronavirus. Inutile far finta che non sia così: ci sono ferite tuttora aperte. La stessa accoglienza assai positiva da parte dei lettori, anche sui canali social, rispetto ai temi che questo giornale ha posto in evidenza, segnala un disagio non superato rispetto a una certa accondiscendenza del centrodestra rispetto alla linea ultrachiusurista del ministro Roberto Speranza. A maggior ragione, dunque, vale la pena di chiarire le posizioni all’inizio di una campagna elettorale delicatissima, in cui Lega-Fi-Fdi non hanno certo interesse a far espandere sacche di insoddisfazione o di potenziale astensione. La Verità ha posto quattro questioni, in particolare: in autunno, il centrodestra, in caso di vittoria elettorale e di conseguente responsabilità di governo, che atteggiamento adotterebbe? Un approccio tremendista secondo la ben nota linea di Speranza o di «convivenza con il Coronavirus», puntando a superare il metodo delle restrizioni? E ancora: Fdi-Lega-Fi sarebbero favorevoli o contrari al ripristino del green pass, con tutte le conseguenze anche sul piano lavorativo per chi non dovesse adeguarsi? Terzo: quanto alle vaccinazioni (in particolare a quelle nuove attese nei prossimi mesi), si punterebbe in modo liberale a offrirle a chi vorrà usufruirne o invece scatteranno altri obblighi? E da ultimo, chi sarebbe il ministro della Sanità di un governo di centrodestra? Nella giornata di ieri, abbiamo girato queste questioni a Luca Coletto, Marcello Gemmato e Andrea Mandelli. Coletto è stato assessore alla Sanità in Veneto e lo è attualmente in Umbria, Gemmato è deputato, Mandelli è deputato e vicepresidente della Camera: sono rispettivamente i responsabili dei dipartimenti Sanità di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Da tutti, ciascuno con il proprio tono, sono venute risposte di impronta liberale. Sarà bene conservarle per l’autunno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-corregge-rotta-covid-2657729394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mandelli-i-vaccini-sono-fondamentali-ma-no-obblighi" data-post-id="2657729394" data-published-at="1658820948" data-use-pagination="False"> Mandelli: «I vaccini sono fondamentali. Ma no obblighi» Andrea Mandelli (Ansa) La Verità raggiunge Andrea Mandelli al termine di una sua lunga sessione di presidenza dei lavori di Montecitorio. E per prima cosa l’esponente azzurro tiene a chiarire la volontà di archiviare le risposte del passato. Mandelli, che fareste in autunno se foste voi a gestire la nuova fase del coronavirus? «Nella nostra ultima proposta di piano pandemico che Antonio Tajani ha annunciato e che non abbiamo fatto in tempo a presentare a causa della crisi di governo, e che sarà parte del programma di Forza Italia, non siamo affatto in una logica di chiusura». Vale anche per le restrizioni relative alle quarantene? «Penso che dovremo gestire la questione della positività asintomatica. Personalmente, ritengo che una quarantena di sette giorni non sia compatibile con il futuro del Paese. Credo che si debba trovare una soluzione ragionevole: è assurdo pensare di risolverlo con manette e impedimenti». Sui futuri vaccini, opportunità o costrizione? «Io sono favorevolissimo, ripeto favorevolissimo, al fatto che questi vaccini che già abbiamo, e ancor più quelli che avremo in futuro, siano uno strumento fondamentale non solo per arginare la pandemia ma per evitarne gli effetti acuti. Dopo di che, io sono contrario a obblighi. Sono invece favorevolissimo a una campagna informativa che metta in luce questi benefici, con particolare riferimento alla prevenzione degli effetti acuti. Infine, occorre una forte raccomandazione alla vaccinazione per i fragili». E il green pass? Tornerà o no? «Ogni decisione è figlia di un momento. Anche alla luce di ciò che abbiamo detto finora, oggi il tema non è all’ordine del giorno». Chi andrà al ministero della Salute e per fare cosa? «Non faccio nomi ma un ragionamento: la pandemia ha rimesso al centro il settore della salute che negli ultimi anni era stato depauperato in termini di risorse. Non si tratta di spesa, ma di investimento in libertà e nel futuro. Dobbiamo cambiare paradigma e investire, specie nella prevenzione. Senza salute non c’è socialità né lavoro: è un bene esistenziale». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-corregge-rotta-covid-2657729394.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="coletto-il-green-pass-non-serve-piu-e-abbiamo-cure" data-post-id="2657729394" data-published-at="1658820948" data-use-pagination="False"> Coletto: «Il green pass non serve più. E abbiamo cure» Luca Coletto (Imagoeconomica) La linea di Luca Coletto è di ragionevole apertura: insomma, nessun approccio terroristico all’autunno che sta per arrivare. Assessore, ci prepariamo finalmente a convivere con il virus, senza continuare a terrorizzare il paese e a segregare gli italiani? «Siamo arrivati a una dimensione Covid che non è più quella del 2020: da allora a oggi, la situazione è profondamente cambiata. Il Covid aggredisce i deboli, chi non ha anticorpi sufficienti, chi è immunocompromesso. Ma disponiamo di monoclonali e antivirali. Abbiamo anche un farmaco (a cui, purtroppo, l’Aifa ha messo a lungo paletti forse eccessivi) per gli immunocompromessi, e che può essere usato in fase di malattia. Insomma, siamo in una fase in cui si possono responsabilizzare i cittadini senza alcun bisogno di terrorizzarli». Su questa base, che si fa con il green pass? Pensate di reintrodurlo o no, con i relativi effetti di obbligo surrettizio e di restrizioni sul lavoro? «No. Sono contrario. Siamo in una fase ormai endemica e disponiamo di cure, come abbiamo detto». A maggior ragione, immagino, non si porrà il tema di obbligare a vaccinazioni future… Possiamo sperare, in caso di vittoria del centrodestra, in un approccio sul modello britannico, e cioè offrire senza costringere nessuno? «Il vaccino è certamente assai positivo per gli immunocompromessi, gli anziani, i deboli: nelle Rsa la situazione è indubbiamente migliorata grazie alle vaccinazioni. Per il resto, come ci si vaccina contro l’influenza ordinaria, ci si può vaccinare contro il Covid, ma senza obbligo. La mia parola d’ordine è: sensibilizzare senza obbligare». Un nome per il ministero se vincerete? «Non siamo ancora ai nomi. L’importante è che tuteli il nostro sistema sanitario a copertura universale. Negli anni passati ci sono stati troppi tagli, e gli ultimi aumenti sono più che altro surrettizi. Dalla trincea delle regioni si vede bene cosa accade quando il sistema sanitario va in sofferenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-corregge-rotta-covid-2657729394.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gemmato-applicheremo-il-buon-senso-basta-ideologia" data-post-id="2657729394" data-published-at="1658820948" data-use-pagination="False"> Gemmato: «Applicheremo il buon senso, basta ideologia» Marcello Gemmato (Ansa) Marcello Gemmato, deputato alla Camera e responsabile Salute di Fratelli d’Italia, in una pausa di una riunione di partito sulle liste elettorali da cominciare a impostare nella sua Puglia risponde alla Verità. Ma di buon grado il parlamentare Fdi non esita a rispondere alle nostre quattro domande, dando l’idea di un impianto radicalmente alternativo a quello dell’attuale titolare del ministero Salute. Gemmato, voi di Fratelli d’Italia siete stati all’opposizione. Immagino dunque che non abbia difficoltà a ribadire la contrarietà sua e del suo partito alla linea-Speranza. Sull’approccio all’autunno, come vi regolerete in caso di vittoria? «Opteremo certamente per una strategia di convivenza con il virus. Guardi, tutte le scelte compiute da Speranza non sono state assunte in funzione di un’evidenza scientifica, nonostante ciò che il ministro di volta in volta diceva, ma in base a quello che definisco un furore ideologico chiusurista». E sul green pass, che si fa? Rassicuriamo i lettori sul fatto che quello strumento non verrà rimesso in circolazione se sarete voi a governare? «Noi siamo contrari al green pass. Tra l’altro è uno strumento che ha ingenerato in molti l’infondata convinzione di essere immuni. Meno che mai, dunque, potranno esserci sanzioni o penalizzazioni. Non si può negare il lavoro alle persone o comprimere la loro libertà. Anche qui, torniamo al discorso di prima: è stata una misura ideologica, non sanitaria». Su questa base, come vi regolerete rispetto alle vaccinazioni future? Libertà o obbligo? «Suggeriremo in maniera importante e convincente la vaccinazione agli anziani, ai deboli, agli immunodepressi: ma non può esserci obbligo o lesione della libertà personale, meno che mai per tutti gli altri cittadini che non sono nemmeno in una condizione di potenziale fragilità». Chi sarà ministro della Salute? E, in mancanza di un nome, ci disegni un profilo. «Una cosa è fondamentale: dovrà applicare il buon senso, non l’ideologia».
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
Continua a leggereRiduci
«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
Continua a leggereRiduci