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2022-07-26
Il centrodestra corregge la rotta sul Covid
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Il centrodestra è lo schieramento che, oggi, è più vicino a vincere le elezioni. La Verità ha chiesto ai responsabili del settore Sanità di Lega, Fdi e Fi se la politica dei tre partiti sulla gestione del Covid, prima troppo schiacciata sul rigore chiusurista dei governi precedenti, cambierà. Ecco le loro risposte.
Nell’ambito della ricognizione programmatica svolta nei giorni scorsi dalla Verità, il nostro quotidiano ha rivolto alcune domande ai tre partiti del centrodestra in tema di gestione del coronavirus. Inutile far finta che non sia così: ci sono ferite tuttora aperte. La stessa accoglienza assai positiva da parte dei lettori, anche sui canali social, rispetto ai temi che questo giornale ha posto in evidenza, segnala un disagio non superato rispetto a una certa accondiscendenza del centrodestra rispetto alla linea ultrachiusurista del ministro Roberto Speranza. A maggior ragione, dunque, vale la pena di chiarire le posizioni all’inizio di una campagna elettorale delicatissima, in cui Lega-Fi-Fdi non hanno certo interesse a far espandere sacche di insoddisfazione o di potenziale astensione. La Verità ha posto quattro questioni, in particolare: in autunno, il centrodestra, in caso di vittoria elettorale e di conseguente responsabilità di governo, che atteggiamento adotterebbe? Un approccio tremendista secondo la ben nota linea di Speranza o di «convivenza con il Coronavirus», puntando a superare il metodo delle restrizioni? E ancora: Fdi-Lega-Fi sarebbero favorevoli o contrari al ripristino del green pass, con tutte le conseguenze anche sul piano lavorativo per chi non dovesse adeguarsi? Terzo: quanto alle vaccinazioni (in particolare a quelle nuove attese nei prossimi mesi), si punterebbe in modo liberale a offrirle a chi vorrà usufruirne o invece scatteranno altri obblighi? E da ultimo, chi sarebbe il ministro della Sanità di un governo di centrodestra? Nella giornata di ieri, abbiamo girato queste questioni a Luca Coletto, Marcello Gemmato e Andrea Mandelli. Coletto è stato assessore alla Sanità in Veneto e lo è attualmente in Umbria, Gemmato è deputato, Mandelli è deputato e vicepresidente della Camera: sono rispettivamente i responsabili dei dipartimenti Sanità di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Da tutti, ciascuno con il proprio tono, sono venute risposte di impronta liberale. Sarà bene conservarle per l’autunno.
Mandelli: «I vaccini sono fondamentali. Ma no obblighi»

Andrea Mandelli (Ansa)
La Verità raggiunge Andrea Mandelli al termine di una sua lunga sessione di presidenza dei lavori di Montecitorio. E per prima cosa l’esponente azzurro tiene a chiarire la volontà di archiviare le risposte del passato.
Mandelli, che fareste in autunno se foste voi a gestire la nuova fase del coronavirus?
«Nella nostra ultima proposta di piano pandemico che Antonio Tajani ha annunciato e che non abbiamo fatto in tempo a presentare a causa della crisi di governo, e che sarà parte del programma di Forza Italia, non siamo affatto in una logica di chiusura».
Vale anche per le restrizioni relative alle quarantene?
«Penso che dovremo gestire la questione della positività asintomatica. Personalmente, ritengo che una quarantena di sette giorni non sia compatibile con il futuro del Paese. Credo che si debba trovare una soluzione ragionevole: è assurdo pensare di risolverlo con manette e impedimenti».
Sui futuri vaccini, opportunità o costrizione?
«Io sono favorevolissimo, ripeto favorevolissimo, al fatto che questi vaccini che già abbiamo, e ancor più quelli che avremo in futuro, siano uno strumento fondamentale non solo per arginare la pandemia ma per evitarne gli effetti acuti. Dopo di che, io sono contrario a obblighi. Sono invece favorevolissimo a una campagna informativa che metta in luce questi benefici, con particolare riferimento alla prevenzione degli effetti acuti. Infine, occorre una forte raccomandazione alla vaccinazione per i fragili».
E il green pass? Tornerà o no?
«Ogni decisione è figlia di un momento. Anche alla luce di ciò che abbiamo detto finora, oggi il tema non è all’ordine del giorno».
Chi andrà al ministero della Salute e per fare cosa?
«Non faccio nomi ma un ragionamento: la pandemia ha rimesso al centro il settore della salute che negli ultimi anni era stato depauperato in termini di risorse. Non si tratta di spesa, ma di investimento in libertà e nel futuro. Dobbiamo cambiare paradigma e investire, specie nella prevenzione. Senza salute non c’è socialità né lavoro: è un bene esistenziale».
Coletto: «Il green pass non serve più. E abbiamo cure»

Luca Coletto (Imagoeconomica)
La linea di Luca Coletto è di ragionevole apertura: insomma, nessun approccio terroristico all’autunno che sta per arrivare.
Assessore, ci prepariamo finalmente a convivere con il virus, senza continuare a terrorizzare il paese e a segregare gli italiani?
«Siamo arrivati a una dimensione Covid che non è più quella del 2020: da allora a oggi, la situazione è profondamente cambiata. Il Covid aggredisce i deboli, chi non ha anticorpi sufficienti, chi è immunocompromesso. Ma disponiamo di monoclonali e antivirali. Abbiamo anche un farmaco (a cui, purtroppo, l’Aifa ha messo a lungo paletti forse eccessivi) per gli immunocompromessi, e che può essere usato in fase di malattia. Insomma, siamo in una fase in cui si possono responsabilizzare i cittadini senza alcun bisogno di terrorizzarli».
Su questa base, che si fa con il green pass? Pensate di reintrodurlo o no, con i relativi effetti di obbligo surrettizio e di restrizioni sul lavoro?
«No. Sono contrario. Siamo in una fase ormai endemica e disponiamo di cure, come abbiamo detto».
A maggior ragione, immagino, non si porrà il tema di obbligare a vaccinazioni future… Possiamo sperare, in caso di vittoria del centrodestra, in un approccio sul modello britannico, e cioè offrire senza costringere nessuno?
«Il vaccino è certamente assai positivo per gli immunocompromessi, gli anziani, i deboli: nelle Rsa la situazione è indubbiamente migliorata grazie alle vaccinazioni. Per il resto, come ci si vaccina contro l’influenza ordinaria, ci si può vaccinare contro il Covid, ma senza obbligo. La mia parola d’ordine è: sensibilizzare senza obbligare».
Un nome per il ministero se vincerete?
«Non siamo ancora ai nomi. L’importante è che tuteli il nostro sistema sanitario a copertura universale. Negli anni passati ci sono stati troppi tagli, e gli ultimi aumenti sono più che altro surrettizi. Dalla trincea delle regioni si vede bene cosa accade quando il sistema sanitario va in sofferenza».
Gemmato: «Applicheremo il buon senso, basta ideologia»

Marcello Gemmato (Ansa)
Marcello Gemmato, deputato alla Camera e responsabile Salute di Fratelli d’Italia, in una pausa di una riunione di partito sulle liste elettorali da cominciare a impostare nella sua Puglia risponde alla Verità. Ma di buon grado il parlamentare Fdi non esita a rispondere alle nostre quattro domande, dando l’idea di un impianto radicalmente alternativo a quello dell’attuale titolare del ministero Salute.
Gemmato, voi di Fratelli d’Italia siete stati all’opposizione. Immagino dunque che non abbia difficoltà a ribadire la contrarietà sua e del suo partito alla linea-Speranza. Sull’approccio all’autunno, come vi regolerete in caso di vittoria?
«Opteremo certamente per una strategia di convivenza con il virus. Guardi, tutte le scelte compiute da Speranza non sono state assunte in funzione di un’evidenza scientifica, nonostante ciò che il ministro di volta in volta diceva, ma in base a quello che definisco un furore ideologico chiusurista».
E sul green pass, che si fa? Rassicuriamo i lettori sul fatto che quello strumento non verrà rimesso in circolazione se sarete voi a governare?
«Noi siamo contrari al green pass. Tra l’altro è uno strumento che ha ingenerato in molti l’infondata convinzione di essere immuni. Meno che mai, dunque, potranno esserci sanzioni o penalizzazioni. Non si può negare il lavoro alle persone o comprimere la loro libertà. Anche qui, torniamo al discorso di prima: è stata una misura ideologica, non sanitaria».
Su questa base, come vi regolerete rispetto alle vaccinazioni future? Libertà o obbligo?
«Suggeriremo in maniera importante e convincente la vaccinazione agli anziani, ai deboli, agli immunodepressi: ma non può esserci obbligo o lesione della libertà personale, meno che mai per tutti gli altri cittadini che non sono nemmeno in una condizione di potenziale fragilità».
Chi sarà ministro della Salute? E, in mancanza di un nome, ci disegni un profilo.
«Una cosa è fondamentale: dovrà applicare il buon senso, non l’ideologia».
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Dopo l’eccessiva accondiscendenza verso le politiche chiusuriste dei governi precedenti, i responsabili della Sanità per Lega, Fdi e Fi promettono un approccio più pragmatico in caso di vittoria. Ricordiamocene.Il deputato di Forza Italia Andrea Mandelli: «Serve fare una campagna informativa sui benefici».L’assessore della Lega Luca Coletto: «I cittadini sono da responsabilizzare e non terrorizzare».Fratelli d’Italia promette con Marcello Gemmato: «Non si possono negare il lavoro e la libertà alle persone».Lo speciale contiene quattro articoli.Il centrodestra è lo schieramento che, oggi, è più vicino a vincere le elezioni. La Verità ha chiesto ai responsabili del settore Sanità di Lega, Fdi e Fi se la politica dei tre partiti sulla gestione del Covid, prima troppo schiacciata sul rigore chiusurista dei governi precedenti, cambierà. Ecco le loro risposte.Nell’ambito della ricognizione programmatica svolta nei giorni scorsi dalla Verità, il nostro quotidiano ha rivolto alcune domande ai tre partiti del centrodestra in tema di gestione del coronavirus. Inutile far finta che non sia così: ci sono ferite tuttora aperte. La stessa accoglienza assai positiva da parte dei lettori, anche sui canali social, rispetto ai temi che questo giornale ha posto in evidenza, segnala un disagio non superato rispetto a una certa accondiscendenza del centrodestra rispetto alla linea ultrachiusurista del ministro Roberto Speranza. A maggior ragione, dunque, vale la pena di chiarire le posizioni all’inizio di una campagna elettorale delicatissima, in cui Lega-Fi-Fdi non hanno certo interesse a far espandere sacche di insoddisfazione o di potenziale astensione. La Verità ha posto quattro questioni, in particolare: in autunno, il centrodestra, in caso di vittoria elettorale e di conseguente responsabilità di governo, che atteggiamento adotterebbe? Un approccio tremendista secondo la ben nota linea di Speranza o di «convivenza con il Coronavirus», puntando a superare il metodo delle restrizioni? E ancora: Fdi-Lega-Fi sarebbero favorevoli o contrari al ripristino del green pass, con tutte le conseguenze anche sul piano lavorativo per chi non dovesse adeguarsi? Terzo: quanto alle vaccinazioni (in particolare a quelle nuove attese nei prossimi mesi), si punterebbe in modo liberale a offrirle a chi vorrà usufruirne o invece scatteranno altri obblighi? E da ultimo, chi sarebbe il ministro della Sanità di un governo di centrodestra? Nella giornata di ieri, abbiamo girato queste questioni a Luca Coletto, Marcello Gemmato e Andrea Mandelli. Coletto è stato assessore alla Sanità in Veneto e lo è attualmente in Umbria, Gemmato è deputato, Mandelli è deputato e vicepresidente della Camera: sono rispettivamente i responsabili dei dipartimenti Sanità di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Da tutti, ciascuno con il proprio tono, sono venute risposte di impronta liberale. Sarà bene conservarle per l’autunno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-corregge-rotta-covid-2657729394.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mandelli-i-vaccini-sono-fondamentali-ma-no-obblighi" data-post-id="2657729394" data-published-at="1658820948" data-use-pagination="False"> Mandelli: «I vaccini sono fondamentali. Ma no obblighi» Andrea Mandelli (Ansa) La Verità raggiunge Andrea Mandelli al termine di una sua lunga sessione di presidenza dei lavori di Montecitorio. E per prima cosa l’esponente azzurro tiene a chiarire la volontà di archiviare le risposte del passato. Mandelli, che fareste in autunno se foste voi a gestire la nuova fase del coronavirus? «Nella nostra ultima proposta di piano pandemico che Antonio Tajani ha annunciato e che non abbiamo fatto in tempo a presentare a causa della crisi di governo, e che sarà parte del programma di Forza Italia, non siamo affatto in una logica di chiusura». Vale anche per le restrizioni relative alle quarantene? «Penso che dovremo gestire la questione della positività asintomatica. Personalmente, ritengo che una quarantena di sette giorni non sia compatibile con il futuro del Paese. Credo che si debba trovare una soluzione ragionevole: è assurdo pensare di risolverlo con manette e impedimenti». Sui futuri vaccini, opportunità o costrizione? «Io sono favorevolissimo, ripeto favorevolissimo, al fatto che questi vaccini che già abbiamo, e ancor più quelli che avremo in futuro, siano uno strumento fondamentale non solo per arginare la pandemia ma per evitarne gli effetti acuti. Dopo di che, io sono contrario a obblighi. Sono invece favorevolissimo a una campagna informativa che metta in luce questi benefici, con particolare riferimento alla prevenzione degli effetti acuti. Infine, occorre una forte raccomandazione alla vaccinazione per i fragili». E il green pass? Tornerà o no? «Ogni decisione è figlia di un momento. Anche alla luce di ciò che abbiamo detto finora, oggi il tema non è all’ordine del giorno». Chi andrà al ministero della Salute e per fare cosa? «Non faccio nomi ma un ragionamento: la pandemia ha rimesso al centro il settore della salute che negli ultimi anni era stato depauperato in termini di risorse. Non si tratta di spesa, ma di investimento in libertà e nel futuro. Dobbiamo cambiare paradigma e investire, specie nella prevenzione. Senza salute non c’è socialità né lavoro: è un bene esistenziale». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-corregge-rotta-covid-2657729394.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="coletto-il-green-pass-non-serve-piu-e-abbiamo-cure" data-post-id="2657729394" data-published-at="1658820948" data-use-pagination="False"> Coletto: «Il green pass non serve più. E abbiamo cure» Luca Coletto (Imagoeconomica) La linea di Luca Coletto è di ragionevole apertura: insomma, nessun approccio terroristico all’autunno che sta per arrivare. Assessore, ci prepariamo finalmente a convivere con il virus, senza continuare a terrorizzare il paese e a segregare gli italiani? «Siamo arrivati a una dimensione Covid che non è più quella del 2020: da allora a oggi, la situazione è profondamente cambiata. Il Covid aggredisce i deboli, chi non ha anticorpi sufficienti, chi è immunocompromesso. Ma disponiamo di monoclonali e antivirali. Abbiamo anche un farmaco (a cui, purtroppo, l’Aifa ha messo a lungo paletti forse eccessivi) per gli immunocompromessi, e che può essere usato in fase di malattia. Insomma, siamo in una fase in cui si possono responsabilizzare i cittadini senza alcun bisogno di terrorizzarli». Su questa base, che si fa con il green pass? Pensate di reintrodurlo o no, con i relativi effetti di obbligo surrettizio e di restrizioni sul lavoro? «No. Sono contrario. Siamo in una fase ormai endemica e disponiamo di cure, come abbiamo detto». A maggior ragione, immagino, non si porrà il tema di obbligare a vaccinazioni future… Possiamo sperare, in caso di vittoria del centrodestra, in un approccio sul modello britannico, e cioè offrire senza costringere nessuno? «Il vaccino è certamente assai positivo per gli immunocompromessi, gli anziani, i deboli: nelle Rsa la situazione è indubbiamente migliorata grazie alle vaccinazioni. Per il resto, come ci si vaccina contro l’influenza ordinaria, ci si può vaccinare contro il Covid, ma senza obbligo. La mia parola d’ordine è: sensibilizzare senza obbligare». Un nome per il ministero se vincerete? «Non siamo ancora ai nomi. L’importante è che tuteli il nostro sistema sanitario a copertura universale. Negli anni passati ci sono stati troppi tagli, e gli ultimi aumenti sono più che altro surrettizi. Dalla trincea delle regioni si vede bene cosa accade quando il sistema sanitario va in sofferenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/centrodestra-corregge-rotta-covid-2657729394.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gemmato-applicheremo-il-buon-senso-basta-ideologia" data-post-id="2657729394" data-published-at="1658820948" data-use-pagination="False"> Gemmato: «Applicheremo il buon senso, basta ideologia» Marcello Gemmato (Ansa) Marcello Gemmato, deputato alla Camera e responsabile Salute di Fratelli d’Italia, in una pausa di una riunione di partito sulle liste elettorali da cominciare a impostare nella sua Puglia risponde alla Verità. Ma di buon grado il parlamentare Fdi non esita a rispondere alle nostre quattro domande, dando l’idea di un impianto radicalmente alternativo a quello dell’attuale titolare del ministero Salute. Gemmato, voi di Fratelli d’Italia siete stati all’opposizione. Immagino dunque che non abbia difficoltà a ribadire la contrarietà sua e del suo partito alla linea-Speranza. Sull’approccio all’autunno, come vi regolerete in caso di vittoria? «Opteremo certamente per una strategia di convivenza con il virus. Guardi, tutte le scelte compiute da Speranza non sono state assunte in funzione di un’evidenza scientifica, nonostante ciò che il ministro di volta in volta diceva, ma in base a quello che definisco un furore ideologico chiusurista». E sul green pass, che si fa? Rassicuriamo i lettori sul fatto che quello strumento non verrà rimesso in circolazione se sarete voi a governare? «Noi siamo contrari al green pass. Tra l’altro è uno strumento che ha ingenerato in molti l’infondata convinzione di essere immuni. Meno che mai, dunque, potranno esserci sanzioni o penalizzazioni. Non si può negare il lavoro alle persone o comprimere la loro libertà. Anche qui, torniamo al discorso di prima: è stata una misura ideologica, non sanitaria». Su questa base, come vi regolerete rispetto alle vaccinazioni future? Libertà o obbligo? «Suggeriremo in maniera importante e convincente la vaccinazione agli anziani, ai deboli, agli immunodepressi: ma non può esserci obbligo o lesione della libertà personale, meno che mai per tutti gli altri cittadini che non sono nemmeno in una condizione di potenziale fragilità». Chi sarà ministro della Salute? E, in mancanza di un nome, ci disegni un profilo. «Una cosa è fondamentale: dovrà applicare il buon senso, non l’ideologia».
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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Il sindaco di New York Zohran Mamdani parla durante la sua cerimonia di inaugurazione (Ansa)
Le mosse di Mamdani, che ha giurato sul Corano al momento del suo insediamento (accompagnato dalla consorte Rama Duwaji, pizzicata dai tabloid con stivali da 630 dollari ai piedi) hanno irritato Gerusalemme. «Nel suo primo giorno da sindaco di New York, Mamdani mostra il suo vero volto: rigetta la definizione di antisemitismo dell’Ihra e revoca le restrizioni al boicottaggio di Israele. Questa non è leadership. È benzina antisemita sul fuoco», ha dichiarato il ministero degli Esteri israeliano.
Non solo. Già giovedì, il National Jewish Advocacy Center aveva chiesto conto a Mamdani del fatto che fossero stati cancellati dall’account X ufficiale del municipio alcuni post contro l’antisemitismo, risalenti all’amministrazione Adams. «È difficile esagerare quanto sia inquietante che uno dei tuoi primi atti come sindaco di New York, nel tuo primo giorno in carica, sia quello di cancellare i tweet ufficiali dell’account del municipio che parlavano della protezione degli ebrei newyorchesi», ha affermato l’organizzazione in una lettera inviata al primo cittadino. La portavoce di Mamdani ha replicato sostenendo che i post sarebbero stati semplicemente archiviati e che il neo sindaco «resta fermo nel suo impegno a sradicare il flagello dell’antisemitismo nella nostra città». Ciononostante, i primi atti di Mamdani hanno suscitato inquietudine. A maggior ragione, tenendo presente alcune delle posizioni che il diretto interessato aveva espresso nel recente passato. A giugno, era stato criticato per non aver preso inequivocabilmente le distanze dallo slogan «globalizzare l’Intifada». Inoltre, durante la campagna elettorale, aveva accusato Israele di genocidio e si era anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu, in caso quest’ultimo si fosse recato nella Grande Mela. Senza poi trascurare che, il mese scorso, un’esponente del team di Mamdani, Catherine Almonte Da Costa, si era dovuta dimettere, dopo che l’Anti-Defamation League aveva denunciato alcuni suoi vecchi post, in cui parlava di «ebrei affamati di soldi». Era inoltre fine ottobre quando l’attivista iraniano-americana Masih Alinejad accusò Mamdani di non essere abbastanza duro nel condannare Hamas.
Parliamo di quella stessa Hamas che è notoriamente uno dei principali proxy dell’Iran. E proprio in Iran, lo abbiamo detto, sono da giorni in corso proteste contro il regime khomeinista: proteste a cui la Casa Bianca ha dato de facto il suo appoggio. «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato ieri Donald Trump, innescando la reazione piccata del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha irritato parte della base Maga per la sua distensione con l’attuale governo siriano, ha inoltre recentemente designato alcune realtà connesse alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». Insomma, il paradosso è evidente: Trump, dipinto spesso alla stregua di un «tiranno», sta cercando di arginare il fondamentalismo islamico; Mamdani, elogiato come un paladino progressista, flirta invece con posizioni non poi così distanti dall’islamismo. D’altronde, un certo strabismo è stato evidenziato anche da Elon Musk, che ha sottolineato come il saluto fatto dal neo sindaco durante l’insediamento di giovedì non fosse poi troppo dissimile da quello per cui lui stesso fu accusato, a gennaio scorso, di apologia del nazismo.
E attenzione: che Mamdani sia una figura controversa è testimoniato anche dalle spaccature interne alla base e ai vertici del Partito democratico americano. Secondo la Cnn, alle elezioni municipali newyorchesi di novembre il 64% degli elettori ebrei ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Inoltre, se ha avuto l’endorsement della deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani non ha invece ricevuto quello del capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, che oltre a essere ebreo è su posizioni (relativamente) centriste. L’Asinello, insomma, è finito in testacoda.
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