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2022-11-21
La maledizione dei centri storici
Trastevere, Roma. Carabinieri e movida (Imagoeconomica)
Schiamazzi fino alle prime ore del mattino, musica ad alto volume che da pub e locali sale fino agli ultimi piani. Risse e atti vandalici a tutte le ore. Monopattini che sfrecciano sui marciapiedi e biciclette abbandonate ovunque a ostruire i pochi spazi per parcheggiare un’auto. Contenitori di mondezza che tracimano, strade lastricate di cocci di bottiglie, eredità della movida notturna. Restrizioni capestro per le auto, mezzi di trasporto pubblico sovraffollati, taxi introvabili. L’estensione della fascia verde a Milano è diventata un modello: il sindaco di Roma Roberto Gualtieri l’ha subito imitato, allargando la zona a traffico limitato verso l’area Nord della città. Ora dalle periferie ci si muove solo se si hanno vetture Euro4. La situazione posteggi è così assurda che un canale social, «Rome is more» e l’azienda Clementoni hanno creato un gioco da tavolo originale «per trovare parcheggio» a Roma intitolato «Er giro de Peppe».
Poi c’è la microcriminalità: uno stillicidio di furti, scippi e aggressioni, intere zone in mano agli spacciatori o alla prostituzione. Fino a qualche anno fa, vivere nel cuore di una metropoli era il sogno di molti. Ora, per chi vi abita, è un incubo. Neppure l’offerta commerciale compensa i problemi. I negozi storici stanno chiudendo mentre proliferano paninoteche, fast food, take away, bar e mini market. I ristoranti di tradizione sono stretti tra gli aumenti delle bollette energetiche, i costi del personale e una clientela meno disposta a spendere per un menu di qualità. Ciò che caratterizzava le città italiane sta scomparendo. Le botteghe cedono il posto alla paccottiglia dei souvenir o all’abbigliamento di nessun pregio, perennemente in saldo. Sopravvivono i grandi marchi, ma sono gli stessi che si possono trovare in tutto il mondo. Ciò che rendeva uniche le città italiane si sta perdendo.
Baby gang
La microcriminalità dalle periferie sta dilagando nei centri storici. Piccoli furti nei negozi con tecniche lampo: entrano, s’impossessano dei capi a portata di mano e fuggono con monopattini, preferiti ai motorini perché più agevoli nel traffico. Di solito sono bande che agiscono in nuclei di poche persone. Oppure prendono di mira chi ha fatto shopping, lo avvicinano e gli strappano la busta con gli acquisti. Le baby gang si strutturano sui social, sanno che possono agire quasi indisturbate, facendosi forza della giovanissima età. Gli obiettivi sono oggetti firmati, dal cellulare al capo di abbigliamento all’orologio, ma spesso aggrediscono per il gusto di farlo, senza un vero scopo, se non quello di seminare il panico. A Milano scorazzano soprattutto nell’area vicino alla Stazione Centrale ma non disdegnano, specie al tramonto, anche le zone più centrali. Un report di Transcrime, il centro di ricerca sulla criminalità transnazionale condotto da tre università (Cattolica di Milano, Bologna e Perugia) con il Viminale, ha tracciato il profilo delle baby gang. Nella maggior parte dei casi, si tratta di giovani tra i 14 e i 18 anni. I gruppi sono diffusi soprattutto nel Centro-Nord; alcuni sono privi di struttura e gerarchia e compiono atti vandalici perlopiù ai danni di coetanei; altri sono legati alla malavita locale e fanno spaccio e estorsioni. Infine alcune gang si ispirano alle organizzazioni criminali straniere. Fra le attività criminali più spesso associate, emergono risse, percosse e lesioni, atti vandalici e disturbo della quiete pubblica nei centri storici.
Addio ai negozi storici
Ma i centri storici muoiono anche per la progressiva chiusura dei negozi. A parte le griffe, le botteghe tradizionali stanno chiudendo ovunque, stangate dal caro bollette, dalla riduzione della clientela disposta a spendere e dall’assenza del cambio generazionale. A Roma, a fine anno, chiuderà l’ultimo guantaio di alta gamma, Catello D’Auria, che serviva perfino la regina Elisabetta. Saracinesca abbassata per il panificio-pasticceria Palombi, 124 anni di storia, in via Veneto, e per il Caffè della Pace, aperto 123 anni fa dietro Piazza Navona, tappa fissa di Fellini, Ungaretti e Monicelli. A Torino, nell’ultimo decennio, sono scomparsi 409 negozi di vendita al dettaglio. Al posto dei caffè storici, stuzzichini e aperitivi. Prima della pandemia ha abbassato la serranda il Caval ’d Brons: ai suoi tavoli si erano seduti Totò, Frank Sinatra, Ingrid Bergman, Ava Gardner e Orson Welles. Scompaiono pure le librerie.
incubo ciclabili
I progetti green vengono sbandierati perché dovrebbero favorire una convivenza più serena e «sostenibile». Invece le restrizioni al traffico sempre più draconiane come a Milano e Roma o le domeniche a piedi per abbassare il tasso di inquinamento non fanno che tenere lontana la gente dai centri storici. Il fanatismo per le due ruote ha portato a ridurre gli spazi per le auto per lasciare posto alle piste ciclabili, ma biciclette e monopattini si sentono autorizzati a invadere i marciapiedi.
La giunta Gualtieri ha annunciato che a Roma parte dei fondi del Pnrr andranno a realizzare altri 54 chilometri di piste ciclabili. Ma in alcune strade, le ciclabili realizzate da Virginia Raggi sono già state trasferite sui marciapiedi per recuperare spazio ai parcheggi. Il traffico ovviamente ne risente, senza contare gli autobus e i mezzi per la raccolta dei rifiuti costretti a fermarsi in mezzo alla strada. I tassisti si lamentano che i tempi di percorrenza sono aumentati e i clienti si arrabbiano. Le consegne ai negozi sono un dramma.
decibel spaccatimpani
Se spostarsi in auto è una maledizione, anche starsene in casa diventa problematico. Il frastuono della movida, sette giorni su sette dal tramonto all’alba, non risparmia nemmeno gli ultimi piani. Il 65% degli abitanti delle città è esposto a decibel superiori alla norma, e per il 5% l’inquinamento acustico supera i 75 decibel. A Roma il 60% degli abitanti è esposto a un baccano oltre i 55 decibel e il 40% oltre i 50 decibel durante la notte. Secondo l’università Bicocca, almeno il 42% dei milanesi sono esposti, quotidianamente, a una soglia che supera i 65 decibel di giorno e 50 di notte. In alcune case si toccano gli 80 decibel, peggio che vivere accanto a una tangenziale. Alcuni portali internet per la compravendita di immobili riportano, quartiere per quartiere, una «mappa dei rumori». In alcune vie del centro come via Spadari, via Moscova, via Ariosto, corso Garibaldi, corso di Porta Romana o piazza Wagner, si rilevano in media, di giorno, più di 70 decibel. Non esattamente l’ideale per una vita tranquilla.
«I vigili? Sempre altre priorità»
«Trastevere è diventata invivibile. Chi vi abita o si rassegna a essere in guerra perenne contro schiamazzi, risse e baby gang, oppure trasforma l’abitazione in un b&b e si trasferisce altrove». È quanto stanno facendo moltissimi residenti, assicura Simona Marcellini, combattiva presidente del Comitato Emergenza di Trastevere, gruppo di cittadini in prima linea contro il degrado di un’area storica della capitale.
Anche lei se ne andrà?
«No, io non mollo, continuo a sporgere denunce a incalzare la polizia municipale anche se ogni volta mi dicono che sono impegnati altrove e bisogna accettare l’idea di Trastevere come un parco giochi».
Cosa incide sul degrado?
«Con le liberalizzazioni del decreto Bersani sono proliferati i mini market, in mano a gruppi del Bangladesh. Favoriti dal fisco agevolato, hanno preso il posto degli esercizi storici. Sono aperti 24 ore e riforniscono i giovani di alcol per tutta la notte. Trastevere, come altri quartieri di Roma, ormai vive solo di ristorazione, di una miriade di piccoli locali con cibo di scarsissima qualità take away, di bar che offrono stuzzichini e aperitivi. A piazza San Cosimato ci sono otto minimarket non necessari, visto che c’è il mercato rionale. E attorno a questi prolifera la movida. Comincia alle 19 e va avanti fino alle 3-4 del mattino. All’alcol si aggiunge la droga. Al mattino i vicoli puzzano di vomito e di urina. Lo sballo è ormai sette giorni su sette».
E le denunce alla polizia municipale?
«Sono continue ma cadono nel vuoto. Abbiamo anche manifestato davanti al Campidoglio qualche mese fa, con altri comitati di quartiere, ma abbiamo ricevuto solo vaghe promesse. Ogni tanto leggo qualche analisi di sociologi o psicologi che attribuiscono l’aggressività dei giovani al Covid. È un alibi, una scusa. Il fenomeno c’era anche prima della pandemia. I genitori sono assenti e i ragazzi hanno la convinzione di godere dell’impunità totale, sanno che possono fare qualsiasi cosa e non avranno sanzioni, anzi c’è anche chi li giustifica. C’è una situazione di lassismo generalizzato da parte delle autorità. Spesso vengono organizzate feste con musica ad alto volume anche in negozi su strada che di notte dovrebbero essere chiusi».
Che tipo di ragazzi sono quelli della movida?
«Molti sono giovani turisti che hanno capito di essere in un paese senza regole, che non rischiano sanzioni. Ma sono soprattutto italiani. E non pensate a giovani che provengono da condizioni sociali di degrado. Sono di buona famiglia, figli di professionisti o impiegati pubblici. Lo sballo si conclude spesso con risse. Dalla mia finestra, li vedo che barcollano, pieni di alcol e vanno a pisciare e vomitare dentro i portoni».
Ma le famiglie?
«Bella domanda. Una notte mi affaccio perché non riuscivo a dormire per gli schiamazzi e vedo una ragazza a terra. Accorro e capisco che è in coma etilico. Un giovane mi dice che ha chiamato i genitori e non occorre far intervenire un’ambulanza. Io insisto e la ragazza viene portata in pronto soccorso. Sapete il padre quando è arrivato? Due ore dopo. Colpa del traffico? Dubito, era notte fonda».
Nemmeno il Giubileo rilancerà Roma
«Roma soffre di problemi che si trascinano da anni e che il Covid e la crisi economica ha inasprito». Eppure le strade sono intasate da turisti, non dovrebbe andare poi così male. Invece Romolo Guasco, direttore di Confcommercio Roma, dice che è tutta apparenza. «È un turismo che spende poco e porta pochissimo alla città e al commercio. Anzi, la concentrazione dei flussi nei tradizionali punti di richiamo storico artistici ha cambiato il tessuto sociale della capitale. Il centro si sta svuotando dei residenti. Gli immobili vengono sventrati per far posto a b&b, monolocali che spesso operano in modo nascosto». Guasco sottolinea che il commercio di vicinato sta scomparendo. «Introvabili sarti, falegnami, pittori, restauratori, calzolai. Sono rimaste le insegne delle strade dedicate alle varie specializzazioni artigiane e qualche negozio solo a uso turistico, il resto è un deserto». Questo impoverimento si estende anche alla qualità dei divertimenti serali: «La proposta ai turisti è soltanto quella degli aperitivi che spesso degenerano nello sballo, con ripercussioni sulla qualità della vita per i residenti».
C’è poi un altro aspetto che ha influito sul degrado della città. «Finché c’era la grande burocrazia pubblica e le grandi aziende», spiega Guasco, «anche il commercio ne beneficiava. Ma ora tante imprese hanno chiuso la sede romana e si sono trasferite al Nord. È comprensibile. Chi vuole aprire un punto nella capitale deve vedersela con gli spostamenti difficili, il traffico caotico, i mezzi pubblici impraticabili, la carenza di taxi. Ditemi quale multinazionale sarebbe disposta ad affrontare questi ostacoli». Nel periodo delle feste natalizie poi tutto diventa più complicato: «Il Comune ci ha comunicato che l’ingresso nella Ztl sarà limitato per tutta la settimana, senza deroghe il sabato e la domenica. Per il commercio è un disastro, perché è in quel periodo che l’area dello shopping diventa più attrattiva. Chi vuole fare compere o si adatta a usare i mezzi di trasporto pubblico o deve andare altrove».
C’è attesa per le ricadute che potrebbe avere il Giubileo. Alcuni gruppi immobiliari alberghieri stanno facendo grandi investimenti per aggiudicarsi postazioni di prestigio ma, dice Guasco, l’amministrazione dovrebbe investire nelle infrastrutture. «Il Comune ci ha detto che sta sbloccando le pratiche di alcuni parcheggi nel centro storico. Ci sono strutture date in concessione che non hanno aperto. E poi mancano i taxi. Abbiamo chiesto di liberalizzare i turni e quindi di moltiplicare le corse. Parcheggi e mezzi di trasporto sono le condizioni fondamentali per la qualità della vita in una città».
Confcommercio segnala inoltre la progressiva chiusura dei negozi storici, colpiti dal rincaro dei canoni di affitto e dai costi energetici. Ma anche vittime dell’impoverimento di chi abita nei quartieri storici. Si preferisce il prodotto in serie, o acquistato online per spendere meno: «Molte insegne hanno lasciato il posto ai mini market gestiti da stranieri o a punti vendita di prodotti di scarsa qualità. Così Roma sta perdendo la sua unicità».
«Aspettano i clienti fuori dai negozi e rubano le borse con gli acquisti»
«Il problema principale del centro di Milano è la sicurezza. Usciti dalle strade dello shopping di lusso, la vetrina luccicante della città, si entra in un’altra realtà. Buche, sporcizia, scarsa illuminazione. L’idea di posticipare l’accensione delle insegne e di spegnerle anticipatamente crea la condizione favorevole alla diffusione della criminalità». Gabriel Meghnagi è il presidente di Ascobaires, l’associazione degli esercizi commerciali di corso Buenos Aires e vie limitrofe, circa 270 punti vendita, aderente a Confcommercio Milano.
Qual è l’emergenza principale? Le baby gang?
«Quelle sono ovunque a Milano, in particolare attorno alla Stazione Centrale. Ma poi ci sono gli scippi, sempre più frequenti. Rubano oggetti di valore, come borse firmate e orologi. I ladri individuano le persone appena uscite da un negozio, le seguono e le depredano. Non mancano i furti nei negozi. Entrano, prendono ciò che possono e fuggono via».
Le luminarie natalizie dovrebbero in parte far fronte al problema della sicurezza, o no?
«Sì, peccato che quest’anno saranno scarse. Mancano gli sponsor e le luci si spengono per i costi energetici. Trovo assurdo che i commercianti si rifiutino di pagare una quota per l’illuminazione. Non capiscono che se la strada è buia, difficilmente i clienti vanno a fare acquisti e finiscono per privilegiare i negozi di vie più festose e anche percepite come più sicure».
L’amministrazione è consapevole del problema della sicurezza?
«Certo, ma non vedo interventi incisivi. I clienti spesso ci chiedono di consegnare gli acquisti direttamente a casa perché hanno paura a uscire con la carta di credito o i contanti. Gli scippi dei sacchetti fuori dal negozio sono all’ordine del giorno. I ladri schizzano sui monopattini che hanno sostituito i motorini per questo genere di furti. Le persone hanno paura a girare nel centro di Milano dopo il tramonto. Alcuni alberghi mettono in guardia gli ospiti e questo contribuisce a creare l’immagine di una città poco sicura».
Gli alberghi consigliano i clienti a non uscire la sera?
«Mi è stato riferito che un hotel cinque stelle lusso, vicino alla Stazione Centrale, ha suggerito agli ospiti di lasciare in camera oggetti di valore come pure contanti e carte di credito, per le uscite serali. È come dire di non venire più a Milano, non è una buona pubblicità per la città. Fino a qualche tempo fa c’era una squadra di polizia locale in borghese che interveniva su segnalazione di furti e scippi, ma le forze si sono ridotte da 12 a 8 e poi a 4 agenti. Ora non resta che chiamare il 112, ma non si mobilitano se è stato rubato un telefono cellulare».
Quale è la situazione a corso Buenos Aires?
«Simile a quella delle strade commerciali. Le vie limitrofe sono impercorribili per questione di sicurezza, il manto stradale è dissestato, monopattini e biciclette sono parcheggiate in modo selvaggio davanti alle vetrine e ostruiscono gli ingressi. C’è anarchia totale, i marciapiedi sono pericolosi, si rischia di essere travolti dai monopattini. La sensazione è che si possa fare qualsiasi cosa, restando impuniti. D’altronde quando le strade sono buie e malmesse, i controlli diminuiscono e i commercianti sono impotenti. Chiamare la polizia municipale, ammesso che intervenga, è inutile».
Avete segnalato il problema?
«Ogni giorno i commercianti di via Palestrina, viale Monza, viale Brianza, via Venini scrivono al Comune. Il problema della sicurezza è particolarmente sentito nell’area tra via San Gregorio, via Felice Casati, via Scarlatti, via Petrella e nel tratto tra largo Argentina e piazzale Loreto. In piazza Argentina sono all’ordine del giorno scippi, spesso a danno di anziani strattonati e rapinati. Alle segnalazioni nessuno risponde».
E la scomparsa di negozi storici?
«È un altro tema che penso interessi tutte le città italiane. Il Covid e i rincari energetici hanno dato il colpo finale a esercizi già in crisi, incalzati dai grandi marchi alla ricerca di nuovi spazi. In galleria Vittorio Emanuele i canoni di locazione sono aumentati di otto volte e pochi sono riusciti a sostenere tali rincari».
Quali attività sono più colpite dalla crisi?
«I negozi di calzature artigianali, l’abbigliamento di alta classe per uomo, la sartoria di tradizione sono una rarità. Così pure gli orologiai. C’è il problema del cambio generazionale. I giovani vedono che i genitori fanno fatica ad andare avanti e preferiscono orientarsi su altre attività. Anche l’antiquariato ha vita difficile. Qualche bottega è sopravvissuta in zona Brera e nel quadrilatero. Per il resto sono tutte grandi firme. Mi chiedo perché un turista dovrebbe venire a Milano per comprare le stesse griffe che trova vicino a casa propria. Si è perso ciò che rende uniche le nostre città».
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Nel cuore delle città si vive sempre peggio: zone ostaggio della microcriminalità mentre le botteghe chiudono.La presidente del Comitato emergenza di Trastevere: «Le denunce cadono nel vuoto. Con le liberalizzazioni del decreto Bersani i minimarket bangladesi fanno da padroni».Romolo Guasco (Confcommercio): l’amministrazione dovrebbe investire in infrastrutture ma va tutto a rilento. Le grandi società spostano le sedi di rappresentanza a Nord.Il presidente di Ascobaires a Milano: «La sicurezza è un grosso guaio, ma il Comune spegne l’illuminazione nelle strade. Molti ci chiedono la consegna a casa perché non vogliono girare con carte di credito e contanti».Lo speciale contiene quattro articoli.Schiamazzi fino alle prime ore del mattino, musica ad alto volume che da pub e locali sale fino agli ultimi piani. Risse e atti vandalici a tutte le ore. Monopattini che sfrecciano sui marciapiedi e biciclette abbandonate ovunque a ostruire i pochi spazi per parcheggiare un’auto. Contenitori di mondezza che tracimano, strade lastricate di cocci di bottiglie, eredità della movida notturna. Restrizioni capestro per le auto, mezzi di trasporto pubblico sovraffollati, taxi introvabili. L’estensione della fascia verde a Milano è diventata un modello: il sindaco di Roma Roberto Gualtieri l’ha subito imitato, allargando la zona a traffico limitato verso l’area Nord della città. Ora dalle periferie ci si muove solo se si hanno vetture Euro4. La situazione posteggi è così assurda che un canale social, «Rome is more» e l’azienda Clementoni hanno creato un gioco da tavolo originale «per trovare parcheggio» a Roma intitolato «Er giro de Peppe».Poi c’è la microcriminalità: uno stillicidio di furti, scippi e aggressioni, intere zone in mano agli spacciatori o alla prostituzione. Fino a qualche anno fa, vivere nel cuore di una metropoli era il sogno di molti. Ora, per chi vi abita, è un incubo. Neppure l’offerta commerciale compensa i problemi. I negozi storici stanno chiudendo mentre proliferano paninoteche, fast food, take away, bar e mini market. I ristoranti di tradizione sono stretti tra gli aumenti delle bollette energetiche, i costi del personale e una clientela meno disposta a spendere per un menu di qualità. Ciò che caratterizzava le città italiane sta scomparendo. Le botteghe cedono il posto alla paccottiglia dei souvenir o all’abbigliamento di nessun pregio, perennemente in saldo. Sopravvivono i grandi marchi, ma sono gli stessi che si possono trovare in tutto il mondo. Ciò che rendeva uniche le città italiane si sta perdendo.Baby gang La microcriminalità dalle periferie sta dilagando nei centri storici. Piccoli furti nei negozi con tecniche lampo: entrano, s’impossessano dei capi a portata di mano e fuggono con monopattini, preferiti ai motorini perché più agevoli nel traffico. Di solito sono bande che agiscono in nuclei di poche persone. Oppure prendono di mira chi ha fatto shopping, lo avvicinano e gli strappano la busta con gli acquisti. Le baby gang si strutturano sui social, sanno che possono agire quasi indisturbate, facendosi forza della giovanissima età. Gli obiettivi sono oggetti firmati, dal cellulare al capo di abbigliamento all’orologio, ma spesso aggrediscono per il gusto di farlo, senza un vero scopo, se non quello di seminare il panico. A Milano scorazzano soprattutto nell’area vicino alla Stazione Centrale ma non disdegnano, specie al tramonto, anche le zone più centrali. Un report di Transcrime, il centro di ricerca sulla criminalità transnazionale condotto da tre università (Cattolica di Milano, Bologna e Perugia) con il Viminale, ha tracciato il profilo delle baby gang. Nella maggior parte dei casi, si tratta di giovani tra i 14 e i 18 anni. I gruppi sono diffusi soprattutto nel Centro-Nord; alcuni sono privi di struttura e gerarchia e compiono atti vandalici perlopiù ai danni di coetanei; altri sono legati alla malavita locale e fanno spaccio e estorsioni. Infine alcune gang si ispirano alle organizzazioni criminali straniere. Fra le attività criminali più spesso associate, emergono risse, percosse e lesioni, atti vandalici e disturbo della quiete pubblica nei centri storici.Addio ai negozi storiciMa i centri storici muoiono anche per la progressiva chiusura dei negozi. A parte le griffe, le botteghe tradizionali stanno chiudendo ovunque, stangate dal caro bollette, dalla riduzione della clientela disposta a spendere e dall’assenza del cambio generazionale. A Roma, a fine anno, chiuderà l’ultimo guantaio di alta gamma, Catello D’Auria, che serviva perfino la regina Elisabetta. Saracinesca abbassata per il panificio-pasticceria Palombi, 124 anni di storia, in via Veneto, e per il Caffè della Pace, aperto 123 anni fa dietro Piazza Navona, tappa fissa di Fellini, Ungaretti e Monicelli. A Torino, nell’ultimo decennio, sono scomparsi 409 negozi di vendita al dettaglio. Al posto dei caffè storici, stuzzichini e aperitivi. Prima della pandemia ha abbassato la serranda il Caval ’d Brons: ai suoi tavoli si erano seduti Totò, Frank Sinatra, Ingrid Bergman, Ava Gardner e Orson Welles. Scompaiono pure le librerie.incubo ciclabiliI progetti green vengono sbandierati perché dovrebbero favorire una convivenza più serena e «sostenibile». Invece le restrizioni al traffico sempre più draconiane come a Milano e Roma o le domeniche a piedi per abbassare il tasso di inquinamento non fanno che tenere lontana la gente dai centri storici. Il fanatismo per le due ruote ha portato a ridurre gli spazi per le auto per lasciare posto alle piste ciclabili, ma biciclette e monopattini si sentono autorizzati a invadere i marciapiedi. La giunta Gualtieri ha annunciato che a Roma parte dei fondi del Pnrr andranno a realizzare altri 54 chilometri di piste ciclabili. Ma in alcune strade, le ciclabili realizzate da Virginia Raggi sono già state trasferite sui marciapiedi per recuperare spazio ai parcheggi. Il traffico ovviamente ne risente, senza contare gli autobus e i mezzi per la raccolta dei rifiuti costretti a fermarsi in mezzo alla strada. I tassisti si lamentano che i tempi di percorrenza sono aumentati e i clienti si arrabbiano. Le consegne ai negozi sono un dramma.decibel spaccatimpaniSe spostarsi in auto è una maledizione, anche starsene in casa diventa problematico. Il frastuono della movida, sette giorni su sette dal tramonto all’alba, non risparmia nemmeno gli ultimi piani. Il 65% degli abitanti delle città è esposto a decibel superiori alla norma, e per il 5% l’inquinamento acustico supera i 75 decibel. A Roma il 60% degli abitanti è esposto a un baccano oltre i 55 decibel e il 40% oltre i 50 decibel durante la notte. Secondo l’università Bicocca, almeno il 42% dei milanesi sono esposti, quotidianamente, a una soglia che supera i 65 decibel di giorno e 50 di notte. In alcune case si toccano gli 80 decibel, peggio che vivere accanto a una tangenziale. Alcuni portali internet per la compravendita di immobili riportano, quartiere per quartiere, una «mappa dei rumori». In alcune vie del centro come via Spadari, via Moscova, via Ariosto, corso Garibaldi, corso di Porta Romana o piazza Wagner, si rilevano in media, di giorno, più di 70 decibel. Non esattamente l’ideale per una vita tranquilla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/centri-storici-degrado-2658727131.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-vigili-sempre-altre-priorita" data-post-id="2658727131" data-published-at="1669030645" data-use-pagination="False"> «I vigili? Sempre altre priorità» «Trastevere è diventata invivibile. Chi vi abita o si rassegna a essere in guerra perenne contro schiamazzi, risse e baby gang, oppure trasforma l’abitazione in un b&b e si trasferisce altrove». È quanto stanno facendo moltissimi residenti, assicura Simona Marcellini, combattiva presidente del Comitato Emergenza di Trastevere, gruppo di cittadini in prima linea contro il degrado di un’area storica della capitale. Anche lei se ne andrà? «No, io non mollo, continuo a sporgere denunce a incalzare la polizia municipale anche se ogni volta mi dicono che sono impegnati altrove e bisogna accettare l’idea di Trastevere come un parco giochi». Cosa incide sul degrado? «Con le liberalizzazioni del decreto Bersani sono proliferati i mini market, in mano a gruppi del Bangladesh. Favoriti dal fisco agevolato, hanno preso il posto degli esercizi storici. Sono aperti 24 ore e riforniscono i giovani di alcol per tutta la notte. Trastevere, come altri quartieri di Roma, ormai vive solo di ristorazione, di una miriade di piccoli locali con cibo di scarsissima qualità take away, di bar che offrono stuzzichini e aperitivi. A piazza San Cosimato ci sono otto minimarket non necessari, visto che c’è il mercato rionale. E attorno a questi prolifera la movida. Comincia alle 19 e va avanti fino alle 3-4 del mattino. All’alcol si aggiunge la droga. Al mattino i vicoli puzzano di vomito e di urina. Lo sballo è ormai sette giorni su sette». E le denunce alla polizia municipale? «Sono continue ma cadono nel vuoto. Abbiamo anche manifestato davanti al Campidoglio qualche mese fa, con altri comitati di quartiere, ma abbiamo ricevuto solo vaghe promesse. Ogni tanto leggo qualche analisi di sociologi o psicologi che attribuiscono l’aggressività dei giovani al Covid. È un alibi, una scusa. Il fenomeno c’era anche prima della pandemia. I genitori sono assenti e i ragazzi hanno la convinzione di godere dell’impunità totale, sanno che possono fare qualsiasi cosa e non avranno sanzioni, anzi c’è anche chi li giustifica. C’è una situazione di lassismo generalizzato da parte delle autorità. Spesso vengono organizzate feste con musica ad alto volume anche in negozi su strada che di notte dovrebbero essere chiusi». Che tipo di ragazzi sono quelli della movida? «Molti sono giovani turisti che hanno capito di essere in un paese senza regole, che non rischiano sanzioni. Ma sono soprattutto italiani. E non pensate a giovani che provengono da condizioni sociali di degrado. Sono di buona famiglia, figli di professionisti o impiegati pubblici. Lo sballo si conclude spesso con risse. Dalla mia finestra, li vedo che barcollano, pieni di alcol e vanno a pisciare e vomitare dentro i portoni». Ma le famiglie? «Bella domanda. Una notte mi affaccio perché non riuscivo a dormire per gli schiamazzi e vedo una ragazza a terra. Accorro e capisco che è in coma etilico. Un giovane mi dice che ha chiamato i genitori e non occorre far intervenire un’ambulanza. Io insisto e la ragazza viene portata in pronto soccorso. Sapete il padre quando è arrivato? Due ore dopo. Colpa del traffico? Dubito, era notte fonda». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/centri-storici-degrado-2658727131.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nemmeno-il-giubileo-rilancera-roma" data-post-id="2658727131" data-published-at="1669030645" data-use-pagination="False"> Nemmeno il Giubileo rilancerà Roma «Roma soffre di problemi che si trascinano da anni e che il Covid e la crisi economica ha inasprito». Eppure le strade sono intasate da turisti, non dovrebbe andare poi così male. Invece Romolo Guasco, direttore di Confcommercio Roma, dice che è tutta apparenza. «È un turismo che spende poco e porta pochissimo alla città e al commercio. Anzi, la concentrazione dei flussi nei tradizionali punti di richiamo storico artistici ha cambiato il tessuto sociale della capitale. Il centro si sta svuotando dei residenti. Gli immobili vengono sventrati per far posto a b&b, monolocali che spesso operano in modo nascosto». Guasco sottolinea che il commercio di vicinato sta scomparendo. «Introvabili sarti, falegnami, pittori, restauratori, calzolai. Sono rimaste le insegne delle strade dedicate alle varie specializzazioni artigiane e qualche negozio solo a uso turistico, il resto è un deserto». Questo impoverimento si estende anche alla qualità dei divertimenti serali: «La proposta ai turisti è soltanto quella degli aperitivi che spesso degenerano nello sballo, con ripercussioni sulla qualità della vita per i residenti». C’è poi un altro aspetto che ha influito sul degrado della città. «Finché c’era la grande burocrazia pubblica e le grandi aziende», spiega Guasco, «anche il commercio ne beneficiava. Ma ora tante imprese hanno chiuso la sede romana e si sono trasferite al Nord. È comprensibile. Chi vuole aprire un punto nella capitale deve vedersela con gli spostamenti difficili, il traffico caotico, i mezzi pubblici impraticabili, la carenza di taxi. Ditemi quale multinazionale sarebbe disposta ad affrontare questi ostacoli». Nel periodo delle feste natalizie poi tutto diventa più complicato: «Il Comune ci ha comunicato che l’ingresso nella Ztl sarà limitato per tutta la settimana, senza deroghe il sabato e la domenica. Per il commercio è un disastro, perché è in quel periodo che l’area dello shopping diventa più attrattiva. Chi vuole fare compere o si adatta a usare i mezzi di trasporto pubblico o deve andare altrove». C’è attesa per le ricadute che potrebbe avere il Giubileo. Alcuni gruppi immobiliari alberghieri stanno facendo grandi investimenti per aggiudicarsi postazioni di prestigio ma, dice Guasco, l’amministrazione dovrebbe investire nelle infrastrutture. «Il Comune ci ha detto che sta sbloccando le pratiche di alcuni parcheggi nel centro storico. Ci sono strutture date in concessione che non hanno aperto. E poi mancano i taxi. Abbiamo chiesto di liberalizzare i turni e quindi di moltiplicare le corse. Parcheggi e mezzi di trasporto sono le condizioni fondamentali per la qualità della vita in una città». Confcommercio segnala inoltre la progressiva chiusura dei negozi storici, colpiti dal rincaro dei canoni di affitto e dai costi energetici. Ma anche vittime dell’impoverimento di chi abita nei quartieri storici. Si preferisce il prodotto in serie, o acquistato online per spendere meno: «Molte insegne hanno lasciato il posto ai mini market gestiti da stranieri o a punti vendita di prodotti di scarsa qualità. Così Roma sta perdendo la sua unicità». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/centri-storici-degrado-2658727131.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="aspettano-i-clienti-fuori-dai-negozi-e-rubano-le-borse-con-gli-acquisti" data-post-id="2658727131" data-published-at="1669030645" data-use-pagination="False"> «Aspettano i clienti fuori dai negozi e rubano le borse con gli acquisti» «Il problema principale del centro di Milano è la sicurezza. Usciti dalle strade dello shopping di lusso, la vetrina luccicante della città, si entra in un’altra realtà. Buche, sporcizia, scarsa illuminazione. L’idea di posticipare l’accensione delle insegne e di spegnerle anticipatamente crea la condizione favorevole alla diffusione della criminalità». Gabriel Meghnagi è il presidente di Ascobaires, l’associazione degli esercizi commerciali di corso Buenos Aires e vie limitrofe, circa 270 punti vendita, aderente a Confcommercio Milano. Qual è l’emergenza principale? Le baby gang? «Quelle sono ovunque a Milano, in particolare attorno alla Stazione Centrale. Ma poi ci sono gli scippi, sempre più frequenti. Rubano oggetti di valore, come borse firmate e orologi. I ladri individuano le persone appena uscite da un negozio, le seguono e le depredano. Non mancano i furti nei negozi. Entrano, prendono ciò che possono e fuggono via». Le luminarie natalizie dovrebbero in parte far fronte al problema della sicurezza, o no? «Sì, peccato che quest’anno saranno scarse. Mancano gli sponsor e le luci si spengono per i costi energetici. Trovo assurdo che i commercianti si rifiutino di pagare una quota per l’illuminazione. Non capiscono che se la strada è buia, difficilmente i clienti vanno a fare acquisti e finiscono per privilegiare i negozi di vie più festose e anche percepite come più sicure». L’amministrazione è consapevole del problema della sicurezza? «Certo, ma non vedo interventi incisivi. I clienti spesso ci chiedono di consegnare gli acquisti direttamente a casa perché hanno paura a uscire con la carta di credito o i contanti. Gli scippi dei sacchetti fuori dal negozio sono all’ordine del giorno. I ladri schizzano sui monopattini che hanno sostituito i motorini per questo genere di furti. Le persone hanno paura a girare nel centro di Milano dopo il tramonto. Alcuni alberghi mettono in guardia gli ospiti e questo contribuisce a creare l’immagine di una città poco sicura». Gli alberghi consigliano i clienti a non uscire la sera? «Mi è stato riferito che un hotel cinque stelle lusso, vicino alla Stazione Centrale, ha suggerito agli ospiti di lasciare in camera oggetti di valore come pure contanti e carte di credito, per le uscite serali. È come dire di non venire più a Milano, non è una buona pubblicità per la città. Fino a qualche tempo fa c’era una squadra di polizia locale in borghese che interveniva su segnalazione di furti e scippi, ma le forze si sono ridotte da 12 a 8 e poi a 4 agenti. Ora non resta che chiamare il 112, ma non si mobilitano se è stato rubato un telefono cellulare». Quale è la situazione a corso Buenos Aires? «Simile a quella delle strade commerciali. Le vie limitrofe sono impercorribili per questione di sicurezza, il manto stradale è dissestato, monopattini e biciclette sono parcheggiate in modo selvaggio davanti alle vetrine e ostruiscono gli ingressi. C’è anarchia totale, i marciapiedi sono pericolosi, si rischia di essere travolti dai monopattini. La sensazione è che si possa fare qualsiasi cosa, restando impuniti. D’altronde quando le strade sono buie e malmesse, i controlli diminuiscono e i commercianti sono impotenti. Chiamare la polizia municipale, ammesso che intervenga, è inutile». Avete segnalato il problema? «Ogni giorno i commercianti di via Palestrina, viale Monza, viale Brianza, via Venini scrivono al Comune. Il problema della sicurezza è particolarmente sentito nell’area tra via San Gregorio, via Felice Casati, via Scarlatti, via Petrella e nel tratto tra largo Argentina e piazzale Loreto. In piazza Argentina sono all’ordine del giorno scippi, spesso a danno di anziani strattonati e rapinati. Alle segnalazioni nessuno risponde». E la scomparsa di negozi storici? «È un altro tema che penso interessi tutte le città italiane. Il Covid e i rincari energetici hanno dato il colpo finale a esercizi già in crisi, incalzati dai grandi marchi alla ricerca di nuovi spazi. In galleria Vittorio Emanuele i canoni di locazione sono aumentati di otto volte e pochi sono riusciti a sostenere tali rincari». Quali attività sono più colpite dalla crisi? «I negozi di calzature artigianali, l’abbigliamento di alta classe per uomo, la sartoria di tradizione sono una rarità. Così pure gli orologiai. C’è il problema del cambio generazionale. I giovani vedono che i genitori fanno fatica ad andare avanti e preferiscono orientarsi su altre attività. Anche l’antiquariato ha vita difficile. Qualche bottega è sopravvissuta in zona Brera e nel quadrilatero. Per il resto sono tutte grandi firme. Mi chiedo perché un turista dovrebbe venire a Milano per comprare le stesse griffe che trova vicino a casa propria. Si è perso ciò che rende uniche le nostre città».
Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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