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2024-05-30
L’anatema sulla «frociaggine» è l’altolà del Papa alla Cei che vuole i gay nei seminari
Papa Francesco (Ansa)
Piano piano il velo sulle parole attribuite a papa Francesco sull’aria di «frociaggine» si alza e si chiarisce così il contesto e il senso più preciso di quelle affermazioni così grossolane, quanto coerenti con le regole per l’accesso ai seminari. E si svela che le parole del Papa sono una risposta alla Conferenza episcopale italiana, che vorrebbe forzare per far accedere ai seminari anche gli omosessuali, giocando sui termini.
Andiamo per gradi. L’8 dicembre 2016 la congregazione per il Clero, allora guidata dal prefetto cardinale Beniamino Stella, pubblica un documento, approvato dal Papa, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, che disciplina appunto la formazione dei novelli sacerdoti nei seminari. Questo documento recepisce quanto già stabilito da un analogo documento del 2005. Si ribadisce che «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».
Il 16 novembre 2023, la 78ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana ha approvato la nuova Ratio nationalis formationis sacerdotalis per i seminari in Italia che, appunto, dovrebbe recepire quanto espresso nel documento vaticano del 2016. Succede, però, che questa norma dei vescovi italiani sia tutt’ora ferma al dicastero per il Clero, in attesa di approvazione. Strano. Cosa è accaduto? Secondo diverse fonti, alcune apparse anche sul Web sul blog messainlatino.it, il problema riguarderebbe proprio l’accesso ai seminari per le persone con tendenze omosessuali. La norma italiana prevederebbe, infatti, la possibilità di far accedere ai seminari anche le persone omosessuali con «tendenza omosessuale non radicata» mentre, come abbiamo visto, quella vaticana non opera questa distinzione. Peraltro, dicono gli esperti, questa caratterizzazione è piuttosto difficile da stabilire e la conseguenza sarebbe quella di aprire le porte dei seminari a tutti coloro che manifestano questo orientamento sessuale.
Sarebbe questo il motivo per cui il documento dei vescovi italiani è ancora fermo in attesa del placet del dicastero per il Clero e proprio di questo, secondo nostre fonti che confermano le già citate voci comparse sul web, i vescovi italiani avrebbero, appunto, chiesto conto al Papa il 20 maggio scorso. E il Papa, nella riunione a porte chiuse, avrebbe risposto con le parole che hanno mandato ai matti i liberal dentro e fuori le sacre stanze.
A papa Francesco, la richiesta ardita dei vescovi italiani ha certamente irritato, basta rileggere le parole che gli sono state attribuite. Quel «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», sarebbe appunto un passaggio della risposta di Francesco che rimanda alla questione della «tendenze omosessuali non radicate» che i vescovi italiani avrebbero, invece, introdotto nel loro documento per aprire un po’ le porte dei seminari anche agli omosessuali. E Francesco ha ribadito in modo netto la sua contrarietà.
Le scuse presentate da Francesco tramite la Sala stampa vaticana per le parole che gli sono state attribuite e che sono state fatte uscire a orologeria da qualche vescovo presente, quindi, riguardano i toni, certamente non leggeri e anche volgari, ma non spostano di una virgola il punto. E cioè che il Papa pensa, in coerenza con i documenti della Santa Sede, che nei seminari non devono entrare persone omosessuali. «Nel dubbio, meglio che non entrino», aveva detto già nel 2018, sempre ai vescovi italiani riuniti in assemblea.
Torna, quindi, ciò che abbiamo già scritto ieri: non si vuole accettare che la Chiesa si doti di un argine, di un criterio, per la formazione del suo, chiamiamolo così, personale. Che questo non lo vogliano le redazioni alla moda è normale, ma il punto è che anche all’interno della Chiesa c’è chi vorrebbe abbattere questi bastioni. Francesco, ritenuto «aperto» e capace di sfondare tutte le dighe, però non ci sta. Sia chiaro, papa Bergoglio non ha bisogno di mostrare che è simpatetico con «todos, todos, todos», Lgbt compresi, ma la sua linea, per quanto possa essere confusa, è quella della distinzione tra peccato e peccatore, tra persona e lobby. Così lo si vede approvare Fiducia supplicans per una benedizione «fast» alle coppie omosessuali (anche se la mens e la penna del testo è più del cardinale Víctor Manuel Fernández che di Francesco), incontra religiosi come il gesuita James Martin e la suora Jeannine Gramick che sono esposti a favore della cultura gay, riceve i trans in udienza, lascia al loro posto collaboratori chiacchierati circa la pratica omosessuale, ma l’omosessualismo in seminario non lo vuole.
Può apparire contradditorio, ma questo è Francesco e a qualche zelante vescovo italiano che vorrebbe spalancare i seminari agli omosessuali la cosa è arrivata in faccia come un treno in corsa.
Ma i prelati s’affrettano a sminuire
Sulla «frociaggine» e le «checche» che invaderebbero i seminari italiani si è alzato un polverone. Le parole di papa Francesco hanno diviso l’opinione pubblica tra chi ha esultato e chi, i più liberal, dopo un momento di iniziale sbigottimento per quanto proferito dal proprio «campione», ha iniziato a protestare.
Sul Corriere della Sera, a fare da scudo al Pontefice, è stato monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente Cei. «Non so chi abbia detto all’esterno quello che ha voluto dire, ma chiunque sia stato dovrà fare i conti con la sua coscienza e con il senso di collegialità con gli altri vescovi», attacca monsignor Savino, «il Papa viene dall’America Latina e l’italiano non è la sua lingua, chiunque abbia esperienza con le parole sa che una parola o una frase tolti dal contesto nel quale sono stati pronunciati possono far passare un messaggio completamente diverso da quello autentico». Per il prelato, Francesco «era preoccupato della felicità del futuro prete, che sia omosessuale o eterosessuale».
E mentre a (quasi) tutti è sembrato lampante il «no» bergogliano ai gay nei seminari, monsignor Savino assume una posizione un po’ più sfumata sulla questione: «Non c’è un “no” a priori. La sua vera preoccupazione è la serenità di tutti. Il Papa voleva dire che i candidati, omo o etero, devono essere capaci di vivere bene le loro promesse rispetto all’obbedienza, alla povertà e alla castità. Amare con il cuore pieno e le mani vuote». E poi, dopo aver confermato il documento, fermo in Vaticano, della Cei sulla questione e in attesa di essere analizzato in uno dei gruppi di lavoro del prossimo Sinodo, monsignor Savino torna ad ammantare Bergoglio di arcobaleno: «Fin dall’inizio ha detto “Chi sono io per giudicare?” e di recente ha permesso la benedizione pastorale delle coppie dello stesso sesso. E poi, scusate, dal suo primo documento pastorale, l’esortazione Evangelii gaudium, e per l’intero pontificato la sua proposta-chiave è sempre stata l’inclusione».
Più ermetico il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi: «Era un dialogo confidenziale riservato con i vescovi. Teniamo conto che sono incontri in cui, proprio per la loro natura confidenziale, si mischiano considerazioni generali e spesso anche osservazioni personali», ha dichiarato a margine di un incontro pubblico.
Oltre ai prelati, anche il nuovo re delle Ong, l’ex no global Luca Casarini, è intervenuto sulla vicenda per difendere Francesco: «Noi dobbiamo guardare a quello che fa papa Francesco, non solo a ciò che dice. Sicuramente è uno che dà tanto fastidio ai poteri costituiti dentro la Chiesa ma segnalo comunque che è l’unico leader in grado di chiedere scusa». Da fine conoscitore degli ambienti di Curia, Casarini analizza che «lui (il Papa, ndr) non voleva offendere nessuno: ha semplicemente usato un linguaggio più scherzoso e certamente sbagliato dal punto di vista del politically correct, ma non intendeva discriminare nessuno». Sfoggiando, infine, doti da fine teologo, per il re Mida dei salvataggi in mare «è interessante l’uso che si fa di questo chiacchiericcio, per attaccare chi proprio sulla difesa dei diritti di tutte le persone, al di là degli orientamenti sessuali, ha costruito un suo modo di essere Papa. Una parte della Chiesa è, invece, convinta che esistano peccatori e non peccatori, che sia una specie di dogana dove mostrare documenti e alcuni entrano e altri no. Papa Francesco è un uomo di 87 anni che si carica sulle spalle una cosa gigantesca, è una persona come tutte, che può dire delle cose che magari poi deve chiarire ma è del chiacchiericcio che dobbiamo stupirci».
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Per Jorge Bergoglio non devono entrare ma i vescovi italiani hanno promosso un documento più permissivo. Che per ora il Pontefice ha bloccato, ribadendo un «no» molto colorito.Per monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale, il polverone si basa sul niente: «Il vicario di Cristo è inclusivo». Parla pure Luca Casarini: «È anziano e sbaglia».Lo speciale contiene due articoli.Piano piano il velo sulle parole attribuite a papa Francesco sull’aria di «frociaggine» si alza e si chiarisce così il contesto e il senso più preciso di quelle affermazioni così grossolane, quanto coerenti con le regole per l’accesso ai seminari. E si svela che le parole del Papa sono una risposta alla Conferenza episcopale italiana, che vorrebbe forzare per far accedere ai seminari anche gli omosessuali, giocando sui termini.Andiamo per gradi. L’8 dicembre 2016 la congregazione per il Clero, allora guidata dal prefetto cardinale Beniamino Stella, pubblica un documento, approvato dal Papa, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, che disciplina appunto la formazione dei novelli sacerdoti nei seminari. Questo documento recepisce quanto già stabilito da un analogo documento del 2005. Si ribadisce che «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».Il 16 novembre 2023, la 78ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana ha approvato la nuova Ratio nationalis formationis sacerdotalis per i seminari in Italia che, appunto, dovrebbe recepire quanto espresso nel documento vaticano del 2016. Succede, però, che questa norma dei vescovi italiani sia tutt’ora ferma al dicastero per il Clero, in attesa di approvazione. Strano. Cosa è accaduto? Secondo diverse fonti, alcune apparse anche sul Web sul blog messainlatino.it, il problema riguarderebbe proprio l’accesso ai seminari per le persone con tendenze omosessuali. La norma italiana prevederebbe, infatti, la possibilità di far accedere ai seminari anche le persone omosessuali con «tendenza omosessuale non radicata» mentre, come abbiamo visto, quella vaticana non opera questa distinzione. Peraltro, dicono gli esperti, questa caratterizzazione è piuttosto difficile da stabilire e la conseguenza sarebbe quella di aprire le porte dei seminari a tutti coloro che manifestano questo orientamento sessuale. Sarebbe questo il motivo per cui il documento dei vescovi italiani è ancora fermo in attesa del placet del dicastero per il Clero e proprio di questo, secondo nostre fonti che confermano le già citate voci comparse sul web, i vescovi italiani avrebbero, appunto, chiesto conto al Papa il 20 maggio scorso. E il Papa, nella riunione a porte chiuse, avrebbe risposto con le parole che hanno mandato ai matti i liberal dentro e fuori le sacre stanze.A papa Francesco, la richiesta ardita dei vescovi italiani ha certamente irritato, basta rileggere le parole che gli sono state attribuite. Quel «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», sarebbe appunto un passaggio della risposta di Francesco che rimanda alla questione della «tendenze omosessuali non radicate» che i vescovi italiani avrebbero, invece, introdotto nel loro documento per aprire un po’ le porte dei seminari anche agli omosessuali. E Francesco ha ribadito in modo netto la sua contrarietà.Le scuse presentate da Francesco tramite la Sala stampa vaticana per le parole che gli sono state attribuite e che sono state fatte uscire a orologeria da qualche vescovo presente, quindi, riguardano i toni, certamente non leggeri e anche volgari, ma non spostano di una virgola il punto. E cioè che il Papa pensa, in coerenza con i documenti della Santa Sede, che nei seminari non devono entrare persone omosessuali. «Nel dubbio, meglio che non entrino», aveva detto già nel 2018, sempre ai vescovi italiani riuniti in assemblea.Torna, quindi, ciò che abbiamo già scritto ieri: non si vuole accettare che la Chiesa si doti di un argine, di un criterio, per la formazione del suo, chiamiamolo così, personale. Che questo non lo vogliano le redazioni alla moda è normale, ma il punto è che anche all’interno della Chiesa c’è chi vorrebbe abbattere questi bastioni. Francesco, ritenuto «aperto» e capace di sfondare tutte le dighe, però non ci sta. Sia chiaro, papa Bergoglio non ha bisogno di mostrare che è simpatetico con «todos, todos, todos», Lgbt compresi, ma la sua linea, per quanto possa essere confusa, è quella della distinzione tra peccato e peccatore, tra persona e lobby. Così lo si vede approvare Fiducia supplicans per una benedizione «fast» alle coppie omosessuali (anche se la mens e la penna del testo è più del cardinale Víctor Manuel Fernández che di Francesco), incontra religiosi come il gesuita James Martin e la suora Jeannine Gramick che sono esposti a favore della cultura gay, riceve i trans in udienza, lascia al loro posto collaboratori chiacchierati circa la pratica omosessuale, ma l’omosessualismo in seminario non lo vuole.Può apparire contradditorio, ma questo è Francesco e a qualche zelante vescovo italiano che vorrebbe spalancare i seminari agli omosessuali la cosa è arrivata in faccia come un treno in corsa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cei-vuole-gay-nei-seminari-2668411376.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-i-prelati-saffrettano-a-sminuire" data-post-id="2668411376" data-published-at="1717031097" data-use-pagination="False"> Ma i prelati s’affrettano a sminuire Sulla «frociaggine» e le «checche» che invaderebbero i seminari italiani si è alzato un polverone. Le parole di papa Francesco hanno diviso l’opinione pubblica tra chi ha esultato e chi, i più liberal, dopo un momento di iniziale sbigottimento per quanto proferito dal proprio «campione», ha iniziato a protestare. Sul Corriere della Sera, a fare da scudo al Pontefice, è stato monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente Cei. «Non so chi abbia detto all’esterno quello che ha voluto dire, ma chiunque sia stato dovrà fare i conti con la sua coscienza e con il senso di collegialità con gli altri vescovi», attacca monsignor Savino, «il Papa viene dall’America Latina e l’italiano non è la sua lingua, chiunque abbia esperienza con le parole sa che una parola o una frase tolti dal contesto nel quale sono stati pronunciati possono far passare un messaggio completamente diverso da quello autentico». Per il prelato, Francesco «era preoccupato della felicità del futuro prete, che sia omosessuale o eterosessuale». E mentre a (quasi) tutti è sembrato lampante il «no» bergogliano ai gay nei seminari, monsignor Savino assume una posizione un po’ più sfumata sulla questione: «Non c’è un “no” a priori. La sua vera preoccupazione è la serenità di tutti. Il Papa voleva dire che i candidati, omo o etero, devono essere capaci di vivere bene le loro promesse rispetto all’obbedienza, alla povertà e alla castità. Amare con il cuore pieno e le mani vuote». E poi, dopo aver confermato il documento, fermo in Vaticano, della Cei sulla questione e in attesa di essere analizzato in uno dei gruppi di lavoro del prossimo Sinodo, monsignor Savino torna ad ammantare Bergoglio di arcobaleno: «Fin dall’inizio ha detto “Chi sono io per giudicare?” e di recente ha permesso la benedizione pastorale delle coppie dello stesso sesso. E poi, scusate, dal suo primo documento pastorale, l’esortazione Evangelii gaudium, e per l’intero pontificato la sua proposta-chiave è sempre stata l’inclusione». Più ermetico il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi: «Era un dialogo confidenziale riservato con i vescovi. Teniamo conto che sono incontri in cui, proprio per la loro natura confidenziale, si mischiano considerazioni generali e spesso anche osservazioni personali», ha dichiarato a margine di un incontro pubblico. Oltre ai prelati, anche il nuovo re delle Ong, l’ex no global Luca Casarini, è intervenuto sulla vicenda per difendere Francesco: «Noi dobbiamo guardare a quello che fa papa Francesco, non solo a ciò che dice. Sicuramente è uno che dà tanto fastidio ai poteri costituiti dentro la Chiesa ma segnalo comunque che è l’unico leader in grado di chiedere scusa». Da fine conoscitore degli ambienti di Curia, Casarini analizza che «lui (il Papa, ndr) non voleva offendere nessuno: ha semplicemente usato un linguaggio più scherzoso e certamente sbagliato dal punto di vista del politically correct, ma non intendeva discriminare nessuno». Sfoggiando, infine, doti da fine teologo, per il re Mida dei salvataggi in mare «è interessante l’uso che si fa di questo chiacchiericcio, per attaccare chi proprio sulla difesa dei diritti di tutte le persone, al di là degli orientamenti sessuali, ha costruito un suo modo di essere Papa. Una parte della Chiesa è, invece, convinta che esistano peccatori e non peccatori, che sia una specie di dogana dove mostrare documenti e alcuni entrano e altri no. Papa Francesco è un uomo di 87 anni che si carica sulle spalle una cosa gigantesca, è una persona come tutte, che può dire delle cose che magari poi deve chiarire ma è del chiacchiericcio che dobbiamo stupirci».
A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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Roberto Gualtieri (Ansa)
Tutte fesserie, noi lo sapevamo e ora lo cominciano a pensare anche gli allocchi che in buona fede o meno ci avevano creduto. Era puro euro-fanatismo. La moda dell’elettrico dunque potrebbe subire un brusco stop. La svolta imposta dall’Europa sulla transizione green non solo ha scombussolato le programmazioni dei grandi marchi automobilistici ma ha soprattutto rovinato la filiera della componentistica meccanica italiana, il cuore pulsante dell’automotive, ciò che ci ha resi e che ci rende una eccellenza nel mondo (si prega di evitare le battute sull’andamento della Ferrari nei gran premi di Formula 1...); ma ora quella svolta non è degna nemmeno di una zona franca dal punto di vista economico. Anche le auto ecologiche devono versare l’obolo come tutte le altre, quelle vecchie e inquinanti: mille euro per ottenere il pass annuale che consente il passaggio nelle zone a traffico limitato. Una stangata vera e propria, non c’è che dire. Che si accoppia alla seconda misura - il pagamento dei parcheggi con le strisce blu per le mild hybrid - che sta dentro lo stesso provvedimento firmato dall’assessore alla mobilità, Eugenio Patané, il quale si è così giustificato: l’obiettivo è decongestionare il centro. No, l’obiettivo è fare cassa. E fregare coloro che si erano fidati della politica e dei suoi incoraggiamenti cambiando l’auto e passando al miracolo elettrico. L’elettrico non è un miracolo più per nessuno, anzi inizia a diventare un problema: gli incentivi non ci sono, l’usato non tira e i benefit si stanno esaurendo. Per non dire del costo dell’energia e delle scomodità della ricarica, specie nelle aree dove ora vogliono far pagare l’accesso. Come sempre accade quando c’è di mezzo l’Europa la fregatura è servita: fanno di tutto per portarti dentro la «loro» scelta e poi ti lasciano col cerino in mano, un po’ come quando hanno ridotto il denaro contante a favore delle carte elettroniche salvo poi lasciarci in balia dei loro «padroni» quasi tutti americani. Con le auto elettriche e con le batterie invece ci stanno facendo invadere dai cinesi, le cui quote di export in Europa e in Italia sono in continua crescita: complimenti alla Von Der Leyen e al suo vecchio sodale che era l’olandese Frans Tiemmerman! Per colpa delle scelte di quella Europa si è creato il crash che stiamo vivendo: dopo aver realizzato lo scambio prima industriale poi commerciale verso l’elettrico vendendo la favola del cambiamento climatico, la gente li ha seguiti convinta di essere premiata e ora ecco che proprio i sindaci dem li frega uniformando i balzelli, tanto per i motori termici quanto per i veicoli Bev! «L’incremento significativo delle elettriche in circolazione ha portato un conseguente aumento delle autorizzazioni di accesso alle Ztl», spiega in una nota il Comune, «Con le macchine a batteria che viaggiano in quelle aree, il traffico sale e la disponibilità di stalli di sosta diminuisce, specie nel centro storico». Non ho capito: si aspettavano quindi che la gente non comprasse auto elettriche oppure l’unico scenario che avrebbero voluto e che vorrebbero è far scomparire le auto dalla scena? Suvvia, la morale è presto fatta: la somma di sinistra, verdi e Unione Europea scatena il caos. E produce danni all’economia. Come al solito.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 febbraio 2026. La deputata di Azione Federica Onori, dalla conferenza sulla sicurezza di Monaco, commenta la posizione dell'Europa (e dell'Italia) sull'Ucraina.
Christine Lagarde (Ansa)
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
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