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2024-05-30
L’anatema sulla «frociaggine» è l’altolà del Papa alla Cei che vuole i gay nei seminari
Papa Francesco (Ansa)
Piano piano il velo sulle parole attribuite a papa Francesco sull’aria di «frociaggine» si alza e si chiarisce così il contesto e il senso più preciso di quelle affermazioni così grossolane, quanto coerenti con le regole per l’accesso ai seminari. E si svela che le parole del Papa sono una risposta alla Conferenza episcopale italiana, che vorrebbe forzare per far accedere ai seminari anche gli omosessuali, giocando sui termini.
Andiamo per gradi. L’8 dicembre 2016 la congregazione per il Clero, allora guidata dal prefetto cardinale Beniamino Stella, pubblica un documento, approvato dal Papa, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, che disciplina appunto la formazione dei novelli sacerdoti nei seminari. Questo documento recepisce quanto già stabilito da un analogo documento del 2005. Si ribadisce che «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».
Il 16 novembre 2023, la 78ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana ha approvato la nuova Ratio nationalis formationis sacerdotalis per i seminari in Italia che, appunto, dovrebbe recepire quanto espresso nel documento vaticano del 2016. Succede, però, che questa norma dei vescovi italiani sia tutt’ora ferma al dicastero per il Clero, in attesa di approvazione. Strano. Cosa è accaduto? Secondo diverse fonti, alcune apparse anche sul Web sul blog messainlatino.it, il problema riguarderebbe proprio l’accesso ai seminari per le persone con tendenze omosessuali. La norma italiana prevederebbe, infatti, la possibilità di far accedere ai seminari anche le persone omosessuali con «tendenza omosessuale non radicata» mentre, come abbiamo visto, quella vaticana non opera questa distinzione. Peraltro, dicono gli esperti, questa caratterizzazione è piuttosto difficile da stabilire e la conseguenza sarebbe quella di aprire le porte dei seminari a tutti coloro che manifestano questo orientamento sessuale.
Sarebbe questo il motivo per cui il documento dei vescovi italiani è ancora fermo in attesa del placet del dicastero per il Clero e proprio di questo, secondo nostre fonti che confermano le già citate voci comparse sul web, i vescovi italiani avrebbero, appunto, chiesto conto al Papa il 20 maggio scorso. E il Papa, nella riunione a porte chiuse, avrebbe risposto con le parole che hanno mandato ai matti i liberal dentro e fuori le sacre stanze.
A papa Francesco, la richiesta ardita dei vescovi italiani ha certamente irritato, basta rileggere le parole che gli sono state attribuite. Quel «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», sarebbe appunto un passaggio della risposta di Francesco che rimanda alla questione della «tendenze omosessuali non radicate» che i vescovi italiani avrebbero, invece, introdotto nel loro documento per aprire un po’ le porte dei seminari anche agli omosessuali. E Francesco ha ribadito in modo netto la sua contrarietà.
Le scuse presentate da Francesco tramite la Sala stampa vaticana per le parole che gli sono state attribuite e che sono state fatte uscire a orologeria da qualche vescovo presente, quindi, riguardano i toni, certamente non leggeri e anche volgari, ma non spostano di una virgola il punto. E cioè che il Papa pensa, in coerenza con i documenti della Santa Sede, che nei seminari non devono entrare persone omosessuali. «Nel dubbio, meglio che non entrino», aveva detto già nel 2018, sempre ai vescovi italiani riuniti in assemblea.
Torna, quindi, ciò che abbiamo già scritto ieri: non si vuole accettare che la Chiesa si doti di un argine, di un criterio, per la formazione del suo, chiamiamolo così, personale. Che questo non lo vogliano le redazioni alla moda è normale, ma il punto è che anche all’interno della Chiesa c’è chi vorrebbe abbattere questi bastioni. Francesco, ritenuto «aperto» e capace di sfondare tutte le dighe, però non ci sta. Sia chiaro, papa Bergoglio non ha bisogno di mostrare che è simpatetico con «todos, todos, todos», Lgbt compresi, ma la sua linea, per quanto possa essere confusa, è quella della distinzione tra peccato e peccatore, tra persona e lobby. Così lo si vede approvare Fiducia supplicans per una benedizione «fast» alle coppie omosessuali (anche se la mens e la penna del testo è più del cardinale Víctor Manuel Fernández che di Francesco), incontra religiosi come il gesuita James Martin e la suora Jeannine Gramick che sono esposti a favore della cultura gay, riceve i trans in udienza, lascia al loro posto collaboratori chiacchierati circa la pratica omosessuale, ma l’omosessualismo in seminario non lo vuole.
Può apparire contradditorio, ma questo è Francesco e a qualche zelante vescovo italiano che vorrebbe spalancare i seminari agli omosessuali la cosa è arrivata in faccia come un treno in corsa.
Ma i prelati s’affrettano a sminuire
Sulla «frociaggine» e le «checche» che invaderebbero i seminari italiani si è alzato un polverone. Le parole di papa Francesco hanno diviso l’opinione pubblica tra chi ha esultato e chi, i più liberal, dopo un momento di iniziale sbigottimento per quanto proferito dal proprio «campione», ha iniziato a protestare.
Sul Corriere della Sera, a fare da scudo al Pontefice, è stato monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente Cei. «Non so chi abbia detto all’esterno quello che ha voluto dire, ma chiunque sia stato dovrà fare i conti con la sua coscienza e con il senso di collegialità con gli altri vescovi», attacca monsignor Savino, «il Papa viene dall’America Latina e l’italiano non è la sua lingua, chiunque abbia esperienza con le parole sa che una parola o una frase tolti dal contesto nel quale sono stati pronunciati possono far passare un messaggio completamente diverso da quello autentico». Per il prelato, Francesco «era preoccupato della felicità del futuro prete, che sia omosessuale o eterosessuale».
E mentre a (quasi) tutti è sembrato lampante il «no» bergogliano ai gay nei seminari, monsignor Savino assume una posizione un po’ più sfumata sulla questione: «Non c’è un “no” a priori. La sua vera preoccupazione è la serenità di tutti. Il Papa voleva dire che i candidati, omo o etero, devono essere capaci di vivere bene le loro promesse rispetto all’obbedienza, alla povertà e alla castità. Amare con il cuore pieno e le mani vuote». E poi, dopo aver confermato il documento, fermo in Vaticano, della Cei sulla questione e in attesa di essere analizzato in uno dei gruppi di lavoro del prossimo Sinodo, monsignor Savino torna ad ammantare Bergoglio di arcobaleno: «Fin dall’inizio ha detto “Chi sono io per giudicare?” e di recente ha permesso la benedizione pastorale delle coppie dello stesso sesso. E poi, scusate, dal suo primo documento pastorale, l’esortazione Evangelii gaudium, e per l’intero pontificato la sua proposta-chiave è sempre stata l’inclusione».
Più ermetico il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi: «Era un dialogo confidenziale riservato con i vescovi. Teniamo conto che sono incontri in cui, proprio per la loro natura confidenziale, si mischiano considerazioni generali e spesso anche osservazioni personali», ha dichiarato a margine di un incontro pubblico.
Oltre ai prelati, anche il nuovo re delle Ong, l’ex no global Luca Casarini, è intervenuto sulla vicenda per difendere Francesco: «Noi dobbiamo guardare a quello che fa papa Francesco, non solo a ciò che dice. Sicuramente è uno che dà tanto fastidio ai poteri costituiti dentro la Chiesa ma segnalo comunque che è l’unico leader in grado di chiedere scusa». Da fine conoscitore degli ambienti di Curia, Casarini analizza che «lui (il Papa, ndr) non voleva offendere nessuno: ha semplicemente usato un linguaggio più scherzoso e certamente sbagliato dal punto di vista del politically correct, ma non intendeva discriminare nessuno». Sfoggiando, infine, doti da fine teologo, per il re Mida dei salvataggi in mare «è interessante l’uso che si fa di questo chiacchiericcio, per attaccare chi proprio sulla difesa dei diritti di tutte le persone, al di là degli orientamenti sessuali, ha costruito un suo modo di essere Papa. Una parte della Chiesa è, invece, convinta che esistano peccatori e non peccatori, che sia una specie di dogana dove mostrare documenti e alcuni entrano e altri no. Papa Francesco è un uomo di 87 anni che si carica sulle spalle una cosa gigantesca, è una persona come tutte, che può dire delle cose che magari poi deve chiarire ma è del chiacchiericcio che dobbiamo stupirci».
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Per Jorge Bergoglio non devono entrare ma i vescovi italiani hanno promosso un documento più permissivo. Che per ora il Pontefice ha bloccato, ribadendo un «no» molto colorito.Per monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale, il polverone si basa sul niente: «Il vicario di Cristo è inclusivo». Parla pure Luca Casarini: «È anziano e sbaglia».Lo speciale contiene due articoli.Piano piano il velo sulle parole attribuite a papa Francesco sull’aria di «frociaggine» si alza e si chiarisce così il contesto e il senso più preciso di quelle affermazioni così grossolane, quanto coerenti con le regole per l’accesso ai seminari. E si svela che le parole del Papa sono una risposta alla Conferenza episcopale italiana, che vorrebbe forzare per far accedere ai seminari anche gli omosessuali, giocando sui termini.Andiamo per gradi. L’8 dicembre 2016 la congregazione per il Clero, allora guidata dal prefetto cardinale Beniamino Stella, pubblica un documento, approvato dal Papa, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, che disciplina appunto la formazione dei novelli sacerdoti nei seminari. Questo documento recepisce quanto già stabilito da un analogo documento del 2005. Si ribadisce che «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».Il 16 novembre 2023, la 78ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana ha approvato la nuova Ratio nationalis formationis sacerdotalis per i seminari in Italia che, appunto, dovrebbe recepire quanto espresso nel documento vaticano del 2016. Succede, però, che questa norma dei vescovi italiani sia tutt’ora ferma al dicastero per il Clero, in attesa di approvazione. Strano. Cosa è accaduto? Secondo diverse fonti, alcune apparse anche sul Web sul blog messainlatino.it, il problema riguarderebbe proprio l’accesso ai seminari per le persone con tendenze omosessuali. La norma italiana prevederebbe, infatti, la possibilità di far accedere ai seminari anche le persone omosessuali con «tendenza omosessuale non radicata» mentre, come abbiamo visto, quella vaticana non opera questa distinzione. Peraltro, dicono gli esperti, questa caratterizzazione è piuttosto difficile da stabilire e la conseguenza sarebbe quella di aprire le porte dei seminari a tutti coloro che manifestano questo orientamento sessuale. Sarebbe questo il motivo per cui il documento dei vescovi italiani è ancora fermo in attesa del placet del dicastero per il Clero e proprio di questo, secondo nostre fonti che confermano le già citate voci comparse sul web, i vescovi italiani avrebbero, appunto, chiesto conto al Papa il 20 maggio scorso. E il Papa, nella riunione a porte chiuse, avrebbe risposto con le parole che hanno mandato ai matti i liberal dentro e fuori le sacre stanze.A papa Francesco, la richiesta ardita dei vescovi italiani ha certamente irritato, basta rileggere le parole che gli sono state attribuite. Quel «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», sarebbe appunto un passaggio della risposta di Francesco che rimanda alla questione della «tendenze omosessuali non radicate» che i vescovi italiani avrebbero, invece, introdotto nel loro documento per aprire un po’ le porte dei seminari anche agli omosessuali. E Francesco ha ribadito in modo netto la sua contrarietà.Le scuse presentate da Francesco tramite la Sala stampa vaticana per le parole che gli sono state attribuite e che sono state fatte uscire a orologeria da qualche vescovo presente, quindi, riguardano i toni, certamente non leggeri e anche volgari, ma non spostano di una virgola il punto. E cioè che il Papa pensa, in coerenza con i documenti della Santa Sede, che nei seminari non devono entrare persone omosessuali. «Nel dubbio, meglio che non entrino», aveva detto già nel 2018, sempre ai vescovi italiani riuniti in assemblea.Torna, quindi, ciò che abbiamo già scritto ieri: non si vuole accettare che la Chiesa si doti di un argine, di un criterio, per la formazione del suo, chiamiamolo così, personale. Che questo non lo vogliano le redazioni alla moda è normale, ma il punto è che anche all’interno della Chiesa c’è chi vorrebbe abbattere questi bastioni. Francesco, ritenuto «aperto» e capace di sfondare tutte le dighe, però non ci sta. Sia chiaro, papa Bergoglio non ha bisogno di mostrare che è simpatetico con «todos, todos, todos», Lgbt compresi, ma la sua linea, per quanto possa essere confusa, è quella della distinzione tra peccato e peccatore, tra persona e lobby. Così lo si vede approvare Fiducia supplicans per una benedizione «fast» alle coppie omosessuali (anche se la mens e la penna del testo è più del cardinale Víctor Manuel Fernández che di Francesco), incontra religiosi come il gesuita James Martin e la suora Jeannine Gramick che sono esposti a favore della cultura gay, riceve i trans in udienza, lascia al loro posto collaboratori chiacchierati circa la pratica omosessuale, ma l’omosessualismo in seminario non lo vuole.Può apparire contradditorio, ma questo è Francesco e a qualche zelante vescovo italiano che vorrebbe spalancare i seminari agli omosessuali la cosa è arrivata in faccia come un treno in corsa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cei-vuole-gay-nei-seminari-2668411376.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-i-prelati-saffrettano-a-sminuire" data-post-id="2668411376" data-published-at="1717031097" data-use-pagination="False"> Ma i prelati s’affrettano a sminuire Sulla «frociaggine» e le «checche» che invaderebbero i seminari italiani si è alzato un polverone. Le parole di papa Francesco hanno diviso l’opinione pubblica tra chi ha esultato e chi, i più liberal, dopo un momento di iniziale sbigottimento per quanto proferito dal proprio «campione», ha iniziato a protestare. Sul Corriere della Sera, a fare da scudo al Pontefice, è stato monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente Cei. «Non so chi abbia detto all’esterno quello che ha voluto dire, ma chiunque sia stato dovrà fare i conti con la sua coscienza e con il senso di collegialità con gli altri vescovi», attacca monsignor Savino, «il Papa viene dall’America Latina e l’italiano non è la sua lingua, chiunque abbia esperienza con le parole sa che una parola o una frase tolti dal contesto nel quale sono stati pronunciati possono far passare un messaggio completamente diverso da quello autentico». Per il prelato, Francesco «era preoccupato della felicità del futuro prete, che sia omosessuale o eterosessuale». E mentre a (quasi) tutti è sembrato lampante il «no» bergogliano ai gay nei seminari, monsignor Savino assume una posizione un po’ più sfumata sulla questione: «Non c’è un “no” a priori. La sua vera preoccupazione è la serenità di tutti. Il Papa voleva dire che i candidati, omo o etero, devono essere capaci di vivere bene le loro promesse rispetto all’obbedienza, alla povertà e alla castità. Amare con il cuore pieno e le mani vuote». E poi, dopo aver confermato il documento, fermo in Vaticano, della Cei sulla questione e in attesa di essere analizzato in uno dei gruppi di lavoro del prossimo Sinodo, monsignor Savino torna ad ammantare Bergoglio di arcobaleno: «Fin dall’inizio ha detto “Chi sono io per giudicare?” e di recente ha permesso la benedizione pastorale delle coppie dello stesso sesso. E poi, scusate, dal suo primo documento pastorale, l’esortazione Evangelii gaudium, e per l’intero pontificato la sua proposta-chiave è sempre stata l’inclusione». Più ermetico il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi: «Era un dialogo confidenziale riservato con i vescovi. Teniamo conto che sono incontri in cui, proprio per la loro natura confidenziale, si mischiano considerazioni generali e spesso anche osservazioni personali», ha dichiarato a margine di un incontro pubblico. Oltre ai prelati, anche il nuovo re delle Ong, l’ex no global Luca Casarini, è intervenuto sulla vicenda per difendere Francesco: «Noi dobbiamo guardare a quello che fa papa Francesco, non solo a ciò che dice. Sicuramente è uno che dà tanto fastidio ai poteri costituiti dentro la Chiesa ma segnalo comunque che è l’unico leader in grado di chiedere scusa». Da fine conoscitore degli ambienti di Curia, Casarini analizza che «lui (il Papa, ndr) non voleva offendere nessuno: ha semplicemente usato un linguaggio più scherzoso e certamente sbagliato dal punto di vista del politically correct, ma non intendeva discriminare nessuno». Sfoggiando, infine, doti da fine teologo, per il re Mida dei salvataggi in mare «è interessante l’uso che si fa di questo chiacchiericcio, per attaccare chi proprio sulla difesa dei diritti di tutte le persone, al di là degli orientamenti sessuali, ha costruito un suo modo di essere Papa. Una parte della Chiesa è, invece, convinta che esistano peccatori e non peccatori, che sia una specie di dogana dove mostrare documenti e alcuni entrano e altri no. Papa Francesco è un uomo di 87 anni che si carica sulle spalle una cosa gigantesca, è una persona come tutte, che può dire delle cose che magari poi deve chiarire ma è del chiacchiericcio che dobbiamo stupirci».
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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