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2026-01-07
Il locale di Crans era fuori controllo da 5 anni
Ansa
Nessun controllo negli ultimi cinque anni e, comunque, nessun problema di sicurezza rilevato in relazione al materiale fonoassorbente sul soffitto perché la legge non fissa l’obbligo di verificare questo aspetto (anche se ieri sera il membro dell’esecutivo del Canton Vallese con delega alla Sicurezza, Stéphane Ganzer, ha confermato a Rsi che l’incaricato per la sicurezza, anche per legge, avrebbe dovuto segnalare la presenza dei pannelli fonoassorbenti, ndr). Questa la verità burocratica, nuda e cruda, sulla questione sicurezza nel locale Le Constellation di Crans-Montana, dove, la notte di Capodanno sono morti 40 giovanissimi e 121 sono rimasti feriti, intrappolati in un inferno di fuoco causato dall’utilizzo di candele pirotecniche in un luogo chiuso e non sicuro. Una verità da tecnocrati che, come spesso accade, si scontra violentemente non solo con la tragedia che ha spezzato tante vite, ma anche con la logica. Le Constellation, infatti, era un locale pubblico che prevedeva un forte afflusso di persone, realizzato in un seminterrato senza finestre, con una sola scala di accesso e una sola uscita di sicurezza (peraltro bloccata la notte della tragedia). Semplicemente per queste caratteristiche, richiedeva una attenzione particolare, che invece non c’è stata.
A spiegare i dettagli delle tragiche mancanze è stato il sindaco del paese, Nicolas Feraud, in una conferenza stampa che ha ripercorso la storia del locale: «L’edificio all’interno del quale si trova Le Constellation è stato costruito nel 1967 e dal 1992 è stato sempre adibito a locale pubblico. Nel 2015 il proprietario ha presentato una domanda di permesso di costruire per ampliare la terrazza esterna e i lavori sono stati autorizzati dal Comune di Chermignon (che all’epoca era l’ente territoriale di riferimento fino alla fusione di quattro Comuni che ha portato alla nascita di Crans-Montana nel 2017).
Terminata la ristrutturazione, il Comune ha ispezionato i locali e ha convalidato il via libera confermando la capienza massima di 100 persone nel seminterrato e 100 nella veranda», ha spiegato il sindaco. Viceversa, «nessuna richiesta di autorizzazione è stata presentata, né nel 2015 né in seguito, per i lavori all’interno del locale seminterrato» che pure sono stati fatti nello stesso momento «perché si trattava di opere che non prevedevano un cambio di destinazione d’uso e quindi il proprietario non era obbligato a depositare la richiesta», aggiunge Feraud. I tempi coincidono: il 2015, infatti, è l’anno in cui la gestione del locale viene rilevata dai coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric Uche Fae nel quale prende forma il longue bar Le Constellation per come lo conosciamo, tristemente, oggi.
I lavori, come testimoniano numerose immagini diffuse in questi giorni sui social, vennero seguiti personalmente da Jaques Moretti che, a quanto risulta, ridusse la scala di accesso al locale, evidentemente senza l’obbligo di darne comunicazione. Tuttavia, secondo la legge sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, da quel momento in poi, il Comune avrebbe dovuto verificare ogni anno la situazione. E questo non è accaduto: l’ultimo sopralluogo risale al maggio del 2019. «Il 29 gennaio 2018 il nuovo incaricato della sicurezza di Crans-Montana (che nel frattempo si era costituito Comune) ha controllato tutto il locale pubblico, ha fatto aggiungere un pannello alla porta d’entrata, ma non ha rilevato problemi relativi al materiale fonoassorbente» e un anno dopo «il 13 maggio del 2019, lo stesso incaricato ha di nuovo controllato il locale e l’esito del verbale è stato positivo», ha spiegato Feraud. Poi, più nulla.
Ma se già queste negligenze («I gestori del locale sono stati estremamente negligenti», ha attaccato Feraud), suonano gravi, ancor peggiore è la totale mancanza di qualsiasi accenno alla pericolosità dei pannelli acustici, da cui è partito l’incendio, utilizzati per ricoprire l’intero soffitto del seminterrato. Come è stato possibile? Il primo cittadino, citando una legge di riferimento sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, ha spiegato che «le ispezioni devono verificare la manutenzione delle installazioni antincendio, le vie di fuga e le uscite di sicurezza, il funzionamento degli estintori, le autorimesse e la pulizia degli edifici», mentre «per quanto riguarda i materiali, per esempio, un soffitto fonoassorbente la legge non fissa l’obbligo di verifica». E, infine, ha concluso laconico: «Sarà la giustizia a definire se bisognava farlo malgrado tutto. E se ci fosse una responsabilità penale, il Comune la assumerà in pienoo. Siamo profondamente dispiaciuti». Il sindaco di Crans-Montana ha annunciato che non si dimetterà.
A palesarsi, ieri, con qualche riga affidata a una nota, sono stati i gestori del locale Jaques e Jessica Moretti che si sono detti «devastati e sopraffatti dal dolore», promettendo la loro «piena collaborazione con gli inquirenti». Ad aggiungersi all’intera vicenda, a tratti surreale, ci sono ancora due particolari. Nel settembre del 2025 era stata depositata una nuova richiesta di ampliamento della terrazza del bar che, se fosse stata realizzata, avrebbe chiuso l’ennesima porta di uscita sull’esterno.
Nello stesso periodo, venne commissionata dal Comune una analisi acustica del locale, un professionista del settore ispezionò il soffitto del seminterrato e diede parere positivo.
Meloni al Niguarda in visita ai feriti. Medici cauti: «Decorso lunghissimo»
Il premier Giorgia Meloni ieri pomeriggio, prima di recarsi a Parigi per il vertice dei volenterosi, ha fatto visita all’ospedale Niguarda di Milano dove sono ricoverati gli undici giovani rimasti feriti nella tragedia di Crans-Montana. Meloni si è intrattenuta con i familiari dei ragazzi ricoverati, rinnovando a tutti la piena vicinanza e il sostegno del governo in questo momento di grande dolore. Inoltre, ha voluto esprimere un personale ringraziamento ai medici e agli infermieri per l’impegno e la professionalità dimostrati nell’assistenza ai pazienti.
Nel punto stampa, il direttore del Niguarda, Alberto Zoli, ha precisato: «Alcuni più gravi, altri meno, ma sono sicuramente undici pazienti critici sui quali manteniamo ancora una prognosi riservata. Le loro condizioni variano da ustioni molto estese, anche sul 70% del corpo, fino a ustioni molto meno estese ma con compromissioni delle funzioni vitali», ha aggiunto. «Per questo sono tutti pazienti ancora in condizioni critiche ma che, nelle prossime ore, possono avere una evoluzione, speriamo positiva. Abbiamo ancora ragazzi ricoverati in terapia intensiva, altri in semi-intensiva». «Di quelli in terapia intensiva ce ne sono tre molto più critici di altri, ma le condizioni nella loro gravità sono stabili, riusciamo a mantenere delle condizioni di non pericolo di vita immediato», ha aggiunto Giampaolo Casella, direttore aAnestesia e rianimazione del nosocomio.
«Il combinato disposto di aver dovuto respirare fumi velenosi per un periodo molto lungo, insieme alle ustioni, moltiplica il problema. Si naviga a vista. Giorno per giorno è un giorno guadagnato e stiamo cercando di recuperare tempo». Il direttore Zoli ha anche spiegato che ci sono difficoltà per il trasferimento di altri due pazienti da Zurigo visto che, per lo loro condizioni, sono «intrasportabili». «Quando saranno dichiarati trasportabili, quasi sicuramente per uno la destinazione sarà Niguarda. Invece per l’altro potrebbe essere una destinazione diversa perché la centrale di smistamento e di gestione di trasporti deve distribuire i pazienti anche in base alla loro residenza».
A raccontare quanto sia impegnativa la situazione nel Centro ustioni è stata Fernanda Settembrini chirurgo plastico da anni operativa al Niguarda: «Nella mia esperienza abbiamo avuto diversi carichi di più pazienti insieme perché siamo centro di riferimento. Questa però, per me, è forse la più impegnativa. Il problema è che i pazienti vanno valutati giorno per giorno e non si possono fare previsioni. Il decorso è lunghissimo, quindi non si possono fare previsioni, si potranno fare più in là, ma adesso per settimane non sarà possibile». La macchina ospedaliera, assicura la dottoressa, funziona a pieno regime: «Si gestisce al meglio, come nelle nostre possibilità. Abbiamo la massima collaborazione da tutti i colleghi. Abbiamo la disponibilità di sale operatorie tutto il giorno e stiamo facendo del nostro meglio».
Parlando del supporto fornito alle famiglie dei feriti, Tamara Tabà, responsabile del Servizio di psicologia clinica, ha affermato che «non c’è una ricetta unica, siamo a disposizione fino a tarda notte per accompagnare queste persone in tutte le fasi che cambiano da persona a persona, a seconda di come sono composte le famiglie e che dipendono dalle condizioni e dall’evoluzione della situazione dei pazienti».
Oggi, intanto, si svolgeranno a Milano, i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi, a Sant’Ambrogio. Proclamato il lutto cittadino dal sindaco Beppe Sala che insieme al presidente della Lombardia Attilio Fontana parteciperà alle esequie.
E ieri, durante le visite alle camere ardenti, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha detto: «Credo che sia giusto chiedere giustizia, è necessario. Se i locali che ospitano persone che fanno festa non sono adeguatamente sicuri è una grave responsabilità per chi li gestisce. La giustizia non restituisce la salute ai feriti né i morti alle loro famiglie, ma resta una richiesta del tutto legittima e doverosa».
Sempre stamattina, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur, è previsto l’ultimo saluto al sedicenne romano Riccardo Minghetti mentre a Bologna quello a Giovanni Tamburi. Il funerale di Sofia Prosperi, la vittima più giovane, si svolgerà a Lugano mentre domani sarà celebrato a Genova quello, in forma privata, di Emanuele Galeppini.
Per venerdì la Confederazione svizzera ha indetto una giornata di lutto e ha organizzato una cerimonia di commemorazione, nel Comune di Martigny, alla quale parteciperanno il presidente italiano Sergio Mattarella e quello francese Emmanuel Macron, per i due Paesi, dopo la Svizzera, che hanno il bilancio peggiore in termini di morti (nove per la Francia e sei per l’Italia) e feriti (23 e 14) nel rogo del Constellation. Sempre venerdì, a Roma, nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso sarà celebrata dal cardinale Baldassarre Reina una messa alla quale il premier Meloni ha invitato ministri, alte cariche e anche i leader dell’opposizione per un momento di «unità nazionale».
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Il sindaco di Crans: «Pronti ad assumerci responsabilità, gestori negligenti». Il seminterrato poteva ospitare 100 clienti al massimo.Giorgia Meloni ha incontrato anche i familiari, assicurando la massima vicinanza dell’esecutivo. Oggi i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi a Milano, di Riccardo Minghetti a Roma e di Giovanni Tamburi a Bologna.Lo speciale contiene due articoli.Nessun controllo negli ultimi cinque anni e, comunque, nessun problema di sicurezza rilevato in relazione al materiale fonoassorbente sul soffitto perché la legge non fissa l’obbligo di verificare questo aspetto (anche se ieri sera il membro dell’esecutivo del Canton Vallese con delega alla Sicurezza, Stéphane Ganzer, ha confermato a Rsi che l’incaricato per la sicurezza, anche per legge, avrebbe dovuto segnalare la presenza dei pannelli fonoassorbenti, ndr). Questa la verità burocratica, nuda e cruda, sulla questione sicurezza nel locale Le Constellation di Crans-Montana, dove, la notte di Capodanno sono morti 40 giovanissimi e 121 sono rimasti feriti, intrappolati in un inferno di fuoco causato dall’utilizzo di candele pirotecniche in un luogo chiuso e non sicuro. Una verità da tecnocrati che, come spesso accade, si scontra violentemente non solo con la tragedia che ha spezzato tante vite, ma anche con la logica. Le Constellation, infatti, era un locale pubblico che prevedeva un forte afflusso di persone, realizzato in un seminterrato senza finestre, con una sola scala di accesso e una sola uscita di sicurezza (peraltro bloccata la notte della tragedia). Semplicemente per queste caratteristiche, richiedeva una attenzione particolare, che invece non c’è stata. A spiegare i dettagli delle tragiche mancanze è stato il sindaco del paese, Nicolas Feraud, in una conferenza stampa che ha ripercorso la storia del locale: «L’edificio all’interno del quale si trova Le Constellation è stato costruito nel 1967 e dal 1992 è stato sempre adibito a locale pubblico. Nel 2015 il proprietario ha presentato una domanda di permesso di costruire per ampliare la terrazza esterna e i lavori sono stati autorizzati dal Comune di Chermignon (che all’epoca era l’ente territoriale di riferimento fino alla fusione di quattro Comuni che ha portato alla nascita di Crans-Montana nel 2017).Terminata la ristrutturazione, il Comune ha ispezionato i locali e ha convalidato il via libera confermando la capienza massima di 100 persone nel seminterrato e 100 nella veranda», ha spiegato il sindaco. Viceversa, «nessuna richiesta di autorizzazione è stata presentata, né nel 2015 né in seguito, per i lavori all’interno del locale seminterrato» che pure sono stati fatti nello stesso momento «perché si trattava di opere che non prevedevano un cambio di destinazione d’uso e quindi il proprietario non era obbligato a depositare la richiesta», aggiunge Feraud. I tempi coincidono: il 2015, infatti, è l’anno in cui la gestione del locale viene rilevata dai coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric Uche Fae nel quale prende forma il longue bar Le Constellation per come lo conosciamo, tristemente, oggi.I lavori, come testimoniano numerose immagini diffuse in questi giorni sui social, vennero seguiti personalmente da Jaques Moretti che, a quanto risulta, ridusse la scala di accesso al locale, evidentemente senza l’obbligo di darne comunicazione. Tuttavia, secondo la legge sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, da quel momento in poi, il Comune avrebbe dovuto verificare ogni anno la situazione. E questo non è accaduto: l’ultimo sopralluogo risale al maggio del 2019. «Il 29 gennaio 2018 il nuovo incaricato della sicurezza di Crans-Montana (che nel frattempo si era costituito Comune) ha controllato tutto il locale pubblico, ha fatto aggiungere un pannello alla porta d’entrata, ma non ha rilevato problemi relativi al materiale fonoassorbente» e un anno dopo «il 13 maggio del 2019, lo stesso incaricato ha di nuovo controllato il locale e l’esito del verbale è stato positivo», ha spiegato Feraud. Poi, più nulla.Ma se già queste negligenze («I gestori del locale sono stati estremamente negligenti», ha attaccato Feraud), suonano gravi, ancor peggiore è la totale mancanza di qualsiasi accenno alla pericolosità dei pannelli acustici, da cui è partito l’incendio, utilizzati per ricoprire l’intero soffitto del seminterrato. Come è stato possibile? Il primo cittadino, citando una legge di riferimento sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, ha spiegato che «le ispezioni devono verificare la manutenzione delle installazioni antincendio, le vie di fuga e le uscite di sicurezza, il funzionamento degli estintori, le autorimesse e la pulizia degli edifici», mentre «per quanto riguarda i materiali, per esempio, un soffitto fonoassorbente la legge non fissa l’obbligo di verifica». E, infine, ha concluso laconico: «Sarà la giustizia a definire se bisognava farlo malgrado tutto. E se ci fosse una responsabilità penale, il Comune la assumerà in pienoo. Siamo profondamente dispiaciuti». Il sindaco di Crans-Montana ha annunciato che non si dimetterà.A palesarsi, ieri, con qualche riga affidata a una nota, sono stati i gestori del locale Jaques e Jessica Moretti che si sono detti «devastati e sopraffatti dal dolore», promettendo la loro «piena collaborazione con gli inquirenti». Ad aggiungersi all’intera vicenda, a tratti surreale, ci sono ancora due particolari. Nel settembre del 2025 era stata depositata una nuova richiesta di ampliamento della terrazza del bar che, se fosse stata realizzata, avrebbe chiuso l’ennesima porta di uscita sull’esterno. Nello stesso periodo, venne commissionata dal Comune una analisi acustica del locale, un professionista del settore ispezionò il soffitto del seminterrato e diede parere positivo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/locale-crans-fuori-controllo-2674854918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-al-niguarda-in-visita-ai-feriti-medici-cauti-decorso-lunghissimo" data-post-id="2674854918" data-published-at="1767767579" data-use-pagination="False"> Meloni al Niguarda in visita ai feriti. Medici cauti: «Decorso lunghissimo» Il premier Giorgia Meloni ieri pomeriggio, prima di recarsi a Parigi per il vertice dei volenterosi, ha fatto visita all’ospedale Niguarda di Milano dove sono ricoverati gli undici giovani rimasti feriti nella tragedia di Crans-Montana. Meloni si è intrattenuta con i familiari dei ragazzi ricoverati, rinnovando a tutti la piena vicinanza e il sostegno del governo in questo momento di grande dolore. Inoltre, ha voluto esprimere un personale ringraziamento ai medici e agli infermieri per l’impegno e la professionalità dimostrati nell’assistenza ai pazienti.Nel punto stampa, il direttore del Niguarda, Alberto Zoli, ha precisato: «Alcuni più gravi, altri meno, ma sono sicuramente undici pazienti critici sui quali manteniamo ancora una prognosi riservata. Le loro condizioni variano da ustioni molto estese, anche sul 70% del corpo, fino a ustioni molto meno estese ma con compromissioni delle funzioni vitali», ha aggiunto. «Per questo sono tutti pazienti ancora in condizioni critiche ma che, nelle prossime ore, possono avere una evoluzione, speriamo positiva. Abbiamo ancora ragazzi ricoverati in terapia intensiva, altri in semi-intensiva». «Di quelli in terapia intensiva ce ne sono tre molto più critici di altri, ma le condizioni nella loro gravità sono stabili, riusciamo a mantenere delle condizioni di non pericolo di vita immediato», ha aggiunto Giampaolo Casella, direttore aAnestesia e rianimazione del nosocomio.«Il combinato disposto di aver dovuto respirare fumi velenosi per un periodo molto lungo, insieme alle ustioni, moltiplica il problema. Si naviga a vista. Giorno per giorno è un giorno guadagnato e stiamo cercando di recuperare tempo». Il direttore Zoli ha anche spiegato che ci sono difficoltà per il trasferimento di altri due pazienti da Zurigo visto che, per lo loro condizioni, sono «intrasportabili». «Quando saranno dichiarati trasportabili, quasi sicuramente per uno la destinazione sarà Niguarda. Invece per l’altro potrebbe essere una destinazione diversa perché la centrale di smistamento e di gestione di trasporti deve distribuire i pazienti anche in base alla loro residenza».A raccontare quanto sia impegnativa la situazione nel Centro ustioni è stata Fernanda Settembrini chirurgo plastico da anni operativa al Niguarda: «Nella mia esperienza abbiamo avuto diversi carichi di più pazienti insieme perché siamo centro di riferimento. Questa però, per me, è forse la più impegnativa. Il problema è che i pazienti vanno valutati giorno per giorno e non si possono fare previsioni. Il decorso è lunghissimo, quindi non si possono fare previsioni, si potranno fare più in là, ma adesso per settimane non sarà possibile». La macchina ospedaliera, assicura la dottoressa, funziona a pieno regime: «Si gestisce al meglio, come nelle nostre possibilità. Abbiamo la massima collaborazione da tutti i colleghi. Abbiamo la disponibilità di sale operatorie tutto il giorno e stiamo facendo del nostro meglio».Parlando del supporto fornito alle famiglie dei feriti, Tamara Tabà, responsabile del Servizio di psicologia clinica, ha affermato che «non c’è una ricetta unica, siamo a disposizione fino a tarda notte per accompagnare queste persone in tutte le fasi che cambiano da persona a persona, a seconda di come sono composte le famiglie e che dipendono dalle condizioni e dall’evoluzione della situazione dei pazienti».Oggi, intanto, si svolgeranno a Milano, i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi, a Sant’Ambrogio. Proclamato il lutto cittadino dal sindaco Beppe Sala che insieme al presidente della Lombardia Attilio Fontana parteciperà alle esequie.E ieri, durante le visite alle camere ardenti, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha detto: «Credo che sia giusto chiedere giustizia, è necessario. Se i locali che ospitano persone che fanno festa non sono adeguatamente sicuri è una grave responsabilità per chi li gestisce. La giustizia non restituisce la salute ai feriti né i morti alle loro famiglie, ma resta una richiesta del tutto legittima e doverosa».Sempre stamattina, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur, è previsto l’ultimo saluto al sedicenne romano Riccardo Minghetti mentre a Bologna quello a Giovanni Tamburi. Il funerale di Sofia Prosperi, la vittima più giovane, si svolgerà a Lugano mentre domani sarà celebrato a Genova quello, in forma privata, di Emanuele Galeppini.Per venerdì la Confederazione svizzera ha indetto una giornata di lutto e ha organizzato una cerimonia di commemorazione, nel Comune di Martigny, alla quale parteciperanno il presidente italiano Sergio Mattarella e quello francese Emmanuel Macron, per i due Paesi, dopo la Svizzera, che hanno il bilancio peggiore in termini di morti (nove per la Francia e sei per l’Italia) e feriti (23 e 14) nel rogo del Constellation. Sempre venerdì, a Roma, nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso sarà celebrata dal cardinale Baldassarre Reina una messa alla quale il premier Meloni ha invitato ministri, alte cariche e anche i leader dell’opposizione per un momento di «unità nazionale».
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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