
E io pago! Direbbe il principe Antonio De Curtis che si trova a fare i conti, come quasi tutti i contribuenti italiani, con l’eredità lasciata da Peppino, al secolo Giuseppe Conte. È curioso notare come la segretaria del Pd Elly Schlein se la pigli col governo che non provvede alle necessità dei meno abbienti.
A parte che non è così, ma sarebbe il caso che guardasse meglio nel suo campo largo per trovare le ragioni delle difficoltà di bilancio in cui si è dibattuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ha ripetuto fino allo sfinimento che il Superbonus edilizio - ha tolto molto ai poveri per dare a una ristretta minoranza - ci costa 4,5 miliardi al mese. Ma si sa, dei 5 stelle originari è rimasta solo la sigla e oggi il Superbonus presenta un altro Conte, pardon conto.
Il Sole 24 Ore ha anticipato ieri che il governo starebbe studiando, perché costretto dagli eventi, una norma salva condomini per evitare a chi ha attivato il Superbonus, ma non ha terminato i lavori, di vedersi chiedere dall’Agenzia delle Entrate una parte di quanto ricevuto sia come anticipazione bancaria sia come sconto in fattura. La faccenda è seria e complicata come l’iter del Superbonus che ha avuto mille ripensamenti. Il bilancio al mese scorso non è lusinghiero: gli edifici ristrutturati e dunque si presume anche a norma rispetto alle «follie» del Green deal sono 502.500 mettendoci dentro anche castelli e palazzi nobiliari per uno sconto fiscale che ammonta sinora a oltre 130 miliardi di euro. La gran parte degli edifici ristrutturati sono abitazioni unifamiliari. Così ci sono circa 140.000 condomini rimasti in mezzo al guado. Forse sarebbe meglio dire in mezzo al guano visto che tra lavori che devono essere finiti e lavori autorizzati l’ammontare complessivo è di circa 166 miliardi.
Per evitare un massacro fiscale a chi ha operato in buona fede il governo sta pensando di varare col decreto fiscale in approvazione in questa settimana (o nella prossima) una sorta di scudo che sana le irregolarità dei condomini attraverso un pagamento ridotto di quanto l’Agenzia delle Entrate potrebbe pretendere. Le fattispecie su cui incide la norma sono diverse, ma tre sono le più frequenti e stanno togliendo il sonno a migliaia di cittadini che si trovano col danno - l’impresa che non ha finito i lavori - e la beffa della richiesta dell’Erario. I cittadini vengono chiamati in causa perché se anche hanno ceduto il credito alla banca o hanno accettato lo sconto in fattura i destinatari del Superbonus sono loro e come tali vengono chiamati a rispondere. Il primo: i lavori non finiti. Requisito dirimente per avere titolo a qualsiasi bonus edilizio è che l’opera sia stata eseguita per intero. Chi non chiude il cantiere è soggetto a revoca del bonus che deve rimborsare (se si è chiesto l’anticipo in banca bisogna mettere mano al portafoglio) maggiorato di mora e interessi. Il secondo caso si verifica se c’è difformità tra quanto dichiarato all’Agenzia delle Entrate e i lavori effettivamente fatti. Il terzo caso emerge se si riscontra una differenza tra i materiali che si è dichiarato di avere acquistato e quelli effettivamente utilizzati. Anche in questi due casi si rischia la revoca del bonus e l’applicazione delle sanzioni. La misura allo studio del governo sarebbe uno sconto del 90% sulle cifre contestate e l’azzeramento di more ed interessi. Per capirci, se l’Agenzia ha nel mirino un beneficio da 200.000 euro se ne pagano 20.000 e si azzera tutto.
Com’è facile capire però questo ha un immediato impatto, in termini di minore entrate, sul bilancio, il che allunga l’ombra nefasta del 110% sui conti pubblici. Anche perché c’è un’altra questione fiscale che il governo pare comunque intenzionato a sanare, stavolta probabilmente scegliendo la via dell’emendamento d’aula in fase di conversione del decreto fiscale. Secondo l’anticipazione del Sole 24 Ore questo ulteriore provvedimento riguarda i cosiddetti General contractor. Sono le imprese grosse che hanno preso il lavoro e poi subappaltato. L’Agenzia delle Entrate contesta la differenza tra il valore dei lavori ammessi al Superbonus e le fatture pagate dai General contractor ai subfornitori, sospettando che le ditte abbiano fatto la «cresta» sullo sconto fiscale. L’Anci (l’associazione dei costruttori) protesta: non c’è nessun lucro indebito; la differenza tra i due importi si chiama utile d’impresa su cui il fisco già esercita il prelievo. Anche qui la pretesa delle Entrate sarebbe l’integrale restituzione del Superbonus, mentre le aziende dicono che hanno semplicemente fatto da capofila degli appalti per rendere più rapido accedere all’anticipazione bancaria. Com’è evidente se l’Agenzia delle entrate chiedesse il rientro le imprese sarebbero in enormi difficoltà. Da qui la norma allo studio del governo per estendere anche lo scudo Superbonus. Tanto c’è sempre uno che dice «e io pago!».






