
Nel 2002 l'esecutivo di centrodestra impose ai consiglieri uscenti del Csm un biennio senza promozioni. Il Rottamatore e Paolo Gentiloni hanno abbassato e poi azzerato tale periodo: oggi si vedono le conseguenze.Il suk per le nomine dei vertici della Procura di Roma ha visto protagonista il pm Luca Palamara, accusato di corruzione dai colleghi di Perugia, anche a causa di una modifica normativa introdotta dai governi di sinistra e passata inosservata ai più. Una novità che ha permesso agli ex consiglieri del Csm di ritornare subito in pista per ricoprire incarichi direttivi, semidirettivi e fuori ruolo, dopo che il governo Berlusconi, nel 2002, aveva stabilito un periodo di decompressione lungo 2 anni.Palamara, consigliere del Csm dal settembre 2014 al settembre 2018, con la vecchia norma molto probabilmente non sarebbe stato sorpreso a partecipare ai summit notturni per la nomina del procuratore di Roma. Infatti sembra che il suo obiettivo fosse quello di portare a casa una specie di ticket con il procuratore in pectore Marcello Viola: i voti della sua corrente, Unicost, dovevano andare al candidato di Magistratura indipendente, e, in cambio, lui avrebbe dovuto essere sostenuto nella corsa a procuratore aggiunto della stessa Procura capitolina, dove era rientrato come semplice pubblico ministero alla fine della sua esperienza al Csm.Ma senza le riforme di Matteo Renzi e dei governi del Pd quella trattativa sarebbe stata impossibile. Infatti la legge 44 del 2002 emanata ai tempi del governo Berlusconi stabiliva che «prima che siano trascorsi 2 anni dal giorno in cui ha cessato di far parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato non può essere nominato ad ufficio direttivo o semidirettivo diverso da quello eventualmente ricoperto prima dell'elezione o nuovamente collocato fuori del ruolo organico per lo svolgimento di funzioni diverse da quelle giudiziarie ordinarie». In poche parole sino al settembre 2020 Palamara non avrebbe potuto preoccuparsi del proprio avanzamento di carriera. Renzi con il decreto legge numero 90 del giugno 2014, contenente «misure urgenti per (…) per l'efficienza degli uffici giudiziari», aveva anticipato per gli ex consiglieri la possibilità di prendere parte al mercato delle toghe, magari in accordo con i consiglieri entranti (già pronti a garantirsi un futuro). Nel decreto si leggeva: «Le parole: “Prima che siano trascorsi 2 anni" sono sostituite dalle seguenti: “Prima che sia trascorso un anno"». All'epoca il Guardasigilli era Andrea Orlando, mentre sottosegretario alla Giustizia era Cosimo Ferri, ex consigliere del Csm (2006-2010) ed ex segretario della corrente di Magistratura indipendente. Ferri oggi è deputato Pd in quota Renzi ed è stato citato nell'inchiesta sul «mercato delle toghe» per alcuni incontri propedeutici alla nomina del procuratore di Roma, a cui ha partecipato anche l'ex sottosegretario Luca Lotti. Ma Ferri, con i suoi collaboratori, nega di aver preso parte alla battaglia per abolire il cuscinetto e fa notare «con orgoglio» che dopo aver lasciato il Csm riprese a fare il giudice a latere del Tribunale di Massa e, sino al suo ingresso nel governo di Enrico Letta, non fece neppure una domanda di promozione. Per la modifica del cuscinetto spinsero, come sempre, i consiglieri uscenti, e, secondo una nostra fonte, si spese un ex parlamentare, il quale, nel 2014, divenne membro laico in quota governativa.La controriforma venne completata dal gabinetto di Gentiloni e precisamente nella legge di Bilancio del 2017, la 205 del 27 dicembre, che abrogò totalmente il cuscinetto. Secondo la nostra fonte la modifica sarebbe stata partorita in commissione Bilancio, all'epoca presieduta dal piddino Francesco Boccia, e l'avrebbero ispirata almeno quattro consiglieri del Csm di tutte le correnti, a partire da Palamara. A spingere pure un altro collega di Unicost, uno di Mi e uno di Area. Nel settembre scorso le quattro toghe hanno terminato il mandato e dopo un pugno di mesi tre di loro sono in lista per posti direttivi in tribunali del Sud e semidirettivi (Palamara), mentre il quarto ha trovato un nuovo importante incarico «fuori ruolo». Poltronissime per cui non avrebbero potuto concorrere in base alla legge 44 del 2002 e che, nell'immediato, non avrebbero visto impegnato Palamara, come è invece successo, con tutte le conseguenze del caso. Nei giorni scorsi l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, neoparlamentare Pd e già esponente di punta della corrente di sinistra Movimento per la giustizia, ha denunciato un'altra stortura che sarebbe stata introdotta dal governo Renzi, ossia l'abbassamento dell'età di pensionamento dei magistrati. Una modifica che, in qualche modo, sta influenzando anche l'inchiesta di Perugia. Il fascicolo ha perso il suo saggio coordinatore, Luigi De Ficchy, magistrato di grande esperienza, che ha dovuto lasciare nei giorni scorsi l'incarico in Umbria per limiti d'età e che in passato fu costretto a soccombere nella sua corsa a procuratore aggiunto della Capitale a vantaggio di Michele Prestipino, già braccio destro dell'allora procuratore Giuseppe Pignatone a Palermo. Roberti chiosa: «In passato si andava in pensione a 70 anni, ma si poteva chiedere una proroga di due anni, che serviva al dirigente dell'ufficio a organizzare la propria uscita nel modo più indolore possibile». Poi Berlusconi ha innalzato la soglia a 75 e Renzi l'ha riportata a 70, ma senza proroga. Nel 2010 Panorama aveva pubblicato un lungo articolo sulle nomine del Csm intitolato in modo profetico «Il grande mercato delle toghe» e aveva denunciato a proposito delle nomine quanto segue: «Ma che il giudizio del Csm sia slegato dal principio di legalità, però ben ancorato alle logiche correntizie, lo provano le centinaia di ricorsi contro le nomine decise da Palazzo dei Marescialli, spesso annullate dalla giustizia amministrativa, Tar e Consiglio di Stato. Il motivo? Nella maggior parte dei casi i vincitori non hanno i titoli migliori, dimostrando che il curriculum non è il requisito privilegiato per talune carriere. Tanto che il Csm non accetta quasi mai le bocciature e quando l'annullamento diventa definitivo non di rado ripropone per lo stesso incarico il pretendente appena respinto, come se nulla fosse». Il governo Renzi, sempre nel 2014, provò, senza riuscirci, a ridimensionare il ruolo di Tar e Consiglio di Stato. Risulta che questa consiliatura del Csm, tanto vituperata, finalmente e in controtendenza, stia iniziando ad accogliere le decisioni della giustizia amministrativa.
Un frame del video dell'aggressione a Costanza Tosi (nel riquadro) nella macelleria islamica di Roubaix
Giornalista di «Fuori dal coro», sequestrata in Francia nel ghetto musulmano di Roubaix.
Sequestrata in una macelleria da un gruppo di musulmani. Minacciata, irrisa, costretta a chiedere scusa senza una colpa. È durato più di un’ora l’incubo di Costanza Tosi, giornalista e inviata per la trasmissione Fuori dal coro, a Roubaix, in Francia, una città dove il credo islamico ha ormai sostituito la cultura occidentale.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.






