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2018-07-04
Attacco dei giudici alla Lega: «Sequestrate tutti i fondi fino ad arrivare a 49 milioni»
Ansa
Sequestrare tutti i conti della Lega fino a raggiungere la cifra di 49 milioni di euro. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio quando le agenzie iniziano a riportare le motivazioni della Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso della procura di Genova contro il Carroccio. La storia è nota. E prosegue da più di un anno. Da quando il fondatore Umberto Bossi e il tesoriere Francesco Belsito sono stati condannati per truffa ai danni dello Stato.
Da allora è in corso un braccio di ferro tra la procura genovese e il tribunale, con i primi che chiedono il sequestro di tutti i rimborsi elettorali degli ultimi dieci anni e i secondi che hanno accettato il ricorso degli avvocati della Lega sul fatto che possa essere fermata solo la cifra presente al momento dell'esecuzione della condanna, ovvero meno di due milioni di euro. Ognuno presenta ricorsi e controricorsi.
Ieri è stata la volta della Cassazione, con un provvedimento che in Lega non hanno ancora visto. Ora toccherà al tribunale del riesame ratificare il provvedimento, poi i leghisti potrebbero di nuovo fare ricorso. Insomma l'idea che la Guardia di Finanza possa già da oggi bloccare un partito che è da un mese al governo non è realizzabile.
In ogni caso i conti della Lega sono da settimane al centro del dibattito politico, sia perché finiti al centro dell'inchiesta della procura di Roma su Luca Parnasi, il costruttore che ha finanziato l'Associazione Più Voci , sia perché tirati in ballo per uno spostamento di 3 miloni di euro dal Lussemburgo alla Sparkasse di Bolzano. «È bene chiarire fin da subito: i 49 milioni di euro altro non sono che il contributo elettorale che la Lega, come altri partiti politici che ne hanno percepiti in maniera di gran lunga superiore nel medesimo periodo, hanno ricevuto in base alla legge sul finanziamento ai partiti» dice a La Verità il tesoriere Giulio Centemero.
«La Lega non ha sottratto nulla illecitamente. Tutte le somme ricevute sono state utilizzate per le finalità e gli scopi del partito (spese elettorali, dipendenti, campagne referendarie). Basti pensare che solo per il personale la Lega, negli anni successivi al 2010 e sino al 2016, ha destinato ben 24 milioni dei 48 ricevuti e altri 20 milioni sono stati utilizzati per i costi connessi alle varie tornate elettorali nel medesimo periodo. Proprio per questo non capisco davvero come si possa pensare che i soldi siano stati nascosti. Il bilancio del partito è pubblico ed è visibile sul sito della Lega Nord, tutti possono vedere i nostri conti». Anzi, per Centemero «le entrate sono tracciate al centesimo così come le spese che il partito sostiene. Nulla può sfuggire. Senza voler entrare in eccessivi tecnicismi però va detto che i conti della Lega sono sottoposti a diversi livelli di controllo e di certificazione. Dalla società di revisione esterna sino all'organo presso il Parlamento che controlla al centesimo persino gli scontrini. Sostenere che in questo contesto vi siano dei soldi nascosti da qualche parte in giro per il mondo significa ignorare profondamente la realtà che ho cercato di descrivervi o volerla tacere deliberatamente». Eppure si continua a parlare di società in Lussemburgo e di strani movimenti di denaro. «Le società in Lussemburgo nulla hanno a che fare con la Lega» risponde il deputato leghista. «Si è scavato nella mia vita e in quella dei professionisti che hanno incarichi per la Lega nella ricerca di buchi neri. Non hanno trovato nulla e allora hanno costruito dei teoremi sul niente. La Lega non ha nessun interesse nelle società richiamate né, tantomeno, ha rapporti con le fiduciarie del Lussemburgo. Si tratta di vere e proprie fake news. L'esempio lampante si è avuto con la vicenda di Sparkasse. La Lega non ha più rapporti con l'istituto di Bolzano addirittura dal 2014. Eppure, si è sostenuto che delle somme rientrate dal Lussemburgo a marzo del 2018 fossero riferibili alla Lega. Non si capisce come si possa anche solo ipotizzare che siano rientrate delle somme su di un istituto nel quale la Lega non ha da anni neppure un conto corrente».
E l'associazione Più Voci e Parnasi? «Sì, Parnasi ha contribuito all'associazione. Me lo hanno presentato nel 2015, aveva un'amicizia con Giancarlo Giorgetti. Tutto qui. Spero possa dimostrare la correttezza del suo operato. Voler far passare l'associazione come la “cassaforte" della Lega, per far credere che parte dei soldi del partito siano nell'associazione, è falso e ridicolo. Più voci negli anni ha raccolto contributi per circa 300.000 euro e non ha mai usufruito di somme provenienti dalla Lega: Parnasi non ha mai finanziato la Lega».
Alessandro Da Rold
Il Pd carica: «Dove trovate i soldi?»
La notizia battuta dalle agenzie di stampa è una bomba: ogni somma di denaro riferibile al partito guidato dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, deve essere sequestrata «ovunque venga rinvenuta». Una decisione, quella della Cassazione, che deflagra nel mondo politico.
La prima reazione arriva dal Partito democratico, con l'attacco della senatrice Simona Malpezzi, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama: «Il ministro dell'Interno Salvini dica subito dove trovare i 49 milioni che la Lega ha truffato allo Stato. Ora anche la Cassazione pretende il sequestro di qualsiasi cifra riferibile alla Lega, è davvero incredibile che un partito di governo come quello di Salvini sia coinvolto in una vicenda così grave e scabrosa». Sempre dalla sponda democratica vola anche un velenoso tweet di Matteo Orfini, presidente del Pd: «La Cassazione spiega che alla Lega vanno sequestrati 49 milioni di euro ovunque siano. Caro Luigi Di Maio, è un problema per il M5s o non fa niente? Una volta urlavi onestà, ora sei alleato con chi ha truffato gli italiani».
Alle accuse risponde, con una certa vena ironica Giulio Centemero, deputato e amministratore del Carroccio: «Siamo stupiti di apprendere dalle agenzie, prima ancora che dalla Cassazione, le motivazioni della sentenza. Consci della totale trasparenza e onestà con cui abbiamo gestito il movimento, con bilanci da anni certificati da società esterne, e non avendo conti segreti all'estero ma solo poche lire in cassa visti i sequestri già effettuati, sarà nostra premura portare in monetine da 10 centesimi al tribunale di Genova tutto quello che abbiamo raccolto come offerte da pensionati, studenti e operai durante il raduno di Pontida». E aggiunge: «Forse l'efficacia dell'azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così». Inoltre fonti vicine ai vertici leghisti fanno sapere che sono pronte decine di querele nei confronti di chi parlerà di «soldi rubati dalla Lega».
Quanto a lui, Matteo Salvini ha ironizzato: «Sequestrano quello che non c'è. Gli posso portare i soldi raccolti a Pontida dai pensionati per comprare magliette e patatine», ha detto il ministro dell'Interno a In Onda, su La7,.
D'altronde già lo scorso settembre Salvini aveva attaccato i magistrati, commentando il sequestro cautelativo disposto dal tribunale di Genova. Il futuro vicepremier aveva parlato di «una sentenza rossa» e dell'«Italia come un regime islamico». Rimarcando che «a nessun movimento politico nella storia della Repubblica italiana è mai stato riservato un trattamento del genere». Secondo l'avvocato della Lega, Giovanni Ponti, le uniche somme sequestrabili sono quelle trovate sui conti «al momento dell'esecuzione del sequestro» con «conseguente inammissibilità delle richieste del pm di procedere anche al sequestro delle somme depositande». Quindi il pubblico ministero, stando alla tesi difensiva, può chiedere la confisca «anche delle somme future» ma solo durante il processo di appello. Fino a tarda serata non è giunta alcuna reazione da parte del Movimento 5 stelle, che però precedentemente alla nascita del governo gialloverde era stato durissimo sulla vicenda. Allora intervenne lo stesso Luigi Di Maio: «La Lega Nord che parlava di Roma Ladrona deve decine di milioni di euro ai cittadini italiani e urla al complotto. Abbiamo almeno la decenza di almeno di restituire i soldi prima di gridare al complotto».
In serata non risulta pervenuto alcun commento, né da parte del partito di Silvio Berlusconi, né da quello di Giorgia Meloni.
Alfredo Arduino
Ma era già pronta l’exit strategy: un partito nuovo nel nome di Matteo
La via d'uscita per evitare che la magistratura chiuda per sempre le saracinesche della Lega di Matteo Salvini è già stata ideata nei mesi scorsi. Il 14 dicembre del 2017 sulla Gazzetta Ufficiale è stata pubblicato lo Statuto del movimento politico «Lega - Salvini Premier», che risulta iscritto nel registro dei partiti politici.
È un nuovo partito, una nuova scatola blu che l'attuale vicepremier e ministro dell'Interno ha a disposizione per affrontare i nuovi appuntamenti elettorali. Nello specifico le prossime elezioni europee, previste per il 26 maggio del 2019, quando Salvini potrebbe lanciare l'«Internazionale populista e sovranista» per prendersi la maggioranza nel parlamento europeo.
Il colore non è casuale. È quello trumpista della svolta nazionalista del segretario del Carroccio, portato in pompa magna sul pratone di Pontida domenica scorsa. Del resto, si ragiona nella sede di via Bellerio, Salvini non c'entra nulla con la gestione dei conti del partito fatta negli anni passati dall'ex segretario e fondatore Umberto Bossi come da Roberto Maroni, che prese la Lega nel 2012 nel pieno dello scandalo sui rimborsi elettorali.
A certificare l'estraneità dell'attuale segretario è stato un giudice che durante il processo a carico di Matteo Brigandì, ex avvocato di Bossi, ha deciso di ammettere come testimone solo Maroni, stralciando invece possibili testimonianze di Salvini. Insomma il segretario va per la sua nuova strada e vuole lasciarsi alle spalle i vecchi scandali del Carroccio bossiano.
A ideare il nuovo partito sono stati il tesoriere Giulio Centemero, l'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, lo stesso Salvini, insieme con il fidato ministro per la famiglia Lorenzo Fontana e lo storico colonnello leghista Roberto Calderoli. La Lega-Salvini premier è per certi versi speculare alla vecchia Lega Nord. Ma l'impianto è differente. Il vecchio articolo 1 recita così: «Lega Nord per l'Indipendenza della Padania (di seguito indicato come Lega Nord, Lega Nord-Padania o Movimento), è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità il conseguimento dell'indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana».
Mentre il nuovo è questo: «Lega per Salvini Premier è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federa- le attraverso metodi democratici ed elettorali. Lega per Salvini Premier promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo». Si tratta di una confederazione composta da articolazioni territoriali regionali costituite a livello regionale, dalla Lombardia fino alla Sicilia. Segretario federale è Salvini.
C'è un consiglio federale, come nella vecchia Lega, mentre esiste un comitato amministrativo federale che decide su «l'apertura e la gestione di conti correnti e deposito titoli bancari e postali (ove del caso mediante utilizzo di un sistema di cash pooling tra i conti correnti riferiti alle singole entità associate), nonché le richieste di fideiussioni sul territorio dell'Unione europea ed investimenti non speculativi». Anche la sede potrebbe cambiare: da tempo sono stati avviati contatti per vendere quella storica di via Bellerio.
E la vecchia Lega che fine farà? Nei mesi scorsi alcuni dissidenti e oppositori interni a Salvini avevano pensato di rilevarla. Peccato ci sia un problema: c'è un buco di 49 milioni di euro.
Alessandro Da Rold
Per Centinaio un segretario rosso e a rischio di conflitto d’interessi
Cosa ci fa nel governo Conte un capo di gabinetto con una carriera da mandarino nei governi di centrosinistra e un possibile conflitto di interessi perché azionista di riferimento di un'azienda agricola? È la domanda che circola in questi giorni al Mipaaf del leghista Gianmarco Centinaio, dove questa settimana dovrebbe essere confermata la nomina a capo di gabinetto di Luigi Fiorentino, già vicesegretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, nominato dal governo Renzi il 6 agosto 2015. Il nome di Fiorentino creò non poche polemiche già qualche mese fa, a gennaio, giornate di fine legislatura e camere sciolte. Il nome di questo professore nato a Paternopoli, in provincia di Avellino nel 1959, allievo del professore Sabino Cassese e amico di Giulio Napolitano, figlio del presidente emerito, comparve sul blog del Movimento 5 stelle subito dopo la sua nomina a consigliere di Stato. I deputati Alessio Villarosa e Daniele Pesco, in un post del 18 gennaio, accusarono il governo per non aver rispettato la prassi istituzionale: «Sotto le feste è andato in scena l'ennesimo blitz del governo che ha proposto la nomina di tre consiglieri di Stato vicini alla maggioranza». E i due anzi scrivevano: «Proprio domani l'organo esecutivo del Consiglio di Stato voterà la ratifica di queste tre nomine governative, fra cui c'è anche quella di Luigi Fiorentino, consigliere della presidenza del Consiglio dei ministri, con funzioni di vicesegretario generale.
Il Consiglio di Stato è un organo chiamato a dirimere le più importanti controversie tra cittadino e pubblica amministrazione, e non luogo dove il governo possa piazzare gli amici degli amici». Tra questi c'era appunto Fiorentino, che è stato anche professore di diritto amministrativo a Roma Tre, ateneo anche definito «l'università dei Ds». Spesso le nomine dei cosiddetti mandarini di Stato sfuggono alla politica. O meglio, governi vecchi e nuovi non possono fare molto per evitare queste nomine. Ma la figura di Fiorentino - politicamente cresciuto nella corrente migliorista campana del Pci di Giorgio Napolitano e ora vicino al governatore Vincenzo De Luca - è importante, perché dalla sua scrivania di capo di gabinetto passeranno atti, nomine, decreti e altri provvedimenti del ministero a cui sarà accorpata la delega sul Turismo, che nella scorsa legislatura era stata sotto il ministero della Cultura. Proprio lunedì sera è stato infatti approvato il decreto di trasferimento delle competenze sul turismo dal Mibact al Mipaaf. A quanto pare l'ultima stesura prevede che due dirigenti targati Pd passino al Mipaaf. Rappresenta una sconfitta per Centinaio, considerando che i due avrebbero lavorato in queste settimane dietro le quinte per evitare il trasferimento del Turismo.
Nel frattempo Fiorentino è sempre in pole per la potente poltrona di capo di gabinetto. Del resto la presenza del professore a palazzo Chigi è storica. Incomincia alla fine del 1998, quando diventa vicecapo di gabinetto dei ministri del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica di Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. Poi ancora; dal 2007 al 2011, nominato quindi durante il governo di Romano Prodi, è segretario generale dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato con Antonio Catricalà. Negli anni c'è persino chi lo inserisce nel cerchio magico di Catricalà, ma è con il governo di Mario Monti nel 2011, che inizia la sua vera carriera di esperto della pubblica amministrazione e di gestione dei ministeri. È stato capo di gabinetto del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, professor Francesco Profumo, dal 7 dicembre 2011 ad aprile 2013. Poi trova posto con Enrico Letta. È stato capo di gabinetto del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, Maria Chiara Carrozza, dal 2013 al 2014. Sopravvive al cambio di governo di Matteo Renzi. È stato capo di gabinetto del Ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Maria Carmela Lanzetta, dal 4 marzo 2014 al 29 gennaio 2015. Quindi scatta il salto importante. Nel 2015 diventa vicesegretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri del governo Renzi. Gentiloni lo conferma per ben due volte. E nel novembre del 2016 viene pure nominato da Dario Franceschini nel Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis. Ora cerca il nuovo incarico con Centinaio, dopo che è sfumata la possibilità di essere nominato segretario generale alla presidenza del Consiglio. Ma in questo caso forse a sbarrargli la strada potrebbe essere un piccolo conflitto di interessi. Secondo visura camerale, infatti, Fiorentino risulta titolare del 35% della Fiorentino Agricola Srl di Partenopoli, in provincia di Avellino.
Alessandro Da Rold
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Per la Cassazione lo Stato deve riavere il presunto malloppo sottratto da Umberto Bossi e Francesco Belsito. Il tesoriere Giulio Centemero: «Non abbiamo conti nascosti, il nostro bilancio è trasparente».Il Pd carica: «Dove trovate i soldi?». Matteo Orfini prova a dividere il governo: «Una volta Luigi Di Maio gridava in piazza "onestà"». La replica ironica del leader leghista: «Vogliono prendersi quello che non c'è».Ma era già pronta l'exit strategy: un partito nuovo nel nome di Matteo. Mesi fa è stato registrato il marchio di un contenitore originale per «Salvini premier».Per Gian Marco Centinaio un segretario rosso e a rischio di conflitto d'interessi. Al Turismo circola voce della nomina per Luigi Fiorentino, già incaricato da Gianni Letta e Paolo Gentiloni.Lo speciale contiene quattro articoliSequestrare tutti i conti della Lega fino a raggiungere la cifra di 49 milioni di euro. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio quando le agenzie iniziano a riportare le motivazioni della Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso della procura di Genova contro il Carroccio. La storia è nota. E prosegue da più di un anno. Da quando il fondatore Umberto Bossi e il tesoriere Francesco Belsito sono stati condannati per truffa ai danni dello Stato. Da allora è in corso un braccio di ferro tra la procura genovese e il tribunale, con i primi che chiedono il sequestro di tutti i rimborsi elettorali degli ultimi dieci anni e i secondi che hanno accettato il ricorso degli avvocati della Lega sul fatto che possa essere fermata solo la cifra presente al momento dell'esecuzione della condanna, ovvero meno di due milioni di euro. Ognuno presenta ricorsi e controricorsi. Ieri è stata la volta della Cassazione, con un provvedimento che in Lega non hanno ancora visto. Ora toccherà al tribunale del riesame ratificare il provvedimento, poi i leghisti potrebbero di nuovo fare ricorso. Insomma l'idea che la Guardia di Finanza possa già da oggi bloccare un partito che è da un mese al governo non è realizzabile. In ogni caso i conti della Lega sono da settimane al centro del dibattito politico, sia perché finiti al centro dell'inchiesta della procura di Roma su Luca Parnasi, il costruttore che ha finanziato l'Associazione Più Voci , sia perché tirati in ballo per uno spostamento di 3 miloni di euro dal Lussemburgo alla Sparkasse di Bolzano. «È bene chiarire fin da subito: i 49 milioni di euro altro non sono che il contributo elettorale che la Lega, come altri partiti politici che ne hanno percepiti in maniera di gran lunga superiore nel medesimo periodo, hanno ricevuto in base alla legge sul finanziamento ai partiti» dice a La Verità il tesoriere Giulio Centemero. «La Lega non ha sottratto nulla illecitamente. Tutte le somme ricevute sono state utilizzate per le finalità e gli scopi del partito (spese elettorali, dipendenti, campagne referendarie). Basti pensare che solo per il personale la Lega, negli anni successivi al 2010 e sino al 2016, ha destinato ben 24 milioni dei 48 ricevuti e altri 20 milioni sono stati utilizzati per i costi connessi alle varie tornate elettorali nel medesimo periodo. Proprio per questo non capisco davvero come si possa pensare che i soldi siano stati nascosti. Il bilancio del partito è pubblico ed è visibile sul sito della Lega Nord, tutti possono vedere i nostri conti». Anzi, per Centemero «le entrate sono tracciate al centesimo così come le spese che il partito sostiene. Nulla può sfuggire. Senza voler entrare in eccessivi tecnicismi però va detto che i conti della Lega sono sottoposti a diversi livelli di controllo e di certificazione. Dalla società di revisione esterna sino all'organo presso il Parlamento che controlla al centesimo persino gli scontrini. Sostenere che in questo contesto vi siano dei soldi nascosti da qualche parte in giro per il mondo significa ignorare profondamente la realtà che ho cercato di descrivervi o volerla tacere deliberatamente». Eppure si continua a parlare di società in Lussemburgo e di strani movimenti di denaro. «Le società in Lussemburgo nulla hanno a che fare con la Lega» risponde il deputato leghista. «Si è scavato nella mia vita e in quella dei professionisti che hanno incarichi per la Lega nella ricerca di buchi neri. Non hanno trovato nulla e allora hanno costruito dei teoremi sul niente. La Lega non ha nessun interesse nelle società richiamate né, tantomeno, ha rapporti con le fiduciarie del Lussemburgo. Si tratta di vere e proprie fake news. L'esempio lampante si è avuto con la vicenda di Sparkasse. La Lega non ha più rapporti con l'istituto di Bolzano addirittura dal 2014. Eppure, si è sostenuto che delle somme rientrate dal Lussemburgo a marzo del 2018 fossero riferibili alla Lega. Non si capisce come si possa anche solo ipotizzare che siano rientrate delle somme su di un istituto nel quale la Lega non ha da anni neppure un conto corrente».E l'associazione Più Voci e Parnasi? «Sì, Parnasi ha contribuito all'associazione. Me lo hanno presentato nel 2015, aveva un'amicizia con Giancarlo Giorgetti. Tutto qui. Spero possa dimostrare la correttezza del suo operato. Voler far passare l'associazione come la “cassaforte" della Lega, per far credere che parte dei soldi del partito siano nell'associazione, è falso e ridicolo. 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La prima reazione arriva dal Partito democratico, con l'attacco della senatrice Simona Malpezzi, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama: «Il ministro dell'Interno Salvini dica subito dove trovare i 49 milioni che la Lega ha truffato allo Stato. Ora anche la Cassazione pretende il sequestro di qualsiasi cifra riferibile alla Lega, è davvero incredibile che un partito di governo come quello di Salvini sia coinvolto in una vicenda così grave e scabrosa». Sempre dalla sponda democratica vola anche un velenoso tweet di Matteo Orfini, presidente del Pd: «La Cassazione spiega che alla Lega vanno sequestrati 49 milioni di euro ovunque siano. Caro Luigi Di Maio, è un problema per il M5s o non fa niente? Una volta urlavi onestà, ora sei alleato con chi ha truffato gli italiani». Alle accuse risponde, con una certa vena ironica Giulio Centemero, deputato e amministratore del Carroccio: «Siamo stupiti di apprendere dalle agenzie, prima ancora che dalla Cassazione, le motivazioni della sentenza. Consci della totale trasparenza e onestà con cui abbiamo gestito il movimento, con bilanci da anni certificati da società esterne, e non avendo conti segreti all'estero ma solo poche lire in cassa visti i sequestri già effettuati, sarà nostra premura portare in monetine da 10 centesimi al tribunale di Genova tutto quello che abbiamo raccolto come offerte da pensionati, studenti e operai durante il raduno di Pontida». E aggiunge: «Forse l'efficacia dell'azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così». Inoltre fonti vicine ai vertici leghisti fanno sapere che sono pronte decine di querele nei confronti di chi parlerà di «soldi rubati dalla Lega». Quanto a lui, Matteo Salvini ha ironizzato: «Sequestrano quello che non c'è. Gli posso portare i soldi raccolti a Pontida dai pensionati per comprare magliette e patatine», ha detto il ministro dell'Interno a In Onda, su La7,. D'altronde già lo scorso settembre Salvini aveva attaccato i magistrati, commentando il sequestro cautelativo disposto dal tribunale di Genova. Il futuro vicepremier aveva parlato di «una sentenza rossa» e dell'«Italia come un regime islamico». Rimarcando che «a nessun movimento politico nella storia della Repubblica italiana è mai stato riservato un trattamento del genere». Secondo l'avvocato della Lega, Giovanni Ponti, le uniche somme sequestrabili sono quelle trovate sui conti «al momento dell'esecuzione del sequestro» con «conseguente inammissibilità delle richieste del pm di procedere anche al sequestro delle somme depositande». Quindi il pubblico ministero, stando alla tesi difensiva, può chiedere la confisca «anche delle somme future» ma solo durante il processo di appello. Fino a tarda serata non è giunta alcuna reazione da parte del Movimento 5 stelle, che però precedentemente alla nascita del governo gialloverde era stato durissimo sulla vicenda. Allora intervenne lo stesso Luigi Di Maio: «La Lega Nord che parlava di Roma Ladrona deve decine di milioni di euro ai cittadini italiani e urla al complotto. Abbiamo almeno la decenza di almeno di restituire i soldi prima di gridare al complotto». In serata non risulta pervenuto alcun commento, né da parte del partito di Silvio Berlusconi, né da quello di Giorgia Meloni. 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Nello specifico le prossime elezioni europee, previste per il 26 maggio del 2019, quando Salvini potrebbe lanciare l'«Internazionale populista e sovranista» per prendersi la maggioranza nel parlamento europeo. Il colore non è casuale. È quello trumpista della svolta nazionalista del segretario del Carroccio, portato in pompa magna sul pratone di Pontida domenica scorsa. Del resto, si ragiona nella sede di via Bellerio, Salvini non c'entra nulla con la gestione dei conti del partito fatta negli anni passati dall'ex segretario e fondatore Umberto Bossi come da Roberto Maroni, che prese la Lega nel 2012 nel pieno dello scandalo sui rimborsi elettorali. A certificare l'estraneità dell'attuale segretario è stato un giudice che durante il processo a carico di Matteo Brigandì, ex avvocato di Bossi, ha deciso di ammettere come testimone solo Maroni, stralciando invece possibili testimonianze di Salvini. Insomma il segretario va per la sua nuova strada e vuole lasciarsi alle spalle i vecchi scandali del Carroccio bossiano. A ideare il nuovo partito sono stati il tesoriere Giulio Centemero, l'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, lo stesso Salvini, insieme con il fidato ministro per la famiglia Lorenzo Fontana e lo storico colonnello leghista Roberto Calderoli. La Lega-Salvini premier è per certi versi speculare alla vecchia Lega Nord. Ma l'impianto è differente. Il vecchio articolo 1 recita così: «Lega Nord per l'Indipendenza della Padania (di seguito indicato come Lega Nord, Lega Nord-Padania o Movimento), è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità il conseguimento dell'indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana». Mentre il nuovo è questo: «Lega per Salvini Premier è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federa- le attraverso metodi democratici ed elettorali. Lega per Salvini Premier promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo». Si tratta di una confederazione composta da articolazioni territoriali regionali costituite a livello regionale, dalla Lombardia fino alla Sicilia. Segretario federale è Salvini. C'è un consiglio federale, come nella vecchia Lega, mentre esiste un comitato amministrativo federale che decide su «l'apertura e la gestione di conti correnti e deposito titoli bancari e postali (ove del caso mediante utilizzo di un sistema di cash pooling tra i conti correnti riferiti alle singole entità associate), nonché le richieste di fideiussioni sul territorio dell'Unione europea ed investimenti non speculativi». Anche la sede potrebbe cambiare: da tempo sono stati avviati contatti per vendere quella storica di via Bellerio. E la vecchia Lega che fine farà? Nei mesi scorsi alcuni dissidenti e oppositori interni a Salvini avevano pensato di rilevarla. Peccato ci sia un problema: c'è un buco di 49 milioni di euro. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cassazione-lega-milioni-2583569649.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="per-centinaio-un-segretario-rosso-e-a-rischio-di-conflitto-dinteressi" data-post-id="2583569649" data-published-at="1779426672" data-use-pagination="False"> Per Centinaio un segretario rosso e a rischio di conflitto d’interessi Cosa ci fa nel governo Conte un capo di gabinetto con una carriera da mandarino nei governi di centrosinistra e un possibile conflitto di interessi perché azionista di riferimento di un'azienda agricola? È la domanda che circola in questi giorni al Mipaaf del leghista Gianmarco Centinaio, dove questa settimana dovrebbe essere confermata la nomina a capo di gabinetto di Luigi Fiorentino, già vicesegretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, nominato dal governo Renzi il 6 agosto 2015. Il nome di Fiorentino creò non poche polemiche già qualche mese fa, a gennaio, giornate di fine legislatura e camere sciolte. Il nome di questo professore nato a Paternopoli, in provincia di Avellino nel 1959, allievo del professore Sabino Cassese e amico di Giulio Napolitano, figlio del presidente emerito, comparve sul blog del Movimento 5 stelle subito dopo la sua nomina a consigliere di Stato. I deputati Alessio Villarosa e Daniele Pesco, in un post del 18 gennaio, accusarono il governo per non aver rispettato la prassi istituzionale: «Sotto le feste è andato in scena l'ennesimo blitz del governo che ha proposto la nomina di tre consiglieri di Stato vicini alla maggioranza». E i due anzi scrivevano: «Proprio domani l'organo esecutivo del Consiglio di Stato voterà la ratifica di queste tre nomine governative, fra cui c'è anche quella di Luigi Fiorentino, consigliere della presidenza del Consiglio dei ministri, con funzioni di vicesegretario generale. Il Consiglio di Stato è un organo chiamato a dirimere le più importanti controversie tra cittadino e pubblica amministrazione, e non luogo dove il governo possa piazzare gli amici degli amici». Tra questi c'era appunto Fiorentino, che è stato anche professore di diritto amministrativo a Roma Tre, ateneo anche definito «l'università dei Ds». Spesso le nomine dei cosiddetti mandarini di Stato sfuggono alla politica. O meglio, governi vecchi e nuovi non possono fare molto per evitare queste nomine. Ma la figura di Fiorentino - politicamente cresciuto nella corrente migliorista campana del Pci di Giorgio Napolitano e ora vicino al governatore Vincenzo De Luca - è importante, perché dalla sua scrivania di capo di gabinetto passeranno atti, nomine, decreti e altri provvedimenti del ministero a cui sarà accorpata la delega sul Turismo, che nella scorsa legislatura era stata sotto il ministero della Cultura. Proprio lunedì sera è stato infatti approvato il decreto di trasferimento delle competenze sul turismo dal Mibact al Mipaaf. A quanto pare l'ultima stesura prevede che due dirigenti targati Pd passino al Mipaaf. Rappresenta una sconfitta per Centinaio, considerando che i due avrebbero lavorato in queste settimane dietro le quinte per evitare il trasferimento del Turismo. Nel frattempo Fiorentino è sempre in pole per la potente poltrona di capo di gabinetto. Del resto la presenza del professore a palazzo Chigi è storica. Incomincia alla fine del 1998, quando diventa vicecapo di gabinetto dei ministri del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica di Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. Poi ancora; dal 2007 al 2011, nominato quindi durante il governo di Romano Prodi, è segretario generale dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato con Antonio Catricalà. Negli anni c'è persino chi lo inserisce nel cerchio magico di Catricalà, ma è con il governo di Mario Monti nel 2011, che inizia la sua vera carriera di esperto della pubblica amministrazione e di gestione dei ministeri. È stato capo di gabinetto del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, professor Francesco Profumo, dal 7 dicembre 2011 ad aprile 2013. Poi trova posto con Enrico Letta. È stato capo di gabinetto del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, Maria Chiara Carrozza, dal 2013 al 2014. Sopravvive al cambio di governo di Matteo Renzi. È stato capo di gabinetto del Ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Maria Carmela Lanzetta, dal 4 marzo 2014 al 29 gennaio 2015. Quindi scatta il salto importante. Nel 2015 diventa vicesegretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri del governo Renzi. Gentiloni lo conferma per ben due volte. E nel novembre del 2016 viene pure nominato da Dario Franceschini nel Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis. Ora cerca il nuovo incarico con Centinaio, dopo che è sfumata la possibilità di essere nominato segretario generale alla presidenza del Consiglio. Ma in questo caso forse a sbarrargli la strada potrebbe essere un piccolo conflitto di interessi. Secondo visura camerale, infatti, Fiorentino risulta titolare del 35% della Fiorentino Agricola Srl di Partenopoli, in provincia di Avellino. Alessandro Da Rold
La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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(Polizia di Stato)
Il quindicenne nordafricano, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in cella, nel carcere minorile di Firenze, perché questa risulta «l’unica misura idonea», secondo il gip del tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, che ha disposto l’ordinanza su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri. Per il magistrato, infatti, «sussiste il concreto pericolo che l’indagato, se non adeguatamente cautelato, reiteri il reato intensificando il processo di radicalizzazione ed esponendo la collettività al rischio di atti di violenza dimostrativi e indiscriminati». Il ragazzo era già stato sottoposto a misura cautelare a ottobre 2025, con la medesima accusa però con collocamento in comunità.
Quando lo scorso 23 marzo gli venne concesso il regime della messa alla prova, l’aspirante terrorista non perse tempo riprendendo subito le frequentazioni con l’Isis. Lo dimostrano le conversazioni scoperte sul suo cellulare dalla direzione centrale della polizia di prevenzione e dalla Digos di Firenze. Il giovane, che malgrado il divieto aveva acquistato due nuovi cellulari mentre stava in comunità, il 24 marzo si era intestato una nuova utenza.
Una prima conversazione dura dal 23 al 26 aprile scorso con un utente che la Digos cerca di identificare. Dopo alcuni preliminari del tipo «Come stai fratello mio?» e «che Dio ti benedica e ti protegga», l’interlocutore chiede: «Come è la situazione e quali sono le ultime notizie, fratello?». Il minorenne risponde: «Mi sto preparando come ben sai». Alla nuova domanda: «Cosa fai?», risponde: «Eseguire». Ci pensa l’altro utente a chiarire che cosa il minorenne doveva mettere in atto: «Esplosioni, che Dio voglia», scrive.
Mezze frasi, per non esporsi, il cui significato è però indubbio, si stavano organizzando attentati. Il giovane chiede: «Vuoi parlare su Telegram?». Risposta: «Volevo tenerti lontano da queste cose dopo che mi hai detto che sei sorvegliato», ma poi l’altro acconsente e gli fornisce l’account.
Nelle chat di maggio su Telegram, utilizzando una Vpn che camuffa l’indirizzo Ip e maschera la posizione, escono le conversazioni più inquietanti. Un interlocutore scrive: «Vediamo il commerciante a quanto mette il prezzo del kalashnikov e qualche munizione […] l’importante è che il luogo sia affollato per poter raccogliere il numero più grande di loro». Stavano discutendo i dettagli di un gesto terroristico, con quante più persone da colpire?
Il minorenne nordafricano spiega: «Se Dio lo permette, ho con me una persona del Bangladesh». E alla domanda «Ti fidi di lui?», risponde: «Sì, lo giuro su Dio. È una persona vittima di un’ingiustizia e io lo conosco da sette mesi». L’altro sembra soddisfatto: «Perfetto. Cerca di accelerare con il commerciante per riuscire a sapere quanti te ne mandiamo», riferendosi a soldi. Aggiunge: «Così non tardi a compiere il lavoro».
Il ragazzino assicura che avrà risposta «più tardi» e scrive una frase che lascia impietriti: «Non appena finisco con il commerciante inizio a preparare le motolov». L’interlocutore sembra perplesso, il giovane incalza: «Le bottiglie infuocate», ma dall’altra parte arriva una risposta secca: «Non ne hai bisogno, l’importante è un’arma». Inoltre, l’interlocutore aggiunge: «Questo lavoro potrebbe rallentarti in quello più importante».
Alla fine fa convinto il minorenne che scrive: «Hai ragione. Che Dio mi conceda il successo di questo lavoro». Sconvolgente l’invocazione di chi pone termine alla conversazione: «Chiediamo a Dio di concedervi successo e fermezza», accompagnando la frase con l’emoticon di un cuore. Senza ombra di dubbio, l’augurio era di fare quanto male possibile a noi cristiani.
ll gip, infatti, scrive che «l’indagato si accorda con una terza persona per compiere atti di terrorismo di matrice islamica», ricordando che il nordafricano «aveva prestato giuramento», alla jihad. Nel corso delle indagini che avevano portato alla misura cautelare dell’ottobre scorso, era emerso che il giovane, da tre anni in Italia, attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
Nel novembre del 2024, «per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato. Già due anni fa, nel suo cellulare furono trovati dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Votato alla jihad, in comunità non ha cambiato posizioni e studiava attacchi, contro la città di Firenze, il Vaticano, forse contro altri obiettivi sensibili. Appena ha potuto, si è messo a cercare armi.
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Antonio Tajani al Festival del Lavoro (Ansa)
Chiaro no? Più gli italiani riusciranno a fare figli, meno ci sarà bisogno di lavoratori stranieri. Lapalissiano. Non ci sarebbe nulla da aggiungere se Boccia non avesse replicato. Ovviamente, il senatore del Partito democratico ha introdotto il suo intervento specificando che si tratta di una «questione complessa». E lo capiamo bene. Del resto, quando c’è di mezzo il Pd, diventa tutto molto più complicato visto che sono gli stessi che aumentano il numero dei generi un giorno sì e l’altro pure. Chiarito che la questione è complessa, Boccia afferma: «Non ne usciamo certo dicendo, come ha fatto il ministro Tajani, che tutto si risolverà facendo fare più figli agli italiani. Se dal 2014 a oggi abbiamo perso 2 milioni di persone non è perché sono scappati tutti dall’Italia, ma perché per la prima volta c’è un saldo negativo tra nati e morti. Oggi ogni anno in Italia nascono circa 370.000 bambini e muoiono 700.000 persone. È un’emergenza demografica». Ora, che ci troviamo di fronte a un’emergenza demografica è proprio quello che diceva Tajani. L’esponente del Pd cita pure i numeri (del resto sono i competenti) e, facendo una rapida operazione, scopriamo che ogni anno in Italia ci sono circa 330.000 persone in meno. Una mente razionale direbbe: beh, in effetti se si trovasse il modo di far fare più figli agli italiani, il trend quantomeno sarebbe rallentato. Una mente razionale, appunto. Boccia, invece, sostanzialmente dice: la denatalità non si risolve facendo fare figli agli italiani. Il che è letteralmente difficile da comprendere.
Poi però il senatore Pd offre la sua ricetta (che questa volta non è complessa): «Servono politiche serie per sostenere le donne e i giovani e serve più Europa, anche su questo fronte. E certamente serve più immigrazione regolare. Perché l’emergenza demografica porta anche problemi di occupazione e di innovazione. Sono tutte questioni per le quali il governo Meloni ha fatto poco e lo ha fatto male, perché continua a guardare il mondo dal buco della serratura dei nazionalismi, mentre noi dovremmo pensare all’Italia nei termini di un pezzo degli Stati Uniti d’Europa». Un primo appunto: perché nelle politiche serie (per quelle non serie Boccia va benissimo) per aiutare la popolazione a crescere non sono presenti anche gli uomini? Ora, abbiamo vaghi ricordi di educazione sessuale a scuola, ma qualcosa ci ricordiamo. E oltre alle donne servono anche gli uomini. E poi: ma siamo davvero sicuri che serva solamente più immigrazione regolare visto anche quello che sta accadendo attorno a noi? No. Infine: che ma c’azzecca, come direbbe Antonio Di Pietro più Europa anche in questo? Nulla. Serve solo a rendere complesso qualcosa che è facile.
È vero: l’Italia ha un problema. E non da oggi. Da decenni. Si fanno sempre meno figli ed è ovvio che la politica debba fare la sua parte. Ma se non si riscoprono il senso di comunità e la disponibilità a sacrificarsi per un bene più grande (la famiglia) non si andrà da nessuna parte. Si rimarrà sulla superficie, rispondendo in maniera complessa a qualcosa che in realtà è molto più semplice. Come fa Boccia. Bocciato in demografia (e pure in logica).
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(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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