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2023-03-15
Il Parlamento europeo approva la patrimoniale verde sulla casa
(Ansa)
Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile.
È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare.
La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente.
La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito.
La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia.
Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita.
In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità.
Pd e 5 Stelle a Bruxelles hanno scelto la prima strada.
Ora la palla torna ai singoli Stati
L’approvazione della direttiva sulle case green avvenuta ieri da parte del Parlamento europeo rappresenta sicuramente un altro via libera alla norma, ma non ne è certo l’atto finale. Quello dell’Eurocamera avvenuto ieri è infatti il primo semaforo verde per la direttiva che prevede l’obbligo di efficientamento energetico per gli immobili europei, ma non permette l’entrata in vigore del provvedimento della Commissione.
Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe.
L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea.
All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri.
Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica.
Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici.
Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
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L’aula di Strasburgo impone l’obbligo di ristrutturare le abitazioni. Ancora una volta vince l’ideologia: ne faranno le spese le famiglie che già ora sono in difficoltà. E a uscirne peggio sarà proprio il nostro Paese.Il testo approvato ieri sarà riesaminato dal Consiglio Ue e dalla Commissione. L’Italia darà battaglia sulle deroghe, che potrebbero interessare 2,6 milioni di edifici.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile. È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare. La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente. La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito. La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia. Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita. In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità. Pd e 5 Stelle a Bruxelles hanno scelto la prima strada. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/casa-green-europa-2659597601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-la-palla-torna-ai-singoli-stati" data-post-id="2659597601" data-published-at="1678832066" data-use-pagination="False"> Ora la palla torna ai singoli Stati L’approvazione della direttiva sulle case green avvenuta ieri da parte del Parlamento europeo rappresenta sicuramente un altro via libera alla norma, ma non ne è certo l’atto finale. Quello dell’Eurocamera avvenuto ieri è infatti il primo semaforo verde per la direttiva che prevede l’obbligo di efficientamento energetico per gli immobili europei, ma non permette l’entrata in vigore del provvedimento della Commissione. Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe. L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea. All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri. Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica. Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici. Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.