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2023-03-15
Il Parlamento europeo approva la patrimoniale verde sulla casa
(Ansa)
Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile.
È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare.
La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente.
La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito.
La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia.
Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita.
In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità.
Pd e 5 Stelle a Bruxelles hanno scelto la prima strada.
Ora la palla torna ai singoli Stati
L’approvazione della direttiva sulle case green avvenuta ieri da parte del Parlamento europeo rappresenta sicuramente un altro via libera alla norma, ma non ne è certo l’atto finale. Quello dell’Eurocamera avvenuto ieri è infatti il primo semaforo verde per la direttiva che prevede l’obbligo di efficientamento energetico per gli immobili europei, ma non permette l’entrata in vigore del provvedimento della Commissione.
Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe.
L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea.
All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri.
Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica.
Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici.
Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
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L’aula di Strasburgo impone l’obbligo di ristrutturare le abitazioni. Ancora una volta vince l’ideologia: ne faranno le spese le famiglie che già ora sono in difficoltà. E a uscirne peggio sarà proprio il nostro Paese.Il testo approvato ieri sarà riesaminato dal Consiglio Ue e dalla Commissione. L’Italia darà battaglia sulle deroghe, che potrebbero interessare 2,6 milioni di edifici.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile. È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare. La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente. La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito. La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia. Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita. In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità. 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Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe. L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea. All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri. Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica. Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici. Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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