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2023-03-15
Il Parlamento europeo approva la patrimoniale verde sulla casa
(Ansa)
Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile.
È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare.
La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente.
La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito.
La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia.
Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita.
In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità.
Pd e 5 Stelle a Bruxelles hanno scelto la prima strada.
Ora la palla torna ai singoli Stati
L’approvazione della direttiva sulle case green avvenuta ieri da parte del Parlamento europeo rappresenta sicuramente un altro via libera alla norma, ma non ne è certo l’atto finale. Quello dell’Eurocamera avvenuto ieri è infatti il primo semaforo verde per la direttiva che prevede l’obbligo di efficientamento energetico per gli immobili europei, ma non permette l’entrata in vigore del provvedimento della Commissione.
Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe.
L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea.
All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri.
Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica.
Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici.
Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
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L’aula di Strasburgo impone l’obbligo di ristrutturare le abitazioni. Ancora una volta vince l’ideologia: ne faranno le spese le famiglie che già ora sono in difficoltà. E a uscirne peggio sarà proprio il nostro Paese.Il testo approvato ieri sarà riesaminato dal Consiglio Ue e dalla Commissione. L’Italia darà battaglia sulle deroghe, che potrebbero interessare 2,6 milioni di edifici.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile. È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare. La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente. La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito. La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia. Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita. In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità. 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Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe. L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea. All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri. Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica. Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici. Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
Milena Gabanelli (Ansa)
Non solo, nel sottotitolo ecco la fosca previsione: «Con il decreto Caivano saranno multati i genitori, ma si taglia sulla prevenzione». Ma è davvero così? Non è compito dei giornali difendere i governi, anche perché la realtà di solito si difende benissimo da sola, ma l’esplosione della violenza giovanile è un problema talmente grave da meritare più riflessioni e meno slogan.
Cominciamo dai numeri. In base ai dati del ministero della Giustizia, i minori indagati in carico ai servizi sociali erano 20.963 nel 2019 e sono diventati 23.862 alla fine del 2025, con un aumento del 13,8%. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica da settembre 2022 e in questi tre anni la crescita è stata del 9,3%. Sicuramente sulla dinamica del dato degli indagati incide anche il decreto Caivano, convertito in legge alla fine del 2023, che ha inasprito le pene e ha reso possibile l’arresto dei minori anche per lo spaccio di lieve entità, il furto aggravato e la resistenza alle forze dell’ordine. A parte l’uso discutibile di queste statistiche, comprese quelle sugli arresti preventivi, va detto che se con lo stesso metro si misurassero le politiche di contrasto ai femminicidi si sarebbe costretti ad affermare che le nuove leggi più severe non funzionano, o che l’aumento degli assassinii è colpa della Meloni e di Carlo Nordio. Sono due evidenti bestialità.
Resta aperta l’indagine sulle cause dell’aumento della violenza giovanile. E qui, a patto di sganciarlo dall’uso politico o dalla continua manipolazione dei codici, il dibattito è ovviamente benvenuto e importante. Scrive il giornale diretto da Luciano Fontana che «dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle». Una notazione interessante, ma purtroppo gli autori dell’articolo, Milena Gabanelli e Andrea Priante, non la sviluppano in alcun modo. Forse il motivo è questo, ed è un motivo che i lettori della Verità conosco bene: fin dai tempi del primo lockdown, che colpì sia i lavoratori cinquantenni sia bambini e ragazzi in età scolare, pediatri e psicologi avvertirono che si rischiava un aumento dell’aggressività dei minori. Il fenomeno fu rilevato in tempi abbastanza brevi in famiglia, a danno dei genitori, e poi si vide a scuola quando riaprirono le classi. Nulla di più facile da capire. Se prendi un ragazzino e lo rinchiudi in casa, levandogli la possibilità di socializzare e di fare sport, prima o poi esplode e te la fa pagare. Insomma, se per decreto prendi un dodicenne e lo fai vivere recluso, quando tutto intorno era chiaro che il Covid stava mietendo vittime tra persone già malate o anziane, poi non c’è da stupirsi se rischi di avere una generazione mezzo bruciata. Non per colpa sua, ovviamente. Ma certo, riflessioni del genere su giornali che hanno avallato persino il Green pass non sono ancora possibili.
Se poi si passa ai modi per contrastare questo picco di violenza, il Corriere incolpa il governo attuale (tra il 2019 e il 2022 c’erano Conte e Draghi e i bambini erano tutti buoni) e attacca sul fronte dei fondi disponibili per la prevenzione. A un certo punto scrive che «sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità». Un passaggio notevole, almeno per gli standard buonisti della narrazione democratica ed inclusiva dominante, perché riconosce l’esistenza di minori stranieri che delinquono, un fenomeno che questo giornale segnala da anni in perfetta solitudine, beccandosi anche surreali accuse di razzismo. E accorgersi oggi dei ragazzi stranieri «reclutati» dalla criminalità è fuori tempo massimo, se si pensa che a settembre 2022, quando la Verità osò scrivere di «migranti scaricati» da un porto all’altro, fu accusata di parlarne come pacchi postali. Ma a ben vedere, se si guardano le cronache quasi quotidiane dei minori migranti arrestati, si nota che ci sono molte violenze sessuali. Non è chiaro se anche gli stupri possano essere organizzati dalla criminalità nostrana, ma certo che anche parlare di una vaga, fantomatica e onnipotente «criminalità» che recluta i minori aiuta a non fare i conti con la realtà dell’immigrazione clandestina.
Il Corriere, sistemato il governo, si dedica poi alla consueta predica da barbagianni sull’uso dei telefoni cellulari e sulla violenza dei contenuti online, come se non fossero il terminale ultimo di un disastro educativo e di una disumanizzazione della società. I cellulari sono un mezzo, non un fine e neppure un inizio. Sarebbe molto più interessante ragionare su quali siano gli spazi a disposizione di questi ragazzi per sfogare e gestire la violenza. Ovviamente non è il caso di rimpiangere l’epoca in cui i giovani si prendevano a sprangate per motivi politici o calcistici, ma forse una riflessione su come evitate che tanti minorenni si sentano compressi sarebbe utile. Anche perché se la si lascia allo Stato, la risposta non può che essere in gran parte repressiva. Per il Corriere, «la repressione non serve se non è accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e soprattutto, della scuola». In quel soprattutto c’è una buona dose dei motivi per cui siamo conciati così male: il disprezzo della famiglia. E poi, finalino da incorniciare: «A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria». La non violenza ce la insegnerà lo Stato, che come scriveva Max Weber ne ha il monopolio legalizzato.
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Nel riquadro Anna Maria Cisint (Imagoeconomica)
Da anni, Anna Maria Cisint (Lega) segue il fenomeno dell’islamizzazione. Prima da sindaco di Monfalcone e, oggi, da eurodeputata.
Siamo già sottomessi?
«L’Italia deve essere in grado di reagire ora, prima che sia troppo tardi. E io lo so, lo so meglio di altri: l’ho visto e l’ho vissuto sulla mia pelle a Monfalcone già dieci anni fa. Ho ascoltato le voci spezzate di ragazze poco più che bambine, che mi hanno raccontato la gabbia in cui vivevano prima di trovare la forza di denunciare e fuggire da quello che è, a tutti gli effetti, un sistema ideologico di controllo della comunità, nel quale la religione diventa lo strumento di gestione del potere e del terrore su una comunità interamente sottomessa a ciò che impone il sedicente imam all’interno di moschee, per lo più abusive. Sono loro a insegnare ai bambini che è giusto sposarsi con una bambina e alcuni lo dicono anche perché così l’uomo può provare più piacere. Una vera e propria operazione di indottrinamento tramite il lavaggio del cervello».
Cosa intendete fare per fermare l’islamizzazione del Paese?
«Serve un’azione forte. Ed è esattamente ciò che vogliamo fare con l’introduzione di un nuovo impianto normativo. L’obiettivo principale è il raggiungimento dell’intesa prevista dalla Costituzione. Ma per l’inerzia degli islamici tale traguardo è ancora lontano. Per questo è necessario promulgare una legge: regole chiare, che definiscano il perimetro di legalità dell’esercizio del culto islamico in Italia. Sei dentro? Bene. Altrimenti non possiamo concederti nulla, neppure mezzo metro. Intendiamo istituire un registro dei predicatori e dei ministri di culto, vincolandone l’iscrizione alla sottoscrizione di una nuova “Carta dei valori degli enti religiosi”. Una carta che impone precise responsabilità e obblighi sia ai predicatori sia ai referenti delle associazioni islamiche: dal rispetto del nostro ordinamento giuridico, alla tutela della dignità della persona e della donna».
Cosa prevede la proposta di legge a cui state lavorando? Ci può anticipare alcuni punti?
«Vogliamo introdurre requisiti stringenti, come la conoscenza della lingua, la residenza in Italia e l’assenza di condanne penali. A ciò si affiancherà un sistema di monitoraggio costante, anche successivi all’iscrizione. Le sanzioni severe: espulsioni velocizzate, reclusione per chi predica violenza o contenuti contrari all’ordinamento, revoca definitiva dell’iscrizione al registro e quindi l’impossibilità di poter predicare in Italia e sanzioni alle associazioni islamiche che consentano attività di culto a predicatori non iscritti all’albo».
Tra i vari problemi ci sono anche i finanziamenti, poco limpidi, che le moschee ricevono dall’estero…
«Ce lo ha insegnato l’inchiesta sul cosiddetto “pizzo islamico” a Monfalcone, con soldi estorti ai lavoratori bengalesi per essere destinati alle moschee; il report dell’intelligence francese, che accende un faro sui finanziamenti provenienti da organizzazioni, fondazioni e Paesi vicini alla Fratellanza musulmana; e l’inchiesta su Hannoun e sui fondi sporchi utilizzati per finanziare Hamas. Tutto questo ci impone di pretendere trasparenza e tracciabilità nei bilanci di tutte le associazioni islamiche. Nella nostra proposta introduciamo, infatti, l’obbligo di pubblicazione dei bilanci e il blocco dei finanziamenti dall’estero, salvo esplicita autorizzazione. Non possiamo permettere che realtà come l’Ucoii, braccio operativo della Fratellanza musulmana in Italia, non pubblichi i propri bilanci dal 2020 e, nel frattempo, faccia da tramite per il finanziamento di decine di moschee nel nostro Paese per milioni di euro».
L’immigrazione islamica si può fermare? Se sì come?
«Si può fermare e si deve fermare è una questione di sopravvivenza per il nostro Paese e di difesa dei nostri valori e della nostra identità, di un’incompatibilità profonda con un sistema - quello islamico - che punta a espandersi anche attraverso l’arma degli ingressi, sia regolari che irregolari».
È soddisfatta delle misure che sono state messe in atto?
«Su questo il nostro Governo si sta muovendo bene: gli sbarchi sono diminuiti e poi in Europa abbiamo ottenuto l’accordo per schierare uomini e mezzi di Frontex in Bosnia, così da frenare la Rotta balcanica e una nuova lista dei Paesi sicuri dove poter rimpatriare i clandestini; con Molteni abbiamo introdotto nel prossimo decreto sicurezza una stretta importantissima sui ricongiungimenti familiari, che ridurrà ulteriormente gli ingressi; e serve poi introdurre il test osseo per accertare la reale età dei presunti stranieri non accompagnati e rimandare a casa chi truffa lo Stato e commette reati. È inoltre positiva la proposta di un nuovo permesso di soggiorno a punti lanciata da Salvini. Ma se in Italia esiste un problema di islamizzazione, dobbiamo bloccare anche l’arrivo di manodopera a basso costo di fede islamica. Basta bengalesi e pakistani, sì a chi ha radici comuni alle nostre come i popoli latini».
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Ansa
Commenti di questo genere ne abbiamo letti parecchi nelle ultime settimane, tipo quelli di Ilaria Salis secondo cui «negli Usa la caccia agli immigrati diventa rastrellamento di massa». Queste frasi sono indicative di una strategia nota ma sempre subdolamente efficace che consiste appunto nel sovrapporre ciò che avviene all’estero a quanto accade in Italia. A furia di osservare le immagini degli uomini dell’Ice che battono le città americane in cerca di clandestini, a furia di vedere sparatorie e uccisioni e a furia di sentire le grida di dolore della nostra sinistra, il grande pubblico potrebbe cominciare a pensare che sia davvero in corso chissà quale tentativo di pulizia etnica. E, soprattutto, che ci riguardi. Dunque è bene ribadirlo ed essere molto chiari: ciò che avviene negli Usa è lontano anni luce dalla nostra situazione. Quanto sta accadendo a Minneapolis e altrove ha davvero pochissimi punti di contatto con quanto si verifica da noi. Se proprio vogliamo trovare un punto in comune dobbiamo guardare alla truffa del Minnesota, cioè al mucchio di soldi spesi dai contribuenti americani per sostenere accoglienza e integrazione della comunità somala che in realtà venivano sperperati o usati per finanziare servizi inesistenti. Ecco, questo ricorda in parte quanto fatto in Italia da coop disoneste e amministratori furbetti. Per il resto, qui ci si muove su altre coordinate. Per prima cosa, a differenza degli Usa, l’Italia non è una nazione costruita sull’immigrazione di massa. Non ha ridotto gli africani in schiavitù per coltivare i campi né ha applicato nel passato un modello multiculturale basato sulla creazione di ghetti. Ha una omogeneità culturale e una tradizione differente e paradossalmente risente di più degli ingressi massivi di stranieri. Qui non esistono forze come l’Ice e di sicuro nessuno pensa di inviare la polizia o i carabinieri casa per casa a prelevare i clandestini e i loro figli. Anzi, abbiamo difficoltà a espellere persino i criminali abituali e i soggetti più pericolosi. I metodi delle nostre forze dell’ordine sono - per fortuna - radicalmente diversi, meno esaltati e giustamente più rispettosi. Prima di aprire il fuoco su un uomo indifeso o di sparare dentro una macchina con una donna alla guida ci pensano due volte. Anzi, a dirla tutta qui non appena un agente o un carabiniere apre il fuoco passa enormi guai. Lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il caso di Emanuele Marroccella, che ha sparato per salvare un collega e ha preso una condanna a tre anni con l’infamante aggiunta di un cospicuo risarcimento da corrispondere ai familiari del migrante irregolare e violento che ha involontariamente ucciso. Lo conferma l’ultimo caso avvenuto proprio ieri a Milano. Durante un controllo antidroga a San Donato Milanese un nordafricano - con precedenti manco a dirlo - pare che abbia estratto una pistola a salve. Un poliziotto presente sul posto ha sparato e lo ha ucciso. Subito vengono aperte indagini sull’accaduto, ma è già chiaro a tutti che i colpi vengono esplosi solo per estrema difesa, e anche così chi preme il grilletto sa che non avrà vita facile. Ed è proprio questo il nocciolo della questione. Non ci piacciono gli Stati di polizia, né i giustizieri invasati che se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, anche se si tratta di manifestanti ideologizzati e talvolta minacciosi. Non ci piacciono i bambini trascinati via a forza o altre brutalità di questo tipo. In Italia, in Europa, grazie al cielo non ci si comporta così: abbiamo un rispetto diverso, una cultura diversa. E questa diversità ci terremmo a mantenerla. Ecco perché è necessario, dalle nostre parti, cambiare registro. Non per fare come l’Ice, ma per porre rimedio a violenze e soprusi che sono quotidiani, per permettere a tutti coloro che vivono onestamente di operare liberi e sicuri. Chi suggerisce che una stretta sull’immigrazione in Italia ci precipiterebbe nella brutalità dell’Ice compie un errore gravissimo: servono regole più severe, più espulsioni e più rimpatri proprio per evitare che, un domani non troppo lontano, il clima si esasperi del tutto. A quel punto potremmo trovarci di fronte a qualcosa di perfino peggiore delle retate trumpiane.
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