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2023-03-15
Il Parlamento europeo approva la patrimoniale verde sulla casa
(Ansa)
Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile.
È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare.
La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente.
La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito.
La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia.
Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita.
In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità.
Pd e 5 Stelle a Bruxelles hanno scelto la prima strada.
Ora la palla torna ai singoli Stati
L’approvazione della direttiva sulle case green avvenuta ieri da parte del Parlamento europeo rappresenta sicuramente un altro via libera alla norma, ma non ne è certo l’atto finale. Quello dell’Eurocamera avvenuto ieri è infatti il primo semaforo verde per la direttiva che prevede l’obbligo di efficientamento energetico per gli immobili europei, ma non permette l’entrata in vigore del provvedimento della Commissione.
Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe.
L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea.
All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri.
Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica.
Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici.
Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
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L’aula di Strasburgo impone l’obbligo di ristrutturare le abitazioni. Ancora una volta vince l’ideologia: ne faranno le spese le famiglie che già ora sono in difficoltà. E a uscirne peggio sarà proprio il nostro Paese.Il testo approvato ieri sarà riesaminato dal Consiglio Ue e dalla Commissione. L’Italia darà battaglia sulle deroghe, che potrebbero interessare 2,6 milioni di edifici.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento europeo ha dato il via alla direttiva sulle case green. Le date entro le quali il tutto deve essere fatto sono il 2028 per le emissioni zero e il 2033 per arrivare in classe D, che poi vorrebbe dire fare tutto quello che si deve (molto costoso) perché le case disperdano meno calore possibile. È stato calcolato che l’adeguamento di una casa di dimensioni medio piccole alla direttiva europea può costare – per il solo ed esclusivo costo del cambio degli infissi – da 25.000 euro in su. In questo momento, considerando che gli italiani hanno tra il 70 e l’80% di loro la casa di proprietà, significa dare una mazzata a buona parte degli italiani nel periodo economico e di finanza pubblica più difficile dal dopoguerra novecentesco ad oggi. Che tutto questo sia una follia è certo, almeno per il nostro Paese. Resta solo il dubbio che sia la follia del folle o la follia del furbo. Secondo noi è la follia del furbo, soprattutto nei Paesi del nord Europa dove lo sforzo per arrivare ai livelli green imposti dalla direttiva sarà molto meno oneroso che nel nostro Paese. Ci sono alcune considerazioni da fare. La prima. Che sia un Paese membro o che sia un’unione di Paesi, come l’Europa, c’è una questione relativa di tipo normativo che non cambia, e cioè: le regole che vengono imposte, soprattutto quando sono onerose, cioè tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, non possono essere concepite e messe in atto a prescindere dal periodo storico che si attraversa. Quale buon governante darebbe una mazzata ai suoi cittadini in un momento nel quale gli stessi cittadini da qualche anno stanno prendendo mazzate da tutte le parti? È evidente che attenderebbe una stagione migliore per mettere in atto i suoi propositi legislativi. In Europa no. Se stai male, non solo non ti do la medicina, ma ti somministro qualche goccia di veleno così magari schiatti del tutto. Vi rendete conto cosa vogliano dire per una famiglia a reddito medio-basso dai 25.000 euro in su di spesa? Ve lo dico io: nella stragrande maggioranza dei casi significa anzitutto fare sacrifici, ma non bastando, significa accendere un mutuo in una banca. E non è che siccome è un mutuo verde costa meno, in questo caso il mutuo verde lascia la famiglia al verde più assoluto. Un effetto verde c’è ma riguarda le tasche degli italiani più che la tutela dell’ambiente. La seconda. Se tu Unione europea imponi ai cittadini dei Paesi membri una spesa, non puoi non considerare il reddito dei diversi cittadini. Vale anche in questo caso la norma per la quale chi ha di più paga di più e chi ha di meno paga di meno. Con questo non vogliamo dire che l’Europa debba pagare direttamente le imprese costruttrici di infissi, ma che deve dare degli incentivi alle famiglie meno ricche, o povere, incentivi che accompagnino gli obblighi e rendano gli stessi obblighi legittimi da un punto di vista della giustizia e dell’equità economica. È esattamente la stessa situazione che dovrebbe verificarsi in ambito fiscale: di più dà chi ha di più, di meno dà chi ha di meno. Di tutto ciò non c’è traccia, non ci meraviglia la cosa perché abbiamo visto quello che ha combinato l’Europa durante il Covid: su più di 200 miliardi alla fine ce ne ha dati 45 a fondo perduto e il resto a prestito. Ha inoltre proclamato provvedimenti contro l’inflazione per competere con gli Usa che hanno stanziato 187 miliardi e per ora non ha mosso un dito. La terza. Ha detto bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, osservando che manca in questa direttiva «una seria presa in considerazione del contesto italiano, diverso da quello di altri Paesi europei per questioni storiche, di conformazione geografica, oltre che di una radicale visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane». Ha poi anche aggiunto che «gli obiettivi temporali, specie per gli edifici residenziali esistenti, sono ad oggi non raggiungibili per il nostro Paese». Le parole del ministro individuano un problema e soprattutto un errore nel quale l’Europa cade ormai troppo spesso: quello di non considerare la diversità degli Stati membri nella redazione delle direttive in modo che esse siano applicabili senza morti e feriti in tutti i Paesi europei. Lo ha fatto con il Recovery Fund, lo stava facendo con le auto elettriche (provvedimento per fortuna bloccato), lo fa con questa direttiva. Nessuno mette in discussione l’utilità dell’efficientamento energetico degli edifici, ma il tutto non può essere perseguito solo ed esclusivamente sulla pelle dei cittadini. I nostri cittadini hanno un patrimonio costituito dal risparmio e dalla proprietà immobiliare della casa dove abitano. Questa direttiva potrebbe mettere in ginocchio dal punto di vista economico una famiglia. Facciamo l’esempio di due coniugi in età avanzata che non hanno da parte i soldi per cambiare gli infissi, e mettiamo che la cifra richiesta sia 30.000 euro, e mettiamo anche che i loro figli non possano prestare loro i soldi necessari perché devono spenderli per la propria casa. Sapete qual è la finale? Che questi due anziani signori debbono chiedere un mutuo ipotecando la loro casa di proprietà, nel caso in cui non ci siano incentivi, aiuti fiscali o contributi a fondo perduto da parte dello Stato e dell’Europa. Ditemi voi se questa famiglia di persone anziane oltre i settanta debbano trovarsi in questa situazione in questo momento della loro vita. In finale emergono due modi di considerare la realtà: uno è quello ideologico, che preso dalla furia delle sue idee concepisce provvedimenti senza badare alla realtà, l’altro è quello che guarda prima alla realtà e poi decide i provvedimenti in base alla fattibilità. 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Il testo, in seguito alla votazione di ieri, sarà oggetto del negoziato finale tra Consiglio Ue e esecutivo europeo prima di tornare in Plenaria. «Abbiamo visto che vince la ristrutturazione con forza, degli edifici. Ora rinvio in testo in Commissione per i negoziati istituzionali», ha annunciato ieri in Aula il relatore (membro dei verdi) Ciarán Cuffe. L’entrata in vigore della direttiva, insomma, è ben lontana da essere scontata. D’altronde, c’è un precedente a testimoniarlo. Quello dello stop alle auto a benzina e diesel dal 2035: il testo, dopo due i due via libera necessari arrivati dall’Eurocamera necessitava della mera ratifica dei 27 prima dell’entrata in vigore, ma il fermarsi di una minoranza di blocco ha fermato l’iter. Inoltre, anche se le tre istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) dovessero trovare un orientamento politico comune, bisognerebbe vedere come ogni Stato membro dell’Ue intende recepire la direttiva europea. All’interno della norma approvata ieri, poi, ci sono anche diverse deroghe che potrebbero togliere diversi italiani dal dover mettere mano al portafoglio per ristrutturare casa e renderla più efficiente dal punto di vista energetico. Secondo il testo, sarà possibile escludere dal raggiungimento degli obiettivi di efficientamento del parco residenziale gli edifici protetti di particolare pregio storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici temporanei, le seconde case utilizzate per meno di quattro mesi all'anno e gli immobili autonomi con una superficie inferiore ai 50 metri quadri. Inoltre, non ci dovrebbero essere obblighi per gli edifici di edilizia residenziale pubblica, anche perché i lavori di ristrutturazione potrebbero portare a una crescita dei canoni d’affitto. In più, i Paesi membri dell’Ue avranno facoltà di chiedere alla Commissione di adattare gli obiettivi europei in caso di edifici residenziali particolari che presentino difficoltà tecniche ed economiche per la ristrutturazione energetica. Questa clausola per l’Italia potrebbe fare la differenza perché il nostro Paese presenta edifici che difficilmente potrebbero sposarci con le esigenze dei vertici Ue. In particolare, la norma prevede deroghe fino a un massimo del 22% del totale degli immobili. Non pochi. In Italia si tratterebbe di circa 2,6 milioni di edifici. Sulla legge case green, ha detto in una nota l’eurodeputato di FdI-Ecr, componente della commissione Envi, Sergio Berlato, che «purtroppo, non siamo riusciti a convincere i colleghi degli altri gruppi politici in merito alla necessità di rivalutare molti passaggi di questa direttiva. Dal Parlamento europeo abbiamo fatto tutto il possibile, come legislatori e come europarlamentari di Fratelli d’Italia, per rendere la norma sulla riqualificazione degli edifici più ragionevole. Purtroppo, anche stavolta, ha prevalso l'area più ideologica ed estremista dell’Eurocamera, sostenuta da socialisti, verdi e liberali». «Confido che in sede di Trilogo, quando la direttiva dovrà essere approvata in via definitiva, il nostro governo faccia sentire la propria voce e riesca a far modificare il testo in modo da tenere conto dell’impatto effettivo che si produrrebbe nel nostro paese», ha continuato. «Noi di Fdi siamo i primi a sostenere l’importanza di proteggere l’ambiente e di scegliere soluzioni più sostenibili, ma il realismo ci impone di valutare gli impatti reali sul nostro territorio. L’Italia è un museo a cielo aperto. Non possiamo premetterci un approccio intransigente, l’Europa funziona se tiene conto delle specificità di tutti i suoi territori».
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.