- Gli Ordini scrivono a Roberto Speranza, incurante anche di eventuali effetti collaterali. Se ne stanno accorgendo pure i magistrati.
- La Corte dei conti europea bacchetta la Commissione per non aver verificato le restrizioni Covid imposte dagli Stati, «non proporzionate e senza durata limitata».
Lo speciale contiene due articoli.
È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione».
Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito.
Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas.
Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri».
Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale».
Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. Li chiamavano eroi, ma ancora oggi, i medici continuano ad essere i più vessati.
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