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2022-06-14
Booster obbligatori e circolari confuse. È caos medici guariti
Ansa
È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione».
Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito.
Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas.
Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri».
Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale».
Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. Li chiamavano eroi, ma ancora oggi, i medici continuano ad essere i più vessati.
«La Ue non ha tutelato Schengen»
«A causa dei limitati strumenti a sua disposizione, la Commissione europea non ha esaminato a sufficienza le sfide poste dalla pandemia di Covid in relazione al diritto alla libera circolazione delle persone». La bacchettata a Bruxelles è arrivata ieri dalla Corte dei conti europea che ha pubblicato la relazione di un audit teso appunto a verificare se la Commissione avesse adottato misure efficaci fino alla fine di giugno 2021.
Secondo la Corte, la vigilanza sui controlli alle frontiere interne ripristinati dagli Stati membri da marzo 2020 non ha salvaguardato appieno l’applicazione della normativa Schengen. Viene inoltre puntato il dito sulla «mancanza di coordinamento sulle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati membri, nonché sulle incongruenze rispetto alle linee guida e alle raccomandazioni della Ue».
«Il nostro auspicio è che quanto evidenziato da questo audit alimenti il dibattito in corso sul riesame del sistema Schengen», ha dichiarato Baudilio Tomé Muguruza, membro della Corte che ha esaminato tutte le 150 notifiche di controlli alle frontiere interne trasmesse alla Commissione dagli Stati membri tra marzo 2020 e giugno 2021, 135 delle quali si riferivano esclusivamente al Covid. Da questo esame è emerso chiaramente che le notifiche non dimostravano a sufficienza che i controlli alle frontiere costituissero di fatto una misura di ultima istanza, che fossero proporzionati e avessero durata limitata. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, peraltro, non ha avviato alcuna procedura di infrazione in relazione ai controlli a lungo termine introdotti prima della pandemia, non ha ottenuto tutte le relazioni che avrebbe dovuto ricevere entro quattro settimane dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne e «non ha né richiesto informazioni supplementari né emesso alcun parere sulla questione». Non solo. Il 1° giugno 2020 Bruxelles aveva avviato la piattaforma «Re-open Eu» per sostenere la ripresa sicura dei viaggi e del turismo in Europa. A distanza di oltre un anno, però, nove Stati membri (Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Francia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia) non avevano ancora fornito informazioni aggiornate. «Le restrizioni di viaggio imposte durante la pandemia sono rimaste per lo più non coordinate», sostiene la Corte «e la Commissione non è riuscita ad impedire la composizione di un mosaico di misure estremamente diverse tra uno Stato membro e l’altro».
Un esempio dell’inefficacia dei controlli? Il 16 marzo 2020 la Germania ha reintrodotto controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri con Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Svizzera, allo scopo di far rispettare il divieto di viaggi non essenziali. I controlli alla frontiera con il Lussemburgo, rimasti in vigore per due mesi (fino al 15 maggio 2020), hanno condotto alla chiusura di diversi posti di frontiera più piccoli. Inoltre, poiché le frontiere tra Lussemburgo e Belgio e tra quest’ultimo e la Germania sono rimaste aperte nelle prime tre settimane, i residenti lussemburghesi potevano aggirare tali controlli passando per il Belgio. Il 14 febbraio 2021 la Germania ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne con la Cechia e il Tirolo in Austria per prevenire la diffusione delle varianti del virus. Ha vietato persino il transito attraverso la Germania verso il paese di residenza ma ha lasciato aperte le proprie frontiere con la Polonia.
Entro la fine dell’anno, la Corte pubblicherà una relazione speciale sulle iniziative della Ue volte a favorire la sicurezza degli spostamenti durante la pandemia. Compreso il green pass. Si capirà, forse, se ci saranno dei rilievi sull’avvenuto disallineamento tra la durata della validità certificato europeo e quello italiano.
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Gli Ordini scrivono a Roberto Speranza, incurante anche di eventuali effetti collaterali. Se ne stanno accorgendo pure i magistrati.La Corte dei conti europea bacchetta la Commissione per non aver verificato le restrizioni Covid imposte dagli Stati, «non proporzionate e senza durata limitata».Lo speciale contiene due articoli.È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione». Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito. Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas. Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri». Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale». Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. 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Secondo la Corte, la vigilanza sui controlli alle frontiere interne ripristinati dagli Stati membri da marzo 2020 non ha salvaguardato appieno l’applicazione della normativa Schengen. Viene inoltre puntato il dito sulla «mancanza di coordinamento sulle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati membri, nonché sulle incongruenze rispetto alle linee guida e alle raccomandazioni della Ue». «Il nostro auspicio è che quanto evidenziato da questo audit alimenti il dibattito in corso sul riesame del sistema Schengen», ha dichiarato Baudilio Tomé Muguruza, membro della Corte che ha esaminato tutte le 150 notifiche di controlli alle frontiere interne trasmesse alla Commissione dagli Stati membri tra marzo 2020 e giugno 2021, 135 delle quali si riferivano esclusivamente al Covid. Da questo esame è emerso chiaramente che le notifiche non dimostravano a sufficienza che i controlli alle frontiere costituissero di fatto una misura di ultima istanza, che fossero proporzionati e avessero durata limitata. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, peraltro, non ha avviato alcuna procedura di infrazione in relazione ai controlli a lungo termine introdotti prima della pandemia, non ha ottenuto tutte le relazioni che avrebbe dovuto ricevere entro quattro settimane dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne e «non ha né richiesto informazioni supplementari né emesso alcun parere sulla questione». Non solo. Il 1° giugno 2020 Bruxelles aveva avviato la piattaforma «Re-open Eu» per sostenere la ripresa sicura dei viaggi e del turismo in Europa. A distanza di oltre un anno, però, nove Stati membri (Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Francia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia) non avevano ancora fornito informazioni aggiornate. «Le restrizioni di viaggio imposte durante la pandemia sono rimaste per lo più non coordinate», sostiene la Corte «e la Commissione non è riuscita ad impedire la composizione di un mosaico di misure estremamente diverse tra uno Stato membro e l’altro». Un esempio dell’inefficacia dei controlli? Il 16 marzo 2020 la Germania ha reintrodotto controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri con Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Svizzera, allo scopo di far rispettare il divieto di viaggi non essenziali. I controlli alla frontiera con il Lussemburgo, rimasti in vigore per due mesi (fino al 15 maggio 2020), hanno condotto alla chiusura di diversi posti di frontiera più piccoli. Inoltre, poiché le frontiere tra Lussemburgo e Belgio e tra quest’ultimo e la Germania sono rimaste aperte nelle prime tre settimane, i residenti lussemburghesi potevano aggirare tali controlli passando per il Belgio. Il 14 febbraio 2021 la Germania ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne con la Cechia e il Tirolo in Austria per prevenire la diffusione delle varianti del virus. Ha vietato persino il transito attraverso la Germania verso il paese di residenza ma ha lasciato aperte le proprie frontiere con la Polonia. Entro la fine dell’anno, la Corte pubblicherà una relazione speciale sulle iniziative della Ue volte a favorire la sicurezza degli spostamenti durante la pandemia. Compreso il green pass. Si capirà, forse, se ci saranno dei rilievi sull’avvenuto disallineamento tra la durata della validità certificato europeo e quello italiano.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».