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2022-06-14
Booster obbligatori e circolari confuse. È caos medici guariti
Ansa
È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione».
Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito.
Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas.
Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri».
Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale».
Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. Li chiamavano eroi, ma ancora oggi, i medici continuano ad essere i più vessati.
«La Ue non ha tutelato Schengen»
«A causa dei limitati strumenti a sua disposizione, la Commissione europea non ha esaminato a sufficienza le sfide poste dalla pandemia di Covid in relazione al diritto alla libera circolazione delle persone». La bacchettata a Bruxelles è arrivata ieri dalla Corte dei conti europea che ha pubblicato la relazione di un audit teso appunto a verificare se la Commissione avesse adottato misure efficaci fino alla fine di giugno 2021.
Secondo la Corte, la vigilanza sui controlli alle frontiere interne ripristinati dagli Stati membri da marzo 2020 non ha salvaguardato appieno l’applicazione della normativa Schengen. Viene inoltre puntato il dito sulla «mancanza di coordinamento sulle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati membri, nonché sulle incongruenze rispetto alle linee guida e alle raccomandazioni della Ue».
«Il nostro auspicio è che quanto evidenziato da questo audit alimenti il dibattito in corso sul riesame del sistema Schengen», ha dichiarato Baudilio Tomé Muguruza, membro della Corte che ha esaminato tutte le 150 notifiche di controlli alle frontiere interne trasmesse alla Commissione dagli Stati membri tra marzo 2020 e giugno 2021, 135 delle quali si riferivano esclusivamente al Covid. Da questo esame è emerso chiaramente che le notifiche non dimostravano a sufficienza che i controlli alle frontiere costituissero di fatto una misura di ultima istanza, che fossero proporzionati e avessero durata limitata. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, peraltro, non ha avviato alcuna procedura di infrazione in relazione ai controlli a lungo termine introdotti prima della pandemia, non ha ottenuto tutte le relazioni che avrebbe dovuto ricevere entro quattro settimane dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne e «non ha né richiesto informazioni supplementari né emesso alcun parere sulla questione». Non solo. Il 1° giugno 2020 Bruxelles aveva avviato la piattaforma «Re-open Eu» per sostenere la ripresa sicura dei viaggi e del turismo in Europa. A distanza di oltre un anno, però, nove Stati membri (Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Francia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia) non avevano ancora fornito informazioni aggiornate. «Le restrizioni di viaggio imposte durante la pandemia sono rimaste per lo più non coordinate», sostiene la Corte «e la Commissione non è riuscita ad impedire la composizione di un mosaico di misure estremamente diverse tra uno Stato membro e l’altro».
Un esempio dell’inefficacia dei controlli? Il 16 marzo 2020 la Germania ha reintrodotto controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri con Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Svizzera, allo scopo di far rispettare il divieto di viaggi non essenziali. I controlli alla frontiera con il Lussemburgo, rimasti in vigore per due mesi (fino al 15 maggio 2020), hanno condotto alla chiusura di diversi posti di frontiera più piccoli. Inoltre, poiché le frontiere tra Lussemburgo e Belgio e tra quest’ultimo e la Germania sono rimaste aperte nelle prime tre settimane, i residenti lussemburghesi potevano aggirare tali controlli passando per il Belgio. Il 14 febbraio 2021 la Germania ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne con la Cechia e il Tirolo in Austria per prevenire la diffusione delle varianti del virus. Ha vietato persino il transito attraverso la Germania verso il paese di residenza ma ha lasciato aperte le proprie frontiere con la Polonia.
Entro la fine dell’anno, la Corte pubblicherà una relazione speciale sulle iniziative della Ue volte a favorire la sicurezza degli spostamenti durante la pandemia. Compreso il green pass. Si capirà, forse, se ci saranno dei rilievi sull’avvenuto disallineamento tra la durata della validità certificato europeo e quello italiano.
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Gli Ordini scrivono a Roberto Speranza, incurante anche di eventuali effetti collaterali. Se ne stanno accorgendo pure i magistrati.La Corte dei conti europea bacchetta la Commissione per non aver verificato le restrizioni Covid imposte dagli Stati, «non proporzionate e senza durata limitata».Lo speciale contiene due articoli.È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione». Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito. Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas. Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri». Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale». Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. 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Secondo la Corte, la vigilanza sui controlli alle frontiere interne ripristinati dagli Stati membri da marzo 2020 non ha salvaguardato appieno l’applicazione della normativa Schengen. Viene inoltre puntato il dito sulla «mancanza di coordinamento sulle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati membri, nonché sulle incongruenze rispetto alle linee guida e alle raccomandazioni della Ue». «Il nostro auspicio è che quanto evidenziato da questo audit alimenti il dibattito in corso sul riesame del sistema Schengen», ha dichiarato Baudilio Tomé Muguruza, membro della Corte che ha esaminato tutte le 150 notifiche di controlli alle frontiere interne trasmesse alla Commissione dagli Stati membri tra marzo 2020 e giugno 2021, 135 delle quali si riferivano esclusivamente al Covid. Da questo esame è emerso chiaramente che le notifiche non dimostravano a sufficienza che i controlli alle frontiere costituissero di fatto una misura di ultima istanza, che fossero proporzionati e avessero durata limitata. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, peraltro, non ha avviato alcuna procedura di infrazione in relazione ai controlli a lungo termine introdotti prima della pandemia, non ha ottenuto tutte le relazioni che avrebbe dovuto ricevere entro quattro settimane dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne e «non ha né richiesto informazioni supplementari né emesso alcun parere sulla questione». Non solo. Il 1° giugno 2020 Bruxelles aveva avviato la piattaforma «Re-open Eu» per sostenere la ripresa sicura dei viaggi e del turismo in Europa. A distanza di oltre un anno, però, nove Stati membri (Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Francia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia) non avevano ancora fornito informazioni aggiornate. «Le restrizioni di viaggio imposte durante la pandemia sono rimaste per lo più non coordinate», sostiene la Corte «e la Commissione non è riuscita ad impedire la composizione di un mosaico di misure estremamente diverse tra uno Stato membro e l’altro». Un esempio dell’inefficacia dei controlli? Il 16 marzo 2020 la Germania ha reintrodotto controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri con Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Svizzera, allo scopo di far rispettare il divieto di viaggi non essenziali. I controlli alla frontiera con il Lussemburgo, rimasti in vigore per due mesi (fino al 15 maggio 2020), hanno condotto alla chiusura di diversi posti di frontiera più piccoli. Inoltre, poiché le frontiere tra Lussemburgo e Belgio e tra quest’ultimo e la Germania sono rimaste aperte nelle prime tre settimane, i residenti lussemburghesi potevano aggirare tali controlli passando per il Belgio. Il 14 febbraio 2021 la Germania ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne con la Cechia e il Tirolo in Austria per prevenire la diffusione delle varianti del virus. Ha vietato persino il transito attraverso la Germania verso il paese di residenza ma ha lasciato aperte le proprie frontiere con la Polonia. Entro la fine dell’anno, la Corte pubblicherà una relazione speciale sulle iniziative della Ue volte a favorire la sicurezza degli spostamenti durante la pandemia. Compreso il green pass. Si capirà, forse, se ci saranno dei rilievi sull’avvenuto disallineamento tra la durata della validità certificato europeo e quello italiano.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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Sono 337 i beni culturali rimpatriati dagli Stati Uniti e presentati alla Caserma «La Marmora», sede del reparto operativo dei Carabinieri TPC (Tutela Patrimonio Culturale), alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli e dell’ambasciatore Usa in Italia Tilman J. Fertitta.
Tra i reperti figurano oggetti archeologici di epoca romana, bizantina e della Magna Grecia, oltre a opere d’arte e materiali d’archivio, in larga parte provenienti da scavi clandestini o sottratti a istituzioni. Tra i pezzi più rilevanti anche una testa di Alessandro Magno proveniente dalla Basilica Aemilia del Foro Romano. Il rimpatrio è il risultato di operazioni concluse tra dicembre e aprile 2026. Dei 337 beni, 221 sono stati recuperati grazie alla collaborazione con il Manhattan District Attorney’s Office, mentre gli altri 116 sono stati restituiti attraverso attività congiunte di FBI e Homeland Security Investigations.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.