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2022-06-14
Booster obbligatori e circolari confuse. È caos medici guariti
Ansa
È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione».
Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito.
Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas.
Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri».
Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale».
Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. Li chiamavano eroi, ma ancora oggi, i medici continuano ad essere i più vessati.
«La Ue non ha tutelato Schengen»
«A causa dei limitati strumenti a sua disposizione, la Commissione europea non ha esaminato a sufficienza le sfide poste dalla pandemia di Covid in relazione al diritto alla libera circolazione delle persone». La bacchettata a Bruxelles è arrivata ieri dalla Corte dei conti europea che ha pubblicato la relazione di un audit teso appunto a verificare se la Commissione avesse adottato misure efficaci fino alla fine di giugno 2021.
Secondo la Corte, la vigilanza sui controlli alle frontiere interne ripristinati dagli Stati membri da marzo 2020 non ha salvaguardato appieno l’applicazione della normativa Schengen. Viene inoltre puntato il dito sulla «mancanza di coordinamento sulle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati membri, nonché sulle incongruenze rispetto alle linee guida e alle raccomandazioni della Ue».
«Il nostro auspicio è che quanto evidenziato da questo audit alimenti il dibattito in corso sul riesame del sistema Schengen», ha dichiarato Baudilio Tomé Muguruza, membro della Corte che ha esaminato tutte le 150 notifiche di controlli alle frontiere interne trasmesse alla Commissione dagli Stati membri tra marzo 2020 e giugno 2021, 135 delle quali si riferivano esclusivamente al Covid. Da questo esame è emerso chiaramente che le notifiche non dimostravano a sufficienza che i controlli alle frontiere costituissero di fatto una misura di ultima istanza, che fossero proporzionati e avessero durata limitata. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, peraltro, non ha avviato alcuna procedura di infrazione in relazione ai controlli a lungo termine introdotti prima della pandemia, non ha ottenuto tutte le relazioni che avrebbe dovuto ricevere entro quattro settimane dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne e «non ha né richiesto informazioni supplementari né emesso alcun parere sulla questione». Non solo. Il 1° giugno 2020 Bruxelles aveva avviato la piattaforma «Re-open Eu» per sostenere la ripresa sicura dei viaggi e del turismo in Europa. A distanza di oltre un anno, però, nove Stati membri (Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Francia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia) non avevano ancora fornito informazioni aggiornate. «Le restrizioni di viaggio imposte durante la pandemia sono rimaste per lo più non coordinate», sostiene la Corte «e la Commissione non è riuscita ad impedire la composizione di un mosaico di misure estremamente diverse tra uno Stato membro e l’altro».
Un esempio dell’inefficacia dei controlli? Il 16 marzo 2020 la Germania ha reintrodotto controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri con Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Svizzera, allo scopo di far rispettare il divieto di viaggi non essenziali. I controlli alla frontiera con il Lussemburgo, rimasti in vigore per due mesi (fino al 15 maggio 2020), hanno condotto alla chiusura di diversi posti di frontiera più piccoli. Inoltre, poiché le frontiere tra Lussemburgo e Belgio e tra quest’ultimo e la Germania sono rimaste aperte nelle prime tre settimane, i residenti lussemburghesi potevano aggirare tali controlli passando per il Belgio. Il 14 febbraio 2021 la Germania ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne con la Cechia e il Tirolo in Austria per prevenire la diffusione delle varianti del virus. Ha vietato persino il transito attraverso la Germania verso il paese di residenza ma ha lasciato aperte le proprie frontiere con la Polonia.
Entro la fine dell’anno, la Corte pubblicherà una relazione speciale sulle iniziative della Ue volte a favorire la sicurezza degli spostamenti durante la pandemia. Compreso il green pass. Si capirà, forse, se ci saranno dei rilievi sull’avvenuto disallineamento tra la durata della validità certificato europeo e quello italiano.
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Gli Ordini scrivono a Roberto Speranza, incurante anche di eventuali effetti collaterali. Se ne stanno accorgendo pure i magistrati.La Corte dei conti europea bacchetta la Commissione per non aver verificato le restrizioni Covid imposte dagli Stati, «non proporzionate e senza durata limitata».Lo speciale contiene due articoli.È caos sull’obbligo vaccinale per i professionisti sanitari. La circolare del ministero della Salute del 3 marzo 2021 rappresenta che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2 nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Questa circolare entra in contrasto però con ben due ordinanze cautelari emesse dal Tar della Lombardia, una su Milano e una su Brescia, che invece indicano di fare riferimento a una successiva circolare ministeriale pubblicata il 21 luglio 2021 che rappresenta che è «possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Sars Cov-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-Cov-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione». Questo ha costretto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) a scrivere una lettera indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza, e al direttore generale della prevenzione sanitaria, Giovanni Rezza, per chiedere un chiarimento. Si chiede di «fornire un indirizzo univoco e motivato» per evitare che ci sia «un’intollerabile applicazione eterogenea dei termini di differimento della vaccinazione obbligatoria». La confusione non aiuta la crisi dei camici bianchi che coinvolge tutti gli ospedali d’Italia. Ricordiamo infatti che negli ultimi tre anni c’è stata una vera e propria fuga dagli ospedali del Servizio sanitario nazionale. Sono 21.000 i medici che hanno abbandonato il proprio posto di lavoro. Tra le motivazioni addotte da chi ha abbandonato, per qualcuno anche le regole imposte possono aver influito. Una dottoressa della provincia di Milano ad esempio adesso è in grande difficoltà perché pochi giorni fa ha ricevuto una sollecitazione per effettuare una dose booster, ma se la facesse potrebbe rischiare la vita. La donna ha contratto il Covid la prima volta nel novembre 2020. Nel giugno 2021 ha effettuato la prima dose di vaccino che le viene considerata come ciclo completo, vista la guarigione, ma dopo solo cinque ore subisce un vero e proprio collasso con convulsioni. Il suo medico di base si è rifiutato di fare la segnalazione, suggerendole di farsela da sé vista la sua professione di medico. Ma essendo lei anche paziente, naturalmente questo non è stato possibile. La dottoressa ha in seguito ricontratto il Covid una nuova volta nei primi giorni di gennaio di quest’anno e adesso, trascorsi più di tre mesi dalla sua guarigione, le autorità sanitarie la invitano a vaccinarsi con la dose booster. Un medico immunologo ha dichiarato che non deve sottoporsi alla vaccinazione perché i rischi, nel suo caso, supererebbero i benefici, ma nonostante questo, il suo medico di base insiste a non voler emettere il certificato perché dice di aver paura di un controllo dei Nas. Il suo non è un caso isolato, ma in alcune occasioni, la giustizia ha messo un punto alle imposizioni sanitarie. Come nel caso di un medico di Sassari che era stato sospeso per aver rifiutato la vaccinazione. Alcuni giorni fa un giudice della sezione del lavoro ha accolto il ricorso cautelare e ha disposto la reintegrazione del medico nel posto di lavoro a condizione che si sottoponga a proprie spese al test molecolare ogni 72 ore oppure, ogni 48, all’antigenico in laboratorio o antigenico rapido. Secondo il giudice: «Il mero fatto che un lavoratore si sia sottoposto al vaccino non garantisce né abbatte il rischio, in modo prossimo alla certezza, che egli non contragga il virus e che quindi, recandosi sul luogo di lavoro, non infetti le persone con cui viene a contatto. Solo il tampone consente di escludere sebbene per un periodo di tempo limitato, con probabilità superiore al 90%, che un soggetto sia portatore del virus e quindi possa trasmetterlo agli altri». Il Coordinamento comitati guariti ha emesso una nota per chiedere che venga abolita la richiesta di sottoporre i guariti a vaccinazione: «Gli studi attestano anche che la carica virale dei soggetti guariti che si reinfettano è bassa e comunque di molto inferiore a quella dei soggetti vaccinati anche con booster che contraggono (frequentemente) un’infezione rivoluzionaria, per cui i guariti hanno una minore potenzialità di diffusione virale». Imparare a vivere con la pandemia significa anche questo e consentire ai medici di lavorare dovrebbe diventare adesso la priorità. Non possiamo permetterci un nuovo esodo di camici bianchi, nel nostro Paese sono troppe e troppo lunghe le liste d’attesa anche per esami banali. Il ministro Speranza, però, continua a voler essere più realista del re. Peccato che con la sua ostinazione stia rendendo il sistema sanitario nazionale un incubo dal quale gli stessi addetti non vedono l’ora di fuggire. 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Secondo la Corte, la vigilanza sui controlli alle frontiere interne ripristinati dagli Stati membri da marzo 2020 non ha salvaguardato appieno l’applicazione della normativa Schengen. Viene inoltre puntato il dito sulla «mancanza di coordinamento sulle restrizioni di viaggio imposte dagli Stati membri, nonché sulle incongruenze rispetto alle linee guida e alle raccomandazioni della Ue». «Il nostro auspicio è che quanto evidenziato da questo audit alimenti il dibattito in corso sul riesame del sistema Schengen», ha dichiarato Baudilio Tomé Muguruza, membro della Corte che ha esaminato tutte le 150 notifiche di controlli alle frontiere interne trasmesse alla Commissione dagli Stati membri tra marzo 2020 e giugno 2021, 135 delle quali si riferivano esclusivamente al Covid. Da questo esame è emerso chiaramente che le notifiche non dimostravano a sufficienza che i controlli alle frontiere costituissero di fatto una misura di ultima istanza, che fossero proporzionati e avessero durata limitata. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen, peraltro, non ha avviato alcuna procedura di infrazione in relazione ai controlli a lungo termine introdotti prima della pandemia, non ha ottenuto tutte le relazioni che avrebbe dovuto ricevere entro quattro settimane dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne e «non ha né richiesto informazioni supplementari né emesso alcun parere sulla questione». Non solo. Il 1° giugno 2020 Bruxelles aveva avviato la piattaforma «Re-open Eu» per sostenere la ripresa sicura dei viaggi e del turismo in Europa. A distanza di oltre un anno, però, nove Stati membri (Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Francia, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia) non avevano ancora fornito informazioni aggiornate. «Le restrizioni di viaggio imposte durante la pandemia sono rimaste per lo più non coordinate», sostiene la Corte «e la Commissione non è riuscita ad impedire la composizione di un mosaico di misure estremamente diverse tra uno Stato membro e l’altro». Un esempio dell’inefficacia dei controlli? Il 16 marzo 2020 la Germania ha reintrodotto controlli temporanei alle proprie frontiere terrestri con Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Svizzera, allo scopo di far rispettare il divieto di viaggi non essenziali. I controlli alla frontiera con il Lussemburgo, rimasti in vigore per due mesi (fino al 15 maggio 2020), hanno condotto alla chiusura di diversi posti di frontiera più piccoli. Inoltre, poiché le frontiere tra Lussemburgo e Belgio e tra quest’ultimo e la Germania sono rimaste aperte nelle prime tre settimane, i residenti lussemburghesi potevano aggirare tali controlli passando per il Belgio. Il 14 febbraio 2021 la Germania ha reintrodotto i controlli alle frontiere interne con la Cechia e il Tirolo in Austria per prevenire la diffusione delle varianti del virus. Ha vietato persino il transito attraverso la Germania verso il paese di residenza ma ha lasciato aperte le proprie frontiere con la Polonia. Entro la fine dell’anno, la Corte pubblicherà una relazione speciale sulle iniziative della Ue volte a favorire la sicurezza degli spostamenti durante la pandemia. Compreso il green pass. Si capirà, forse, se ci saranno dei rilievi sull’avvenuto disallineamento tra la durata della validità certificato europeo e quello italiano.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.