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2022-11-07
Calciobalilla. Storia di un gioco intramontabile (grazie alla qualità italiana)
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(IStock)
Viene spontaneo chiederselo. A 70 anni dalla prima comparsa della parola «calciobalilla» nel 1952, in molti collegano il nome del calcetto ad un’istituzione del regime fascista, quella dei piccoli del ventennio inquadrati nell’ Opera Nazionale Balilla. In realtà non ci fu nessun richiamo al passato, tanto più che la guerra era finita da pochi anni e che ogni evocazione del regime era assolutamente tabù. Il nome viene in realtà dall’area linguistico-geografica ligure, dove «balilla» ha preso il significato di «piccolo»,«miniatura». L’etimologia è da far risalire alla metà del Settecento durante la rivolta di Genova contro gli Austriaci, nella figura mitica di Giovan Battista Perasso del rione di Portoria che passò alla storia per aver scagliato la prima pietra contro gli occupanti asburgici. Lo chiamavano «il balilla» per la sua piccola statura e giovane età, un appellativo già presente nella lingua ligure ad indicare un bambino minuto, dato che la radice è la stessa della parola spagnoleggiante «ballilla» che starebbe per «pallina» o «palletta». Un’origine linguistica molto attinente alla natura di uno dei giochi più longevi nell’immaginario collettivo.
Il gioco del «balilla» calciatore in miniatura che colpisce una «pallina», ha origini ancora oggi discusse. La certezza è che nel dopoguerra il suo lancio a livello industriale fu tutto italiano. C’è chi sostiene che i primissimi prototipi del calcetto fossero nati in Germania, da cui il nome «fussboll» che si diffuse anche in Inghilterra e Francia. Accreditata anche l’origine spagnola, attribuita al reduce della guerra civile Alejandro Finisterre, che realizzò un prototipo di biliardino inizialmente destinato ai piccoli mutilati per far sì che questi potessero godere del gioco del calcio nonostante le menomazioni. Una traccia delle origini del calciobalilla si è trovata anche in Italia, dove un artigiano di Poggibonsi avrebbe realizzato una miniserie di calcetti in legno tra le due guerre. Di semplicissima fattura, questi prototipi erano costituiti da una cassa in legno e da semplici palette dello stesso materiale non dipinto, senza la forma dei mini calciatori variopinti venuta più tardi.
La svolta avvenne nel 1949 quando il marsigliese Marcel Zosso arrivò dalla riviera francese alla provincia piemontese di Alessandria, dove i suoni della lingua ligure oltrepassano le alture dell’entroterra sconfinando nel Piemonte meridionale. Zosso aveva realizzato alcuni prototipi che nel sud della Francia avevano riscosso grande successo, ma non era riuscito ad imprimere al calcetto una svolta in senso industriale per mancanza di mezzi e capacità artigianali. Quello che il francese andava cercando lo trovò a Spinetta Marengo, luogo storico di una delle battaglie più famose dell’era napoleonica. Qui dagli anni Venti era attiva una falegnameria fondata da Giovanni Garlando, che all’epoca dell’arrivo di Zosso era specializzata nella produzione di botti per il vino, flauti e casse da morto. Il francese bussò alla porta dell’azienda rivolgendosi al figlio del fondatore, Renato Garlando, proponendo un’accordo per la produzione in serie del calciobalilla. Il figlio del fondatore intuisce la validità dell’affare, determinando una delle riconversioni industriali postbelliche più efficaci nel panorama del triangolo industriale dell’Italia nord-occidentale. I primi calcetti prodotti in scala sono un successo a dir poco travolgente. Le forze della falegnameria (42 dipendenti) non bastavano più. Fu necessario coinvolgere anche i detenuti del carcere di Alessandria per tenere il passo della domanda schizzata alle stelle. Se si pensa che dal 1951 al 1954 Garlando produsse artigianalmente 12.000 pezzi, si intuisce come la dimensione artigianale avesse ceduto il passo a quella industriale. Nonostante una battuta d’arresto imposta dalle autorità proprio nel 1954 sotto il governo di Mario Scelba, che mise temporaneamente fuorilegge i calcetti equiparandoli al gioco d’azzardo per contrastare l’attrattiva che il gioco aveva sui ragazzi in età scolare. Il divieto durò poco e la strada per il gioco con i 22 mini giocatori era ormai spianata. Nel decennio successivo Garlando allargò gli orizzonti di mercato approdando negli Stati Uniti con un altro accordo commerciale vincente con la Empire Distributing di Chicago. parlando aveva conosciuto il titolare Joe Robbins durante un’edizione della Fiera Campionaria di Milano. Negli Usa sul successo non fu tuttavia immediato, perché il calcio era uno sport molto lontano dalle passioni degli americani anni ’70. Fu grazie ad un’intensa attività promozionale che qualche anno dopo i calcetti progettati alle porte di Alessandria sfondarono in tutti gli Stati Uniti, generando anche fenomeni di imitazione locale. Il successo a livello europeo fu invece garantito da un distributore tedesco che ebbe con Renato Garlando un rapporto molto particolare. Il titolare della Rhenania Automaten Joseph Meurer era un ex ufficiale dell’esercito tedesco che nell’inverno del 1944 occupò la casa dei Garlando a Spinetta Marengo. Nonostante le drammatiche circostanze, tra i due era nata una amicizia che si tradusse un decennio più tardi nell’importazione dei calcio-balilla italiani che, gradualmente, invasero il mercato dei paesi vicini: Austria, Svizzera e Francia.
Dalla metà degli anni Settanta, l’avvento della plastica nei mondo dei giocattoli e dell’intrattenimento in generale videro affiancare alla produzione in serie dei biliardini da noleggio a gettone anche quelli utilizzabili tra le mura domestiche in scala ridotta, prodotti sia dalla capostipite Garlando che da una serie di aziende del settore generico dei giocattoli, tra la quali primeggiò la Arcofalc di Cernusco sul Naviglio, comune della cintura milanese.
La produzione italiana, caratterizzata dall’eccellenza nella produzione, nelle progettazione e nel design dei calcio-balilla non si limitò alla leader Garlando. A Villa D’Ogna nella bergamasca era il 1964 quando i fratelli Alfonso e Davide Pendezza fondarono l’omonima azienda per la produzione dei calcetti, tutt’oggi attiva come Fas Pendezza, che ha fatto della qualità e dell’estetica un punto vincente dell’offerta non solo di biliardini ma anche di tavoli da ping pong e biliardi. D’altro canto anche la leader Garlando ha allargato gli orizzonti, sempre tenendo stretto quello che fu il prodotto che fece da trampolino di lancio alla fabbrica piemontese. Oggi l’azienda è distributrice esclusiva del marchio Stiga, azienda al top nella produzione di prodotti per il ping-pong accanto ad altri marchi specializzati in varie discipline sportive.
Il calciobalilla è un caso unico nell’evoluzione storica dei giochi di intrattenimento collettivi. Grazie alla qualità garantita dal saper fare di origine artigianale italiano, ha passato indenne decenni in cui altri giochi sono svaniti sotto i colpi del progresso tecnologico dell’intrattenimento. Ha superato quelle macchine che negli anni Cinquanta parevano rappresentare il futuro, i flipper. E poi, ancora, ha saputo resistere all'assalto dei videogame, oggi scomparsi dalle sale giochi e dai locali. Lo schiocco della pallina, il colpo secco che significa il gol, lo scivolare metallico delle aste. Tutti rumori ancora presenti dalle spiagge alle città, nei circoli, negli oratori, nei bar di tutta ltalia. Basta ricordarsi che è vietato «rullare» e che «se la palla è contesa, la palla va alla difesa». La storia continua.
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Nel 1952 la parola calciobalilla fu aggiunta alla Treccani. Origini e sviluppi di un gioco senza tempo, diffuso nel mondo grazie alla perizia artigianale dell'Italia del dopoguerra. Viene spontaneo chiederselo. A 70 anni dalla prima comparsa della parola «calciobalilla» nel 1952, in molti collegano il nome del calcetto ad un’istituzione del regime fascista, quella dei piccoli del ventennio inquadrati nell’ Opera Nazionale Balilla. In realtà non ci fu nessun richiamo al passato, tanto più che la guerra era finita da pochi anni e che ogni evocazione del regime era assolutamente tabù. Il nome viene in realtà dall’area linguistico-geografica ligure, dove «balilla» ha preso il significato di «piccolo»,«miniatura». L’etimologia è da far risalire alla metà del Settecento durante la rivolta di Genova contro gli Austriaci, nella figura mitica di Giovan Battista Perasso del rione di Portoria che passò alla storia per aver scagliato la prima pietra contro gli occupanti asburgici. Lo chiamavano «il balilla» per la sua piccola statura e giovane età, un appellativo già presente nella lingua ligure ad indicare un bambino minuto, dato che la radice è la stessa della parola spagnoleggiante «ballilla» che starebbe per «pallina» o «palletta». Un’origine linguistica molto attinente alla natura di uno dei giochi più longevi nell’immaginario collettivo. Il gioco del «balilla» calciatore in miniatura che colpisce una «pallina», ha origini ancora oggi discusse. La certezza è che nel dopoguerra il suo lancio a livello industriale fu tutto italiano. C’è chi sostiene che i primissimi prototipi del calcetto fossero nati in Germania, da cui il nome «fussboll» che si diffuse anche in Inghilterra e Francia. Accreditata anche l’origine spagnola, attribuita al reduce della guerra civile Alejandro Finisterre, che realizzò un prototipo di biliardino inizialmente destinato ai piccoli mutilati per far sì che questi potessero godere del gioco del calcio nonostante le menomazioni. Una traccia delle origini del calciobalilla si è trovata anche in Italia, dove un artigiano di Poggibonsi avrebbe realizzato una miniserie di calcetti in legno tra le due guerre. Di semplicissima fattura, questi prototipi erano costituiti da una cassa in legno e da semplici palette dello stesso materiale non dipinto, senza la forma dei mini calciatori variopinti venuta più tardi. La svolta avvenne nel 1949 quando il marsigliese Marcel Zosso arrivò dalla riviera francese alla provincia piemontese di Alessandria, dove i suoni della lingua ligure oltrepassano le alture dell’entroterra sconfinando nel Piemonte meridionale. Zosso aveva realizzato alcuni prototipi che nel sud della Francia avevano riscosso grande successo, ma non era riuscito ad imprimere al calcetto una svolta in senso industriale per mancanza di mezzi e capacità artigianali. Quello che il francese andava cercando lo trovò a Spinetta Marengo, luogo storico di una delle battaglie più famose dell’era napoleonica. Qui dagli anni Venti era attiva una falegnameria fondata da Giovanni Garlando, che all’epoca dell’arrivo di Zosso era specializzata nella produzione di botti per il vino, flauti e casse da morto. Il francese bussò alla porta dell’azienda rivolgendosi al figlio del fondatore, Renato Garlando, proponendo un’accordo per la produzione in serie del calciobalilla. Il figlio del fondatore intuisce la validità dell’affare, determinando una delle riconversioni industriali postbelliche più efficaci nel panorama del triangolo industriale dell’Italia nord-occidentale. I primi calcetti prodotti in scala sono un successo a dir poco travolgente. Le forze della falegnameria (42 dipendenti) non bastavano più. Fu necessario coinvolgere anche i detenuti del carcere di Alessandria per tenere il passo della domanda schizzata alle stelle. Se si pensa che dal 1951 al 1954 Garlando produsse artigianalmente 12.000 pezzi, si intuisce come la dimensione artigianale avesse ceduto il passo a quella industriale. Nonostante una battuta d’arresto imposta dalle autorità proprio nel 1954 sotto il governo di Mario Scelba, che mise temporaneamente fuorilegge i calcetti equiparandoli al gioco d’azzardo per contrastare l’attrattiva che il gioco aveva sui ragazzi in età scolare. Il divieto durò poco e la strada per il gioco con i 22 mini giocatori era ormai spianata. Nel decennio successivo Garlando allargò gli orizzonti di mercato approdando negli Stati Uniti con un altro accordo commerciale vincente con la Empire Distributing di Chicago. parlando aveva conosciuto il titolare Joe Robbins durante un’edizione della Fiera Campionaria di Milano. Negli Usa sul successo non fu tuttavia immediato, perché il calcio era uno sport molto lontano dalle passioni degli americani anni ’70. Fu grazie ad un’intensa attività promozionale che qualche anno dopo i calcetti progettati alle porte di Alessandria sfondarono in tutti gli Stati Uniti, generando anche fenomeni di imitazione locale. Il successo a livello europeo fu invece garantito da un distributore tedesco che ebbe con Renato Garlando un rapporto molto particolare. Il titolare della Rhenania Automaten Joseph Meurer era un ex ufficiale dell’esercito tedesco che nell’inverno del 1944 occupò la casa dei Garlando a Spinetta Marengo. Nonostante le drammatiche circostanze, tra i due era nata una amicizia che si tradusse un decennio più tardi nell’importazione dei calcio-balilla italiani che, gradualmente, invasero il mercato dei paesi vicini: Austria, Svizzera e Francia. Dalla metà degli anni Settanta, l’avvento della plastica nei mondo dei giocattoli e dell’intrattenimento in generale videro affiancare alla produzione in serie dei biliardini da noleggio a gettone anche quelli utilizzabili tra le mura domestiche in scala ridotta, prodotti sia dalla capostipite Garlando che da una serie di aziende del settore generico dei giocattoli, tra la quali primeggiò la Arcofalc di Cernusco sul Naviglio, comune della cintura milanese. La produzione italiana, caratterizzata dall’eccellenza nella produzione, nelle progettazione e nel design dei calcio-balilla non si limitò alla leader Garlando. A Villa D’Ogna nella bergamasca era il 1964 quando i fratelli Alfonso e Davide Pendezza fondarono l’omonima azienda per la produzione dei calcetti, tutt’oggi attiva come Fas Pendezza, che ha fatto della qualità e dell’estetica un punto vincente dell’offerta non solo di biliardini ma anche di tavoli da ping pong e biliardi. D’altro canto anche la leader Garlando ha allargato gli orizzonti, sempre tenendo stretto quello che fu il prodotto che fece da trampolino di lancio alla fabbrica piemontese. Oggi l’azienda è distributrice esclusiva del marchio Stiga, azienda al top nella produzione di prodotti per il ping-pong accanto ad altri marchi specializzati in varie discipline sportive. Il calciobalilla è un caso unico nell’evoluzione storica dei giochi di intrattenimento collettivi. Grazie alla qualità garantita dal saper fare di origine artigianale italiano, ha passato indenne decenni in cui altri giochi sono svaniti sotto i colpi del progresso tecnologico dell’intrattenimento. Ha superato quelle macchine che negli anni Cinquanta parevano rappresentare il futuro, i flipper. E poi, ancora, ha saputo resistere all'assalto dei videogame, oggi scomparsi dalle sale giochi e dai locali. Lo schiocco della pallina, il colpo secco che significa il gol, lo scivolare metallico delle aste. Tutti rumori ancora presenti dalle spiagge alle città, nei circoli, negli oratori, nei bar di tutta ltalia. Basta ricordarsi che è vietato «rullare» e che «se la palla è contesa, la palla va alla difesa». La storia continua.
La petroliera Devon naviga nel Golfo Persico verso il terminal petrolifero dell'isola di Kharg per trasportare greggio (Getty Images)
L’isola di Kharg è tornata al centro della guerra tra Stati Uniti e Iran. Secondo le informazioni diffuse da media internazionali e rilanciate dalla Cnn, negli ultimi giorni Teheran avrebbe intensificato le misure difensive sul piccolo avamposto del Golfo Persico, tra cui il posizionamento di mine e «trappole» lungo le coste e nelle aree interne. Un segnale che viene letto come preparazione a un’eventuale operazione di terra americana, mentre la crisi militare tra Washington e Teheran continua ad allargarsi su più fronti.
Kharg si trova in una posizione cruciale nel Golfo Persico, vicino allo Stretto di Hormuz, il principale corridoio mondiale per il transito del petrolio. Da qui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano. Non si tratta quindi solo di un’area militare sensibile, ma di un’infrastruttura strategica per la sopravvivenza economica del Paese. Il controllo o la neutralizzazione dell’isola avrebbe effetti immediati sulla capacità dell’Iran di esportare petrolio e, di conseguenza, sulla stabilità energetica globale.
Lo scorso 14 marzo, le forze statunitensi del Centcom hanno condotto un attacco di precisione contro Kharg, colpendo depositi di mine navali, bunker per missili e oltre 90 obiettivi militari. L’operazione, secondo quanto riportato, avrebbe evitato danni diretti agli impianti petroliferi, concentrandosi sulle infrastrutture militari. Da allora, l’isola è diventata uno dei punti più sensibili dell’intero conflitto. Le ultime informazioni diffuse in queste ore indicano un ulteriore irrigidimento della situazione. L’Iran, secondo fonti citate dai media statunitensi, avrebbe rafforzato le difese sull’isola trasferendo sistemi missilistici e aumentando la presenza di reparti militari. In particolare, viene segnalata la diffusione di mine antiuomo e anticarro, anche lungo le aree costiere, dove un eventuale sbarco anfibio statunitense potrebbe teoricamente avvenire.
La scelta delle mine non è solo difensiva, ma cambia la natura stessa dello scenario operativo. Rende infatti più complessa qualsiasi ipotesi di intervento diretto via mare e segnala la volontà iraniana di trasformare Kharg in un’area di interdizione, difficile da occupare o controllare senza perdite rilevanti. È anche per questo che diversi analisti militari, citati dai media internazionali, considerano l’isola uno dei possibili epicentri di una ulteriore escalation.
La tensione si inserisce in un quadro già esteso. Nelle stesse ore, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza nella regione con l’invio di ulteriori truppe aviotrasportate e unità dei Marines. Parallelamente, si moltiplicano le segnalazioni di attacchi reciproci tra Iran, Israele e forze alleate nella regione, mentre il conflitto si estende dal Golfo Persico al Mar Nero e al Mediterraneo. Secondo alcune ricostruzioni, la Casa Bianca continua a sostenere una linea che combina pressione militare e apertura diplomatica. Donald Trump avrebbe espresso ai propri collaboratori la volontà di chiudere il conflitto in poche settimane, anche se sul terreno gli scontri continuano e non emergono segnali concreti di una tregua imminente. Nel frattempo, si parla di possibili colloqui mediati da Paesi terzi, tra cui Pakistan e Turchia, ma senza conferme ufficiali. Sul fronte iraniano, la posizione resta improntata alla deterrenza. Teheran, attraverso i propri vertici militari e politici, ha più volte lasciato intendere che ogni tentativo di occupazione di isole strategiche verrebbe risposto con attacchi contro infrastrutture considerate vitali in Paesi terzi della regione. Un messaggio che si inserisce nella logica di una guerra che si combatte anche attraverso la minaccia di ritorsioni su scala regionale. Kharg, in questo contesto, rappresenta un nodo doppio: militare ed economico. Oltre al suo valore strategico diretto, è anche una leva negoziale. La sua vulnerabilità o il suo controllo potrebbero influenzare eventuali trattative future sul programma nucleare iraniano e sugli assetti di sicurezza nello Stretto di Hormuz.
Resta però un elemento centrale: l’isola è oggi al tempo stesso obiettivo, scudo e potenziale detonatore. Le mine segnalate lungo le coste non sono solo un dettaglio tattico, ma il segnale più evidente di un conflitto che si sta avvicinando a una fase più rischiosa, in cui il controllo del territorio potrebbe diventare la variabile decisiva.
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Shehbaz Sharif (Ansa)
Islamabad vanta un rapporto molto forte con l’amministrazione di Donald Trump, grazie soprattutto al brigadier generale Asim Munir, comandante in capo delle forze armate del paese asiatico. Munir è particolarmente vicino ai vertici militari del Pentagono e anche allo staff del tycoon americano. Negli ultimi mesi il generale pachistano ha incontrato più volte inviati di Washington e a giugno 2025 è stato il primo capo militare del Pakistan ad essere ricevuto alla Casa Bianca, non in veste di leader politico. In questo colloquio Trump aveva pubblicamente lodato la profonda conoscenza di Munir della realtà iraniana ed i due si sarebbero sentiti telefonicamente anche la settimana scorsa. Dopo questo incontro il primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dimostrando concretamente come il Pakistan possa fare da tramite fra i due.
Islamabad infatti continua ad avere rapporti stabili anche con Teheran, nonostante una presa di posizione particolarmente dura dopo l’attacco contro l’Arabia Saudita, nazione con cui il Pakistan ha siglato un accordo di mutua difesa, anche nucleare. Nel 2024 si erano verificati una serie di attacchi lungo il confine fra Iran e Pakistan, ma quella volta era stata la Cina a mediare una tregua. Un ruolo crescente quello pachistano, come sottolinea Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri. «Se le parti lo desiderano, Islamabad è disposta ad ospitare dei colloqui significativi e conclusivi tra Stati Uniti e Iran, per una soluzione globale che ponga fine alla guerra in Medio Oriente. Siamo una grande nazione, rispettata da tutti e accogliamo con grande favore gli sforzi per perseguire il dialogo con l’obiettivo di porre fine allo scontro e per la stabilità di tutta la regione».
Alcuni media turchi hanno riportato la notizia che una delegazione statunitense dovrebbe arrivare in Pakistan entro due o tre giorni per aprire colloqui con l’Iran, una sorta di sherpa da entrambe le parti per capire se ci sia spazio di manovra. «Non ho nessun commento sul possibile arrivo di inviati da Washington in questi giorni, ma posso dire che la diplomazia ed i negoziati spesso richiedono che certe questioni vengano affrontate con estrema discrezione e per questo motivo invito i media ad evitare ogni tipo di speculazione che potrebbe danneggiare il percorso che stiamo faticosamente avviando. Il Pakistan è in prima linea per far terminare la guerra, possiamo e vogliamo essere un ponte e lo facciamo perché il Medio Oriente possa trovare finalmente una pace definitiva».
Per Islamabad questa è una grande occasione per acquisire uno status di potenza geopolitica che non ha mai realmente avuto. Ti avrebbe già informato il Pakistan di ritenere inaccettabile il piano in 15 punti proposto dal presidente statunitense, ma la diplomazia pachistana continua a lavorare. Il suo ruolo da mediatore sarebbe visto molto negativamente dallo storico nemico indiano.
Nonostante la soluzione del conflitto avvantaggerebbe anche Nuova Delhi, garantendole la sicurezza dei rifornimenti energetici, il successo di Islamabad farebbe naufragare la strategia di isolamento del rivale che il Primo ministro indiano Narendra Modi persegue da tempo. L’India ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti ad inizio febbraio che alleggerisce i dazi sui prodotti indiani, ma se il Premier Shehbaz Sharif riuscirà a farsi garante del cessate il fuoco, il peso pachistano crescerà enormemente, sia a livello regionale che globale.
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