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2021-04-05
Il calcio s'illude di uscire dalla crisi giocando più partite
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Quello del numero troppo alto di partite in una singola stagione calcistica è un mantra che ormai si ripete ciclicamente ogni anno, il più delle volte per giustificare lo scarso rendimento di club e giocatori, giunti a fine campionato ormai spremuti e scarichi. Un tema di cui si è discusso con ancor più frequenza nell'ultimo anno, da quando la pandemia ha imposto ritmi più serrati per recuperare il tempo perso durante il primo grande lockdown di marzo 2020 che ha bloccato per oltre tre mesi praticamente i campionati di tutto il mondo e rinvito di 12 mesi gli Europei. «Occorre ridurre il numero di squadre della Serie A da 20 a 18», «dividiamo la Serie A in due gironi e introduciamo i playoff in modo che ci sia un numero inferiore di partite» e poi ancora «annulliamo per una stagione tutte le amichevoli delle Nazionali» si leggeva sui giornali e si ascoltava nelle principali trasmissioni televisive e radiofoniche. Proposte, però, che non tenevano conto di un fattore molto importante e determinante che, nel calcio moderno, è diventato essenziale per la sua sopravvivenza: i diritti televisivi.
È superfluo ormai spiegare e sottolineare come a tenere in piedi tutto il circo dell'azienda pallone siano i proventi che le televisioni versano ogni anno nelle casse dei club. Basta considerare che i ricavi dalla cessione dei diritti audiovisivi hanno un impatto medio del 45% sul fatturato di un top club e del 75% sul quello di una squadra della fascia medio bassa. Per fare degli esempi concreti, riprendendo uno studio elaborato da SportEconomy, il club europeo sul cui fatturato la voce dei diritti tv ha un impatto minore è il Bayern Monaco con il 32%, Real Madrid e Barcellona sono rispettivamente a 34% e 35%, il Manchester United 38%, Chelsea 45%, Arsenal 46%, Manchester City 47%, Liverpool 49%. In Italia sul podio ci sono Inter 37%, Juventus 44% e Milan 48%, mentre Roma e Napoli registrano rispettivamente 59% e 69%.
Traducendo queste percentuali in parole povere, significa che il calcio, italiano, europeo o mondiale che sia, è sempre più dipendente dalle tv che ormai da diversi anni hanno più di una voce in capitolo anche sui giorni e gli orari delle partite, ed è quindi quasi utopistico pensare che si possa ridurre il numero di match stagionali. Anzi, la tendenza va esattamente nella direzione opposta. Il principio è che più gare si giocano, più se ne trasmettono, più i club ricevono soldi dalle pay tv. Nei cinque top tornei europei, Premier League, Liga, Serie A, Bundesliga e Ligue 1, solamente il campionato tedesco rimane fedele alle 18 squadre. Il nostro è passato da 18 a 20 nella stagione 2004/2005 (prima di allora l'ultimo campionato disputato da 20 squadre era stato quello del 1951/1952. E proprio la Uefa, l'organismo che gestisce il calcio europeo, ha deciso di riformare la sua più importante e redditizia competizione per club a livello continentale, ovvero la Champions League. In che modo? Aumentando il numero di partite. Il numero uno della Uefa, lo sloveno Aleksander Čeferin, annuncerà il 19 aprile, in occasione del prossimo comitato esecutivo, il nuovo format che entrerà in vigore dalla stagione 2024/2025 e che vedrà l'abbandono degli ormai tradizionali gironi che precedono la fase a eliminazione diretta e il passaggio a una specie di campionato unico formato da 36 squadre, quattro in più rispetto alle 32 che attualmente compongono gli otto gironi della prima fase, ognuna delle quali sarà impegnata per 10 partite, cinque in casa e cinque in trasferta contro avversari sempre diversi. Alla fine di questa fase le prime otto della classifica accederanno direttamente agli ottavi di finale, mentre le altre otto che comporranno il tabellone delle migliori 16 saranno decise attraverso degli spareggi tra le squadre che si sono piazzate tra il nono e il sedicesimo posto della classifica. Dopodiché quarti, semifinali e finale per un totale di 225 partite, 100 in più (un incremento dell'80%) rispetto alle 125 della formula attuale. Una riforma definita dalla stessa Uefa come «la più radicale degli ultimi 20 anni».
Sul tavolo dell'Uefa ci sarebbe poi anche l'idea di prendere come esempio il modello economico che negli ultimi anni ha portato il Superbowl a essere uno degli eventi sportivi più seguiti e redditizi al mondo. La finalissima che determina la squadra campione della Nfl negli Stati Uniti è stata quantificata in cinque miliardi di euro equivalenti in diritti audiovisivi, a fronte di quella della Champions League che ne raggiunge al massimo uno. Il piano è quello di guadagnare 100 miliardi di euro in 10 anni, cifra astronomica che la National Football League incasserà per 10 anni, a partire dal 2023, dalle televisioni americane e da Amazon per la trasmissione delle gare di football. E per farlo avrà necessariamente bisogno di incrementare gli introiti provenienti dalle tv.
Sempre la Uefa, su un'idea dell'ex presidente Michel Platini, aveva introdotto nel 2018 una nuova competizione per Nazionali, la Uefa Nations League, pensata per sostituire quella serie di amichevoli ritenute dai più come «inutili» e «poco spettacolari». E a partire dalla prossima stagione, 2021/2022, avremo anche la Europa Conference League, una competizione continentale per club che affiancherà le già esistenti e consolidate Champions ed Europa League. Si tratta di un torneo a cui prenderanno parte in totale 184 squadre, almeno una per ognuna delle federazioni iscritte alla Uefa, delle quali soltanto 32 arriveranno alla fase a gironi.
A proposito di Nazionali, nelle scorse settimane SportBusiness ha pubblicato una classifica che mette in ordine le Nazionali per ricavi da sponsor: in testa alla classifica c'è la Germania con 130 milioni ricavati da 17 sponsor, poi Francia e Inghilterra rispettivamente con 92 milioni ricavati da 13 sponsor e 88,4 milioni ricavati da 23 sponsor, e l'Italia al quarto posto con 42,7 milioni ricavati da 25 sponsor (8 in più rispetto alla Germania prima che però guadagna quasi 90 milioni in più).
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Il 19 aprile la Uefa annuncerà la formula della nuova Champions League che dal 2024 avrà in calendario 100 partite in più rispetto al modello attuale. Dalla prossima stagione al via la terza competizione continentale per club, la Conference League. Il meccanismo porterà inevitabilmente maggiori introiti e renderà i club sempre più dipendenti dai diritti televisivi. E anche le Nazionali fanno a gara di sponsor.Quello del numero troppo alto di partite in una singola stagione calcistica è un mantra che ormai si ripete ciclicamente ogni anno, il più delle volte per giustificare lo scarso rendimento di club e giocatori, giunti a fine campionato ormai spremuti e scarichi. Un tema di cui si è discusso con ancor più frequenza nell'ultimo anno, da quando la pandemia ha imposto ritmi più serrati per recuperare il tempo perso durante il primo grande lockdown di marzo 2020 che ha bloccato per oltre tre mesi praticamente i campionati di tutto il mondo e rinvito di 12 mesi gli Europei. «Occorre ridurre il numero di squadre della Serie A da 20 a 18», «dividiamo la Serie A in due gironi e introduciamo i playoff in modo che ci sia un numero inferiore di partite» e poi ancora «annulliamo per una stagione tutte le amichevoli delle Nazionali» si leggeva sui giornali e si ascoltava nelle principali trasmissioni televisive e radiofoniche. Proposte, però, che non tenevano conto di un fattore molto importante e determinante che, nel calcio moderno, è diventato essenziale per la sua sopravvivenza: i diritti televisivi.È superfluo ormai spiegare e sottolineare come a tenere in piedi tutto il circo dell'azienda pallone siano i proventi che le televisioni versano ogni anno nelle casse dei club. Basta considerare che i ricavi dalla cessione dei diritti audiovisivi hanno un impatto medio del 45% sul fatturato di un top club e del 75% sul quello di una squadra della fascia medio bassa. Per fare degli esempi concreti, riprendendo uno studio elaborato da SportEconomy, il club europeo sul cui fatturato la voce dei diritti tv ha un impatto minore è il Bayern Monaco con il 32%, Real Madrid e Barcellona sono rispettivamente a 34% e 35%, il Manchester United 38%, Chelsea 45%, Arsenal 46%, Manchester City 47%, Liverpool 49%. In Italia sul podio ci sono Inter 37%, Juventus 44% e Milan 48%, mentre Roma e Napoli registrano rispettivamente 59% e 69%.Traducendo queste percentuali in parole povere, significa che il calcio, italiano, europeo o mondiale che sia, è sempre più dipendente dalle tv che ormai da diversi anni hanno più di una voce in capitolo anche sui giorni e gli orari delle partite, ed è quindi quasi utopistico pensare che si possa ridurre il numero di match stagionali. Anzi, la tendenza va esattamente nella direzione opposta. Il principio è che più gare si giocano, più se ne trasmettono, più i club ricevono soldi dalle pay tv. Nei cinque top tornei europei, Premier League, Liga, Serie A, Bundesliga e Ligue 1, solamente il campionato tedesco rimane fedele alle 18 squadre. Il nostro è passato da 18 a 20 nella stagione 2004/2005 (prima di allora l'ultimo campionato disputato da 20 squadre era stato quello del 1951/1952. E proprio la Uefa, l'organismo che gestisce il calcio europeo, ha deciso di riformare la sua più importante e redditizia competizione per club a livello continentale, ovvero la Champions League. In che modo? Aumentando il numero di partite. Il numero uno della Uefa, lo sloveno Aleksander Čeferin, annuncerà il 19 aprile, in occasione del prossimo comitato esecutivo, il nuovo format che entrerà in vigore dalla stagione 2024/2025 e che vedrà l'abbandono degli ormai tradizionali gironi che precedono la fase a eliminazione diretta e il passaggio a una specie di campionato unico formato da 36 squadre, quattro in più rispetto alle 32 che attualmente compongono gli otto gironi della prima fase, ognuna delle quali sarà impegnata per 10 partite, cinque in casa e cinque in trasferta contro avversari sempre diversi. Alla fine di questa fase le prime otto della classifica accederanno direttamente agli ottavi di finale, mentre le altre otto che comporranno il tabellone delle migliori 16 saranno decise attraverso degli spareggi tra le squadre che si sono piazzate tra il nono e il sedicesimo posto della classifica. Dopodiché quarti, semifinali e finale per un totale di 225 partite, 100 in più (un incremento dell'80%) rispetto alle 125 della formula attuale. Una riforma definita dalla stessa Uefa come «la più radicale degli ultimi 20 anni».Sul tavolo dell'Uefa ci sarebbe poi anche l'idea di prendere come esempio il modello economico che negli ultimi anni ha portato il Superbowl a essere uno degli eventi sportivi più seguiti e redditizi al mondo. La finalissima che determina la squadra campione della Nfl negli Stati Uniti è stata quantificata in cinque miliardi di euro equivalenti in diritti audiovisivi, a fronte di quella della Champions League che ne raggiunge al massimo uno. Il piano è quello di guadagnare 100 miliardi di euro in 10 anni, cifra astronomica che la National Football League incasserà per 10 anni, a partire dal 2023, dalle televisioni americane e da Amazon per la trasmissione delle gare di football. E per farlo avrà necessariamente bisogno di incrementare gli introiti provenienti dalle tv.Sempre la Uefa, su un'idea dell'ex presidente Michel Platini, aveva introdotto nel 2018 una nuova competizione per Nazionali, la Uefa Nations League, pensata per sostituire quella serie di amichevoli ritenute dai più come «inutili» e «poco spettacolari». E a partire dalla prossima stagione, 2021/2022, avremo anche la Europa Conference League, una competizione continentale per club che affiancherà le già esistenti e consolidate Champions ed Europa League. Si tratta di un torneo a cui prenderanno parte in totale 184 squadre, almeno una per ognuna delle federazioni iscritte alla Uefa, delle quali soltanto 32 arriveranno alla fase a gironi.A proposito di Nazionali, nelle scorse settimane SportBusiness ha pubblicato una classifica che mette in ordine le Nazionali per ricavi da sponsor: in testa alla classifica c'è la Germania con 130 milioni ricavati da 17 sponsor, poi Francia e Inghilterra rispettivamente con 92 milioni ricavati da 13 sponsor e 88,4 milioni ricavati da 23 sponsor, e l'Italia al quarto posto con 42,7 milioni ricavati da 25 sponsor (8 in più rispetto alla Germania prima che però guadagna quasi 90 milioni in più).
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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