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2022-02-11
Cacciari: la Costituzione green è demenziale
«La cosa più importante è abbracciare le piante». Il Parlamento ha messo in Costituzione la parodia gaberiana dell’ecobuonismo. «È demenziale», sbotta con La Verità Massimo Cacciari, «continuare a intervenire sulla Carta a straccetti. È un modo infame».
La riforma green è un agguato alla legge fondamentale della Repubblica, condotto sulla scorta di un’emergenza, vera o presunta. In principio fu lo spread, con il pareggio di bilancio; poi il Covid, con la sospensione dei diritti; ora sono l’ambiente e gli animali, con una potenziale minaccia alla libertà economica e, paradossalmente, ad attività ecologicamente essenziali, quali caccia e allevamento. Ma una Costituzione è il pilastro dell’edificio istituzionale: dovrebbe restare fermo proprio nei tempi difficili. È lecito emendarla? Certo. Tuttavia, sarebbe bene farlo a mente fredda, anziché a rimorchio dell’allarme del momento.
Cacciari esprime un disagio simile, perché è preoccupato dai blitz condotti «per inseguire le mode»; differente, perché, secondo lui, il guaio è che «la nostra Costituzione andrebbe ripensata complessivamente, in punti fondamentali. O la questione si affronta in termini di sistema, o questi interventi sono pezzenterie, come le varie commissioni e sottocommissioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Cosa ne è uscito? Disastri, tipo la trasformazione del Titolo V, che ha incasinato ancora di più la situazione». Il difetto è metodologico: «Nel quadro di un disegno di riforma generale, poteva starci bene anche la tutela dell’ambiente».
È allarmante, o almeno anomalo, l’unanimismo silenzioso con cui è stata approvata la riforma? «Lo avete visto che questi votano tutti insieme appassionatamente... Per un anno staranno lì abbarbicati». Quanto allo scarso - nullo - coinvolgimento dell’opinione pubblica, Cacciari è caustico: «La metà degli italiani fa fatica ad arrivare alla fine del mese, gli indici di povertà sono cresciuti, la disoccupazione giovanile non cala di una virgola. Cosa vuole che gliene freghi alla gente se il Parlamento aggiunge una frase a un articolo della Costituzione?».
Il punto è che i proclami alati di amore per la natura, trasformati in vincoli supremi all’impresa, possono provocare effetti collaterali molto concreti nella vita delle persone. Perplessità erano emerse anzitutto tra i giuristi, probabilmente gli unici al corrente dell’iniziativa politica, anche perché in molti erano stati convocati in audizione.
Degno di nota un acuminatissimo intervento, vergato da Giampiero di Plinio, già docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Chieti-Pescara e rettore dell’Università telematica Leonardo Da Vinci, pubblicato a luglio su Federalismi.it. L’esperto liquidava la riforma, allora ancora in discussione, come «inutile, forse dannosa, al limite stupida». In primo luogo, poiché interveniva su «una parte della Costituzione che finora è stata considerata intoccabile», ovvero i suoi primi 12 articoli, denominati, non a caso, «Principi fondamentali». È il frutto di una nevrosi tipica di «quasi tutte le democrazie occidentali», ormai «neoplasticamente affette da una (ir)resistibile invasione di “nuovi” diritti fondati su un nucleo, una “super etica” del politically correct». In più, il progetto equivocava il carattere assoluto della tutela dell’ambiente. Che spetta allo Stato, però è modulabile a livello regionale, con «forme di disciplina ben più modeste»: quindi, il dogma ecologico non può assurgere a «valore costituzionale “tiranno”». Imporlo avrebbe implicato «la fine immediata del modo di produzione capitalistico, anzi, di qualunque modo di produzione».
Il prof di Plinio pensava alla giurisprudenza creativa, la quale, dai tardi anni Sessanta, «in assenza di leggi “ambientali”, costruì in via interpretativa un diritto (anche penale) vivente dell’ambiente, orientato sulla valutazione discrezionale del giudice sui limiti dell’attività d’impresa, incriminando dirigenti e chiudendo fabbriche che essa stessa giudicava come inquinanti». In effetti, lo scrutinio preventivo dell’iniziativa privata, fondato sull’ideologia green e persino su un indefinito «interesse delle generazioni future», conduce per forza a uno scenario da Ilva di Taranto. Atteso che tappezzare un crinale di pannelli solari non è una manna per gli ecosistemi. Si è materializzata la paura di di Plinio: l’assenza di bilanciamento tra «la Costituzione economica» e il desiderio di preservare la natura. Tenuto conto, come notò in audizione Andrea Morrone, costituzionalista dell’Alma Mater di Bologna, che già «l’ordinamento italiano vigente conosce forme di tutela molto più avanzate» delle dichiarazioni d’intenti, precipitate nel dettato della Carta.
Si finisce divorati da un sospetto: che la crociata verde getti la premessa «decrescista» della transizione ecologica. Una spinta deflativa, giocata sulla limitazione sia dell’offerta (la mannaia green sulle aziende), sia della domanda (la perdita di potere d’acquisto delle classi medie). Qualcuno avrà pensato che la pietanza dell’austerità si digerisce meglio, se ha la faccia di Greta, anziché di Monti.
Sergio Berlato: «Ora cacciatori e perfino allevatori rischiano di essere messi al bando»
Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è un appassionato di caccia e presiede l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale.
La svolta green in Costituzione la preoccupa?
«La prima versione dell’articolo 9 era peggiore. Il testo è stato migliorato, è meno esplicito, ma produrrà effetti altrettanto dannosi».
Perché?
«Hanno demandato la tutela degli animali alla legge ordinaria, per la cui approvazione, a differenza di una riforma costituzionale, è sufficiente la maggioranza semplice. Basterà poco per vietare la disciplina sportiva a un cacciatore. Ma anche un allevatore, che cura i suoi animali per portarli a macellazione e servirli sulle tavole degli italiani, come giustificherà la propria attività?».
Qualcuno potrebbe finire per portare la questione della legittimità della caccia alla Corte costituzionale?
«È proprio questo il pericolo e, appunto, non riguarda solo la caccia, ma tutte le attività rurali che hanno a che fare con gli animali».
Teme che queste attività - caccia, pesca, allevamento - possano un giorno diventare incostituzionali?
«Sì, perché tutte le norme che poi verranno approvate faranno riferimento a una norma di rango costituzionale. Sarà il pretesto per giustificare tutte le future leggi restrittive».
Però anche il suo partito, con l’eccezione dell’onorevole Maria Cristina Caretta, ha votato la riforma.
«La quasi totalità dei parlamentari ha votato a favore non perché ne condividesse i contenuti, ma perché la versione finale era meno peggio del testo iniziale. Purtroppo, non sono state valutate le ricadute pratiche di ciò che il Parlamento stava approvando».
Ecco. Parliamo di ricadute economiche di un’ipotetica legge anti caccia.
«Ogni cacciatore è costretto a versare ogni anno una tassa di concessione governativa di 173,16 euro. Poi, deve versare una tassa regionale, che può avere un importo equivalente. Oltre a questo, è tenuto a pagare la propria quota di accesso agli ambiti territoriali di caccia o ai comprensori alpini. E la quota oscilla tra i 100 e i 600 euro. Alla fine, solo i cacciatori residenti in Veneto versano all’erario circa 20 milioni di euro l’anno».
Che vanno moltiplicati per ogni Regione italiana?
«Esatto: parliamo di almeno 400 milioni l’anno. E poi c’è l’indotto».
Cioè?
«Abbigliamento, fucili, munizioni, cinofilia… Un settore che dà da lavorare a circa 200.000 famiglie. Aggiunga a questo il volume d’affari delle altre attività rurali: pesca, allevamento, agricoltura… Siamo milioni di persone, importantissime sul piano economico e occupazionale. Dall’altra parte, invece, ci sono i falsi ambientalisti di città. Persone che vorrebbero abolire tutto ciò che non condividono».
I cacciatori sono ambientalisti?
«Sono i veri ambientalisti. La caccia è, in tutto il mondo, uno strumento indispensabile di gestione dell’ecosistema. Ne abbiamo la prova con la diffusione della peste suina africana, che determinerà un danno enorme agli allevamenti di maiali del Nord, ed è stata causata dal proliferare di cinghiali che non sono stati abbattuti. D’altronde, già da tempo i cinghiali sono arrivati fino al centro di Roma… La caccia assicura l’equilibrio anche tra specie animali. Pensi a quello che sta succedendo con i lupi».
Che sta succedendo?
«Il lupo è diventato una specie di animale sacro: abbiamo la più alta concentrazione di lupi d’Europa, ma da noi sono intoccabili. Sa qual è il risultato?».
Qual è?
«Che gli allevatori sono costretti ad abbandonare interi territori, per evitare che le loro mandrie siano predate ogni notte. E se un territorio viene abbandonato, nessuno va più a falciare i prati. Nessuno va più a tenere pulito l’ambiente».
Nemmeno gli attivisti?
«Nemmeno loro, che predicano l’ambientalismo, ma non lo praticano».
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Il filosofo incenerisce il ritocco della Carta in stile Greta: «La norma fondamentale va riformata strutturalmente, non a pezzi inseguendo le mode del momento». Ignorati i dubbi dei giuristi. Di Plinio: «Scelta stupida, sarà la fine del capitalismo».L’eurodeputato Sergio Berlato: «In pericolo tutte le attività rurali, cioè il lavoro di 200.000 famiglie».Lo speciale contiene due articoli.«La cosa più importante è abbracciare le piante». Il Parlamento ha messo in Costituzione la parodia gaberiana dell’ecobuonismo. «È demenziale», sbotta con La Verità Massimo Cacciari, «continuare a intervenire sulla Carta a straccetti. È un modo infame». La riforma green è un agguato alla legge fondamentale della Repubblica, condotto sulla scorta di un’emergenza, vera o presunta. In principio fu lo spread, con il pareggio di bilancio; poi il Covid, con la sospensione dei diritti; ora sono l’ambiente e gli animali, con una potenziale minaccia alla libertà economica e, paradossalmente, ad attività ecologicamente essenziali, quali caccia e allevamento. Ma una Costituzione è il pilastro dell’edificio istituzionale: dovrebbe restare fermo proprio nei tempi difficili. È lecito emendarla? Certo. Tuttavia, sarebbe bene farlo a mente fredda, anziché a rimorchio dell’allarme del momento. Cacciari esprime un disagio simile, perché è preoccupato dai blitz condotti «per inseguire le mode»; differente, perché, secondo lui, il guaio è che «la nostra Costituzione andrebbe ripensata complessivamente, in punti fondamentali. O la questione si affronta in termini di sistema, o questi interventi sono pezzenterie, come le varie commissioni e sottocommissioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Cosa ne è uscito? Disastri, tipo la trasformazione del Titolo V, che ha incasinato ancora di più la situazione». Il difetto è metodologico: «Nel quadro di un disegno di riforma generale, poteva starci bene anche la tutela dell’ambiente». È allarmante, o almeno anomalo, l’unanimismo silenzioso con cui è stata approvata la riforma? «Lo avete visto che questi votano tutti insieme appassionatamente... Per un anno staranno lì abbarbicati». Quanto allo scarso - nullo - coinvolgimento dell’opinione pubblica, Cacciari è caustico: «La metà degli italiani fa fatica ad arrivare alla fine del mese, gli indici di povertà sono cresciuti, la disoccupazione giovanile non cala di una virgola. Cosa vuole che gliene freghi alla gente se il Parlamento aggiunge una frase a un articolo della Costituzione?». Il punto è che i proclami alati di amore per la natura, trasformati in vincoli supremi all’impresa, possono provocare effetti collaterali molto concreti nella vita delle persone. Perplessità erano emerse anzitutto tra i giuristi, probabilmente gli unici al corrente dell’iniziativa politica, anche perché in molti erano stati convocati in audizione. Degno di nota un acuminatissimo intervento, vergato da Giampiero di Plinio, già docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Chieti-Pescara e rettore dell’Università telematica Leonardo Da Vinci, pubblicato a luglio su Federalismi.it. L’esperto liquidava la riforma, allora ancora in discussione, come «inutile, forse dannosa, al limite stupida». In primo luogo, poiché interveniva su «una parte della Costituzione che finora è stata considerata intoccabile», ovvero i suoi primi 12 articoli, denominati, non a caso, «Principi fondamentali». È il frutto di una nevrosi tipica di «quasi tutte le democrazie occidentali», ormai «neoplasticamente affette da una (ir)resistibile invasione di “nuovi” diritti fondati su un nucleo, una “super etica” del politically correct». In più, il progetto equivocava il carattere assoluto della tutela dell’ambiente. Che spetta allo Stato, però è modulabile a livello regionale, con «forme di disciplina ben più modeste»: quindi, il dogma ecologico non può assurgere a «valore costituzionale “tiranno”». Imporlo avrebbe implicato «la fine immediata del modo di produzione capitalistico, anzi, di qualunque modo di produzione».Il prof di Plinio pensava alla giurisprudenza creativa, la quale, dai tardi anni Sessanta, «in assenza di leggi “ambientali”, costruì in via interpretativa un diritto (anche penale) vivente dell’ambiente, orientato sulla valutazione discrezionale del giudice sui limiti dell’attività d’impresa, incriminando dirigenti e chiudendo fabbriche che essa stessa giudicava come inquinanti». In effetti, lo scrutinio preventivo dell’iniziativa privata, fondato sull’ideologia green e persino su un indefinito «interesse delle generazioni future», conduce per forza a uno scenario da Ilva di Taranto. Atteso che tappezzare un crinale di pannelli solari non è una manna per gli ecosistemi. Si è materializzata la paura di di Plinio: l’assenza di bilanciamento tra «la Costituzione economica» e il desiderio di preservare la natura. Tenuto conto, come notò in audizione Andrea Morrone, costituzionalista dell’Alma Mater di Bologna, che già «l’ordinamento italiano vigente conosce forme di tutela molto più avanzate» delle dichiarazioni d’intenti, precipitate nel dettato della Carta.Si finisce divorati da un sospetto: che la crociata verde getti la premessa «decrescista» della transizione ecologica. Una spinta deflativa, giocata sulla limitazione sia dell’offerta (la mannaia green sulle aziende), sia della domanda (la perdita di potere d’acquisto delle classi medie). Qualcuno avrà pensato che la pietanza dell’austerità si digerisce meglio, se ha la faccia di Greta, anziché di Monti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cacciari-la-costituzione-green-e-demenziale-2656632024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sergio-berlato-ora-cacciatori-e-perfino-allevatori-rischiano-di-essere-messi-al-bando" data-post-id="2656632024" data-published-at="1644578662" data-use-pagination="False"> Sergio Berlato: «Ora cacciatori e perfino allevatori rischiano di essere messi al bando» Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è un appassionato di caccia e presiede l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale. La svolta green in Costituzione la preoccupa? «La prima versione dell’articolo 9 era peggiore. Il testo è stato migliorato, è meno esplicito, ma produrrà effetti altrettanto dannosi». Perché? «Hanno demandato la tutela degli animali alla legge ordinaria, per la cui approvazione, a differenza di una riforma costituzionale, è sufficiente la maggioranza semplice. Basterà poco per vietare la disciplina sportiva a un cacciatore. Ma anche un allevatore, che cura i suoi animali per portarli a macellazione e servirli sulle tavole degli italiani, come giustificherà la propria attività?». Qualcuno potrebbe finire per portare la questione della legittimità della caccia alla Corte costituzionale? «È proprio questo il pericolo e, appunto, non riguarda solo la caccia, ma tutte le attività rurali che hanno a che fare con gli animali». Teme che queste attività - caccia, pesca, allevamento - possano un giorno diventare incostituzionali? «Sì, perché tutte le norme che poi verranno approvate faranno riferimento a una norma di rango costituzionale. Sarà il pretesto per giustificare tutte le future leggi restrittive». Però anche il suo partito, con l’eccezione dell’onorevole Maria Cristina Caretta, ha votato la riforma. «La quasi totalità dei parlamentari ha votato a favore non perché ne condividesse i contenuti, ma perché la versione finale era meno peggio del testo iniziale. Purtroppo, non sono state valutate le ricadute pratiche di ciò che il Parlamento stava approvando». Ecco. Parliamo di ricadute economiche di un’ipotetica legge anti caccia. «Ogni cacciatore è costretto a versare ogni anno una tassa di concessione governativa di 173,16 euro. Poi, deve versare una tassa regionale, che può avere un importo equivalente. Oltre a questo, è tenuto a pagare la propria quota di accesso agli ambiti territoriali di caccia o ai comprensori alpini. E la quota oscilla tra i 100 e i 600 euro. Alla fine, solo i cacciatori residenti in Veneto versano all’erario circa 20 milioni di euro l’anno». Che vanno moltiplicati per ogni Regione italiana? «Esatto: parliamo di almeno 400 milioni l’anno. E poi c’è l’indotto». Cioè? «Abbigliamento, fucili, munizioni, cinofilia… Un settore che dà da lavorare a circa 200.000 famiglie. Aggiunga a questo il volume d’affari delle altre attività rurali: pesca, allevamento, agricoltura… Siamo milioni di persone, importantissime sul piano economico e occupazionale. Dall’altra parte, invece, ci sono i falsi ambientalisti di città. Persone che vorrebbero abolire tutto ciò che non condividono». I cacciatori sono ambientalisti? «Sono i veri ambientalisti. La caccia è, in tutto il mondo, uno strumento indispensabile di gestione dell’ecosistema. Ne abbiamo la prova con la diffusione della peste suina africana, che determinerà un danno enorme agli allevamenti di maiali del Nord, ed è stata causata dal proliferare di cinghiali che non sono stati abbattuti. D’altronde, già da tempo i cinghiali sono arrivati fino al centro di Roma… La caccia assicura l’equilibrio anche tra specie animali. Pensi a quello che sta succedendo con i lupi». Che sta succedendo? «Il lupo è diventato una specie di animale sacro: abbiamo la più alta concentrazione di lupi d’Europa, ma da noi sono intoccabili. Sa qual è il risultato?». Qual è? «Che gli allevatori sono costretti ad abbandonare interi territori, per evitare che le loro mandrie siano predate ogni notte. E se un territorio viene abbandonato, nessuno va più a falciare i prati. Nessuno va più a tenere pulito l’ambiente». Nemmeno gli attivisti? «Nemmeno loro, che predicano l’ambientalismo, ma non lo praticano».
L'accoglienza di Giorgia Meloni al primo ministro dell'India Narendra Modi a Villa Doria Pamphili (Ansa)
La visita di Narendra Modi a Roma non è stata una tappa di cortesia. È il segnale che l’Italia ha capito dove si sta spostando il baricentro del mondo.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
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