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2022-02-11
Cacciari: la Costituzione green è demenziale
«La cosa più importante è abbracciare le piante». Il Parlamento ha messo in Costituzione la parodia gaberiana dell’ecobuonismo. «È demenziale», sbotta con La Verità Massimo Cacciari, «continuare a intervenire sulla Carta a straccetti. È un modo infame».
La riforma green è un agguato alla legge fondamentale della Repubblica, condotto sulla scorta di un’emergenza, vera o presunta. In principio fu lo spread, con il pareggio di bilancio; poi il Covid, con la sospensione dei diritti; ora sono l’ambiente e gli animali, con una potenziale minaccia alla libertà economica e, paradossalmente, ad attività ecologicamente essenziali, quali caccia e allevamento. Ma una Costituzione è il pilastro dell’edificio istituzionale: dovrebbe restare fermo proprio nei tempi difficili. È lecito emendarla? Certo. Tuttavia, sarebbe bene farlo a mente fredda, anziché a rimorchio dell’allarme del momento.
Cacciari esprime un disagio simile, perché è preoccupato dai blitz condotti «per inseguire le mode»; differente, perché, secondo lui, il guaio è che «la nostra Costituzione andrebbe ripensata complessivamente, in punti fondamentali. O la questione si affronta in termini di sistema, o questi interventi sono pezzenterie, come le varie commissioni e sottocommissioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Cosa ne è uscito? Disastri, tipo la trasformazione del Titolo V, che ha incasinato ancora di più la situazione». Il difetto è metodologico: «Nel quadro di un disegno di riforma generale, poteva starci bene anche la tutela dell’ambiente».
È allarmante, o almeno anomalo, l’unanimismo silenzioso con cui è stata approvata la riforma? «Lo avete visto che questi votano tutti insieme appassionatamente... Per un anno staranno lì abbarbicati». Quanto allo scarso - nullo - coinvolgimento dell’opinione pubblica, Cacciari è caustico: «La metà degli italiani fa fatica ad arrivare alla fine del mese, gli indici di povertà sono cresciuti, la disoccupazione giovanile non cala di una virgola. Cosa vuole che gliene freghi alla gente se il Parlamento aggiunge una frase a un articolo della Costituzione?».
Il punto è che i proclami alati di amore per la natura, trasformati in vincoli supremi all’impresa, possono provocare effetti collaterali molto concreti nella vita delle persone. Perplessità erano emerse anzitutto tra i giuristi, probabilmente gli unici al corrente dell’iniziativa politica, anche perché in molti erano stati convocati in audizione.
Degno di nota un acuminatissimo intervento, vergato da Giampiero di Plinio, già docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Chieti-Pescara e rettore dell’Università telematica Leonardo Da Vinci, pubblicato a luglio su Federalismi.it. L’esperto liquidava la riforma, allora ancora in discussione, come «inutile, forse dannosa, al limite stupida». In primo luogo, poiché interveniva su «una parte della Costituzione che finora è stata considerata intoccabile», ovvero i suoi primi 12 articoli, denominati, non a caso, «Principi fondamentali». È il frutto di una nevrosi tipica di «quasi tutte le democrazie occidentali», ormai «neoplasticamente affette da una (ir)resistibile invasione di “nuovi” diritti fondati su un nucleo, una “super etica” del politically correct». In più, il progetto equivocava il carattere assoluto della tutela dell’ambiente. Che spetta allo Stato, però è modulabile a livello regionale, con «forme di disciplina ben più modeste»: quindi, il dogma ecologico non può assurgere a «valore costituzionale “tiranno”». Imporlo avrebbe implicato «la fine immediata del modo di produzione capitalistico, anzi, di qualunque modo di produzione».
Il prof di Plinio pensava alla giurisprudenza creativa, la quale, dai tardi anni Sessanta, «in assenza di leggi “ambientali”, costruì in via interpretativa un diritto (anche penale) vivente dell’ambiente, orientato sulla valutazione discrezionale del giudice sui limiti dell’attività d’impresa, incriminando dirigenti e chiudendo fabbriche che essa stessa giudicava come inquinanti». In effetti, lo scrutinio preventivo dell’iniziativa privata, fondato sull’ideologia green e persino su un indefinito «interesse delle generazioni future», conduce per forza a uno scenario da Ilva di Taranto. Atteso che tappezzare un crinale di pannelli solari non è una manna per gli ecosistemi. Si è materializzata la paura di di Plinio: l’assenza di bilanciamento tra «la Costituzione economica» e il desiderio di preservare la natura. Tenuto conto, come notò in audizione Andrea Morrone, costituzionalista dell’Alma Mater di Bologna, che già «l’ordinamento italiano vigente conosce forme di tutela molto più avanzate» delle dichiarazioni d’intenti, precipitate nel dettato della Carta.
Si finisce divorati da un sospetto: che la crociata verde getti la premessa «decrescista» della transizione ecologica. Una spinta deflativa, giocata sulla limitazione sia dell’offerta (la mannaia green sulle aziende), sia della domanda (la perdita di potere d’acquisto delle classi medie). Qualcuno avrà pensato che la pietanza dell’austerità si digerisce meglio, se ha la faccia di Greta, anziché di Monti.
Sergio Berlato: «Ora cacciatori e perfino allevatori rischiano di essere messi al bando»
Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è un appassionato di caccia e presiede l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale.
La svolta green in Costituzione la preoccupa?
«La prima versione dell’articolo 9 era peggiore. Il testo è stato migliorato, è meno esplicito, ma produrrà effetti altrettanto dannosi».
Perché?
«Hanno demandato la tutela degli animali alla legge ordinaria, per la cui approvazione, a differenza di una riforma costituzionale, è sufficiente la maggioranza semplice. Basterà poco per vietare la disciplina sportiva a un cacciatore. Ma anche un allevatore, che cura i suoi animali per portarli a macellazione e servirli sulle tavole degli italiani, come giustificherà la propria attività?».
Qualcuno potrebbe finire per portare la questione della legittimità della caccia alla Corte costituzionale?
«È proprio questo il pericolo e, appunto, non riguarda solo la caccia, ma tutte le attività rurali che hanno a che fare con gli animali».
Teme che queste attività - caccia, pesca, allevamento - possano un giorno diventare incostituzionali?
«Sì, perché tutte le norme che poi verranno approvate faranno riferimento a una norma di rango costituzionale. Sarà il pretesto per giustificare tutte le future leggi restrittive».
Però anche il suo partito, con l’eccezione dell’onorevole Maria Cristina Caretta, ha votato la riforma.
«La quasi totalità dei parlamentari ha votato a favore non perché ne condividesse i contenuti, ma perché la versione finale era meno peggio del testo iniziale. Purtroppo, non sono state valutate le ricadute pratiche di ciò che il Parlamento stava approvando».
Ecco. Parliamo di ricadute economiche di un’ipotetica legge anti caccia.
«Ogni cacciatore è costretto a versare ogni anno una tassa di concessione governativa di 173,16 euro. Poi, deve versare una tassa regionale, che può avere un importo equivalente. Oltre a questo, è tenuto a pagare la propria quota di accesso agli ambiti territoriali di caccia o ai comprensori alpini. E la quota oscilla tra i 100 e i 600 euro. Alla fine, solo i cacciatori residenti in Veneto versano all’erario circa 20 milioni di euro l’anno».
Che vanno moltiplicati per ogni Regione italiana?
«Esatto: parliamo di almeno 400 milioni l’anno. E poi c’è l’indotto».
Cioè?
«Abbigliamento, fucili, munizioni, cinofilia… Un settore che dà da lavorare a circa 200.000 famiglie. Aggiunga a questo il volume d’affari delle altre attività rurali: pesca, allevamento, agricoltura… Siamo milioni di persone, importantissime sul piano economico e occupazionale. Dall’altra parte, invece, ci sono i falsi ambientalisti di città. Persone che vorrebbero abolire tutto ciò che non condividono».
I cacciatori sono ambientalisti?
«Sono i veri ambientalisti. La caccia è, in tutto il mondo, uno strumento indispensabile di gestione dell’ecosistema. Ne abbiamo la prova con la diffusione della peste suina africana, che determinerà un danno enorme agli allevamenti di maiali del Nord, ed è stata causata dal proliferare di cinghiali che non sono stati abbattuti. D’altronde, già da tempo i cinghiali sono arrivati fino al centro di Roma… La caccia assicura l’equilibrio anche tra specie animali. Pensi a quello che sta succedendo con i lupi».
Che sta succedendo?
«Il lupo è diventato una specie di animale sacro: abbiamo la più alta concentrazione di lupi d’Europa, ma da noi sono intoccabili. Sa qual è il risultato?».
Qual è?
«Che gli allevatori sono costretti ad abbandonare interi territori, per evitare che le loro mandrie siano predate ogni notte. E se un territorio viene abbandonato, nessuno va più a falciare i prati. Nessuno va più a tenere pulito l’ambiente».
Nemmeno gli attivisti?
«Nemmeno loro, che predicano l’ambientalismo, ma non lo praticano».
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Il filosofo incenerisce il ritocco della Carta in stile Greta: «La norma fondamentale va riformata strutturalmente, non a pezzi inseguendo le mode del momento». Ignorati i dubbi dei giuristi. Di Plinio: «Scelta stupida, sarà la fine del capitalismo».L’eurodeputato Sergio Berlato: «In pericolo tutte le attività rurali, cioè il lavoro di 200.000 famiglie».Lo speciale contiene due articoli.«La cosa più importante è abbracciare le piante». Il Parlamento ha messo in Costituzione la parodia gaberiana dell’ecobuonismo. «È demenziale», sbotta con La Verità Massimo Cacciari, «continuare a intervenire sulla Carta a straccetti. È un modo infame». La riforma green è un agguato alla legge fondamentale della Repubblica, condotto sulla scorta di un’emergenza, vera o presunta. In principio fu lo spread, con il pareggio di bilancio; poi il Covid, con la sospensione dei diritti; ora sono l’ambiente e gli animali, con una potenziale minaccia alla libertà economica e, paradossalmente, ad attività ecologicamente essenziali, quali caccia e allevamento. Ma una Costituzione è il pilastro dell’edificio istituzionale: dovrebbe restare fermo proprio nei tempi difficili. È lecito emendarla? Certo. Tuttavia, sarebbe bene farlo a mente fredda, anziché a rimorchio dell’allarme del momento. Cacciari esprime un disagio simile, perché è preoccupato dai blitz condotti «per inseguire le mode»; differente, perché, secondo lui, il guaio è che «la nostra Costituzione andrebbe ripensata complessivamente, in punti fondamentali. O la questione si affronta in termini di sistema, o questi interventi sono pezzenterie, come le varie commissioni e sottocommissioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Cosa ne è uscito? Disastri, tipo la trasformazione del Titolo V, che ha incasinato ancora di più la situazione». Il difetto è metodologico: «Nel quadro di un disegno di riforma generale, poteva starci bene anche la tutela dell’ambiente». È allarmante, o almeno anomalo, l’unanimismo silenzioso con cui è stata approvata la riforma? «Lo avete visto che questi votano tutti insieme appassionatamente... Per un anno staranno lì abbarbicati». Quanto allo scarso - nullo - coinvolgimento dell’opinione pubblica, Cacciari è caustico: «La metà degli italiani fa fatica ad arrivare alla fine del mese, gli indici di povertà sono cresciuti, la disoccupazione giovanile non cala di una virgola. Cosa vuole che gliene freghi alla gente se il Parlamento aggiunge una frase a un articolo della Costituzione?». Il punto è che i proclami alati di amore per la natura, trasformati in vincoli supremi all’impresa, possono provocare effetti collaterali molto concreti nella vita delle persone. Perplessità erano emerse anzitutto tra i giuristi, probabilmente gli unici al corrente dell’iniziativa politica, anche perché in molti erano stati convocati in audizione. Degno di nota un acuminatissimo intervento, vergato da Giampiero di Plinio, già docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Chieti-Pescara e rettore dell’Università telematica Leonardo Da Vinci, pubblicato a luglio su Federalismi.it. L’esperto liquidava la riforma, allora ancora in discussione, come «inutile, forse dannosa, al limite stupida». In primo luogo, poiché interveniva su «una parte della Costituzione che finora è stata considerata intoccabile», ovvero i suoi primi 12 articoli, denominati, non a caso, «Principi fondamentali». È il frutto di una nevrosi tipica di «quasi tutte le democrazie occidentali», ormai «neoplasticamente affette da una (ir)resistibile invasione di “nuovi” diritti fondati su un nucleo, una “super etica” del politically correct». In più, il progetto equivocava il carattere assoluto della tutela dell’ambiente. Che spetta allo Stato, però è modulabile a livello regionale, con «forme di disciplina ben più modeste»: quindi, il dogma ecologico non può assurgere a «valore costituzionale “tiranno”». Imporlo avrebbe implicato «la fine immediata del modo di produzione capitalistico, anzi, di qualunque modo di produzione».Il prof di Plinio pensava alla giurisprudenza creativa, la quale, dai tardi anni Sessanta, «in assenza di leggi “ambientali”, costruì in via interpretativa un diritto (anche penale) vivente dell’ambiente, orientato sulla valutazione discrezionale del giudice sui limiti dell’attività d’impresa, incriminando dirigenti e chiudendo fabbriche che essa stessa giudicava come inquinanti». In effetti, lo scrutinio preventivo dell’iniziativa privata, fondato sull’ideologia green e persino su un indefinito «interesse delle generazioni future», conduce per forza a uno scenario da Ilva di Taranto. Atteso che tappezzare un crinale di pannelli solari non è una manna per gli ecosistemi. Si è materializzata la paura di di Plinio: l’assenza di bilanciamento tra «la Costituzione economica» e il desiderio di preservare la natura. Tenuto conto, come notò in audizione Andrea Morrone, costituzionalista dell’Alma Mater di Bologna, che già «l’ordinamento italiano vigente conosce forme di tutela molto più avanzate» delle dichiarazioni d’intenti, precipitate nel dettato della Carta.Si finisce divorati da un sospetto: che la crociata verde getti la premessa «decrescista» della transizione ecologica. Una spinta deflativa, giocata sulla limitazione sia dell’offerta (la mannaia green sulle aziende), sia della domanda (la perdita di potere d’acquisto delle classi medie). Qualcuno avrà pensato che la pietanza dell’austerità si digerisce meglio, se ha la faccia di Greta, anziché di Monti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cacciari-la-costituzione-green-e-demenziale-2656632024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sergio-berlato-ora-cacciatori-e-perfino-allevatori-rischiano-di-essere-messi-al-bando" data-post-id="2656632024" data-published-at="1644578662" data-use-pagination="False"> Sergio Berlato: «Ora cacciatori e perfino allevatori rischiano di essere messi al bando» Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è un appassionato di caccia e presiede l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale. La svolta green in Costituzione la preoccupa? «La prima versione dell’articolo 9 era peggiore. Il testo è stato migliorato, è meno esplicito, ma produrrà effetti altrettanto dannosi». Perché? «Hanno demandato la tutela degli animali alla legge ordinaria, per la cui approvazione, a differenza di una riforma costituzionale, è sufficiente la maggioranza semplice. Basterà poco per vietare la disciplina sportiva a un cacciatore. Ma anche un allevatore, che cura i suoi animali per portarli a macellazione e servirli sulle tavole degli italiani, come giustificherà la propria attività?». Qualcuno potrebbe finire per portare la questione della legittimità della caccia alla Corte costituzionale? «È proprio questo il pericolo e, appunto, non riguarda solo la caccia, ma tutte le attività rurali che hanno a che fare con gli animali». Teme che queste attività - caccia, pesca, allevamento - possano un giorno diventare incostituzionali? «Sì, perché tutte le norme che poi verranno approvate faranno riferimento a una norma di rango costituzionale. Sarà il pretesto per giustificare tutte le future leggi restrittive». Però anche il suo partito, con l’eccezione dell’onorevole Maria Cristina Caretta, ha votato la riforma. «La quasi totalità dei parlamentari ha votato a favore non perché ne condividesse i contenuti, ma perché la versione finale era meno peggio del testo iniziale. Purtroppo, non sono state valutate le ricadute pratiche di ciò che il Parlamento stava approvando». Ecco. Parliamo di ricadute economiche di un’ipotetica legge anti caccia. «Ogni cacciatore è costretto a versare ogni anno una tassa di concessione governativa di 173,16 euro. Poi, deve versare una tassa regionale, che può avere un importo equivalente. Oltre a questo, è tenuto a pagare la propria quota di accesso agli ambiti territoriali di caccia o ai comprensori alpini. E la quota oscilla tra i 100 e i 600 euro. Alla fine, solo i cacciatori residenti in Veneto versano all’erario circa 20 milioni di euro l’anno». Che vanno moltiplicati per ogni Regione italiana? «Esatto: parliamo di almeno 400 milioni l’anno. E poi c’è l’indotto». Cioè? «Abbigliamento, fucili, munizioni, cinofilia… Un settore che dà da lavorare a circa 200.000 famiglie. Aggiunga a questo il volume d’affari delle altre attività rurali: pesca, allevamento, agricoltura… Siamo milioni di persone, importantissime sul piano economico e occupazionale. Dall’altra parte, invece, ci sono i falsi ambientalisti di città. Persone che vorrebbero abolire tutto ciò che non condividono». I cacciatori sono ambientalisti? «Sono i veri ambientalisti. La caccia è, in tutto il mondo, uno strumento indispensabile di gestione dell’ecosistema. Ne abbiamo la prova con la diffusione della peste suina africana, che determinerà un danno enorme agli allevamenti di maiali del Nord, ed è stata causata dal proliferare di cinghiali che non sono stati abbattuti. D’altronde, già da tempo i cinghiali sono arrivati fino al centro di Roma… La caccia assicura l’equilibrio anche tra specie animali. Pensi a quello che sta succedendo con i lupi». Che sta succedendo? «Il lupo è diventato una specie di animale sacro: abbiamo la più alta concentrazione di lupi d’Europa, ma da noi sono intoccabili. Sa qual è il risultato?». Qual è? «Che gli allevatori sono costretti ad abbandonare interi territori, per evitare che le loro mandrie siano predate ogni notte. E se un territorio viene abbandonato, nessuno va più a falciare i prati. Nessuno va più a tenere pulito l’ambiente». Nemmeno gli attivisti? «Nemmeno loro, che predicano l’ambientalismo, ma non lo praticano».
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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