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2022-02-11
Cacciari: la Costituzione green è demenziale
«La cosa più importante è abbracciare le piante». Il Parlamento ha messo in Costituzione la parodia gaberiana dell’ecobuonismo. «È demenziale», sbotta con La Verità Massimo Cacciari, «continuare a intervenire sulla Carta a straccetti. È un modo infame».
La riforma green è un agguato alla legge fondamentale della Repubblica, condotto sulla scorta di un’emergenza, vera o presunta. In principio fu lo spread, con il pareggio di bilancio; poi il Covid, con la sospensione dei diritti; ora sono l’ambiente e gli animali, con una potenziale minaccia alla libertà economica e, paradossalmente, ad attività ecologicamente essenziali, quali caccia e allevamento. Ma una Costituzione è il pilastro dell’edificio istituzionale: dovrebbe restare fermo proprio nei tempi difficili. È lecito emendarla? Certo. Tuttavia, sarebbe bene farlo a mente fredda, anziché a rimorchio dell’allarme del momento.
Cacciari esprime un disagio simile, perché è preoccupato dai blitz condotti «per inseguire le mode»; differente, perché, secondo lui, il guaio è che «la nostra Costituzione andrebbe ripensata complessivamente, in punti fondamentali. O la questione si affronta in termini di sistema, o questi interventi sono pezzenterie, come le varie commissioni e sottocommissioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Cosa ne è uscito? Disastri, tipo la trasformazione del Titolo V, che ha incasinato ancora di più la situazione». Il difetto è metodologico: «Nel quadro di un disegno di riforma generale, poteva starci bene anche la tutela dell’ambiente».
È allarmante, o almeno anomalo, l’unanimismo silenzioso con cui è stata approvata la riforma? «Lo avete visto che questi votano tutti insieme appassionatamente... Per un anno staranno lì abbarbicati». Quanto allo scarso - nullo - coinvolgimento dell’opinione pubblica, Cacciari è caustico: «La metà degli italiani fa fatica ad arrivare alla fine del mese, gli indici di povertà sono cresciuti, la disoccupazione giovanile non cala di una virgola. Cosa vuole che gliene freghi alla gente se il Parlamento aggiunge una frase a un articolo della Costituzione?».
Il punto è che i proclami alati di amore per la natura, trasformati in vincoli supremi all’impresa, possono provocare effetti collaterali molto concreti nella vita delle persone. Perplessità erano emerse anzitutto tra i giuristi, probabilmente gli unici al corrente dell’iniziativa politica, anche perché in molti erano stati convocati in audizione.
Degno di nota un acuminatissimo intervento, vergato da Giampiero di Plinio, già docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Chieti-Pescara e rettore dell’Università telematica Leonardo Da Vinci, pubblicato a luglio su Federalismi.it. L’esperto liquidava la riforma, allora ancora in discussione, come «inutile, forse dannosa, al limite stupida». In primo luogo, poiché interveniva su «una parte della Costituzione che finora è stata considerata intoccabile», ovvero i suoi primi 12 articoli, denominati, non a caso, «Principi fondamentali». È il frutto di una nevrosi tipica di «quasi tutte le democrazie occidentali», ormai «neoplasticamente affette da una (ir)resistibile invasione di “nuovi” diritti fondati su un nucleo, una “super etica” del politically correct». In più, il progetto equivocava il carattere assoluto della tutela dell’ambiente. Che spetta allo Stato, però è modulabile a livello regionale, con «forme di disciplina ben più modeste»: quindi, il dogma ecologico non può assurgere a «valore costituzionale “tiranno”». Imporlo avrebbe implicato «la fine immediata del modo di produzione capitalistico, anzi, di qualunque modo di produzione».
Il prof di Plinio pensava alla giurisprudenza creativa, la quale, dai tardi anni Sessanta, «in assenza di leggi “ambientali”, costruì in via interpretativa un diritto (anche penale) vivente dell’ambiente, orientato sulla valutazione discrezionale del giudice sui limiti dell’attività d’impresa, incriminando dirigenti e chiudendo fabbriche che essa stessa giudicava come inquinanti». In effetti, lo scrutinio preventivo dell’iniziativa privata, fondato sull’ideologia green e persino su un indefinito «interesse delle generazioni future», conduce per forza a uno scenario da Ilva di Taranto. Atteso che tappezzare un crinale di pannelli solari non è una manna per gli ecosistemi. Si è materializzata la paura di di Plinio: l’assenza di bilanciamento tra «la Costituzione economica» e il desiderio di preservare la natura. Tenuto conto, come notò in audizione Andrea Morrone, costituzionalista dell’Alma Mater di Bologna, che già «l’ordinamento italiano vigente conosce forme di tutela molto più avanzate» delle dichiarazioni d’intenti, precipitate nel dettato della Carta.
Si finisce divorati da un sospetto: che la crociata verde getti la premessa «decrescista» della transizione ecologica. Una spinta deflativa, giocata sulla limitazione sia dell’offerta (la mannaia green sulle aziende), sia della domanda (la perdita di potere d’acquisto delle classi medie). Qualcuno avrà pensato che la pietanza dell’austerità si digerisce meglio, se ha la faccia di Greta, anziché di Monti.
Sergio Berlato: «Ora cacciatori e perfino allevatori rischiano di essere messi al bando»
Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è un appassionato di caccia e presiede l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale.
La svolta green in Costituzione la preoccupa?
«La prima versione dell’articolo 9 era peggiore. Il testo è stato migliorato, è meno esplicito, ma produrrà effetti altrettanto dannosi».
Perché?
«Hanno demandato la tutela degli animali alla legge ordinaria, per la cui approvazione, a differenza di una riforma costituzionale, è sufficiente la maggioranza semplice. Basterà poco per vietare la disciplina sportiva a un cacciatore. Ma anche un allevatore, che cura i suoi animali per portarli a macellazione e servirli sulle tavole degli italiani, come giustificherà la propria attività?».
Qualcuno potrebbe finire per portare la questione della legittimità della caccia alla Corte costituzionale?
«È proprio questo il pericolo e, appunto, non riguarda solo la caccia, ma tutte le attività rurali che hanno a che fare con gli animali».
Teme che queste attività - caccia, pesca, allevamento - possano un giorno diventare incostituzionali?
«Sì, perché tutte le norme che poi verranno approvate faranno riferimento a una norma di rango costituzionale. Sarà il pretesto per giustificare tutte le future leggi restrittive».
Però anche il suo partito, con l’eccezione dell’onorevole Maria Cristina Caretta, ha votato la riforma.
«La quasi totalità dei parlamentari ha votato a favore non perché ne condividesse i contenuti, ma perché la versione finale era meno peggio del testo iniziale. Purtroppo, non sono state valutate le ricadute pratiche di ciò che il Parlamento stava approvando».
Ecco. Parliamo di ricadute economiche di un’ipotetica legge anti caccia.
«Ogni cacciatore è costretto a versare ogni anno una tassa di concessione governativa di 173,16 euro. Poi, deve versare una tassa regionale, che può avere un importo equivalente. Oltre a questo, è tenuto a pagare la propria quota di accesso agli ambiti territoriali di caccia o ai comprensori alpini. E la quota oscilla tra i 100 e i 600 euro. Alla fine, solo i cacciatori residenti in Veneto versano all’erario circa 20 milioni di euro l’anno».
Che vanno moltiplicati per ogni Regione italiana?
«Esatto: parliamo di almeno 400 milioni l’anno. E poi c’è l’indotto».
Cioè?
«Abbigliamento, fucili, munizioni, cinofilia… Un settore che dà da lavorare a circa 200.000 famiglie. Aggiunga a questo il volume d’affari delle altre attività rurali: pesca, allevamento, agricoltura… Siamo milioni di persone, importantissime sul piano economico e occupazionale. Dall’altra parte, invece, ci sono i falsi ambientalisti di città. Persone che vorrebbero abolire tutto ciò che non condividono».
I cacciatori sono ambientalisti?
«Sono i veri ambientalisti. La caccia è, in tutto il mondo, uno strumento indispensabile di gestione dell’ecosistema. Ne abbiamo la prova con la diffusione della peste suina africana, che determinerà un danno enorme agli allevamenti di maiali del Nord, ed è stata causata dal proliferare di cinghiali che non sono stati abbattuti. D’altronde, già da tempo i cinghiali sono arrivati fino al centro di Roma… La caccia assicura l’equilibrio anche tra specie animali. Pensi a quello che sta succedendo con i lupi».
Che sta succedendo?
«Il lupo è diventato una specie di animale sacro: abbiamo la più alta concentrazione di lupi d’Europa, ma da noi sono intoccabili. Sa qual è il risultato?».
Qual è?
«Che gli allevatori sono costretti ad abbandonare interi territori, per evitare che le loro mandrie siano predate ogni notte. E se un territorio viene abbandonato, nessuno va più a falciare i prati. Nessuno va più a tenere pulito l’ambiente».
Nemmeno gli attivisti?
«Nemmeno loro, che predicano l’ambientalismo, ma non lo praticano».
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Il filosofo incenerisce il ritocco della Carta in stile Greta: «La norma fondamentale va riformata strutturalmente, non a pezzi inseguendo le mode del momento». Ignorati i dubbi dei giuristi. Di Plinio: «Scelta stupida, sarà la fine del capitalismo».L’eurodeputato Sergio Berlato: «In pericolo tutte le attività rurali, cioè il lavoro di 200.000 famiglie».Lo speciale contiene due articoli.«La cosa più importante è abbracciare le piante». Il Parlamento ha messo in Costituzione la parodia gaberiana dell’ecobuonismo. «È demenziale», sbotta con La Verità Massimo Cacciari, «continuare a intervenire sulla Carta a straccetti. È un modo infame». La riforma green è un agguato alla legge fondamentale della Repubblica, condotto sulla scorta di un’emergenza, vera o presunta. In principio fu lo spread, con il pareggio di bilancio; poi il Covid, con la sospensione dei diritti; ora sono l’ambiente e gli animali, con una potenziale minaccia alla libertà economica e, paradossalmente, ad attività ecologicamente essenziali, quali caccia e allevamento. Ma una Costituzione è il pilastro dell’edificio istituzionale: dovrebbe restare fermo proprio nei tempi difficili. È lecito emendarla? Certo. Tuttavia, sarebbe bene farlo a mente fredda, anziché a rimorchio dell’allarme del momento. Cacciari esprime un disagio simile, perché è preoccupato dai blitz condotti «per inseguire le mode»; differente, perché, secondo lui, il guaio è che «la nostra Costituzione andrebbe ripensata complessivamente, in punti fondamentali. O la questione si affronta in termini di sistema, o questi interventi sono pezzenterie, come le varie commissioni e sottocommissioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Cosa ne è uscito? Disastri, tipo la trasformazione del Titolo V, che ha incasinato ancora di più la situazione». Il difetto è metodologico: «Nel quadro di un disegno di riforma generale, poteva starci bene anche la tutela dell’ambiente». È allarmante, o almeno anomalo, l’unanimismo silenzioso con cui è stata approvata la riforma? «Lo avete visto che questi votano tutti insieme appassionatamente... Per un anno staranno lì abbarbicati». Quanto allo scarso - nullo - coinvolgimento dell’opinione pubblica, Cacciari è caustico: «La metà degli italiani fa fatica ad arrivare alla fine del mese, gli indici di povertà sono cresciuti, la disoccupazione giovanile non cala di una virgola. Cosa vuole che gliene freghi alla gente se il Parlamento aggiunge una frase a un articolo della Costituzione?». Il punto è che i proclami alati di amore per la natura, trasformati in vincoli supremi all’impresa, possono provocare effetti collaterali molto concreti nella vita delle persone. Perplessità erano emerse anzitutto tra i giuristi, probabilmente gli unici al corrente dell’iniziativa politica, anche perché in molti erano stati convocati in audizione. Degno di nota un acuminatissimo intervento, vergato da Giampiero di Plinio, già docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Chieti-Pescara e rettore dell’Università telematica Leonardo Da Vinci, pubblicato a luglio su Federalismi.it. L’esperto liquidava la riforma, allora ancora in discussione, come «inutile, forse dannosa, al limite stupida». In primo luogo, poiché interveniva su «una parte della Costituzione che finora è stata considerata intoccabile», ovvero i suoi primi 12 articoli, denominati, non a caso, «Principi fondamentali». È il frutto di una nevrosi tipica di «quasi tutte le democrazie occidentali», ormai «neoplasticamente affette da una (ir)resistibile invasione di “nuovi” diritti fondati su un nucleo, una “super etica” del politically correct». In più, il progetto equivocava il carattere assoluto della tutela dell’ambiente. Che spetta allo Stato, però è modulabile a livello regionale, con «forme di disciplina ben più modeste»: quindi, il dogma ecologico non può assurgere a «valore costituzionale “tiranno”». Imporlo avrebbe implicato «la fine immediata del modo di produzione capitalistico, anzi, di qualunque modo di produzione».Il prof di Plinio pensava alla giurisprudenza creativa, la quale, dai tardi anni Sessanta, «in assenza di leggi “ambientali”, costruì in via interpretativa un diritto (anche penale) vivente dell’ambiente, orientato sulla valutazione discrezionale del giudice sui limiti dell’attività d’impresa, incriminando dirigenti e chiudendo fabbriche che essa stessa giudicava come inquinanti». In effetti, lo scrutinio preventivo dell’iniziativa privata, fondato sull’ideologia green e persino su un indefinito «interesse delle generazioni future», conduce per forza a uno scenario da Ilva di Taranto. Atteso che tappezzare un crinale di pannelli solari non è una manna per gli ecosistemi. Si è materializzata la paura di di Plinio: l’assenza di bilanciamento tra «la Costituzione economica» e il desiderio di preservare la natura. Tenuto conto, come notò in audizione Andrea Morrone, costituzionalista dell’Alma Mater di Bologna, che già «l’ordinamento italiano vigente conosce forme di tutela molto più avanzate» delle dichiarazioni d’intenti, precipitate nel dettato della Carta.Si finisce divorati da un sospetto: che la crociata verde getti la premessa «decrescista» della transizione ecologica. Una spinta deflativa, giocata sulla limitazione sia dell’offerta (la mannaia green sulle aziende), sia della domanda (la perdita di potere d’acquisto delle classi medie). Qualcuno avrà pensato che la pietanza dell’austerità si digerisce meglio, se ha la faccia di Greta, anziché di Monti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cacciari-la-costituzione-green-e-demenziale-2656632024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sergio-berlato-ora-cacciatori-e-perfino-allevatori-rischiano-di-essere-messi-al-bando" data-post-id="2656632024" data-published-at="1644578662" data-use-pagination="False"> Sergio Berlato: «Ora cacciatori e perfino allevatori rischiano di essere messi al bando» Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è un appassionato di caccia e presiede l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale. La svolta green in Costituzione la preoccupa? «La prima versione dell’articolo 9 era peggiore. Il testo è stato migliorato, è meno esplicito, ma produrrà effetti altrettanto dannosi». Perché? «Hanno demandato la tutela degli animali alla legge ordinaria, per la cui approvazione, a differenza di una riforma costituzionale, è sufficiente la maggioranza semplice. Basterà poco per vietare la disciplina sportiva a un cacciatore. Ma anche un allevatore, che cura i suoi animali per portarli a macellazione e servirli sulle tavole degli italiani, come giustificherà la propria attività?». Qualcuno potrebbe finire per portare la questione della legittimità della caccia alla Corte costituzionale? «È proprio questo il pericolo e, appunto, non riguarda solo la caccia, ma tutte le attività rurali che hanno a che fare con gli animali». Teme che queste attività - caccia, pesca, allevamento - possano un giorno diventare incostituzionali? «Sì, perché tutte le norme che poi verranno approvate faranno riferimento a una norma di rango costituzionale. Sarà il pretesto per giustificare tutte le future leggi restrittive». Però anche il suo partito, con l’eccezione dell’onorevole Maria Cristina Caretta, ha votato la riforma. «La quasi totalità dei parlamentari ha votato a favore non perché ne condividesse i contenuti, ma perché la versione finale era meno peggio del testo iniziale. Purtroppo, non sono state valutate le ricadute pratiche di ciò che il Parlamento stava approvando». Ecco. Parliamo di ricadute economiche di un’ipotetica legge anti caccia. «Ogni cacciatore è costretto a versare ogni anno una tassa di concessione governativa di 173,16 euro. Poi, deve versare una tassa regionale, che può avere un importo equivalente. Oltre a questo, è tenuto a pagare la propria quota di accesso agli ambiti territoriali di caccia o ai comprensori alpini. E la quota oscilla tra i 100 e i 600 euro. Alla fine, solo i cacciatori residenti in Veneto versano all’erario circa 20 milioni di euro l’anno». Che vanno moltiplicati per ogni Regione italiana? «Esatto: parliamo di almeno 400 milioni l’anno. E poi c’è l’indotto». Cioè? «Abbigliamento, fucili, munizioni, cinofilia… Un settore che dà da lavorare a circa 200.000 famiglie. Aggiunga a questo il volume d’affari delle altre attività rurali: pesca, allevamento, agricoltura… Siamo milioni di persone, importantissime sul piano economico e occupazionale. Dall’altra parte, invece, ci sono i falsi ambientalisti di città. Persone che vorrebbero abolire tutto ciò che non condividono». I cacciatori sono ambientalisti? «Sono i veri ambientalisti. La caccia è, in tutto il mondo, uno strumento indispensabile di gestione dell’ecosistema. Ne abbiamo la prova con la diffusione della peste suina africana, che determinerà un danno enorme agli allevamenti di maiali del Nord, ed è stata causata dal proliferare di cinghiali che non sono stati abbattuti. D’altronde, già da tempo i cinghiali sono arrivati fino al centro di Roma… La caccia assicura l’equilibrio anche tra specie animali. Pensi a quello che sta succedendo con i lupi». Che sta succedendo? «Il lupo è diventato una specie di animale sacro: abbiamo la più alta concentrazione di lupi d’Europa, ma da noi sono intoccabili. Sa qual è il risultato?». Qual è? «Che gli allevatori sono costretti ad abbandonare interi territori, per evitare che le loro mandrie siano predate ogni notte. E se un territorio viene abbandonato, nessuno va più a falciare i prati. Nessuno va più a tenere pulito l’ambiente». Nemmeno gli attivisti? «Nemmeno loro, che predicano l’ambientalismo, ma non lo praticano».
Elly Schlein (Getty Images)
Nell’uno o nell’altro caso l’obiettivo è lo stesso: togliere voti all’attuale maggioranza, in vista delle future elezioni politiche.
Tuttavia, dal mio punto di vista il vero pericolo per l’elettore moderato o radicale non arriva da destra, fosse anche quella estrema dell’ex ufficiale, ma da sinistra. Mi spiego. Ho letto ieri sul giornale diretto da Marco Travaglio che il Pd sta già predisponendo l’organigramma del governo a guida Schlein, senza dimenticare gli incarichi istituzionali che la sinistra dovrà ricoprire in caso di vittoria. Nell’articolo del Fatto quotidiano non tutte le caselle risultano occupate, dunque ho provato a immaginare quali potrebbero essere ministri e presidenti di un prossimo esecutivo formato dal cosiddetto campo largo. L’elenco che segue è da film horror, ma non credo che le ipotesi che ho messo nero su bianco si discostino molto da quelle che potrebbero essere le scelte dei compagni.
Cominciamo dal presidente del Consiglio che, è vero, dev’essere incaricato da Sergio Mattarella, ma che per il capo dello Stato potrebbe rivelarsi una scelta obbligata nel caso di un candidato premier espresso dalla coalizione. Primarie a parte, mi pare evidente che i nomi più in vista della galassia giallorossa siano quelli di Elly Schlein e di Giuseppe Conte e dunque, a seconda di chi sia il prescelto da elettori o maggiorenti di partito, da questi due nomi non si scappa. Al momento, sono più propenso a credere che se non si affiderà la decisione ai gazebo, a spuntarla sarà la segretaria del Pd e dunque il presidente della Repubblica sarà costretto ad affidare a lei la guida dell’Italia. Ma se a Palazzo Chigi andranno Schlein e il suo cerchio magico, composto da Marco Furfaro e Chiara Braga, chi occuperà gli altri posti chiave? Comincio da quelli più in vista. Se non opterà per la presidenza del Senato, occupando la poltrona della seconda carica dello Stato (in modo da essere pronto per la prima quando Mattarella libererà il Quirinale), Conte potrebbe andare all’Economia. Anche se non si è laureato alla Bocconi come Giancarlo Giorgetti, in fatto di bilancio ha già dato ampia prova di saperci fare sia con il Reddito di cittadinanza che con il Superbonus e dunque lo si può definire l’uomo giusto al posto giusto.
Al lavoro vedrei bene Maurizio Landini, che presto lascerà l’incarico di segretario della Cgil e al ministero di via Veneto potrebbe mettere in pratica le sue teorie su occupazione e retribuzione, trovando risorse per entrambe con la patrimoniale, di cui la stessa Schlein ha di recente parlato. All’Interno, incarico importante perché ormai è chiaro che sulla sicurezza i governi si giocano il consenso, i candidati ideali mi paiono Pierfrancesco Majorino oppure Sandro Ruotolo, entrambi assai vicini a quell’area movimentista che in questi anni non si è fatta sfuggire una manifestazione: con loro al Viminale almeno potremmo sperare di evitarci i cortei in centro anche il sabato pomeriggio. All’Immigrazione invece non credo ci sia alternativa: la persona più indicata è Nostra Signora dell’Accoglienza, la madonna addolorata del Pd, ovvero Laura Boldrini, già funzionaria di organismi Onu poi trasformata in presidente della Camera da quel simpatico zuzzurellone di Pier Luigi Bersani. Alla Salute ovviamente non potrà non andare Roberto Speranza, che ai tempi del Covid tutti quanti ricordiamo per la straordinaria capacità di aver predetto la fine della pandemia con due anni di anticipo, salvo essere costretto a ritirare, alla seconda ondata del virus, il libro in cui sanciva il trionfo sulla malattia. Alla Famiglia credo non ci sia partita: il politico più qualificato per ricoprire il delicato incarico non può che essere Alessandro Zan. Così come alle Politiche abitative non potrà che andare un’onorevole sensibile agli alloggi come Ilaria Salis (che però avrebbe competenza anche per la Giustizia). Alle Grandi opere, ministero che dovrebbe inglobare pure quello dell’Ambiente in quanto non si può fare un ponte o un viadotto senza avere contezza del Green deal, il candidato naturale è Angelo Bonelli, quello che a una delle prime uscite di Giorgia Meloni si presentò in Parlamento armato di pietre. Non per scagliarle contro la premier, ma per denunciare il prosciugamento dell’Adige, che per fortuna continua a scorrere lieto fra Trento e Verona. Al governo non potrà mancare un posto per l’altro componente della coppia di fatto di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni, che senza indugio verrà schierato alla Difesa. Infine, la compagine verrà completata da un ministro della Giustizia davvero competente e qui la partita potrà essere giocata da Roberto Scarpinato o Federico De Raho, che vantando un curriculum in toga ma anche un’esperienza da commissari antimafia per conto dei 5 stelle, avranno finalmente la possibilità di fare luce sui misteri d’Italia.
Ho dimenticato qualcuno? Ah, sì. Paola Taverna all’Istruzione (del resto se c’è stata Lucia Azzolina, che ha di meno l’ex impiegata del Quarticciolo?). E agli Affari esteri Matteo Renzi (a cui, oltre a fare soldi, piace tanto viaggiare); Teresa Bellanova all’Agricoltura (del resto, come ha risolto lei il problema del capolarato non lo ha risolto nessuno). Manca qualcosa? Certo: il futuro presidente della Repubblica nel 2029. Ma lì la casella è già occupata: resta Mattarella per un altro settennato. In fondo, non c’è due senza tre.
Vi sentite male? Se ci pensate, la sporca dozzina di Vannacci è niente al confronto della dozzina di impresentabili del campo largo.
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Alberto Stasi (Ansa)
Stasi è tornato nel penitenziario milanese per portare via i suoi effetti personali. Era già fuori per una licenza. Sarebbe dovuto tornare domenica sera. Ma la decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di accogliere la richiesta per l’affidamento in prova ai servizi sociali (ottenuto con il parere positivo della Procura generale) ha cambiato tutto nel giro di poche ore. E, così, si è presentato a Bollate per raccogliere gli ultimi pezzi della sua vita da detenuto. Tre valigie con vestiti, documenti ed effetti personali accumulati negli anni. Al compagno di cella ha lasciato il ventilatore e il frigorifero. Piccoli oggetti che fuori sembrano dettagli insignificanti e che invece in un carcere diventano comfort, abitudini, elementi di sopravvivenza quotidiana.
Poi i saluti: il direttore Giorgio Leggieri, gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori, i detenuti. La liturgia silenziosa di chi esce dal carcere dopo aver passato una fetta della propria vita all’interno di quelle mura. Subito dopo ha incontrato la madre Elisabetta Ligabò, come accade quasi ogni sabato da anni. La nuova vita dell’ex bocconiano condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi riparte da un alloggio che ha preso in affitto nel Milanese. Continuerà a lavorare come contabile, ma non dovrà più fare ritorno ogni sera a Bollate.
Non tornerà nemmeno a vivere a Garlasco. Nessun divieto specifico però: potrà muoversi liberamente in Lombardia e anche tornare nel paese del delitto. Anche se la libertà resta piena di condizioni: obbligo di residenza, orari da rispettare, controlli periodici, divieto di frequentare pregiudicati e impossibilità di uscire dalla Lombardia senza autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Perfino una vacanza dovrà essere autorizzata con il parere dell’Uepe, l’Ufficio locale di esecuzione penale esterna. «Non c’è niente di diverso, di particolare rispetto alla misura che gli è stata concessa», ha assicurato l’avvocato Giada Bocellari.
Ma è qui che si inserisce un dettaglio che colpisce. Rileggendo l’ultimo interrogatorio reso davanti ai magistrati di Pavia (che risale a soli cinque mesi fa), infatti, il carcere compare più volte nei dialoghi. Stasi richiama il giorno in cui è stato fermato per collocare gli avvenimenti nel tempo. E fa lo stesso per ricordare il momento preciso in cui si sono interrotti i rapporti con i Poggi: «Dopo che sono stato fermato e portato al Piccolini, al carcere
di Vigevano». Ma non è una ossessione. È una costante delle sue giornate. Una routine. Durante una pausa informale, che è stata fonoregistrata ed è finita nella trascrizione, è l’avvocato Antonio De Rensis a chiedergli: «A che ora torni in carcere?». Una frase pronunciata quasi automaticamente. E lui si preoccupa della burocrazia penitenziaria: «Mi devo far dare la giustificazione». È probabilmente il passaggio che racconta meglio cosa sia diventata la detenzione per Alberto dopo oltre dieci anni: un’abitudine da detenuto modello. Un luogo da cui uscire per lavorare e in cui rientrare la sera come accade a chiunque torni a casa dopo l’ufficio. Una vita sospesa tra libertà e carcere, scandita da automatismi penitenziari diventati normalità.
Adesso quella routine si è interrotta. O almeno ha cambiato forma. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Marcello Bortolato, ha voluto precisare che il beneficio non è stato concesso automaticamente. «La valutazione per la concessione dell’affidamento è fatta esclusivamente sugli atti di osservazione e sui comportamenti dentro e fuori dal carcere e tenendo conto dei pareri degli organi competenti». E ancora: «Non è automatico, altrimenti il beneficio verrebbe concesso a tutti i detenuti che hanno meno di quattro anni da scontare». Hanno pesato la buona condotta, il lavoro stabile, il comportamento tenuto durante la semilibertà, le relazioni positive con il personale penitenziario, il basso profilo mediatico mantenuto in questi anni, il risarcimento che continua a versare alla famiglia Poggi e il percorso costruito all’interno di Bollate. Un percorso che ha convinto i magistrati di sorveglianza a concedergli la misura alternativa.
Intanto i suoi difensori lavorano alla richiesta di revisione del processo. «Verrà presentata quando la difesa sarà pronta. È un lavoro lungo e tecnico, che richiede grande attenzione e che va fatto bene», ha spiegato Bocellari. Qualcosa però è cambiato anche per i difensori: «Ora», ammette la Bocellari, «siamo in grado di lavorare con più serenità perché Alberto è a tutti gli effetti un uomo che può riprendere in maniera sostanzialmente normale la propria vita».
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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