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2023-03-06
La caccia segreta degli israeliani ai terroristi in Italia
Un manifesto con la bandiera dell’Isis che sventola su Venezia, pubblicato su un canale Telegram
Un documento inedito, realizzato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence (che collabora con Mossad e Shin bet) per monitorare e dimostrare l’esistenza di alcuni flussi migratori anomali e pericolosi ormai penetrati in Italia, permette di raccontare per la prima volta il mercato dei viaggi della disperazione. Un mercato che viaggia in rete, con tanto di annunci pubblicitari. L’incipit del documento, che La Verità ha potuto visionare, permette già di farsi un’idea chiara: «Gli immigrati clandestini sono tradizionalmente introdotti clandestinamente in Europa via mare, attraverso il Mediterraneo. Tuttavia, i recenti sviluppi della situazione geopolitica in alcuni Paesi, tra cui Siria, Iraq, Pakistan e Afghanistan, hanno portato alla nascita di un nuovo corridoio per l’immigrazione via terra, noto come la Rotta balcanica. In questo nuovo scenario, i trafficanti di esseri umani stanno indirizzando i migranti da questi Paesi asiatici verso i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Questo sta avendo un impatto particolare sulle regioni di confine come il Friuli-Venezia Giulia che, per la loro posizione geografica, sono punti naturali di accesso all’Europa centrale e settentrionale».
La relazione annuale del Dis al Parlamento sull’attività dei nostri servizi di intelligence aveva già evidenziato le criticità di una rotta finora passata quasi sotto silenzio, quella balcanica, usata dai clandestini per entrare nel nostro Paese. Grazie al report israeliano è possibile entrare nel vivo delle nuove modalità di organizzazione dei viaggi degli scafisti: «I social network e le applicazioni mobili hanno portato a un cambiamento nella gestione della tratta e nelle modalità pubblicitarie dei trafficanti di migranti, contribuendo forse anche all’aumento del numero di immigrati clandestini che arrivano in Friuli-Venezia Giulia. Poiché si pensa che le normali conversazioni con i cellulari possano essere intercettate, i social media e le applicazioni mobili permettono ai trafficanti di pubblicizzare i propri “servizi”, di gestire le comunicazioni con i potenziali clienti, ossia gli immigrati, e di reclutare più favoreggiatori. Anche potenziali terroristi e criminali potrebbero sfruttare questi servizi».
I testi degli annunci sembrano quelli del catalogo di un tour operator: «Un percorso dalla Bosnia all’Italia, una camminata di 6 ore per attraversare il confine dalla Croazia, poi in auto fino al confine sloveno, poi ancora a piedi meno di un’ora e ancora in auto fino a Trieste, Italia», si legge ad esempio in un annuncio pubblicato su un canale Telegram, corredato da un numero di telefono con prefisso del Lussemburgo. L’utenza telefonica dell’annuncio viaggia veloce sui social. Un monitoraggio di Facebook con un software di ultima generazione permette ai tecnici di ricostruirne i flussi e di individuare almeno una decina di scambi.
Ma ci sono anche le recensioni, che permettono ai trafficanti di uomini di guadagnare credibilità sul mercato nero: «I migranti pubblicano su Facebook informazioni sul loro viaggio, le condizioni, il pagamento e il livello di successo. I gruppi di Facebook sono importanti spazi virtuali nei quali i migranti condividono le proprie esperienze positive e negative, le sfide che hanno affrontato sul percorso e i dettagli sull’accoglienza e l’assistenza offerta nei Paesi europei di destinazione, immagini di documenti di viaggio falsi, mappe dei percorsi, informazioni sui tempi e i luoghi dei viaggi, nonché i numeri di telefono dei trafficanti e degli intermediari nei diversi Paesi. Coloro che hanno raggiunto la propria destinazione in modo sicuro e sono stati trattati bene, mettono tali informazioni a disposizione di coloro che stanno pianificando il proprio viaggi». Un altro post in arabo, individuato con l’uso della parola chiave «Trieste», intitolato «viaggi continui» offre trasferimenti «dalla Turchia all’Italia, con una nave mercantile, che trasporta merci da un porto all’altro, arrivando al porto italiano di Trieste, vicino al confine sloveno. Ad ogni viaggio, mandiamo solo 4 persone a bordo della nave. Partenza dal porto di Smirne verso il Porto italiano di Trieste». Il mercante di clandestini chiede di essere contattato tramite Whatsapp su un numero di cellulare siriano, che, annota il report, «è stato identificato come appartenente a un trafficante di nome F. La sua immagine Whatsapp chiede ai potenziali clienti di contattarlo tramite messaggi scritti, probabilmente come precauzione di sicurezza».
Gli esperti israeliani hanno identificato anche una serie di gruppi Whatsapp, tra cui quello «dal titolo “Il nostro sogno è l’Italia”», creato attraverso un numero di cellulare francese e composto da 125 iscritti. Per gli autori del documento, si tratterebbe di «un gruppo di immigrati che aspirava ad arrivare in Italia». Il 25 gennaio 2020, «in un gruppo chiamato “La strada per l’Italia - dalla Turchia, attraverso Grecia, Croazia-Slovenia fino all’Italia”, un utente di nome A. A. ha pubblicato un link ad un gruppo WhatsApp chiamato “Oropa tonadi” - che in arabo significa “l’Europa ci chiama” Il gruppo è stato creato dal titolare del numero marocchino +21 […]».
Nelle chat «singoli e gruppi offrono documenti di viaggio in vendita. Si può prendere contatto privatamente e direttamente da applicazioni mobili come WhatsApp, Viber, imo, Telegram, Line e anche Facebook messenger». Veri propri annunci per la vendita di documenti di indentità falsi, come quello pubblicato da il 26 gennaio 2020, da un utente di nome Ali M. che «ha pubblicizzato i propri servizi di fornitura di documenti europei per gli immigrati di lingua araba. Ha pubblicato il suo numero turco WhatsApp». Il post non ha nessuna restrizione di visualizzazione e la traduzione del testo non lascia spazio a interpretazioni: «Fratelli espatriati nei paesi europei. Vi presentiamo: Documenti europei per tutte le nazionalità (carta d’identità o residenza), patente di guida europea per tutti i Paesi, per il passaporto europeo per tutte le cittadinanze europee». A completare il tutto, oltre all’immancabile numero da contattare via Whatsapp, una serie di foto di passaporti e permessi di soggiorno falsi.
Perfino la pandemia era considerata un’opportunità. In un annuncio dal titolo «viaggia nelle circostanze del coronavirus» era prevista perfino la consegna ai clandestini di una mascherina da usare una volta sbarcati: «Ti forniamo anche una mascherina mentre sei in mare». Poi l’inserzione prosegue così: «Naturalmente, la situazione del Coronavirus ha creato per noi una rara opportunità di viaggiare, quindi chiunque voglia viaggiare...». Nel post la foto di un gruppo di clandestini, sorridenti a bordo di una carretta del mare: «Si tratta di un gruppo di sudanesi arrivato ieri sulle coste italiane. Mille complimenti a loro Buona fortuna a tutti. Chi vuole viaggiare può contattarmi allo “Ufficio Immigrazione” o al WhatsApp...».
Le conclusioni sulla ricerca svolta sono allarmanti: «I migranti che cercano di arrivare in Friuli-Venezia Giulia parlano di specifiche modalità di trasporto sui social network. I social network forniscono informazioni vitali per la preparazione del viaggio, forniscono supporto finanziario ed emotivo e sono di aiuto nei processi di inserimento e di integrazione dopo l’arrivo. I migranti condividono tali informazioni e comunicano attraverso una vasta gamma di social media, tra cui Facebook, Skype, WhatsApp, Viber, Telegram e imo. In sintesi, i social network interagiscono con il traffico di migranti come impresa».
Un ruolo che prosegue anche dopo lo sbarco: «Gli immigrati siriani e nordafricani discutono le opzioni di viaggio disponibili sui social network informali e con i membri della famiglia e gli amici che si sono imbarcati in precedenza per raggiungere l’Europa. Una volta arrivati in Paesi di transito quali l’Egitto, la Turchia, la Grecia, l’Italia e la Spagna, si scambiano informazioni».
La rete jihadista tra Udine e Trieste che pianifica attentati esplosivi
Abdurrahman, ingegnere meccanico di Casablanca che ha studiato all'Università di Udine e che vive in provincia di Treviso, viene indicato come un «predicatore». Sul suo profilo Facebook pubblica video con la sua personale esegesi del Corano e veste con abiti tradizionali. Barba lunga, kufi, il cappello da preghiera, e smartphone alla mano per rispondere ai messaggi whatsapp dei fedeli collegati in diretta, sermoneggia con una certa costanza. Soprattutto sui «pilastri della fede» e sulla «fede nell’ultimo giorno».
Ma, soprattutto, è segnalato nel report stilato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence, che collabora con Mossad e Shin bet, e che ha ricostruito le relazioni social di presunti estremisti sfruttando l’intelligenza umana artificiale (Humint) in combinazione con moduli Hiwire deep analytics, «su Facebook ha legami con diversi simpatizzanti del jihad». Un grafico con il suo profilo al centro evidenzia l’impressionante rete social: una settantina di contatti che mostrano caratteristiche più o meno estremiste e radicali. Il dossier sottolinea che nel 2017 si è georeferenziato in Siria, ma a controllare oggi i suoi social compare anche una registrazione a Brostica, in Macedonia, nel 2021. E in diverse località della Francia, tra cui Marsiglia.
Ma il pericolo d’infiltrazione nella comunità islamica in Italia di aspiranti martiri o combattenti non viaggia solo su Facebook. «Alla fine del 2019», si legge nel documento, «i simpatizzanti dello Stato islamico su Telegram hanno pubblicato un’immagine raffigurante una bandiera del Califfato che sventola sul campanile di San Marco a Venezia». Sul fotomontaggio c’è anche uno slogan: «Le promesse verranno mantenute nel nome di Allah, Roma e Costantinopoli cadranno». Il riferimento è a un hadith (breve narrazione relativa a detti o fatti del Profeta) in cui Maometto diceva che i musulmani avrebbero conquistato le due città. Una minaccia precisa. E c’è una costruzione grafica anche per Roma: con una foto di San Pietro e una del Foro presi dai miliziani della bandiera nera. Sullo sfondo c’è un miliziano che brandisce un coltello. E anche in questo caso la minaccia è più che esplicita.
I canali Telegram monitorati, è spiegato nel report, «forniscono regolarmente traduzioni in italiano e l'organizzazione ha membri italiani». Non solo: «L’attento e costante monitoraggio di Telegram ha permesso di individuare alcuni canali legati al fondamentalismo islamico made in Italy. Tra le decine di chat e gruppi di sostenitori della causa jihadista, due sono quelli che meritano più attenzione: Ghulibati Ar-Rum (la Conquista di Roma, ndr) e Ansar al Khilafah fi Italia (seguaci del Califfato in Italia, ndr)». I due gruppi (nei quali uno dei partecipanti avrebbe perfino suggerito di condurre una sparatoria a Roma) però devono essere stati segnalati, perché a oggi su Telegram non se ne trova più traccia. Se ne è occupato però in passato l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che, spiegò, «era già pronta una serie di canali di scorta, definiti di back up». E probabilmente alcuni di questi sono ancora attivi.
Il nome che viene indicato come quello del fondatore di uno dei due canali, però, è ancora presente su Facebook: tale Said, che come foto del profilo ha una mano con l’indice puntato verso il cielo. Sui canali Telegram è circolato un ebook: Bandiere nere da Roma, con tanto di strategia per l’invasione dell’Italia: «L’autostrada e la stazione ferroviaria di Bologna», per esempio, si legge nel report, «devono essere attaccate per prime. Il progetto è motivato dalla convinzione che la città sia il centro nevralgico del sistema delle comunicazioni italiane, che collega il Nord con il Sud Italia». Ma ci sono anche istruzioni «su come utilizzare Google Earth per pianificare attacchi». Oltre a ricette in lingua italiana per produrre esplosivi homemade: «Nel giugno 2019 un canale Telegram jihadista chiamato Roma libera aveva pubblicato la traduzione in lingua italiana di diversi manuali per la produzione di esplosivi fatti in casa» con perossido di acetone. Coincidenza: nel luglio 2007 sono stati arrestati a Perugia tre estremisti legati ad al Qaeda e coinvolti in una «scuola di formazione» per bombaroli. «Il costante monitoraggio sui social network e sulle applicazioni mobili di chat», è spiegato nel report, «può permettere di individuare in anticipo l’evoluzione della minaccia e i nuovi sostenitori dello Stato islamico in Italia». In particolare, sono stati tracciati dei diagrammi di flusso relazionale (sempre social) tra musulmani residenti a Trieste e a Udine e presunti estremisti. Per la raccolta dei dati, spiegano gli israeliani, «abbiamo identificato profili potenzialmente jihadisti cercando parole chiave come kuffar (infedeli) e link a noti gruppi Telegram o a messaggi dello Stato islamico». E ne è venuto fuori un elenco di nominativi con tre caratteristiche particolari: il nome utente presenta spesso il prefisso «Abu» e termina con l’indicazione del luogo di origine, la foto del profilo è una bandiera dell’Isis, un indice puntato verso il cielo (a indicare l’unicità di Dio) o un leone (metafora di coraggio e martirio), il luogo di lavoro è «al servizio di Allah» o «al servizio di Allah glorificato».
I risultati del rapporto, viene sottolineato, «evidenziano l’esistenza di una comunità di simpatizzanti del jihad in Italia, l’allarmante legame di queste comunità con i musulmani residenti in Friuli Venezia Giulia, molti dei quali di origine nordafricana, la motivazione e la possibile intenzione di commettere attentati terroristici in Italia, materiale che illustra come fabbricare esplosivi artigianali diffuso tra gli utenti di Telegram». E c’è perfino un bot, ovvero un utente non umano capace di svolgere azioni più o meno complesse in modo automatico, che pubblica con cadenza settimanale foto e messaggi di propaganda con i resoconti degli attacchi dei soldati dello Stato islamico durante l’ultima settimana. Al centro della rete viene individuata una «figura chiave»: il suo nome è Issa, sul profilo Facebook si presenta con una bandiera nera e foto del Corano. Partendo da quel profilo l’analisi dei contatti con caratteristiche da guerriglieri portano fino in Svizzera e in Francia. E ne è venuta fuori una lista con 40 profili leader dalla quale si diramano 600 collegamenti definiti «strettamente correlati» e oltre 4.000 contatti «legati all’Islam radicale». Tutti da analizzare se si vogliono anticipare le mosse del pericolo jihadista in Italia.
Anche per i nostri 007 il pericolo arriva da Est
Le rotte orientali e il pericolo di infiltrazioni di estremisti. Il Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, struttura che analizza i dati raccolti da Aise e Aisi (i servizi segreti che si occupano di minacci interna ed estera), qualche giorno fa alla questione ha dedicato un ampio focus nella sua relazione annuale al Parlamento.
La rotta balcanica terrestre, per esempio, «è caratterizzata da un elevato numero dei rintracci di irregolari, specie sul confine italo-sloveno». Qui transitano, oltre a pakistani, bangladesi, afghani, indiani e nepalesi, anche «soggetti di origine nordafricana». E, spiegano gli analisti, «questa eterogeneità corrisponde a una realtà criminale altrettanto varia, composta prevalentemente da microgruppi e singoli facilitatori con un basso profilo organizzativo». Ma è sulla rotta del Mediterraneo centrale che il Dis vede la presenza di veri e propri «network criminali».
«È caratterizzata da flussi che originano prevalentemente dalle coste libiche e tunisine, si conferma la principale direttrice di trasferimento via mare di migranti irregolari in Italia», spiegano gli 007. In Libia, primo Paese di partenza, viene segnalata «la presenza di strutturate reti criminali con proiezioni transnazionali, attestate soprattutto a Zuwarah, Az Zawiyah e Sabratah, che rappresenta uno dei principali fattori di facilitazione dell’immigrazione irregolare verso le nostre coste ed è una delle cause del forte incremento della pressione migratoria via mare rilevato nel corso del 2022, con una offerta di servizi estremamente flessibile e in grado di adattarsi velocemente sia al quadro politico sia alla stagionalità delle condizioni meteo marine».
Ed ecco le minacce. La prima: «Il persistere di fattori di rischio legati all’estremismo sunnita». Secondo gli analisti del Dis, «la destabilizzazione delle infrastrutture securitarie, in quei teatri di crisi all’estero dove più radicato è il terrorismo jihadista, alimenta l’incognita di possibili infiltrazioni da parte di soggetti controindicati, intenzionati ad approfittare dell’intensificarsi delle spinte migratorie lungo le rotte marittime e terrestri in direzione del nostro Paese».
La seconda minaccia: «Segnali dal fronte siro-iracheno hanno confermato l’inestinto, seppur ormai residuale, attivismo online o direttamente sul campo, di alcuni foreign fighters rimasti su posizioni irriducibili». Il numero complessivo di foreign fighters, a vario titolo connessi con l’Italia, è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 146 unità, di cui 61 deceduti e 35 «returnees». Ultimo rischio: la «pubblicistica istigatoria». «È proseguita nei confronti dell’Italia la diffusione di messaggi e video minatori da parte della galassia jihadista. Un ambito, questo, oggetto di serrato monitoraggio per i rischi legati a possibili attivazioni violente di elementi radicalizzati».
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Una società di intelligence ha mappato i flussi di clandestini ed estremisti lungo la rotta balcanica. Un mercato in cui si vendono documenti falsi, mappe e passaggi in nave.Tra la comunità musulmana in Friuli Venezia Giulia, molti mantengono contatti con la Siria e altri teatri caldi. Grazie ai social si scambiano ricette per produrre bombe e diffondono ai loro correligionari il credo islamista.Gli analisti: rischio alto di infiltrazioni tra i migranti. «Messaggi video contro l’Italia».Lo speciale contiene tre articoli.Un documento inedito, realizzato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence (che collabora con Mossad e Shin bet) per monitorare e dimostrare l’esistenza di alcuni flussi migratori anomali e pericolosi ormai penetrati in Italia, permette di raccontare per la prima volta il mercato dei viaggi della disperazione. Un mercato che viaggia in rete, con tanto di annunci pubblicitari. L’incipit del documento, che La Verità ha potuto visionare, permette già di farsi un’idea chiara: «Gli immigrati clandestini sono tradizionalmente introdotti clandestinamente in Europa via mare, attraverso il Mediterraneo. Tuttavia, i recenti sviluppi della situazione geopolitica in alcuni Paesi, tra cui Siria, Iraq, Pakistan e Afghanistan, hanno portato alla nascita di un nuovo corridoio per l’immigrazione via terra, noto come la Rotta balcanica. In questo nuovo scenario, i trafficanti di esseri umani stanno indirizzando i migranti da questi Paesi asiatici verso i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Questo sta avendo un impatto particolare sulle regioni di confine come il Friuli-Venezia Giulia che, per la loro posizione geografica, sono punti naturali di accesso all’Europa centrale e settentrionale». La relazione annuale del Dis al Parlamento sull’attività dei nostri servizi di intelligence aveva già evidenziato le criticità di una rotta finora passata quasi sotto silenzio, quella balcanica, usata dai clandestini per entrare nel nostro Paese. Grazie al report israeliano è possibile entrare nel vivo delle nuove modalità di organizzazione dei viaggi degli scafisti: «I social network e le applicazioni mobili hanno portato a un cambiamento nella gestione della tratta e nelle modalità pubblicitarie dei trafficanti di migranti, contribuendo forse anche all’aumento del numero di immigrati clandestini che arrivano in Friuli-Venezia Giulia. Poiché si pensa che le normali conversazioni con i cellulari possano essere intercettate, i social media e le applicazioni mobili permettono ai trafficanti di pubblicizzare i propri “servizi”, di gestire le comunicazioni con i potenziali clienti, ossia gli immigrati, e di reclutare più favoreggiatori. Anche potenziali terroristi e criminali potrebbero sfruttare questi servizi». I testi degli annunci sembrano quelli del catalogo di un tour operator: «Un percorso dalla Bosnia all’Italia, una camminata di 6 ore per attraversare il confine dalla Croazia, poi in auto fino al confine sloveno, poi ancora a piedi meno di un’ora e ancora in auto fino a Trieste, Italia», si legge ad esempio in un annuncio pubblicato su un canale Telegram, corredato da un numero di telefono con prefisso del Lussemburgo. L’utenza telefonica dell’annuncio viaggia veloce sui social. Un monitoraggio di Facebook con un software di ultima generazione permette ai tecnici di ricostruirne i flussi e di individuare almeno una decina di scambi. Ma ci sono anche le recensioni, che permettono ai trafficanti di uomini di guadagnare credibilità sul mercato nero: «I migranti pubblicano su Facebook informazioni sul loro viaggio, le condizioni, il pagamento e il livello di successo. I gruppi di Facebook sono importanti spazi virtuali nei quali i migranti condividono le proprie esperienze positive e negative, le sfide che hanno affrontato sul percorso e i dettagli sull’accoglienza e l’assistenza offerta nei Paesi europei di destinazione, immagini di documenti di viaggio falsi, mappe dei percorsi, informazioni sui tempi e i luoghi dei viaggi, nonché i numeri di telefono dei trafficanti e degli intermediari nei diversi Paesi. Coloro che hanno raggiunto la propria destinazione in modo sicuro e sono stati trattati bene, mettono tali informazioni a disposizione di coloro che stanno pianificando il proprio viaggi». Un altro post in arabo, individuato con l’uso della parola chiave «Trieste», intitolato «viaggi continui» offre trasferimenti «dalla Turchia all’Italia, con una nave mercantile, che trasporta merci da un porto all’altro, arrivando al porto italiano di Trieste, vicino al confine sloveno. Ad ogni viaggio, mandiamo solo 4 persone a bordo della nave. Partenza dal porto di Smirne verso il Porto italiano di Trieste». Il mercante di clandestini chiede di essere contattato tramite Whatsapp su un numero di cellulare siriano, che, annota il report, «è stato identificato come appartenente a un trafficante di nome F. La sua immagine Whatsapp chiede ai potenziali clienti di contattarlo tramite messaggi scritti, probabilmente come precauzione di sicurezza». Gli esperti israeliani hanno identificato anche una serie di gruppi Whatsapp, tra cui quello «dal titolo “Il nostro sogno è l’Italia”», creato attraverso un numero di cellulare francese e composto da 125 iscritti. Per gli autori del documento, si tratterebbe di «un gruppo di immigrati che aspirava ad arrivare in Italia». Il 25 gennaio 2020, «in un gruppo chiamato “La strada per l’Italia - dalla Turchia, attraverso Grecia, Croazia-Slovenia fino all’Italia”, un utente di nome A. A. ha pubblicato un link ad un gruppo WhatsApp chiamato “Oropa tonadi” - che in arabo significa “l’Europa ci chiama” Il gruppo è stato creato dal titolare del numero marocchino +21 […]». Nelle chat «singoli e gruppi offrono documenti di viaggio in vendita. Si può prendere contatto privatamente e direttamente da applicazioni mobili come WhatsApp, Viber, imo, Telegram, Line e anche Facebook messenger». Veri propri annunci per la vendita di documenti di indentità falsi, come quello pubblicato da il 26 gennaio 2020, da un utente di nome Ali M. che «ha pubblicizzato i propri servizi di fornitura di documenti europei per gli immigrati di lingua araba. Ha pubblicato il suo numero turco WhatsApp». Il post non ha nessuna restrizione di visualizzazione e la traduzione del testo non lascia spazio a interpretazioni: «Fratelli espatriati nei paesi europei. Vi presentiamo: Documenti europei per tutte le nazionalità (carta d’identità o residenza), patente di guida europea per tutti i Paesi, per il passaporto europeo per tutte le cittadinanze europee». A completare il tutto, oltre all’immancabile numero da contattare via Whatsapp, una serie di foto di passaporti e permessi di soggiorno falsi. Perfino la pandemia era considerata un’opportunità. In un annuncio dal titolo «viaggia nelle circostanze del coronavirus» era prevista perfino la consegna ai clandestini di una mascherina da usare una volta sbarcati: «Ti forniamo anche una mascherina mentre sei in mare». Poi l’inserzione prosegue così: «Naturalmente, la situazione del Coronavirus ha creato per noi una rara opportunità di viaggiare, quindi chiunque voglia viaggiare...». Nel post la foto di un gruppo di clandestini, sorridenti a bordo di una carretta del mare: «Si tratta di un gruppo di sudanesi arrivato ieri sulle coste italiane. Mille complimenti a loro Buona fortuna a tutti. Chi vuole viaggiare può contattarmi allo “Ufficio Immigrazione” o al WhatsApp...». Le conclusioni sulla ricerca svolta sono allarmanti: «I migranti che cercano di arrivare in Friuli-Venezia Giulia parlano di specifiche modalità di trasporto sui social network. I social network forniscono informazioni vitali per la preparazione del viaggio, forniscono supporto finanziario ed emotivo e sono di aiuto nei processi di inserimento e di integrazione dopo l’arrivo. I migranti condividono tali informazioni e comunicano attraverso una vasta gamma di social media, tra cui Facebook, Skype, WhatsApp, Viber, Telegram e imo. In sintesi, i social network interagiscono con il traffico di migranti come impresa». Un ruolo che prosegue anche dopo lo sbarco: «Gli immigrati siriani e nordafricani discutono le opzioni di viaggio disponibili sui social network informali e con i membri della famiglia e gli amici che si sono imbarcati in precedenza per raggiungere l’Europa. 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Barba lunga, kufi, il cappello da preghiera, e smartphone alla mano per rispondere ai messaggi whatsapp dei fedeli collegati in diretta, sermoneggia con una certa costanza. Soprattutto sui «pilastri della fede» e sulla «fede nell’ultimo giorno». Ma, soprattutto, è segnalato nel report stilato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence, che collabora con Mossad e Shin bet, e che ha ricostruito le relazioni social di presunti estremisti sfruttando l’intelligenza umana artificiale (Humint) in combinazione con moduli Hiwire deep analytics, «su Facebook ha legami con diversi simpatizzanti del jihad». Un grafico con il suo profilo al centro evidenzia l’impressionante rete social: una settantina di contatti che mostrano caratteristiche più o meno estremiste e radicali. Il dossier sottolinea che nel 2017 si è georeferenziato in Siria, ma a controllare oggi i suoi social compare anche una registrazione a Brostica, in Macedonia, nel 2021. E in diverse località della Francia, tra cui Marsiglia. Ma il pericolo d’infiltrazione nella comunità islamica in Italia di aspiranti martiri o combattenti non viaggia solo su Facebook. «Alla fine del 2019», si legge nel documento, «i simpatizzanti dello Stato islamico su Telegram hanno pubblicato un’immagine raffigurante una bandiera del Califfato che sventola sul campanile di San Marco a Venezia». Sul fotomontaggio c’è anche uno slogan: «Le promesse verranno mantenute nel nome di Allah, Roma e Costantinopoli cadranno». Il riferimento è a un hadith (breve narrazione relativa a detti o fatti del Profeta) in cui Maometto diceva che i musulmani avrebbero conquistato le due città. Una minaccia precisa. E c’è una costruzione grafica anche per Roma: con una foto di San Pietro e una del Foro presi dai miliziani della bandiera nera. Sullo sfondo c’è un miliziano che brandisce un coltello. E anche in questo caso la minaccia è più che esplicita. I canali Telegram monitorati, è spiegato nel report, «forniscono regolarmente traduzioni in italiano e l'organizzazione ha membri italiani». Non solo: «L’attento e costante monitoraggio di Telegram ha permesso di individuare alcuni canali legati al fondamentalismo islamico made in Italy. Tra le decine di chat e gruppi di sostenitori della causa jihadista, due sono quelli che meritano più attenzione: Ghulibati Ar-Rum (la Conquista di Roma, ndr) e Ansar al Khilafah fi Italia (seguaci del Califfato in Italia, ndr)». I due gruppi (nei quali uno dei partecipanti avrebbe perfino suggerito di condurre una sparatoria a Roma) però devono essere stati segnalati, perché a oggi su Telegram non se ne trova più traccia. Se ne è occupato però in passato l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che, spiegò, «era già pronta una serie di canali di scorta, definiti di back up». E probabilmente alcuni di questi sono ancora attivi. Il nome che viene indicato come quello del fondatore di uno dei due canali, però, è ancora presente su Facebook: tale Said, che come foto del profilo ha una mano con l’indice puntato verso il cielo. Sui canali Telegram è circolato un ebook: Bandiere nere da Roma, con tanto di strategia per l’invasione dell’Italia: «L’autostrada e la stazione ferroviaria di Bologna», per esempio, si legge nel report, «devono essere attaccate per prime. Il progetto è motivato dalla convinzione che la città sia il centro nevralgico del sistema delle comunicazioni italiane, che collega il Nord con il Sud Italia». Ma ci sono anche istruzioni «su come utilizzare Google Earth per pianificare attacchi». Oltre a ricette in lingua italiana per produrre esplosivi homemade: «Nel giugno 2019 un canale Telegram jihadista chiamato Roma libera aveva pubblicato la traduzione in lingua italiana di diversi manuali per la produzione di esplosivi fatti in casa» con perossido di acetone. Coincidenza: nel luglio 2007 sono stati arrestati a Perugia tre estremisti legati ad al Qaeda e coinvolti in una «scuola di formazione» per bombaroli. «Il costante monitoraggio sui social network e sulle applicazioni mobili di chat», è spiegato nel report, «può permettere di individuare in anticipo l’evoluzione della minaccia e i nuovi sostenitori dello Stato islamico in Italia». In particolare, sono stati tracciati dei diagrammi di flusso relazionale (sempre social) tra musulmani residenti a Trieste e a Udine e presunti estremisti. Per la raccolta dei dati, spiegano gli israeliani, «abbiamo identificato profili potenzialmente jihadisti cercando parole chiave come kuffar (infedeli) e link a noti gruppi Telegram o a messaggi dello Stato islamico». E ne è venuto fuori un elenco di nominativi con tre caratteristiche particolari: il nome utente presenta spesso il prefisso «Abu» e termina con l’indicazione del luogo di origine, la foto del profilo è una bandiera dell’Isis, un indice puntato verso il cielo (a indicare l’unicità di Dio) o un leone (metafora di coraggio e martirio), il luogo di lavoro è «al servizio di Allah» o «al servizio di Allah glorificato». I risultati del rapporto, viene sottolineato, «evidenziano l’esistenza di una comunità di simpatizzanti del jihad in Italia, l’allarmante legame di queste comunità con i musulmani residenti in Friuli Venezia Giulia, molti dei quali di origine nordafricana, la motivazione e la possibile intenzione di commettere attentati terroristici in Italia, materiale che illustra come fabbricare esplosivi artigianali diffuso tra gli utenti di Telegram». E c’è perfino un bot, ovvero un utente non umano capace di svolgere azioni più o meno complesse in modo automatico, che pubblica con cadenza settimanale foto e messaggi di propaganda con i resoconti degli attacchi dei soldati dello Stato islamico durante l’ultima settimana. Al centro della rete viene individuata una «figura chiave»: il suo nome è Issa, sul profilo Facebook si presenta con una bandiera nera e foto del Corano. Partendo da quel profilo l’analisi dei contatti con caratteristiche da guerriglieri portano fino in Svizzera e in Francia. E ne è venuta fuori una lista con 40 profili leader dalla quale si diramano 600 collegamenti definiti «strettamente correlati» e oltre 4.000 contatti «legati all’Islam radicale». Tutti da analizzare se si vogliono anticipare le mosse del pericolo jihadista in Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caccia-segreta-israeliani-terroristi-italia-2659502546.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-per-i-nostri-007-il-pericolo-arriva-da-est" data-post-id="2659502546" data-published-at="1678032312" data-use-pagination="False"> Anche per i nostri 007 il pericolo arriva da Est Le rotte orientali e il pericolo di infiltrazioni di estremisti. Il Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, struttura che analizza i dati raccolti da Aise e Aisi (i servizi segreti che si occupano di minacci interna ed estera), qualche giorno fa alla questione ha dedicato un ampio focus nella sua relazione annuale al Parlamento. La rotta balcanica terrestre, per esempio, «è caratterizzata da un elevato numero dei rintracci di irregolari, specie sul confine italo-sloveno». Qui transitano, oltre a pakistani, bangladesi, afghani, indiani e nepalesi, anche «soggetti di origine nordafricana». E, spiegano gli analisti, «questa eterogeneità corrisponde a una realtà criminale altrettanto varia, composta prevalentemente da microgruppi e singoli facilitatori con un basso profilo organizzativo». Ma è sulla rotta del Mediterraneo centrale che il Dis vede la presenza di veri e propri «network criminali». «È caratterizzata da flussi che originano prevalentemente dalle coste libiche e tunisine, si conferma la principale direttrice di trasferimento via mare di migranti irregolari in Italia», spiegano gli 007. In Libia, primo Paese di partenza, viene segnalata «la presenza di strutturate reti criminali con proiezioni transnazionali, attestate soprattutto a Zuwarah, Az Zawiyah e Sabratah, che rappresenta uno dei principali fattori di facilitazione dell’immigrazione irregolare verso le nostre coste ed è una delle cause del forte incremento della pressione migratoria via mare rilevato nel corso del 2022, con una offerta di servizi estremamente flessibile e in grado di adattarsi velocemente sia al quadro politico sia alla stagionalità delle condizioni meteo marine». Ed ecco le minacce. La prima: «Il persistere di fattori di rischio legati all’estremismo sunnita». Secondo gli analisti del Dis, «la destabilizzazione delle infrastrutture securitarie, in quei teatri di crisi all’estero dove più radicato è il terrorismo jihadista, alimenta l’incognita di possibili infiltrazioni da parte di soggetti controindicati, intenzionati ad approfittare dell’intensificarsi delle spinte migratorie lungo le rotte marittime e terrestri in direzione del nostro Paese». La seconda minaccia: «Segnali dal fronte siro-iracheno hanno confermato l’inestinto, seppur ormai residuale, attivismo online o direttamente sul campo, di alcuni foreign fighters rimasti su posizioni irriducibili». Il numero complessivo di foreign fighters, a vario titolo connessi con l’Italia, è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 146 unità, di cui 61 deceduti e 35 «returnees». Ultimo rischio: la «pubblicistica istigatoria». «È proseguita nei confronti dell’Italia la diffusione di messaggi e video minatori da parte della galassia jihadista. Un ambito, questo, oggetto di serrato monitoraggio per i rischi legati a possibili attivazioni violente di elementi radicalizzati».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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