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2023-03-06
La caccia segreta degli israeliani ai terroristi in Italia
Un manifesto con la bandiera dell’Isis che sventola su Venezia, pubblicato su un canale Telegram
Un documento inedito, realizzato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence (che collabora con Mossad e Shin bet) per monitorare e dimostrare l’esistenza di alcuni flussi migratori anomali e pericolosi ormai penetrati in Italia, permette di raccontare per la prima volta il mercato dei viaggi della disperazione. Un mercato che viaggia in rete, con tanto di annunci pubblicitari. L’incipit del documento, che La Verità ha potuto visionare, permette già di farsi un’idea chiara: «Gli immigrati clandestini sono tradizionalmente introdotti clandestinamente in Europa via mare, attraverso il Mediterraneo. Tuttavia, i recenti sviluppi della situazione geopolitica in alcuni Paesi, tra cui Siria, Iraq, Pakistan e Afghanistan, hanno portato alla nascita di un nuovo corridoio per l’immigrazione via terra, noto come la Rotta balcanica. In questo nuovo scenario, i trafficanti di esseri umani stanno indirizzando i migranti da questi Paesi asiatici verso i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Questo sta avendo un impatto particolare sulle regioni di confine come il Friuli-Venezia Giulia che, per la loro posizione geografica, sono punti naturali di accesso all’Europa centrale e settentrionale».
La relazione annuale del Dis al Parlamento sull’attività dei nostri servizi di intelligence aveva già evidenziato le criticità di una rotta finora passata quasi sotto silenzio, quella balcanica, usata dai clandestini per entrare nel nostro Paese. Grazie al report israeliano è possibile entrare nel vivo delle nuove modalità di organizzazione dei viaggi degli scafisti: «I social network e le applicazioni mobili hanno portato a un cambiamento nella gestione della tratta e nelle modalità pubblicitarie dei trafficanti di migranti, contribuendo forse anche all’aumento del numero di immigrati clandestini che arrivano in Friuli-Venezia Giulia. Poiché si pensa che le normali conversazioni con i cellulari possano essere intercettate, i social media e le applicazioni mobili permettono ai trafficanti di pubblicizzare i propri “servizi”, di gestire le comunicazioni con i potenziali clienti, ossia gli immigrati, e di reclutare più favoreggiatori. Anche potenziali terroristi e criminali potrebbero sfruttare questi servizi».
I testi degli annunci sembrano quelli del catalogo di un tour operator: «Un percorso dalla Bosnia all’Italia, una camminata di 6 ore per attraversare il confine dalla Croazia, poi in auto fino al confine sloveno, poi ancora a piedi meno di un’ora e ancora in auto fino a Trieste, Italia», si legge ad esempio in un annuncio pubblicato su un canale Telegram, corredato da un numero di telefono con prefisso del Lussemburgo. L’utenza telefonica dell’annuncio viaggia veloce sui social. Un monitoraggio di Facebook con un software di ultima generazione permette ai tecnici di ricostruirne i flussi e di individuare almeno una decina di scambi.
Ma ci sono anche le recensioni, che permettono ai trafficanti di uomini di guadagnare credibilità sul mercato nero: «I migranti pubblicano su Facebook informazioni sul loro viaggio, le condizioni, il pagamento e il livello di successo. I gruppi di Facebook sono importanti spazi virtuali nei quali i migranti condividono le proprie esperienze positive e negative, le sfide che hanno affrontato sul percorso e i dettagli sull’accoglienza e l’assistenza offerta nei Paesi europei di destinazione, immagini di documenti di viaggio falsi, mappe dei percorsi, informazioni sui tempi e i luoghi dei viaggi, nonché i numeri di telefono dei trafficanti e degli intermediari nei diversi Paesi. Coloro che hanno raggiunto la propria destinazione in modo sicuro e sono stati trattati bene, mettono tali informazioni a disposizione di coloro che stanno pianificando il proprio viaggi». Un altro post in arabo, individuato con l’uso della parola chiave «Trieste», intitolato «viaggi continui» offre trasferimenti «dalla Turchia all’Italia, con una nave mercantile, che trasporta merci da un porto all’altro, arrivando al porto italiano di Trieste, vicino al confine sloveno. Ad ogni viaggio, mandiamo solo 4 persone a bordo della nave. Partenza dal porto di Smirne verso il Porto italiano di Trieste». Il mercante di clandestini chiede di essere contattato tramite Whatsapp su un numero di cellulare siriano, che, annota il report, «è stato identificato come appartenente a un trafficante di nome F. La sua immagine Whatsapp chiede ai potenziali clienti di contattarlo tramite messaggi scritti, probabilmente come precauzione di sicurezza».
Gli esperti israeliani hanno identificato anche una serie di gruppi Whatsapp, tra cui quello «dal titolo “Il nostro sogno è l’Italia”», creato attraverso un numero di cellulare francese e composto da 125 iscritti. Per gli autori del documento, si tratterebbe di «un gruppo di immigrati che aspirava ad arrivare in Italia». Il 25 gennaio 2020, «in un gruppo chiamato “La strada per l’Italia - dalla Turchia, attraverso Grecia, Croazia-Slovenia fino all’Italia”, un utente di nome A. A. ha pubblicato un link ad un gruppo WhatsApp chiamato “Oropa tonadi” - che in arabo significa “l’Europa ci chiama” Il gruppo è stato creato dal titolare del numero marocchino +21 […]».
Nelle chat «singoli e gruppi offrono documenti di viaggio in vendita. Si può prendere contatto privatamente e direttamente da applicazioni mobili come WhatsApp, Viber, imo, Telegram, Line e anche Facebook messenger». Veri propri annunci per la vendita di documenti di indentità falsi, come quello pubblicato da il 26 gennaio 2020, da un utente di nome Ali M. che «ha pubblicizzato i propri servizi di fornitura di documenti europei per gli immigrati di lingua araba. Ha pubblicato il suo numero turco WhatsApp». Il post non ha nessuna restrizione di visualizzazione e la traduzione del testo non lascia spazio a interpretazioni: «Fratelli espatriati nei paesi europei. Vi presentiamo: Documenti europei per tutte le nazionalità (carta d’identità o residenza), patente di guida europea per tutti i Paesi, per il passaporto europeo per tutte le cittadinanze europee». A completare il tutto, oltre all’immancabile numero da contattare via Whatsapp, una serie di foto di passaporti e permessi di soggiorno falsi.
Perfino la pandemia era considerata un’opportunità. In un annuncio dal titolo «viaggia nelle circostanze del coronavirus» era prevista perfino la consegna ai clandestini di una mascherina da usare una volta sbarcati: «Ti forniamo anche una mascherina mentre sei in mare». Poi l’inserzione prosegue così: «Naturalmente, la situazione del Coronavirus ha creato per noi una rara opportunità di viaggiare, quindi chiunque voglia viaggiare...». Nel post la foto di un gruppo di clandestini, sorridenti a bordo di una carretta del mare: «Si tratta di un gruppo di sudanesi arrivato ieri sulle coste italiane. Mille complimenti a loro Buona fortuna a tutti. Chi vuole viaggiare può contattarmi allo “Ufficio Immigrazione” o al WhatsApp...».
Le conclusioni sulla ricerca svolta sono allarmanti: «I migranti che cercano di arrivare in Friuli-Venezia Giulia parlano di specifiche modalità di trasporto sui social network. I social network forniscono informazioni vitali per la preparazione del viaggio, forniscono supporto finanziario ed emotivo e sono di aiuto nei processi di inserimento e di integrazione dopo l’arrivo. I migranti condividono tali informazioni e comunicano attraverso una vasta gamma di social media, tra cui Facebook, Skype, WhatsApp, Viber, Telegram e imo. In sintesi, i social network interagiscono con il traffico di migranti come impresa».
Un ruolo che prosegue anche dopo lo sbarco: «Gli immigrati siriani e nordafricani discutono le opzioni di viaggio disponibili sui social network informali e con i membri della famiglia e gli amici che si sono imbarcati in precedenza per raggiungere l’Europa. Una volta arrivati in Paesi di transito quali l’Egitto, la Turchia, la Grecia, l’Italia e la Spagna, si scambiano informazioni».
La rete jihadista tra Udine e Trieste che pianifica attentati esplosivi
Abdurrahman, ingegnere meccanico di Casablanca che ha studiato all'Università di Udine e che vive in provincia di Treviso, viene indicato come un «predicatore». Sul suo profilo Facebook pubblica video con la sua personale esegesi del Corano e veste con abiti tradizionali. Barba lunga, kufi, il cappello da preghiera, e smartphone alla mano per rispondere ai messaggi whatsapp dei fedeli collegati in diretta, sermoneggia con una certa costanza. Soprattutto sui «pilastri della fede» e sulla «fede nell’ultimo giorno».
Ma, soprattutto, è segnalato nel report stilato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence, che collabora con Mossad e Shin bet, e che ha ricostruito le relazioni social di presunti estremisti sfruttando l’intelligenza umana artificiale (Humint) in combinazione con moduli Hiwire deep analytics, «su Facebook ha legami con diversi simpatizzanti del jihad». Un grafico con il suo profilo al centro evidenzia l’impressionante rete social: una settantina di contatti che mostrano caratteristiche più o meno estremiste e radicali. Il dossier sottolinea che nel 2017 si è georeferenziato in Siria, ma a controllare oggi i suoi social compare anche una registrazione a Brostica, in Macedonia, nel 2021. E in diverse località della Francia, tra cui Marsiglia.
Ma il pericolo d’infiltrazione nella comunità islamica in Italia di aspiranti martiri o combattenti non viaggia solo su Facebook. «Alla fine del 2019», si legge nel documento, «i simpatizzanti dello Stato islamico su Telegram hanno pubblicato un’immagine raffigurante una bandiera del Califfato che sventola sul campanile di San Marco a Venezia». Sul fotomontaggio c’è anche uno slogan: «Le promesse verranno mantenute nel nome di Allah, Roma e Costantinopoli cadranno». Il riferimento è a un hadith (breve narrazione relativa a detti o fatti del Profeta) in cui Maometto diceva che i musulmani avrebbero conquistato le due città. Una minaccia precisa. E c’è una costruzione grafica anche per Roma: con una foto di San Pietro e una del Foro presi dai miliziani della bandiera nera. Sullo sfondo c’è un miliziano che brandisce un coltello. E anche in questo caso la minaccia è più che esplicita.
I canali Telegram monitorati, è spiegato nel report, «forniscono regolarmente traduzioni in italiano e l'organizzazione ha membri italiani». Non solo: «L’attento e costante monitoraggio di Telegram ha permesso di individuare alcuni canali legati al fondamentalismo islamico made in Italy. Tra le decine di chat e gruppi di sostenitori della causa jihadista, due sono quelli che meritano più attenzione: Ghulibati Ar-Rum (la Conquista di Roma, ndr) e Ansar al Khilafah fi Italia (seguaci del Califfato in Italia, ndr)». I due gruppi (nei quali uno dei partecipanti avrebbe perfino suggerito di condurre una sparatoria a Roma) però devono essere stati segnalati, perché a oggi su Telegram non se ne trova più traccia. Se ne è occupato però in passato l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che, spiegò, «era già pronta una serie di canali di scorta, definiti di back up». E probabilmente alcuni di questi sono ancora attivi.
Il nome che viene indicato come quello del fondatore di uno dei due canali, però, è ancora presente su Facebook: tale Said, che come foto del profilo ha una mano con l’indice puntato verso il cielo. Sui canali Telegram è circolato un ebook: Bandiere nere da Roma, con tanto di strategia per l’invasione dell’Italia: «L’autostrada e la stazione ferroviaria di Bologna», per esempio, si legge nel report, «devono essere attaccate per prime. Il progetto è motivato dalla convinzione che la città sia il centro nevralgico del sistema delle comunicazioni italiane, che collega il Nord con il Sud Italia». Ma ci sono anche istruzioni «su come utilizzare Google Earth per pianificare attacchi». Oltre a ricette in lingua italiana per produrre esplosivi homemade: «Nel giugno 2019 un canale Telegram jihadista chiamato Roma libera aveva pubblicato la traduzione in lingua italiana di diversi manuali per la produzione di esplosivi fatti in casa» con perossido di acetone. Coincidenza: nel luglio 2007 sono stati arrestati a Perugia tre estremisti legati ad al Qaeda e coinvolti in una «scuola di formazione» per bombaroli. «Il costante monitoraggio sui social network e sulle applicazioni mobili di chat», è spiegato nel report, «può permettere di individuare in anticipo l’evoluzione della minaccia e i nuovi sostenitori dello Stato islamico in Italia». In particolare, sono stati tracciati dei diagrammi di flusso relazionale (sempre social) tra musulmani residenti a Trieste e a Udine e presunti estremisti. Per la raccolta dei dati, spiegano gli israeliani, «abbiamo identificato profili potenzialmente jihadisti cercando parole chiave come kuffar (infedeli) e link a noti gruppi Telegram o a messaggi dello Stato islamico». E ne è venuto fuori un elenco di nominativi con tre caratteristiche particolari: il nome utente presenta spesso il prefisso «Abu» e termina con l’indicazione del luogo di origine, la foto del profilo è una bandiera dell’Isis, un indice puntato verso il cielo (a indicare l’unicità di Dio) o un leone (metafora di coraggio e martirio), il luogo di lavoro è «al servizio di Allah» o «al servizio di Allah glorificato».
I risultati del rapporto, viene sottolineato, «evidenziano l’esistenza di una comunità di simpatizzanti del jihad in Italia, l’allarmante legame di queste comunità con i musulmani residenti in Friuli Venezia Giulia, molti dei quali di origine nordafricana, la motivazione e la possibile intenzione di commettere attentati terroristici in Italia, materiale che illustra come fabbricare esplosivi artigianali diffuso tra gli utenti di Telegram». E c’è perfino un bot, ovvero un utente non umano capace di svolgere azioni più o meno complesse in modo automatico, che pubblica con cadenza settimanale foto e messaggi di propaganda con i resoconti degli attacchi dei soldati dello Stato islamico durante l’ultima settimana. Al centro della rete viene individuata una «figura chiave»: il suo nome è Issa, sul profilo Facebook si presenta con una bandiera nera e foto del Corano. Partendo da quel profilo l’analisi dei contatti con caratteristiche da guerriglieri portano fino in Svizzera e in Francia. E ne è venuta fuori una lista con 40 profili leader dalla quale si diramano 600 collegamenti definiti «strettamente correlati» e oltre 4.000 contatti «legati all’Islam radicale». Tutti da analizzare se si vogliono anticipare le mosse del pericolo jihadista in Italia.
Anche per i nostri 007 il pericolo arriva da Est
Le rotte orientali e il pericolo di infiltrazioni di estremisti. Il Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, struttura che analizza i dati raccolti da Aise e Aisi (i servizi segreti che si occupano di minacci interna ed estera), qualche giorno fa alla questione ha dedicato un ampio focus nella sua relazione annuale al Parlamento.
La rotta balcanica terrestre, per esempio, «è caratterizzata da un elevato numero dei rintracci di irregolari, specie sul confine italo-sloveno». Qui transitano, oltre a pakistani, bangladesi, afghani, indiani e nepalesi, anche «soggetti di origine nordafricana». E, spiegano gli analisti, «questa eterogeneità corrisponde a una realtà criminale altrettanto varia, composta prevalentemente da microgruppi e singoli facilitatori con un basso profilo organizzativo». Ma è sulla rotta del Mediterraneo centrale che il Dis vede la presenza di veri e propri «network criminali».
«È caratterizzata da flussi che originano prevalentemente dalle coste libiche e tunisine, si conferma la principale direttrice di trasferimento via mare di migranti irregolari in Italia», spiegano gli 007. In Libia, primo Paese di partenza, viene segnalata «la presenza di strutturate reti criminali con proiezioni transnazionali, attestate soprattutto a Zuwarah, Az Zawiyah e Sabratah, che rappresenta uno dei principali fattori di facilitazione dell’immigrazione irregolare verso le nostre coste ed è una delle cause del forte incremento della pressione migratoria via mare rilevato nel corso del 2022, con una offerta di servizi estremamente flessibile e in grado di adattarsi velocemente sia al quadro politico sia alla stagionalità delle condizioni meteo marine».
Ed ecco le minacce. La prima: «Il persistere di fattori di rischio legati all’estremismo sunnita». Secondo gli analisti del Dis, «la destabilizzazione delle infrastrutture securitarie, in quei teatri di crisi all’estero dove più radicato è il terrorismo jihadista, alimenta l’incognita di possibili infiltrazioni da parte di soggetti controindicati, intenzionati ad approfittare dell’intensificarsi delle spinte migratorie lungo le rotte marittime e terrestri in direzione del nostro Paese».
La seconda minaccia: «Segnali dal fronte siro-iracheno hanno confermato l’inestinto, seppur ormai residuale, attivismo online o direttamente sul campo, di alcuni foreign fighters rimasti su posizioni irriducibili». Il numero complessivo di foreign fighters, a vario titolo connessi con l’Italia, è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 146 unità, di cui 61 deceduti e 35 «returnees». Ultimo rischio: la «pubblicistica istigatoria». «È proseguita nei confronti dell’Italia la diffusione di messaggi e video minatori da parte della galassia jihadista. Un ambito, questo, oggetto di serrato monitoraggio per i rischi legati a possibili attivazioni violente di elementi radicalizzati».
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Una società di intelligence ha mappato i flussi di clandestini ed estremisti lungo la rotta balcanica. Un mercato in cui si vendono documenti falsi, mappe e passaggi in nave.Tra la comunità musulmana in Friuli Venezia Giulia, molti mantengono contatti con la Siria e altri teatri caldi. Grazie ai social si scambiano ricette per produrre bombe e diffondono ai loro correligionari il credo islamista.Gli analisti: rischio alto di infiltrazioni tra i migranti. «Messaggi video contro l’Italia».Lo speciale contiene tre articoli.Un documento inedito, realizzato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence (che collabora con Mossad e Shin bet) per monitorare e dimostrare l’esistenza di alcuni flussi migratori anomali e pericolosi ormai penetrati in Italia, permette di raccontare per la prima volta il mercato dei viaggi della disperazione. Un mercato che viaggia in rete, con tanto di annunci pubblicitari. L’incipit del documento, che La Verità ha potuto visionare, permette già di farsi un’idea chiara: «Gli immigrati clandestini sono tradizionalmente introdotti clandestinamente in Europa via mare, attraverso il Mediterraneo. Tuttavia, i recenti sviluppi della situazione geopolitica in alcuni Paesi, tra cui Siria, Iraq, Pakistan e Afghanistan, hanno portato alla nascita di un nuovo corridoio per l’immigrazione via terra, noto come la Rotta balcanica. In questo nuovo scenario, i trafficanti di esseri umani stanno indirizzando i migranti da questi Paesi asiatici verso i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Questo sta avendo un impatto particolare sulle regioni di confine come il Friuli-Venezia Giulia che, per la loro posizione geografica, sono punti naturali di accesso all’Europa centrale e settentrionale». La relazione annuale del Dis al Parlamento sull’attività dei nostri servizi di intelligence aveva già evidenziato le criticità di una rotta finora passata quasi sotto silenzio, quella balcanica, usata dai clandestini per entrare nel nostro Paese. Grazie al report israeliano è possibile entrare nel vivo delle nuove modalità di organizzazione dei viaggi degli scafisti: «I social network e le applicazioni mobili hanno portato a un cambiamento nella gestione della tratta e nelle modalità pubblicitarie dei trafficanti di migranti, contribuendo forse anche all’aumento del numero di immigrati clandestini che arrivano in Friuli-Venezia Giulia. Poiché si pensa che le normali conversazioni con i cellulari possano essere intercettate, i social media e le applicazioni mobili permettono ai trafficanti di pubblicizzare i propri “servizi”, di gestire le comunicazioni con i potenziali clienti, ossia gli immigrati, e di reclutare più favoreggiatori. Anche potenziali terroristi e criminali potrebbero sfruttare questi servizi». I testi degli annunci sembrano quelli del catalogo di un tour operator: «Un percorso dalla Bosnia all’Italia, una camminata di 6 ore per attraversare il confine dalla Croazia, poi in auto fino al confine sloveno, poi ancora a piedi meno di un’ora e ancora in auto fino a Trieste, Italia», si legge ad esempio in un annuncio pubblicato su un canale Telegram, corredato da un numero di telefono con prefisso del Lussemburgo. L’utenza telefonica dell’annuncio viaggia veloce sui social. Un monitoraggio di Facebook con un software di ultima generazione permette ai tecnici di ricostruirne i flussi e di individuare almeno una decina di scambi. Ma ci sono anche le recensioni, che permettono ai trafficanti di uomini di guadagnare credibilità sul mercato nero: «I migranti pubblicano su Facebook informazioni sul loro viaggio, le condizioni, il pagamento e il livello di successo. I gruppi di Facebook sono importanti spazi virtuali nei quali i migranti condividono le proprie esperienze positive e negative, le sfide che hanno affrontato sul percorso e i dettagli sull’accoglienza e l’assistenza offerta nei Paesi europei di destinazione, immagini di documenti di viaggio falsi, mappe dei percorsi, informazioni sui tempi e i luoghi dei viaggi, nonché i numeri di telefono dei trafficanti e degli intermediari nei diversi Paesi. Coloro che hanno raggiunto la propria destinazione in modo sicuro e sono stati trattati bene, mettono tali informazioni a disposizione di coloro che stanno pianificando il proprio viaggi». Un altro post in arabo, individuato con l’uso della parola chiave «Trieste», intitolato «viaggi continui» offre trasferimenti «dalla Turchia all’Italia, con una nave mercantile, che trasporta merci da un porto all’altro, arrivando al porto italiano di Trieste, vicino al confine sloveno. Ad ogni viaggio, mandiamo solo 4 persone a bordo della nave. Partenza dal porto di Smirne verso il Porto italiano di Trieste». Il mercante di clandestini chiede di essere contattato tramite Whatsapp su un numero di cellulare siriano, che, annota il report, «è stato identificato come appartenente a un trafficante di nome F. La sua immagine Whatsapp chiede ai potenziali clienti di contattarlo tramite messaggi scritti, probabilmente come precauzione di sicurezza». Gli esperti israeliani hanno identificato anche una serie di gruppi Whatsapp, tra cui quello «dal titolo “Il nostro sogno è l’Italia”», creato attraverso un numero di cellulare francese e composto da 125 iscritti. Per gli autori del documento, si tratterebbe di «un gruppo di immigrati che aspirava ad arrivare in Italia». Il 25 gennaio 2020, «in un gruppo chiamato “La strada per l’Italia - dalla Turchia, attraverso Grecia, Croazia-Slovenia fino all’Italia”, un utente di nome A. A. ha pubblicato un link ad un gruppo WhatsApp chiamato “Oropa tonadi” - che in arabo significa “l’Europa ci chiama” Il gruppo è stato creato dal titolare del numero marocchino +21 […]». Nelle chat «singoli e gruppi offrono documenti di viaggio in vendita. Si può prendere contatto privatamente e direttamente da applicazioni mobili come WhatsApp, Viber, imo, Telegram, Line e anche Facebook messenger». Veri propri annunci per la vendita di documenti di indentità falsi, come quello pubblicato da il 26 gennaio 2020, da un utente di nome Ali M. che «ha pubblicizzato i propri servizi di fornitura di documenti europei per gli immigrati di lingua araba. Ha pubblicato il suo numero turco WhatsApp». Il post non ha nessuna restrizione di visualizzazione e la traduzione del testo non lascia spazio a interpretazioni: «Fratelli espatriati nei paesi europei. Vi presentiamo: Documenti europei per tutte le nazionalità (carta d’identità o residenza), patente di guida europea per tutti i Paesi, per il passaporto europeo per tutte le cittadinanze europee». A completare il tutto, oltre all’immancabile numero da contattare via Whatsapp, una serie di foto di passaporti e permessi di soggiorno falsi. Perfino la pandemia era considerata un’opportunità. In un annuncio dal titolo «viaggia nelle circostanze del coronavirus» era prevista perfino la consegna ai clandestini di una mascherina da usare una volta sbarcati: «Ti forniamo anche una mascherina mentre sei in mare». Poi l’inserzione prosegue così: «Naturalmente, la situazione del Coronavirus ha creato per noi una rara opportunità di viaggiare, quindi chiunque voglia viaggiare...». Nel post la foto di un gruppo di clandestini, sorridenti a bordo di una carretta del mare: «Si tratta di un gruppo di sudanesi arrivato ieri sulle coste italiane. Mille complimenti a loro Buona fortuna a tutti. Chi vuole viaggiare può contattarmi allo “Ufficio Immigrazione” o al WhatsApp...». Le conclusioni sulla ricerca svolta sono allarmanti: «I migranti che cercano di arrivare in Friuli-Venezia Giulia parlano di specifiche modalità di trasporto sui social network. I social network forniscono informazioni vitali per la preparazione del viaggio, forniscono supporto finanziario ed emotivo e sono di aiuto nei processi di inserimento e di integrazione dopo l’arrivo. I migranti condividono tali informazioni e comunicano attraverso una vasta gamma di social media, tra cui Facebook, Skype, WhatsApp, Viber, Telegram e imo. In sintesi, i social network interagiscono con il traffico di migranti come impresa». Un ruolo che prosegue anche dopo lo sbarco: «Gli immigrati siriani e nordafricani discutono le opzioni di viaggio disponibili sui social network informali e con i membri della famiglia e gli amici che si sono imbarcati in precedenza per raggiungere l’Europa. 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Barba lunga, kufi, il cappello da preghiera, e smartphone alla mano per rispondere ai messaggi whatsapp dei fedeli collegati in diretta, sermoneggia con una certa costanza. Soprattutto sui «pilastri della fede» e sulla «fede nell’ultimo giorno». Ma, soprattutto, è segnalato nel report stilato dalla società israeliana Wip accelerate intelligence, che collabora con Mossad e Shin bet, e che ha ricostruito le relazioni social di presunti estremisti sfruttando l’intelligenza umana artificiale (Humint) in combinazione con moduli Hiwire deep analytics, «su Facebook ha legami con diversi simpatizzanti del jihad». Un grafico con il suo profilo al centro evidenzia l’impressionante rete social: una settantina di contatti che mostrano caratteristiche più o meno estremiste e radicali. Il dossier sottolinea che nel 2017 si è georeferenziato in Siria, ma a controllare oggi i suoi social compare anche una registrazione a Brostica, in Macedonia, nel 2021. E in diverse località della Francia, tra cui Marsiglia. Ma il pericolo d’infiltrazione nella comunità islamica in Italia di aspiranti martiri o combattenti non viaggia solo su Facebook. «Alla fine del 2019», si legge nel documento, «i simpatizzanti dello Stato islamico su Telegram hanno pubblicato un’immagine raffigurante una bandiera del Califfato che sventola sul campanile di San Marco a Venezia». Sul fotomontaggio c’è anche uno slogan: «Le promesse verranno mantenute nel nome di Allah, Roma e Costantinopoli cadranno». Il riferimento è a un hadith (breve narrazione relativa a detti o fatti del Profeta) in cui Maometto diceva che i musulmani avrebbero conquistato le due città. Una minaccia precisa. E c’è una costruzione grafica anche per Roma: con una foto di San Pietro e una del Foro presi dai miliziani della bandiera nera. Sullo sfondo c’è un miliziano che brandisce un coltello. E anche in questo caso la minaccia è più che esplicita. I canali Telegram monitorati, è spiegato nel report, «forniscono regolarmente traduzioni in italiano e l'organizzazione ha membri italiani». Non solo: «L’attento e costante monitoraggio di Telegram ha permesso di individuare alcuni canali legati al fondamentalismo islamico made in Italy. Tra le decine di chat e gruppi di sostenitori della causa jihadista, due sono quelli che meritano più attenzione: Ghulibati Ar-Rum (la Conquista di Roma, ndr) e Ansar al Khilafah fi Italia (seguaci del Califfato in Italia, ndr)». I due gruppi (nei quali uno dei partecipanti avrebbe perfino suggerito di condurre una sparatoria a Roma) però devono essere stati segnalati, perché a oggi su Telegram non se ne trova più traccia. Se ne è occupato però in passato l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che, spiegò, «era già pronta una serie di canali di scorta, definiti di back up». E probabilmente alcuni di questi sono ancora attivi. Il nome che viene indicato come quello del fondatore di uno dei due canali, però, è ancora presente su Facebook: tale Said, che come foto del profilo ha una mano con l’indice puntato verso il cielo. Sui canali Telegram è circolato un ebook: Bandiere nere da Roma, con tanto di strategia per l’invasione dell’Italia: «L’autostrada e la stazione ferroviaria di Bologna», per esempio, si legge nel report, «devono essere attaccate per prime. Il progetto è motivato dalla convinzione che la città sia il centro nevralgico del sistema delle comunicazioni italiane, che collega il Nord con il Sud Italia». Ma ci sono anche istruzioni «su come utilizzare Google Earth per pianificare attacchi». Oltre a ricette in lingua italiana per produrre esplosivi homemade: «Nel giugno 2019 un canale Telegram jihadista chiamato Roma libera aveva pubblicato la traduzione in lingua italiana di diversi manuali per la produzione di esplosivi fatti in casa» con perossido di acetone. Coincidenza: nel luglio 2007 sono stati arrestati a Perugia tre estremisti legati ad al Qaeda e coinvolti in una «scuola di formazione» per bombaroli. «Il costante monitoraggio sui social network e sulle applicazioni mobili di chat», è spiegato nel report, «può permettere di individuare in anticipo l’evoluzione della minaccia e i nuovi sostenitori dello Stato islamico in Italia». In particolare, sono stati tracciati dei diagrammi di flusso relazionale (sempre social) tra musulmani residenti a Trieste e a Udine e presunti estremisti. Per la raccolta dei dati, spiegano gli israeliani, «abbiamo identificato profili potenzialmente jihadisti cercando parole chiave come kuffar (infedeli) e link a noti gruppi Telegram o a messaggi dello Stato islamico». E ne è venuto fuori un elenco di nominativi con tre caratteristiche particolari: il nome utente presenta spesso il prefisso «Abu» e termina con l’indicazione del luogo di origine, la foto del profilo è una bandiera dell’Isis, un indice puntato verso il cielo (a indicare l’unicità di Dio) o un leone (metafora di coraggio e martirio), il luogo di lavoro è «al servizio di Allah» o «al servizio di Allah glorificato». I risultati del rapporto, viene sottolineato, «evidenziano l’esistenza di una comunità di simpatizzanti del jihad in Italia, l’allarmante legame di queste comunità con i musulmani residenti in Friuli Venezia Giulia, molti dei quali di origine nordafricana, la motivazione e la possibile intenzione di commettere attentati terroristici in Italia, materiale che illustra come fabbricare esplosivi artigianali diffuso tra gli utenti di Telegram». E c’è perfino un bot, ovvero un utente non umano capace di svolgere azioni più o meno complesse in modo automatico, che pubblica con cadenza settimanale foto e messaggi di propaganda con i resoconti degli attacchi dei soldati dello Stato islamico durante l’ultima settimana. Al centro della rete viene individuata una «figura chiave»: il suo nome è Issa, sul profilo Facebook si presenta con una bandiera nera e foto del Corano. Partendo da quel profilo l’analisi dei contatti con caratteristiche da guerriglieri portano fino in Svizzera e in Francia. E ne è venuta fuori una lista con 40 profili leader dalla quale si diramano 600 collegamenti definiti «strettamente correlati» e oltre 4.000 contatti «legati all’Islam radicale». Tutti da analizzare se si vogliono anticipare le mosse del pericolo jihadista in Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caccia-segreta-israeliani-terroristi-italia-2659502546.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-per-i-nostri-007-il-pericolo-arriva-da-est" data-post-id="2659502546" data-published-at="1678032312" data-use-pagination="False"> Anche per i nostri 007 il pericolo arriva da Est Le rotte orientali e il pericolo di infiltrazioni di estremisti. Il Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, struttura che analizza i dati raccolti da Aise e Aisi (i servizi segreti che si occupano di minacci interna ed estera), qualche giorno fa alla questione ha dedicato un ampio focus nella sua relazione annuale al Parlamento. La rotta balcanica terrestre, per esempio, «è caratterizzata da un elevato numero dei rintracci di irregolari, specie sul confine italo-sloveno». Qui transitano, oltre a pakistani, bangladesi, afghani, indiani e nepalesi, anche «soggetti di origine nordafricana». E, spiegano gli analisti, «questa eterogeneità corrisponde a una realtà criminale altrettanto varia, composta prevalentemente da microgruppi e singoli facilitatori con un basso profilo organizzativo». Ma è sulla rotta del Mediterraneo centrale che il Dis vede la presenza di veri e propri «network criminali». «È caratterizzata da flussi che originano prevalentemente dalle coste libiche e tunisine, si conferma la principale direttrice di trasferimento via mare di migranti irregolari in Italia», spiegano gli 007. In Libia, primo Paese di partenza, viene segnalata «la presenza di strutturate reti criminali con proiezioni transnazionali, attestate soprattutto a Zuwarah, Az Zawiyah e Sabratah, che rappresenta uno dei principali fattori di facilitazione dell’immigrazione irregolare verso le nostre coste ed è una delle cause del forte incremento della pressione migratoria via mare rilevato nel corso del 2022, con una offerta di servizi estremamente flessibile e in grado di adattarsi velocemente sia al quadro politico sia alla stagionalità delle condizioni meteo marine». Ed ecco le minacce. La prima: «Il persistere di fattori di rischio legati all’estremismo sunnita». Secondo gli analisti del Dis, «la destabilizzazione delle infrastrutture securitarie, in quei teatri di crisi all’estero dove più radicato è il terrorismo jihadista, alimenta l’incognita di possibili infiltrazioni da parte di soggetti controindicati, intenzionati ad approfittare dell’intensificarsi delle spinte migratorie lungo le rotte marittime e terrestri in direzione del nostro Paese». La seconda minaccia: «Segnali dal fronte siro-iracheno hanno confermato l’inestinto, seppur ormai residuale, attivismo online o direttamente sul campo, di alcuni foreign fighters rimasti su posizioni irriducibili». Il numero complessivo di foreign fighters, a vario titolo connessi con l’Italia, è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 146 unità, di cui 61 deceduti e 35 «returnees». Ultimo rischio: la «pubblicistica istigatoria». «È proseguita nei confronti dell’Italia la diffusione di messaggi e video minatori da parte della galassia jihadista. Un ambito, questo, oggetto di serrato monitoraggio per i rischi legati a possibili attivazioni violente di elementi radicalizzati».
L'evacuazione della Mv Hondius al porto di Granadilla de Abona a Tenerife (Ansa)
I toni con i quali viene descritta la vicenda del contagio da Hantavirus tra chi viaggiava sulla nave da crociera della compagnia olandese Oceanwide Expeditions, partita il 1° aprile da Ushuaia, Argentina, con 151 persone a bordo, ricordano sempre più la narrazione da esordio pestilenze. O da inizio pandemia Covid.
Basti solo pensare che il ministero della Salute spagnolo, per cercare di tranquillizzare il governo delle Canarie del tutto contrario allo sbarco dei «possibili untori», ha dovuto mandare a Tenerife una relazione stilata dal Centro per le allerte e il controllo delle emergenze sanitarie in cui si definiva «possibilità remota» che eventuali roditori infetti da Hantavirus presenti sulla nave, qualora fossero presenti, potessero saltare a terra, nuotare per 300 metri fino al molo, arrampicarsi e colonizzare l’isola.
Ma «los canarios» non si sono affatto calmati: ieri erano furiosi perché per le pessime condizioni del meteo la nave ha attraccato al porto, e stanno minacciando azioni legali contro Madrid per la decisione di aver fatto sbarcare i passeggeri senza effettuare prima i test antigenici. Mentre ieri venivano ultimate le operazioni in terra spagnola, l’ultimo comunicato dell’Oms elevava a sette i casi confermati di contagio.
Un passeggero statunitense e uno francese sono risultati positivi al virus, un altro passeggero americano presenterebbe «sintomi lievi». Negli Stati Uniti, dei 18 individui rimpatriati, due sono stati trasportati in aereo ad Atlanta per «ulteriori valutazioni e cure» e 16 si trovano ora presso l’University of Nebraska Medical Center. «Nei prossimi giorni, i passeggeri saranno sottoposti a una prima valutazione sanitaria e riceveranno indicazioni da esperti sui passi successivi», ha spiegato John Knox, del Dipartimento della Salute e dei Servizi umani.
È invece in terapia intensiva la donna, tra i cinque cittadini francesi evacuati dalla nave, che aveva iniziato a sentirsi male domenica sera durante il volo da Tenerife a Parigi e che era risultata positiva al test. Lo ha comunicato lunedì il ministro della Salute francese, Stéphanie Rist, precisando inoltre che 22 cittadini transalpini sono stati identificati come contatti stretti e saranno posti in isolamento. Trentadue persone avevano infatti lasciato la nave da crociera quando questa ha fatto scalo sull’isola di Sant’Elena il 24 aprile.
I 14 spagnoli evacuati e trasferiti a Madrid hanno iniziato la quarantena presso l’ospedale Gómez Ulla, dove resteranno fino al 17 giugno, mentre le autorità olandesi hanno optato per un modello diverso: isolamento domiciliare con la responsabilità individuale di comunicare eventuali cambiamenti e la possibilità di effettuare brevi uscite, purché si indossi una mascherina e si mantenga il distanziamento fisico. I quattro contatti precauzionalmente isolati in Italia, invece, continuano a non presentare alcun sintomo. «Oggi da noi non c'è alcun pericolo», ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ieri sera al Tg1. Nella circolare del ministero, inoltre, si invitano le compagnie aeree a segnalare eventi sanitari sospetti che possono presentarsi a bordo.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha riferito che l’analisi genetica dell’Hantavirus prelevato dalla nave da crociera olandese indica che si tratta della variante Andes già nota, non di una nuova, e pertanto non vi sono prove che sia più pericolosa. Però, con una nota della direttrice Pamela Rendi-Wagner, si è premurato di informare che «a causa delle incertezze persistenti e del lungo periodo di incubazione», è «possibile» che nelle prossime settimane si verifichino «ulteriori casi» di Hantavirus tra ex passeggeri e membri dell’equipaggio.
Già ci stanno pensando i virologi nostrani a rispolverare spauracchi pandemici. Come il virologo Roberto Burioni, che su Repubblica avverte: «Tutti questi individui devono essere isolati e controllati, perché il virus delle Ande può avere un’incubazione che arriva fino a quasi 50 giorni […]. Dobbiamo anche stabilire regole di comportamento rigorosissime». Eppure, l’ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha dichiarato che «ci stiamo avvicinando alla fine del periodo di trasmissione» per i passeggeri che erano a bordo, e che, data la differenza di trasmissione con il Covid, l’Hantavirus «non si diffonderà come un virus pandemico».
Ma le virostar come Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive del San Martino di Genova, non perdono l’occasione di commentare. «Su quella nave sono stati commessi degli errori clamorosi: colpa dei negazionisti del Covid». Per poi aggiungere: «Se quelle persone non scendevano dalla nave il problema era risolto».
Per fortuna c’è chi mantiene una posizione scientifica. «Si sta diffondendo un allarme ingiustificato per l’Hantavirus. In Italia esiste da sempre una patologia batterica, talvolta grave, anche se curabile con una precoce antibioticoterapia, che riconosce gli stessi serbatoi dell’Hantaviris e simili modalità di trasmissione. Si chiama Leptospirosi. Era, ora di meno, particolarmente diffusa in Pianura Padana, soprattutto nelle risaie. Conosciuta da decenni, nessuno si è mai sognato di diffondere allarmismo per la stessa», commenta sui social il professor Pietro Luigi Garavelli, che è stato per un quarto di secolo primario di malattie infettive all’ospedale di Novara.
«Lo schema è sempre quello, notizia che genera paura. Il rischio di replica con il Covid è soprattutto sul piano comunicativo, non su quello epidemiologico», osserva Roy De Vita, primario della Chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena. Il medico e biochimico americano Robert W. Malone ha ironizzato su tanto allarmismo «Previsione: quest’anno tutti vorranno un test per l’Hantavirus quando contrarranno l’influenza o il comune raffreddore. Nei casi sub-clinici, la malattia appare come una breve sindrome simile all’influenza con febbre, stanchezza, dolori muscolari e mal di testa che si risolve da sola», ha postato su X. «Ma se un gran numero di persone verrà testato, quando i funzionari potranno dimostrare che più persone di quanto pensassero potrebbero aver avuto l’Hantavirus, a un certo punto potranno spingere per accelerare l’approvazione di un vaccino!»
«È in circolazione da molto tempo. La gente lo conosce molto bene. È molto difficile da diffondere. È molto più difficile da contrarre rispetto al Covid. Ci conviviamo da anni, molti anni. Siamo molto attenti», ha fatto sapere il presidente statunitense Donald Trump.
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Vladimir Putin (Ansa)
La Serbia si è offerta di ospitare i negoziati tra Ucraina e Russia, e girano già alcuni nomi di possibili negoziatori e mediatori per conto dell’Ue, come Antonio Costa, Angela Merkel e Mario Draghi. La prudenza in Europa è alta, ma è un fatto che sabato, alla parata militare di Mosca, Putin ha parlato per la prima volta della fine della guerra. Poi, certo, potrebbe finirla e basta, avendola iniziata lui, ma sono le troppe le questioni sul tappeto, troppi gli interessi in gioco, anche di terzi.
Durante i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria sulla Germania nazista, il presidente russo ha affermato che la Russia «non ha mai rifiutato» di tenere negoziati con l’Unione europea, prendendo al volo una proposta del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di avviare un dialogo con Mosca. Soprattutto, ha sorpreso un po’ tutti affermando che «la guerra sta volgendo al termine». Poi, certo, come possibile mediatore ha tirato fuori un nome non proprio popolare dalle parti di Bruxelles, quando ha detto: «Come candidato al ruolo di negoziatore preferirei l’ex cancelliere tedesco Schröder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Putin per primo sa che l’ex cancelliere, che ha avuto ruoli ben remunerati in colossi del gas e del petrolio russi come Gazprom e Rosfnet, non verrà mai preso in considerazione, specie da Berlino, ma lui stesso ha detto chiaramente che è pronto a valutare altri nomi.
Certo, non si poteva pretendere che a una parata militare di quel genere uno come Putin non definisse la guerra «giusta» e l’Ucraina «un Paese aggressivo», «supportato e armato dall’intera Nato», ma le parole sul conflitto agli sgoccioli sono inedite.
Le reazioni più preoccupate sono arrivate dalla Germania, al momento. Il ministro Pistorius parla di «diversivo» russo rispetto a «ingenti perdite militari» e afferma di temere che si tratti «di un nuovo inganno, visto che spesso Putin ha giocato con le carte truccate», anche se questa volta spera di sbagliarsi. Secco il ministro degli Esteri, Johann Wadephul: «È un inganno» e basta.
Il governo di Berlino è comunque in imbarazzo, boccia informalmente l’idea dell’ottantaduenne Schröder e fa sapere che eventuali negoziati tra Ue e Russia dovrebbero essere coordinati con tutti gli Stati membri e, naturalmente, con Kiev. Un portavoce del cancelliere Merz ha poi chiarito che «il governo tedesco continua a impegnarsi per le trattative. La Russia sa molto bene quali sono i possibili interlocutori in Europa e l’Europa è pronta».
Proprio pronta, forse, no. Anche perché i negoziati di pace ci sono e li stanno guidando gli Stati Uniti di Donald Trump. Per Bruxelles sarebbe l’occasione di rientrare in partita, dopo essersi svenata per salvare l’Ucraina ed essersi data la zappa sui piedi, economicamente, con le sanzioni contro Mosca. Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la sicurezza, parte dalla considerazione che «Putin si trova in una posizione più debole che mai», con il suo esercito che «sta perdendo molte vite sul campo» e un «malcontento crescente nella sua società». Quindi non chiude la porta, ma alza la posta: «Ho capito le trappole che la Russia sta tendendo (…), e non siamo pronti a negoziare in questo momento, non si tratta di negoziare in buona fede». La prova di questa «cattiva fede»? Per Kallas sarebbero le «rivendicazioni massime» di Mosca, ovvero ottenere tutto il Donbass ed escludere per sempre l’Ucraina dalla Nato.
Toni non certo da falco, invece, da parte di Antonio Costa. Il presidente del Consiglio europeo, dopo le aperture di Putin, ha ripetuto che l’obiettivo dell’Ue rimane «una pace giusta e duratura», aggiungendo però che è necessario «non disturbare l’iniziativa del presidente Trump». Al momento opportuno, continua Costa, «sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni». Non è un caso che il nome del socialista portoghese sia uno di quelli ricorrenti per una mediazione tra Putin e Zelensky, insieme a quelli di Angela Merkel e Mario Draghi. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha comunque fatto notare che «il negoziatore lo sceglie l’Europa». Nonostante i suggerimenti di Putin. Eventuali negoziati si svolgerebbero in un Paese terzo e ieri si è offerta la Serbia, che non a caso è storicamente il Paese più filorusso d’Europa.
Sul fronte americano, a oggi l’unico vero canale di dialogo operativo tra Mosca e Kiev, arriva la notizia che presto Steve Witcoff e Jared Kushner, i due negoziatori Usa, saranno a Mosca per allungare la tregua con l’Ucraina. Lo ha annunciato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov all’agenzia Tass, garantendo che il dialogo andrà avanti. Mentre da parte di Zelensky arriva la conferma che anche l’Ucraina ha preparato, come la Russia, la sua lista di 1.000 persone destinate a uno scambio di prigionieri.
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Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Donald Trump arriverà a Pechino domani sera e ripartirà venerdì, con una agenda fitta di incontri bilaterali, una cena di Stato, una visita al Tempio del Cielo e un faccia a faccia finale con Xi Jinping davanti a una tazza di tè. Sul tavolo, in teoria, gli argomenti di discussione tra i due sono tanti. Senza un ordine particolare, ci sono la guerra in Iran, i dazi, le restrizioni cinesi sui materiali critici, Taiwan, il deficit commerciale americano, le esportazioni cinesi, gli acquisti di petrolio iraniano da parte di Pechino, i semiconduttori, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, la pressione americana sull’industria tecnologica cinese, il caso Jimmy Lai (l’editore attivista condannato a 20 anni di carcere) e in generale il ruolo globale delle due potenze. Ci sarebbe, in teoria, persino un clamoroso caso di spionaggio cinese a Washington, di cui ha parlato il New York Times ieri.
Ma il punto politico è che entrambi i leader arrivano all’incontro piuttosto indeboliti, o per meglio dire gravati da molti pesi sulle spalle. Sia Trump che Xi Jinping, anche sulla base di buoni rapporti personali, hanno bisogno di stabilizzare il rapporto bilaterale e nessuno dei due sembra avere oggi la forza per imporre una svolta. Trump arriva in Cina mentre la guerra con l’Iran pesa sulla sua presidenza. Negli Usa gli effetti economici del conflitto iniziano a farsi sentire nei supermercati, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz continua a mettere pressione sui mercati (energetici e non).
Alla Casa Bianca sarebbe utile una mano della Cina per spingere Teheran verso una soluzione negoziale, anche perché Pechino mantiene rapporti stretti con la Repubblica islamica e continua ad acquistare petrolio iraniano nonostante le sanzioni americane.
Xi Jinping vede con preoccupazione l’instabilità nello Stretto di Hormuz e allo stesso tempo non vuole restare intrappolato nel conflitto. Per Pechino il vero obiettivo è impedire che la guerra degeneri, perché un caos prolungato nel Golfo danneggerebbe l’economia cinese e ridurrebbe la domanda mondiale.
Trump e Xi arrivano al confronto dopo mesi di escalation e tregue parziali sul fronte commerciale. I dazi americani e le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno mostrato quanto il rapporto economico tra le due superpotenze sia ormai fondato più sulla coercizione reciproca che sulla cooperazione. La Cina continua però ad accumulare surplus giganteschi. Ad aprile 2026 l’export cinese è cresciuto del 14% e il surplus commerciale mensile è salito a 84,8 miliardi di dollari. Nell’intero 2025 il surplus ha superato i mille miliardi, un numero che alimenta la pressione politica americana.
Anche per questo l’industria dell’auto made in Usa sta spingendo Trump a non concedere alcuna apertura significativa alle aziende cinesi sul mercato statunitense. Pechino invece vuole evitare nuove restrizioni americane sui semiconduttori avanzati e sull’Intelligenza artificiale, settori nei quali Xi Jinping ha investito centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni.
Xi si presenta al vertice come leader di una potenza tecnologica e militare sempre più forte, ma dietro l’immagine di forza l’economia cinese continua a mostrare problemi profondi. La crisi immobiliare ha distrutto ricchezza, la fiducia dei consumatori resta debole, il mercato del lavoro è in difficoltà e molte città industriali soffrono un rallentamento pesante. Nel frattempo, la Cina sta modificando profondamente la gestione dei propri capitali. Pechino ha ridotto il peso dei Treasury americani nelle proprie riserve e sta spostando parte crescente del surplus commerciale verso oro, materie prime e investimenti esteri in dollari. Nel primo trimestre del 2026 le aziende cinesi hanno annunciato 128 grandi operazioni di investimento diretto all’estero per oltre 26 miliardi di dollari, tra progetti energetici e acquisizioni minerarie.
Questo tema potrebbe entrare indirettamente nei colloqui di Pechino. Lo scarico progressivo di titoli di Stato americani contribuisce infatti a mantenere pressione sui tassi statunitensi in una fase delicata per l’economia americana e per la Federal Reserve. Il presidente americano potrebbe quindi cercare negozialmente una forma di tregua finanziaria.
Dunque, il vertice che inizia domani sera sembra destinato soprattutto a certificare un equilibrio instabile. Trump non ha (ancora) la forza politica per imporre il proprio quadro di rapporti con la Cina, mentre è impantanato nella guerra iraniana e alle prese con un consenso in calo in vista delle elezioni di novembre. Xi non ha convenienza ad aggravare ulteriormente le tensioni commerciali mentre l’economia cinese e il suo modello basato sul risparmio mostrano squilibri sempre più evidenti.
Per questo da Pechino potrebbe uscire soprattutto una fotografia del momento attuale, più che il film di un possibile futuro. Si va verso una sorta di pareggio tra due potenze rivali, diffidenti, entrambe convinte di potere prevalere nel lungo periodo, ma troppo esposte, oggi, per potersi permettere di alzare la posta.
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