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2022-05-04
Una caccia responsabile favorisce la tutela delle specie protette e allontana il bracconaggio
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Demonizzare il mondo venatorio è attività fin troppo comune e diffusa in una fetta di opinione pubblica mossa per lo più da slogan che da veri e puri sentimenti animalisti e ambientalisti. Uomo e ambiente, con la natura al centro, sono proprio i tre pilastri su cui è nata nel 2015 Fondazione Una, un'organizzazione non governativa e no-profit impegnata nella tutela e nella gestione della natura che ha tra i soci fondatori le principali associazioni venatorie riconosciute in Italia, da Federcaccia a Enalcaccia, Arcicaccia e il Comitato nazionale caccia e natura, oltre a realtà ambientalistiche, agricole, scientifiche e accademiche, tutte con l'obiettivo di collaborare intorno a progetti volti alla realizzazione di un contesto territoriale e ambientale sostenibile. Come per esempio, quello pensato e messo in atto insieme a Federparchi.
L'iniziativa in questione si chiama #biodiversitàinvolo ed è una campagna con cui si intende sensibilizzare l'uomo contro il bracconaggio e riportare l’attenzione sulla tutela delle specie protette attraverso il lavoro prezioso del corpo dei guardiaparco. Una campagna che coinvolgerà tutta Italia attraverso giornate organizzate in tre parchi nazionali: il Gran Paradiso in Valle d'Aosta, il parco regionale della Maremma in Toscana e quello d'Abruzzo. Noi abbiamo partecipato in prima persona alla visita organizzata da Federparchi e Fondazione Una al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. Aprendo una piccola parentesi storica, è opportuno ricordare come il Parco Nazionale del Gran Paradiso sia il più antico d'Italia, essendo stato istituito nel 1922 - quest'anno ricorre il centenario - quando questa immensa area di 71.000 ettari compresa tra Valle d'Aosta e Piemonte, fu convertita da riserva di caccia del re Vittorio Emanuele ad area protetta dello Stato. Valsavarenche, è l'unico comune dei 13 (6 in Piemonte e 7 in Valle d'Aosta) che sono attraversati dal Parco a rientrare interamente dentro i confini di quest'area.
Il lavoro importante che negli anni è stato portato avanti da Federparchi e da Fondazione Una ha fatto sì che la fauna che popola quest'area non si estinguesse. All'epoca di re Vittorio Emanuele, infatti, per quanto riguarda l'animale simbolo di questo parco, lo stambecco alpino, rimanevano solo poche centinaia di esemplari, poiché lo stambecco è sempre stato cacciato sia per la carne che per rincorrere delle fantomatiche leggende secondo cui se ne potevano trarre proprietà lenitive che andavano dalla cura per la depressione alla cura per l’impotenza. Addirittura, nel 1856, gli ultimi esemplari furono protetti dalla famiglia reale, non per scongiurare il rischio estinzione, bensì per riservarli alla loro caccia personale in una riserva privata situata nel territorio divenuto poi nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Se allora i guardiaparco avevano il compito di proteggerli da altri cacciatori «concorrenti» ai reali, oggi ne garantiscono a tutti gli effetti la sopravvivenza in quello che oggi è il loro habitat tipico, costituito dagli ambienti rocciosi di alta quota, al di sopra della linea degli alberi. Un lavoro che ha fatto sì che oggi gli stambecchi che popolano il Parco del Gran Paradiso siano circa 2.700, nonostante i cambiamenti climatici, che il personale del parco studia con moltissima attenzione fin dagli anni Ottanta, li stiano mettendo a dura prova. Se gettiamo lo sguardo oltre i confini del Parco, invece, la popolazione di questi mammiferi lungo tutto l'arco alpino è di oltre 55.000 esemplari. Attualmente lo stambecco è una specie fuori pericolo estinzione, ma a causa delle temperature che si stanno alzando e degli inverni che durano sempre meno è costretto a salire di altitudine per raggiungere la sua zona di comfort in ambienti di alta montagna. Ciò potrebbe ridurre il suo spazio vitale, con l'inverno rigido che in passato era uno strumento di selezione facendo sopravvivere soltanto gli esemplari più forti, e che oggi invece determina un indebolimento complessivo della specie.
Una marmotta al Parco Nazionale del Gran Paradiso (Foto Simone Bramante)
Un'altra specie che ha beneficiato tantissimo dal lavoro svolto dalle associazioni che si dedicano alla conservazione della biodiversità, è il gipeto. Si tratta di un uccello rapace, chiamato anche avvoltoio barbuto che con la sua apertura alare che può arrivare fino ai 3 metri è considerato il più grande uccello europeo. Il gipeto nidifica su pareti rocciose e su valloni impervi e la maggior parte delle volte lo si può osservare planare in cerca di carcasse. Si ciba quasi esclusivamente di ossa che provvede a frantumare lasciandole cadere da altezze considerevoli per poi ingoiarle più facilmente. Nel 1913 questa specie si estinse a causa di un ciclo riproduttivo particolarmente lungo e di una caccia illegale da parte dell’uomo in ambiente alpino. Negli anni Ottanta, grazie a un progetto di reintroduzione a partire da alcuni piccoli nati in cattività negli zoo d'Europa, è tornato a nidificare a tal punto che negli ultimi vent’anni, circa 150 individui sono stati rilasciati sulle Alpi dove adesso è presente una piccola popolazione stabile. Attualmente nel Parco del Gran Paradiso sono presenti tre coppie nidificanti. Ogni coppia cova un paio di uova all'anno, deposte a gennaio, ma solo un piccolo riesce a sopravvivere. La loro attività è monitorata costantemente grazie all'installazione di alcune webcam in prossimità dei loro nidi. Durante la nostra visita al parco, oltre a vedere da vicino gli stambecchi e i camosci, abbiamo avuto l'opportunità di osservare insieme al guardiaparco Dario Favre e con l'ausilio del cannocchiale un nido di gipeto, per poi spostarci nell'ufficio della sede operativa della valle di Valsavarenche e vedere dai monitor, con l'ispettore del servizio di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso Stefano Cerise, alcuni dei loro comportamenti, come per esempio un gipeto che proteggeva il suo piccolo durante una tempesta di neve notturna, oppure il momento in cui due gipeti si sono dati il cambio per la cova, o un gipeto nell'atto di scoraggiare un corvo imperiale che si stava avvicinando troppo al nido. Ci sono poi i camosci, circa 7.800 che vengono costantemente monitorati insieme a tutti gli altri animali dal corpo di sorveglianza dei guardiaparco dal 1956.
Tra i rapaci che sorvolano e nidificano questo territorio ce n'è anche una davvero iconica delle Alpi italiane, l'aquila reale, un uccello appartenente alla famiglia degli Accipitridae. Le coppie di aquile reali costruiscono i loro nidi, anche più di uno all'anno, su pareti rocciose per poi scegliere il più adatto in base all’abbondanza di prede e all’assenza di fonti di disturbo. A differenza del gipeto, l'aquila reale ha un'apertura alare compresa tra i 190 e i 220 centimetri e la femmina è più grande del maschio. Gli adulti hanno piumaggio di colore bruno, mentre i giovani hanno grandi macchie bianche al centro delle ali e alla base della coda. I guardiaparco che lavorano al Gran Paradiso ci hanno spiegato come in passato l'aquila reale non fosse sufficientemente tutelata con conseguenti episodi di bracconaggio. Oggi, grazie al lavoro di monitoraggio e censimento svolto annualmente, si contano 27 coppie di aquile reali all'interno del Parco.
Ecco perché la caccia, sostenibile e responsabile, non va demonizzata ma, al contrario spiegata e compresa all'interno di un meccanismo di tutela e salvaguardia delle specie protette e della biodiversità. Un cacciatore che svolge il proprio compito secondo le leggi e le regole favorisce tutto questo. A spiegarlo è Renata Briano, presidente del comitato scientifico di Fondazione Una, che ha tra gli obiettivi anche quello di formare e sensibilizzare i cacciatori affinché non vi siano più episodi di bracconaggio attraverso la valorizzazione delle zone protette: «Stiamo portando avanti con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e con Federparchi un progetto per la lotta al bracconaggio. Sono progetti molto importanti per la preservazione di alcune specie» sottolinea Briano - «Lo stambecco è il simbolo del parco, ma penso anche al gipeto. Una specie che viveva anni fa nelle nostre montagne e che è stata estinta a causa di una caccia eccessiva e che oggi, grazie a un progetto di reintroduzione, nidifica con un buonissimo successo ed è una buona pratica che noi vogliamo esportare e comunicare». Ci si chiede in questo contesto come la caccia può essere utile al raggiungimento di questo obiettivo e a fugare ogni dubbio è proprio la presidente del comitato scientifico di Fondazione Una: «Fondazione Una sta per "uomo natura e ambiente" e vuole lavorare mettendo insieme attori diversi, spesso anche apparentemente conflittuali tra loro, per dimostrare che l'ambiente e la biodiversità si preservano in un'ottica ecosistemica, mai guardando al singolo individuo, ma sempre in una logica di relazioni tra le specie. In Fondazione Una ci sono gli agricoltori, i cacciatori, i parchi, le associazioni ambientaliste e soprattutto il mondo scientifico, perché il dato scientifico è sempre la base su cui si devono fondare i nostri progetti» racconta Briano - «Quello che vogliamo dimostrare è che le cause della perdita di biodiversità sono tantissime: penso al cemento, all'inquinamento, all'uso dei pesticidi. Non c'è la caccia, che invece è regolamentata da leggi conservative e si basa su dati scientifici, ma c'è il bracconaggio. La lotta al bracconaggio è un nostro obiettivo forte e i cacciatori sono con noi per lanciare questo messaggio: ostacoliamo il bracconaggio, combattiamolo, perché è una causa importante di perdita di valore per i nostri ecosistemi». Una corretta attività venatoria allontana il fenomeno del bracconaggio. Un concetto sottolineato anche da Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso: «Abbiamo organizzato questa uscita per cercare di sensibilizzare l'opportunità che ci sia un dialogo tra la protezione fatta all'interno delle aree protette e la gestione che si fa all'esterno di queste aree. Perché i parchi nazionali non sono aree in cui si caccia, ma sono aree in cui si possono e si devono raccogliere informazioni che saranno utili per una corretta gestione delle specie cacciabili. Questo dialogo ci deve essere, perché la gestione venatoria finirebbe con non avere abbastanza informazioni e quindi verrebbe gestita non correttamente. Parlo soprattutto degli ungulati di montagna».
Una lontra al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud
La visita al parco si è conclusa al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, che si occupa di attività di monitoraggio e di conservazione della lontra nelle aree alpine. Qui vengono studiati i comportamenti di tre lontre femmine, un esemplare che in Valle d'Aosta era presente fino agli anni Cinquanta e che successivamente si era praticamente estinto in tutta Europa, come ci ha spiegato il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «a causa sì del cambiamento dell'habitat, degli inquinanti e della frammentazione, ma anche dell'introduzione da parte dell'uomo di specie aliene». Sammuri ha ribadito l'importanza della tutela della biodiversità e quali sono oggi le principali minacce e come in questo centro si studiano la sua passata distribuzione sul territorio e i fattori che minacciano la sua sopravvivenza oggi, oltre che quella delle altre specie che vivono nelle acque dolci del Parco.
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Siamo stati al Parco Nazionale del Gran Paradiso, ex riserva di caccia reale, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. È qui che Federparchi e Fondazione Una portano avanti un progetto che punta a sensibilizzare contro il fenomeno del bracconaggio e a riportare l'attenzione sulla tutela delle specie protette, attraverso il lavoro prezioso dei guardiaparco.Demonizzare il mondo venatorio è attività fin troppo comune e diffusa in una fetta di opinione pubblica mossa per lo più da slogan che da veri e puri sentimenti animalisti e ambientalisti. Uomo e ambiente, con la natura al centro, sono proprio i tre pilastri su cui è nata nel 2015 Fondazione Una, un'organizzazione non governativa e no-profit impegnata nella tutela e nella gestione della natura che ha tra i soci fondatori le principali associazioni venatorie riconosciute in Italia, da Federcaccia a Enalcaccia, Arcicaccia e il Comitato nazionale caccia e natura, oltre a realtà ambientalistiche, agricole, scientifiche e accademiche, tutte con l'obiettivo di collaborare intorno a progetti volti alla realizzazione di un contesto territoriale e ambientale sostenibile. Come per esempio, quello pensato e messo in atto insieme a Federparchi.L'iniziativa in questione si chiama #biodiversitàinvolo ed è una campagna con cui si intende sensibilizzare l'uomo contro il bracconaggio e riportare l’attenzione sulla tutela delle specie protette attraverso il lavoro prezioso del corpo dei guardiaparco. Una campagna che coinvolgerà tutta Italia attraverso giornate organizzate in tre parchi nazionali: il Gran Paradiso in Valle d'Aosta, il parco regionale della Maremma in Toscana e quello d'Abruzzo. Noi abbiamo partecipato in prima persona alla visita organizzata da Federparchi e Fondazione Una al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. Aprendo una piccola parentesi storica, è opportuno ricordare come il Parco Nazionale del Gran Paradiso sia il più antico d'Italia, essendo stato istituito nel 1922 - quest'anno ricorre il centenario - quando questa immensa area di 71.000 ettari compresa tra Valle d'Aosta e Piemonte, fu convertita da riserva di caccia del re Vittorio Emanuele ad area protetta dello Stato. Valsavarenche, è l'unico comune dei 13 (6 in Piemonte e 7 in Valle d'Aosta) che sono attraversati dal Parco a rientrare interamente dentro i confini di quest'area.Il lavoro importante che negli anni è stato portato avanti da Federparchi e da Fondazione Una ha fatto sì che la fauna che popola quest'area non si estinguesse. All'epoca di re Vittorio Emanuele, infatti, per quanto riguarda l'animale simbolo di questo parco, lo stambecco alpino, rimanevano solo poche centinaia di esemplari, poiché lo stambecco è sempre stato cacciato sia per la carne che per rincorrere delle fantomatiche leggende secondo cui se ne potevano trarre proprietà lenitive che andavano dalla cura per la depressione alla cura per l’impotenza. Addirittura, nel 1856, gli ultimi esemplari furono protetti dalla famiglia reale, non per scongiurare il rischio estinzione, bensì per riservarli alla loro caccia personale in una riserva privata situata nel territorio divenuto poi nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Se allora i guardiaparco avevano il compito di proteggerli da altri cacciatori «concorrenti» ai reali, oggi ne garantiscono a tutti gli effetti la sopravvivenza in quello che oggi è il loro habitat tipico, costituito dagli ambienti rocciosi di alta quota, al di sopra della linea degli alberi. Un lavoro che ha fatto sì che oggi gli stambecchi che popolano il Parco del Gran Paradiso siano circa 2.700, nonostante i cambiamenti climatici, che il personale del parco studia con moltissima attenzione fin dagli anni Ottanta, li stiano mettendo a dura prova. Se gettiamo lo sguardo oltre i confini del Parco, invece, la popolazione di questi mammiferi lungo tutto l'arco alpino è di oltre 55.000 esemplari. Attualmente lo stambecco è una specie fuori pericolo estinzione, ma a causa delle temperature che si stanno alzando e degli inverni che durano sempre meno è costretto a salire di altitudine per raggiungere la sua zona di comfort in ambienti di alta montagna. Ciò potrebbe ridurre il suo spazio vitale, con l'inverno rigido che in passato era uno strumento di selezione facendo sopravvivere soltanto gli esemplari più forti, e che oggi invece determina un indebolimento complessivo della specie. Una marmotta al Parco Nazionale del Gran Paradiso (Foto Simone Bramante)Un'altra specie che ha beneficiato tantissimo dal lavoro svolto dalle associazioni che si dedicano alla conservazione della biodiversità, è il gipeto. Si tratta di un uccello rapace, chiamato anche avvoltoio barbuto che con la sua apertura alare che può arrivare fino ai 3 metri è considerato il più grande uccello europeo. Il gipeto nidifica su pareti rocciose e su valloni impervi e la maggior parte delle volte lo si può osservare planare in cerca di carcasse. Si ciba quasi esclusivamente di ossa che provvede a frantumare lasciandole cadere da altezze considerevoli per poi ingoiarle più facilmente. Nel 1913 questa specie si estinse a causa di un ciclo riproduttivo particolarmente lungo e di una caccia illegale da parte dell’uomo in ambiente alpino. Negli anni Ottanta, grazie a un progetto di reintroduzione a partire da alcuni piccoli nati in cattività negli zoo d'Europa, è tornato a nidificare a tal punto che negli ultimi vent’anni, circa 150 individui sono stati rilasciati sulle Alpi dove adesso è presente una piccola popolazione stabile. Attualmente nel Parco del Gran Paradiso sono presenti tre coppie nidificanti. Ogni coppia cova un paio di uova all'anno, deposte a gennaio, ma solo un piccolo riesce a sopravvivere. La loro attività è monitorata costantemente grazie all'installazione di alcune webcam in prossimità dei loro nidi. Durante la nostra visita al parco, oltre a vedere da vicino gli stambecchi e i camosci, abbiamo avuto l'opportunità di osservare insieme al guardiaparco Dario Favre e con l'ausilio del cannocchiale un nido di gipeto, per poi spostarci nell'ufficio della sede operativa della valle di Valsavarenche e vedere dai monitor, con l'ispettore del servizio di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso Stefano Cerise, alcuni dei loro comportamenti, come per esempio un gipeto che proteggeva il suo piccolo durante una tempesta di neve notturna, oppure il momento in cui due gipeti si sono dati il cambio per la cova, o un gipeto nell'atto di scoraggiare un corvo imperiale che si stava avvicinando troppo al nido. Ci sono poi i camosci, circa 7.800 che vengono costantemente monitorati insieme a tutti gli altri animali dal corpo di sorveglianza dei guardiaparco dal 1956.Tra i rapaci che sorvolano e nidificano questo territorio ce n'è anche una davvero iconica delle Alpi italiane, l'aquila reale, un uccello appartenente alla famiglia degli Accipitridae. Le coppie di aquile reali costruiscono i loro nidi, anche più di uno all'anno, su pareti rocciose per poi scegliere il più adatto in base all’abbondanza di prede e all’assenza di fonti di disturbo. A differenza del gipeto, l'aquila reale ha un'apertura alare compresa tra i 190 e i 220 centimetri e la femmina è più grande del maschio. Gli adulti hanno piumaggio di colore bruno, mentre i giovani hanno grandi macchie bianche al centro delle ali e alla base della coda. I guardiaparco che lavorano al Gran Paradiso ci hanno spiegato come in passato l'aquila reale non fosse sufficientemente tutelata con conseguenti episodi di bracconaggio. Oggi, grazie al lavoro di monitoraggio e censimento svolto annualmente, si contano 27 coppie di aquile reali all'interno del Parco. Ecco perché la caccia, sostenibile e responsabile, non va demonizzata ma, al contrario spiegata e compresa all'interno di un meccanismo di tutela e salvaguardia delle specie protette e della biodiversità. Un cacciatore che svolge il proprio compito secondo le leggi e le regole favorisce tutto questo. A spiegarlo è Renata Briano, presidente del comitato scientifico di Fondazione Una, che ha tra gli obiettivi anche quello di formare e sensibilizzare i cacciatori affinché non vi siano più episodi di bracconaggio attraverso la valorizzazione delle zone protette: «Stiamo portando avanti con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e con Federparchi un progetto per la lotta al bracconaggio. Sono progetti molto importanti per la preservazione di alcune specie» sottolinea Briano - «Lo stambecco è il simbolo del parco, ma penso anche al gipeto. Una specie che viveva anni fa nelle nostre montagne e che è stata estinta a causa di una caccia eccessiva e che oggi, grazie a un progetto di reintroduzione, nidifica con un buonissimo successo ed è una buona pratica che noi vogliamo esportare e comunicare». Ci si chiede in questo contesto come la caccia può essere utile al raggiungimento di questo obiettivo e a fugare ogni dubbio è proprio la presidente del comitato scientifico di Fondazione Una: «Fondazione Una sta per "uomo natura e ambiente" e vuole lavorare mettendo insieme attori diversi, spesso anche apparentemente conflittuali tra loro, per dimostrare che l'ambiente e la biodiversità si preservano in un'ottica ecosistemica, mai guardando al singolo individuo, ma sempre in una logica di relazioni tra le specie. In Fondazione Una ci sono gli agricoltori, i cacciatori, i parchi, le associazioni ambientaliste e soprattutto il mondo scientifico, perché il dato scientifico è sempre la base su cui si devono fondare i nostri progetti» racconta Briano - «Quello che vogliamo dimostrare è che le cause della perdita di biodiversità sono tantissime: penso al cemento, all'inquinamento, all'uso dei pesticidi. Non c'è la caccia, che invece è regolamentata da leggi conservative e si basa su dati scientifici, ma c'è il bracconaggio. La lotta al bracconaggio è un nostro obiettivo forte e i cacciatori sono con noi per lanciare questo messaggio: ostacoliamo il bracconaggio, combattiamolo, perché è una causa importante di perdita di valore per i nostri ecosistemi». Una corretta attività venatoria allontana il fenomeno del bracconaggio. Un concetto sottolineato anche da Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso: «Abbiamo organizzato questa uscita per cercare di sensibilizzare l'opportunità che ci sia un dialogo tra la protezione fatta all'interno delle aree protette e la gestione che si fa all'esterno di queste aree. Perché i parchi nazionali non sono aree in cui si caccia, ma sono aree in cui si possono e si devono raccogliere informazioni che saranno utili per una corretta gestione delle specie cacciabili. Questo dialogo ci deve essere, perché la gestione venatoria finirebbe con non avere abbastanza informazioni e quindi verrebbe gestita non correttamente. Parlo soprattutto degli ungulati di montagna». Una lontra al Centro Acqua e Biodiversità di RovenaudLa visita al parco si è conclusa al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, che si occupa di attività di monitoraggio e di conservazione della lontra nelle aree alpine. Qui vengono studiati i comportamenti di tre lontre femmine, un esemplare che in Valle d'Aosta era presente fino agli anni Cinquanta e che successivamente si era praticamente estinto in tutta Europa, come ci ha spiegato il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «a causa sì del cambiamento dell'habitat, degli inquinanti e della frammentazione, ma anche dell'introduzione da parte dell'uomo di specie aliene». Sammuri ha ribadito l'importanza della tutela della biodiversità e quali sono oggi le principali minacce e come in questo centro si studiano la sua passata distribuzione sul territorio e i fattori che minacciano la sua sopravvivenza oggi, oltre che quella delle altre specie che vivono nelle acque dolci del Parco.
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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