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2022-05-04
Una caccia responsabile favorisce la tutela delle specie protette e allontana il bracconaggio
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Demonizzare il mondo venatorio è attività fin troppo comune e diffusa in una fetta di opinione pubblica mossa per lo più da slogan che da veri e puri sentimenti animalisti e ambientalisti. Uomo e ambiente, con la natura al centro, sono proprio i tre pilastri su cui è nata nel 2015 Fondazione Una, un'organizzazione non governativa e no-profit impegnata nella tutela e nella gestione della natura che ha tra i soci fondatori le principali associazioni venatorie riconosciute in Italia, da Federcaccia a Enalcaccia, Arcicaccia e il Comitato nazionale caccia e natura, oltre a realtà ambientalistiche, agricole, scientifiche e accademiche, tutte con l'obiettivo di collaborare intorno a progetti volti alla realizzazione di un contesto territoriale e ambientale sostenibile. Come per esempio, quello pensato e messo in atto insieme a Federparchi.
L'iniziativa in questione si chiama #biodiversitàinvolo ed è una campagna con cui si intende sensibilizzare l'uomo contro il bracconaggio e riportare l’attenzione sulla tutela delle specie protette attraverso il lavoro prezioso del corpo dei guardiaparco. Una campagna che coinvolgerà tutta Italia attraverso giornate organizzate in tre parchi nazionali: il Gran Paradiso in Valle d'Aosta, il parco regionale della Maremma in Toscana e quello d'Abruzzo. Noi abbiamo partecipato in prima persona alla visita organizzata da Federparchi e Fondazione Una al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. Aprendo una piccola parentesi storica, è opportuno ricordare come il Parco Nazionale del Gran Paradiso sia il più antico d'Italia, essendo stato istituito nel 1922 - quest'anno ricorre il centenario - quando questa immensa area di 71.000 ettari compresa tra Valle d'Aosta e Piemonte, fu convertita da riserva di caccia del re Vittorio Emanuele ad area protetta dello Stato. Valsavarenche, è l'unico comune dei 13 (6 in Piemonte e 7 in Valle d'Aosta) che sono attraversati dal Parco a rientrare interamente dentro i confini di quest'area.
Il lavoro importante che negli anni è stato portato avanti da Federparchi e da Fondazione Una ha fatto sì che la fauna che popola quest'area non si estinguesse. All'epoca di re Vittorio Emanuele, infatti, per quanto riguarda l'animale simbolo di questo parco, lo stambecco alpino, rimanevano solo poche centinaia di esemplari, poiché lo stambecco è sempre stato cacciato sia per la carne che per rincorrere delle fantomatiche leggende secondo cui se ne potevano trarre proprietà lenitive che andavano dalla cura per la depressione alla cura per l’impotenza. Addirittura, nel 1856, gli ultimi esemplari furono protetti dalla famiglia reale, non per scongiurare il rischio estinzione, bensì per riservarli alla loro caccia personale in una riserva privata situata nel territorio divenuto poi nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Se allora i guardiaparco avevano il compito di proteggerli da altri cacciatori «concorrenti» ai reali, oggi ne garantiscono a tutti gli effetti la sopravvivenza in quello che oggi è il loro habitat tipico, costituito dagli ambienti rocciosi di alta quota, al di sopra della linea degli alberi. Un lavoro che ha fatto sì che oggi gli stambecchi che popolano il Parco del Gran Paradiso siano circa 2.700, nonostante i cambiamenti climatici, che il personale del parco studia con moltissima attenzione fin dagli anni Ottanta, li stiano mettendo a dura prova. Se gettiamo lo sguardo oltre i confini del Parco, invece, la popolazione di questi mammiferi lungo tutto l'arco alpino è di oltre 55.000 esemplari. Attualmente lo stambecco è una specie fuori pericolo estinzione, ma a causa delle temperature che si stanno alzando e degli inverni che durano sempre meno è costretto a salire di altitudine per raggiungere la sua zona di comfort in ambienti di alta montagna. Ciò potrebbe ridurre il suo spazio vitale, con l'inverno rigido che in passato era uno strumento di selezione facendo sopravvivere soltanto gli esemplari più forti, e che oggi invece determina un indebolimento complessivo della specie.
Una marmotta al Parco Nazionale del Gran Paradiso (Foto Simone Bramante)
Un'altra specie che ha beneficiato tantissimo dal lavoro svolto dalle associazioni che si dedicano alla conservazione della biodiversità, è il gipeto. Si tratta di un uccello rapace, chiamato anche avvoltoio barbuto che con la sua apertura alare che può arrivare fino ai 3 metri è considerato il più grande uccello europeo. Il gipeto nidifica su pareti rocciose e su valloni impervi e la maggior parte delle volte lo si può osservare planare in cerca di carcasse. Si ciba quasi esclusivamente di ossa che provvede a frantumare lasciandole cadere da altezze considerevoli per poi ingoiarle più facilmente. Nel 1913 questa specie si estinse a causa di un ciclo riproduttivo particolarmente lungo e di una caccia illegale da parte dell’uomo in ambiente alpino. Negli anni Ottanta, grazie a un progetto di reintroduzione a partire da alcuni piccoli nati in cattività negli zoo d'Europa, è tornato a nidificare a tal punto che negli ultimi vent’anni, circa 150 individui sono stati rilasciati sulle Alpi dove adesso è presente una piccola popolazione stabile. Attualmente nel Parco del Gran Paradiso sono presenti tre coppie nidificanti. Ogni coppia cova un paio di uova all'anno, deposte a gennaio, ma solo un piccolo riesce a sopravvivere. La loro attività è monitorata costantemente grazie all'installazione di alcune webcam in prossimità dei loro nidi. Durante la nostra visita al parco, oltre a vedere da vicino gli stambecchi e i camosci, abbiamo avuto l'opportunità di osservare insieme al guardiaparco Dario Favre e con l'ausilio del cannocchiale un nido di gipeto, per poi spostarci nell'ufficio della sede operativa della valle di Valsavarenche e vedere dai monitor, con l'ispettore del servizio di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso Stefano Cerise, alcuni dei loro comportamenti, come per esempio un gipeto che proteggeva il suo piccolo durante una tempesta di neve notturna, oppure il momento in cui due gipeti si sono dati il cambio per la cova, o un gipeto nell'atto di scoraggiare un corvo imperiale che si stava avvicinando troppo al nido. Ci sono poi i camosci, circa 7.800 che vengono costantemente monitorati insieme a tutti gli altri animali dal corpo di sorveglianza dei guardiaparco dal 1956.
Tra i rapaci che sorvolano e nidificano questo territorio ce n'è anche una davvero iconica delle Alpi italiane, l'aquila reale, un uccello appartenente alla famiglia degli Accipitridae. Le coppie di aquile reali costruiscono i loro nidi, anche più di uno all'anno, su pareti rocciose per poi scegliere il più adatto in base all’abbondanza di prede e all’assenza di fonti di disturbo. A differenza del gipeto, l'aquila reale ha un'apertura alare compresa tra i 190 e i 220 centimetri e la femmina è più grande del maschio. Gli adulti hanno piumaggio di colore bruno, mentre i giovani hanno grandi macchie bianche al centro delle ali e alla base della coda. I guardiaparco che lavorano al Gran Paradiso ci hanno spiegato come in passato l'aquila reale non fosse sufficientemente tutelata con conseguenti episodi di bracconaggio. Oggi, grazie al lavoro di monitoraggio e censimento svolto annualmente, si contano 27 coppie di aquile reali all'interno del Parco.
Ecco perché la caccia, sostenibile e responsabile, non va demonizzata ma, al contrario spiegata e compresa all'interno di un meccanismo di tutela e salvaguardia delle specie protette e della biodiversità. Un cacciatore che svolge il proprio compito secondo le leggi e le regole favorisce tutto questo. A spiegarlo è Renata Briano, presidente del comitato scientifico di Fondazione Una, che ha tra gli obiettivi anche quello di formare e sensibilizzare i cacciatori affinché non vi siano più episodi di bracconaggio attraverso la valorizzazione delle zone protette: «Stiamo portando avanti con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e con Federparchi un progetto per la lotta al bracconaggio. Sono progetti molto importanti per la preservazione di alcune specie» sottolinea Briano - «Lo stambecco è il simbolo del parco, ma penso anche al gipeto. Una specie che viveva anni fa nelle nostre montagne e che è stata estinta a causa di una caccia eccessiva e che oggi, grazie a un progetto di reintroduzione, nidifica con un buonissimo successo ed è una buona pratica che noi vogliamo esportare e comunicare». Ci si chiede in questo contesto come la caccia può essere utile al raggiungimento di questo obiettivo e a fugare ogni dubbio è proprio la presidente del comitato scientifico di Fondazione Una: «Fondazione Una sta per "uomo natura e ambiente" e vuole lavorare mettendo insieme attori diversi, spesso anche apparentemente conflittuali tra loro, per dimostrare che l'ambiente e la biodiversità si preservano in un'ottica ecosistemica, mai guardando al singolo individuo, ma sempre in una logica di relazioni tra le specie. In Fondazione Una ci sono gli agricoltori, i cacciatori, i parchi, le associazioni ambientaliste e soprattutto il mondo scientifico, perché il dato scientifico è sempre la base su cui si devono fondare i nostri progetti» racconta Briano - «Quello che vogliamo dimostrare è che le cause della perdita di biodiversità sono tantissime: penso al cemento, all'inquinamento, all'uso dei pesticidi. Non c'è la caccia, che invece è regolamentata da leggi conservative e si basa su dati scientifici, ma c'è il bracconaggio. La lotta al bracconaggio è un nostro obiettivo forte e i cacciatori sono con noi per lanciare questo messaggio: ostacoliamo il bracconaggio, combattiamolo, perché è una causa importante di perdita di valore per i nostri ecosistemi». Una corretta attività venatoria allontana il fenomeno del bracconaggio. Un concetto sottolineato anche da Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso: «Abbiamo organizzato questa uscita per cercare di sensibilizzare l'opportunità che ci sia un dialogo tra la protezione fatta all'interno delle aree protette e la gestione che si fa all'esterno di queste aree. Perché i parchi nazionali non sono aree in cui si caccia, ma sono aree in cui si possono e si devono raccogliere informazioni che saranno utili per una corretta gestione delle specie cacciabili. Questo dialogo ci deve essere, perché la gestione venatoria finirebbe con non avere abbastanza informazioni e quindi verrebbe gestita non correttamente. Parlo soprattutto degli ungulati di montagna».
Una lontra al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud
La visita al parco si è conclusa al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, che si occupa di attività di monitoraggio e di conservazione della lontra nelle aree alpine. Qui vengono studiati i comportamenti di tre lontre femmine, un esemplare che in Valle d'Aosta era presente fino agli anni Cinquanta e che successivamente si era praticamente estinto in tutta Europa, come ci ha spiegato il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «a causa sì del cambiamento dell'habitat, degli inquinanti e della frammentazione, ma anche dell'introduzione da parte dell'uomo di specie aliene». Sammuri ha ribadito l'importanza della tutela della biodiversità e quali sono oggi le principali minacce e come in questo centro si studiano la sua passata distribuzione sul territorio e i fattori che minacciano la sua sopravvivenza oggi, oltre che quella delle altre specie che vivono nelle acque dolci del Parco.
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Siamo stati al Parco Nazionale del Gran Paradiso, ex riserva di caccia reale, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. È qui che Federparchi e Fondazione Una portano avanti un progetto che punta a sensibilizzare contro il fenomeno del bracconaggio e a riportare l'attenzione sulla tutela delle specie protette, attraverso il lavoro prezioso dei guardiaparco.Demonizzare il mondo venatorio è attività fin troppo comune e diffusa in una fetta di opinione pubblica mossa per lo più da slogan che da veri e puri sentimenti animalisti e ambientalisti. Uomo e ambiente, con la natura al centro, sono proprio i tre pilastri su cui è nata nel 2015 Fondazione Una, un'organizzazione non governativa e no-profit impegnata nella tutela e nella gestione della natura che ha tra i soci fondatori le principali associazioni venatorie riconosciute in Italia, da Federcaccia a Enalcaccia, Arcicaccia e il Comitato nazionale caccia e natura, oltre a realtà ambientalistiche, agricole, scientifiche e accademiche, tutte con l'obiettivo di collaborare intorno a progetti volti alla realizzazione di un contesto territoriale e ambientale sostenibile. Come per esempio, quello pensato e messo in atto insieme a Federparchi.L'iniziativa in questione si chiama #biodiversitàinvolo ed è una campagna con cui si intende sensibilizzare l'uomo contro il bracconaggio e riportare l’attenzione sulla tutela delle specie protette attraverso il lavoro prezioso del corpo dei guardiaparco. Una campagna che coinvolgerà tutta Italia attraverso giornate organizzate in tre parchi nazionali: il Gran Paradiso in Valle d'Aosta, il parco regionale della Maremma in Toscana e quello d'Abruzzo. Noi abbiamo partecipato in prima persona alla visita organizzata da Federparchi e Fondazione Una al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. Aprendo una piccola parentesi storica, è opportuno ricordare come il Parco Nazionale del Gran Paradiso sia il più antico d'Italia, essendo stato istituito nel 1922 - quest'anno ricorre il centenario - quando questa immensa area di 71.000 ettari compresa tra Valle d'Aosta e Piemonte, fu convertita da riserva di caccia del re Vittorio Emanuele ad area protetta dello Stato. Valsavarenche, è l'unico comune dei 13 (6 in Piemonte e 7 in Valle d'Aosta) che sono attraversati dal Parco a rientrare interamente dentro i confini di quest'area.Il lavoro importante che negli anni è stato portato avanti da Federparchi e da Fondazione Una ha fatto sì che la fauna che popola quest'area non si estinguesse. All'epoca di re Vittorio Emanuele, infatti, per quanto riguarda l'animale simbolo di questo parco, lo stambecco alpino, rimanevano solo poche centinaia di esemplari, poiché lo stambecco è sempre stato cacciato sia per la carne che per rincorrere delle fantomatiche leggende secondo cui se ne potevano trarre proprietà lenitive che andavano dalla cura per la depressione alla cura per l’impotenza. Addirittura, nel 1856, gli ultimi esemplari furono protetti dalla famiglia reale, non per scongiurare il rischio estinzione, bensì per riservarli alla loro caccia personale in una riserva privata situata nel territorio divenuto poi nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Se allora i guardiaparco avevano il compito di proteggerli da altri cacciatori «concorrenti» ai reali, oggi ne garantiscono a tutti gli effetti la sopravvivenza in quello che oggi è il loro habitat tipico, costituito dagli ambienti rocciosi di alta quota, al di sopra della linea degli alberi. Un lavoro che ha fatto sì che oggi gli stambecchi che popolano il Parco del Gran Paradiso siano circa 2.700, nonostante i cambiamenti climatici, che il personale del parco studia con moltissima attenzione fin dagli anni Ottanta, li stiano mettendo a dura prova. Se gettiamo lo sguardo oltre i confini del Parco, invece, la popolazione di questi mammiferi lungo tutto l'arco alpino è di oltre 55.000 esemplari. Attualmente lo stambecco è una specie fuori pericolo estinzione, ma a causa delle temperature che si stanno alzando e degli inverni che durano sempre meno è costretto a salire di altitudine per raggiungere la sua zona di comfort in ambienti di alta montagna. Ciò potrebbe ridurre il suo spazio vitale, con l'inverno rigido che in passato era uno strumento di selezione facendo sopravvivere soltanto gli esemplari più forti, e che oggi invece determina un indebolimento complessivo della specie. Una marmotta al Parco Nazionale del Gran Paradiso (Foto Simone Bramante)Un'altra specie che ha beneficiato tantissimo dal lavoro svolto dalle associazioni che si dedicano alla conservazione della biodiversità, è il gipeto. Si tratta di un uccello rapace, chiamato anche avvoltoio barbuto che con la sua apertura alare che può arrivare fino ai 3 metri è considerato il più grande uccello europeo. Il gipeto nidifica su pareti rocciose e su valloni impervi e la maggior parte delle volte lo si può osservare planare in cerca di carcasse. Si ciba quasi esclusivamente di ossa che provvede a frantumare lasciandole cadere da altezze considerevoli per poi ingoiarle più facilmente. Nel 1913 questa specie si estinse a causa di un ciclo riproduttivo particolarmente lungo e di una caccia illegale da parte dell’uomo in ambiente alpino. Negli anni Ottanta, grazie a un progetto di reintroduzione a partire da alcuni piccoli nati in cattività negli zoo d'Europa, è tornato a nidificare a tal punto che negli ultimi vent’anni, circa 150 individui sono stati rilasciati sulle Alpi dove adesso è presente una piccola popolazione stabile. Attualmente nel Parco del Gran Paradiso sono presenti tre coppie nidificanti. Ogni coppia cova un paio di uova all'anno, deposte a gennaio, ma solo un piccolo riesce a sopravvivere. La loro attività è monitorata costantemente grazie all'installazione di alcune webcam in prossimità dei loro nidi. Durante la nostra visita al parco, oltre a vedere da vicino gli stambecchi e i camosci, abbiamo avuto l'opportunità di osservare insieme al guardiaparco Dario Favre e con l'ausilio del cannocchiale un nido di gipeto, per poi spostarci nell'ufficio della sede operativa della valle di Valsavarenche e vedere dai monitor, con l'ispettore del servizio di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso Stefano Cerise, alcuni dei loro comportamenti, come per esempio un gipeto che proteggeva il suo piccolo durante una tempesta di neve notturna, oppure il momento in cui due gipeti si sono dati il cambio per la cova, o un gipeto nell'atto di scoraggiare un corvo imperiale che si stava avvicinando troppo al nido. Ci sono poi i camosci, circa 7.800 che vengono costantemente monitorati insieme a tutti gli altri animali dal corpo di sorveglianza dei guardiaparco dal 1956.Tra i rapaci che sorvolano e nidificano questo territorio ce n'è anche una davvero iconica delle Alpi italiane, l'aquila reale, un uccello appartenente alla famiglia degli Accipitridae. Le coppie di aquile reali costruiscono i loro nidi, anche più di uno all'anno, su pareti rocciose per poi scegliere il più adatto in base all’abbondanza di prede e all’assenza di fonti di disturbo. A differenza del gipeto, l'aquila reale ha un'apertura alare compresa tra i 190 e i 220 centimetri e la femmina è più grande del maschio. Gli adulti hanno piumaggio di colore bruno, mentre i giovani hanno grandi macchie bianche al centro delle ali e alla base della coda. I guardiaparco che lavorano al Gran Paradiso ci hanno spiegato come in passato l'aquila reale non fosse sufficientemente tutelata con conseguenti episodi di bracconaggio. Oggi, grazie al lavoro di monitoraggio e censimento svolto annualmente, si contano 27 coppie di aquile reali all'interno del Parco. Ecco perché la caccia, sostenibile e responsabile, non va demonizzata ma, al contrario spiegata e compresa all'interno di un meccanismo di tutela e salvaguardia delle specie protette e della biodiversità. Un cacciatore che svolge il proprio compito secondo le leggi e le regole favorisce tutto questo. A spiegarlo è Renata Briano, presidente del comitato scientifico di Fondazione Una, che ha tra gli obiettivi anche quello di formare e sensibilizzare i cacciatori affinché non vi siano più episodi di bracconaggio attraverso la valorizzazione delle zone protette: «Stiamo portando avanti con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e con Federparchi un progetto per la lotta al bracconaggio. Sono progetti molto importanti per la preservazione di alcune specie» sottolinea Briano - «Lo stambecco è il simbolo del parco, ma penso anche al gipeto. Una specie che viveva anni fa nelle nostre montagne e che è stata estinta a causa di una caccia eccessiva e che oggi, grazie a un progetto di reintroduzione, nidifica con un buonissimo successo ed è una buona pratica che noi vogliamo esportare e comunicare». Ci si chiede in questo contesto come la caccia può essere utile al raggiungimento di questo obiettivo e a fugare ogni dubbio è proprio la presidente del comitato scientifico di Fondazione Una: «Fondazione Una sta per "uomo natura e ambiente" e vuole lavorare mettendo insieme attori diversi, spesso anche apparentemente conflittuali tra loro, per dimostrare che l'ambiente e la biodiversità si preservano in un'ottica ecosistemica, mai guardando al singolo individuo, ma sempre in una logica di relazioni tra le specie. In Fondazione Una ci sono gli agricoltori, i cacciatori, i parchi, le associazioni ambientaliste e soprattutto il mondo scientifico, perché il dato scientifico è sempre la base su cui si devono fondare i nostri progetti» racconta Briano - «Quello che vogliamo dimostrare è che le cause della perdita di biodiversità sono tantissime: penso al cemento, all'inquinamento, all'uso dei pesticidi. Non c'è la caccia, che invece è regolamentata da leggi conservative e si basa su dati scientifici, ma c'è il bracconaggio. La lotta al bracconaggio è un nostro obiettivo forte e i cacciatori sono con noi per lanciare questo messaggio: ostacoliamo il bracconaggio, combattiamolo, perché è una causa importante di perdita di valore per i nostri ecosistemi». Una corretta attività venatoria allontana il fenomeno del bracconaggio. Un concetto sottolineato anche da Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso: «Abbiamo organizzato questa uscita per cercare di sensibilizzare l'opportunità che ci sia un dialogo tra la protezione fatta all'interno delle aree protette e la gestione che si fa all'esterno di queste aree. Perché i parchi nazionali non sono aree in cui si caccia, ma sono aree in cui si possono e si devono raccogliere informazioni che saranno utili per una corretta gestione delle specie cacciabili. Questo dialogo ci deve essere, perché la gestione venatoria finirebbe con non avere abbastanza informazioni e quindi verrebbe gestita non correttamente. Parlo soprattutto degli ungulati di montagna». Una lontra al Centro Acqua e Biodiversità di RovenaudLa visita al parco si è conclusa al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, che si occupa di attività di monitoraggio e di conservazione della lontra nelle aree alpine. Qui vengono studiati i comportamenti di tre lontre femmine, un esemplare che in Valle d'Aosta era presente fino agli anni Cinquanta e che successivamente si era praticamente estinto in tutta Europa, come ci ha spiegato il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «a causa sì del cambiamento dell'habitat, degli inquinanti e della frammentazione, ma anche dell'introduzione da parte dell'uomo di specie aliene». Sammuri ha ribadito l'importanza della tutela della biodiversità e quali sono oggi le principali minacce e come in questo centro si studiano la sua passata distribuzione sul territorio e i fattori che minacciano la sua sopravvivenza oggi, oltre che quella delle altre specie che vivono nelle acque dolci del Parco.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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