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2022-05-04
Una caccia responsabile favorisce la tutela delle specie protette e allontana il bracconaggio
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Demonizzare il mondo venatorio è attività fin troppo comune e diffusa in una fetta di opinione pubblica mossa per lo più da slogan che da veri e puri sentimenti animalisti e ambientalisti. Uomo e ambiente, con la natura al centro, sono proprio i tre pilastri su cui è nata nel 2015 Fondazione Una, un'organizzazione non governativa e no-profit impegnata nella tutela e nella gestione della natura che ha tra i soci fondatori le principali associazioni venatorie riconosciute in Italia, da Federcaccia a Enalcaccia, Arcicaccia e il Comitato nazionale caccia e natura, oltre a realtà ambientalistiche, agricole, scientifiche e accademiche, tutte con l'obiettivo di collaborare intorno a progetti volti alla realizzazione di un contesto territoriale e ambientale sostenibile. Come per esempio, quello pensato e messo in atto insieme a Federparchi.
L'iniziativa in questione si chiama #biodiversitàinvolo ed è una campagna con cui si intende sensibilizzare l'uomo contro il bracconaggio e riportare l’attenzione sulla tutela delle specie protette attraverso il lavoro prezioso del corpo dei guardiaparco. Una campagna che coinvolgerà tutta Italia attraverso giornate organizzate in tre parchi nazionali: il Gran Paradiso in Valle d'Aosta, il parco regionale della Maremma in Toscana e quello d'Abruzzo. Noi abbiamo partecipato in prima persona alla visita organizzata da Federparchi e Fondazione Una al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. Aprendo una piccola parentesi storica, è opportuno ricordare come il Parco Nazionale del Gran Paradiso sia il più antico d'Italia, essendo stato istituito nel 1922 - quest'anno ricorre il centenario - quando questa immensa area di 71.000 ettari compresa tra Valle d'Aosta e Piemonte, fu convertita da riserva di caccia del re Vittorio Emanuele ad area protetta dello Stato. Valsavarenche, è l'unico comune dei 13 (6 in Piemonte e 7 in Valle d'Aosta) che sono attraversati dal Parco a rientrare interamente dentro i confini di quest'area.
Il lavoro importante che negli anni è stato portato avanti da Federparchi e da Fondazione Una ha fatto sì che la fauna che popola quest'area non si estinguesse. All'epoca di re Vittorio Emanuele, infatti, per quanto riguarda l'animale simbolo di questo parco, lo stambecco alpino, rimanevano solo poche centinaia di esemplari, poiché lo stambecco è sempre stato cacciato sia per la carne che per rincorrere delle fantomatiche leggende secondo cui se ne potevano trarre proprietà lenitive che andavano dalla cura per la depressione alla cura per l’impotenza. Addirittura, nel 1856, gli ultimi esemplari furono protetti dalla famiglia reale, non per scongiurare il rischio estinzione, bensì per riservarli alla loro caccia personale in una riserva privata situata nel territorio divenuto poi nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Se allora i guardiaparco avevano il compito di proteggerli da altri cacciatori «concorrenti» ai reali, oggi ne garantiscono a tutti gli effetti la sopravvivenza in quello che oggi è il loro habitat tipico, costituito dagli ambienti rocciosi di alta quota, al di sopra della linea degli alberi. Un lavoro che ha fatto sì che oggi gli stambecchi che popolano il Parco del Gran Paradiso siano circa 2.700, nonostante i cambiamenti climatici, che il personale del parco studia con moltissima attenzione fin dagli anni Ottanta, li stiano mettendo a dura prova. Se gettiamo lo sguardo oltre i confini del Parco, invece, la popolazione di questi mammiferi lungo tutto l'arco alpino è di oltre 55.000 esemplari. Attualmente lo stambecco è una specie fuori pericolo estinzione, ma a causa delle temperature che si stanno alzando e degli inverni che durano sempre meno è costretto a salire di altitudine per raggiungere la sua zona di comfort in ambienti di alta montagna. Ciò potrebbe ridurre il suo spazio vitale, con l'inverno rigido che in passato era uno strumento di selezione facendo sopravvivere soltanto gli esemplari più forti, e che oggi invece determina un indebolimento complessivo della specie.
Una marmotta al Parco Nazionale del Gran Paradiso (Foto Simone Bramante)
Un'altra specie che ha beneficiato tantissimo dal lavoro svolto dalle associazioni che si dedicano alla conservazione della biodiversità, è il gipeto. Si tratta di un uccello rapace, chiamato anche avvoltoio barbuto che con la sua apertura alare che può arrivare fino ai 3 metri è considerato il più grande uccello europeo. Il gipeto nidifica su pareti rocciose e su valloni impervi e la maggior parte delle volte lo si può osservare planare in cerca di carcasse. Si ciba quasi esclusivamente di ossa che provvede a frantumare lasciandole cadere da altezze considerevoli per poi ingoiarle più facilmente. Nel 1913 questa specie si estinse a causa di un ciclo riproduttivo particolarmente lungo e di una caccia illegale da parte dell’uomo in ambiente alpino. Negli anni Ottanta, grazie a un progetto di reintroduzione a partire da alcuni piccoli nati in cattività negli zoo d'Europa, è tornato a nidificare a tal punto che negli ultimi vent’anni, circa 150 individui sono stati rilasciati sulle Alpi dove adesso è presente una piccola popolazione stabile. Attualmente nel Parco del Gran Paradiso sono presenti tre coppie nidificanti. Ogni coppia cova un paio di uova all'anno, deposte a gennaio, ma solo un piccolo riesce a sopravvivere. La loro attività è monitorata costantemente grazie all'installazione di alcune webcam in prossimità dei loro nidi. Durante la nostra visita al parco, oltre a vedere da vicino gli stambecchi e i camosci, abbiamo avuto l'opportunità di osservare insieme al guardiaparco Dario Favre e con l'ausilio del cannocchiale un nido di gipeto, per poi spostarci nell'ufficio della sede operativa della valle di Valsavarenche e vedere dai monitor, con l'ispettore del servizio di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso Stefano Cerise, alcuni dei loro comportamenti, come per esempio un gipeto che proteggeva il suo piccolo durante una tempesta di neve notturna, oppure il momento in cui due gipeti si sono dati il cambio per la cova, o un gipeto nell'atto di scoraggiare un corvo imperiale che si stava avvicinando troppo al nido. Ci sono poi i camosci, circa 7.800 che vengono costantemente monitorati insieme a tutti gli altri animali dal corpo di sorveglianza dei guardiaparco dal 1956.
Tra i rapaci che sorvolano e nidificano questo territorio ce n'è anche una davvero iconica delle Alpi italiane, l'aquila reale, un uccello appartenente alla famiglia degli Accipitridae. Le coppie di aquile reali costruiscono i loro nidi, anche più di uno all'anno, su pareti rocciose per poi scegliere il più adatto in base all’abbondanza di prede e all’assenza di fonti di disturbo. A differenza del gipeto, l'aquila reale ha un'apertura alare compresa tra i 190 e i 220 centimetri e la femmina è più grande del maschio. Gli adulti hanno piumaggio di colore bruno, mentre i giovani hanno grandi macchie bianche al centro delle ali e alla base della coda. I guardiaparco che lavorano al Gran Paradiso ci hanno spiegato come in passato l'aquila reale non fosse sufficientemente tutelata con conseguenti episodi di bracconaggio. Oggi, grazie al lavoro di monitoraggio e censimento svolto annualmente, si contano 27 coppie di aquile reali all'interno del Parco.
Ecco perché la caccia, sostenibile e responsabile, non va demonizzata ma, al contrario spiegata e compresa all'interno di un meccanismo di tutela e salvaguardia delle specie protette e della biodiversità. Un cacciatore che svolge il proprio compito secondo le leggi e le regole favorisce tutto questo. A spiegarlo è Renata Briano, presidente del comitato scientifico di Fondazione Una, che ha tra gli obiettivi anche quello di formare e sensibilizzare i cacciatori affinché non vi siano più episodi di bracconaggio attraverso la valorizzazione delle zone protette: «Stiamo portando avanti con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e con Federparchi un progetto per la lotta al bracconaggio. Sono progetti molto importanti per la preservazione di alcune specie» sottolinea Briano - «Lo stambecco è il simbolo del parco, ma penso anche al gipeto. Una specie che viveva anni fa nelle nostre montagne e che è stata estinta a causa di una caccia eccessiva e che oggi, grazie a un progetto di reintroduzione, nidifica con un buonissimo successo ed è una buona pratica che noi vogliamo esportare e comunicare». Ci si chiede in questo contesto come la caccia può essere utile al raggiungimento di questo obiettivo e a fugare ogni dubbio è proprio la presidente del comitato scientifico di Fondazione Una: «Fondazione Una sta per "uomo natura e ambiente" e vuole lavorare mettendo insieme attori diversi, spesso anche apparentemente conflittuali tra loro, per dimostrare che l'ambiente e la biodiversità si preservano in un'ottica ecosistemica, mai guardando al singolo individuo, ma sempre in una logica di relazioni tra le specie. In Fondazione Una ci sono gli agricoltori, i cacciatori, i parchi, le associazioni ambientaliste e soprattutto il mondo scientifico, perché il dato scientifico è sempre la base su cui si devono fondare i nostri progetti» racconta Briano - «Quello che vogliamo dimostrare è che le cause della perdita di biodiversità sono tantissime: penso al cemento, all'inquinamento, all'uso dei pesticidi. Non c'è la caccia, che invece è regolamentata da leggi conservative e si basa su dati scientifici, ma c'è il bracconaggio. La lotta al bracconaggio è un nostro obiettivo forte e i cacciatori sono con noi per lanciare questo messaggio: ostacoliamo il bracconaggio, combattiamolo, perché è una causa importante di perdita di valore per i nostri ecosistemi». Una corretta attività venatoria allontana il fenomeno del bracconaggio. Un concetto sottolineato anche da Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso: «Abbiamo organizzato questa uscita per cercare di sensibilizzare l'opportunità che ci sia un dialogo tra la protezione fatta all'interno delle aree protette e la gestione che si fa all'esterno di queste aree. Perché i parchi nazionali non sono aree in cui si caccia, ma sono aree in cui si possono e si devono raccogliere informazioni che saranno utili per una corretta gestione delle specie cacciabili. Questo dialogo ci deve essere, perché la gestione venatoria finirebbe con non avere abbastanza informazioni e quindi verrebbe gestita non correttamente. Parlo soprattutto degli ungulati di montagna».
Una lontra al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud
La visita al parco si è conclusa al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, che si occupa di attività di monitoraggio e di conservazione della lontra nelle aree alpine. Qui vengono studiati i comportamenti di tre lontre femmine, un esemplare che in Valle d'Aosta era presente fino agli anni Cinquanta e che successivamente si era praticamente estinto in tutta Europa, come ci ha spiegato il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «a causa sì del cambiamento dell'habitat, degli inquinanti e della frammentazione, ma anche dell'introduzione da parte dell'uomo di specie aliene». Sammuri ha ribadito l'importanza della tutela della biodiversità e quali sono oggi le principali minacce e come in questo centro si studiano la sua passata distribuzione sul territorio e i fattori che minacciano la sua sopravvivenza oggi, oltre che quella delle altre specie che vivono nelle acque dolci del Parco.
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Siamo stati al Parco Nazionale del Gran Paradiso, ex riserva di caccia reale, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. È qui che Federparchi e Fondazione Una portano avanti un progetto che punta a sensibilizzare contro il fenomeno del bracconaggio e a riportare l'attenzione sulla tutela delle specie protette, attraverso il lavoro prezioso dei guardiaparco.Demonizzare il mondo venatorio è attività fin troppo comune e diffusa in una fetta di opinione pubblica mossa per lo più da slogan che da veri e puri sentimenti animalisti e ambientalisti. Uomo e ambiente, con la natura al centro, sono proprio i tre pilastri su cui è nata nel 2015 Fondazione Una, un'organizzazione non governativa e no-profit impegnata nella tutela e nella gestione della natura che ha tra i soci fondatori le principali associazioni venatorie riconosciute in Italia, da Federcaccia a Enalcaccia, Arcicaccia e il Comitato nazionale caccia e natura, oltre a realtà ambientalistiche, agricole, scientifiche e accademiche, tutte con l'obiettivo di collaborare intorno a progetti volti alla realizzazione di un contesto territoriale e ambientale sostenibile. Come per esempio, quello pensato e messo in atto insieme a Federparchi.L'iniziativa in questione si chiama #biodiversitàinvolo ed è una campagna con cui si intende sensibilizzare l'uomo contro il bracconaggio e riportare l’attenzione sulla tutela delle specie protette attraverso il lavoro prezioso del corpo dei guardiaparco. Una campagna che coinvolgerà tutta Italia attraverso giornate organizzate in tre parchi nazionali: il Gran Paradiso in Valle d'Aosta, il parco regionale della Maremma in Toscana e quello d'Abruzzo. Noi abbiamo partecipato in prima persona alla visita organizzata da Federparchi e Fondazione Una al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove oggi si contano più di 100 specie animali tra stambecchi, camosci, marmotte, cervi, caprioli e cinghiali, ma anche aquile reali, gipeti e lupi. Aprendo una piccola parentesi storica, è opportuno ricordare come il Parco Nazionale del Gran Paradiso sia il più antico d'Italia, essendo stato istituito nel 1922 - quest'anno ricorre il centenario - quando questa immensa area di 71.000 ettari compresa tra Valle d'Aosta e Piemonte, fu convertita da riserva di caccia del re Vittorio Emanuele ad area protetta dello Stato. Valsavarenche, è l'unico comune dei 13 (6 in Piemonte e 7 in Valle d'Aosta) che sono attraversati dal Parco a rientrare interamente dentro i confini di quest'area.Il lavoro importante che negli anni è stato portato avanti da Federparchi e da Fondazione Una ha fatto sì che la fauna che popola quest'area non si estinguesse. All'epoca di re Vittorio Emanuele, infatti, per quanto riguarda l'animale simbolo di questo parco, lo stambecco alpino, rimanevano solo poche centinaia di esemplari, poiché lo stambecco è sempre stato cacciato sia per la carne che per rincorrere delle fantomatiche leggende secondo cui se ne potevano trarre proprietà lenitive che andavano dalla cura per la depressione alla cura per l’impotenza. Addirittura, nel 1856, gli ultimi esemplari furono protetti dalla famiglia reale, non per scongiurare il rischio estinzione, bensì per riservarli alla loro caccia personale in una riserva privata situata nel territorio divenuto poi nel 1922 il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Se allora i guardiaparco avevano il compito di proteggerli da altri cacciatori «concorrenti» ai reali, oggi ne garantiscono a tutti gli effetti la sopravvivenza in quello che oggi è il loro habitat tipico, costituito dagli ambienti rocciosi di alta quota, al di sopra della linea degli alberi. Un lavoro che ha fatto sì che oggi gli stambecchi che popolano il Parco del Gran Paradiso siano circa 2.700, nonostante i cambiamenti climatici, che il personale del parco studia con moltissima attenzione fin dagli anni Ottanta, li stiano mettendo a dura prova. Se gettiamo lo sguardo oltre i confini del Parco, invece, la popolazione di questi mammiferi lungo tutto l'arco alpino è di oltre 55.000 esemplari. Attualmente lo stambecco è una specie fuori pericolo estinzione, ma a causa delle temperature che si stanno alzando e degli inverni che durano sempre meno è costretto a salire di altitudine per raggiungere la sua zona di comfort in ambienti di alta montagna. Ciò potrebbe ridurre il suo spazio vitale, con l'inverno rigido che in passato era uno strumento di selezione facendo sopravvivere soltanto gli esemplari più forti, e che oggi invece determina un indebolimento complessivo della specie. Una marmotta al Parco Nazionale del Gran Paradiso (Foto Simone Bramante)Un'altra specie che ha beneficiato tantissimo dal lavoro svolto dalle associazioni che si dedicano alla conservazione della biodiversità, è il gipeto. Si tratta di un uccello rapace, chiamato anche avvoltoio barbuto che con la sua apertura alare che può arrivare fino ai 3 metri è considerato il più grande uccello europeo. Il gipeto nidifica su pareti rocciose e su valloni impervi e la maggior parte delle volte lo si può osservare planare in cerca di carcasse. Si ciba quasi esclusivamente di ossa che provvede a frantumare lasciandole cadere da altezze considerevoli per poi ingoiarle più facilmente. Nel 1913 questa specie si estinse a causa di un ciclo riproduttivo particolarmente lungo e di una caccia illegale da parte dell’uomo in ambiente alpino. Negli anni Ottanta, grazie a un progetto di reintroduzione a partire da alcuni piccoli nati in cattività negli zoo d'Europa, è tornato a nidificare a tal punto che negli ultimi vent’anni, circa 150 individui sono stati rilasciati sulle Alpi dove adesso è presente una piccola popolazione stabile. Attualmente nel Parco del Gran Paradiso sono presenti tre coppie nidificanti. Ogni coppia cova un paio di uova all'anno, deposte a gennaio, ma solo un piccolo riesce a sopravvivere. La loro attività è monitorata costantemente grazie all'installazione di alcune webcam in prossimità dei loro nidi. Durante la nostra visita al parco, oltre a vedere da vicino gli stambecchi e i camosci, abbiamo avuto l'opportunità di osservare insieme al guardiaparco Dario Favre e con l'ausilio del cannocchiale un nido di gipeto, per poi spostarci nell'ufficio della sede operativa della valle di Valsavarenche e vedere dai monitor, con l'ispettore del servizio di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso Stefano Cerise, alcuni dei loro comportamenti, come per esempio un gipeto che proteggeva il suo piccolo durante una tempesta di neve notturna, oppure il momento in cui due gipeti si sono dati il cambio per la cova, o un gipeto nell'atto di scoraggiare un corvo imperiale che si stava avvicinando troppo al nido. Ci sono poi i camosci, circa 7.800 che vengono costantemente monitorati insieme a tutti gli altri animali dal corpo di sorveglianza dei guardiaparco dal 1956.Tra i rapaci che sorvolano e nidificano questo territorio ce n'è anche una davvero iconica delle Alpi italiane, l'aquila reale, un uccello appartenente alla famiglia degli Accipitridae. Le coppie di aquile reali costruiscono i loro nidi, anche più di uno all'anno, su pareti rocciose per poi scegliere il più adatto in base all’abbondanza di prede e all’assenza di fonti di disturbo. A differenza del gipeto, l'aquila reale ha un'apertura alare compresa tra i 190 e i 220 centimetri e la femmina è più grande del maschio. Gli adulti hanno piumaggio di colore bruno, mentre i giovani hanno grandi macchie bianche al centro delle ali e alla base della coda. I guardiaparco che lavorano al Gran Paradiso ci hanno spiegato come in passato l'aquila reale non fosse sufficientemente tutelata con conseguenti episodi di bracconaggio. Oggi, grazie al lavoro di monitoraggio e censimento svolto annualmente, si contano 27 coppie di aquile reali all'interno del Parco. Ecco perché la caccia, sostenibile e responsabile, non va demonizzata ma, al contrario spiegata e compresa all'interno di un meccanismo di tutela e salvaguardia delle specie protette e della biodiversità. Un cacciatore che svolge il proprio compito secondo le leggi e le regole favorisce tutto questo. A spiegarlo è Renata Briano, presidente del comitato scientifico di Fondazione Una, che ha tra gli obiettivi anche quello di formare e sensibilizzare i cacciatori affinché non vi siano più episodi di bracconaggio attraverso la valorizzazione delle zone protette: «Stiamo portando avanti con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e con Federparchi un progetto per la lotta al bracconaggio. Sono progetti molto importanti per la preservazione di alcune specie» sottolinea Briano - «Lo stambecco è il simbolo del parco, ma penso anche al gipeto. Una specie che viveva anni fa nelle nostre montagne e che è stata estinta a causa di una caccia eccessiva e che oggi, grazie a un progetto di reintroduzione, nidifica con un buonissimo successo ed è una buona pratica che noi vogliamo esportare e comunicare». Ci si chiede in questo contesto come la caccia può essere utile al raggiungimento di questo obiettivo e a fugare ogni dubbio è proprio la presidente del comitato scientifico di Fondazione Una: «Fondazione Una sta per "uomo natura e ambiente" e vuole lavorare mettendo insieme attori diversi, spesso anche apparentemente conflittuali tra loro, per dimostrare che l'ambiente e la biodiversità si preservano in un'ottica ecosistemica, mai guardando al singolo individuo, ma sempre in una logica di relazioni tra le specie. In Fondazione Una ci sono gli agricoltori, i cacciatori, i parchi, le associazioni ambientaliste e soprattutto il mondo scientifico, perché il dato scientifico è sempre la base su cui si devono fondare i nostri progetti» racconta Briano - «Quello che vogliamo dimostrare è che le cause della perdita di biodiversità sono tantissime: penso al cemento, all'inquinamento, all'uso dei pesticidi. Non c'è la caccia, che invece è regolamentata da leggi conservative e si basa su dati scientifici, ma c'è il bracconaggio. La lotta al bracconaggio è un nostro obiettivo forte e i cacciatori sono con noi per lanciare questo messaggio: ostacoliamo il bracconaggio, combattiamolo, perché è una causa importante di perdita di valore per i nostri ecosistemi». Una corretta attività venatoria allontana il fenomeno del bracconaggio. Un concetto sottolineato anche da Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso: «Abbiamo organizzato questa uscita per cercare di sensibilizzare l'opportunità che ci sia un dialogo tra la protezione fatta all'interno delle aree protette e la gestione che si fa all'esterno di queste aree. Perché i parchi nazionali non sono aree in cui si caccia, ma sono aree in cui si possono e si devono raccogliere informazioni che saranno utili per una corretta gestione delle specie cacciabili. Questo dialogo ci deve essere, perché la gestione venatoria finirebbe con non avere abbastanza informazioni e quindi verrebbe gestita non correttamente. Parlo soprattutto degli ungulati di montagna». Una lontra al Centro Acqua e Biodiversità di RovenaudLa visita al parco si è conclusa al Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, che si occupa di attività di monitoraggio e di conservazione della lontra nelle aree alpine. Qui vengono studiati i comportamenti di tre lontre femmine, un esemplare che in Valle d'Aosta era presente fino agli anni Cinquanta e che successivamente si era praticamente estinto in tutta Europa, come ci ha spiegato il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, «a causa sì del cambiamento dell'habitat, degli inquinanti e della frammentazione, ma anche dell'introduzione da parte dell'uomo di specie aliene». Sammuri ha ribadito l'importanza della tutela della biodiversità e quali sono oggi le principali minacce e come in questo centro si studiano la sua passata distribuzione sul territorio e i fattori che minacciano la sua sopravvivenza oggi, oltre che quella delle altre specie che vivono nelle acque dolci del Parco.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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