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2021-11-08
Storie di briganti del Nord Italia: Piemonte, Lombardia e Veneto
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(Getty Images)
Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.
Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari.
Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.
Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.
Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.
Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.
Veneto: Giuseppe Bedin.
In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
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La storiografia e la cronaca hanno raccontato tutto sul brigantaggio meridionale. Anche nel settentrione il fenomeno fu a lungo presente. Tre casi in tre diverse epoche e regioni, tra mito e realtà.Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari. Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.Veneto: Giuseppe Bedin.In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Avvicinandosi il 2028 - data oltre la quale la Commissione avrà esaurito i pagamenti agli Stati membri e dovrà cominciare a rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati finanziari - si fanno sempre più nitidi i contorni del conto in arrivo da Bruxelles, dove da mesi è in corso una febbrile trattativa per trovare la quadra del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2028-2034. Mercoledì è stata la professoressa Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, a snocciolare le cifre, i cui tratti essenziali erano chiari da tempo, in audizione parlamentare: in assenza di nuovo debito (che è stato solo un’eccezione temporanea), il bilancio Ue deve munirsi di nuove entrate per rimborsare i debiti. Una voce che incide, solo fino al 2034, per 168 miliardi, aggiuntivi rispetto a quanto già versato dagli Stati membri. Ma andremo avanti così fino al 2056.
Per l’Italia ciò significa - in base alla quota di contribuzione nazionale storica del 12-13% - un primo versamento aggiuntivo di circa 21 miliardi. Che vanno ad aggiungersi ai rimborsi che dovremo effettuare direttamente alla Commissione fino al 2056 per i prestiti ricevuti (123 miliardi fino ad aprile).
I danni finanziari non si fermano qua. Infatti, il Qfp presentato dalla Commissione ha un volume di 1.985 miliardi a prezzi correnti, gonfiati appunto dei 168 miliardi di rimborsi. In proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, una misura simile ma non identica al Pil) si tratta dell’1,26%, rispetto all’1,13% del precedente Qfp 2021-2027. Ma si tratta di un aumento illusorio perché, al netto dei rimborsi del debito Nextgen Ue, si ritorna al 1,15% del Rnl. Quindi nessuna nuova capacità di spesa «reale». Con l’essenziale differenza che, rispetto al passato, Ursula von der Leyen ha ampliato notevolmente alcuni capitoli di spesa, soprattutto competitività e difesa, a scapito di agricoltura e coesione. In particolare, scende di molto la quota destinata ad agricoltura e coesione (dal 67% al 49% del bilancio) e aumenta dal 17% al 32% quella destinata a competitività e difesa. Quella rubrica scenderà per l’Italia (a prezzi costanti 2025) da 82 a 72 miliardi.
Questi spostamenti - ripetiamo, in un bilancio sostanzialmente invariato in termini reali - non sono neutrali, poiché aumentano di molto i fondi a gestione diretta e indiretta della Commissione, a scapito di quelli preassegnati agli Stati membri, come appunto l’agricoltura.
La conseguenza è il rischio che questi «bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita» siano assorbiti in modo molto disomogeneo da parte degli Stati, con evidenti sperequazioni a danno di quelli dotati di minore capacità amministrativa. In altre parole, se in passato la quota di fondi in arrivo da Bruxelles era relativamente prevedibile, in quanto preassegnata, per il futuro è tutto molto più incerto e tutto molto più accentrato presso la Commissione. Ciò che è invece certo è il fatto che il nostro Paese dovrà contribuire pesantemente al bilancio Ue, gonfiato dai rimborsi dei debiti.
Da tempo la Commissione stava ragionando su un aumento delle cosiddette «risorse proprie», che alla fine non sono altro che entrate (come Iva e dazi) riscosse dagli Stati e girate alla Ue. Infatti, il ricorso ai contributi nazionali in base al Rnl, tuttora circa il 70% delle entrate Ue, oggi è sempre meno sostenibile soprattutto davanti alle accresciute esigenze di spesa. Così la Commissione si è letteralmente inventata altri cinque tipi di imposte (quote emissioni CO2, rifiuti elettronici, tabacco, prelievo societario europeo, ecc…) per complessivi 44 miliardi e rimodulando le altre risorse proprie già esistenti, per un totale di 58 miliardi. Promettendo però di ridurre i contributi nazionali in base al Rnl. Ma, alla fine, come fa rilevare l’Upb, si tratta sempre di «contributi nazionali ai bilanci degli Stati membri e non si configurano come fonti autonome di finanziamento per la Ue». Insomma, è sempre denaro attinto dal bilancio italiano.
Ma, come per le spese, anche in questo caso il cambiamento non è neutrale sotto il profilo finanziario e l’Upb stesso non si sbilancia nel prevedere le conseguenze per l’Italia. Tutto dipenderà da come le basi imponibili di queste imposte si distribuiranno tra gli Stati membri. Insomma, è certo che gli Stati membri sborseranno altri 51 miliardi, è del tutto incerto come saranno ripartiti.
Nei 58 miliardi, spiccano 6,8 miliardi di entrate per il prelievo sulle società europee (Core) con oltre 100 milioni di fatturato, che inciderà sulle società italiane per circa 800 milioni. Un obbrobrio giuridico, perché colpisce il fatturato e quindi anche le società in perdita e il prelievo è una cifra fissa (si parte da 100.000 euro) crescente al crescere degli scaglioni di fatturato, con effetto regressivo all’interno di ciascuno scaglione. Un goffo e tardivo tentativo dopo che sono miseramente falliti i tentativi in sede Ocse di tassare nei mercati di destinazione (la Ue è da questo punto di vista un mercato ricchissimo) le multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi.
A Bruxelles hanno deciso di rimescolare le carte per non rivelare il bluff del prossimo bilancio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 giugno con Carlo Cambi
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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