True
2021-11-08
Storie di briganti del Nord Italia: Piemonte, Lombardia e Veneto
True
(Getty Images)
Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.
Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari.
Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.
Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.
Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.
Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.
Veneto: Giuseppe Bedin.
In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
Continua a leggereRiduci
La storiografia e la cronaca hanno raccontato tutto sul brigantaggio meridionale. Anche nel settentrione il fenomeno fu a lungo presente. Tre casi in tre diverse epoche e regioni, tra mito e realtà.Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari. Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.Veneto: Giuseppe Bedin.In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
Continua a leggereRiduci
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci