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2021-11-08
Storie di briganti del Nord Italia: Piemonte, Lombardia e Veneto
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(Getty Images)
Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.
Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari.
Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.
Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.
Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.
Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.
Veneto: Giuseppe Bedin.
In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
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La storiografia e la cronaca hanno raccontato tutto sul brigantaggio meridionale. Anche nel settentrione il fenomeno fu a lungo presente. Tre casi in tre diverse epoche e regioni, tra mito e realtà.Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari. Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.Veneto: Giuseppe Bedin.In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
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Proprio Mantovano, lo ricordiamo, lunedì scorso è salito al Colle per registrare le perplessità del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in relazione ad alcuni punti del decreto, approvato definitivamente e sul quale il governo ha posto la fiducia. I rilievi del Colle riguardano l’articolo 30 bis del decreto, che prevede un bonus di 615 euro per gli avvocati i cui clienti scelgono il rimpatrio volontario senza opporsi. Un altro punto critico del decreto è quello che prevede che a erogare il bonus sarà il Consiglio nazionale forense, l’organismo istituzionale che rappresenta gli avvocati, categoria che si è scagliata duramente contro questa norma.
Si è scelta la strada di un altro decreto, «correttivo» del primo, che verrà varato oggi dal Consiglio dei ministri. Questo nuovo provvedimento estende il contributo da 615 euro ai mediatori e alle varie associazioni che si occupano della materia, e lo riconosce a prescindere dall’esito del procedimento, quindi sia nel caso che il migrante resti in Italia sia che accetti di rimpatriare volontariamente. «Non è una norma sugli avvocati», argomenta Mantovano, «è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito. Un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf o a un qualsiasi professionista. Quindi gli avvocati non c’entrano. Domani (oggi, ndr) ci sarà il Cdm».
Mantovano insiste molto sugli avvocati perché, come dicevamo, le critiche delle associazioni dei legali hanno fatto più male, probabilmente, dei rilievi di Mattarella. Gli avvocati sono stati in prima linea nella battaglia elettorale per il referendum sulla giustizia al fianco del governo e fino a ora avevano un ottimo rapporto con la maggioranza. Detto ciò, il via libera definitivo al decreto legge da parte della Camera dovrebbe arrivare oggi e subito dopo si riunirà il Cdm per la norma «correttiva».
Tutto risolto, dunque? Di fronte a un caso così particolare, ogni previsione rischia di essere smentita. Per fare un esempio, il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, risponde così a una domanda sull’argomento: «È una normativa che potrà venire, in ipotesi, all’esame della Corte. È un problema proprio attuale, non spingetemi a dire qualcosa che sarebbe un’anticipazione».
Intanto le opposizioni continuano a attaccare il governo e la maggioranza: «Ma come vi è venuto in mente», sottolinea il segretario del Pd, Elly Schlein, «di trasformare la nobile professione dell’avvocato a mero esecutore della volontà di chi governa sui rimpatri? Di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto, di farci votare una norma incostituzionale per modificarla due minuti dopo, è arroganza al potere. Siete riusciti a riunire magistrati e avvocati contro di voi, contro questa norma incostituzionale». «Nella vita», riflette il leader di Azione Carlo Calenda, «capita a tutti di fare errori. Un sano principio è dire: ho fatto una cavolata e riscrivo il decreto, non obbligare il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale, per poi fare un altro decreto che di nuovo dovrà firmare il presidente della Repubblica, che corregge il decreto incostituzionale».
Difende il decreto la Lega: «Questo testo», afferma in Aula la deputata Ingrid Bisa, «risponde in modo concreto, equilibrato e necessario alla domanda di tutela dei cittadini. Qui non si tratta di repressione ma prevenzione. Non stiamo solo votando un decreto ma scegliendo da che parte stare. Per troppo tempo una parte politica, su questi temi, ha scelto l’ambiguità ma noi facciamo una scelta diversa: diciamo che la sicurezza è un diritto, non un privilegio e questo significa avere il coraggio di assumersi responsabilità politiche chiare». Più sfumato il commento del portavoce nazionale di Forza Italia, Raffele Nevi: «Non c’è dubbio che ci sia stata una sottovalutazione di un emendamento parlamentare», argomenta a Sky Tg24, «che ha provocato una reazione, secondo noi anche fondata, degli avvocati e anche una reazione da parte del governo per cercare di trovare una soluzione».
Esplicito il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «Sono orgoglioso», scrive sui social, «del fatto che, proprio in queste ore, la Lega si stia battendo in Parlamento per approvare entro la settimana il nuovo decreto Sicurezza, con la sinistra che fa barricate per impedirlo dandoci dei razzisti e dei fascisti, le solite idiozie. Espulsioni più veloci, battaglia a baby gang e maranza, pene più severe per i furti in appartamento, stop all’accoglienza per i minori stranieri che commettono reati. Avanti così, bye bye maranza».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 24 aprile con Carlo Cambi
Navi ormeggiate a un'imbarcazione ancorata vicino alla costa a Bandar Abbas, città portuale affacciata sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz (Getty Images)
La crisi nello Stretto di Hormuz si intensifica in una sequenza di mosse militari, dichiarazioni politiche e operazioni sul campo che delineano uno scenario sempre più teso tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore, Washington ha rafforzato la propria postura operativa nell’area. Il Comando centrale statunitense ha confermato di aver imposto a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, nell’ambito del blocco navale contro Teheran, mentre la Marina americana ha condotto un’operazione nell’Oceano Indiano, fermando la petroliera senza bandiera M/T Majestic X, accusata di trasportare greggio iraniano. Secondo il Dipartimento della Difesa, si è trattato di un’interdizione marittima con ispezione, inserita in una strategia più ampia per interrompere le reti di commercio illegale legate all’Iran. Il Centcom ha inoltre reso noti i nomi di due delle oltre 30 navi a cui le sue forze hanno ordinato di invertire la rotta o di tornare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran. Le due petroliere iraniane, la Hero II e la Hedy, sono «ancorate a Chah Bahar, in Iran, dopo essere state intercettate dalle forze statunitensi all’inizio di questa settimana», ha dichiarato il Centcom, smentendo le notizie secondo cui le due navi avrebbero violato il blocco. Il messaggio di Washington è netto: le acque internazionali non possono essere utilizzate come rifugio per attività sanzionate. Il Pentagono ha ribadito l’intenzione di limitare la libertà di movimento delle navi coinvolte in traffici ritenuti illeciti, sottolineando che le operazioni proseguiranno su scala globale.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha rivendicato un controllo totale sullo Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuna imbarcazione può transitare senza autorizzazione americana. In una serie di dichiarazioni, ha inoltre ordinato alla Marina di colpire e distruggere qualsiasi mezzo sospettato di posare mine nelle acque dello stretto, senza alcuna esitazione. Lo stesso Trump ha poi annunciato il potenziamento delle operazioni di sminamento, chiedendo che le attività vengano intensificate fino a triplicarne l’intensità. Il tema delle mine è centrale nella gestione della crisi. Le operazioni di bonifica si basano su tecnologie avanzate: droni di superficie dotati di sonar, come il Common Uncrewed Surface Vessel, scandagliano il fondale marino individuando eventuali ordigni. A questi si affiancano sistemi subacquei autonomi, tra cui i modelli MK18 Mod 2 Kingfish e Knifefish, capaci di esplorare aree prestabilite e segnalare la presenza di mine. Una volta localizzate, le cariche possono essere neutralizzate attraverso robot telecomandati o mediante detonazioni controllate. In questo contesto, anche altri attori internazionali iniziano a prepararsi a un possibile coinvolgimento diretto. Il comandante della Marina tedesca, Inka von Puttkamer, ha dichiarato: «Le squadre di sminamento si preparino per essere dispiegate a Hormuz». Gli equipaggi del terzo Squadrone di dragaggio mine della Marina tedesca si stanno infatti attualmente preparando per un potenziale dispiegamento nello Stretto. La Marina tedesca dispone di «dieci cacciamine di classe Frankenthal» e un terzo delle navi e delle imbarcazioni «è sempre pronto per il dispiegamento». Le unità, secondo quanto dichiarato dal comandante, sono «equipaggiate con droni in grado di localizzare vari tipi di oggetti, come le mine, e possono esplorare in modo indipendente una specifica area del mare».
Secondo analisti militari, la fase di individuazione degli ordigni potrebbe essere relativamente rapida, mentre la loro distruzione richiede operazioni più complesse e articolate. In questo contesto, il Pentagono ha smentito le indiscrezioni secondo cui sarebbero necessari sei mesi per completare la bonifica dello Stretto. Il portavoce Sean Parnell ha definito tali valutazioni non plausibili e ha accusato parte dei media di aver diffuso informazioni distorte provenienti da briefing riservati. Sul fronte opposto, anche Teheran si muove sul piano politico ed economico. Il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale stanno esaminando un piano per assumere il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz, anche se la decisione finale non è ancora stata presa. Intanto, l’Iran ha riscosso i primi introiti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, ha dichiarato un parlamentare iraniano. Hamid Reza Haji Babaei, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i fondi ricavati dal transito delle navi attraverso lo stretto sono stati depositati sul conto del Tesoro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. L’Iran non ha specificato l’ammontare del pedaggio riscosso, che contravviene a una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non ratificata dall’Iran. La tensione si riflette anche negli episodi operativi registrati negli ultimi giorni. La nave Epaminondas, battente bandiera liberiana e di proprietà greca, è stata oggetto di un’azione da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che ne avevano bloccato la navigazione e condotto ispezioni a bordo. Secondo il ministro degli Esteri greco, l’imbarcazione è ora ferma e non vi sarebbero più cittadini iraniani a bordo, segno che l’operazione si è conclusa. Questi eventi si inseriscono in una dinamica più ampia di sequestri e contro-sequestri che stanno trasformando lo stretto in un punto critico del commercio globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già fermato altre navi commerciali, mentre gli Stati Uniti proseguono con operazioni di interdizione.
Donald proroga la tregua sine die
L’incertezza è ancora la protagonista delle trattative tra l’Iran e gli Stati Uniti. Oltre a non esserci una data sul prossimo round di colloqui, non è dato sapere quanto tempo Washington abbia concesso a Teheran per presentare una proposta.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti riferito che «il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fissato una scadenza precisa per ricevere una proposta iraniana» e quindi anche per il cessate il fuoco. Il tycoon alla Bbc ha ribadito: «Abbiamo annientato l’Iran». E non ha ancora digerito il mancato intervento degli alleati della Nato al suo fianco: «Non ho mai avuto bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci. Ho voluto vedere se volessero essere coinvolti o meno, è stato più che altro un test». Intanto Israele, insofferente alla via diplomatica, è pronto a riprendere i bombardamenti: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che Tel Aviv «attende il via libera degli Stati Uniti per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei» e «per riportare l’Iran all’età della pietra».
Certo è che i colloqui sono in una fase di stallo. A parlarne all’emittente Al Arabiya è stato un diplomatico pachistano: «I progressi sono estremamente limitati». Ha spiegato che Washington vuole mantenere le sanzioni imposte contro l’Iran. Dall’altra parte, per Teheran, il blocco navale americano ai porti del regime «costituisce l’ostacolo alla partecipazione iraniana ai negoziati». I mediatori di Islamabad stanno quindi «cercando di convincere l’Iran a recarsi» nella capitale del Pakistan «per ottenere un allentamento del blocco navale».
Ma le dichiarazioni rilasciate ieri non mostrano flessibilità. Il parlamentare iraniano Ali Khezrian ha infatti commentato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei «si oppone fermamente a qualsiasi prolungamento dei negoziati alle condizioni attuali». A dire che Teheran non ha intenzione di trattare è stato anche il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei: «Qualsiasi negoziato è vietato finché gli Stati Uniti non ammetteranno la sconfitta».
Tra l’altro, sono emersi alcuni dettagli sui motivi che hanno portato all’annullamento martedì del secondo round di colloqui. Secondo quanto riportato da Iran International, a far saltare le trattative sono state le spaccature all’interno della leadership iraniana. Si parla di tensioni tra i sostenitori del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e le figure vicine all’Ufficio di Khamenei. Pare che la delegazione iraniana fosse pronta a partire alla volta di Islamabad, ma un messaggio proveniente dall’entourage di Khamenei ha bloccato tutto: ha messo il veto alle discussioni sulla questione nucleare. E ha pure rimproverato la squadra iraniana per i colloqui precedenti. Ed ecco quindi che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riconosciuto che sarebbe stato inutile partecipare alle trattative.
Nel frattempo, Al Arabiya ha svelato che a Islamabad sono sempre presenti le delegazioni tecniche deputate a preparare i negoziati. Che il Pakistan sia pronto a ospitare i colloqui in qualsiasi momento è evidente dalle misure di sicurezza ancora presenti nella capitale: le strade sono deserte, i negozi sono chiusi, gli impiegati lavorano da casa. Ieri, intanto, Islamabad è stata la sede dell’incontro tra il ministro dell’Interno pachistano, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense Natalie Baker: i due hanno discusso «degli sforzi diplomatici» per organizzare gli eventuali negoziati.
Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale
Nuovo scossone al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha di fatto silurato il segretario alla Marina, John Phelan. La mossa è arrivata mentre gli Stati Uniti stanno implementando un blocco ai porti iraniani. Tutto questo, mentre ieri Donald Trump ha ordinato alle navi statunitensi di distruggere le imbarcazioni posamine che Teheran sta usando nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalla Cnn, sarebbero principalmente due le ragioni del siluramento di Phelan. Hegseth avrebbe convinto Trump della necessità del suo allontanamento a causa delle lungaggini che stanno caratterizzando le riforme della cantieristica navale. Tuttavia, più in profondità, la testata ha riferito che il capo del Pentagono non vedeva di buon occhio il rapporto diretto che Phelan, storico finanziatore di Trump, intratteneva con lo stesso inquilino della Casa Bianca. «Phelan non capiva di non essere il capo. Il suo compito è eseguire gli ordini ricevuti, non eseguire gli ordini che lui ritiene debbano essere dati», ha dichiarato una fonte ad Axios, confermando così che Hegseth si sentiva in qualche modo scavalcato dal segretario alla Marina.
Non è del resto una novità che il capo del Pentagono tema per la sua poltrona. A inizio aprile, Hegseth silurò il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George: una figura che era assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll, il quale è a sua volta un fedelissimo del vicepresidente statunitense, JD Vance. I rapporti tra Hegseth e Driscoll erano d’altronde tesi già dallo scorso settembre: in particolare, il capo del Pentagono ha sempre temuto l’eventualità che il segretario all’Esercito potesse prima o poi fargli le scarpe. Lo scontro tra i due si è acuito con la guerra in Iran, soprattutto mentre Vance acquisiva peso nella gestione della crisi. Trump ha infatti incaricato il suo vice di supervisionare il processo diplomatico con Teheran: è d’altronde noto come il numero due della Casa Bianca fosse originariamente scettico verso un’operazione militare su larga scala contro il regime khomeinista. E infatti, all’interno dell’amministrazione statunitense, Vance è forse la voce maggiormente propensa a una soluzione diplomatica per la crisi iraniana. Di contro, Hegseth, nelle scorse settimane, ha mostrato fastidio verso le prospettive di un cessate il fuoco con Teheran e, ai vertici di Washington, rappresenta l’ala più battagliera nei confronti degli ayatollah.
Ecco che quindi il «caso Driscoll» è venuto a inserirsi in un quadro più ampio, che trascende la sola questione delle gelosie di Hegseth. E attenzione: la tensione sta aumentando. La scorsa settimana il segretario all’Esercito, parlando in audizione alla Camera, si è detto «dispiaciuto» per il siluramento di George. Una presa di posizione significativa, con cui Driscoll ha preso esplicitamente le distanze dal capo del Pentagono. Nell’occasione, secondo il Washington Post, i deputati repubblicani presenti si sarebbero schierati con il segretario all’Esercito, deplorando il licenziamento di George. Questo significa che il malumore verso Hegseth sta crescendo anche nella pattuglia parlamentare del Gop. Un segnale, questo, che è abbastanza inquietante per il capo del Pentagono. Ricordiamo che il recente siluramento di Kristi Noem da segretario per la Sicurezza interna è stato preceduto da critiche che le erano arrivate da alcuni parlamentari del Partito repubblicano. Tutto questo potrebbe aver ulteriormente alimentato i timori di Hegseth. E potrebbe anche contribuire a spiegare il licenziamento di Phelan.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
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