True
2021-11-08
Storie di briganti del Nord Italia: Piemonte, Lombardia e Veneto
True
(Getty Images)
Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.
Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari.
Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.
Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.
Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.
Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.
Veneto: Giuseppe Bedin.
In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
Continua a leggereRiduci
La storiografia e la cronaca hanno raccontato tutto sul brigantaggio meridionale. Anche nel settentrione il fenomeno fu a lungo presente. Tre casi in tre diverse epoche e regioni, tra mito e realtà.Arcinota è la storia del brigantaggio nell'Italia del Sud. La storiografia e le cronache, in particolare quelle risorgimentali, hanno riempito migliaia di pagine sull'epopea dei banditi che infestavano le zone montuose della Campania, del Molise, della Calabria e dellla Sicilia. Altrettante ne sono state stilate nello studio delle attività delle autorità postunitarie per la repressione del fenomeno, nella quale primeggiò per risolutezza il generale Giuseppe Govone.Meno nota, ma non meno interessante, la storia dei briganti che terrorizzarono le terre del Settentrione italiano dalla Liguria al Friuli a partire dal medioevo, in un fenomeno diffuso che vide il suo apice tra il XVII e il XVIII secolo, spesso generato dalle condizioni di indigenza della popolazione contadina e dalla piaga delle continue guerre tra gli stati preunitari, che lasciavano sulla strada centinaia di ex soldati sbandati e giovani renitenti alle proscrizioni militari. Piemonte: Giovanni Scarsello e i suoi fratelli.Siamo a Narzole, paese del cuneese tra Alba e Fossano, in età napoleonica. La zona presenta folti boschi e colline, che ben si prestavano al nascondiglio di malfattori che da anni infestavano i dintorni del paese tanto che sotto il governo del Regno di Sardegna si era addirittura pensato di cancellarlo dalle mappe deportandone gli abitanti. Abitanti per il novanta percento poveri contadini alle prese con la sopravvivenza se non la fame. Già all'alba del periodo napoleonico i dintorni di Narzole erano stati battuti dal brigante "Cadreghin ", che armato del suo "spaciafoss" (piemontese per coltellaccio) aveva derubato decine di malcapitati, derubando bestiame e denari, prima della cattura nel 1800 e del carcere duro a Racconigi. L'arresto del brigante con il nuovo secolo non donò tuttavia la pace a Narzole, nonostante una guarnigione della Gendarmeria napoleonica vi avesse preso alloggio, malsopportata dalla popolazione per l'atteggiamento repressivo e arrogante nei confronti degli abitanti. L'eredità del Cadreghin è presto raccolta, questo volta da una banda ben organizzata di narzolesi. Ci sono i tre fratelli Scarsello non proprio giovanissimi. Il capo è il minore, Giovanni, di 35 anni. Gli altri due sono Domenico (40 anni) e Giambattista (45 anni). Con loro operavano una decina di compaesani anche imparentati tra loro. La prima vicenda legata alla banda è un omicidio di un gendarme sulla piazza principale del paese. dai rapporti degli inquirenti uscì la prima descrizione del "brigante simpatico", bonario con tutta la popolazione e di spirito allegro. Ma feroce e sanguinario con i nemici, in particolare modo con i nuovi dominatori portatori in Piemonte delle idee giacobine contro la tradizione cattolica e rurale delle campagne del cuneese. La banda di Scarsello, piccola Vandea piemontese, si accanirà colpendo i borghesi con particolare ferocia, specie quelli compromessi con l'occupante francese. Per la piccola guarnigione di gendarmi Narzole diventò presto un inferno, anche perché i militari, frustrati dall'insuccesso nel catturare i membri della banda, si rifacevano spesso su famiglie di contadini inermi ed innocenti. Come avvenne nel gennaio 1802 quando un nucleo della Gendarmeria fu inviato da Fossano a Narzole dopo un furto di bestiame. I soldati, al posto di cercare i responsabili della rapina si misero a scaricare i moschetti contro i passanti, seminando terrore e solidarietà ai banditi da parte degli abitanti. Nonostante i rinforzi di polizia richiesti dal sindaco, la banda di Scarsello è ancora a piede libero. Si decise così di passare, con forze più consistenti, al rastrellamento dei dintorni del paese. Ma i fratelli Scarsello e la loro banda sono più scaltri. Seppero mantenere ottimi rapporti con la popolazione, promisero protezione e soprattutto ebbero l'accortezza di non rimanere solamente nei dintorni del loro paese, ma di spingersi sino ai confini con la Liguria, arruolando nuovi membri lungo la strada. I briganti uccisero francesi a Bra, Cherasco, Alba, senza essere mai sfiorati dal pericolo della cattura. I gendarmi tentarono anche con la corruzione di un membro della banda, ma senza successo. Cercarono di attirare Giovanni arrestandone la moglie con una soffiata. Neppure questo metodo riuscirà. Anzi, un brigante sospettato di aver tradito fu ucciso ad archibugiate dal capobanda stesso, mentre sempre più frequenti furono gli episodi di connivenza tra i gendarmi e la popolazione che li proteggeva, spesso comprata con i soldi delle rapine. Il sindaco e il comando delle forze francesi sono sul punto di imporre il coprifuoco. Soltanto in un occasione Scarsello e i suoi rischiarono la vita, quando un certo Dalpozzo, narzolese vicino ad alcuni banditi si fece rapire appositamente. I briganti della banda commisero l'errore di rilasciarlo con il compito di portare una camicia al capo. Dalpozzo tornò coi francesi e ne seguì un rocambolesco conflitto a fuoco dal quale Scarsello e il compagno Vivalda uscirono illesi grazie all'inceppamento del fucile che per primo aveva puntato al capobanda. La leggenda vuole che negli anni seguenti la banda avesse operato spingendosi fino a Torino, e che avesse puntato in alto sottraendo vere e proprie fortune ai proprietari terrieri del Piemonte occidentale, come il colpo da 450 franchi a casa di Giuseppe Ciuco di Novello. Si dice siano arrivati fino in Valle d'Aosta nei pressi di Pré Saint Didier e che addirittura fossero protetti e finanziati dai servizi segreti britannici per tenere impegnati i Francesi. Poi le cronache si interrompono fino al 1808, quando si diffuse la notizia che i capi della banda erano stati catturati ed immediatamente ghigliottinati sotto l'insegna della coccarda tricolore napoleonica, quella che tanto avevano odiato.Lombardia: Giacomo Legorino e Battista Scorlino.Gli anni sono quelli della Milano spagnola, alla metà del cinquecento. Il luogo è la zona a nord ovest delle mura, tra l'odierno quartiere di Villapizzone e il bosco della Merlata, una folta macchia verde che all'epoca dei fatti si estendeva sino all'area dove nel 2015 si è tenuto l'Expo e oltre, verso Arese. Il bosco si trovava sulla strada per Como e Varese con una biforcazione verso Novara, pertanto era battuta da molti commercianti in viaggio verso Milano. Ai margini del sentiero si erano appostati due capibanda con il loro seguito: Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che per diversi anni spogliarono i viandanti dei loro averi e in alcuni casi non si fecero scrupoli ad uccidere a colpi di cappa e spada. Il loro quartier generale era una cascina nei pressi della attuale via Console Marcello, chiamata la Melgasciada, dal nome in milanese del fusto del granoturco. Il caseggiato, trasformato in seguito in osteria dove i milanesi passavano le domeniche a mangiare asparagi sotto le frasche, era in quegli anni la tana dei due lupi. Non sono rimaste testimonianze di cronaca, ma la leggenda dei due briganti di Villapizzone è rimasta viva anche grazie alle numerose rappresentazioni teatrali che a Milano si tennero fino ad oltre la metà dell'ottocento. Soprattutto ci rimangono gli atti relativi al processo stilati in seguito alla loro cattura nel 1566, scritti che permettono di ricostruire la storia delittuosa e la loro fine fatta di dolore e tortura. Tutto ciò è raccolto nel tomo (dal titolo un po' lungo) Processo formato contro duoi famosissimi banditi Giacomo Legorino, e Battista Scorlino, con suoi seguaci, quali furono tutti pubblici assassini di strada. Dalle pagine del volume si ricostruisce il lungo processo ai due banditi e alla loro banda, durato quasi un mese dal giorno della cattura, il 26 aprile 1566. Davanti al Capitano di Giustizia di Milano, cavalier Giulio da Modena, fu portata la testimonianza di colui che con un tranello riuscì a fare arrestare la banda che da anni terrorizzava i viandanti della Merlata. Simone Manzino, commerciante di cavalli, quel giorno rientrava da Milano a Novara per la via di Villapizzone . All'imbocco del bosco fu assalito dalla banda di Scorlino e Legorino che lo disarcionarono e cercarono di rapinarlo. Non avendo nulla con sé, la banda era pronta ad ucciderlo per il gusto. Tuttavia Giacomo Legorino si fece promettere 24 scudi d'oro in cambio della vita, che il malcapitato avrebbe dovuto consegnare all'indomani. L'appuntamento sarebbe stato al medesimo luogo dell'incontro. Quando fu a Novara, Manzoni sporse denuncia al podestà e il giorno dopo scattò l'imboscata. A distanza seguivano Manzoni un drappello di fanti di Novara e e uno proveniente da Milano e quando il commerciante, giunto appositamente in ritardo all'appuntamento, fu di fronte a Leporino temporeggiò fino a che quest'ultimo non fu colpito alle spalle da una guardia. Tramortito si trovò legato da capo a piedi e con lui il figlio Paolo, anche lui membro della banda di briganti milanesi. Incalzato dalle domande dell'inquisitore Giulio da Modena, inizialmente Legorino sciorinò una serie di bugie, dichiarando di essere un povero ex soldato e boscaiolo fornendo il falso nome di Vincenzo da Gusmé. L'imputato fu messo subito a confronto con il figlio Paolo, anche lui agli arresti, cercando anche in questo caso di farla franca fingendo di non conoscerlo. Il Capitano di Giustizia ordinò allora la prima delle torture al quale verrà sottoposto il brigante: l'ustione dei piedi, al quale l'efferato omicida non riuscì a resistere a lungo, cominciando la confessione di anni di delitti e rapine, archibugiate, pugnalate, strangolamenti. Circa trecento omicidi furono quelli confessati da Legorino, che dichiarò anche la sepoltura di tutti i corpi delle vittime sotto la terra del bosco della Merlata. Mentre Giacomo Legorino deponeva di fronte al giudice, il complice Battista Scorlino era ancora in latitanza. L'11 maggio 1566, verso sera, Giulio da Modena fu raggiunto nella sua abitazione da un drappello di soldati, che gli comunicarono l'arresto del secondo brigante dall'altra parte della città rispetto a Villapizzone, presso la Porta Vercellina. Portato dinnanzi al tribunale come il socio, la scena si ripeté con mistificazioni e false deposizioni, che durarono ben poco grazie al confronto col complice ormai crollato. Le sevizie seguite alle confessioni confermarono gli omicidi compiuti dalla banda tra il 1558 e il 1566, la sentenza di morte era scontata. La fine della banda della Merlata fu alquanto macabra. I due capibanda furono trascinati a terra legati alla coda di due cavalli in corsa fino alla Cagnola, quindi furono mutilati e appesi alla ruota della tortura. Dopo qualche ora Giacomo Legorino era ancora vivo. Come da regolamento, per porre fine alle sofferenze il bandito fu sgozzato con un fendente alla gola. La cascina Melgasciada, covo della banda, fu demolita nel 1959 per fare spazio ad un edificio scolastico. Durante i lavori, quattro secoli dopo i fatti, la leggenda riprese vigore perché i muratori trovarono un po' dappertutto i segni della ricerca del mitico tesoro di Legorino e Scorlino da parte di ignoti. Naturalmente questa fu senza esito, ma gli operai riuscirono a vedere il quadro "naif" che raffigurava i due briganti a riposo sotto le frasche della cascina oggi scomparsa, inghiottita negli anni del "boom" dalla città in espansione.Veneto: Giuseppe Bedin.In questo caso l'epopea brigantesca si consumò negli anni trenta del ventesimo secolo a Monselice, comune rurale a Sud di Padova. Qui nel 1901 da una famiglia contadina (come la maggior parte degli abitanti del paese) nasceva Giuseppe Bedin, destinato a diventare uno dei banditi più noti d'Italia grazie anche alle innumerevoli pagine di cronaca che narrarono le sue gesta di fuorilegge durante il ventennio. La sua fu una gioventù di ordinaria povertà, condivisa con molti coetanei in quel veneto misero e contadino da poco flagellato dalle rovine della Grande Guerra di cui era stato teatro. Il giovane Bepi si dimostra sveglio, fervente cattolico ed in grado di leggere e scrivere, presta regolarmente servizio militare nel 1922 e poco più tardi segue molti dei suoi conterranei nella via obbligata all'emigrazione, per lavorare in una miniera francese dalla quale farà ritorno dopo avere avuto il primo figlio da una compaesana. Il lavoro principale della giovane famiglia di Bepi a Monselice era quello di riuscire a mettere insieme il pasto quotidiano con molta difficoltà, tra il lavoro nei campi e quello occasionale come manovale in edilizia . Per arrotondare la paga misera, Bedin trovò nella allora fiorente borsa nera una soluzione nel quale si rivelò subito abile, ma che aprirà per lui la strada verso il crimine. Dopo il furto di una motocicletta per il quale sarà condannato, conoscerà per la prima volta il carcere dove a più riprese costruì la sua fama di brigante protettore dei poveri, attirando a sé con una buona dose di carisma i suoi futuri complici. Tra i capibanda figurò Severino Urati, conosciuto in carcere a Verona e compagno di una delle molteplici evasioni di cui il Robin Hood di Monselice si rese protagonista negli anni trenta. Urati sarà in seguito il cassiere della banda, abile nel ripulire i proventi delle rapine mediante investimenti in beni mobili e immobili, oltre che a maneggiare e usare senza scrupoli le armi. Nativo del mantovano, su di lui pendeva una condanna per omicidio durante una rissa. Passò anni alla macchia prima di conoscere Bedin in carcere nel 1935. Il terzo uomo fu Clemente Lampioni, anche lui con l'esperienza di una miniera belga alle spalle e varie condanne per furto. Dopo la fuga dal carcere, l'organizzazione criminale prese piede, concentrata negli anni tra il 1936 e il 1939 con un'escalation di colpi spettacolari e organizzati alla perfezione. Se dalla parte dei compaesani il mito di Bedin cresceva esponenzialmente, dall'altra le istituzioni fasciste, impegnate in quegli anni nella normalizzazione e nella lotta alla criminalità (un esempio su tutti il contrasto alla mafia da parte del prefetto di ferro Mori) non potevano più tollerare le scorrerie impunite dei banditi veneti. Senza tralasciare peraltro la scia di sangue che la banda lasciò dietro di sé durante i colpi: A Treviso sotto le raffiche dei banditi di Monselice era morto un maresciallo dei Carabinieri. I colpi messi a segno dalla banda furono moltissimi e non soltanto in Veneto. Muovendosi con automobili veloci e armi automatiche come i coevi gangster americani, rapinarono in Emilia, in Lombardia e in Piemonte. A Monselice i banditi godevano di stima e protezione, anche perché Bedin dispensava ai più bisognosi regali di un certo valore come attrezzi agricoli, capi di bestiame, alimentari. Molti furono i terreni e le cascine acquistate e affidate a prestanomi dal braccio destro Urati, che contribuirono ad alimentare il patrimonio ormai molto consistente dei briganti. Ma il colpo dei colpi fu realizzato nel 1938 a Milano. Allenati alla rapina delle paghe degli operai di diverse aziende venete, Bedin e i suoi uomini decisero di puntare al cuore dell'industria italiana. L'obiettivo era nientemeno che l'ufficio paghe della Pirelli alla Bicocca, al quale i banditi ebbero accesso e la giusta soffiata da una talpa interna alla fabbrica. Il colpo andrà a segno offrendo ai briganti un bottino stellare (860 mila lire, molto più di quanto sottratto anni dopo nella famosa rapina di via Osoppo a Milano) ma le conseguenze di questa clamorosa sfida al patrimonio industriale italiano faranno si che Mussolini stesso si muovesse per porre fine ai crimini della banda, mettendo alle calcagna dei veneti due tra gli uomini migliori delle forze dell'ordine. A Milano si occupò del caso il brigadiere Giuseppe Crespi detto Maciste, sia per la stazza (era alto quasi due metri) che per la risolutezza nello svolgimento delle indagini. Fu lui a scoprire la talpa della Pirelli, il fattorino Biasi, in casa del quale il poliziotto trovò nascosta dietro ad un quadro la paga per il favore a Bedin in banconote da 500 lire. Tornati in Veneto, Bedin e i suoi continuarono le attività criminali e la bella vita, spostandosi tra le cascine e le case parrocchiali che Bedin ben conosceva a causa della sua profonda fede cattolica e per la riconoscenza di certi parroci per la sua generosità verso i poveri. Addirittura il bandito riuscì a presenziare alle esequie della madre vestito da carabiniere, mentre in altre occasioni si mischiò tra la gente di paese vestito da donna. Il romanzo criminale di Monselice si avviò alla conclusione l'anno successivo, il 1939. Sulle tracce delle indagini iniziate dal maresciallo Maciste si inserì un altro mastino direttamente voluto dal Duce. Si trattava dell'ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, che senza troppe remore fece uso di metodi non ortodossi su molti compaesani di Bedin (Gueli sarà condannato dopo la guerra a 8 anni di carcere per le torture messe in atto quando era a capo dell'Ispettorato speciale di P.S. per la Venezia-Giulia). Sotto tortura, alcuni degli interrogati cominciarono a cedere e il cerchio attorno alla banda si strinse sempre di più fino all'epilogo che, considerati i protagonisti delle due parti, fu bagnato dal sangue. Bepi Bedin fu circondato dalle forze dell'ordine mentre si trovava nascosto nella canonica in località Casoni di Mussolente, piccolo borgo nei pressi di Bassano del Grappa. Nonostante fosse braccato, Bepi non era abituato alla resa e cercò di vendere cara la pelle. Armato di revolver riuscì a correre fuori dalla casa parrocchiale nonostante un colpo sparato dai Carabinieri lo avesse ferito ad una spalla. Cercò l'estrema resistenza asserragliandosi in una casa colonica poco distante dove ebbe una colluttazione con i figli del proprietario, che solo per un caso non rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dal malvivente. Pochi minuti dopo, raggiunto da ingenti forze di polizia cadde sotto i colpi esplosi da un agente che lo centrarono in viso e nel collo, freddandolo sul colpo. Quando lo perquisirono, gli inquirenti gli trovarono in tasca, oltre a banconote di diverso taglio, le immaginette dei Santi a cui Bepi era devoto sin dall'infanzia. Era il 4 aprile 1939 e nel pomeriggio del giorno stesso cadde sotto i colpi delle forze dell'ordine anche il socio Severino Urati (la mente finanziaria dal grilletto facile) durante uno scontro a fuoco nella sua terra d'origine, il Mantovano. La banda perdeva in un solo giorno il capo carismatico e il suo braccio destro e di lì a poco sarebbero stati arrestati anche gli altri membri di spicco della banda di Bedin. Il suo nome rimase tuttavia impresso nella memoria collettiva della zona e passò anche per gli anni di guerra. Molti furono i membri delle brigate partigiane che usarono il nome del bandito veneto e terminata la guerra saranno le voci dei bambini a tramandarne il ricordo nei loro giochi quotidiani. Nella persistente miseria del Veneto del dopoguerra, si giocava a "guardie e Bedin".
Giorgia Meloni (Ansa)
«Per ben sei volte avere votato la fiducia contro questo governo, assieme a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e compagnia». Un’accusa nel merito, come a sottolineare un tradimento. Tutto avviene in pochi minuti, durante le repliche alla discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. La premier, che annovera fra le doti la schiettezza, non si trattiene. «Collega Pozzolo, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma. Programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento».
Il riferimento al giro di valzer dei parlamentari usciti dalla maggioranza per passare con Futuro nazionale è puramente voluto. La piccola diaspora è stata vissuta con dispiacere, quello che Vannacci definisce orgogliosamente «la mia sporca dozzina», per gli alleati è un gruppo inaffidabile. Ma Meloni non ha finito. «Votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta significa votare per mandare a casa quel governo (applausi forzati da sinistra, ndr). Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale. Quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra (applausi scroscianti dal centrodestra, ndr)».
È improbabile che «Giorgia sia terrorizzata da Vannacci», come ha commentato Pozzolo nel corridoio dei Passi perduti. Quella che molti commentatori stanno già definendo (con malcelato giubilo) una linea rossa - la stessa che Vannacci cita spesso per delimitare il perimetro dei valori autenticamente di destra - in realtà è un ponte, un richiamo all’identità e a responsabilità politiche macro per non consegnare il Paese al campo (santo) largo. La premier sa che il nuovo partito vale il 4,8% a salire, sa che con il generale in casa Forza Italia starebbe sull’uscio, sa che Matteo Salvini (colui che ha inventato politicamente l’ex numero uno della Folgore) sta perdendo consensi in suo favore. Morale, Meloni aveva bisogno di marcare un distinguo a beneficio degli elettori per poi cominciare a trattare. Perché i sondaggi parlano chiaro: senza Vannacci il centrodestra è al 42%, la partita rischia il pareggio e fra un anno il Quirinale potrebbe dare le carte.
Lo showdown in Aula era prevedibile per rispondere a Vannacci e non lasciarlo «ballare da solo» troppo a lungo. I colpi più dolorosi all’alleanza sono stati tre. Il primo sull’identità: «Non sarò io a fa perdere la destra, ma è questa alleanza di centrodestra che si sta comportando come la sinistra. Questo è un governo molto slavato, ha sbagliato candeggio. Futuro nazionale è come un sestante. L’imbarcazione ha perso la rotta, noi vogliamo riportarla verso destra». Il secondo direttamente a Forza Italia: «Guardate come vota in Europa, guardate cosa dice sullo ius scholae. A Bruxelles sta già con il Pd». La terza caramella al veleno è per la Lega: «È sovranista a giorni alterni, io no».
Uscito vittorioso anche dalle trappole di Lilli Gruber, Vannacci è sulla cresta dell’onda. È pur vero che Futuro nazionale ha votato sei volte con la sinistra. Si è messo di traverso soprattutto sugli aiuti all’Ucraina (tema sul quale il Pd non ha ancora deciso cosa fare da grande) e sulla nuova legge elettorale. Riguardo allo «Stabilicum» il generale è stato parecchio aggressivo: «Si parla di ballottaggio, premio di maggioranza e correttivi tecnici tra Camera e Senato. Ma delle preferenze non c’è traccia. Il centrosinistra deve stare zitto perché questa legge elettorale Rosatellum senza preferenze è stata scritta proprio da loro. Noi siamo gli unici a volere ridare la sovranità al popolo italiano».
Da tempo Vannacci picconava le fondamenta del tempio, una risposta era nelle cose. La frase meloniana «Siete funzionali alla sinistra» ha due obiettivi: far sapere agli italiani che le divisioni possono portare a disastri e far sapere al generale (ferratissimo in storia degli antichi romani) che dopo la «pars destruens» deve arrivare la «pars construens». Più politica, più raffinata. Quella in cui i punti in comune - ancora granitici - possono diventare pietre angolari per un’alleanza decisiva. Per non concedere spazi di manovra alle quattro sinistre tenute insieme solo dall’appiccicosa acquolina delle poltrone. E neppure al presidente Sergio Mattarella, pronto ad architettare micidiali «larghe intese», democristiane e cupamente renziane. Con tutti i difetti, sparare alla schiena non è mai stato un valore di destra.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
Da Catherine Ashton a Federica Mogherini, per finire a Josep Borrell, di loro restano solo le grandi chiacchiere. Non meglio è andata a Kaja Kallas, ex premier estone che da dicembre del 2024 ricopre il delicato incarico. Nonostante ogni giorno le redazioni siano inondate di sue dichiarazioni sull’universo, non risulta che l’Europa abbia migliorato le proprie relazioni diplomatiche. Anzi, semmai quelle con Israele, Stati Uniti e pure Russia sono, se possibile, perfino peggiorate. Figlia d’arte (il padre era un ufficiale del Pcus diventato poi, con la dissoluzione dell’Unione sovietica, commissario europeo), Kallas non perde occasione per mettere in guardia la Ue dal pericolo russo e dunque non pare la persona più adatta a tentare di negoziare con Mosca una tregua o un cessate il fuoco.
Di quanto sia inutile, se non controproducente, l’attività della Kallas però ora paiono essersene resi conto anche a Bruxelles, dove addirittura più d’uno starebbe valutando la possibilità di revocare i poteri dell’Alta rappresentante della Ue, per riaffidarli alla Commissione o ai Paesi membri.
Una marcia indietro che riconoscerebbe nei fatti che a fare la politica estera dell’Unione continuino a essere i premier dei singoli Paesi. A rivelare l’intenzione di smontare il baraccone ora affidato alla Kallas, dirottando altrove i fondi, è il Financial Times, che in un lungo articolo attribuisce l’intenzione di liquidare l’ex premier estone e il suo staff alla Germania e alla Francia. Del resto, il servizio diplomatico della Ue oltre a costare non fa altro. Prendete anche le riunioni di questi giorni, in cui un gruppo di volenterosi costituito da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, discute di come porre fine alla guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina. Non risulta che Kallas sia stata invitata. Anche a Tivat, in Montenegro, dove i vertici europei si sono incontrati per parlare dei Balcani, si segnala per la sua assenza.
Secondo il quotidiano finanziario inglese, la struttura affidata all’ex premier estone non funzionerebbe. E tra le ipotesi prese in esame in un documento predisposto dal governo francese e condiviso anche da altri Stati Ue ci sarebbe la riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche nel mondo. Già, perché non c’è angolo del globo dove l’Unione non abbia piantato la sua bandiera. Ma nonostante la penetrazione e soprattutto i costi (la spesa supera il miliardo l’anno), il ruolo della Ue è praticamente inesistente. «Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire sulla scena internazionale», ha confidato un funzionario al Financial Times, aggiungendo che «esiste un rischio concreto che il Seae, servizio europeo per l’azione esterna, sia smembrato. I Paesi dell’Unione lamenterebbero gli alti costi, ma soprattutto le sovrapposizioni con i ministeri esteri nazionali, con le sedi diplomatiche dei singoli Paesi e perfino con gli uffici della stessa presidenza Ue». Già, perché Kallas e Ursula von der Leyen si muovono quasi sempre in competizione. Insomma, l’attivismo dell’ex premier estone al servizio dell’Europa potrebbe avere vita breve. Ma forse potrebbe anche significare che a Bruxelles qualche cosa si muove, soprattutto sul fronte orientale. Aver lasciato la crisi dell’Ucraina nelle mani di un’acerrima nemica di Mosca finora non ha aiutato. Pensionare Kallas (anche se ha meno di cinquant’anni) o per lo meno ridimensionarla forse potrebbe facilitare i colloqui. Perché è evidente che prima o poi con la Russia si deve parlare e, quasi certamente, trattare. Lo ha fatto capire la stessa Giorgia Meloni ieri, aprendo uno spiraglio sulla fine delle sanzioni e su possibili rinunce ucraine. La sola a non aver ancora capito che la soluzione del conflitto passa dalla trattativa è Kallas, Alta rappresentante non si sa di quali affari esteri. Di sicuro non della nostra politica di sicurezza.
Continua a leggereRiduci
Il deputato del Movimento 5 stelle Francesco Silvestri (Ansa)
«C’è chi fa politica con gli insulti e la volgarità. E chi risponde con la propria storia». Lo ha scritto su X il premier Giorgia Meloni in un post in cui ha allegato il video della sua replica al deputato Francesco Silvestri. Capogruppo M5s in commissione Esteri, Silvestri era intervenuto così durante le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo: «Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e di Trump, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda. Noi abbiamo bisogno di un leader in una condizione sociale completamente diversa e spero che tra qualche mese arriverà». Nella replica, palesemente adirata, Meloni ha risposto così: «Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che senza mai indossare delle ginocchiere è arrivata dove è arrivata, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie, vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci a proporla. Non ho mai indossato ginocchiere». Non è la prima volta che al presidente del consiglio vengono rivolte frasi ed epiteti sessisti e di pessimo gusto, basti pensare al leader della Cgil Maurizio Landini che definì Meloni «la cortigiana di Trump». L’intervento di Silvestri ieri ha scatenato numerose polemiche, a partire da deputato di Fdi Paolo Trancassini che ha sollevato per primo la questione chiedendo di aprire una istruttoria: «Si sa cosa si intende quando si dice che una donna, di fronte a un uomo, si è messa le ginocchiere», ha dichiarato. Invece il capogruppo Galeazzo Bignami ha aggiunto: «Le parole pronunciate da Silvestri sulle ginocchiere rappresentano un livello di confronto politico inaccettabile e indegno delle istituzioni repubblicane» e chiede alla Camera l’applicazione di sanzioni e la sospensione del deputato M5s mentre Augusta Montaruli ha chiesto al presidente Giuseppe Conte di espellere Silvestri. Invece per il leader M5s «è stata una critica politica legata alla subalternità della premier, non c’è nulla su cui speculare». Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia, ha detto: «È evidente che il cosiddetto campo largo è stra-diviso sulla politica estera ma anche sul fronte del rispetto delle donne, dal campo largo arrivano allusioni indegne di sottomissione che non possono essere tollerate in questa Aula».
Ma il grillino della prima ora si è difeso di nuovo accusando: «Ho visto che si è alzato un grande polverone per le mie parole nella discussione generale sul termine ginocchiera, che è stato associato evidentemente in mala fede a una questione sessista, che non è. Innanzitutto perché basta ascoltare i secondi precedenti e mi sembra più che evidente che fosse legata alla postura politica del governo e non a una questione sessista, anche perché faccio notare che la storia del nostro Paese è fatta sì di persone che si sono inginocchiate politicamente, ma soprattutto sono stati uomini. Trancassini ha chiesto di aprire un’istruttoria, io verrò con molto piacere a difendermi, non ho problemi. Conosco benissimo il gioco della speculazione politica. Ma come diceva Michelangelo, “la malizia è negli occhi di chi la guarda” e non posso farci davvero nulla».
Ma stavolta l’intervento sessista e volgare non è piaciuto nemmeno ai suoi «alleati» del Pd. Lia Quartapelle ha espresso la sua solidarietà con una nota: «Scurrile invitare la presidente del Consiglio a usare le ginocchiere. Ci sono molti modi, duri ed efficaci, per criticare Giorgia Meloni, le espressioni sessiste non sono tra questi. Solidarietà alla premier». La vicepresidente dem della Camera, Anna Ascani, ha aggiunto: «Approfitto di essere tornata a presiedere per scusarmi con l’Aula: se avessi colto nelle parole dell’onorevole Silvestri il senso che qui è stato poi descritto naturalmente sarei intervenuta. Mi scuso per quello che evidentemente è stato colto come una mia mancanza».
Continua a leggereRiduci