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2021-01-09
Biden e Harris minacciano di non fare prigionieri ma un sondaggio li gela: trumpismo più vivo che mai
Joe Biden e Kamala Harris (Ansa)
Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti.
Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio».
Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime.
Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti.
Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo.
Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden.
Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore».
Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra
Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali.
Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia.
Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva.
Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra.
Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump.
Con Trump tentano di zittire mezza America
Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale.
I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment.
«È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema».
L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio».
Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile.
Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%.
Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione.
Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni.
Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più.
E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle.
The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton
«Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato».
Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia.
Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca.
Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti.
Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova.
E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
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Kamala Harris fomentò un blitz al Senato e ora si scandalizza per i fatti di Washington. Sleepy Joe, amico di Antifa e Black lives matter, chiama i manifestanti «terroristi»: così prepara il marchio d'infamia per chi lo contesterà.Per non cedere pure in Italia allo stigma degli «impresentabili», i conservatori continuino a dar voce ai vinti della globalizzazione.I detrattori liquidano il discorso di resa del presidente: è tardivo, sì, ma sulle falle del sistema elettorale solleva un punto che non va sottovalutato. Anche perché il 56% degli statunitensi (dem inclusi) crede ai brogli: far finta di nulla significa innescare nuovi conflitti.Il mea culpa di Alec Ross: «Speravamo in Barack Obama, invece i dem hanno aggravato le divisioni»Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti. Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio». Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime. Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti. Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo. Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden. Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvare-le-battaglie-del-trumpismo-e-anche-un-affare-della-nostra-destra" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali. Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia. Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva. Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra. Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-trump-tentano-di-zittire-mezza-america" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Con Trump tentano di zittire mezza America Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale. I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment. «È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema». L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio». Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile. Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%. Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione. Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni. Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più. E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="the-donald-e-un-sintomo-non-il-male-l-ammette-pure-il-guru-della-clinton" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton «Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato». Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia. Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca. Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti. Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova. E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
Sul decreto per inviare nuovi aiuti militari all’Ucraina il governo pone, per la prima volta, la fiducia. Il motivo? Capire fino a che punto è disposto a spingersi Futuro nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, contrario all’invio a Kiev di nuove armi, che annovera tra le sue fila tre deputati: Edoardo Ziello e Rossano Sasso, fuoriusciti dalla Lega, e Emanuele Pozzolo, ex Fdi. L’annuncio della questione di fiducia è stato dato ieri mattina a Montecitorio dal ministro della Difesa Guido Crosetto: «La questione di fiducia», ha detto Crosetto, «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire, su un tema politico così rilevante, che continuano ad appoggiare il governo. È un atto che dà ancora più forza. Non è un modo per scappare da una crisi interna». La chiama per il voto di fiducia è in programma oggi a partire dalle 13 e 30, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 11 e 50. La tesi dell’opposizione, e pure di Fn, è che la questione di fiducia serva a evitare la discussione degli emendamenti che chiedono lo stop agli aiuti militari a Kiev presentati dagli stessi vannacciani, dal M5s e da Avs, ma è una tesi che non convince più di tanto: mentre infatti pentastellati e sinistra voteranno tranquillamente contro la fiducia, adesso sono i tre moschettieri del generale a dover decidere cosa fare: astenersi o votare contro, infatti, significa uscire dalla maggioranza, e a quel punto chi sa se mai più potranno essere accolti nel centrodestra. Non a caso, prendono tempo: «Cosa voteremo domani (oggi, ndr) in Aula? È oggetto di decisione del nostro capo, il generale Vannacci, che ho avuto modo di sentire e che mi ha confermato che sarà lui sostanzialmente a darci una indicazione prima della chiama nominale». «Siamo in una fase di valutazione tra la nostra componente parlamentare e il presidente del partito, Vannacci», conferma Rossano Sasso, «e domani (oggi, ndr), prima di arrivare in Aula per la famosa chiama, ve lo faremo sapere».
Vi faremo sapere: le acrobazie dialettiche dei neo futuristi nazionalisti stridono un po’ coi modi spicci e franchi di Vannacci, ma l’effetto sorpresa può anche essere un modo per conquistare le prime pagine dei giornali di oggi. In termini numerici, se i tre dovessero uscire dalla maggioranza, i problemi per il centrodestra ci sarebbero ma non gravissimi; dal punto di vista politico, però, si sancirebbe quella spaccatura a destra che è stata un po’ l’incubo nascosto della coalizione di governo, perché Futuro nazionale, con le mani libere, potrebbe intercettare un po’ di elettori delusi dalla postura totalmente filo Ucraina e assai filo Ue del governo guidato da Giorgia Meloni. Vannacci però sa bene che il prezzo da pagare per la rottura sarebbe alto: a quel punto soprattutto la Lega, bersaglio degli attacchi di Fn, avrebbe tutte le ragioni per mettere il veto a qualsiasi futura alleanza con gli scissionisti, che ieri, attorniati da tante telecamere come non era loro mai accaduto, hanno srotolato pure il canonico striscione: «Stop soldi per Zelensky, più sicurezza per gli italiani». C’è anche qualche osservatore assai fantasioso che ipotizza che la nascita di Fn serva invece a tenere gli scontenti di destra nell’alveo di un partito che sarà comunque nel centrodestra alle prossime politiche del 2027: scenario totalmente da escludere se non fossimo in Italia, Paese dei dietrofront politici per antonomasia. «Noi siamo interlocutori del centrodestra», argomenta un assai cauto Sasso, «e faremo di tutto per non far vincere Schlein, Fratoianni e Conte».
«Cosa faranno i deputati di Vannacci? Non lo so, dai frutti li riconosceremo, come dice il Vangelo», risponde a precisa domanda Crosetto, citando l’apostolo Matteo. La parabola in questione recita così: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci». Pecore o lupi rapaci, i vannacciani? Oggi sapremo. Ciò che invece già sappiamo è che a sinistra c’è poco da gioire per le tensioni nella maggioranza: in politica estera, come noto e sancito ancora una volta dagli emendamenti presentati, M5s e Avs sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina, mentre il Pd è favorevole. Come di consueto, a spargere sale sulle ferite dem è la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ormai leader di fatto dell’opposizione interna alla segretaria Elly Schlein: «M5s, Avs e i deputati di Futuro nazionale», scrive la Picierno sui social, «hanno presentato una serie di emendamenti per cancellare la proroga dell’invio di aiuti militari all’Ucraina. L’ennesima pagina vergognosa e preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia le stesse posizioni di Vannacci?». È evidente che l’ala picierniana del partito si prepara a rinnovare il veto del 2022 a un’alleanza col M5s. I titoli dei giornali di oggi saranno sulla spaccatura nel centrodestra, ma la voragine che divide il campo avversario è assai più pericolosa.
Ucraina nell’Ue, Bruxelles cerca scorciatoie per aggirare i veti
Bruxelles sta cercando degli escamotage per far sì che l’Ucraina aderisca all’Unione europea già il prossimo anno, pur senza aver completato le riforme necessarie.
Nella convinzione che la procedura accelerata sia urgente, alcuni funzionari e diplomatici europei hanno rivelato a Politico che una delle opzioni sul tavolo è il cosiddetto «allargamento inverso»: prima si aderisce e successivamente si inseriscono man mano gli obblighi e i diritti. A parlare di questo modello inedito lo scorso venerdì, secondo un diplomatico, sarebbe stata la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Questa mossa senza precedenti prenderebbe in considerazione alcune fasi. Da una parte, l’attenzione di Bruxelles è rivolta alla preparazione dell’Ucraina e quindi al lavoro che deve svolgere sui cluster negoziali. Dall’altra parte, si starebbero discutendo le modalità con cui rendere più snello il procedimento di adesione all’Ue e quindi la nuova idea dell’«allargamento inverso». Ma con l’opposizione del premier ungherese, Viktor Orbán, all’adesione di Kiev, il piano di Bruxelles includerebbe le opzioni con cui aggirare il suo veto, analizzando diversi scenari. Gli occhi dell’Ue sono infatti puntati sulle prossime elezioni in Ungheria, che si terranno ad aprile: se Orbán dovesse perderle, la speranza è che il suo rivale, il leader del partito di opposizione Tisza, Peter Magyar, abbia un atteggiamento diverso. Ma qualora Orbán venisse confermato premier, il piano B di Bruxelles si appoggerebbe sul presidente americano, Donald Trump: visto che l’adesione dell’Ucraina è inclusa nei 20 punti del piano di pace, l’aspettativa è che il tycoon eserciti il suo ascendente sul leader ungherese, facendogli cambiare idea. E se anche quest’opzione dovesse fallire, l’ultima spiaggia di Bruxelles si chiama articolo 7 del Trattato Ue: è lo strumento con cui si sospendono i diritti di uno Stato membro, incluso quello di voto.
Di certo le visioni di Bruxelles non intralciano l’appoggio di Washington a Orbán, anche in vista delle elezioni: nei prossimi giorni il segretario di Stato americano, Marco Rubio, sarà proprio in Ungheria per «rafforzare gli interessi bilaterali e regionali comuni».
Non è invece ancora chiaro quando si terranno i prossimi trilaterali tra gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il prossimo round di colloqui si svolgerà a breve, ma «non ci sono ancora date specifiche». Che ci sia «ancora molta strada da fare» per arrivare a un accordo ne è convinto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. In un’intervista rilasciata a Ntv, ha infatti sottolineato: «Non dobbiamo lasciarci andare a una percezione entusiastica di ciò che sta accadendo, cioè che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia messo in riga gli europei e Volodymyr Zelensky pretendendo che obbediscano». Tra l’altro, il viceministro della diplomazia russa, Alexander Grushko, ha ricordato che l’accordo di pace, oltre a dover «tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Ucraina», deve anche garantire quelli «della Russia».
Nel frattempo prosegue l’attività del presidente francese, Emmanuel Macron, per aprire un canale di comunicazione con Mosca, senza «delegare» Washington, visto che «la Russia si trova alle nostre porte». Sempre specificando che lo zar russo Vladimir Putin «non vuole la pace», Macron ha dichiarato che il dialogo con Putin deve essere «ben organizzato con gli europei», ma deve anche avvenire senza «troppi interlocutori, con un mandato preciso e una rappresentanza semplice». Dall’altra parte il Cremlino, tramite Peskov, ha confermato che ci sono stati dei primi «contatti» con Parigi e che «ciò, se desiderato e necessario, aiuterà a stabilire rapidamente un dialogo al massimo livello».
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Elly Schlein (Ansa)
Elly Schlein, nel rintuzzare le critiche della sparuta componente riformista in merito al referendum sulla giustizia e sui temi internazionali, ha solennemente chiosato, forte del risultato numerico, che il Pd ha solo una linea. Tanto tuonò che non piovve: la promessa battaglia dei riformisti, capeggiati da Pina Picierno, si è rivelata solo un malinconico dissenso, nella solita litania tipica di questi incontri del Pd.
Diversi osservatori si sono soffermati su questo aspetto, perdendo di vista il vuoto pneumatico di prospettiva politica della relazione del segretario e la buona dose di autoreferenzialità del dibattito interno. Le uniche cose che tengono assieme l’attuale gruppo dirigente del Pd sono le critiche verso le politiche del governo Meloni e la campagna referendaria per il No alla riforma della giustizia, aspetto nel quale ormai il merito ha da tempo lasciato il posto alla volontà di usare la clava referendaria per assestare un colpo al governo di centrodestra. Su tutte le altre tematiche, il nulla: le questioni del posizionamento internazionale e del futuro del cosiddetto «campo largo» che sono strettamente interconnesse, sono state rimandate, e non sembra esserci la consapevolezza del fatto che presto i nodi arriveranno al pettine.
Di fatto la linea di politica estera è la proiezione della politica nazionale e quella che viene proposta oggi dalla sinistra italiana è una coalizione posticcia e fragile, poco utile agli italiani e inadatta nel momento in cui bisognerà operare scelte politiche chiare e nette per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Una comune visione sulla politica estera è indispensabile per essere credibili nei confronti degli altri Paesi, per guadagnare fiducia e prestigio nelle Istituzioni internazionali, Unione europea in testa.
Ma tra Pd e Movimento 5 stelle il confronto vede più differenze sostanziali che punti di visione comune. Del resto una coalizione politica e di governo non può essere gestita come una assemblea studentesca, come la immagina Elly Schlein. Bypassare le contraddizioni interne nascondendole dietro agli attacchi rivolti agli avversari e nemici è troppo facile. Questi temi sono fastidiosi, sia per la sinistra che per il Pd e perciò la polvere viene nascosta sotto il tappeto: oggettivamente non una grande strategia.
Il Pd non è in grado di immaginare un discorso radicalmente nuovo, da sviluppare guardando alla realtà per arrivare a una nuova idea di Italia e di Europa capace di «far pace» con l’Occidente. La destra non solo è più avanti, ma è anche oggettivamente favorita in un Paese che nutre serie preoccupazioni come il nostro, perché sembra aver compreso l’urgenza di rivisitare il vecchio ordine mondiale.
La direzione di qualche giorno fa ha reso evidente invece che, dopo qualche anno della sua ascesa al potere, il gruppo dirigente del principale partito della sinistra italiana si è rivelato un re nudo, privo di un’analisi realistica del mondo, amante di declamazioni retoriche che si rivolgono moralisticamente solo a una parte della società italiana, dimenticando il resto.
Il discorso e lo spirito identitario da cui questo gruppo è animato, incarnato dalla scommessa sul risveglio di un presunto «popolo di sinistra», indica l’incapacità di leggere un Paese segnato negli ultimi anni da bruschi spostamenti elettorali e quindi da un’estrema mobilità, legata ai grandi cambiamenti in corso. Soprattutto quel discorso e quello spirito, rivolti al passato, impediscono di immaginare un futuro che solo un’apertura razionalmente guidata potrebbe «pensare». Il suo profilo non è quindi all’altezza della drammaticità della situazione ed esso è anche, e inaspettatamente, poco energico. Se la destra non inciampa da sola è difficile, nelle condizioni attuali, immaginare che la sinistra possa svolgere un ruolo da protagonista nel prossimo futuro.
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Marcello Foa (Imagoeconomica). Nel riquadro Jeffrey Epstein
Marcello Foa, questi Epstein files sono davvero una questione seria? Oppure oltre al clamore che si è sviluppato sul Web c’è poco?
«Gli Epstein files sono una questione serissima. Una quantità enorme di documenti, di cui però qualche migliaio non è stata resa pubblica per ragioni di Stato o perché contenenti materiale troppo sensibile. Insomma la parte più scottante, imbarazzante, lugubre non è uscita: il procuratore aggiunto Todd Blanche qualche giorno fa ha parlato di immagini di morte, ferite e violenze fisiche. Quella è una dichiarazione fortissima, quelle immagini non ce le hanno mostrate e sono le più atroci da concepire per il pubblico e le più pesanti per chiunque sia stato ripreso in quegli atti. Tutto questo ci dimostra che Epstein non era solo un pedofilo, ma faceva chiaramente delle cose oltre l’immaginabile, pratiche che probabilmente erano di stampo satanista».
Ma chi esce più colpito da questa storia? Quale personalità in particolare, quale mondo?
«Qui c’è una cerchia di potere che riguarda diversi ambiti: mondi politici, economici, case reali - quella britannica, quella norvegese - che ovviamente aveva delle frequentazioni molto imbarazzanti. E probabilmente una parte di questo mondo partecipava anche a riti orribili, violenze sessuali, torture su minori e chissà che altro. L’elenco delle persone che frequentavano Epstein è lunghissimo, da alcuni dettagli emergono aspetti sconvolgenti».
Ad esempio?
«Per esempio Epstein che riceve un messaggio da una persona che gli dice, riferendosi probabilmente a una ragazzina: “Vuoi che le faccia questo o che la torturi?”. Un altro gli dice: “Tornerò dall’Africa con due ragazzini, preferisci maschio o femmina?”. Si parla di ragazzini di 11 anni. Un’altra testimonianza parla di due ragazze che sarebbero state uccise e sepolte nel suo ranch. E poi c’è Epstein che quando parte la prima inchiesta del 2008 ordina oltre 1.200 litri di acido solforico, e ovviamente ci si chiede a che cosa mai potrebbe servire . Insomma ci sono in queste mail talmente tanti particolari e riscontri di pratiche - che vanno ben oltre le violenze sessuali - che dovrebbero essere oggetto di una campagna stampa imponente, basata su richieste di chiarimenti alle autorità».
E invece...
«E invece questa campagna non c’è, a parte qualche voce isolata. La Verità ha raccontato questa vicenda, ma quasi nessun altro l’ha fatto, e anche negli Stati Uniti la discussione è molto forte sui social e particolarmente su X, però i grandi media stanno trattando la vicenda occupandosi solo dei personaggi più famosi. Ma in realtà quello che sta emergendo è molto più pesante e inquietante».
Cioè?
«Ci sono ambienti, che qualche inchiesta ha raccontato, in cui sono diffuse pratiche inimmaginabili di violenze su bambini. Queste cose esistono e dovrebbero essere indagate e denunciate con forza. Il sospetto è che la vicenda di Epstein sia molto più scabrosa e grave di quanto finora emerso sui media».
Anche solo basandosi su ciò che è uscito finora, però, il quadro è decisamente inquietante. E sono coinvolti nomi imponenti, basti pensare a Bill Gates. Il quale smentisce ciò che gli viene attribuito nelle email, cioè la frequentazione di ragazzine russe e addirittura il tentativo di somministrare di nascosto alla moglie antibiotici per non farle contrarre malattie veneree.
«Bill Gates chiaramente ha smentito, che altro poteva fare? Chiunque avrebbe smentito, però quando si guarda l’intervista che hanno fatto alla sua ex moglie Melinda, si vede sul suo volto un grande dolore. Ed è indicativo. L’uomo già frequentava in modo assiduo Epstein, è molto probabile che sia andato con le ragazzine, questo episodio degli antibiotici è molto inquietante... La sua immagine pubblica viene comunque fortemente danneggiata».
Però la cosa sembra finire lì.
«Ho visto la dichiarazione di Todd Blanche dell’altro giorno. Dice: se avessimo avuto informazioni su uomini che hanno abusato di donne li avremmo perseguiti, ma non le abbiamo. Le indagini sono state chiuse in luglio. Insomma, nessun arresto. Beh l’impressione è che ci abbiano dato in pasto tutta questa enorme quantità di documenti ma che però la magistratura americana stia andando col freno a mano tirato, perché evidentemente il numero di persone coinvolte e il loro livello è talmente alto che preferiscono che tutto si risolva con il rumore mediatico, peraltro attutito. E si va oltre la destra e la sinistra, è uno scandalo trasversale. C’è anche questa nota dell’Fbi che risale al 17 marzo del 2025 in cui si dice che si devono censurare le immagini e i documenti che riguardano presidenti, segretari di Stato e Vip. Infatti i nomi delle corrispondenze di Epstein sono quasi tutti oscurati e questo fa comunque riflettere».
Crede insomma che a tutta questa storia sia stata messa una sordina.
«L’impressione è che da un lato l’amministrazione Trump sia stata costretta a diffondere tutti questi documenti, dall’altro mi sembra che ci sia un tale potenziale tellurico sul sistema - sui rappresentanti massimi del sistema in cui viviamo - che alla fine l’interesse condiviso sia quello di non spingere davvero sull’acceleratore. Dunque credo che alla fine i veri colpevoli oltre a Epstein rimarranno impuniti».
Citavo Bill Gates perché è un personaggio che ha esercitato e ancora esercita notevole influenza, ad esempio sull’Oms. Che non si apra almeno una riflessione su questo tema è curioso.
«In Europa qualcuno si è dimesso. E qui si torna al punto fondamentale: ma se non è successo niente perché si dimettono? Si dimettono perché ovviamente tutto questo è inaccettabile, però per esserci una vera svolta ci dovrebbe essere qualche incriminazione pesante. Todd Blanche dice che non ci sono prove degli abusi su ragazze, però ci sono le vittime di Epstein che hanno dichiarato di voler far uscire i nomi dei Vip con cui sono state. Queste ragazze hanno lasciato ore e ore di testimonianze, oggi sono donne mature che quando erano ragazzine sono state violentate, in un caso una ragazza diceva di essere stata violentata tre volte al giorno. Tutto questo non può passare sotto silenzio. Chi le ha violentate? Solo Epstein? E poi c’è un altro fatto di cui ci siamo dimenticati in queste ore».
Cioè?
«Sappiamo che Epstein registrava, come faceva il vecchio Kgb al tempo dell’Unione sovietica, i rapporti sessuali dei suoi ospiti. Il Kgb lo faceva nascondendo una telecamera dietro lo specchio della camera d’albergo, lui probabilmente lo faceva piazzando delle microcamere e poi registrava meticolosamente tutti gli incontri, e quello era l’elemento di ricatto che usava nei confronti dei suoi ospiti. Ebbene, di quella documentazione non si parla più, è chiusa rigorosamente in un cassetto di qualche procuratore di New York e credo che non verrà mai aperta. Per ora dalla enorme mole di materiale diffusa abbiamo dei flash, ma le parti più rilevanti sono quelle che riguardano presunte uccisioni e riti e quella dei ricatti sessuali. Entrambe restano coperte dal silenzio delle autorità statunitensi, che evidentemente su questi due aspetti preferiscono sorvolare».
Perché la stampa, anche italiana, se ne occupa poco?
«Come ho spiegato nel mio libro Gli stregoni della notizia, i media italiani seguono quel che fa la grande stampa americana. E la grande stampa americana da subito ci ha dato in pasto Trump, Bill Gates e poi anche Elon Musk, Il quale in realtà ha dimostrato di non aver mai incontrato Epstein e oggi è uno dei più duri, irriducibili sostenitori della verità totale, tanto che ha offerto protezione giuridica alle vittime o a chiunque denuncerà i Vip coinvolti e pubblica su X dei post chiedendo perché non ci sia stato ancora alcun arresto. E ha perfettamente ragione: che non ci sia stato alcun arresto dal 2019 è una cosa scandalosa. La grande stampa americana è andata alla ricerca di prove fumanti nei confronti di Trump e di qualche altro Vip, non le ha in teoria trovate e dunque continua a trattare la vicenda un po’ sotto tono. La stampa italiana segue quell’onda e poi è molto imbarazzata perché gran parte dei Vip coinvolti sono stati osannati, portati a esempio come Bill Gates, Bill Clinton e altri. Sono stati per anni osannati come esempi di leader virtuosi, ne escono macchiati e allora si preferisce non affondare il colpo. Il vero giornalismo in questo momento viene fatto sui social media e non sui media mainstream».
Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia
Sembra quasi che non sia successo niente, che l’affare meriti giusto l’attenzione di qualche complottista e i post di Elon Musk. L’indignazione viene lasciata al popolo della Rete, che sugli Epstein files ribolle da giorni, forse perché si è reso conto. della portata del materiale. Per il resto, qualche articolo qua e là, qualche rigo in cronaca. Pochi i commenti indignati, forse perché la stampa impegnata e progressista sperava che l’osso da mordere fosse quello - piuttosto carnoso - chiamato Donald Trump, e invece si è ritrovata per le mani ben altro. Il risultato è che di questa montagna di materiale, in Italia ma non solo, si parla poco o comunque non abbastanza, e non sempre in maniera approfondita. Eppure siamo di fronte a uno degli scandali del secolo, forse il più scabroso. Uomini politici, manager, magnati, aristocratici, professori universitari e potenti di varia natura - questa è la notizia - frequentavano un uomo che, se va bene, era soltanto un pedofilo (ma forse è pure qualcosa di peggio: per ora risulta che si scambiasse con l’uomo d’affari emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem mail riguardanti «video di tortura», tanto per intendersi).
E già questo basterebbe, in altre condizioni, ad annientare carriere come se non ci fosse un domani. Ma ovviamente c’è di più. Alcuni di questi uomini hanno condiviso con il succitato abusatore delle pratiche innominabili, e forse pure altre che non ci è dato conoscere. Eppure non cadono teste a pioggia. Qui e lì c’è un ministro che pensa alle dimissioni, là c’è un riccastro che si scusa, poca roba. Nulla in confronto a ciò che lo scandalo Epstein potrebbe e dovrebbe provocare.
Prendiamo il solo Bill Gates. Sappiamo per certo che con Epstein aveva una frequentazione non casuale. Alcune mail che lo riguardano parlano di suoi rapporti con ragazzine russe. Altre raccontano di antibiotici che avrebbe voluto somministrare di nascosto alla moglie Melinda per evitare di attaccarle malattie sessualmente trasmissibili prese dalle suddette fanciulle. Chiediamo: qualcuno si ricorda che questo signore è il principale finanziatore della Organizzazione mondiale della sanità? Negli anni passati ha influito non poco sulle scelte globali in materia di vaccinazione e ha condizionato pure le vite di molti italiani. Non sarebbe forse il caso di domandarsi se valga la pena di continuare a restare in una organizzazione pagata da questo soggetto? È sorprendente che nessuno si ponga realmente il problema. Eppure una seria riflessione sul tema sarebbe il caso di aprirla, no? E in ogni caso sarebbe soltanto la punta di un iceberg di orrore. Il fatto è che una consistente parte della presunta élite che ha creato l’ordine globale dominante negli ultimi decenni è coinvolta in un vicenda odiosa e terrificante, ma pare che non la si voglia prendere sul serio, anzi c’è chi fa a gara per «smentire le bufale». Per il Me too ribaltarono il mondo, per un pedofilo forse satanista amico dei presidenti poco più di una alzata di spalle. Forse la corruzione morale è molto più profonda di quanto pensiamo.
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