True
2021-01-09
Biden e Harris minacciano di non fare prigionieri ma un sondaggio li gela: trumpismo più vivo che mai
Joe Biden e Kamala Harris (Ansa)
Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti.
Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio».
Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime.
Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti.
Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo.
Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden.
Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore».
Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra
Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali.
Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia.
Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva.
Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra.
Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump.
Con Trump tentano di zittire mezza America
Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale.
I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment.
«È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema».
L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio».
Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile.
Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%.
Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione.
Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni.
Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più.
E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle.
The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton
«Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato».
Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia.
Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca.
Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti.
Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova.
E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
Continua a leggereRiduci
Kamala Harris fomentò un blitz al Senato e ora si scandalizza per i fatti di Washington. Sleepy Joe, amico di Antifa e Black lives matter, chiama i manifestanti «terroristi»: così prepara il marchio d'infamia per chi lo contesterà.Per non cedere pure in Italia allo stigma degli «impresentabili», i conservatori continuino a dar voce ai vinti della globalizzazione.I detrattori liquidano il discorso di resa del presidente: è tardivo, sì, ma sulle falle del sistema elettorale solleva un punto che non va sottovalutato. Anche perché il 56% degli statunitensi (dem inclusi) crede ai brogli: far finta di nulla significa innescare nuovi conflitti.Il mea culpa di Alec Ross: «Speravamo in Barack Obama, invece i dem hanno aggravato le divisioni»Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti. Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio». Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime. Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti. Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo. Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden. Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvare-le-battaglie-del-trumpismo-e-anche-un-affare-della-nostra-destra" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali. Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia. Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva. Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra. Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-trump-tentano-di-zittire-mezza-america" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Con Trump tentano di zittire mezza America Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale. I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment. «È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema». L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio». Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile. Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%. Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione. Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni. Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più. E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="the-donald-e-un-sintomo-non-il-male-l-ammette-pure-il-guru-della-clinton" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton «Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato». Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia. Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca. Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti. Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova. E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
Jacques Moretti (Ansa)
A restituire la libertà al titolare del locale e a far cadere le braccia al mondo è bastata una cauzione di 200.000 franchi, 215.000 euro, grazie alla quale è tornato a casa il principale accusato per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo. Secondo i giudici svizzeri, l’obbligo di firma sarebbe sufficiente a evitare il pericolo di fuga. Soldi (pure pochi) che ancora una volta contano più dei sentimenti nella scala gerarchica dei valori; un affronto alle 40 vittime, 6 italiane più 11 feriti, arrivato come uno schiaffo fino a palazzo Chigi e alla Farnesina.
Per questo ieri il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno preso una decisione di sensibilità: richiamare l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Corrado, per «rappresentare alla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione del Tribunale delle misure coercitive di Sion di scarcerare Moretti nonostante l’estrema gravità del reato di cui è sospettato, le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico».
L’iniziativa italiana ha un valore diplomatico di prim’ordine e costituisce un precedente, anche se non ha effetti concreti sui rapporti istituzionali fra i due Paesi. Arriva al culmine di un’escalation emotiva contro lungaggini e tecnicismi che inducono a scambiare il garantismo per sottovalutazione d’una strage. «L’Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia», prosegue la nota. «E chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La decisione di scarcerare Jacques Moretti rappresenta una grave offesa e un’ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale». Il ministro Tajani ha aggiunto: «Siamo molto indignati, come rappresentanti delle istituzioni e come genitori. Per 200.000 franchi si è venduta la giustizia del Canton Vallese. Vogliamo sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation. È inaccettabile quello che è accaduto ed è inaccettabile la lentezza». Allude al misterioso amico dei coniugi Moretti e ai buchi riguardanti autopsie superficiali, responsabilità comunali, documentazione carente e modalità nebulose nei controlli relativi all’agibilità e alle misure di sicurezza del locale.
Per la cronaca, la moglie del proprietario, Jessica Maric, non è stata incarcerata anche se deve firmare ogni giorno in gendarmeria. Moretti libero è un nuovo colpo alla credibilità - nella prevenzione, nell’organizzazione, nella tradizione di rigore procedurale - della Confederazione, da sempre punto di riferimento per chi vive a Sud delle Alpi e viene deriso, spesso con ragione, per lassismo e maneggi del sistema. Ora, è pur vero che alle nostre latitudini e con il ponte Morandi sulle spalle non possiamo impancarci a dare lezioni di efficienza agli svizzeri, ma l’intera gestione della vicenda (a meno di un mese dallo choc determinato dal rogo maledetto) appare rivedibile soprattutto nella declinazione delle parole «umanità» e «opportunità».
Colto di sorpresa dall’iniziativa di Meloni e Tajani, il governo di Berna ha inteso replicare ai massimi livelli con una dichiarazione del presidente Guy Parmelin in un video pubblicato da Blick, con la quale di fatto giustifica la liberazione del principale presunto responsabile della strage. «Possiamo comprendere l’indignazione ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa sul piano politico».
Una posizione legittima ma fredda come un ghiacciaio, peraltro non condivisa da una parte della società civile di quel Paese. Lo dimostra la decisione di tagliare un buon numero degli eventi organizzati per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Alexandre Edelmann, capo di Presenza Svizzera, nei giorni scorsi ha spiegato che «il contesto che si è creato, l’ampiezza mediatica e la dimensione politica ci hanno spinti a ridimensionare tutto», soprattutto a Milano. Concretezza e profilo basso sono indispensabili in questa delicata fase di elaborazione del lutto. Una sensibilità che non si può chiedere al magistrato che ha accettato la cauzione. «Ci sono state omissioni gravi, pecche scandalose», scuote il capo Andrea Costanzo, papà di Chiara, davanti alla foto della figlia. «Sono trascorse tre settimane e lassù c’è chi continua a fare la bella vita».
Continua a leggereRiduci
E’ cominciato il periodo più “dolce” dell’anno: Carnevale! Le ricette di dolcetti sono infinite, ma la caratteristica gastronomica del “carnem levare” è sicuramente il fritto. Noi allora ci siamo rivolti a una preparazione che accontenta tutti, che risolve una cena o un pranzo, che è una base per un ottimo aperitivo e fa felici i bambini. La mozzarella in carrozza! Non è difficile da fare però dovete avere l’ accortezza di sigillare bene le fette di pane. Per questo potete anche pensare di usare il pane morbido da tramezzini che si sigilla meglio, ma non sarà mai un problema insormontabile. Dunque in carrozza.
Ingredienti – 400 gr di pane in cassetta (o da tramezzini) 400 gr di mozzarella fiordilatte (abbiate cura di scolarla bene) 150 gr di prosciutto cotto, 8 filetti di acciughe sott’olio, 5 uova grandi o 6 medie, farina, pangrattato, sale q.b., 1 litro di olio per friggere (noi usiamo il girasole alto oleico italiano). Se serve un mezzo bicchiere di latte.
Preparazione – Tagliate sottilmente la mozzarella, adagiatene un po’ su una fetta di pancarrè a cui avrete eliminato la crosta (tenete però i ritagli da parte: potete farci dell’ottimo pangrattato), aggiungete o un po’ di prosciutto cotto o un’acciuga, e ricoprite con un’altra fretta di pane. Per far aderire bene potete bagnare con un po’ di latte il perimetro delle fette di pane. Una volta esaurite le fette di pane, sbattete ben bene le uova con un po’ di sale e nel frattempo mettete a scaldare in una padella di generoso diametro l’olio di semi. Ora passate le fette di mozzarella in carrozza prima nella farina, poi nell’uovo e nel pangrattato e di nuovo nell’uovo e nel pangrattato facendo attenzione che il “portafoglio” non vi si apra. Controllate la temperatura dell’olio e friggete un po’ alla volta le mozzarelle in carrozza (ci vorranno circa due minuti per lato).
Come fa divertire i bambini – Date a loro il compito di sistemare gli ingredienti sulle fette di pane.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Passerina spumante metodo Charmat, ottima scelta Prosecco, Cartizze o Lugana, volendo andare su una bollicina metodo classico va benissimo il Lessini Durello.
Continua a leggereRiduci