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2021-01-09
Biden e Harris minacciano di non fare prigionieri ma un sondaggio li gela: trumpismo più vivo che mai
Joe Biden e Kamala Harris (Ansa)
Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti.
Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio».
Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime.
Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti.
Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo.
Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden.
Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore».
Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra
Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali.
Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia.
Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva.
Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra.
Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump.
Con Trump tentano di zittire mezza America
Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale.
I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment.
«È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema».
L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio».
Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile.
Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%.
Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione.
Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni.
Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più.
E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle.
The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton
«Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato».
Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia.
Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca.
Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti.
Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova.
E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
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Kamala Harris fomentò un blitz al Senato e ora si scandalizza per i fatti di Washington. Sleepy Joe, amico di Antifa e Black lives matter, chiama i manifestanti «terroristi»: così prepara il marchio d'infamia per chi lo contesterà.Per non cedere pure in Italia allo stigma degli «impresentabili», i conservatori continuino a dar voce ai vinti della globalizzazione.I detrattori liquidano il discorso di resa del presidente: è tardivo, sì, ma sulle falle del sistema elettorale solleva un punto che non va sottovalutato. Anche perché il 56% degli statunitensi (dem inclusi) crede ai brogli: far finta di nulla significa innescare nuovi conflitti.Il mea culpa di Alec Ross: «Speravamo in Barack Obama, invece i dem hanno aggravato le divisioni»Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti. Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio». Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime. Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti. Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo. Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden. Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvare-le-battaglie-del-trumpismo-e-anche-un-affare-della-nostra-destra" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali. Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia. Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva. Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra. Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-trump-tentano-di-zittire-mezza-america" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Con Trump tentano di zittire mezza America Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale. I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment. «È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema». L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio». Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile. Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%. Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione. Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni. Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più. E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="the-donald-e-un-sintomo-non-il-male-l-ammette-pure-il-guru-della-clinton" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton «Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato». Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia. Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca. Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti. Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova. E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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Nicole Minetti (Ansa)
Ma dagli atti già noti e dalle dichiarazioni arrivate dal Paese sudamericano emerge un punto chiaro: l’adozione non fu di certo una procedura occulta. Anzi, fu un procedimento giudiziario, seguito dall’Inau - l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay - e concluso dal Tribunale di Maldonado, città vicina a Punta del Este. Anche le autorità uruguaiane che hanno avuto un ruolo nella vicenda e l’hanno seguita sin dall’inizio, hanno confermato più volte la regolarità del percorso. Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau, ha spiegato che l’adozione fu condotta nel rispetto della legge. Yuria Troche, avvocata del minore nella fase iniziale, ha spiegato che furono rispettati i requisiti previsti dall’ordinamento uruguaiano.
Del resto, una parte di quegli atti non era sconosciuta. In Uruguay esisteva già una traccia pubblica del procedimento sin dal 2021, con l’editto del Juzgado Letrado de Primera Instancia di Maldonado, relativo al fascicolo «Minetti, Nicole Teresa Christina y Cipriani, Giuseppe» contro i genitori biologici del minore. L’oggetto era indicato chiaramente: separazione definitiva, adozione piena e perdita della potestà genitoriale. Non si trattava di un affidamento informale. Non si trattava di una pratica privata. C’era un procedimento giudiziario, con un numero di fascicolo, davanti a un tribunale uruguaiano. I genitori biologici e gli eventuali familiari interessati furono citati con editto. Avevano 90 giorni per comparire. E non lo fecero. C’era poi un altro elemento già noto: il Tribunale dei minori di Venezia, il 19 luglio 2024, ha dichiarato efficace in Italia l’adozione certificata nel febbraio 2023 dal tribunale uruguaiano di Maldonado. Nel decreto italiano si dà atto dello stato di abbandono del minore e della decadenza dei genitori biologici dalla responsabilità genitoriale.
La Procura di Milano sta ora acquisendo direttamente dall’Uruguay la documentazione ufficiale completa. Il materiale atteso riguarda dunque la sentenza originale, il fascicolo dell’adozione, gli atti dell’Inau, le relazioni tecniche, le verifiche sui genitori biologici, eventuali pendenze all’estero e gli altri profili emersi dopo le inchieste giornalistiche del Fatto Quotidiano e di Report.
La prima voce uruguaiana di rilievo è proprio quella di Abdala, ex presidente Inau dal 2020 al 2023. È stato proprio lui a spiegare che il bambino era entrato nel sistema di protezione nel 2018 e che il rapporto con Minetti e Cipriani si era sviluppato dal 2019. Secondo la sua ricostruzione, il percorso fu valutato dall’Inau, dai tecnici, da psicologi e dai giudici. Abdala ha parlato più volte di un legame affettivo già consolidato. Ha spiegato che il bambino aveva sviluppato un rapporto stabile con la coppia e che l’interesse del minore fu il criterio seguito dalle autorità. Ha anche riconosciuto l’esistenza di un’altra famiglia uruguaiana interessata all’adozione, ma ha chiarito che la decisione finale spettava all’istituto e ai giudici, che ritennero la famiglia italiana la soluzione migliore.
La seconda voce è quella di Yuria Troche. Troche ha seguito il minore nella fase iniziale del procedimento e ha difeso la regolarità dell’adozione. Ha ricordato che in Uruguay le adozioni sono sottoposte a controlli rigorosi, ancora di più quando riguardano minori con patologie.
La vicenda è stata spesso raccontata come una contesa sull’affidamento. Ma dagli atti e dalle ricostruzioni uruguaiane emerge un procedimento diverso: adottabilità del minore, separazione definitiva dalla famiglia biologica, perdita della potestà genitoriale e adozione piena. Resta il tema dell’altra famiglia uruguaiana. Esiste. Ma la sua esistenza non dimostra, da sola, l’irregolarità della procedura. In un procedimento di adozione decide il giudice, sulla base delle valutazioni tecniche, della storia del minore, del legame affettivo già esistente e delle sue condizioni di salute.
C’è poi il capitolo dell’avvocata Ana Mercedes Nieto. Qui le date contano. L’adozione si perfezionò nel 2023. Nieto e il marito Mario Cabrera morirono nel 2024 in un incendio in Uruguay. Giuseppe Cipriani, seguito insieme alla compagna dagli avvocati, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcatera, lo ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera di ieri: l’adozione era già conclusa l’anno prima della morte dell’avvocata. Il pm Sebastián Robles ha chiesto il fascicolo dell’adozione per ricostruire il ruolo di Nieto e le perizie tecniche già acquisite sembrano orientare verso l’ipotesi dell’incidente. Secondo la difesa di Minetti e Cipriani, inoltre, Nieto non era l’avvocata della famiglia biologica, ma il difensore d’ufficio del minore dopo Troche. Anche questo cambia il quadro. Se il suo ruolo era quello di tutelare il bambino nel procedimento, e se la sua morte è successiva alla conclusione dell’adozione, il collegamento evocato in alcune ricostruzioni diventa molto più fragile. Cipriani ha detto che l’adozione è durata quasi quattro anni, «per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi». Ha aggiunto che l’Uruguay «non è un Paese delle banane» e ha respinto l’accusa di adozione illegale.
Cipriani ha spiegato anche il punto della grazia. Il bambino malato, ha detto, doveva essere monitorato personalmente da Minetti; se lei avesse avuto l’affidamento in prova, non avrebbe potuto andare all’estero né stare con il figlio. Per questo ha definito la decisione del presidente Mattarella un «atto d’amore».
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Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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Nel riquadro il manifesto della Lega rimosso dopo la protesta degli islamici dell’Ucoii (iStock)
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
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