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2021-01-09
Biden e Harris minacciano di non fare prigionieri ma un sondaggio li gela: trumpismo più vivo che mai
Joe Biden e Kamala Harris (Ansa)
Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti.
Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio».
Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime.
Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti.
Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo.
Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden.
Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore».
Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra
Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali.
Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia.
Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva.
Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra.
Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump.
Con Trump tentano di zittire mezza America
Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale.
I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment.
«È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema».
L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio».
Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile.
Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%.
Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione.
Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni.
Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più.
E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle.
The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton
«Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato».
Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia.
Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca.
Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti.
Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova.
E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
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Kamala Harris fomentò un blitz al Senato e ora si scandalizza per i fatti di Washington. Sleepy Joe, amico di Antifa e Black lives matter, chiama i manifestanti «terroristi»: così prepara il marchio d'infamia per chi lo contesterà.Per non cedere pure in Italia allo stigma degli «impresentabili», i conservatori continuino a dar voce ai vinti della globalizzazione.I detrattori liquidano il discorso di resa del presidente: è tardivo, sì, ma sulle falle del sistema elettorale solleva un punto che non va sottovalutato. Anche perché il 56% degli statunitensi (dem inclusi) crede ai brogli: far finta di nulla significa innescare nuovi conflitti.Il mea culpa di Alec Ross: «Speravamo in Barack Obama, invece i dem hanno aggravato le divisioni»Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti. Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio». Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime. Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti. Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo. Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden. Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvare-le-battaglie-del-trumpismo-e-anche-un-affare-della-nostra-destra" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali. Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia. Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva. Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra. Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-trump-tentano-di-zittire-mezza-america" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Con Trump tentano di zittire mezza America Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale. I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment. «È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema». L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio». Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile. Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%. Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione. Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni. Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più. E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="the-donald-e-un-sintomo-non-il-male-l-ammette-pure-il-guru-della-clinton" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton «Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato». Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia. Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca. Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti. Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova. E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
Contadini altoatesini alla fine degli anni Quaranta (Getty Images)
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Sudtirolo (o Alto Adige, come fu obbligatorio chiamarlo durante il ventennio) era stretto in una morsa che rendeva il suo destino alquanto incerto. Dagli anni Trenta era stato sottoposto ad un processo di italianizzazione sia nella lingua (la scuola tedesca era stata vietata, così come i toponimi cambiati con nomi italiani) che nella composizione etnica, con l’immissione di migliaia di lavoratori italiani nelle nuove grandi fabbriche (come Falck e Lancia) costruite sul territorio altoatesino in quegli anni. La questione dell’appartenenza storica della regione a Sud del Brennero all’Austria, che la perse dopo gli accordi del 1919, riemerse dopo l’annessione di quest’ultima al Terzo Reich (Anschluss) nel 1938. Hitler e Mussolini giunsero ad un accordo nel 1939 che lasciava liberi gli altoatesini di lingua tedesca di scegliere se rimanere italiani e perdere lo status di minoranza oppure se trasferirsi in Germania entro un tempo limitato. Erano i cosiddetti «optanti». Al voto, oltre 166.000 sudtirolesi scelsero il Reich, spinti anche dalla propaganda sul territorio dell’organizzazione filonazista Vks (Völkischer Kampfring Südtirols). Dopo l’8 settembre l’Alto Adige fu invaso dalla Wehrmacht e annesso al Reich sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. Oltre 10.000 furono i sudtirolesi che combatterono per il Reich, in parte arruolandosi anche nelle Waffen-SS. A Bolzano era stato istituito un lager di transito verso i campi di sterminio, mentre per i cosiddetti Dableiber, cioè coloro che non avevano voluto lasciare il Sudtirolo per la Germania, iniziò il calvario: le autorità naziste, oltre a reclutare forzatamente gli uomini e a mobilitare le donne per il lavoro obbligatorio, perseguitarono quegli oppositori del Reich prevalentemente di matrice cattolica che, come il parroco Michael Gamper e il commerciante Erich Amonn, organizzarono un movimento di resistenza sotto la sigla di Andreas Hofer Bund, che rappresentava i Dableiber che si opponevano alla tirannia nazista. Un centinaio di membri furono deportati nei campi di sterminio.
Nel maggio del 1945 la guerra finì e sia il nazismo che il fascismo erano caduti. Gli altoatesini si trovarono così nel mezzo di una sorta di «anno zero», arbitrato di fatto dalle potenze vincitrici. L’Italia, pur sconfitta, si trovava però in vantaggio rispetto all’Austria: era stata una nazione co-belligerante e contava la presenza di un movimento di resistenza, mentre l’Austria annessa al Reich non poteva dimostrare altrettanto. Molti sudtirolesi, inoltre, erano stati fedeli nazisti e combattenti nella Wehrmacht e nelle SS. Dall’altra parte Vienna invocava la naturale etnia germanica del popolo altoatesino usurpata nel 1919 e repressa dal fascismo, portando avanti la tesi della propria posizione di vittima del nazismo in seguito all’Anschluss del 1938. Ma l’Italia era considerata già Stato sovrano, mentre l’Austria era sottoposta come la Germania all’amministrazione delle truppe di occupazione alleate. Le spinte alla riannessione all’Austria tra il 1945 e il 1946 furono molto forti nel primo anno di pace in Alto Adige. Già nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine del conflitto, era nata la Südtiroler Völkspartei (Svp), nata dai Dableiber tra cui Erich Amonn. Il movimento si espresse subito per la riannessione all’Austria, mentre dall’altra parte del Brennero, ad Innsbruck, si assistette a manifestazioni di piazza per il ritorno ad un solo Tirolo. Lo stesso Karl Gruber, futuro ministro degli Esteri austriaco, inoltrò alle potenze vincitrici richiesta formale di riannessione. Anche a Bolzano, presso Castel Firmiano, si tenne una manifestazione di massa il 22 aprile 1946 che preannunciò l’iniziativa di una petizione per la riannessione che raccolse oltre 150.000 firme, consegnate poi al cancelliere austriaco Leopold Figl. Gli alleati la respinsero, non riconoscendo la richiesta di referendum e ribadendo che ogni decisione sulla questione altoatesina (e sulle altre come quella di Trieste) sarebbero state trattate unicamente per le vie diplomatiche alla conferenza di pace di Parigi. Anche a Roma le richieste di separazione furono fortemente respinte dai principali partiti: risolutamente contrario fu Togliatti, che riteneva il confine del Brennero violato dalle truppe tedesche e non provava alcuna simpatia per l’autonomia, rispecchiando l'assoluta ostilità di Mosca a qualunque concessione territoriale ai popoli tedeschi sconfitti. Più morbido, ma comunque risolutamente contrario alla riannessione fu Alcide De Gasperi (egli stesso trentino ed in gioventù suddito dell’Impero Austro-ungarico). Il leader democristiano e presidente del Consiglio sarà protagonista della risoluzione diplomatica della questione altoatesina durante lo stesso 1946, anno del suo secondo dicastero. Nel frattempo gli optanti, che avevano scelto di trasferirsi nella Germania nazista si erano venuti a trovare in un Paese in ginocchio, raso al suolo dai bombardamenti e sottoposto all’occupazione militare dei vincitori. Alcuni scelsero di rientrare clandestinamente già alcuni mesi dopo la fine della guerra, ma si trovarono paradossalmente stranieri in patria perché avevano scelto di abbandonare la cittadinanza italiana. In Alto Adige non avevano più diritti, erano di fatto stranieri. E molti neppure ritrovarono le proprietà lasciate pochi anni prima, occupate o assegnate ad altri dalle autorità italiane o confiscate direttamente dai restanti. Al di là del Brennero gli altoatesini cacciati dalla Germania occupata, dalla Boemia e dalla Polonia occupate dai sovietici finirono in campi profughi nei dintorni di Innsbruck in condizioni miserevoli, in attesa che la situazione si sbloccasse. Tra i giovani profughi, diverse centinaia si arruolarono per fame nella Legione straniera francese, in quanto il Tirolo settentrionale era sotto il controllo delle truppe di Parigi. Spediti in Indocina, rimasero fino alla battaglia di Diem Bien Phu del 1954, che costò la vita a diversi ex optanti.
Il conflitto sociale raggiunse dunque picchi altissimi nel 1946, nel momento in cui la palla della politica locale era passata a quegli altoatesini che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista senza lasciare la propria terra e contemporaneamente dall’Austria giungeva una forte propaganda per l’annessione.
Una miscela così esplosiva indusse le potenze riunite a Parigi ad accelerare la risoluzione della questione, che si risolverà giuridicamente con la firma dell’Accordo tra Austria e Italia sull’Alto Adige, noto come «Accordo De Gasperi-Gruber» dal nome dei due premier. Era il 5 settembre del 1946 quando a Parigi fu siglato e consegnato agli alleati. Il testo conteneva le garanzie per la tutela linguistica delle comunità tedesche e la parità di diritti tra la popolazione tedesca, ladina e italiana. Riammetteva l’insegnamento del tedesco nelle scuole, che durante il ventennio si era svolto clandestinamente nelle Katakombenschule, le scuole organizzate nei sotterranei da Martin Gamper. Riconosceva l’autonomia amministrativa dell’Alto Adige (che con un abile mossa De Gasperi estese a livello regionale, includendo così anche il Trentino) e garantiva la nazionalità ed un passaporto valido anche per gli optanti in rientro e il riconoscimento dei titoli di studio. L’Austria avrebbe avuto il ruolo di controllore e garante dell’accordo.
Molti furono i delusi, che speravano in un ricongiungimento del Sudtirolo con l’Austria, ma i vincitori seduti al tavolo delle trattative postbelliche lo esclusero categoricamente. Volevano evitare una nuova area di tensioni etnico-geografiche in un periodo delicato in cui nascevano le premesse della Guerra fredda. Altri altoatesini tuttavia accettarono l’accordo, consolati dalle garanzie che avrebbero impedito una nuova italianizzazione forzata. Chi rientrò dalla Germania dovette ricominciare spesso tutto da capo, con lunghe trafile burocratiche e legali per riacquistare ciò che era stato lasciato all’atto della scelta di emigrare nel Reich.
La Costituzione del 1948 recepì l’accordo del 1946 e nel Decreto Legislativo n.23/1948 si trattò la regolarizzazione dello status degli optanti. Si apriva il capitolo difficile del pieno reintegro, non ultimo quello del ritorno delle proprietà o dell’assegnazione di abitazioni e terre vendute o confiscate negli anni delle opzioni dallo Stato italiano, dai Dableiber o assegnate ai lavoratori italiani di recente immigrazione in Alto Adige. Questo difficilissimo aspetto fu affidato ad un giovane Giulio Andreotti, che fu a fianco di De Gasperi il giorno degli accordi con Gruber. A lui fu affidata la gestione politica dell’Uzc, l’Ufficio governativo per le Zone di Confine, chiamato da una parte al reintegro degli altoatesini rientranti, dall’altro alla difesa della comunità degli italiani che risiedevano e lavoravano in Alto Adige. L’Uzc si trovò a gestire le richieste degli optanti di rientro e le pratiche di concessione della nuova cittadinanza italiana, scegliendo una politica di controbilanciamento delle due componenti etnico-linguistiche tramite progressivi finanziamenti, per evitare che il reintegro degli optanti finisse per minacciare gli italiani della regione. A partire dagli anni Cinquanta l’Uzc favorì in particolare lo sviluppo di chiese ed oratori, nonché il sostegno ad una stampa di lingua italiana, in particolare del quotidiano «L’Alto Adige», che mirava a creare una voce alternativa al germanofono «Dolomiten».
L’azione italiana tuttavia non riuscirà a placare le spinte secessioniste e le forti tensioni etniche dell’Alto Adige del dopoguerra. Nonostante la ripresa economica e l’inizio dello sviluppo di un turismo di massa unita alla ripresa industriale, il ritorno degli optanti significò anche una svolta all’interno del primo partito germanofono, l’Svp. Gestito nell’immediato dopoguerra da una maggioranza di cattolici antinazisti, il ricambio della classe politica altoatesina vide il ritorno di alcuni esponenti intransigenti e precedentemente compromessi con il defunto Terzo Reich. Molti, alla fine degli anni Cinquanta, furono gli episodi di segregazione e di separazione etnica attuate a livello locale in risposta alle politiche di Roma, accusata di favorire gli italiani. Inoltre l’Austria, divenuta repubblica dopo la fine di un lungo decennio di occupazione alleata, aveva ripreso le rivendicazioni sul Sudtirolo. A livello nazionale, la Svp allora guidata dall’ex soldato della Wermacht Silvius Magnago chiedeva l’autonomia non solo da Roma, ma anche da Trento, inclusa assieme all’Alto Adige dopo gli accordi del 1946. Queste forti tensioni porteranno al fenomeno del terrorismo del decennio successivo con la stagione degli attacchi dinamitardi dei separatisti. Il cammino verso un’autonomia bilanciata e un’integrazione vera sarebbe stato ancora molto lungo, passando dallo Statuto di autonomia del 1972 e fino alla ratifica del Pacchetto di autonomie del 1992, ratificato dai governi di Italia e Austria di fronte all’Onu.
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«The Testaments» (Disney+)
Il romanzo che Margaret Atwood ha scritto nel 2019, sulla carta, dovrebbe essere un sequel del suo più famoso, Il racconto dell'ancella. Di fatto, The Testaments è ambientato quindici anni dopo le vicende narrate in quel libro, che le ha dato fama. Eppure, non racconta molto oltre il finale noto.
The Testaments, da cui Disney+ ha tratto un'altra serie televisiva, pronta a debuttare sulla piattaforma mercoledì 8 aprile, usa un espediente narrativo per tornare alla fine del ventesimo secolo, nel mezzo della teocrazia totalitaria che ha sovvertito l'ordine degli Stati Uniti d'America. Allora, a fronte di un pianeta devastato dalle guerre e dalle successive difficoltà economiche, difficoltà che hanno portato ad una crescita zero, pochi uomini, pochi potenti hanno deciso di instaurare in America una Repubblica basata sulla religione. Non la religione così come la si è conosciuta, ma una sua lettura forzata e ortodossa, una sorta di fanatismo biblico che ha trasformato gli Usa, un tempo patria della libertà, nella Repubblica di Gilead: una società piramidale, governata da un'oligarchia di privilegiata e popolata, per lo più, di schiavi. Nessuna mobilità sociale, nessuna inclinazione personale. All'interno di Gilead, non ha trovato spazio nulla oltre l'applicazione maniacale dei dogmi ispirati alle sacre scritture. Un Medioevo nuovo ha preso il sopravvento, si è tornati a processore chiunque manifestasse dissenso, a punire la disobbedienza civile e il pensiero critico. Le donne sono state ridotte a macchine riproduttive, e a loro è stata proibita la gioia dell'amore. Per dare a Gilead dei figli e ripopolare così la Terra, gli oligarchi hanno deciso che si sarebbero accoppiati con donne fertili, tenute in cattività. Non sarebbero state mogli, ma incubatrici. Le altre, non più fertili o sterili, sarebbero state eliminate. Il racconto dell'ancella, celebrato urbi et orbi e poi adattato in una serie tv di successo planetario, ha raccontato la silenziosa insurrezione delle ancelle, la loro vita di prigioniere.
The Testaments, con lo stesso impianto produttivo, promette, invece, di raccontare tre storie diverse e interconnesse, storie nuove e vecchie capaci, soprattutto, di spiegare gli antefatti che hanno preceduto l’ascesa al potere degli oligarchi di Gilead. Cos'ha portato dove si è ora, quali alternative possono esistere oltre la costrizione, che costo ha l'obbedienza. Questo si chiedono le trame dello show, deciso a tener vivo l'universo della Atwood.
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L’idea che bastino buone leggi per uniformare popoli e culture diverse è il grande inganno del nostro tempo. Senza una popolazione storicamente e culturalmente coesa, la legge diventa impotente e lo Stato perde la sua funzione.
Laos e Cambogia sono due nazioni storicamente legate alla Francia e all’Indocina francese, ma sono anche due realtà vivaci e produttive. Questi due paesi, che nella loro storia hanno spesso vissuto all’ombra del più grande ed importante Vietnam, hanno storie diverse anche se con alcuni punti in comune, soprattutto dopo la guerra del Vietnam. Il Laos resta ancora oggi una Repubblica socialista monopartitica dominata dal Partito Rivoluzionario del Popolo Lao che soltanto dalla metà degli anni 2000 ha cominciato ad aprire agli investimenti stranieri, soprattutto da Cina e dalla confinante Thailandia. Più complicata la storia della piccola Cambogia che ha vissuto negli anni ’70 l’incubo del regime sanguinario dei khmer rossi. Questi pseudo-rivoluzionari hanno massacrato un terzo della popolazione con l’idea della creazione dell’uomo nuovo, fino all’intervento vietnamita che rovesciò il regno del terrore del leader dei khmer rossi di Pol Pot. Dopo anni di una specie di protettorato politico del Vietnam nel 1993 la Cambogia, con un referendum, è tornata ad essere un regno rimettendo sul trono Norodom Sihanouk che aveva già regnato dal 1941 al 1955. Ancora oggi Phnom Penh rimane una monarchia elettiva e da oltre 20 anni è stato scelto come sovrano il figlio di Sihanouk Norodom Sihamoni.
Oggi la Cambogia è una nazione che punta sul turismo, quasi 7 milioni di visitatori nel 2024, e sugli investimenti stranieri grazie alla sua posizione strategica sul Golfo di Thailandia. La crescita di Phnom Penh è stata costante con una media di 6,88% tra il 1994 ed il 2024, dati che gli hanno permesso di diventare una delle economie più dinamiche dell’intero sud-est asiatico. Negli anni la Cambogia è diventata una nazione a reddito medio-basso, lasciando la fascia inferiore grazie, oltre che al turismo, ai settori del tessile e dell’edilizia. Sia il Laos che la Cambogia sono sempre stati guardati con particolare attenzione dalla Cina, anche in funzione anti-vietnamita. I rapporti Pechino-Hanoi sono complicati da decenni e l’avvicinamento agli Stati Uniti del Vietnam ha cambiato gli equilibri geopolitici regionali.
L’interesse cinese appare più forte in Laos dove la ferrovia China-Laos Railway rappresenta un progetto da 5,9 miliardi di dollari, al 70% dei quali finanziati da Pechino e i rimanenti pagati da Vientiane sotto forma di debito con la Cina. Questa infrastruttura dal 2021 ha trasportato oltre 15 milioni di tonnellate di merci per la maggior parte frutta cresciuta del 60%, che ha migliorato le esportazioni agricole laotiane. Pechino si interessa al Laos per la sua posizione nella Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, ma anche per le possibilità di crescita della nazione che prevede di superare il 5% nel periodo che va dal 2026 al 2030. Secondo Pechino il paese ha grandi potenzialità che porterebbero il Pil pro capite a 2980 dollari entro il 2030. La Cambogia è stato lo stato più colpito dai dazi di Trump, che l’accusa di fungere da punto di transito per prodotti cinesi da immettere nel mercato. Washington aveva deciso di imporre una tassazione del 49%, la seconda più alta al mondo dopo il Lesotho arrivato al 50%, che andava a colpire le esportazioni cambogiane di abbigliamento e calzature negli Stati Uniti. Come per Vientiane anche per Phnom Penh la Cina è un partner chiave e soprattutto il principale creditore, detenendo oltre il 40% del suo debito estero, stimato in circa 10 miliardi di dollari. Nel regno indocinese Pechino ha costruito un canale fluviale che collega la capitale con la costa della provincia cambogiana di Kep, nel sud del paese, con un costo di circa 1,7 miliardi di dollari e che permetterebbe l’accesso al Mar Cinese Meridionale. In cambio la Cambogia ha ceduto la base navale di Ream, nella provincia di Sihanoukville, alla marina cinese, una struttura in posizione strategica verso territori insulari contesi a Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei. Due piccole tigri asiatiche che vogliono imitare la crescita vista negli anni scorsi in Malesia e Thailandia, ma che sono legate a doppio filo alla Cina che ha già preso il controllo delle loro vivaci economie.
Il calvario dei missionari e dei preti cattolici nella Cambogia dei Khmer rossi (1972-1979)
Era il 17 aprile 1975 quando i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh. La data funesta diede inizio ad un lungo periodo di terrore guidato dalla cieca ideologia maoista che portò al genocidio di circa un quarto della popolazione cambogiana. Il Paese, ex colonia dell’Indocina francese fino al 1953, era stato in seguito retto da un regime autoritario che si era dichiarato neutrale durante la guerra del Vietnam ma aveva ospitato i Vietcong ed aveva subito i bombardamenti americani. Nel 1970 un colpo di Stato guidato dal generale Lon Nol rovesciò il sovrano Sihanouk in accordo con gli Stati Uniti, ma il paese sprofondò nella guerra civile contro i Khmer rossi di Pol Pot appoggiati dalla Cina e dai nordvietnamiti, che ebbero alla fine successo.
Il folle programma di Pol Pot prevedeva la trasformazione della Cambogia in un Paese esclusivamente rurale gestito integralmente dallo Stato (Phnom Penh fu forzatamente spopolata per questo motivo), mentre ogni differenza di classe (anche intellettuale) fu nel mirino dei Khmer rossi, che operarono esecuzioni di massa anche per i più piccoli sospetti. Le banche e il denaro furono aboliti e i funzionari del precedente regno massacrati. Le religioni, che furono bandite integralmente, non fecero eccezione, a partire da quella maggioritaria, il buddhismo. I cattolici erano una minoranza, presenti dai tempi della colonizzazione portoghese con l’opera dei missionari e facevano capo al vicariato della capitale. Erano relativamente pochi, circa 60.000 su un totale di 15 milioni di abitanti, quasi tutti vietnamiti scappati dal Paese in guerra per finire nel braciere della Cambogia. Già dal 1970, per i fedeli e i preti cattolici iniziò il calvario nelle zone già controllate dai Khmer di Pol Pot. Il 24 febbraio 1972 nella provincia di Kampong Chan sulle rive del fiume Mekong il prete cattolico francese Pierre Rapin, già confinato al domicilio coatto dai guerriglieri comunisti, fu fatto oggetto di un attentato. Ferito nell’esplosione di un ordigno, fu trasferito dagli stessi Khmer in ospedale e ritornato cadavere. Le sue ultime parole piene di fede, scritte al vicario che lo supplicava di lasciare la Cambogia, furono: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere. Rimango. Sia fatta la volontà di Dio. Rimarrò finché ci sarà anche uno solo di voi». Assieme a lui perse la vita anche il sacerdote vietnamita Pam Van Than.
Padre Joseph Chhmar Salas tornò in Cambogia nel tragico 1975 dopo un periodo di studi canonici in Francia, chiamato dal vicario di Phnom Penh monsignor Yves Ramousse. L’entrata imminente dei Khmer rossi suggeriva al vicariato apostolico di nominare un cambogiano alla guida della Chiesa cattolica. Fu inviato nella provincia dove morì padre Rapin, dove il prete si offrì volontario per i lavori forzati imposti dagli uomini di Pol Pot nella speranza di organizzare una forma di unione e resistenza tra i cattolici della regione. Morirà di fame e di stenti in una pagoda-ospedale dopo aver passato due anni all’inferno. La sorella, superstite del terrore, racconterà delle messe clandestine celebrate nelle capanne del campo di lavoro dal martire della furia comunista.
Tra le vittime cattoliche del regime di Pol Pot, anche missionari laici tra cui Joseph Ros En, docente universitario a Phnom Penh e Pierre Chhum Somchay, padre di 12 figli tutti uccisi dall’odio Khmer assieme al padre. Tra loro anche due religiose, le suore cambogiane Lydie Nou Savan e Jacqueline Kim Son.
La Chiesa cattolica cambogiana, azzerata dalla ferocia del regime di Pol Pot, rinascerà soltanto negli anni Novanta a piccoli passi, ma determinati. Fondamentale l’apporto dei missionari, tra cui gli italiani Luca Bolelli , Mario Ghezzi, Gianluca Tavola e Antonio Bergamin (scomparso nel 2021) tutti del Pime, il Pontificio Istituto delle Missioni Estere. Si occupano oggi di una comunità di fedeli che oggi conta circa 20.000 persone, tra cui molti giovani.
Nel 2015 Papa Francesco ha istituito la causa di beatificazione di 12 martiri della Chiesa Cambogiana, tra cui Joseph Chhmar Salas. Dopo la raccolta per oltre un decennio di testimonianze di chi conobbe i religiosi in vita, la parte cambogiana del processo si è conclusa il 18 marzo 2026 sotto la guida del vicario apostolico in Cambogia, monsignor Olivier Schmitthaeusler.
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