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2021-01-09
Biden e Harris minacciano di non fare prigionieri ma un sondaggio li gela: trumpismo più vivo che mai
Joe Biden e Kamala Harris (Ansa)
Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti.
Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio».
Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime.
Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti.
Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo.
Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden.
Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore».
Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra
Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali.
Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia.
Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva.
Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra.
Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump.
Con Trump tentano di zittire mezza America
Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale.
I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment.
«È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema».
L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio».
Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile.
Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%.
Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione.
Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni.
Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più.
E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle.
The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton
«Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato».
Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia.
Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca.
Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti.
Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova.
E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
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Kamala Harris fomentò un blitz al Senato e ora si scandalizza per i fatti di Washington. Sleepy Joe, amico di Antifa e Black lives matter, chiama i manifestanti «terroristi»: così prepara il marchio d'infamia per chi lo contesterà.Per non cedere pure in Italia allo stigma degli «impresentabili», i conservatori continuino a dar voce ai vinti della globalizzazione.I detrattori liquidano il discorso di resa del presidente: è tardivo, sì, ma sulle falle del sistema elettorale solleva un punto che non va sottovalutato. Anche perché il 56% degli statunitensi (dem inclusi) crede ai brogli: far finta di nulla significa innescare nuovi conflitti.Il mea culpa di Alec Ross: «Speravamo in Barack Obama, invece i dem hanno aggravato le divisioni»Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt'altro che un esempio di invito all'unità degli Stati Uniti. Commentando l'altro ieri l'irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d'assalto il Campidoglio». Ora, è senz'altro vero che l'irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell'aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell'area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime. Tra l'altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l'allora candidato dem - che non voleva alienarsi l'appoggio degli elettori più spostati a sinistra - si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un'ideologia, non un'organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell'ottobre 2018, all'arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti. Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell'irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz'appello i quattro anni dell'amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo. Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L'intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che - dopo quanto accaduto al Campidoglio - è di fatto finito all'angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l'operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d'infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico - conta svariati ex dirigenti all'interno proprio del team di Biden. Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell'«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo - e non l'antistorica restaurazione di un passato idealizzato - che ha permesso all'elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all'uopo lo spettro dell'irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l'assalto al Palazzo d'Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvare-le-battaglie-del-trumpismo-e-anche-un-affare-della-nostra-destra" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Salvare le battaglie del trumpismo è (anche) un affare della nostra destra Si può fare facilissima ironia sul tipo sociologico degli estremisti repubblicani che hanno dato l'assalto a Capitol Hill: un pittoresco esercito di buzzurri, che si nasconde dietro strane barbe lunghe e tute mimetiche, cerca un'identità revanchista nelle bandiere sudiste in cui s'avvolge, è incapace di muoversi con la minima eleganza ed è costretto in un lessico ridotto ai minimi termini. Alcuni di loro sembrano addirittura disturbati mentalmente, di certo sono vittime dei social network. Di certo non ha tutti i venerdì l'ormai celebratissimo Jake Angeli, il tizio che girava a torso nudo per il Senato esibendo un copricapo indiano con corna di bufalo: s'è scoperto poi che si fa chiamare «sciamano Qanon» e che fa parte di una congrega convinta di mille complotti globali. Non sono certo tutti così, i 70 milioni di elettori di Donald Trump. Ma in parte sono anche questo. Già nel 2016, quando dalle urne era uscita la clamorosa vittoria del più anomalo candidato nella storia del Partito repubblicano, gli analisti di mezzo mondo avevano decretato che il suo elettore medio era il «maschio bianco impoverito», ovviamente sprovvisto di un titolo di college, quindi ignorante e dai gusti dozzinali, cui venivano attribuiti anche basso reddito, modesti connotati culturali se non una generica colpa morale. È stata nutrita con questo tipo di giudizi la demonizzazione del trumpismo, un fenomeno che s'è ingigantito, giorno dopo giorno, per quattro anni. Anzi, per cinque. Perché già nella campagna elettorale del 2015 l'algida antagonista di Trump, Hillary Clinton, ostentava la più dura negazione moralistica dell'America destrorsa: un'America che ai suoi occhi, e nelle sue parole, era inaccettabile, intollerabile, impossibile. Delegittimare e disprezzare l'avversario politico, purtroppo, è vizio tipico della sinistra. Nella campagna di cinque anni fa Hillary aveva più volte usato un aggettivo, «impresentabile», che in Italia purtroppo conosciamo fin troppo bene grazie al lavorìo di chi ci ha costruito sopra una carriera politica, come l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, o l'ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi. Se l'avversario è «impresentabile», è evidente che non possa essere presentato. Quindi non può essere votato. Quindi il suo milieu elettorale è peggio di lui: è il ricettacolo di tutte le negatività, rifiuto umano, feccia. Forse è per questo se proprio noi italiani, osservando queste orribili elezioni statunitensi, ci abbiamo intravisto qualcosa di tristemente familiare. In questi ultimi cinque anni, con una collettiva rincorsa al peggio, la democrazia americana è stata corrosa dal continuo smantellamento dei suoi caratteri più positivi: la conversazione civile, il rispetto dell'avversario, gli slogan alla «unite we stand». Valori forse ingenui, ai nostri cinici occhi europei, eppure così piacevolmente consolatori. In un Paese che per sua fortuna non ha mai conosciuto il cancro del marxismo, la sinistra ha trovato molti succedanei della lotta di classe. Contro un avversario demonizzato e da abbattere fisicamente, come è assurdamente accaduto a certe incolpevoli statue, la sinistra americana ha imbracciato il «politically correct», l'antirazzismo e l'antifascismo, che sotto Trump hanno portato al conflitto permanente tra le sedicenti minoranze oppresse e una presunta maggioranza oppressiva. Per quanto possa risultre sgradevole, Trump ha dato voce a un'America che da tanto tempo non ne aveva. Un'America che è stata devastata economicamente dagli eccessi della globalizzazione, ferita nel suo orgoglio produttivo, frustrata dalla ritirata strategico-buonista decretata dai democratici su tutti gli scacchieri mondiali. La politica del «Make America great again», con le defiscalizzazioni e il braccio di ferro con la Cina sempre più potente, ha intercettato molte di quelle pulsioni. E questo è un fatto che non può non interrogare anche il conservatorismo italiano: se la demonizzazione di Trump punta a cancellare i presupposti socioeconomici di un'offerta politica di quel tipo, le orecchie devono fischiare anche al nostro centrodestra. Certo, Trump ha compiuto una serie di errori. Con il disastroso incitamento ai suoi fan ha toccato il suo punto più basso, e ne sta già subendo le conseguenze. Eppure nessuno vuole ricordare l'intervista con cui lo scorso agosto, quando i sondaggi garantivano la vittoria ai Repubblicani, Hillary Clinton incitava pubblicamente Biden a «non ammettere la sconfitta», e a «non riconoscere i risultati in nessuna circostanza». Anche per quelle parole l'America è scesa al punto in cui si trova. Domani non sarà facile tornare indietro seppellendo Trump come pazzo, razzista, fascista. Un politologo accorto come Ian Bremmer scopre, impaurito, che «gli Stati Uniti sono il Paese più diviso e disfunzionale fra tutte le democrazie industriali avanzate» e prevede che lo strappo «non sarà cucito una volta che Biden diventerà presidente: la frattura rischia di durare decenni». Purtroppo ha ragione. E la colpa non è stata soltanto di Trump. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-trump-tentano-di-zittire-mezza-america" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> Con Trump tentano di zittire mezza America Era l'una e dieci di ieri notte (ora italiana: quindi una trentina di ore fa, per chi legga stamattina presto l'edizione di oggi della Verità), quando Donald Trump, su Twitter, cioè ormai sull'ultimo canale social dove possa ancora in qualche modo esprimersi (pur censurato, bacchettato e variamente contraddetto dai gestori della piattaforma), ha postato un video di alto e drammatico valore politico, condannando nettamente le violenze del 6 gennaio e cercando di percorrere la strada di una faticosa e incertissima riconciliazione nazionale. I suoi sostenitori lo hanno interpretato come un atto di saggezza e generosità; i suoi avversari, straripanti sui media e nei palazzi istituzionali, lo hanno invece letto come una resa umiliante, anzi di più, come un tentativo maldestro e tardivo di evitare conseguenze peggiori, dall'applicazione del venticinquesimo emendamento a una procedura di impeachment. «È l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità», ha detto Trump dalla Casa Bianca, usando espressioni molto dure contro violenti e infiltrati: «Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno». Prudente anche il passaggio sul tema dei brogli. Senza rinnegare le sue contestazioni, Trump ha infatti glissato stavolta, limitandosi a porre un problema di cambiamento normativo futuro a salvaguardia dell'integrità e della veridicità dei meccanismi di voto: «Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema». L'unica zampata del vecchio leone è arrivata nel finale, quando, rivolgendosi ai suoi supporter, Trump ha lasciato intuire la prosecuzione della sua battaglia politica, ma chiaramente riconoscendo che il 20 gennaio il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden: «So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio». Comunque la si pensi su Trump, un ottimo discorso. Certo, però, drammaticamente tardivo rispetto agli eventi dell'Epifania, destinati a segnare a lungo la storia politica americana e a lasciare su di lui un'ombra difficilmente dissipabile. Attenzione, però: poche ore prima di questo speech, un sondaggio YouGov ha manifestato una clamorosa reazione dell'opinione pubblica, certificando una spaccatura verticale degli Stati Uniti. Alla domanda se l'irruzione in Campidoglio sia una minaccia per la democrazia, il 62% di tutto il campione ha detto sì e il 32% no. Se si circoscrive la ricerca agli elettori repubblicani, le proporzioni si invertono: dice sì solo il 27%, mentre risponde no un larghissimo 68%. Quanto all'approvazione o alla condanna di quegli eventi, il 96% degli elettori dem li condanna, ma il 21% degli indipendenti e soprattutto il 45% dei repubblicani (contro il 43% sempre dei votanti Gop) li approva. Non solo: alla domanda decisiva scatta il colpo di scena. Ci sono state frodi elettorali che hanno cambiato il risultato? 56% di sì, solo 34% di no. Badate bene: il 56% di tutto il campione. Ora, il risultato è quattro volte clamoroso. Una prima volta, per i numeri in sé. Una seconda volta, per il momento in cui la domanda è stata posta, cioè in assoluto il più sfavorevole a Trump, oggettivamente nell'angolo. Una terza volta, perché certifica che ben difficilmente i repubblicani potranno permettersi di liquidare Trump, o potranno farlo preparandosi però a pagare un prezzo elettorale elevatissimo. E una quarta volta, e qui si entra nel punto politicamente più significativo in assoluto, perché Trump ha oggi contro tutto il sistema mediatico, senza eccezioni. Il presidente uscente ha infatti contro tutti i giornali (inclusi il Wsj e il Ny Post del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch); ha contro tutte le tv (inclusa la Fox news, sempre di Murdoch, che lo ha scaricato la notte del voto); ed è stato di fatto espulso o sospeso praticamente da tutti i social. Insomma, l'intero blocco dei media vecchi e nuovi, compresi quelli vicini alla destra, è scatenato contro Trump. Eppure, i sondaggi danno il responso che abbiamo appena visto. La domanda sorge spontanea: se, nonostante tutto ciò, escono fuori quei numeri, qual è la residua credibilità dell'establishment politico e mediatico? Questo è il punto su cui tutti gli osservatori dovrebbero riflettere, indipendentemente dalla loro opinione su Trump e sul trumpismo: si spendono fiumi d'inchiostro sulla delegittimazione di Trump dopo i fatti del Campidoglio, ma si finge di non vedere la delegittimazione di tutto il resto, politici e media tradizionali, a cui tantissimi americani semplicemente non credono più. E allora, televisivamente parlando, è il momento di spostare la telecamera: e di inquadrare non Trump, ma i suoi elettori, che sono ancora lì, insieme alle ragioni politiche profonde (sociali, economiche, culturali) che hanno generato Trump e sono ancora totalmente in campo, malgrado tutto l'apparato esistente di potere si muova per obliterarle, negarle, ignorarle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-mette-la-maschera-del-paciere-ma-gia-minaccia-i-futuri-oppositori-2649795023.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="the-donald-e-un-sintomo-non-il-male-l-ammette-pure-il-guru-della-clinton" data-post-id="2649795023" data-published-at="1610136763" data-use-pagination="False"> The Donald è un sintomo, non il male. L'ammette pure il guru della Clinton «Trump non ha creato questa situazione, ne è stato un prodotto. Non ha creato il populismo. [...] Sono stato con Barack Obama per sei anni e dopo la sua vittoria eravamo tutti convinti che quella svolta avrebbe cambiato tutto per sempre. [...] Dopo otto anni di Obama [...] il Paese era ancora fratturato». Sono le parole di Alec Ross, ex consigliere di Obama e di Hillary Clinton, oggi visiting professor alla Bologna business school. Intervistato da Huffington Post, il guru dem ha dovuto riconoscere quel che La Verità, al netto della scontata riprovazione per i fatti di Washington, aveva già sottolineato: se la democrazia americana è a brandelli, la colpa non è (solo) di Donald Trump. Il tycoon è un sintomo del male, ma non è la malattia. Ross confessa che la figuraccia rimediata in extremis dal presidente non affosserà il Partito repubblicano («è certamente distrutto tra i miei amici, che però non sono rappresentativi dell'americano medio»), a meno che non sia lo stesso The Donald a picconarlo. Ma soprattutto, l'esperto avverte che i «20 milioni di americani radicalizzati», i fan più sfegatati del trumpismo, non saranno certo cancellati con un tratto di penna dall'approdo di Joe Biden alla Casa Bianca. Il lato dal quale l'analisi rimane deficitaria, semmai, è quello che riguarda l'origine delle crepe che attraversano la società statunitense. Ross punta il dito su «Fox news e la combinazione di tv, radio, social media e politici. Sono stati tutti questi elementi insieme a creare questo processo di radicalizzazione». Indubbiamente, il popolo del tycoon è stato «coltivato» ad arte. Però è riduttivo ricondurne la genesi alla propaganda dei media «alternativi». L'ha detta più o meno giusta il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che al di là del lessico classista (i «proletari»), ha accusati i progressisti di aver abbandonato un pezzo di società, consegnandolo così su un piatto d'argento, a qualunque leader fosse capace di far leva sulla prospettiva di riscatto della maggioranza silenziosa dei reietti. Trump, in fondo, non ha fatto altro che dare voce e rappresentanza a un'America ignorata, disprezzata e silenziata dai campioni del capitalismo finanziario, dai cantori della globalizzazione, dai fautori dell'immigrazione senza regole, dai distruttori dell'agricoltura e dell'industria nel nome della mobilità del lavoro, della concorrenza al ribasso sui salari, della delocalizzazione e persino dell'ambientalismo. Era il 1995, quando Cristhopher Lasch, nel suo La rivolta delle élite, denunciava la frattura che si era già creata tra Wall Street, i salotti buoni e l'America profonda. Tra vincitori e vinti della globalizzazione. Non a caso, lo studioso auspicava un revival del populismo, che negli Usa vanta una tradizione duratura e molto più radicale di quella europea: lo sciamano che occupa gli scranni del Congresso è la raffigurazione del principio per cui il popolo, autentico titolare dell'autorità politica, esautora i rappresentanti eletti per tornare a esercitarla in prima persona. Un'idea semplicistica, ma non nuova. E c'è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione. Nella nazione in cui il marxismo non ha mai attecchito, la sinistra radicale ha costruito le proprie fortune sostituendo, alla lotta di classe, la lotta delle minoranze oppresse contro le maggioranze «privilegiate». È la cosiddetta «politica delle identità», che concepisce la società come un reticolo di comunità monolitiche, dalle donne, ai neri, ai gay, tutte in conflitto con gli «aguzzini» bianchi, eterosessuali e cristiani della classe media. La destra trumpiana ha semplicemente replicato lo schema dell'identity politics, ritorcendolo contro i suoi inventori. Se la degenerazione della democrazia americana ha una causa, è lì che bisogna ricercarla: sinistra e destra si sono colpevolmente inseguite nella corsa ad alimentare la guerra civile permanente.
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Tra Italia e Francia ci sono 515 chilometri di confine. Tre le Regioni italiane che si affacciano di là: Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. Due le francesi che guardano di qua: Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Rodano-Alpi. Nel corso dei secoli, la frontiera con i cugini d’Oltralpe è cambiata più volte a causa di guerre, motivi politici, accordi diplomatici. La modifica più dolorosa avvenne nel 1860 quando Vittorio Emanuele II cedette la Savoia e un bel tratto di costa ligure, da Mentone a Nizza, a Napoleone III per l’aiuto fornito nella seconda guerra d’indipendenza, ma soprattutto per tenerlo buono dopo le annessioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana. Ancora oggi ci sono dispute di confine: la Francia considera tutta sua la vetta del Monte Bianco; l’Italia, usando il ragionevole e scientifico metro orografico dello spartiacque, reclama il versante da cui scendono le acque verso la pianura Padana e il Mare nostrum.
Torniamo alla «dolorosa» cessione di Nizza che fece incavolare il nizzardo Garibaldi contro Cavour («Ha venduto la mia patria, Nizza è francese come io sono un tartaro»). Oltre a costringere migliaia di nizzardi all’esodo in Liguria, a obbligare i rimasti a gallicizzare la carta d’identità e a cambiare sull’atlante i nomi di località che per secoli vi figuravano in italiano (Nizza-Nice; Mentone-Menton; Villafranca Marittima-Villefranche sur Mer; Roccabruna-Roquebrune Cap Martin), il trattato di Torino del 1860 permise ai nuovi padroni transalpini di francesizzare i piatti popolari e tipici dell’antica contea. L’insalata nizzarda, piatto povero e marinaio che piaceva tanto a Garibaldi per la sua semplicità (a quei tempi contava solo su tre ingredienti: acciughe, pomodori e olio d’oliva) divenne la salade niçoise. Oggi, definita dai manuali gastronomici d’Oltralpe «une spécialité culinaire emblématique de Nice», è arricchita con uova sode, tonno, carciofi, peperoni, cipolle. La salade niçoise rimane comunque imparentata con il condiglione (cundigiun in dialetto ligure) tipico della Riviera di Ponente, di Ventimiglia, Arma di Taggia, Oneglia, Finale Ligure... Anch’esso, nato povero con pochi ingredienti, acciughe, olio d’oliva, pomodori, basilico, è diventato una ricca insalatona come quella francese: cipolle, olive, pomodori, peperoni, uova sode, tonno e, chi ha la fortuna di trovarli essendo un prodotto di nicchia, i «pelandroni d’Albenga», fagiolini «mangiatutto» molto apprezzati dai buongustai per il sapore marcato e avvolgente.
Trattati a parte, c’è sempre stato, nelle zone di frontiera tra Italia e Francia, un intenso passaggio di uomini e di cibi. Lo dimostrano proprio i piatti di confine dell’una e dell’altra parte che riflettono, nonostante le divisioni politiche, la fusione culturale, comunitaria e il sapere gastronomico che non conosce frontiere nelle zone geografiche interconnesse come lo sono la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Liguria, la Savoia e la Provenza. Ai tempi del De bello gallico, i legionari di Cesare introdussero le tecniche di panificazione e le «razioni K», il pasto militare, dei loro tempi: laridum, lardo, la dissetante posca, una bevanda fatta con acqua e aceto, il garum, condimento buono per tutti i cibi, legumi vari con i quali preparare varie puls, sorta di polentine pre-mais. Secoli dopo, furono i contrabbandieri e i passeurs carichi di sale, caffè, tabacco e generi alimentari a percorrere sentieri infischiandosene delle frontiere. Scambi di cultura popolare, di riti e credenze, di gastronomia povera avvennero anche grazie ai pellegrini che percorrevano la Via francigena, a pastori, vaccari, genti trans - e cis - alpine.
Nelle zone di frontiera, soprattutto nelle Alpi Liguri e tra la Valle di Susa, la Val Cenischia e la zona di Moncenisio (al di qua) e quella del Mont Cenis nella Savoie (al di là) i buoni piatti popolari non hanno mai badato ai confini. La fonduta di formaggio, spesso a base di fontina, è tipica della Valle d’Aosta, non c’è dubbio, ma la fondue savoiarda è sua sorella o una parente molto stretta: per gustare l’una o l’altra si intingono con ingordigia bocconi di pane nelle scodelle di formaggio fuso. Ancora: è nata prima la soupe grasse savoiarda o la soupa grasa (pane di segale, in brodo con lardo, cipolla, toma) dell’Alta Val di Susa? Vogliamo mettere a confronto la bagna càuda, salsa piemontese che più piemontese non si può (è fatta con acciughe, aglio e olio d’oliva) con l’anchoiade provenzale che ha gli stessi ingredienti? Ma per favore... Meglio la bouillabasse provenzale (zuppa di pesce, indispensabili lo scorfano, la gallinella di mare, la triglia e il grongo) o la ligure boiabessa, che sembra una parolaccia ma non lo è? In questo caso, onestamente, faccio pendere la bilancia verso Marsiglia.
Poi ci sono i finti piatti francesi. Vogliamo parlare del vitel tonnè? Detto così sembra gallico, ma non lo è. Intanto, vitello in francese si dice veau e la parola tonnè è inutile cercarla sul Larousse perché non esiste. L’Accademia italiana della cucina, a tale proposito, considera il vitello tonnato un grande classico della tradizione culinaria piemontese, frutto di un’antica ricetta Saluzzese della metà dell’Ottocento. Sottolinea l’Accademia che «si serviva a Saluzzo un arrosto tonnato, delizioso, che alla fine pretendeva un sugo d’arrosto denso; la carne è arricchita con tonno, pochi capperi, una acciuga e il tuorlo crudo di un uovo, si batteva questa salsa e la si stendeva tiepida sulle morbide fette d’arrosto». L’Accademia ha codificato la versione storica raccomandando: è assolutamente vietato usare la maionese.
Anche i marron glacées hanno un nome fuorviante. Non sono francesi. I marroni canditi si mangiavano già in tempi antichi. Ne parla Virgilio nelle Bucoliche. Erano castagne cotte nell’acqua e ricoperte di miele. Ma i marron glacée come li intendiamo adesso nacquero alla metà del Cinquecento nelle cucine del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il dolce è italianissimo. Il nome francese si spiega con il fatto che, alla corte sabauda, la lingua ufficiale era il francese. Va da sé che i francesi sostengono che i marron glacée sono una loro invenzione della fine del Seicento. Luigi XIV, il Re Sole, ne era ghiotto ma onestamente ammetteva che i migliori erano quelli dei pasticceri torinesi grazie alla qualità delle castagne piemontesi e allo zucchero di canna che arrivava da Venezia.
È molto interessante la storia del pain perdu, un dolce povero che nasce dal recupero del pane duro, vecchio, cioè perduto. Un panettiere francese, Pascale Suivre, che ha aperto nel veronese alcune boulangeries nelle quali sforna baguette, croissant, pain au chocolat, quiche, lo spiega così: «Era la merenda che la mamma mi preparava imbevendo di uova o latte il pain perdu che poi cuoceva in padella fino alla doratura». Ancora oggi le mamme francesi lo preparano e non c’è dubbio che sia un dolce tradizionale transalpino. Tanto è vero che, nei Paesi anglosassoni, lo chiamano french toast e, arricchito con zucchero, vaniglia, miele, frutta, sciroppo d’acero o altri mielosi ingredienti, è diffuso in tutto il mondo. Cosa c’entra l’Italia? Beh, se vogliamo ricostruire l’origine storica del pain perdu, troviamo le prime fonti a Roma, nel De re coquinaria di Apicio che suggeriva di immergere il pane raffermo nel latte, friggerlo e servirlo col miele. Una traccia moderna ci porta al pani indorau o su pai n’dorau (pane dorato) in Sardegna. Il pani indorau è un piatto tipico della tradizione culinaria sarda, soprattutto di quella dell’Ogliastra e del Campidano. La ricetta appartiene alla civiltà contadina dell’isola, nata per riciclare il pane raffermo, duro. Si prepara con fette di pane, meglio se si usa il civraxiu, una pagnotta tipica di Sanluri, immerse nel latte e successivamente nell’uovo sbattuto. Quando le fette hanno assorbito l’uno e l’altro, si mettono a friggere assumendo il caratteristico colore indorau.
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Antonio Riva
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
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Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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