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2022-09-03
Biden accusa di estremismo la destra mentre i dem attaccano le istituzioni
Joe Biden (Ansa)
Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden è la faccia tosta. L’altro ieri, durante un discorso in Pennsylvania, il presidente americano è andato all’attacco del predecessore e dei repubblicani. «Donald Trump e i repubblicani trumpisti rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra Repubblica», ha detto. «Non tutti i repubblicani abbracciano la loro ideologia estremista. Lo so, perché sono stato in grado di lavorare con questi repubblicani mainstream. Ma non c’è dubbio che il Partito repubblicano oggi sia dominato, guidato e intimidito da Donald Trump e dai repubblicani trumpisti. E questa è una minaccia per il Paese», ha proseguito. «I repubblicani trumpisti non rispettano la Costituzione. Non credono nello stato di diritto. Non riconoscono la volontà del popolo. Si rifiutano di accettare i risultati di elezioni libere», ha aggiunto.
Ora, va bene che in America c’è la campagna elettorale per le midterm di novembre. Tuttavia le parole pronunciate da Biden suonano un tantino paradossali. E questo non solo perché il presidente sembrava quasi ricalcare la vulgata del «pericolo fascismo», tanto cara a un leader politico privo di fantasia e strategia come Enrico Letta, segretario del Partito democratico nostrano. Non solo perché, in campagna elettorale, proprio Biden aveva promesso spirito di unità per risanare le divisioni che dilaniano gli Stati Uniti. No, il paradosso di quelle parole emerge anche da altro.
Il presidente e i dem oggi invocano il rispetto delle istituzioni. Il che è ben strano, visto che, da mesi, sono proprio loro che stanno sistematicamente delegittimando la Corte suprema, in conseguenza della sua recente sentenza sull’aborto. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha definito la Corte «radicale», mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha parlato di sentenza «illegittima», invocando assurdamente l’impeachment di due giudici nominati da Trump. Non solo: per mesi, frotte di manifestanti abortisti hanno protestato davanti alle abitazioni private dei supremi togati di nomina repubblicana, mentre le condanne della Casa Bianca si sono rivelate piuttosto flebili. Una retorica, quella dem, che ha creato un clima infame: chiese e centri per le nascite sono stati vandalizzati, mentre a giugno un progressista ha tentato di uccidere il giudice Brett Kavanaugh. Biden dovrebbe inoltre ricordare che, sempre a giugno, una folla di manifestanti liberal pro choice ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il Senato dell’Arizona. Ci permettiamo di chiedere: è rispetto delle istituzioni questo? Biden oggi dice che i repubblicani non accettano i risultati delle elezioni libere. Evidentemente l’attuale presidente non rammenta che i democratici hanno delegittimato per quattro anni la vittoria di Trump del 2016, alimentando la tesi della collusione tra lo stesso Trump e il Cremlino: collusione che il procuratore speciale Robert Mueller non è stato alla fine in grado di dimostrare, dopo un’indagine durata due anni e costata oltre 30 milioni di dollari.
Ma l’ipocrisia dell’Asinello sul rispetto delle istituzioni emerge anche su altri fronti: a partire dal filibuster (strumento del Senato che permette all’opposizione di richiedere che l’approvazione dei disegni di legge avvenga a maggioranza qualificata, anziché semplice). Ebbene: dopo avervi fatto ricorso per 328 volte negli ultimi due anni della presidenza Trump (quando erano in minoranza), i senatori dem (diventati dall’anno scorso maggioranza) si sono improvvisamente convinti che il filibuster sia uno strumento razzista e che vada abolito, con buona pace delle garanzie a tutela dell’opposizione. E vi ricordate quando, nel 2021, i dem hanno proposto un disegno di legge per rendere Washington Dc il cinquantunesimo Stato americano? Un’idea istituzionalmente assurda, ma che punta a garantire all’Asinello un paio di parlamentari in più al Senato (nella Capitale vota infatti democratico più dell’80% della popolazione). E vogliamo parlare della famosa commissione parlamentare d’inchiesta sull’irruzione in Campidoglio? Una commissione costituita da nove membri (sette dem e due repubblicani) tutti nominati dalla stessa persona: Nancy Pelosi. Tutto questo, senza dimenticare l’assai controversa e traballante base giuridica dei due impeachment contro Trump. Il primo è avvenuto in assenza di un reato descritto nel codice penale, il secondo si è celebrato quando il diretto interessato aveva già terminato il suo mandato alla Casa Bianca: una circostanza incostituzionale, visto che l’impeachment - procedura che attiene al potere legislativo, non a quello giudiziario - è finalizzato alla destituzione del presidente in carica.
È d’altronde comprensibile che Biden ami tanto i cosiddetti «repubblicani mainstream»: repubblicani, cioè, tendenti alla sconfitta elettorale quasi sistematica (dei dieci deputati repubblicani che votarono a favore del secondo impeachment a Trump, se ne sono salvati solo due alle ultime primarie). Questo poi ovviamente non vuol dire che l’ex presidente (che ha replicato al discorso di Biden dandogli del «pazzo») sia esente da aspetti significativamente controversi. Tuttavia ascoltare lezioni di rispetto istituzionale dai dem è francamente balzano. E comunque dovrebbero essere cauti. È vero: gli ultimi sondaggi iniziano a vedere i repubblicani in oggettiva difficoltà per novembre. Dall’altra parte però la strategia lettiana del «pericolo fascismo» potrebbe rivelarsi controproducente, come dimostrato dalla sconfitta dei dem alle elezioni governatoriali in Virginia lo scorso novembre. Il nodo d’altronde resta sempre lo stesso. L’Asinello è spaccato al suo interno in correnti contrapposte e l’unico elemento coesivo rimastogli è la demonizzazione degli avversari secondo la logica della «santa alleanza». I dem americani somigliano sempre più a quelli nostrani: fossimo in Biden, cominceremmo a preoccuparci seriamente.
L’Elefantino prova a punire Davos
Alcuni settori conservatori americani hanno dichiarato guerra al Forum di Davos. Secondo quanto riporta il sito ufficiale del Congresso degli Stati Uniti, lo scorso 26 agosto, i deputati repubblicani Scott Perry, Tom Tiffany e Lauren Boebert hanno introdotto alla Camera dei rappresentanti un disegno di legge che punta a tagliare i finanziamenti americani alla famosa kermesse svizzera. Non a caso, la norma si intitola significativamente «Defund Davos Act». «Nessun fondo disponibile al Dipartimento di Stato, all’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti o a qualsiasi altro dipartimento o agenzia può essere utilizzato per fornire finanziamenti al World economic forum»: questo è lo stringato testo del disegno di legge.
Fondato nel 1971 dall’ingegnere tedesco Klaus Schwab, il Forum - secondo il suo stesso sito Web - «coinvolge i principali leader politici, economici, culturali e di altro tipo della società per dare forma alle agende globali, regionali e di settore». «Il Forum si impegna in tutti i suoi sforzi per dimostrare l’imprenditorialità nell’interesse pubblico globale, mantenendo i più alti standard di governance. L’integrità morale e intellettuale è al centro di tutto ciò che fa», si legge ancora. Questa realtà è tuttavia diventata nel tempo sempre più invisa a vari ambienti del conservatorismo statunitense, che la considerano più o meno come un consesso smaccatamente orientato in senso liberal progressista: un consesso che, secondo i critici, mira a impostare una sbagliata idea della globalizzazione, poco attenta agli impatti socioeconomici negativi sulle classi meno abbienti.
Tra i vari leader presenti quest’anno alla kermesse, tenutasi lo scorso maggio, figurava anche l’inviato speciale statunitense per il clima, John Kerry, che ha dialogato sul palco con l’omologo cinese, Xie Zhenhua. I due avevano firmato un’intesa in materia di ambientalismo al summit di Glasgow sul clima nel novembre del 2021: un’intesa tuttavia molto fumosa. Non è del resto un caso che in patria Kerry sia finito spesso nel mirino delle critiche dei repubblicani. Questi ultimi lo hanno infatti accusato di cercare una distensione con Pechino in nome della cooperazione climatica, mettendo in secondo piano le tensioni in corso su diritti umani, commercio e problematiche geopolitiche. Senza poi trascurare che sulla sincerità degli impegni ambientali di Pechino circolano molti dubbi. D’altronde, va anche rilevato che a Davos è stato dato, nel recente passato, non poco spazio a prospettive di ambientalismo piuttosto politicizzato: basti pensare a quando fu invitata, nel 2020, l’attivista svedese Greta Thunberg.
Questo poi non vuol dire che tutto il Partito repubblicano sia contrario alla kermesse. Secondo il sito dell’ambasciata statunitense in Svizzera, a maggio ha infatti preso parte all’evento una delegazione bipartisan di parlamentari americani. Resta tuttavia il fatto che alcune idee solitamente piuttosto popolari in questa convention non siano granché gradite all’Elefantino. Appena pochi giorni fa, l’influente commentatore televisivo conservatore Tucker Carlson ha criticato quella che ha definito «la gente di Davos» proprio per le sue idee in tema di ambientalismo.
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Per il presidente Usa «i trumpisti calpestano la Costituzione e non rispettano le elezioni». Peccato che i suoi delegittimino la Corte suprema. Scatenando la violenza degli abortisti, che minacciano di morte i giudici.Presentato un disegno di legge repubblicano per levare i finanziamenti al Forum di Davos, culla del pensiero liberal e ambientalista: «Basta fondi da qualsiasi dipartimento di Stato».Lo speciale contiene due articoli.Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden è la faccia tosta. L’altro ieri, durante un discorso in Pennsylvania, il presidente americano è andato all’attacco del predecessore e dei repubblicani. «Donald Trump e i repubblicani trumpisti rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra Repubblica», ha detto. «Non tutti i repubblicani abbracciano la loro ideologia estremista. Lo so, perché sono stato in grado di lavorare con questi repubblicani mainstream. Ma non c’è dubbio che il Partito repubblicano oggi sia dominato, guidato e intimidito da Donald Trump e dai repubblicani trumpisti. E questa è una minaccia per il Paese», ha proseguito. «I repubblicani trumpisti non rispettano la Costituzione. Non credono nello stato di diritto. Non riconoscono la volontà del popolo. Si rifiutano di accettare i risultati di elezioni libere», ha aggiunto. Ora, va bene che in America c’è la campagna elettorale per le midterm di novembre. Tuttavia le parole pronunciate da Biden suonano un tantino paradossali. E questo non solo perché il presidente sembrava quasi ricalcare la vulgata del «pericolo fascismo», tanto cara a un leader politico privo di fantasia e strategia come Enrico Letta, segretario del Partito democratico nostrano. Non solo perché, in campagna elettorale, proprio Biden aveva promesso spirito di unità per risanare le divisioni che dilaniano gli Stati Uniti. No, il paradosso di quelle parole emerge anche da altro. Il presidente e i dem oggi invocano il rispetto delle istituzioni. Il che è ben strano, visto che, da mesi, sono proprio loro che stanno sistematicamente delegittimando la Corte suprema, in conseguenza della sua recente sentenza sull’aborto. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha definito la Corte «radicale», mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha parlato di sentenza «illegittima», invocando assurdamente l’impeachment di due giudici nominati da Trump. Non solo: per mesi, frotte di manifestanti abortisti hanno protestato davanti alle abitazioni private dei supremi togati di nomina repubblicana, mentre le condanne della Casa Bianca si sono rivelate piuttosto flebili. Una retorica, quella dem, che ha creato un clima infame: chiese e centri per le nascite sono stati vandalizzati, mentre a giugno un progressista ha tentato di uccidere il giudice Brett Kavanaugh. Biden dovrebbe inoltre ricordare che, sempre a giugno, una folla di manifestanti liberal pro choice ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il Senato dell’Arizona. Ci permettiamo di chiedere: è rispetto delle istituzioni questo? Biden oggi dice che i repubblicani non accettano i risultati delle elezioni libere. Evidentemente l’attuale presidente non rammenta che i democratici hanno delegittimato per quattro anni la vittoria di Trump del 2016, alimentando la tesi della collusione tra lo stesso Trump e il Cremlino: collusione che il procuratore speciale Robert Mueller non è stato alla fine in grado di dimostrare, dopo un’indagine durata due anni e costata oltre 30 milioni di dollari. Ma l’ipocrisia dell’Asinello sul rispetto delle istituzioni emerge anche su altri fronti: a partire dal filibuster (strumento del Senato che permette all’opposizione di richiedere che l’approvazione dei disegni di legge avvenga a maggioranza qualificata, anziché semplice). Ebbene: dopo avervi fatto ricorso per 328 volte negli ultimi due anni della presidenza Trump (quando erano in minoranza), i senatori dem (diventati dall’anno scorso maggioranza) si sono improvvisamente convinti che il filibuster sia uno strumento razzista e che vada abolito, con buona pace delle garanzie a tutela dell’opposizione. E vi ricordate quando, nel 2021, i dem hanno proposto un disegno di legge per rendere Washington Dc il cinquantunesimo Stato americano? Un’idea istituzionalmente assurda, ma che punta a garantire all’Asinello un paio di parlamentari in più al Senato (nella Capitale vota infatti democratico più dell’80% della popolazione). E vogliamo parlare della famosa commissione parlamentare d’inchiesta sull’irruzione in Campidoglio? Una commissione costituita da nove membri (sette dem e due repubblicani) tutti nominati dalla stessa persona: Nancy Pelosi. Tutto questo, senza dimenticare l’assai controversa e traballante base giuridica dei due impeachment contro Trump. Il primo è avvenuto in assenza di un reato descritto nel codice penale, il secondo si è celebrato quando il diretto interessato aveva già terminato il suo mandato alla Casa Bianca: una circostanza incostituzionale, visto che l’impeachment - procedura che attiene al potere legislativo, non a quello giudiziario - è finalizzato alla destituzione del presidente in carica. È d’altronde comprensibile che Biden ami tanto i cosiddetti «repubblicani mainstream»: repubblicani, cioè, tendenti alla sconfitta elettorale quasi sistematica (dei dieci deputati repubblicani che votarono a favore del secondo impeachment a Trump, se ne sono salvati solo due alle ultime primarie). Questo poi ovviamente non vuol dire che l’ex presidente (che ha replicato al discorso di Biden dandogli del «pazzo») sia esente da aspetti significativamente controversi. Tuttavia ascoltare lezioni di rispetto istituzionale dai dem è francamente balzano. E comunque dovrebbero essere cauti. È vero: gli ultimi sondaggi iniziano a vedere i repubblicani in oggettiva difficoltà per novembre. Dall’altra parte però la strategia lettiana del «pericolo fascismo» potrebbe rivelarsi controproducente, come dimostrato dalla sconfitta dei dem alle elezioni governatoriali in Virginia lo scorso novembre. Il nodo d’altronde resta sempre lo stesso. L’Asinello è spaccato al suo interno in correnti contrapposte e l’unico elemento coesivo rimastogli è la demonizzazione degli avversari secondo la logica della «santa alleanza». I dem americani somigliano sempre più a quelli nostrani: fossimo in Biden, cominceremmo a preoccuparci seriamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-destra-usa-2658142060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lelefantino-prova-a-punire-davos" data-post-id="2658142060" data-published-at="1662195502" data-use-pagination="False"> L’Elefantino prova a punire Davos Alcuni settori conservatori americani hanno dichiarato guerra al Forum di Davos. Secondo quanto riporta il sito ufficiale del Congresso degli Stati Uniti, lo scorso 26 agosto, i deputati repubblicani Scott Perry, Tom Tiffany e Lauren Boebert hanno introdotto alla Camera dei rappresentanti un disegno di legge che punta a tagliare i finanziamenti americani alla famosa kermesse svizzera. Non a caso, la norma si intitola significativamente «Defund Davos Act». «Nessun fondo disponibile al Dipartimento di Stato, all’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti o a qualsiasi altro dipartimento o agenzia può essere utilizzato per fornire finanziamenti al World economic forum»: questo è lo stringato testo del disegno di legge. Fondato nel 1971 dall’ingegnere tedesco Klaus Schwab, il Forum - secondo il suo stesso sito Web - «coinvolge i principali leader politici, economici, culturali e di altro tipo della società per dare forma alle agende globali, regionali e di settore». «Il Forum si impegna in tutti i suoi sforzi per dimostrare l’imprenditorialità nell’interesse pubblico globale, mantenendo i più alti standard di governance. L’integrità morale e intellettuale è al centro di tutto ciò che fa», si legge ancora. Questa realtà è tuttavia diventata nel tempo sempre più invisa a vari ambienti del conservatorismo statunitense, che la considerano più o meno come un consesso smaccatamente orientato in senso liberal progressista: un consesso che, secondo i critici, mira a impostare una sbagliata idea della globalizzazione, poco attenta agli impatti socioeconomici negativi sulle classi meno abbienti. Tra i vari leader presenti quest’anno alla kermesse, tenutasi lo scorso maggio, figurava anche l’inviato speciale statunitense per il clima, John Kerry, che ha dialogato sul palco con l’omologo cinese, Xie Zhenhua. I due avevano firmato un’intesa in materia di ambientalismo al summit di Glasgow sul clima nel novembre del 2021: un’intesa tuttavia molto fumosa. Non è del resto un caso che in patria Kerry sia finito spesso nel mirino delle critiche dei repubblicani. Questi ultimi lo hanno infatti accusato di cercare una distensione con Pechino in nome della cooperazione climatica, mettendo in secondo piano le tensioni in corso su diritti umani, commercio e problematiche geopolitiche. Senza poi trascurare che sulla sincerità degli impegni ambientali di Pechino circolano molti dubbi. D’altronde, va anche rilevato che a Davos è stato dato, nel recente passato, non poco spazio a prospettive di ambientalismo piuttosto politicizzato: basti pensare a quando fu invitata, nel 2020, l’attivista svedese Greta Thunberg. Questo poi non vuol dire che tutto il Partito repubblicano sia contrario alla kermesse. Secondo il sito dell’ambasciata statunitense in Svizzera, a maggio ha infatti preso parte all’evento una delegazione bipartisan di parlamentari americani. Resta tuttavia il fatto che alcune idee solitamente piuttosto popolari in questa convention non siano granché gradite all’Elefantino. Appena pochi giorni fa, l’influente commentatore televisivo conservatore Tucker Carlson ha criticato quella che ha definito «la gente di Davos» proprio per le sue idee in tema di ambientalismo.
Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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