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2022-09-03
Biden accusa di estremismo la destra mentre i dem attaccano le istituzioni
Joe Biden (Ansa)
Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden è la faccia tosta. L’altro ieri, durante un discorso in Pennsylvania, il presidente americano è andato all’attacco del predecessore e dei repubblicani. «Donald Trump e i repubblicani trumpisti rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra Repubblica», ha detto. «Non tutti i repubblicani abbracciano la loro ideologia estremista. Lo so, perché sono stato in grado di lavorare con questi repubblicani mainstream. Ma non c’è dubbio che il Partito repubblicano oggi sia dominato, guidato e intimidito da Donald Trump e dai repubblicani trumpisti. E questa è una minaccia per il Paese», ha proseguito. «I repubblicani trumpisti non rispettano la Costituzione. Non credono nello stato di diritto. Non riconoscono la volontà del popolo. Si rifiutano di accettare i risultati di elezioni libere», ha aggiunto.
Ora, va bene che in America c’è la campagna elettorale per le midterm di novembre. Tuttavia le parole pronunciate da Biden suonano un tantino paradossali. E questo non solo perché il presidente sembrava quasi ricalcare la vulgata del «pericolo fascismo», tanto cara a un leader politico privo di fantasia e strategia come Enrico Letta, segretario del Partito democratico nostrano. Non solo perché, in campagna elettorale, proprio Biden aveva promesso spirito di unità per risanare le divisioni che dilaniano gli Stati Uniti. No, il paradosso di quelle parole emerge anche da altro.
Il presidente e i dem oggi invocano il rispetto delle istituzioni. Il che è ben strano, visto che, da mesi, sono proprio loro che stanno sistematicamente delegittimando la Corte suprema, in conseguenza della sua recente sentenza sull’aborto. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha definito la Corte «radicale», mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha parlato di sentenza «illegittima», invocando assurdamente l’impeachment di due giudici nominati da Trump. Non solo: per mesi, frotte di manifestanti abortisti hanno protestato davanti alle abitazioni private dei supremi togati di nomina repubblicana, mentre le condanne della Casa Bianca si sono rivelate piuttosto flebili. Una retorica, quella dem, che ha creato un clima infame: chiese e centri per le nascite sono stati vandalizzati, mentre a giugno un progressista ha tentato di uccidere il giudice Brett Kavanaugh. Biden dovrebbe inoltre ricordare che, sempre a giugno, una folla di manifestanti liberal pro choice ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il Senato dell’Arizona. Ci permettiamo di chiedere: è rispetto delle istituzioni questo? Biden oggi dice che i repubblicani non accettano i risultati delle elezioni libere. Evidentemente l’attuale presidente non rammenta che i democratici hanno delegittimato per quattro anni la vittoria di Trump del 2016, alimentando la tesi della collusione tra lo stesso Trump e il Cremlino: collusione che il procuratore speciale Robert Mueller non è stato alla fine in grado di dimostrare, dopo un’indagine durata due anni e costata oltre 30 milioni di dollari.
Ma l’ipocrisia dell’Asinello sul rispetto delle istituzioni emerge anche su altri fronti: a partire dal filibuster (strumento del Senato che permette all’opposizione di richiedere che l’approvazione dei disegni di legge avvenga a maggioranza qualificata, anziché semplice). Ebbene: dopo avervi fatto ricorso per 328 volte negli ultimi due anni della presidenza Trump (quando erano in minoranza), i senatori dem (diventati dall’anno scorso maggioranza) si sono improvvisamente convinti che il filibuster sia uno strumento razzista e che vada abolito, con buona pace delle garanzie a tutela dell’opposizione. E vi ricordate quando, nel 2021, i dem hanno proposto un disegno di legge per rendere Washington Dc il cinquantunesimo Stato americano? Un’idea istituzionalmente assurda, ma che punta a garantire all’Asinello un paio di parlamentari in più al Senato (nella Capitale vota infatti democratico più dell’80% della popolazione). E vogliamo parlare della famosa commissione parlamentare d’inchiesta sull’irruzione in Campidoglio? Una commissione costituita da nove membri (sette dem e due repubblicani) tutti nominati dalla stessa persona: Nancy Pelosi. Tutto questo, senza dimenticare l’assai controversa e traballante base giuridica dei due impeachment contro Trump. Il primo è avvenuto in assenza di un reato descritto nel codice penale, il secondo si è celebrato quando il diretto interessato aveva già terminato il suo mandato alla Casa Bianca: una circostanza incostituzionale, visto che l’impeachment - procedura che attiene al potere legislativo, non a quello giudiziario - è finalizzato alla destituzione del presidente in carica.
È d’altronde comprensibile che Biden ami tanto i cosiddetti «repubblicani mainstream»: repubblicani, cioè, tendenti alla sconfitta elettorale quasi sistematica (dei dieci deputati repubblicani che votarono a favore del secondo impeachment a Trump, se ne sono salvati solo due alle ultime primarie). Questo poi ovviamente non vuol dire che l’ex presidente (che ha replicato al discorso di Biden dandogli del «pazzo») sia esente da aspetti significativamente controversi. Tuttavia ascoltare lezioni di rispetto istituzionale dai dem è francamente balzano. E comunque dovrebbero essere cauti. È vero: gli ultimi sondaggi iniziano a vedere i repubblicani in oggettiva difficoltà per novembre. Dall’altra parte però la strategia lettiana del «pericolo fascismo» potrebbe rivelarsi controproducente, come dimostrato dalla sconfitta dei dem alle elezioni governatoriali in Virginia lo scorso novembre. Il nodo d’altronde resta sempre lo stesso. L’Asinello è spaccato al suo interno in correnti contrapposte e l’unico elemento coesivo rimastogli è la demonizzazione degli avversari secondo la logica della «santa alleanza». I dem americani somigliano sempre più a quelli nostrani: fossimo in Biden, cominceremmo a preoccuparci seriamente.
L’Elefantino prova a punire Davos
Alcuni settori conservatori americani hanno dichiarato guerra al Forum di Davos. Secondo quanto riporta il sito ufficiale del Congresso degli Stati Uniti, lo scorso 26 agosto, i deputati repubblicani Scott Perry, Tom Tiffany e Lauren Boebert hanno introdotto alla Camera dei rappresentanti un disegno di legge che punta a tagliare i finanziamenti americani alla famosa kermesse svizzera. Non a caso, la norma si intitola significativamente «Defund Davos Act». «Nessun fondo disponibile al Dipartimento di Stato, all’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti o a qualsiasi altro dipartimento o agenzia può essere utilizzato per fornire finanziamenti al World economic forum»: questo è lo stringato testo del disegno di legge.
Fondato nel 1971 dall’ingegnere tedesco Klaus Schwab, il Forum - secondo il suo stesso sito Web - «coinvolge i principali leader politici, economici, culturali e di altro tipo della società per dare forma alle agende globali, regionali e di settore». «Il Forum si impegna in tutti i suoi sforzi per dimostrare l’imprenditorialità nell’interesse pubblico globale, mantenendo i più alti standard di governance. L’integrità morale e intellettuale è al centro di tutto ciò che fa», si legge ancora. Questa realtà è tuttavia diventata nel tempo sempre più invisa a vari ambienti del conservatorismo statunitense, che la considerano più o meno come un consesso smaccatamente orientato in senso liberal progressista: un consesso che, secondo i critici, mira a impostare una sbagliata idea della globalizzazione, poco attenta agli impatti socioeconomici negativi sulle classi meno abbienti.
Tra i vari leader presenti quest’anno alla kermesse, tenutasi lo scorso maggio, figurava anche l’inviato speciale statunitense per il clima, John Kerry, che ha dialogato sul palco con l’omologo cinese, Xie Zhenhua. I due avevano firmato un’intesa in materia di ambientalismo al summit di Glasgow sul clima nel novembre del 2021: un’intesa tuttavia molto fumosa. Non è del resto un caso che in patria Kerry sia finito spesso nel mirino delle critiche dei repubblicani. Questi ultimi lo hanno infatti accusato di cercare una distensione con Pechino in nome della cooperazione climatica, mettendo in secondo piano le tensioni in corso su diritti umani, commercio e problematiche geopolitiche. Senza poi trascurare che sulla sincerità degli impegni ambientali di Pechino circolano molti dubbi. D’altronde, va anche rilevato che a Davos è stato dato, nel recente passato, non poco spazio a prospettive di ambientalismo piuttosto politicizzato: basti pensare a quando fu invitata, nel 2020, l’attivista svedese Greta Thunberg.
Questo poi non vuol dire che tutto il Partito repubblicano sia contrario alla kermesse. Secondo il sito dell’ambasciata statunitense in Svizzera, a maggio ha infatti preso parte all’evento una delegazione bipartisan di parlamentari americani. Resta tuttavia il fatto che alcune idee solitamente piuttosto popolari in questa convention non siano granché gradite all’Elefantino. Appena pochi giorni fa, l’influente commentatore televisivo conservatore Tucker Carlson ha criticato quella che ha definito «la gente di Davos» proprio per le sue idee in tema di ambientalismo.
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Per il presidente Usa «i trumpisti calpestano la Costituzione e non rispettano le elezioni». Peccato che i suoi delegittimino la Corte suprema. Scatenando la violenza degli abortisti, che minacciano di morte i giudici.Presentato un disegno di legge repubblicano per levare i finanziamenti al Forum di Davos, culla del pensiero liberal e ambientalista: «Basta fondi da qualsiasi dipartimento di Stato».Lo speciale contiene due articoli.Se c’è una cosa che non manca a Joe Biden è la faccia tosta. L’altro ieri, durante un discorso in Pennsylvania, il presidente americano è andato all’attacco del predecessore e dei repubblicani. «Donald Trump e i repubblicani trumpisti rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra Repubblica», ha detto. «Non tutti i repubblicani abbracciano la loro ideologia estremista. Lo so, perché sono stato in grado di lavorare con questi repubblicani mainstream. Ma non c’è dubbio che il Partito repubblicano oggi sia dominato, guidato e intimidito da Donald Trump e dai repubblicani trumpisti. E questa è una minaccia per il Paese», ha proseguito. «I repubblicani trumpisti non rispettano la Costituzione. Non credono nello stato di diritto. Non riconoscono la volontà del popolo. Si rifiutano di accettare i risultati di elezioni libere», ha aggiunto. Ora, va bene che in America c’è la campagna elettorale per le midterm di novembre. Tuttavia le parole pronunciate da Biden suonano un tantino paradossali. E questo non solo perché il presidente sembrava quasi ricalcare la vulgata del «pericolo fascismo», tanto cara a un leader politico privo di fantasia e strategia come Enrico Letta, segretario del Partito democratico nostrano. Non solo perché, in campagna elettorale, proprio Biden aveva promesso spirito di unità per risanare le divisioni che dilaniano gli Stati Uniti. No, il paradosso di quelle parole emerge anche da altro. Il presidente e i dem oggi invocano il rispetto delle istituzioni. Il che è ben strano, visto che, da mesi, sono proprio loro che stanno sistematicamente delegittimando la Corte suprema, in conseguenza della sua recente sentenza sull’aborto. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha definito la Corte «radicale», mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha parlato di sentenza «illegittima», invocando assurdamente l’impeachment di due giudici nominati da Trump. Non solo: per mesi, frotte di manifestanti abortisti hanno protestato davanti alle abitazioni private dei supremi togati di nomina repubblicana, mentre le condanne della Casa Bianca si sono rivelate piuttosto flebili. Una retorica, quella dem, che ha creato un clima infame: chiese e centri per le nascite sono stati vandalizzati, mentre a giugno un progressista ha tentato di uccidere il giudice Brett Kavanaugh. Biden dovrebbe inoltre ricordare che, sempre a giugno, una folla di manifestanti liberal pro choice ha cercato di fare irruzione nell’edificio che ospita il Senato dell’Arizona. Ci permettiamo di chiedere: è rispetto delle istituzioni questo? Biden oggi dice che i repubblicani non accettano i risultati delle elezioni libere. Evidentemente l’attuale presidente non rammenta che i democratici hanno delegittimato per quattro anni la vittoria di Trump del 2016, alimentando la tesi della collusione tra lo stesso Trump e il Cremlino: collusione che il procuratore speciale Robert Mueller non è stato alla fine in grado di dimostrare, dopo un’indagine durata due anni e costata oltre 30 milioni di dollari. Ma l’ipocrisia dell’Asinello sul rispetto delle istituzioni emerge anche su altri fronti: a partire dal filibuster (strumento del Senato che permette all’opposizione di richiedere che l’approvazione dei disegni di legge avvenga a maggioranza qualificata, anziché semplice). Ebbene: dopo avervi fatto ricorso per 328 volte negli ultimi due anni della presidenza Trump (quando erano in minoranza), i senatori dem (diventati dall’anno scorso maggioranza) si sono improvvisamente convinti che il filibuster sia uno strumento razzista e che vada abolito, con buona pace delle garanzie a tutela dell’opposizione. E vi ricordate quando, nel 2021, i dem hanno proposto un disegno di legge per rendere Washington Dc il cinquantunesimo Stato americano? Un’idea istituzionalmente assurda, ma che punta a garantire all’Asinello un paio di parlamentari in più al Senato (nella Capitale vota infatti democratico più dell’80% della popolazione). E vogliamo parlare della famosa commissione parlamentare d’inchiesta sull’irruzione in Campidoglio? Una commissione costituita da nove membri (sette dem e due repubblicani) tutti nominati dalla stessa persona: Nancy Pelosi. Tutto questo, senza dimenticare l’assai controversa e traballante base giuridica dei due impeachment contro Trump. Il primo è avvenuto in assenza di un reato descritto nel codice penale, il secondo si è celebrato quando il diretto interessato aveva già terminato il suo mandato alla Casa Bianca: una circostanza incostituzionale, visto che l’impeachment - procedura che attiene al potere legislativo, non a quello giudiziario - è finalizzato alla destituzione del presidente in carica. È d’altronde comprensibile che Biden ami tanto i cosiddetti «repubblicani mainstream»: repubblicani, cioè, tendenti alla sconfitta elettorale quasi sistematica (dei dieci deputati repubblicani che votarono a favore del secondo impeachment a Trump, se ne sono salvati solo due alle ultime primarie). Questo poi ovviamente non vuol dire che l’ex presidente (che ha replicato al discorso di Biden dandogli del «pazzo») sia esente da aspetti significativamente controversi. Tuttavia ascoltare lezioni di rispetto istituzionale dai dem è francamente balzano. E comunque dovrebbero essere cauti. È vero: gli ultimi sondaggi iniziano a vedere i repubblicani in oggettiva difficoltà per novembre. Dall’altra parte però la strategia lettiana del «pericolo fascismo» potrebbe rivelarsi controproducente, come dimostrato dalla sconfitta dei dem alle elezioni governatoriali in Virginia lo scorso novembre. Il nodo d’altronde resta sempre lo stesso. L’Asinello è spaccato al suo interno in correnti contrapposte e l’unico elemento coesivo rimastogli è la demonizzazione degli avversari secondo la logica della «santa alleanza». I dem americani somigliano sempre più a quelli nostrani: fossimo in Biden, cominceremmo a preoccuparci seriamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-destra-usa-2658142060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lelefantino-prova-a-punire-davos" data-post-id="2658142060" data-published-at="1662195502" data-use-pagination="False"> L’Elefantino prova a punire Davos Alcuni settori conservatori americani hanno dichiarato guerra al Forum di Davos. Secondo quanto riporta il sito ufficiale del Congresso degli Stati Uniti, lo scorso 26 agosto, i deputati repubblicani Scott Perry, Tom Tiffany e Lauren Boebert hanno introdotto alla Camera dei rappresentanti un disegno di legge che punta a tagliare i finanziamenti americani alla famosa kermesse svizzera. Non a caso, la norma si intitola significativamente «Defund Davos Act». «Nessun fondo disponibile al Dipartimento di Stato, all’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti o a qualsiasi altro dipartimento o agenzia può essere utilizzato per fornire finanziamenti al World economic forum»: questo è lo stringato testo del disegno di legge. Fondato nel 1971 dall’ingegnere tedesco Klaus Schwab, il Forum - secondo il suo stesso sito Web - «coinvolge i principali leader politici, economici, culturali e di altro tipo della società per dare forma alle agende globali, regionali e di settore». «Il Forum si impegna in tutti i suoi sforzi per dimostrare l’imprenditorialità nell’interesse pubblico globale, mantenendo i più alti standard di governance. L’integrità morale e intellettuale è al centro di tutto ciò che fa», si legge ancora. Questa realtà è tuttavia diventata nel tempo sempre più invisa a vari ambienti del conservatorismo statunitense, che la considerano più o meno come un consesso smaccatamente orientato in senso liberal progressista: un consesso che, secondo i critici, mira a impostare una sbagliata idea della globalizzazione, poco attenta agli impatti socioeconomici negativi sulle classi meno abbienti. Tra i vari leader presenti quest’anno alla kermesse, tenutasi lo scorso maggio, figurava anche l’inviato speciale statunitense per il clima, John Kerry, che ha dialogato sul palco con l’omologo cinese, Xie Zhenhua. I due avevano firmato un’intesa in materia di ambientalismo al summit di Glasgow sul clima nel novembre del 2021: un’intesa tuttavia molto fumosa. Non è del resto un caso che in patria Kerry sia finito spesso nel mirino delle critiche dei repubblicani. Questi ultimi lo hanno infatti accusato di cercare una distensione con Pechino in nome della cooperazione climatica, mettendo in secondo piano le tensioni in corso su diritti umani, commercio e problematiche geopolitiche. Senza poi trascurare che sulla sincerità degli impegni ambientali di Pechino circolano molti dubbi. D’altronde, va anche rilevato che a Davos è stato dato, nel recente passato, non poco spazio a prospettive di ambientalismo piuttosto politicizzato: basti pensare a quando fu invitata, nel 2020, l’attivista svedese Greta Thunberg. Questo poi non vuol dire che tutto il Partito repubblicano sia contrario alla kermesse. Secondo il sito dell’ambasciata statunitense in Svizzera, a maggio ha infatti preso parte all’evento una delegazione bipartisan di parlamentari americani. Resta tuttavia il fatto che alcune idee solitamente piuttosto popolari in questa convention non siano granché gradite all’Elefantino. Appena pochi giorni fa, l’influente commentatore televisivo conservatore Tucker Carlson ha criticato quella che ha definito «la gente di Davos» proprio per le sue idee in tema di ambientalismo.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Iolanda Apostolica
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
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