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2021-07-15
Biden rischia di strozzarsi con il Cuba libre
Joe Biden (Ansa)
La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico.
Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo.
Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi).
È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba.
Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca).
Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino.
Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani
Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan».
Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor.
Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri.
Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria.
Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista.
In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
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La protesta contro il regime castrista che sta percorrendo l'isola (e facendo i primi morti) crea imbarazzi al presidente Usa. Tra i dem, infatti, l'ala più radicale sostiene il regime e la Casa Bianca evita di dire la parola «marxista». La comunità cubana rifugiata è inferocita.Le nove vittime dell'attentato in Pakistan del 14 luglio lavoravano a una maxi diga. A rischio anche le mire di Xi sull'Afghanistan.Lo speciale contiene due articoli.La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico. Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo. Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi). È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba. Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca). Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-cuba-usa-2653789970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attentato-morti-9-cinesi-in-pakistan-pechino-ha-un-problema-coi-talebani" data-post-id="2653789970" data-published-at="1626356374" data-use-pagination="False"> Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan». Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor. Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri. Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria. Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista. In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 gennaio con Carlo Cambi
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Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
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