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2021-07-15
Biden rischia di strozzarsi con il Cuba libre
Joe Biden (Ansa)
La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico.
Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo.
Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi).
È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba.
Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca).
Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino.
Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani
Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan».
Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor.
Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri.
Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria.
Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista.
In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
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La protesta contro il regime castrista che sta percorrendo l'isola (e facendo i primi morti) crea imbarazzi al presidente Usa. Tra i dem, infatti, l'ala più radicale sostiene il regime e la Casa Bianca evita di dire la parola «marxista». La comunità cubana rifugiata è inferocita.Le nove vittime dell'attentato in Pakistan del 14 luglio lavoravano a una maxi diga. A rischio anche le mire di Xi sull'Afghanistan.Lo speciale contiene due articoli.La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico. Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo. Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi). È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba. Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca). Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-cuba-usa-2653789970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attentato-morti-9-cinesi-in-pakistan-pechino-ha-un-problema-coi-talebani" data-post-id="2653789970" data-published-at="1626356374" data-use-pagination="False"> Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan». Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor. Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri. Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria. Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista. In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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