Biden rischia di strozzarsi con il Cuba libre
  • La protesta contro il regime castrista che sta percorrendo l’isola (e facendo i primi morti) crea imbarazzi al presidente Usa. Tra i dem, infatti, l’ala più radicale sostiene il regime e la Casa Bianca evita di dire la parola «marxista». La comunità cubana rifugiata è inferocita.
  • Le nove vittime dell’attentato in Pakistan del 14 luglio lavoravano a una maxi diga. A rischio anche le mire di Xi sull’Afghanistan.

Lo speciale contiene due articoli.

La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l’inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico.

Da una parte, alcuni esponenti dell’asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall’altra, non bisogna trascurare che, nell’ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell’agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un’altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che – a gennaio scorso – criticò l’amministrazione Trump per aver reinserito l’isola tra gli Stati sponsor del terrorismo.

Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure – nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell’Unione europea – l’account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi).

È dunque per evitare di far esplodere l’ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma – al contempo – si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell’Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba.

Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L’Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d’allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell’Avana. D’altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all’inquilino della Casa Bianca).

Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull’isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu – lo scorso ottobre – un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L’Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l’influenza sino-russa sull’isola. Un’eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino.


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