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2021-07-15
Biden rischia di strozzarsi con il Cuba libre
Joe Biden (Ansa)
La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico.
Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo.
Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi).
È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba.
Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca).
Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino.
Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani
Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan».
Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor.
Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri.
Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria.
Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista.
In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
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La protesta contro il regime castrista che sta percorrendo l'isola (e facendo i primi morti) crea imbarazzi al presidente Usa. Tra i dem, infatti, l'ala più radicale sostiene il regime e la Casa Bianca evita di dire la parola «marxista». La comunità cubana rifugiata è inferocita.Le nove vittime dell'attentato in Pakistan del 14 luglio lavoravano a una maxi diga. A rischio anche le mire di Xi sull'Afghanistan.Lo speciale contiene due articoli.La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico. Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo. Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi). È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba. Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca). Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. 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Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan». Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor. Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri. Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria. Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista. In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».