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2021-07-15
Biden rischia di strozzarsi con il Cuba libre
Joe Biden (Ansa)
La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico.
Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo.
Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi).
È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba.
Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca).
Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino.
Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani
Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan».
Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor.
Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri.
Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria.
Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista.
In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
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La protesta contro il regime castrista che sta percorrendo l'isola (e facendo i primi morti) crea imbarazzi al presidente Usa. Tra i dem, infatti, l'ala più radicale sostiene il regime e la Casa Bianca evita di dire la parola «marxista». La comunità cubana rifugiata è inferocita.Le nove vittime dell'attentato in Pakistan del 14 luglio lavoravano a una maxi diga. A rischio anche le mire di Xi sull'Afghanistan.Lo speciale contiene due articoli.La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico. Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo. Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi). È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba. Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca). Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-cuba-usa-2653789970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attentato-morti-9-cinesi-in-pakistan-pechino-ha-un-problema-coi-talebani" data-post-id="2653789970" data-published-at="1626356374" data-use-pagination="False"> Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan». Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor. Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri. Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria. Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista. In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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