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2021-07-15
Biden rischia di strozzarsi con il Cuba libre
Joe Biden (Ansa)
La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico.
Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo.
Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi).
È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba.
Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca).
Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. Un'eventualità che potrebbe indebolire Washington nel suo confronto globale con Pechino.
Attentato, morti 9 cinesi in Pakistan. Pechino ha un problema coi talebani
Almeno 13 persone sono rimaste uccise ieri, quando un pullman è finito in un dirupo a causa di un'esplosione nel Nordovest del Pakistan: tra le vittime, si contano nove cittadini cinesi e due soldati pakistani. Al momento, non è ufficialmente chiaro che cosa sia accaduto. Se il governo pakistano ha parlato di un «guasto meccanico», di diverso avviso appare invece Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan».
Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor.
Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri.
Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria.
Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista.
In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
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La protesta contro il regime castrista che sta percorrendo l'isola (e facendo i primi morti) crea imbarazzi al presidente Usa. Tra i dem, infatti, l'ala più radicale sostiene il regime e la Casa Bianca evita di dire la parola «marxista». La comunità cubana rifugiata è inferocita.Le nove vittime dell'attentato in Pakistan del 14 luglio lavoravano a una maxi diga. A rischio anche le mire di Xi sull'Afghanistan.Lo speciale contiene due articoli.La questione cubana ha fatto irruzione nel panorama politico statunitense. Le affollate proteste anticastriste, esplose domenica scorsa, rischiano infatti di rivelarsi un grattacapo non di poco conto per il presidente americano, Joe Biden. Un Biden che non è ancora del tutto chiaro quale linea intenda seguire. È vero: lunedì, l'inquilino della Casa Bianca ha diffuso un breve comunicato, in cui difendeva il diritto a manifestare dei dimostranti. Ciò nonostante non è che al momento il presidente si sia sbilanciato più di tanto a livello concreto. Un comportamento probabilmente dovuto alle spaccature interne allo stesso Partito democratico. Da una parte, alcuni esponenti dell'asinello (dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi al presidente della Commissione esteri del Senato Bob Menendez) hanno fatto sentire la propria voce a sostegno dei manifestanti. Dall'altra, non bisogna trascurare che, nell'ala sinistra del partito, compaiano svariati esponenti noti per le loro malcelate simpatie castriste. Nel febbraio 2020, il senatore Bernie Sanders se ne uscì, per esempio, elogiando Fidel Castro per il suo «enorme programma di alfabetizzazione». E che dire della deputata dem Karen Bass che, nel 2016, definì la morte del Líder Máximo come «una grande perdita per il popolo cubano»? Parole controverse, che dovette sconfessare lei stessa nell'agosto 2020, quando ancora figurava tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Un'altra figura di tendenze filocastriste è quella della deputata dem, Ilhan Omar, che - a gennaio scorso - criticò l'amministrazione Trump per aver reinserito l'isola tra gli Stati sponsor del terrorismo. Non si placano frattanto le tensioni legate alle proteste: proteste che hanno finora visto un manifestante morto e decine di arresti (tra cui quello di una giornalista, accusata di «crimini contro la sicurezza dello Stato»). Eppure - nonostante una repressione che ha suscitato anche la condanna dell'Unione europea - l'account Twitter del presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, continua ad essere attivo (quando quello di Donald Trump è invece bloccato da mesi). È dunque per evitare di far esplodere l'ennesima guerra civile nel Partito democratico che Biden ha, sì, dato il proprio endorsement alle proteste cubane ma - al contempo - si è limitato a poche righe, definendo il regime castrista genericamente come «autoritario», senza sottolinearne esplicitamente la natura marxista. Del resto, in campagna elettorale Biden aveva criticato la linea dura di Trump nei confronti dell'Avana, anche perché proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della distensione, attuata da Barack Obama tra il 2014 e il 2016, con Cuba. Il nodo politico, per il presidente, è quindi difficile da sciogliere sotto vari punti di vista. In primis, Biden è stato nuovamente costretto a sconfessare il suo vecchio aperturismo in materia migratoria: il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha infatti esortato i cubani a non venire negli Stati Uniti. In secondo luogo, va ricordato che la linea morbida verso L'Avana sia costata cara a Biden alle ultime elezioni presidenziali, con la Florida (Stato notoriamente ricco di elettori anticastristi) che ha votato per Trump. Il grattacapo è significativo soprattutto alla luce del fatto che, a novembre 2022, si terranno le elezioni di metà mandato (con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato). Ricordiamo a tal proposito che, oltre a votare per Trump, il cosiddetto Sunshine State ha eletto nel 2020 deputati in maggioranza repubblicani, è guidato dal 2018 da un governatore repubblicano come Ron DeSantis e che sempre repubblicani sono i suoi due attuali senatori (Marco Rubio e Rick Scott). Si tratta di un serio campanello d'allarme per i dem, che scontano evidentemente le posizioni della loro ala sinistra, oltre alla linea finora blanda di Biden nei confronti dell'Avana. D'altronde, le credenziali anticastriste del Partito repubblicano sono state confermate nelle scorse ore, con numerosi suoi esponenti che si sono mostrati compatti nel criticare duramente il regime (e non risparmiando neppure qualche stoccata all'inquilino della Casa Bianca). Ma lo scoglio, per Biden, è anche geopolitico. Cuba è infatti vicina alla Russia e alla stessa Cina: una Cina che ha (guarda caso) accusato gli Stati Uniti di promuovere un «cambio di regime» sull'isola. Le aziende del Dragone hanno del resto effettuato significativi investimenti in loco, mentre Pechino ha inviato nei mesi passati delle forniture di materiale medico. Un legame sempre più stretto, che ha portato Cuba a firmare in sede Onu - lo scorso ottobre - un documento in difesa delle azioni repressive che i cinesi compiono nello Xinjiang ai danni degli uiguri. È quindi chiaro che, se Biden non dovesse adottare la linea dura con L'Avana, rischierebbe di rafforzare indirettamente l'influenza sino-russa sull'isola. 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Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha infatti parlato di «attacco dinamitardo», esortando Islamabad ad «arrestare e punire severamente gli aggressori il prima possibile e a proteggere seriamente la sicurezza del personale, delle istituzioni e dei progetti cinesi in Pakistan». Va rilevato che il pullman stava trasportando lavoratori attivi nella costruzione della diga idroelettrica di Dasu: un progetto che, come ricordato da Reuters, fa parte del China-Pakistan Economic Corridor. Si tratta di un imponente piano di investimenti infrastrutturali (dal valore di oltre 60 miliardi di dollari), che Pechino sta portando avanti dal 2013, per collegare il Mar Arabico con la regione dello Xinjiang. Se la Repubblica popolare sta quindi incrementando la propria influenza economica (e politica) sulla regione, sta anche affrontando da tempo forti pericoli: pericoli che adesso rischiano di intersecarsi con la complicata partita afghana. Non è del resto la prima volta che la Cina finisce bersaglio di attacchi in Pakistan: ad aprile, un'autobomba colpì un hotel nella città di Quetta, dove risiedeva l'ambasciatore cinese (in quel momento assente). L'attentato fu rivendicato dai talebani pakistani: una sigla che potrebbe essere dietro anche agli eventi di ieri. Questo gruppo islamista non solo combatte contro il governo pakistano, ma - secondo The Diplomat - presenta connessioni con gli uiguri (che Pechino reprime nello Xinjiang). Se altre organizzazioni armate pakistane (come il Balochistan liberation army) hanno in passato attaccato i cinesi per contrastare la loro colonizzazione economica, nel caso dei talebani si scorge anche un discorso di natura religiosa. Fermo restando che, nonostante rapporti non sempre lineari, i talebani pakistani intrattengano storici legami con quelli afghani. In particolare, secondo l'ex ambasciatore indiano Yogesh Gupta, i due gruppi starebbero attualmente collaborando sul territorio afghano. E qui veniamo a un ulteriore nodo. La relazione tra la Repubblica popolare e i talebani afghani risulta infatti tortuosa e contraddittoria. Pur non apprezzando storicamente la politica di Pechino sugli uiguri, costoro hanno di recente teso una mano al Dragone, invitandolo a partecipare alla ricostruzione economica del Paese. È chiaro che, almeno nel breve termine, i talebani afghani cerchino investimenti e riconoscimento internazionale. Pechino, dal canto suo, nutre dubbi sull'affidabilità di questo gruppo, il quale è legato al Movimento islamico del Turkestan orientale: organizzazione uigura che la Repubblica popolare considera terrorista. In più, la recente (violenta) irrequietezza dei talebani pakistani certo rafforza le preoccupazioni del Dragone. Tuttavia Pechino punta a tutelare i suoi investimenti in Pakistan e non vuole probabilmente rinunciare alla ricostruzione economica afghana. Anche perché le due partite sono strettamente collegate: ignorare l'Afghanistan significherebbe, per la Cina, mettere a repentaglio i propri interessi pakistani. Un dilemma significativo. E intanto, c'è da giurarci, Washington spera che il Dragone si lasci coinvolgere (e inghiottire) dal pantano.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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