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2024-09-17
La Milano di Sala capitale di scippi e rapine
Beppe Sala (Ansa)
Vorrebbe trasformare Milano nella capitale green, tra ecofuribondi divieti e ossessioni ambientaliste. Invece, Beppe Sala dovrà ripiegare su un primato meno glorioso: è il sindaco della città più pericolosa d’Italia. Puntuale come le scadenze fiscali, ieri è stato pubblicato l’indice della criminalità del Sole 24 Ore, che rivela il numero di denunce presentate nel 2023. A primeggiare sono soprattutto le città metropolitane. Sulle quali svetta la già spumeggiante Milano, la nostra Gotham City. Beppe, sfortunatamente, non è Batman, Robin e nemmeno il maggiordomo Alfred. È un ricco ex manager progressista, che tenta di rinverdire le sue ambizioni con la crociata verde. Mentre gongola per il divieto di fumo all’aperto e le strade a trenta all’ora, viene però certificata la vera egemonia: altro che green, Milano è la capitale indiscussa del crimine. La meno sicura. Seguono Roma e Firenze. E poi, nell’ordine: Rimini, Torino e Bologna. Tutte guidate da fieri piddini. Tra l’altro, le denunce sono cresciute per la prima volta dal 2013, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno passato. In particolare, bontà loro, nelle città governate da sindaci di centrosinistra.
Il sindaco dai calzini arcobaleno, però, resta ineguagliabile. Sala, per gli stremati milanesi, è ormai Salah: lassista bendisposto verso immigrazione e moschee. A Milano sono state oltre 7.000 le segnalazioni di reati ogni 100.000 abitanti. «Nel capoluogo lombardo, da anni in cima a questa classifica, le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre pandemia, con picchi di furti e rapine» scrive il quotidiano confindustriale. La città della Madunina è «terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti». Ma domina, dall’alto delle sue 124.480 denunce, anche la graduatoria dei furti: con destrezza o strappo, ad auto parcheggiate o nei negozi. Milano, però, va fortissimo anche nelle rapine: 4.170 in appena un anno, con circa 2.700 assalti per strada. Lo straziante bollettino prosegue con le segnalazioni per danneggiamento: 31.090 in dodici mesi. Drammatici pure i numeri sulle violenze sessuali: 607.
Il sindaco edulcora, nega, rilancia. Di fronte agli impietosi resoconti, Salah s’è spesso difeso con l’ormai mitologica scusante: l’insicurezza è soprattutto «percezione». «A Milano non c’è emergenza sicurezza» assicura a maggio 2023. Da cui, l’audace corollario: «C’è un’evidente campagna politico-mediatica contro Milano», aggiunge lo scorso novembre. Eh, sì: quei comunistoni del Sole 24 Ore, noto foglio marxista-leninista, l’hanno preso di mira. Pubblicano i risultati, chiaramente capziosi, della banca dati interforze del Viminale. Rapine, violenze, stupri: è solo una questione di angolature. Scippano la borsetta alla sciura? La colpa è del brutto ceffo: torvo certo, ma in definitiva innocuo. Aggrediscono una coppietta fuori dal ristorante? Merito dei talk show retequattristi, che fanno vedere solo il marcio. Rubano il Rolex al danaroso turista? Capirai, succede ovunque. Del resto, sfuma Beppe, «la sicurezza è un tema comune a tutte le grandi città».
E poi, chiaramente, ci sono gli interessati attacchi degli avversari politici. Ecco: se esiste qualche responsabilità, è chiaramente del governo, svicola Sala. Anche se, come confermano gli ultimi dati del Viminale, i militari impiegati nell’operazione «Strade sicure» a presidio delle grandi città, sono aumentati da 5 a 6.000. A cui vanno aggiunti i 600 in servizio nelle stazioni ferroviarie, a partire da quella meneghina. Così, stavolta a inferire è persino il più mite dei predecessori: Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco del capoluogo lombardo. Di fronte all’ultimo stillicidio, commenta: «Fa davvero male constatare che su Milano si accendano i riflettori per quantità di reati commessi e per il poco invidiabile primato di essere la città maggiormente colpita in Italia dalla criminalità». La metropoli fu sfavillante. Adesso è tetra come mai. «Alla luce di questo report, il sindaco Sala può e deve fare di più» infierisce Moratti. «E se non ci riesce non deve aver vergogna a domandare aiuto, ad esempio richiedendo la presenza dell’esercito».
Già, il reiterato podio dovrebbe allarmare il sindaco. Anche nella classifica dell’anno scorso, Milano era la città più pericolosa del Paese. Con l’indiscussa supremazia nei reati predatori, i furti con destrezza e strappo, oltre che le rapine per strada. E gli immigrati, secondo i dati ufficiali, sono responsabili proprio dell’80% di furti e rapine. Per Salah, già allora, è «percezione». Salvo poi prendere implicitamente atto dello sfacelo nominando Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, proprio «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima: a Gotham arriva il superpoliziotto, felloni in guardia. Eppure, due anni dopo, nulla è cambiato. Anzi, i numeri sono sempre più impietosi. Milano, ancora una volta, è la capitale del crimine. Percepito, s’intende. Per quello reale, ovviamente, la colpa resta del governo cinico e baro.
Le strade meneghine sono una jungla però il sindaco non assume i vigili
Con il comandante della polizia locale Marco Ciacci in uscita (e senza sapere chi sarà il suo successore), Milano si è risvegliata ieri con un nuovo record tra sicurezza e criminalità. Secondo una ricerca del Sole 24 ore il capoluogo lombardo si conferma la città con il maggior numero di reati denunciati nel 2023, con oltre 7.000 segnalazioni ogni 100.000 abitanti. A Milano le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre-pandemia, con record negativi nei furti e nelle rapine. È terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti. Il problema sicurezza è in tutta Italia, ma Milano affronta ormai da tempo una carenza di organico tra le fila stesse della polizia municipale. Il sindacato Sulpl denuncia da anni una situazione molto difficile, con preoccupazione soprattutto per il futuro. I bandi per assumere nuovi agenti della polizia locale, con l’obiettivo di avere 3.350 vigili entro il 2025, non stanno andando bene. «Ad oggi siamo 2.637, con i 550 già assunti, al netto di quelli che iniziano ad ottobre e saranno 120, se si presentano tutti» spiega il segretario sindacale Daniele Vincini. «Ma la cosa che mi preoccupa è che all’ultimo concorso ci sono state appena 1.800 domande per un posto a tempo indeterminato, un tempo erano 8.000. Non parliamo dei contratti formazione lavoro, dove ci sono appena 600 candidati. Qui si naviga a vista. Il Comune non ci dà risposte, anche se scontrarsi sarebbe utile su un argomento così importante per la città». Milano è cara, gli stipendi sono bassi, un problema che si era già visto con i conducenti dell’Atm. Ma fare il vigile urbano è un’altra cosa. La maglia nera di città più insicura d’Italia inizia a farsi sentire anche nella scelta di chi vuole far parte del corpo. Nel capoluogo lombardo c’è l’obbligo di rispetto del contratto per tre anni, poi ci si può spostare. Molti decidono di andarsene. I numeri sono davvero risicati. Anche perché sui circa 2.700 agenti molti stanno in ufficio, almeno 500 hanno qualche patologia e non possono prestare servizio in strada, altri 200 sono in Procura. Insomma: dispiegati nei quartieri, giorno e notte, sono al massimo 1.500. Per questo motivo si fa fatica a coprire i turni notturni. I sette anni della gestione di Ciacci non hanno di certo risolto i problemi organizzativi del corpo. Anzi, già nel marzo del 2022 era scoppiata una polemica interna dopo un concorso pubblico per titoli ed esami, bandito dal Comune il 9 giugno 2021, per assumere a tempo indeterminato due dirigenti della polizia locale. La notizia non aveva avuto grande eco sui quotidiani. Eppure, tre dei nove candidati avevano deciso di presentare un esposto che era stato inviato alla Procura della Repubblica di Milano, alla prefettura di Milano, all’Anac ed all’ispettorato della funzione pubblica. Nell’esposto avevano evidenziato strani comportamenti della commissione, presieduta dallo stesso Ciacci, e diverse stranezze, tra cui voti scomparsi e poi riapparsi nel corso della giornata. A presentare quel ricorso non tre persone qualunque ma Antonio Di Nardo, Vincenzo Ruocco e Roberto Benigni, tutti comandanti con curriculum di tutto rispetto e soprattutto con più anni di servizio rispetto agli altri concorrenti. A vincere erano stati alla fine due dirigenti interni (tra cui il capo di gabinetto del comandante, Gianluca Mirabelli) e un’altra candidata di un comune dell’hinterland, «tutti con pochi anni di servizio» si legge nell’esposto, «con un voto basso attribuito ai titoli e sembrerebbe vincitori del primo concorso da dirigente a cui hanno partecipato. Mentre altri candidati con più anni di servizio, […] con molta esperienza e più concorsi superati da dirigente venivano stranamente bocciati alla prova orale, dopo aver egregiamente superato le altre prove».
Di quell’esposto si sono perse le tracce sia in Procura sia all’Anac. Nel frattempo, i nomi dei possibili successori di Ciacci sono due. Il vicecomandante Enrico Bufano oppure lo stesso Mirabelli.
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Mentre il primo cittadino pensa a divieti di fumo all’aperto e strade a 30 all’ora, il capoluogo lombardo primeggia nella classifica dei reati (assieme ad altri centri amministrati dai dem, come Roma e Firenze): 4.170 furti violenti in un anno e più di 600 stupri.Polizia Locale di Milano, la preoccupazione del sindacato: «Al concorso in 1.800, una volta si arrivava a 8.000».Lo speciale contiene due articoli. Vorrebbe trasformare Milano nella capitale green, tra ecofuribondi divieti e ossessioni ambientaliste. Invece, Beppe Sala dovrà ripiegare su un primato meno glorioso: è il sindaco della città più pericolosa d’Italia. Puntuale come le scadenze fiscali, ieri è stato pubblicato l’indice della criminalità del Sole 24 Ore, che rivela il numero di denunce presentate nel 2023. A primeggiare sono soprattutto le città metropolitane. Sulle quali svetta la già spumeggiante Milano, la nostra Gotham City. Beppe, sfortunatamente, non è Batman, Robin e nemmeno il maggiordomo Alfred. È un ricco ex manager progressista, che tenta di rinverdire le sue ambizioni con la crociata verde. Mentre gongola per il divieto di fumo all’aperto e le strade a trenta all’ora, viene però certificata la vera egemonia: altro che green, Milano è la capitale indiscussa del crimine. La meno sicura. Seguono Roma e Firenze. E poi, nell’ordine: Rimini, Torino e Bologna. Tutte guidate da fieri piddini. Tra l’altro, le denunce sono cresciute per la prima volta dal 2013, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno passato. In particolare, bontà loro, nelle città governate da sindaci di centrosinistra.Il sindaco dai calzini arcobaleno, però, resta ineguagliabile. Sala, per gli stremati milanesi, è ormai Salah: lassista bendisposto verso immigrazione e moschee. A Milano sono state oltre 7.000 le segnalazioni di reati ogni 100.000 abitanti. «Nel capoluogo lombardo, da anni in cima a questa classifica, le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre pandemia, con picchi di furti e rapine» scrive il quotidiano confindustriale. La città della Madunina è «terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti». Ma domina, dall’alto delle sue 124.480 denunce, anche la graduatoria dei furti: con destrezza o strappo, ad auto parcheggiate o nei negozi. Milano, però, va fortissimo anche nelle rapine: 4.170 in appena un anno, con circa 2.700 assalti per strada. Lo straziante bollettino prosegue con le segnalazioni per danneggiamento: 31.090 in dodici mesi. Drammatici pure i numeri sulle violenze sessuali: 607.Il sindaco edulcora, nega, rilancia. Di fronte agli impietosi resoconti, Salah s’è spesso difeso con l’ormai mitologica scusante: l’insicurezza è soprattutto «percezione». «A Milano non c’è emergenza sicurezza» assicura a maggio 2023. Da cui, l’audace corollario: «C’è un’evidente campagna politico-mediatica contro Milano», aggiunge lo scorso novembre. Eh, sì: quei comunistoni del Sole 24 Ore, noto foglio marxista-leninista, l’hanno preso di mira. Pubblicano i risultati, chiaramente capziosi, della banca dati interforze del Viminale. Rapine, violenze, stupri: è solo una questione di angolature. Scippano la borsetta alla sciura? La colpa è del brutto ceffo: torvo certo, ma in definitiva innocuo. Aggrediscono una coppietta fuori dal ristorante? Merito dei talk show retequattristi, che fanno vedere solo il marcio. Rubano il Rolex al danaroso turista? Capirai, succede ovunque. Del resto, sfuma Beppe, «la sicurezza è un tema comune a tutte le grandi città». E poi, chiaramente, ci sono gli interessati attacchi degli avversari politici. Ecco: se esiste qualche responsabilità, è chiaramente del governo, svicola Sala. Anche se, come confermano gli ultimi dati del Viminale, i militari impiegati nell’operazione «Strade sicure» a presidio delle grandi città, sono aumentati da 5 a 6.000. A cui vanno aggiunti i 600 in servizio nelle stazioni ferroviarie, a partire da quella meneghina. Così, stavolta a inferire è persino il più mite dei predecessori: Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco del capoluogo lombardo. Di fronte all’ultimo stillicidio, commenta: «Fa davvero male constatare che su Milano si accendano i riflettori per quantità di reati commessi e per il poco invidiabile primato di essere la città maggiormente colpita in Italia dalla criminalità». La metropoli fu sfavillante. Adesso è tetra come mai. «Alla luce di questo report, il sindaco Sala può e deve fare di più» infierisce Moratti. «E se non ci riesce non deve aver vergogna a domandare aiuto, ad esempio richiedendo la presenza dell’esercito». Già, il reiterato podio dovrebbe allarmare il sindaco. Anche nella classifica dell’anno scorso, Milano era la città più pericolosa del Paese. Con l’indiscussa supremazia nei reati predatori, i furti con destrezza e strappo, oltre che le rapine per strada. E gli immigrati, secondo i dati ufficiali, sono responsabili proprio dell’80% di furti e rapine. Per Salah, già allora, è «percezione». Salvo poi prendere implicitamente atto dello sfacelo nominando Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, proprio «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima: a Gotham arriva il superpoliziotto, felloni in guardia. Eppure, due anni dopo, nulla è cambiato. Anzi, i numeri sono sempre più impietosi. Milano, ancora una volta, è la capitale del crimine. Percepito, s’intende. 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A Milano le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre-pandemia, con record negativi nei furti e nelle rapine. È terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti. Il problema sicurezza è in tutta Italia, ma Milano affronta ormai da tempo una carenza di organico tra le fila stesse della polizia municipale. Il sindacato Sulpl denuncia da anni una situazione molto difficile, con preoccupazione soprattutto per il futuro. I bandi per assumere nuovi agenti della polizia locale, con l’obiettivo di avere 3.350 vigili entro il 2025, non stanno andando bene. «Ad oggi siamo 2.637, con i 550 già assunti, al netto di quelli che iniziano ad ottobre e saranno 120, se si presentano tutti» spiega il segretario sindacale Daniele Vincini. «Ma la cosa che mi preoccupa è che all’ultimo concorso ci sono state appena 1.800 domande per un posto a tempo indeterminato, un tempo erano 8.000. Non parliamo dei contratti formazione lavoro, dove ci sono appena 600 candidati. Qui si naviga a vista. Il Comune non ci dà risposte, anche se scontrarsi sarebbe utile su un argomento così importante per la città». Milano è cara, gli stipendi sono bassi, un problema che si era già visto con i conducenti dell’Atm. Ma fare il vigile urbano è un’altra cosa. La maglia nera di città più insicura d’Italia inizia a farsi sentire anche nella scelta di chi vuole far parte del corpo. Nel capoluogo lombardo c’è l’obbligo di rispetto del contratto per tre anni, poi ci si può spostare. Molti decidono di andarsene. I numeri sono davvero risicati. Anche perché sui circa 2.700 agenti molti stanno in ufficio, almeno 500 hanno qualche patologia e non possono prestare servizio in strada, altri 200 sono in Procura. Insomma: dispiegati nei quartieri, giorno e notte, sono al massimo 1.500. Per questo motivo si fa fatica a coprire i turni notturni. I sette anni della gestione di Ciacci non hanno di certo risolto i problemi organizzativi del corpo. Anzi, già nel marzo del 2022 era scoppiata una polemica interna dopo un concorso pubblico per titoli ed esami, bandito dal Comune il 9 giugno 2021, per assumere a tempo indeterminato due dirigenti della polizia locale. La notizia non aveva avuto grande eco sui quotidiani. Eppure, tre dei nove candidati avevano deciso di presentare un esposto che era stato inviato alla Procura della Repubblica di Milano, alla prefettura di Milano, all’Anac ed all’ispettorato della funzione pubblica. Nell’esposto avevano evidenziato strani comportamenti della commissione, presieduta dallo stesso Ciacci, e diverse stranezze, tra cui voti scomparsi e poi riapparsi nel corso della giornata. A presentare quel ricorso non tre persone qualunque ma Antonio Di Nardo, Vincenzo Ruocco e Roberto Benigni, tutti comandanti con curriculum di tutto rispetto e soprattutto con più anni di servizio rispetto agli altri concorrenti. A vincere erano stati alla fine due dirigenti interni (tra cui il capo di gabinetto del comandante, Gianluca Mirabelli) e un’altra candidata di un comune dell’hinterland, «tutti con pochi anni di servizio» si legge nell’esposto, «con un voto basso attribuito ai titoli e sembrerebbe vincitori del primo concorso da dirigente a cui hanno partecipato. Mentre altri candidati con più anni di servizio, […] con molta esperienza e più concorsi superati da dirigente venivano stranamente bocciati alla prova orale, dopo aver egregiamente superato le altre prove». Di quell’esposto si sono perse le tracce sia in Procura sia all’Anac. Nel frattempo, i nomi dei possibili successori di Ciacci sono due. Il vicecomandante Enrico Bufano oppure lo stesso Mirabelli.
Il presidente dell'Anm Cesare Parodi (Ansa)
In dialetto romanesco c’è una espressione assai colorata che descrive lo stato delle cose: «Buttarla in caciara». In napoletano è «fare ammuina», così che quelli che stanno a poppa vanno a prua e viceversa senza che la nave si muova mai. Alcuni la chiamerebbero Pulp fiction o strategia del polpo «de noantri», quella che annebbia di nero fascista ogni cosa. Altri, ancora, lo chiamano con l’acronimo Ucas che, nella pubblica amministrazione italiana, connota il famigerato «Ufficio complicanze affari semplici».
Chi ha accumulato tanti lustri e macinato miglia su miglia di viaggio nella giustizia sa bene di cosa stiamo parlando. Alludiamo alla capacità di confondere ogni cosa, anche la più semplice, con pensieri e motivazioni che servono solo a rendere impossibile ogni giusto esito. Complicatori del pane, li ha definiti Samuele Bersani nella sua meravigliosa canzone Giudizi universali. Gente che - per abito mentale, ideologico o per grave malafede - non fa altro che ingigantire il problema in luogo di evidenziare e raggiungere la soluzione. Il genio di Alessandro Manzoni aveva tinteggiato tutto questo, in modo mirabile, nel personaggio del dottor Azzeccagarbugli allorché il povero Renzo comprende la vera natura dell’ingiustizia. «A sapere bene maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente», perché «all’avvocato bisogna raccontare le cose chiare poi tocca a loro imbrogliarle».
Così ho ascoltato tante parole «vuote, ma doppiate» dei ventriloqui dei poteri - palesi o occulti - che hanno devastato il corpo della magistratura in questi decenni. «Imbrogliatori» di professione. Tutti lì a piangere sull’orrendo attentato alla Costituzione repubblicana, alla libertà dei magistrati e, infine, alla giustizia del nostro meraviglioso Paese sfregiata dal referendum. Come se la giustizia, in Italia, non si fosse sfregiata da sola. Come se il presidente della Repubblica non avesse rimosso - con un solo gesto - ben sei (sei!) componenti del Csm in carica per quelle che riteneva plateali malversazioni correntizie. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato l’avere consentito la tragica deriva di prestigio e credibilità in cui la magistratura è precipitata.
Dalla eroica troposfera dei Livatino, Alessandrini, Amato, Calvosa, Scopelliti (e le altre decine di martiri leali e coraggiosi civil servants dello Stato), agli inferi del vergognoso mercimonio correntizio sintetizzato nella parola «pacchettone», inventata dal «tonno» Palamara per descrivere la fraudolenta redistribuzione degli incarichi giudiziari. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato il silenzio sulle parole disperate del giudice Ciaccio Montalto, contro le correnti, prima che i vigliacchi di Cosa Nostra lo uccidessero. Un silenzio, forse anche complice, durato mezzo secolo e che - strage dopo strage, errore dopo errore - ha portato la magistratura italiana (e con lei la giustizia) alla sua definitiva implosione. Come se il vero attentato alla Costituzione non fossero stati i depistaggi sulle stragi ed i processi farlocchi (leggasi Scarantino), in cui nessuno dei magistrati responsabili ha pagato. Ascoltare le bugie quando si conosce la verità può essere pure divertente, ma oggi il contesto non ammette svaghi. Occorre, adesso, dare voce alla Dea che - sarà pure bendata - ma molti vogliono pure muta in un momento in cui il suo urlo silenzioso è udito dal Paese intero. Quello che gli italiani dovranno fare è assai semplice, perché semplicemente dovranno tenersi lontani da coloro che la «buttano in caciara» e fanno «ammuina».
Seppellire, con una risata, i «complicatori del pane», i prezzolati imbonitori televisivi e gli «imbrogliatori» delle cose chiare. Dovranno comprendere che la giustizia non è qualcosa degli altri, ma è l’acqua che permette di soddisfare la sete di verità di un popolo. Senza la giustizia nulla può esistere e nessun futuro di civiltà e di progresso può essere conseguito. Dovranno andare tutti a votare per non morire tutti di sete e dovranno votare allo stesso modo in cui gustano il pane fresco al mattino. Senza complicarlo, perché nessuno vuole più un pane duro, raffermo e ammuffito. Un pane vecchio e rammollito che nessun nutrimento può più dare. Nel gesto di Gesù che divide il pane fresco e lo distribuisce ai suoi apostoli c’è tanta metafora della giustizia che cerchiamo e che tra poco avremo la possibilità di scegliere. In quel gesto si cela la verità che cerca tutta la nazione e che tutta la nazione cerca…
di Lorenzo Matassa (magistrato)
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Che, parlando del referendum sulla giustizia, ha aggiunto: «Io penso che sia molto importante che questa campagna elettorale referendaria rimanga sul merito di quello di cui noi stiamo parlando. Vedo un tentativo di trascinarla in una sorta di lotta nel fango». La riforma della giustizia, ha spiegato, «consente di avere una giustizia più giusta. Tra un anno gli italiani ci giudicheranno, il 22/23 marzo non si vota sul governo ma sulla giustizia».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dal canto suo, è ottimista circa la vittoria del Sì, talmente tanto che ha assicurato: «Il giorno successivo alla vittoria apriremo un tavolo di confronto per le norme attuative, che sono importanti quasi quanto la riforma costituzionale, per poter avere un dialogo con la magistratura, il mondo accademico e l’avvocatura». Anche lui ha ribadito di non volere che diventi un «referendum Meloni sì, Meloni no, governo sì, governo no, come accaduto con Renzi. Tanto non avrebbe nessun effetto sul governo un’eventuale sconfitta, che peraltro noi riteniamo impossibile. Così come la vittoria, che invece noi riteniamo certa, non avrà nessun effetto come tema punitivo nei confronti della magistratura». L’ultimo sondaggio di Tecnè commissionato da Paolo Del Debbio per Dritto e Rovescio dà credito all’ottimismo del Guardasigilli perché vede avanti il Sì in una forbice che va dal 54% al 56%, mentre il No si attesta tra il 44% e il 46% di chi andrebbe a votare oggi. Tuttavia è sull’affluenza che il dato non sembra essere confortante perché se si votasse adesso andrebbe a votare solo il 43% degli aventi diritto al voto.
Insomma dopo tanto parlare di rimonta del No sembra che i risultati di questa campagna così aggressiva non stiano portando i frutti sperati. Le opposizioni però insistono nel volerla politicizzare a tutti i costi. Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, che non deve aver visto gli ultimi sondaggi, commenta così: «È chiaro che loro vogliono depoliticizzare, ma tutti questi attacchi alla magistratura sono in vista di un referendum dopo che hanno visto i sondaggi. Ci stanno mettendo la faccia ma la stanno mettendo in modo sbagliato». Per Nicola Fratoianni di Avs, Meloni «attacca la magistratura in modo volgare molto pesante e, aggiungo, pericoloso, i giudici di questo Paese». «Mi sembra che Meloni abbia ormai fatto una scelta molto chiara» ha detto l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, «sta facendo diventare questo referendum un referendum su se stessa. Mi sembra che assuma un atteggiamento durissimo, quotidiano, nei confronti della magistratura. È un governo che vuol mettere i piedi in testa ai magistrati, che nega quindi un principio essenziale che è quello della divisione dei poteri. Io ho molto apprezzato il monito del capo dello Stato e sono sorpreso dal fatto che dopo poche ore Meloni abbia valutato di fare un’uscita così a gamba tesa contro la magistratura». Un commento simile a quello del collega Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, dem anche lui: «Mi sembra che la Meloni abbia scelto di fare la campagna referendaria ignorando sostanzialmente l’appello del capo dello Stato e che la seconda carica dello Stato abbia fatto altrettanto. Nei giorni in cui c’è un appello a non attaccare la magistratura, la presidente del Consiglio pubblica due video contro i pm, contestando l’abnormità delle sentenze, e non credo che sia una casualità».
Sull’intervento del capo dello Stato ieri è intervenuto anche Giovanbattista Fazzolari, intervistato da Bruno Vespa nel suo Cinque minuti su Rai uno. «Il presidente della Repubblica ha giustamente esortato le istituzioni a un reciproco rispetto. È giusto, abbassare i toni sul referendum e cercare di parlare del merito. Ciò non toglie che credo sia legittimo per il governo, per le forze politiche, ma credo un po’ per tutti i cittadini, esprimere un po’ di sorpresa per alcune sentenze recenti della magistratura in ambito di immigrazione», ha precisato, aggiungendo: «Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto il caso del ministero dell’Interno condannato a risarcire un immigrato illegale perché era stato ingiustamente portato in un Cpr in Albania per il suo rimpatrio, un immigrato illegale che aveva alle spalle 23 condanne. Il giorno dopo, abbiamo avuto il governo, lo Stato italiano, condannato a risarcire 90.000 euro alla Sea Watch perché in quel famoso caso, quando la nave capitanata da Rackete aveva speronato una motovedetta della Guardia di finanza, è stato reputato che non era legittimo sequestrare quella nave. E poi oggi è arrivata la notizia del dissequestro anche della nave. Quindi sono oggettivamente delle sentenze che lasciano un po' perplessi». Per il presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano «preoccupa, che ogni volta che c’è un provvedimento sgradito, non si critichi il provvedimento ma si additi il magistrato che lo ha emesso come magistrato politicizzato». E su questo punto è il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, a sintetizzare: «È davvero inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia».
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Il cadavere di una donna è stato scoperto nell'ex area Cnr a Scandicci (Ansa)
Quando si dice la privacy: sospettato per l’omicidio di una povera donna alla quale hanno mozzato la testa con un machete, l’uomo in questione aveva l’obbligo di firma perché è conosciuto come un soggetto pericoloso. Ora è piantonato in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio: fra quando potrebbe aver ucciso e quando l’hanno fermato avrebbe fatto in tempo ad aizzare un cane contro la gente che passava. Eppure al momento di lui non si sa nulla, se non che si tratterebbe di un uomo di origine nordafricana. Il prossimo referendum sulla giustizia lo faremo per stabilire che l’essere straniero in Italia è una scriminante. Se sei italiano la legge diventa inflessibile, se sei un «accolto» allora puoi fare quasi come ti pare. Pare davvero l’ennesima storia di degrado e di ipocrisia; teatro il centro di Scandicci area metropolitana di Firenze.
Siamo neppure a 300 metri dal Comune, attaccati all’Its Russel Newton frequentato da quasi un migliaio di adolescenti che studiano lì e vanno nel parco dell’ex Cnr a passeggiare. Ma ora sono ostaggio dei «canari», gli spacciatori che usano cani inferociti per schermarsi. Con un progetto «politicamente molto corretto» dal Comune fanno sapere che quell’area è destinata a diventare il parco delle biodiversità. Ci sono pronti 2,5 milioni della Regione a la sindaca Claudia Sereni ovviamente del Pd e ortodossa della linea di Elly Schlein ha parlato di «orribile tragedia che ci allarma». Il fatto è che, con la tranvia, Scandicci è la periferia di Firenze. Si viene per lavorare, ma la notte tutti gli emarginati finiscono qui, dove si è creato un forte problema di sicurezza. Il parco è diventato un rifugio di sbandati, tossicodipendenti con spacciatori al seguito che si fanno scudo di cani randagi che loro addestrano ad attaccare chiunque.
C’è in mezzo al parco un casolare abbandonato (hanno murato porte e finestre per evitare che venga occupato) circondato da una rete sfondata. C’è un puzzo insopportabile di deiezioni, un tappeto di siringhe. Sul retro una tendopoli improvvisata dove «campano» gli sbandati. Ecco, lì era riversa con la gola tagliata Silke Saur, 44 anni, tedesca che viveva ai margini della società: senza fissa dimora, senza un euro in tasca. È morta lunedì, dice il medico legale. L’hanno trovata ieri. Dicono che da qualche tempo facesse coppia con il nordafricano, il sospettato dell’assassinio, chiedendo l’elemosina, bevendo e forse drogandosi. Lunedì i due si sarebbero appartati vicino al casolare, sarebbe nata una lite e il sospettato non avrebbe esitato a staccare la testa alla donna con un fendente di un machete che è stato ritrovato accanto al cadavere.
Martedì il nodafricano, rimasto a gironzolare attorno al parco del Cnr, ha anche aggredito una passante (una signora anziana che - spaventata - ha chiesto aiuto), aizzandole contro un pitbull che da qualche tempo porta con sé come «arma impropria». Lo hanno fermato e portato in ospedale a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Ma già dalla mattina gli agenti del commissariato di Scandicci - che sanno perfettamente chi è e cosa fa l’immigrato, che da quel che si è saputo ha precedenti per violenza, aggressione e spaccio - avevano capito che qualcosa non quadrava: si era presentato alla firma senza indossare la solita felpa.
Ieri quando hanno trovato il cadavere della povera Silke c’era anche la stessa felpa sporca di sangue, e l’extracomunitario che già era in ospedale è diventato un forte sospettato. Il nordafricano è conosciuto dalla Polizia come un tipo violento e pericoloso eppure era libero di girare e, forse, di uccidere. La dottoressa Alessandra Falcone, sostituto procuratore di Firenze, ha aperto il fascicolo per omicidio volontario, ma non ha ancora interrogato il nordafricano, anche se ha visto i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso in parte l’omicidio.
Riavvolgendo il nastro di questo orrore viene in mente Aurora Livoli, 19 anni, ammazzata meno di un mese fa a Milano ammazzata da Emilio Galdez Velazco già condannato per stupro ma che era libero, viene in mente Anna Laura Valsecchi accoltellata in piazza Gae Aulenti sempre a Milano da Vincenzo Lanni che aveva già ammazzato, doveva stare in comunità, ma era libero; viene in mente il tunisino che a Olbia una settimana fa ha seminato il panico perché ha ferito a colpi di forbici i passanti. Tutti già noti, tutti liberi di uccidere. E chissà forse sbarcati con una imbarcazione come la Sea Watch di Carola Rackete e poi rimasti a girare per l’Italia.
Ieri a Scandicci si sono vissuti altri attimi di terrore alla pista di pattinaggio. Un uomo si sarebbe avvicinato a un bambino di cinque anni e lo avrebbe afferrato nel tentativo di rapirlo. La madre del piccolo ha cominciato ad urlare ed è riuscita a sottrarre il bimbo alla presa. L’uomo che ora è ricercato è fuggito prima dell’arrivo dei Carabinieri che stanno visionando anche i video delle telecamere.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.
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