True
2024-09-17
La Milano di Sala capitale di scippi e rapine
Beppe Sala (Ansa)
Vorrebbe trasformare Milano nella capitale green, tra ecofuribondi divieti e ossessioni ambientaliste. Invece, Beppe Sala dovrà ripiegare su un primato meno glorioso: è il sindaco della città più pericolosa d’Italia. Puntuale come le scadenze fiscali, ieri è stato pubblicato l’indice della criminalità del Sole 24 Ore, che rivela il numero di denunce presentate nel 2023. A primeggiare sono soprattutto le città metropolitane. Sulle quali svetta la già spumeggiante Milano, la nostra Gotham City. Beppe, sfortunatamente, non è Batman, Robin e nemmeno il maggiordomo Alfred. È un ricco ex manager progressista, che tenta di rinverdire le sue ambizioni con la crociata verde. Mentre gongola per il divieto di fumo all’aperto e le strade a trenta all’ora, viene però certificata la vera egemonia: altro che green, Milano è la capitale indiscussa del crimine. La meno sicura. Seguono Roma e Firenze. E poi, nell’ordine: Rimini, Torino e Bologna. Tutte guidate da fieri piddini. Tra l’altro, le denunce sono cresciute per la prima volta dal 2013, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno passato. In particolare, bontà loro, nelle città governate da sindaci di centrosinistra.
Il sindaco dai calzini arcobaleno, però, resta ineguagliabile. Sala, per gli stremati milanesi, è ormai Salah: lassista bendisposto verso immigrazione e moschee. A Milano sono state oltre 7.000 le segnalazioni di reati ogni 100.000 abitanti. «Nel capoluogo lombardo, da anni in cima a questa classifica, le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre pandemia, con picchi di furti e rapine» scrive il quotidiano confindustriale. La città della Madunina è «terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti». Ma domina, dall’alto delle sue 124.480 denunce, anche la graduatoria dei furti: con destrezza o strappo, ad auto parcheggiate o nei negozi. Milano, però, va fortissimo anche nelle rapine: 4.170 in appena un anno, con circa 2.700 assalti per strada. Lo straziante bollettino prosegue con le segnalazioni per danneggiamento: 31.090 in dodici mesi. Drammatici pure i numeri sulle violenze sessuali: 607.
Il sindaco edulcora, nega, rilancia. Di fronte agli impietosi resoconti, Salah s’è spesso difeso con l’ormai mitologica scusante: l’insicurezza è soprattutto «percezione». «A Milano non c’è emergenza sicurezza» assicura a maggio 2023. Da cui, l’audace corollario: «C’è un’evidente campagna politico-mediatica contro Milano», aggiunge lo scorso novembre. Eh, sì: quei comunistoni del Sole 24 Ore, noto foglio marxista-leninista, l’hanno preso di mira. Pubblicano i risultati, chiaramente capziosi, della banca dati interforze del Viminale. Rapine, violenze, stupri: è solo una questione di angolature. Scippano la borsetta alla sciura? La colpa è del brutto ceffo: torvo certo, ma in definitiva innocuo. Aggrediscono una coppietta fuori dal ristorante? Merito dei talk show retequattristi, che fanno vedere solo il marcio. Rubano il Rolex al danaroso turista? Capirai, succede ovunque. Del resto, sfuma Beppe, «la sicurezza è un tema comune a tutte le grandi città».
E poi, chiaramente, ci sono gli interessati attacchi degli avversari politici. Ecco: se esiste qualche responsabilità, è chiaramente del governo, svicola Sala. Anche se, come confermano gli ultimi dati del Viminale, i militari impiegati nell’operazione «Strade sicure» a presidio delle grandi città, sono aumentati da 5 a 6.000. A cui vanno aggiunti i 600 in servizio nelle stazioni ferroviarie, a partire da quella meneghina. Così, stavolta a inferire è persino il più mite dei predecessori: Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco del capoluogo lombardo. Di fronte all’ultimo stillicidio, commenta: «Fa davvero male constatare che su Milano si accendano i riflettori per quantità di reati commessi e per il poco invidiabile primato di essere la città maggiormente colpita in Italia dalla criminalità». La metropoli fu sfavillante. Adesso è tetra come mai. «Alla luce di questo report, il sindaco Sala può e deve fare di più» infierisce Moratti. «E se non ci riesce non deve aver vergogna a domandare aiuto, ad esempio richiedendo la presenza dell’esercito».
Già, il reiterato podio dovrebbe allarmare il sindaco. Anche nella classifica dell’anno scorso, Milano era la città più pericolosa del Paese. Con l’indiscussa supremazia nei reati predatori, i furti con destrezza e strappo, oltre che le rapine per strada. E gli immigrati, secondo i dati ufficiali, sono responsabili proprio dell’80% di furti e rapine. Per Salah, già allora, è «percezione». Salvo poi prendere implicitamente atto dello sfacelo nominando Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, proprio «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima: a Gotham arriva il superpoliziotto, felloni in guardia. Eppure, due anni dopo, nulla è cambiato. Anzi, i numeri sono sempre più impietosi. Milano, ancora una volta, è la capitale del crimine. Percepito, s’intende. Per quello reale, ovviamente, la colpa resta del governo cinico e baro.
Le strade meneghine sono una jungla però il sindaco non assume i vigili
Con il comandante della polizia locale Marco Ciacci in uscita (e senza sapere chi sarà il suo successore), Milano si è risvegliata ieri con un nuovo record tra sicurezza e criminalità. Secondo una ricerca del Sole 24 ore il capoluogo lombardo si conferma la città con il maggior numero di reati denunciati nel 2023, con oltre 7.000 segnalazioni ogni 100.000 abitanti. A Milano le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre-pandemia, con record negativi nei furti e nelle rapine. È terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti. Il problema sicurezza è in tutta Italia, ma Milano affronta ormai da tempo una carenza di organico tra le fila stesse della polizia municipale. Il sindacato Sulpl denuncia da anni una situazione molto difficile, con preoccupazione soprattutto per il futuro. I bandi per assumere nuovi agenti della polizia locale, con l’obiettivo di avere 3.350 vigili entro il 2025, non stanno andando bene. «Ad oggi siamo 2.637, con i 550 già assunti, al netto di quelli che iniziano ad ottobre e saranno 120, se si presentano tutti» spiega il segretario sindacale Daniele Vincini. «Ma la cosa che mi preoccupa è che all’ultimo concorso ci sono state appena 1.800 domande per un posto a tempo indeterminato, un tempo erano 8.000. Non parliamo dei contratti formazione lavoro, dove ci sono appena 600 candidati. Qui si naviga a vista. Il Comune non ci dà risposte, anche se scontrarsi sarebbe utile su un argomento così importante per la città». Milano è cara, gli stipendi sono bassi, un problema che si era già visto con i conducenti dell’Atm. Ma fare il vigile urbano è un’altra cosa. La maglia nera di città più insicura d’Italia inizia a farsi sentire anche nella scelta di chi vuole far parte del corpo. Nel capoluogo lombardo c’è l’obbligo di rispetto del contratto per tre anni, poi ci si può spostare. Molti decidono di andarsene. I numeri sono davvero risicati. Anche perché sui circa 2.700 agenti molti stanno in ufficio, almeno 500 hanno qualche patologia e non possono prestare servizio in strada, altri 200 sono in Procura. Insomma: dispiegati nei quartieri, giorno e notte, sono al massimo 1.500. Per questo motivo si fa fatica a coprire i turni notturni. I sette anni della gestione di Ciacci non hanno di certo risolto i problemi organizzativi del corpo. Anzi, già nel marzo del 2022 era scoppiata una polemica interna dopo un concorso pubblico per titoli ed esami, bandito dal Comune il 9 giugno 2021, per assumere a tempo indeterminato due dirigenti della polizia locale. La notizia non aveva avuto grande eco sui quotidiani. Eppure, tre dei nove candidati avevano deciso di presentare un esposto che era stato inviato alla Procura della Repubblica di Milano, alla prefettura di Milano, all’Anac ed all’ispettorato della funzione pubblica. Nell’esposto avevano evidenziato strani comportamenti della commissione, presieduta dallo stesso Ciacci, e diverse stranezze, tra cui voti scomparsi e poi riapparsi nel corso della giornata. A presentare quel ricorso non tre persone qualunque ma Antonio Di Nardo, Vincenzo Ruocco e Roberto Benigni, tutti comandanti con curriculum di tutto rispetto e soprattutto con più anni di servizio rispetto agli altri concorrenti. A vincere erano stati alla fine due dirigenti interni (tra cui il capo di gabinetto del comandante, Gianluca Mirabelli) e un’altra candidata di un comune dell’hinterland, «tutti con pochi anni di servizio» si legge nell’esposto, «con un voto basso attribuito ai titoli e sembrerebbe vincitori del primo concorso da dirigente a cui hanno partecipato. Mentre altri candidati con più anni di servizio, […] con molta esperienza e più concorsi superati da dirigente venivano stranamente bocciati alla prova orale, dopo aver egregiamente superato le altre prove».
Di quell’esposto si sono perse le tracce sia in Procura sia all’Anac. Nel frattempo, i nomi dei possibili successori di Ciacci sono due. Il vicecomandante Enrico Bufano oppure lo stesso Mirabelli.
Continua a leggereRiduci
Mentre il primo cittadino pensa a divieti di fumo all’aperto e strade a 30 all’ora, il capoluogo lombardo primeggia nella classifica dei reati (assieme ad altri centri amministrati dai dem, come Roma e Firenze): 4.170 furti violenti in un anno e più di 600 stupri.Polizia Locale di Milano, la preoccupazione del sindacato: «Al concorso in 1.800, una volta si arrivava a 8.000».Lo speciale contiene due articoli. Vorrebbe trasformare Milano nella capitale green, tra ecofuribondi divieti e ossessioni ambientaliste. Invece, Beppe Sala dovrà ripiegare su un primato meno glorioso: è il sindaco della città più pericolosa d’Italia. Puntuale come le scadenze fiscali, ieri è stato pubblicato l’indice della criminalità del Sole 24 Ore, che rivela il numero di denunce presentate nel 2023. A primeggiare sono soprattutto le città metropolitane. Sulle quali svetta la già spumeggiante Milano, la nostra Gotham City. Beppe, sfortunatamente, non è Batman, Robin e nemmeno il maggiordomo Alfred. È un ricco ex manager progressista, che tenta di rinverdire le sue ambizioni con la crociata verde. Mentre gongola per il divieto di fumo all’aperto e le strade a trenta all’ora, viene però certificata la vera egemonia: altro che green, Milano è la capitale indiscussa del crimine. La meno sicura. Seguono Roma e Firenze. E poi, nell’ordine: Rimini, Torino e Bologna. Tutte guidate da fieri piddini. Tra l’altro, le denunce sono cresciute per la prima volta dal 2013, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno passato. In particolare, bontà loro, nelle città governate da sindaci di centrosinistra.Il sindaco dai calzini arcobaleno, però, resta ineguagliabile. Sala, per gli stremati milanesi, è ormai Salah: lassista bendisposto verso immigrazione e moschee. A Milano sono state oltre 7.000 le segnalazioni di reati ogni 100.000 abitanti. «Nel capoluogo lombardo, da anni in cima a questa classifica, le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre pandemia, con picchi di furti e rapine» scrive il quotidiano confindustriale. La città della Madunina è «terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti». Ma domina, dall’alto delle sue 124.480 denunce, anche la graduatoria dei furti: con destrezza o strappo, ad auto parcheggiate o nei negozi. Milano, però, va fortissimo anche nelle rapine: 4.170 in appena un anno, con circa 2.700 assalti per strada. Lo straziante bollettino prosegue con le segnalazioni per danneggiamento: 31.090 in dodici mesi. Drammatici pure i numeri sulle violenze sessuali: 607.Il sindaco edulcora, nega, rilancia. Di fronte agli impietosi resoconti, Salah s’è spesso difeso con l’ormai mitologica scusante: l’insicurezza è soprattutto «percezione». «A Milano non c’è emergenza sicurezza» assicura a maggio 2023. Da cui, l’audace corollario: «C’è un’evidente campagna politico-mediatica contro Milano», aggiunge lo scorso novembre. Eh, sì: quei comunistoni del Sole 24 Ore, noto foglio marxista-leninista, l’hanno preso di mira. Pubblicano i risultati, chiaramente capziosi, della banca dati interforze del Viminale. Rapine, violenze, stupri: è solo una questione di angolature. Scippano la borsetta alla sciura? La colpa è del brutto ceffo: torvo certo, ma in definitiva innocuo. Aggrediscono una coppietta fuori dal ristorante? Merito dei talk show retequattristi, che fanno vedere solo il marcio. Rubano il Rolex al danaroso turista? Capirai, succede ovunque. Del resto, sfuma Beppe, «la sicurezza è un tema comune a tutte le grandi città». E poi, chiaramente, ci sono gli interessati attacchi degli avversari politici. Ecco: se esiste qualche responsabilità, è chiaramente del governo, svicola Sala. Anche se, come confermano gli ultimi dati del Viminale, i militari impiegati nell’operazione «Strade sicure» a presidio delle grandi città, sono aumentati da 5 a 6.000. A cui vanno aggiunti i 600 in servizio nelle stazioni ferroviarie, a partire da quella meneghina. Così, stavolta a inferire è persino il più mite dei predecessori: Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco del capoluogo lombardo. Di fronte all’ultimo stillicidio, commenta: «Fa davvero male constatare che su Milano si accendano i riflettori per quantità di reati commessi e per il poco invidiabile primato di essere la città maggiormente colpita in Italia dalla criminalità». La metropoli fu sfavillante. Adesso è tetra come mai. «Alla luce di questo report, il sindaco Sala può e deve fare di più» infierisce Moratti. «E se non ci riesce non deve aver vergogna a domandare aiuto, ad esempio richiedendo la presenza dell’esercito». Già, il reiterato podio dovrebbe allarmare il sindaco. Anche nella classifica dell’anno scorso, Milano era la città più pericolosa del Paese. Con l’indiscussa supremazia nei reati predatori, i furti con destrezza e strappo, oltre che le rapine per strada. E gli immigrati, secondo i dati ufficiali, sono responsabili proprio dell’80% di furti e rapine. Per Salah, già allora, è «percezione». Salvo poi prendere implicitamente atto dello sfacelo nominando Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, proprio «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima: a Gotham arriva il superpoliziotto, felloni in guardia. Eppure, due anni dopo, nulla è cambiato. Anzi, i numeri sono sempre più impietosi. Milano, ancora una volta, è la capitale del crimine. Percepito, s’intende. Per quello reale, ovviamente, la colpa resta del governo cinico e baro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-sala-violenza-milano-2669219021.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-strade-meneghine-sono-una-jungla-pero-il-sindaco-non-assume-i-vigili" data-post-id="2669219021" data-published-at="1726568881" data-use-pagination="False"> Le strade meneghine sono una jungla però il sindaco non assume i vigili Con il comandante della polizia locale Marco Ciacci in uscita (e senza sapere chi sarà il suo successore), Milano si è risvegliata ieri con un nuovo record tra sicurezza e criminalità. Secondo una ricerca del Sole 24 ore il capoluogo lombardo si conferma la città con il maggior numero di reati denunciati nel 2023, con oltre 7.000 segnalazioni ogni 100.000 abitanti. A Milano le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre-pandemia, con record negativi nei furti e nelle rapine. È terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti. Il problema sicurezza è in tutta Italia, ma Milano affronta ormai da tempo una carenza di organico tra le fila stesse della polizia municipale. Il sindacato Sulpl denuncia da anni una situazione molto difficile, con preoccupazione soprattutto per il futuro. I bandi per assumere nuovi agenti della polizia locale, con l’obiettivo di avere 3.350 vigili entro il 2025, non stanno andando bene. «Ad oggi siamo 2.637, con i 550 già assunti, al netto di quelli che iniziano ad ottobre e saranno 120, se si presentano tutti» spiega il segretario sindacale Daniele Vincini. «Ma la cosa che mi preoccupa è che all’ultimo concorso ci sono state appena 1.800 domande per un posto a tempo indeterminato, un tempo erano 8.000. Non parliamo dei contratti formazione lavoro, dove ci sono appena 600 candidati. Qui si naviga a vista. Il Comune non ci dà risposte, anche se scontrarsi sarebbe utile su un argomento così importante per la città». Milano è cara, gli stipendi sono bassi, un problema che si era già visto con i conducenti dell’Atm. Ma fare il vigile urbano è un’altra cosa. La maglia nera di città più insicura d’Italia inizia a farsi sentire anche nella scelta di chi vuole far parte del corpo. Nel capoluogo lombardo c’è l’obbligo di rispetto del contratto per tre anni, poi ci si può spostare. Molti decidono di andarsene. I numeri sono davvero risicati. Anche perché sui circa 2.700 agenti molti stanno in ufficio, almeno 500 hanno qualche patologia e non possono prestare servizio in strada, altri 200 sono in Procura. Insomma: dispiegati nei quartieri, giorno e notte, sono al massimo 1.500. Per questo motivo si fa fatica a coprire i turni notturni. I sette anni della gestione di Ciacci non hanno di certo risolto i problemi organizzativi del corpo. Anzi, già nel marzo del 2022 era scoppiata una polemica interna dopo un concorso pubblico per titoli ed esami, bandito dal Comune il 9 giugno 2021, per assumere a tempo indeterminato due dirigenti della polizia locale. La notizia non aveva avuto grande eco sui quotidiani. Eppure, tre dei nove candidati avevano deciso di presentare un esposto che era stato inviato alla Procura della Repubblica di Milano, alla prefettura di Milano, all’Anac ed all’ispettorato della funzione pubblica. Nell’esposto avevano evidenziato strani comportamenti della commissione, presieduta dallo stesso Ciacci, e diverse stranezze, tra cui voti scomparsi e poi riapparsi nel corso della giornata. A presentare quel ricorso non tre persone qualunque ma Antonio Di Nardo, Vincenzo Ruocco e Roberto Benigni, tutti comandanti con curriculum di tutto rispetto e soprattutto con più anni di servizio rispetto agli altri concorrenti. A vincere erano stati alla fine due dirigenti interni (tra cui il capo di gabinetto del comandante, Gianluca Mirabelli) e un’altra candidata di un comune dell’hinterland, «tutti con pochi anni di servizio» si legge nell’esposto, «con un voto basso attribuito ai titoli e sembrerebbe vincitori del primo concorso da dirigente a cui hanno partecipato. Mentre altri candidati con più anni di servizio, […] con molta esperienza e più concorsi superati da dirigente venivano stranamente bocciati alla prova orale, dopo aver egregiamente superato le altre prove». Di quell’esposto si sono perse le tracce sia in Procura sia all’Anac. Nel frattempo, i nomi dei possibili successori di Ciacci sono due. Il vicecomandante Enrico Bufano oppure lo stesso Mirabelli.
Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
Continua a leggereRiduci