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2024-09-17
La Milano di Sala capitale di scippi e rapine
Beppe Sala (Ansa)
Vorrebbe trasformare Milano nella capitale green, tra ecofuribondi divieti e ossessioni ambientaliste. Invece, Beppe Sala dovrà ripiegare su un primato meno glorioso: è il sindaco della città più pericolosa d’Italia. Puntuale come le scadenze fiscali, ieri è stato pubblicato l’indice della criminalità del Sole 24 Ore, che rivela il numero di denunce presentate nel 2023. A primeggiare sono soprattutto le città metropolitane. Sulle quali svetta la già spumeggiante Milano, la nostra Gotham City. Beppe, sfortunatamente, non è Batman, Robin e nemmeno il maggiordomo Alfred. È un ricco ex manager progressista, che tenta di rinverdire le sue ambizioni con la crociata verde. Mentre gongola per il divieto di fumo all’aperto e le strade a trenta all’ora, viene però certificata la vera egemonia: altro che green, Milano è la capitale indiscussa del crimine. La meno sicura. Seguono Roma e Firenze. E poi, nell’ordine: Rimini, Torino e Bologna. Tutte guidate da fieri piddini. Tra l’altro, le denunce sono cresciute per la prima volta dal 2013, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno passato. In particolare, bontà loro, nelle città governate da sindaci di centrosinistra.
Il sindaco dai calzini arcobaleno, però, resta ineguagliabile. Sala, per gli stremati milanesi, è ormai Salah: lassista bendisposto verso immigrazione e moschee. A Milano sono state oltre 7.000 le segnalazioni di reati ogni 100.000 abitanti. «Nel capoluogo lombardo, da anni in cima a questa classifica, le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre pandemia, con picchi di furti e rapine» scrive il quotidiano confindustriale. La città della Madunina è «terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti». Ma domina, dall’alto delle sue 124.480 denunce, anche la graduatoria dei furti: con destrezza o strappo, ad auto parcheggiate o nei negozi. Milano, però, va fortissimo anche nelle rapine: 4.170 in appena un anno, con circa 2.700 assalti per strada. Lo straziante bollettino prosegue con le segnalazioni per danneggiamento: 31.090 in dodici mesi. Drammatici pure i numeri sulle violenze sessuali: 607.
Il sindaco edulcora, nega, rilancia. Di fronte agli impietosi resoconti, Salah s’è spesso difeso con l’ormai mitologica scusante: l’insicurezza è soprattutto «percezione». «A Milano non c’è emergenza sicurezza» assicura a maggio 2023. Da cui, l’audace corollario: «C’è un’evidente campagna politico-mediatica contro Milano», aggiunge lo scorso novembre. Eh, sì: quei comunistoni del Sole 24 Ore, noto foglio marxista-leninista, l’hanno preso di mira. Pubblicano i risultati, chiaramente capziosi, della banca dati interforze del Viminale. Rapine, violenze, stupri: è solo una questione di angolature. Scippano la borsetta alla sciura? La colpa è del brutto ceffo: torvo certo, ma in definitiva innocuo. Aggrediscono una coppietta fuori dal ristorante? Merito dei talk show retequattristi, che fanno vedere solo il marcio. Rubano il Rolex al danaroso turista? Capirai, succede ovunque. Del resto, sfuma Beppe, «la sicurezza è un tema comune a tutte le grandi città».
E poi, chiaramente, ci sono gli interessati attacchi degli avversari politici. Ecco: se esiste qualche responsabilità, è chiaramente del governo, svicola Sala. Anche se, come confermano gli ultimi dati del Viminale, i militari impiegati nell’operazione «Strade sicure» a presidio delle grandi città, sono aumentati da 5 a 6.000. A cui vanno aggiunti i 600 in servizio nelle stazioni ferroviarie, a partire da quella meneghina. Così, stavolta a inferire è persino il più mite dei predecessori: Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco del capoluogo lombardo. Di fronte all’ultimo stillicidio, commenta: «Fa davvero male constatare che su Milano si accendano i riflettori per quantità di reati commessi e per il poco invidiabile primato di essere la città maggiormente colpita in Italia dalla criminalità». La metropoli fu sfavillante. Adesso è tetra come mai. «Alla luce di questo report, il sindaco Sala può e deve fare di più» infierisce Moratti. «E se non ci riesce non deve aver vergogna a domandare aiuto, ad esempio richiedendo la presenza dell’esercito».
Già, il reiterato podio dovrebbe allarmare il sindaco. Anche nella classifica dell’anno scorso, Milano era la città più pericolosa del Paese. Con l’indiscussa supremazia nei reati predatori, i furti con destrezza e strappo, oltre che le rapine per strada. E gli immigrati, secondo i dati ufficiali, sono responsabili proprio dell’80% di furti e rapine. Per Salah, già allora, è «percezione». Salvo poi prendere implicitamente atto dello sfacelo nominando Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, proprio «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima: a Gotham arriva il superpoliziotto, felloni in guardia. Eppure, due anni dopo, nulla è cambiato. Anzi, i numeri sono sempre più impietosi. Milano, ancora una volta, è la capitale del crimine. Percepito, s’intende. Per quello reale, ovviamente, la colpa resta del governo cinico e baro.
Le strade meneghine sono una jungla però il sindaco non assume i vigili
Con il comandante della polizia locale Marco Ciacci in uscita (e senza sapere chi sarà il suo successore), Milano si è risvegliata ieri con un nuovo record tra sicurezza e criminalità. Secondo una ricerca del Sole 24 ore il capoluogo lombardo si conferma la città con il maggior numero di reati denunciati nel 2023, con oltre 7.000 segnalazioni ogni 100.000 abitanti. A Milano le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre-pandemia, con record negativi nei furti e nelle rapine. È terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti. Il problema sicurezza è in tutta Italia, ma Milano affronta ormai da tempo una carenza di organico tra le fila stesse della polizia municipale. Il sindacato Sulpl denuncia da anni una situazione molto difficile, con preoccupazione soprattutto per il futuro. I bandi per assumere nuovi agenti della polizia locale, con l’obiettivo di avere 3.350 vigili entro il 2025, non stanno andando bene. «Ad oggi siamo 2.637, con i 550 già assunti, al netto di quelli che iniziano ad ottobre e saranno 120, se si presentano tutti» spiega il segretario sindacale Daniele Vincini. «Ma la cosa che mi preoccupa è che all’ultimo concorso ci sono state appena 1.800 domande per un posto a tempo indeterminato, un tempo erano 8.000. Non parliamo dei contratti formazione lavoro, dove ci sono appena 600 candidati. Qui si naviga a vista. Il Comune non ci dà risposte, anche se scontrarsi sarebbe utile su un argomento così importante per la città». Milano è cara, gli stipendi sono bassi, un problema che si era già visto con i conducenti dell’Atm. Ma fare il vigile urbano è un’altra cosa. La maglia nera di città più insicura d’Italia inizia a farsi sentire anche nella scelta di chi vuole far parte del corpo. Nel capoluogo lombardo c’è l’obbligo di rispetto del contratto per tre anni, poi ci si può spostare. Molti decidono di andarsene. I numeri sono davvero risicati. Anche perché sui circa 2.700 agenti molti stanno in ufficio, almeno 500 hanno qualche patologia e non possono prestare servizio in strada, altri 200 sono in Procura. Insomma: dispiegati nei quartieri, giorno e notte, sono al massimo 1.500. Per questo motivo si fa fatica a coprire i turni notturni. I sette anni della gestione di Ciacci non hanno di certo risolto i problemi organizzativi del corpo. Anzi, già nel marzo del 2022 era scoppiata una polemica interna dopo un concorso pubblico per titoli ed esami, bandito dal Comune il 9 giugno 2021, per assumere a tempo indeterminato due dirigenti della polizia locale. La notizia non aveva avuto grande eco sui quotidiani. Eppure, tre dei nove candidati avevano deciso di presentare un esposto che era stato inviato alla Procura della Repubblica di Milano, alla prefettura di Milano, all’Anac ed all’ispettorato della funzione pubblica. Nell’esposto avevano evidenziato strani comportamenti della commissione, presieduta dallo stesso Ciacci, e diverse stranezze, tra cui voti scomparsi e poi riapparsi nel corso della giornata. A presentare quel ricorso non tre persone qualunque ma Antonio Di Nardo, Vincenzo Ruocco e Roberto Benigni, tutti comandanti con curriculum di tutto rispetto e soprattutto con più anni di servizio rispetto agli altri concorrenti. A vincere erano stati alla fine due dirigenti interni (tra cui il capo di gabinetto del comandante, Gianluca Mirabelli) e un’altra candidata di un comune dell’hinterland, «tutti con pochi anni di servizio» si legge nell’esposto, «con un voto basso attribuito ai titoli e sembrerebbe vincitori del primo concorso da dirigente a cui hanno partecipato. Mentre altri candidati con più anni di servizio, […] con molta esperienza e più concorsi superati da dirigente venivano stranamente bocciati alla prova orale, dopo aver egregiamente superato le altre prove».
Di quell’esposto si sono perse le tracce sia in Procura sia all’Anac. Nel frattempo, i nomi dei possibili successori di Ciacci sono due. Il vicecomandante Enrico Bufano oppure lo stesso Mirabelli.
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Mentre il primo cittadino pensa a divieti di fumo all’aperto e strade a 30 all’ora, il capoluogo lombardo primeggia nella classifica dei reati (assieme ad altri centri amministrati dai dem, come Roma e Firenze): 4.170 furti violenti in un anno e più di 600 stupri.Polizia Locale di Milano, la preoccupazione del sindacato: «Al concorso in 1.800, una volta si arrivava a 8.000».Lo speciale contiene due articoli. Vorrebbe trasformare Milano nella capitale green, tra ecofuribondi divieti e ossessioni ambientaliste. Invece, Beppe Sala dovrà ripiegare su un primato meno glorioso: è il sindaco della città più pericolosa d’Italia. Puntuale come le scadenze fiscali, ieri è stato pubblicato l’indice della criminalità del Sole 24 Ore, che rivela il numero di denunce presentate nel 2023. A primeggiare sono soprattutto le città metropolitane. Sulle quali svetta la già spumeggiante Milano, la nostra Gotham City. Beppe, sfortunatamente, non è Batman, Robin e nemmeno il maggiordomo Alfred. È un ricco ex manager progressista, che tenta di rinverdire le sue ambizioni con la crociata verde. Mentre gongola per il divieto di fumo all’aperto e le strade a trenta all’ora, viene però certificata la vera egemonia: altro che green, Milano è la capitale indiscussa del crimine. La meno sicura. Seguono Roma e Firenze. E poi, nell’ordine: Rimini, Torino e Bologna. Tutte guidate da fieri piddini. Tra l’altro, le denunce sono cresciute per la prima volta dal 2013, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno passato. In particolare, bontà loro, nelle città governate da sindaci di centrosinistra.Il sindaco dai calzini arcobaleno, però, resta ineguagliabile. Sala, per gli stremati milanesi, è ormai Salah: lassista bendisposto verso immigrazione e moschee. A Milano sono state oltre 7.000 le segnalazioni di reati ogni 100.000 abitanti. «Nel capoluogo lombardo, da anni in cima a questa classifica, le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre pandemia, con picchi di furti e rapine» scrive il quotidiano confindustriale. La città della Madunina è «terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti». Ma domina, dall’alto delle sue 124.480 denunce, anche la graduatoria dei furti: con destrezza o strappo, ad auto parcheggiate o nei negozi. Milano, però, va fortissimo anche nelle rapine: 4.170 in appena un anno, con circa 2.700 assalti per strada. Lo straziante bollettino prosegue con le segnalazioni per danneggiamento: 31.090 in dodici mesi. Drammatici pure i numeri sulle violenze sessuali: 607.Il sindaco edulcora, nega, rilancia. Di fronte agli impietosi resoconti, Salah s’è spesso difeso con l’ormai mitologica scusante: l’insicurezza è soprattutto «percezione». «A Milano non c’è emergenza sicurezza» assicura a maggio 2023. Da cui, l’audace corollario: «C’è un’evidente campagna politico-mediatica contro Milano», aggiunge lo scorso novembre. Eh, sì: quei comunistoni del Sole 24 Ore, noto foglio marxista-leninista, l’hanno preso di mira. Pubblicano i risultati, chiaramente capziosi, della banca dati interforze del Viminale. Rapine, violenze, stupri: è solo una questione di angolature. Scippano la borsetta alla sciura? La colpa è del brutto ceffo: torvo certo, ma in definitiva innocuo. Aggrediscono una coppietta fuori dal ristorante? Merito dei talk show retequattristi, che fanno vedere solo il marcio. Rubano il Rolex al danaroso turista? Capirai, succede ovunque. Del resto, sfuma Beppe, «la sicurezza è un tema comune a tutte le grandi città». E poi, chiaramente, ci sono gli interessati attacchi degli avversari politici. Ecco: se esiste qualche responsabilità, è chiaramente del governo, svicola Sala. Anche se, come confermano gli ultimi dati del Viminale, i militari impiegati nell’operazione «Strade sicure» a presidio delle grandi città, sono aumentati da 5 a 6.000. A cui vanno aggiunti i 600 in servizio nelle stazioni ferroviarie, a partire da quella meneghina. Così, stavolta a inferire è persino il più mite dei predecessori: Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco del capoluogo lombardo. Di fronte all’ultimo stillicidio, commenta: «Fa davvero male constatare che su Milano si accendano i riflettori per quantità di reati commessi e per il poco invidiabile primato di essere la città maggiormente colpita in Italia dalla criminalità». La metropoli fu sfavillante. Adesso è tetra come mai. «Alla luce di questo report, il sindaco Sala può e deve fare di più» infierisce Moratti. «E se non ci riesce non deve aver vergogna a domandare aiuto, ad esempio richiedendo la presenza dell’esercito». Già, il reiterato podio dovrebbe allarmare il sindaco. Anche nella classifica dell’anno scorso, Milano era la città più pericolosa del Paese. Con l’indiscussa supremazia nei reati predatori, i furti con destrezza e strappo, oltre che le rapine per strada. E gli immigrati, secondo i dati ufficiali, sono responsabili proprio dell’80% di furti e rapine. Per Salah, già allora, è «percezione». Salvo poi prendere implicitamente atto dello sfacelo nominando Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, proprio «delegato alla sicurezza». Scelta strombazzatissima: a Gotham arriva il superpoliziotto, felloni in guardia. Eppure, due anni dopo, nulla è cambiato. Anzi, i numeri sono sempre più impietosi. Milano, ancora una volta, è la capitale del crimine. Percepito, s’intende. 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A Milano le denunce sono in crescita del 4,9% rispetto al periodo pre-pandemia, con record negativi nei furti e nelle rapine. È terza per violenze sessuali e quinta per reati connessi agli stupefacenti. Il problema sicurezza è in tutta Italia, ma Milano affronta ormai da tempo una carenza di organico tra le fila stesse della polizia municipale. Il sindacato Sulpl denuncia da anni una situazione molto difficile, con preoccupazione soprattutto per il futuro. I bandi per assumere nuovi agenti della polizia locale, con l’obiettivo di avere 3.350 vigili entro il 2025, non stanno andando bene. «Ad oggi siamo 2.637, con i 550 già assunti, al netto di quelli che iniziano ad ottobre e saranno 120, se si presentano tutti» spiega il segretario sindacale Daniele Vincini. «Ma la cosa che mi preoccupa è che all’ultimo concorso ci sono state appena 1.800 domande per un posto a tempo indeterminato, un tempo erano 8.000. Non parliamo dei contratti formazione lavoro, dove ci sono appena 600 candidati. Qui si naviga a vista. Il Comune non ci dà risposte, anche se scontrarsi sarebbe utile su un argomento così importante per la città». Milano è cara, gli stipendi sono bassi, un problema che si era già visto con i conducenti dell’Atm. Ma fare il vigile urbano è un’altra cosa. La maglia nera di città più insicura d’Italia inizia a farsi sentire anche nella scelta di chi vuole far parte del corpo. Nel capoluogo lombardo c’è l’obbligo di rispetto del contratto per tre anni, poi ci si può spostare. Molti decidono di andarsene. I numeri sono davvero risicati. Anche perché sui circa 2.700 agenti molti stanno in ufficio, almeno 500 hanno qualche patologia e non possono prestare servizio in strada, altri 200 sono in Procura. Insomma: dispiegati nei quartieri, giorno e notte, sono al massimo 1.500. Per questo motivo si fa fatica a coprire i turni notturni. I sette anni della gestione di Ciacci non hanno di certo risolto i problemi organizzativi del corpo. Anzi, già nel marzo del 2022 era scoppiata una polemica interna dopo un concorso pubblico per titoli ed esami, bandito dal Comune il 9 giugno 2021, per assumere a tempo indeterminato due dirigenti della polizia locale. La notizia non aveva avuto grande eco sui quotidiani. Eppure, tre dei nove candidati avevano deciso di presentare un esposto che era stato inviato alla Procura della Repubblica di Milano, alla prefettura di Milano, all’Anac ed all’ispettorato della funzione pubblica. Nell’esposto avevano evidenziato strani comportamenti della commissione, presieduta dallo stesso Ciacci, e diverse stranezze, tra cui voti scomparsi e poi riapparsi nel corso della giornata. A presentare quel ricorso non tre persone qualunque ma Antonio Di Nardo, Vincenzo Ruocco e Roberto Benigni, tutti comandanti con curriculum di tutto rispetto e soprattutto con più anni di servizio rispetto agli altri concorrenti. A vincere erano stati alla fine due dirigenti interni (tra cui il capo di gabinetto del comandante, Gianluca Mirabelli) e un’altra candidata di un comune dell’hinterland, «tutti con pochi anni di servizio» si legge nell’esposto, «con un voto basso attribuito ai titoli e sembrerebbe vincitori del primo concorso da dirigente a cui hanno partecipato. Mentre altri candidati con più anni di servizio, […] con molta esperienza e più concorsi superati da dirigente venivano stranamente bocciati alla prova orale, dopo aver egregiamente superato le altre prove». Di quell’esposto si sono perse le tracce sia in Procura sia all’Anac. Nel frattempo, i nomi dei possibili successori di Ciacci sono due. Il vicecomandante Enrico Bufano oppure lo stesso Mirabelli.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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