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2020-09-16
I ministri non pagano Casaleggio, Grillo gli fa le fusa
Beppe Grillo e Davide Casaleggio (Massimo Di Vita, Mondadori Portfolio via Getty Images)
L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari.
Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.
Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento.
Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo.
Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale.
Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.
Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau
L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica».
La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio».
Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica».
Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro.
La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti.
In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum».
Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019.
Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019.
All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
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Il comico: «Dittature? Meglio delle democrazie». E blandisce il figlio del guru per evitare la faida col partito.Dei 300 euro mensili promessi dai vertici del Movimento non c'è più traccia. Su 750.000 previsti per il primo semestre del 2020 in cassa ne sono arrivati 130.000.Lo speciale contiene due articoli.L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari. Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento. Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo. Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale. Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-ha-paura-e-cerca-la-pace-con-casaleggio-2647673736.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-di-maio-a-fico-allazzolina-i-big-m5s-non-versano-lobolo-alla-piattaforma-rousseau" data-post-id="2647673736" data-published-at="1600234133" data-use-pagination="False"> Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica». La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio». Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica». Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro. La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti. In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum». Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019. Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019. All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
Per Fausto Biloslavo l'attacco di Modena fatto da Salim El Koudri ricalca fedelmente la cosiddetta «tattica dei mille tagli», una strategia di terrore teorizzata dallo Stato Islamico e rilanciata anche di recente sulle sue riviste digitali. Un metodo che spinge lupi solitari e soggetti instabili a colpire nelle piazze europee usando armi di uso quotidiano, come automobili e coltelli da cucina. Ne è prova anche l'arresto eseguito a Reggio Emilia dell'ennesimo radicalizzato che progettava attacchi.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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