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2020-09-16
I ministri non pagano Casaleggio, Grillo gli fa le fusa
Beppe Grillo e Davide Casaleggio (Massimo Di Vita, Mondadori Portfolio via Getty Images)
L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari.
Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.
Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento.
Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo.
Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale.
Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.
Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau
L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica».
La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio».
Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica».
Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro.
La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti.
In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum».
Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019.
Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019.
All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
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Il comico: «Dittature? Meglio delle democrazie». E blandisce il figlio del guru per evitare la faida col partito.Dei 300 euro mensili promessi dai vertici del Movimento non c'è più traccia. Su 750.000 previsti per il primo semestre del 2020 in cassa ne sono arrivati 130.000.Lo speciale contiene due articoli.L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari. Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento. Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo. Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale. Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-ha-paura-e-cerca-la-pace-con-casaleggio-2647673736.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-di-maio-a-fico-allazzolina-i-big-m5s-non-versano-lobolo-alla-piattaforma-rousseau" data-post-id="2647673736" data-published-at="1600234133" data-use-pagination="False"> Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica». La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio». Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica». Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro. La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti. In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum». Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019. Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019. All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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