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2020-09-16
I ministri non pagano Casaleggio, Grillo gli fa le fusa
Beppe Grillo e Davide Casaleggio (Massimo Di Vita, Mondadori Portfolio via Getty Images)
L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari.
Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.
Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento.
Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo.
Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale.
Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.
Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau
L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica».
La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio».
Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica».
Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro.
La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti.
In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum».
Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019.
Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019.
All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
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Il comico: «Dittature? Meglio delle democrazie». E blandisce il figlio del guru per evitare la faida col partito.Dei 300 euro mensili promessi dai vertici del Movimento non c'è più traccia. Su 750.000 previsti per il primo semestre del 2020 in cassa ne sono arrivati 130.000.Lo speciale contiene due articoli.L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari. Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento. Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo. Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale. Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-ha-paura-e-cerca-la-pace-con-casaleggio-2647673736.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-di-maio-a-fico-allazzolina-i-big-m5s-non-versano-lobolo-alla-piattaforma-rousseau" data-post-id="2647673736" data-published-at="1600234133" data-use-pagination="False"> Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica». La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio». Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica». Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro. La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti. In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum». Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019. Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019. All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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