True
2020-09-16
I ministri non pagano Casaleggio, Grillo gli fa le fusa
Beppe Grillo e Davide Casaleggio (Massimo Di Vita, Mondadori Portfolio via Getty Images)
L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari.
Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.
Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento.
Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo.
Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale.
Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.
Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau
L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica».
La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio».
Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica».
Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro.
La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti.
In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum».
Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019.
Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019.
All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
Continua a leggereRiduci
Il comico: «Dittature? Meglio delle democrazie». E blandisce il figlio del guru per evitare la faida col partito.Dei 300 euro mensili promessi dai vertici del Movimento non c'è più traccia. Su 750.000 previsti per il primo semestre del 2020 in cassa ne sono arrivati 130.000.Lo speciale contiene due articoli.L'ultima perla di Beppe Grillo, arriva - nientemeno - durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari. Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento. Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava - agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau - che qualcuno non pagava il contributo all'associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l'omonima Associazione che gestisce l'infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l'onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l'elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l'elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo. Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre...». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale. Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l'ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-ha-paura-e-cerca-la-pace-con-casaleggio-2647673736.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-di-maio-a-fico-allazzolina-i-big-m5s-non-versano-lobolo-alla-piattaforma-rousseau" data-post-id="2647673736" data-published-at="1600234133" data-use-pagination="False"> Da Di Maio a Fico all’Azzolina. I big M5s non versano l’obolo alla piattaforma Rousseau L'ultimo obolo di Luigi Di Maio, ex leader del Movimento, risale ormai al 12 dicembre 2019. Quello di Roberto Fico, presidente della Camera, è ancora più datato: 4 novembre 2019. E anche tanti ministri, a leggere i rendiconti pubblicati, hanno smesso di contribuire alla causa. Così come il reggente, Vito Crimi. Eppure, non si tratta di una gran cifra: 300 euro al mese. Ed è questa l'aggravante: la dimenticanza sembra un aperto atto di ostilità verso Davide Casaleggio e Rousseau, «la piattaforma di democrazia diretta unica al mondo». Così l'accorata lettera del figlio di Gianroberto, cofondatore dei 5 stelle, diventa la disperata maniera di lavare i panni sporchi in pubblico: «Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del M5s, saremo costretti a ridurre diversi servizi e strumenti». Quindi, «non sarà più possibile garantire l'infrastruttura organizzativa, amministrativa e tecnologica». La minaccia è epocale: spegnere il non luogo decisionale dei pentastellati. Tanto che ieri è arrivato in soccorso perfino l'Elevato: «I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto», ha detto Beppe Grillo. «Non è una difesa di Rousseau, ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi. Dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta, Casaleggio padre e figlio». Ma questa riconoscenza è diventata moneta rara tra i grillini. Letteralmente. La Verità, incrociando le «erogazioni ai partiti e ai movimenti politici iscritti nel registro nazionale» ai dati di Rousseau, ha scoperto che le mancanze denunciate sono ben più diffuse e conclamate. Già il dato generale è impietoso: i parlamentari grillini sono 293, i consiglieri regionali 99 e gli eurodeputati 14. Totale: 406 eletti. La piattaforma dovrebbe dunque incassare quasi 1,5 milioni all'anno. Ma nei primi sei mesi del 2020 la raccolta, conferma il sito della piattaforma, è ferma a circa 130.000 euro: quasi un sesto di quanto previsto. Eppure, spiega ancora Casaleggio, tutti «hanno sottoscritto l'impegno di versare un piccolo contributo, circa un quarantesimo della propria retribuzione». Trecento euro al mese, appunto. E per il più nobile dei fini: «Poter consentire a tutti gli iscritti, che non rivestono posizioni economicamente e politicamente privilegiate come quelle dei portavoce in Parlamento, in Regione e in Europa, di poter avere strumenti gratuiti e accessibili di partecipazione alla vita politica». Invece i primi ad aver abbandonato la nave, pomposamente intitolata all'incolpevole filosofo francese, sono stati proprio i più illustri esponenti del Movimento che prometteva di trasformare i cittadini in protagonisti. A partire dall'ex leader, Di Maio. Lo scorso novembre il voto sulla piattaforma dà il via libera a liste e simbolo per le regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il ministro degli Esteri esulta: «Una grande lezione di democrazia». Che, sfortunatamente, sconfessa però la sua linea: scansare quelle tornate, che saranno elettoralmente rovinose. Al suo entusiastico apprezzamento, non segue però conseguente gesto. Come conferma il documento pubblicato da Rousseau sui «contribuiti alla legge 3 del 2019», ovvero la trasparenza delle donazioni ai movimenti politici, quest'anno Di Maio non ha saldato quanto promesso. L'ultimo pagamento è del 12 dicembre 2019. L'elenco di Rousseau è aggiornato al 30 luglio 2020. Mancano sette mesi: in totale, il debito è di 2.100 euro. La stesso vale per altri ministri pentastellati. Vincenzo Spadafora, a capo di Politiche giovanili e Sport, è fermo al 30 dicembre 2019. Fabiana Dadone, che guida la Pubblica amministrazione, al giorno seguente. Stefano Patuanelli, titolare del Mise, non paga dal 3 dicembre dello scorso anno. Ancora più datato l'ultimo versamento del ministro dell'Istruzione, l'ormai celebre Lucia Azzolina: 26 novembre 2019. Nel suo caso, mancano all'appello 2.400 euro. Tutti morosi. A meno, ovviamente, di tardivi e non ancora rendicontati ripensamenti. In serata, è arrivata una nota piccata di Rina De Lorenzo, deputata che sostiene di essere stata «messa alla gogna come presunta morosa», pur avendo «restituito ai cittadini versando al microcredito». Un equivoco nato perché «nessuno si è preso la briga di aggiornare il sito». «L'ultimo versamento», sostiene la De Lorenzo, è di agosto di 2020. L'onorevole evoca il sospetto di essere finita nella lista «per aver pubblicamente sostenuto le ragioni del no al referendum». Tra i pochi ligi c'è il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. O la presidente della commissione Banche, Carla Ruocco. Ma per il giovane Casaleggio è una magra consolazione. Perfino Fico, il grillino più istituzionale dell'emiciclo, ha smesso di versare: dal 4 novembre 2019. Sbalorditiva anche la mancanza del reggente Crimi, fermo allo scorso 4 dicembre. E pure l'arrembante senatrice Paola Taverna, in corsa per quel che resta della leadership, non è in regola. Ultima donazione: 13 dicembre 2019. All'esplodere dei dissapori, quasi tutti i papaveri grillini si sono ritratti. L'ammutinamento di Rousseau è ovviamente un dito negli occhi a Davide Casaleggio, inviso a leader, leaderini e comprimari. Ed è solo l'ennesima, plateale, battaglia della guerra termonucleare nel Movimento. Diviso, senza guida, in crisi d'identità. E i sondaggi che dimezzano i consensi delle politiche di due anni fa. Bene che vada. Perché le imminenti regionali si preannunciano disastrose. Pure l'identitario referendum sul taglio dei parlamentari rischia di trasformarsi in un'inservibile pacca sulle spalle. Resa dei conti imminente. Magari in quel congressone da prima Repubblica evocato da tanti. Casaleggio junior, intanto, continua a meditare su una delle massime più celebri dell'amato Rousseau: l'uomo è buono per natura, ma viene corrotto dalla società.
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci
Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
Continua a leggereRiduci