I ministri non pagano Casaleggio, Grillo gli fa le fusa
  • Il comico: «Dittature? Meglio delle democrazie». E blandisce il figlio del guru per evitare la faida col partito.
  • Dei 300 euro mensili promessi dai vertici del Movimento non c’è più traccia. Su 750.000 previsti per il primo semestre del 2020 in cassa ne sono arrivati 130.000.

Lo speciale contiene due articoli.

L’ultima perla di Beppe Grillo, arriva – nientemeno – durante un intervento al Senato, ed è uno sgangherato e maldestro elogio della dittatura come forma di governo efficiente. «Paradossale», aggiunge subito il padre nobile e garante del M5: ma ormai la frittata è fatta. Non è una uscita felicissima, alla vigilia del voto sul taglio dei parlamentari.

Nello stesso giorno, però, era arrivato anche un segnale politico più importante, in codice, ma ben interpretabile per il Movimento, con una mano tesa per Davide Casaleggio, dopo ore di ebollizione nella guerra sotterranea della montagna grillina intorno al feticcio mitologico di Rousseau. Per il primo partito del Parlamento, a poche ore dalle regionali e dal referendum sono due segnali pieni di conseguenze politiche, che dunque meritano di essere decrittati.

Cominciamo dal primo, che è evidentemente una gaffe. Grillo stava facendo una delle sue adorate digressioni futurologiche. Parlava di fondi pensione e di investimenti ecologici a Taiwan e Singapore. E poi, improvvisamente, era partito per la tangente parlando di questi fantomatici cittadini asiatici dei due Paesi (non propriamente culle del pensiero liberale): «Chiedono, fanno delle domande», spiegava Grillo, «nei Paesi dove il primo ministro è un dittatore, o è il figlio del re». E poi osservava, sparando il suo petardo: «È paradossale, che oggi funzionano più le dittature che le democrazie». E tanti saluti a chi (sostenendo le regioni del No) proprio in questo frangente paventava che il taglio della rappresentanza indebolisse il Parlamento.

Il secondo bengala, invece, va letto davvero come un messaggio in bottiglia a Casaleggio jr. La prima guerra interna nel Movimento era deflagrata solo pochi giorni fa con il messaggio eloquente di Davide Casaleggio ai parlamentari. Una mail che intasava le caselle di deputati e senatori del M5s, in cui Davide Casaleggio, spiegava – agli oltre 100.000 iscritti della piattaforma Rousseau – che qualcuno non pagava il contributo all’associazione. In teoria serviva solo a comunicare che, a causa «delle gravi morosità» di diversi eletti, l’omonima Associazione che gestisce l’infrastruttura digitale a servizio del M5s, (Davide Casaleggio jr ne è la guida) era costretta «a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano più sostenibili». In pratica, come è evidente, era una dichiarazione di guerra: se voi mi chiudete i rubinetti dei finanziamenti (era la traduzione) io vi infilo in una lista di proscrizione. Non solo: ai ribelli che da giorni cercavano di sfilargli il controllo della piattaforma in nome di un controllo diretto del software, Casaleggio dava un secondo metaforico ceffone rompendo ogni cautela diplomatica e mettendo in piazza la frattura politica nel Movimento: non l’onore delle armi che si riserva agli oppositori, ma la potenziale gogna a cui si espongono i nemici. E i primi effetti erano arrivati subito: Casaleggio offriva agli iscritti un link che conteneva l’elenco di chi non aveva ancora pagato la rata dei 300 euro al mese che gli eletti si erano impegnati a versare. Aggiornando l’elenco ad aprile 2020: «i non paganti» risultavano 48 su 294 tra deputati e senatori. Tanti. Mentre gli oppositori studiavano già le contromosse, ecco il messaggio di Grillo.

Anche qui, apparentemente, il garante interviene nella disputa mentre sembra che stia parlando di altro: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po’ di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre…». E subito dopo: «I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau», aggiungeva Grillo, «è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l’hanno fatta!». Dopodiché arrivano i due nomi, non a caso citati insieme: «Dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio». E anche questo calumet della pace offerto al signore del sistema non è casuale.

Il paradosso vuole che il referendum bandiera del Movimento abbia effetti devastanti sulla squadra parlamentare del M5s: uno su due saranno tagliati dal dimezzamento dei consensi strutturale, uno su due verranno eliminati con la riduzione dei posti. Il Movimento che più ha voluto il referendum, in caso di vittoria, pagherebbe il prezzo più alto. Ed ecco il punto: alla vigilia di passaggi traumatici Grillo dissotterra l’ascia di guerra. Si cerca come tante volte un nemico fuori, per pacificarne uno dentro.


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