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2023-10-19
Rap, sesso e Corano. Vita da canaglia di «Coco» Benzema
Karim Benzema (Ansa)
Pacchi di soldi, fucili, passamontagna, montagnole di crack. Il video di Walabok, brano del rapper Booba pubblicato nel 2016, mostra uno spaccato ansiogeno della vita in banlieue. Le parole spargono i soliti toni sbruffoni, mentre sullo schermo scorrono volti incattiviti, tutti arabi o neri. A un certo punto, dopo questa rassegna di facce da galera, compare un ragazzo con un cappellino che guarda a terra. Poi alza lo sguardo: è Karim Benzema, usato come emblema dell’orgoglio racaille. Ovvero «feccia», «canaglia», come vengono chiamati i teppisti delle banlieue.
Oggi Benzema ha fatto il salto di qualità: a circondarlo non sono più banditi di periferia, ma cinici sultani e, a sentire il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, anche gli islamisti dei Fratelli musulmani. Il rigorismo religioso salafita, in teoria, mal si concilierebbe con lo stile di vita dei video come quello di Booba, ma l’obiezione è astratta: come ha rilevato più volte lo scrittore Renaud Camus, infatti, nelle periferie nordeuropee non c’è soluzione di continuità tra i pusher di quartiere ed estremisti religiosi. Sono forme e gradi diversi assunti dallo stesso rifiuto della civiltà europea. In questo senso, Benzema è il vero simbolo del mondo sommerso che ribolle sotto la superficie delle città europee.
Karim Benzema nasce il 19 dicembre 1987, a Lione. È immigrato di terza generazione: suo nonno, Da Lakehal Benzema, lasciò il villaggio di Tighzert, nella Cabilia algerina, nel 1958. Con sé portò i suoi figli, tra cui il piccolo Hafid, di 7 anni. I Benzema si stabilirono a Lione, dove Hafid conobbe Malika Haddou, algerina dell’Oran, ma nata in Francia. Karim è il settimo e ultimo figlio nato dalla coppia, a cui vanno aggiunti due fratelli maggiori avuti da Malika in un precedente matrimonio. Quando nasce, i Benzema sono in Francia già da 30 anni. Coco, così era soprannominato da ragazzino, è un giovane timido e riservato. Il carattere schivo, la severità di papà Hafid e il sogno calcistico lo tengono comunque lontano dalle cattive abitudini che inghiottono uno a uno i suoi amici. A scuola va malino, ma tutti sanno già che la matematica non sarà mai il suo mestiere. Con il pallone tra i piedi, infatti, incanta. Inizia nel Bron-Teraillon, la squadra del sobborgo lionese in cui Karim vive, ma già a nove anni si accorge di lui l’Olympique lyonnais. Con i bianchi, rossi e blu batterà ogni record, imponendosi giovanissimo in prima squadra e qui mostrando le sue doti alla Francia e al mondo. Nel 2009 passa al Real Madrid, dove forma con Cristiano Ronaldo una delle coppie d’attacco più devastanti della storia del calcio. Il resto è storia, fino al Pallone d’oro 2022 e al trasferimento a peso d’oro ai sauditi dell’Al Ittihad.
Il timido Coco cresce protetto da un clan familiare e amicale impenetrabile. Come scrivono Gilles Verdez e Jacques Hennen, autori del libro Le systeme Benzema (Mazarine 2016), «questo è il sistema Benzema: cerchi concentrici di parenti, amici d’infanzia, agenti, che “blindano” la comunicazione. Fin dall’inizio viene affissa la legge Benzema: tutto è e resterà accuratamente chiuso a chiave». Ma l’isolamento non favorisce certo la responsabilizzazione. E infatti iniziano i guai. Nel 2010, si scopre che Benzema e altri tre giocatori della nazionale francese erano tra i clienti di Zahia Dehar, una prostituta all’epoca minorenne. L’attaccante ne uscirà pulito, ma con grande scandalo. Nel 2015, ancora un caso hot: Benzema viene accusato di aver ricattato il suo compagno di squadra, Mathieu Valbuena, a causa di un video porno di quest’ultimo. Stavolta viene condannato a un anno di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 75.000 euro, oltre a 80.000 euro da dare a Valbuena. Nel 2018, poi, membri del suo entourage saranno coinvolti in un tentativo di rapimento. Divenuto, pur tra queste disavventure, una colonna della nazionale transalpina, il centravanti non fa tuttavia nulla per nascondere il suo disprezzo per la Francia. Nel 2006 dichiara: «L’Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì. La Francia è più un a cosa legata allo sport». Si rifiuta anche di cantare la Marsigliese: «Invita a fare la guerra, non fa per me». Il 21 novembre 2015, quando prima del Clasico tra Real Madrid e Barcellona viene suonato l’inno francese in onore delle vittime del Bataclan, Benzema è inquadrato mentre sputa platealmente per terra. Giurerà di non averlo fatto apposta. Quando viene fatto fuori dalla nazionale per i suoi guai, grida al razzismo.
Nel frattempo, diventa un idolo per tutti i ragazzini delle banlieue. Non solo in Francia: Karim Benzema è per esempio il titolo di un brano trap di Zefe, al secolo Kazir Siffedine, «artista» italomarocchino visto qualche tempo fa in giro per Novara con un machete.
Con il passare del tempo, Benzema comincia inoltre a mostrare una spiccata attenzione per gli ambienti dell’islam radicale. Nel 2022 il giocatore denuncia Damien Rieu, militante del partito Reconquête, che su Twitter aveva evidenziato foto e like «imbarazzanti» da parte di Karim. Come lo scatto con un imam radicale o il like a un lottatore di Mma che scriveva: «Che Allah faccia discendere il suo castigo su colui che offende l’onore del Profeta». Rieu verrà assolto.
Darmanin in tackle per lanciare un messaggio a Riad
In Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, attaccato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sull’ex Pallone d’oro, che ora milita nell’Al Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, è bene ricordarlo, è uno dei sette Paesi che riconoscono i Fratelli musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria.
A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre cellule terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto con i Fratelli musulmani. Stiamo attaccando un’idra che sono i Fratelli musulmani perché creano un’atmosfera jihadista, come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato non solo il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale, ma anche il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux, noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti, dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza, che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport», si legge su Le Figaro.
Le parole di Darmanin arrivano dopo che domenica scorsa l’ex nazionale francese (97 presenze, 37 gol) ha scritto su X: «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, che sono ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti che non risparmiano né donne né bambini». Non una sola parola sulle vittime israeliane, né tanto meno sui bambini trucidati nelle loro culle. Ma d’altronde da Benzema, fervente sostenitore della causa palestinese, non c’era nient’altro da aspettarsi. Il suo post ha scatenato una serie di polemiche e David Aouate, un giocatore della nazionale israeliana di calcio, lo ha definito sempre su X «un figlio di puttana».
Ma perché Gérald Darmanin ha attaccato proprio adesso Karim Benzema? Il ministro degli Interni è tra i pochi politici francesi ed europei ad aver colto da tempo la pericolosità della Fratellanza, e per questo ha ordinato la chiusura di numerose moschee e associazioni islamiche controllate dai Fratelli. Darmanin vuole quindi riportare al centro del dibattito il tema della messa al bando della Fratellanza non solo in Francia, ma anche a livello europeo. È un messaggio anche ai sauditi, nemici giurati dei Fratelli musulmani, che verseranno a Benzema per i prossimi due anni di contratto 400 milioni di euro.
Le parole di Darmanin hanno convinto Valérie Boyer, senatrice dei Repubblicani, a chiedere che a Benzema, che ha anche passaporto algerino, venga tolta la nazionalità francese: «Se, come afferma il ministro degli Interni, Karim Benzema è legato ai Fratelli musulmani, chiedo sanzioni, in particolare la privazione della nazionalità. È urgente agire contro coloro che minacciano costantemente il nostro Paese». Non appena ha pubblicato il suo atto parlamentare su X, sono arrivate decine di insulti e pesanti minacce, e di certo da oggi è un soggetto ad alto rischio in un Paese dove la minaccia terroristica è altissima. Tanto che, ieri mattina, sei aeroporti in tutta la Francia sono stati evacuati per «minacce di attentato».
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Dai video in stile gangster ai sexy scandali, fino alla vicinanza con gli estremisti: il centravanti ha sempre fatto discutere.Il ministro francese Gérald Darmanin attacca il calciatore: «Legato ai Fratelli musulmani». Nel mirino le frizioni tra l’organizzazione e i sauditi.Lo speciale contiene due articoli.Pacchi di soldi, fucili, passamontagna, montagnole di crack. Il video di Walabok, brano del rapper Booba pubblicato nel 2016, mostra uno spaccato ansiogeno della vita in banlieue. Le parole spargono i soliti toni sbruffoni, mentre sullo schermo scorrono volti incattiviti, tutti arabi o neri. A un certo punto, dopo questa rassegna di facce da galera, compare un ragazzo con un cappellino che guarda a terra. Poi alza lo sguardo: è Karim Benzema, usato come emblema dell’orgoglio racaille. Ovvero «feccia», «canaglia», come vengono chiamati i teppisti delle banlieue. Oggi Benzema ha fatto il salto di qualità: a circondarlo non sono più banditi di periferia, ma cinici sultani e, a sentire il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, anche gli islamisti dei Fratelli musulmani. Il rigorismo religioso salafita, in teoria, mal si concilierebbe con lo stile di vita dei video come quello di Booba, ma l’obiezione è astratta: come ha rilevato più volte lo scrittore Renaud Camus, infatti, nelle periferie nordeuropee non c’è soluzione di continuità tra i pusher di quartiere ed estremisti religiosi. Sono forme e gradi diversi assunti dallo stesso rifiuto della civiltà europea. In questo senso, Benzema è il vero simbolo del mondo sommerso che ribolle sotto la superficie delle città europee.Karim Benzema nasce il 19 dicembre 1987, a Lione. È immigrato di terza generazione: suo nonno, Da Lakehal Benzema, lasciò il villaggio di Tighzert, nella Cabilia algerina, nel 1958. Con sé portò i suoi figli, tra cui il piccolo Hafid, di 7 anni. I Benzema si stabilirono a Lione, dove Hafid conobbe Malika Haddou, algerina dell’Oran, ma nata in Francia. Karim è il settimo e ultimo figlio nato dalla coppia, a cui vanno aggiunti due fratelli maggiori avuti da Malika in un precedente matrimonio. Quando nasce, i Benzema sono in Francia già da 30 anni. Coco, così era soprannominato da ragazzino, è un giovane timido e riservato. Il carattere schivo, la severità di papà Hafid e il sogno calcistico lo tengono comunque lontano dalle cattive abitudini che inghiottono uno a uno i suoi amici. A scuola va malino, ma tutti sanno già che la matematica non sarà mai il suo mestiere. Con il pallone tra i piedi, infatti, incanta. Inizia nel Bron-Teraillon, la squadra del sobborgo lionese in cui Karim vive, ma già a nove anni si accorge di lui l’Olympique lyonnais. Con i bianchi, rossi e blu batterà ogni record, imponendosi giovanissimo in prima squadra e qui mostrando le sue doti alla Francia e al mondo. Nel 2009 passa al Real Madrid, dove forma con Cristiano Ronaldo una delle coppie d’attacco più devastanti della storia del calcio. Il resto è storia, fino al Pallone d’oro 2022 e al trasferimento a peso d’oro ai sauditi dell’Al Ittihad.Il timido Coco cresce protetto da un clan familiare e amicale impenetrabile. Come scrivono Gilles Verdez e Jacques Hennen, autori del libro Le systeme Benzema (Mazarine 2016), «questo è il sistema Benzema: cerchi concentrici di parenti, amici d’infanzia, agenti, che “blindano” la comunicazione. Fin dall’inizio viene affissa la legge Benzema: tutto è e resterà accuratamente chiuso a chiave». Ma l’isolamento non favorisce certo la responsabilizzazione. E infatti iniziano i guai. Nel 2010, si scopre che Benzema e altri tre giocatori della nazionale francese erano tra i clienti di Zahia Dehar, una prostituta all’epoca minorenne. L’attaccante ne uscirà pulito, ma con grande scandalo. Nel 2015, ancora un caso hot: Benzema viene accusato di aver ricattato il suo compagno di squadra, Mathieu Valbuena, a causa di un video porno di quest’ultimo. Stavolta viene condannato a un anno di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 75.000 euro, oltre a 80.000 euro da dare a Valbuena. Nel 2018, poi, membri del suo entourage saranno coinvolti in un tentativo di rapimento. Divenuto, pur tra queste disavventure, una colonna della nazionale transalpina, il centravanti non fa tuttavia nulla per nascondere il suo disprezzo per la Francia. Nel 2006 dichiara: «L’Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì. La Francia è più un a cosa legata allo sport». Si rifiuta anche di cantare la Marsigliese: «Invita a fare la guerra, non fa per me». Il 21 novembre 2015, quando prima del Clasico tra Real Madrid e Barcellona viene suonato l’inno francese in onore delle vittime del Bataclan, Benzema è inquadrato mentre sputa platealmente per terra. Giurerà di non averlo fatto apposta. Quando viene fatto fuori dalla nazionale per i suoi guai, grida al razzismo.Nel frattempo, diventa un idolo per tutti i ragazzini delle banlieue. Non solo in Francia: Karim Benzema è per esempio il titolo di un brano trap di Zefe, al secolo Kazir Siffedine, «artista» italomarocchino visto qualche tempo fa in giro per Novara con un machete.Con il passare del tempo, Benzema comincia inoltre a mostrare una spiccata attenzione per gli ambienti dell’islam radicale. Nel 2022 il giocatore denuncia Damien Rieu, militante del partito Reconquête, che su Twitter aveva evidenziato foto e like «imbarazzanti» da parte di Karim. Come lo scatto con un imam radicale o il like a un lottatore di Mma che scriveva: «Che Allah faccia discendere il suo castigo su colui che offende l’onore del Profeta». Rieu verrà assolto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benzema-islam-2666020205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="darmanin-in-tackle-per-lanciare-un-messaggio-a-riad" data-post-id="2666020205" data-published-at="1697711847" data-use-pagination="False"> Darmanin in tackle per lanciare un messaggio a Riad In Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, attaccato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sull’ex Pallone d’oro, che ora milita nell’Al Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, è bene ricordarlo, è uno dei sette Paesi che riconoscono i Fratelli musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria. A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre cellule terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto con i Fratelli musulmani. Stiamo attaccando un’idra che sono i Fratelli musulmani perché creano un’atmosfera jihadista, come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato non solo il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale, ma anche il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux, noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti, dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza, che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport», si legge su Le Figaro. Le parole di Darmanin arrivano dopo che domenica scorsa l’ex nazionale francese (97 presenze, 37 gol) ha scritto su X: «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, che sono ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti che non risparmiano né donne né bambini». Non una sola parola sulle vittime israeliane, né tanto meno sui bambini trucidati nelle loro culle. Ma d’altronde da Benzema, fervente sostenitore della causa palestinese, non c’era nient’altro da aspettarsi. Il suo post ha scatenato una serie di polemiche e David Aouate, un giocatore della nazionale israeliana di calcio, lo ha definito sempre su X «un figlio di puttana». Ma perché Gérald Darmanin ha attaccato proprio adesso Karim Benzema? Il ministro degli Interni è tra i pochi politici francesi ed europei ad aver colto da tempo la pericolosità della Fratellanza, e per questo ha ordinato la chiusura di numerose moschee e associazioni islamiche controllate dai Fratelli. Darmanin vuole quindi riportare al centro del dibattito il tema della messa al bando della Fratellanza non solo in Francia, ma anche a livello europeo. È un messaggio anche ai sauditi, nemici giurati dei Fratelli musulmani, che verseranno a Benzema per i prossimi due anni di contratto 400 milioni di euro. Le parole di Darmanin hanno convinto Valérie Boyer, senatrice dei Repubblicani, a chiedere che a Benzema, che ha anche passaporto algerino, venga tolta la nazionalità francese: «Se, come afferma il ministro degli Interni, Karim Benzema è legato ai Fratelli musulmani, chiedo sanzioni, in particolare la privazione della nazionalità. È urgente agire contro coloro che minacciano costantemente il nostro Paese». Non appena ha pubblicato il suo atto parlamentare su X, sono arrivate decine di insulti e pesanti minacce, e di certo da oggi è un soggetto ad alto rischio in un Paese dove la minaccia terroristica è altissima. Tanto che, ieri mattina, sei aeroporti in tutta la Francia sono stati evacuati per «minacce di attentato».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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