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2023-10-19
Rap, sesso e Corano. Vita da canaglia di «Coco» Benzema
Karim Benzema (Ansa)
Pacchi di soldi, fucili, passamontagna, montagnole di crack. Il video di Walabok, brano del rapper Booba pubblicato nel 2016, mostra uno spaccato ansiogeno della vita in banlieue. Le parole spargono i soliti toni sbruffoni, mentre sullo schermo scorrono volti incattiviti, tutti arabi o neri. A un certo punto, dopo questa rassegna di facce da galera, compare un ragazzo con un cappellino che guarda a terra. Poi alza lo sguardo: è Karim Benzema, usato come emblema dell’orgoglio racaille. Ovvero «feccia», «canaglia», come vengono chiamati i teppisti delle banlieue.
Oggi Benzema ha fatto il salto di qualità: a circondarlo non sono più banditi di periferia, ma cinici sultani e, a sentire il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, anche gli islamisti dei Fratelli musulmani. Il rigorismo religioso salafita, in teoria, mal si concilierebbe con lo stile di vita dei video come quello di Booba, ma l’obiezione è astratta: come ha rilevato più volte lo scrittore Renaud Camus, infatti, nelle periferie nordeuropee non c’è soluzione di continuità tra i pusher di quartiere ed estremisti religiosi. Sono forme e gradi diversi assunti dallo stesso rifiuto della civiltà europea. In questo senso, Benzema è il vero simbolo del mondo sommerso che ribolle sotto la superficie delle città europee.
Karim Benzema nasce il 19 dicembre 1987, a Lione. È immigrato di terza generazione: suo nonno, Da Lakehal Benzema, lasciò il villaggio di Tighzert, nella Cabilia algerina, nel 1958. Con sé portò i suoi figli, tra cui il piccolo Hafid, di 7 anni. I Benzema si stabilirono a Lione, dove Hafid conobbe Malika Haddou, algerina dell’Oran, ma nata in Francia. Karim è il settimo e ultimo figlio nato dalla coppia, a cui vanno aggiunti due fratelli maggiori avuti da Malika in un precedente matrimonio. Quando nasce, i Benzema sono in Francia già da 30 anni. Coco, così era soprannominato da ragazzino, è un giovane timido e riservato. Il carattere schivo, la severità di papà Hafid e il sogno calcistico lo tengono comunque lontano dalle cattive abitudini che inghiottono uno a uno i suoi amici. A scuola va malino, ma tutti sanno già che la matematica non sarà mai il suo mestiere. Con il pallone tra i piedi, infatti, incanta. Inizia nel Bron-Teraillon, la squadra del sobborgo lionese in cui Karim vive, ma già a nove anni si accorge di lui l’Olympique lyonnais. Con i bianchi, rossi e blu batterà ogni record, imponendosi giovanissimo in prima squadra e qui mostrando le sue doti alla Francia e al mondo. Nel 2009 passa al Real Madrid, dove forma con Cristiano Ronaldo una delle coppie d’attacco più devastanti della storia del calcio. Il resto è storia, fino al Pallone d’oro 2022 e al trasferimento a peso d’oro ai sauditi dell’Al Ittihad.
Il timido Coco cresce protetto da un clan familiare e amicale impenetrabile. Come scrivono Gilles Verdez e Jacques Hennen, autori del libro Le systeme Benzema (Mazarine 2016), «questo è il sistema Benzema: cerchi concentrici di parenti, amici d’infanzia, agenti, che “blindano” la comunicazione. Fin dall’inizio viene affissa la legge Benzema: tutto è e resterà accuratamente chiuso a chiave». Ma l’isolamento non favorisce certo la responsabilizzazione. E infatti iniziano i guai. Nel 2010, si scopre che Benzema e altri tre giocatori della nazionale francese erano tra i clienti di Zahia Dehar, una prostituta all’epoca minorenne. L’attaccante ne uscirà pulito, ma con grande scandalo. Nel 2015, ancora un caso hot: Benzema viene accusato di aver ricattato il suo compagno di squadra, Mathieu Valbuena, a causa di un video porno di quest’ultimo. Stavolta viene condannato a un anno di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 75.000 euro, oltre a 80.000 euro da dare a Valbuena. Nel 2018, poi, membri del suo entourage saranno coinvolti in un tentativo di rapimento. Divenuto, pur tra queste disavventure, una colonna della nazionale transalpina, il centravanti non fa tuttavia nulla per nascondere il suo disprezzo per la Francia. Nel 2006 dichiara: «L’Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì. La Francia è più un a cosa legata allo sport». Si rifiuta anche di cantare la Marsigliese: «Invita a fare la guerra, non fa per me». Il 21 novembre 2015, quando prima del Clasico tra Real Madrid e Barcellona viene suonato l’inno francese in onore delle vittime del Bataclan, Benzema è inquadrato mentre sputa platealmente per terra. Giurerà di non averlo fatto apposta. Quando viene fatto fuori dalla nazionale per i suoi guai, grida al razzismo.
Nel frattempo, diventa un idolo per tutti i ragazzini delle banlieue. Non solo in Francia: Karim Benzema è per esempio il titolo di un brano trap di Zefe, al secolo Kazir Siffedine, «artista» italomarocchino visto qualche tempo fa in giro per Novara con un machete.
Con il passare del tempo, Benzema comincia inoltre a mostrare una spiccata attenzione per gli ambienti dell’islam radicale. Nel 2022 il giocatore denuncia Damien Rieu, militante del partito Reconquête, che su Twitter aveva evidenziato foto e like «imbarazzanti» da parte di Karim. Come lo scatto con un imam radicale o il like a un lottatore di Mma che scriveva: «Che Allah faccia discendere il suo castigo su colui che offende l’onore del Profeta». Rieu verrà assolto.
Darmanin in tackle per lanciare un messaggio a Riad
In Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, attaccato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sull’ex Pallone d’oro, che ora milita nell’Al Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, è bene ricordarlo, è uno dei sette Paesi che riconoscono i Fratelli musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria.
A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre cellule terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto con i Fratelli musulmani. Stiamo attaccando un’idra che sono i Fratelli musulmani perché creano un’atmosfera jihadista, come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato non solo il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale, ma anche il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux, noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti, dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza, che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport», si legge su Le Figaro.
Le parole di Darmanin arrivano dopo che domenica scorsa l’ex nazionale francese (97 presenze, 37 gol) ha scritto su X: «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, che sono ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti che non risparmiano né donne né bambini». Non una sola parola sulle vittime israeliane, né tanto meno sui bambini trucidati nelle loro culle. Ma d’altronde da Benzema, fervente sostenitore della causa palestinese, non c’era nient’altro da aspettarsi. Il suo post ha scatenato una serie di polemiche e David Aouate, un giocatore della nazionale israeliana di calcio, lo ha definito sempre su X «un figlio di puttana».
Ma perché Gérald Darmanin ha attaccato proprio adesso Karim Benzema? Il ministro degli Interni è tra i pochi politici francesi ed europei ad aver colto da tempo la pericolosità della Fratellanza, e per questo ha ordinato la chiusura di numerose moschee e associazioni islamiche controllate dai Fratelli. Darmanin vuole quindi riportare al centro del dibattito il tema della messa al bando della Fratellanza non solo in Francia, ma anche a livello europeo. È un messaggio anche ai sauditi, nemici giurati dei Fratelli musulmani, che verseranno a Benzema per i prossimi due anni di contratto 400 milioni di euro.
Le parole di Darmanin hanno convinto Valérie Boyer, senatrice dei Repubblicani, a chiedere che a Benzema, che ha anche passaporto algerino, venga tolta la nazionalità francese: «Se, come afferma il ministro degli Interni, Karim Benzema è legato ai Fratelli musulmani, chiedo sanzioni, in particolare la privazione della nazionalità. È urgente agire contro coloro che minacciano costantemente il nostro Paese». Non appena ha pubblicato il suo atto parlamentare su X, sono arrivate decine di insulti e pesanti minacce, e di certo da oggi è un soggetto ad alto rischio in un Paese dove la minaccia terroristica è altissima. Tanto che, ieri mattina, sei aeroporti in tutta la Francia sono stati evacuati per «minacce di attentato».
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Dai video in stile gangster ai sexy scandali, fino alla vicinanza con gli estremisti: il centravanti ha sempre fatto discutere.Il ministro francese Gérald Darmanin attacca il calciatore: «Legato ai Fratelli musulmani». Nel mirino le frizioni tra l’organizzazione e i sauditi.Lo speciale contiene due articoli.Pacchi di soldi, fucili, passamontagna, montagnole di crack. Il video di Walabok, brano del rapper Booba pubblicato nel 2016, mostra uno spaccato ansiogeno della vita in banlieue. Le parole spargono i soliti toni sbruffoni, mentre sullo schermo scorrono volti incattiviti, tutti arabi o neri. A un certo punto, dopo questa rassegna di facce da galera, compare un ragazzo con un cappellino che guarda a terra. Poi alza lo sguardo: è Karim Benzema, usato come emblema dell’orgoglio racaille. Ovvero «feccia», «canaglia», come vengono chiamati i teppisti delle banlieue. Oggi Benzema ha fatto il salto di qualità: a circondarlo non sono più banditi di periferia, ma cinici sultani e, a sentire il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, anche gli islamisti dei Fratelli musulmani. Il rigorismo religioso salafita, in teoria, mal si concilierebbe con lo stile di vita dei video come quello di Booba, ma l’obiezione è astratta: come ha rilevato più volte lo scrittore Renaud Camus, infatti, nelle periferie nordeuropee non c’è soluzione di continuità tra i pusher di quartiere ed estremisti religiosi. Sono forme e gradi diversi assunti dallo stesso rifiuto della civiltà europea. In questo senso, Benzema è il vero simbolo del mondo sommerso che ribolle sotto la superficie delle città europee.Karim Benzema nasce il 19 dicembre 1987, a Lione. È immigrato di terza generazione: suo nonno, Da Lakehal Benzema, lasciò il villaggio di Tighzert, nella Cabilia algerina, nel 1958. Con sé portò i suoi figli, tra cui il piccolo Hafid, di 7 anni. I Benzema si stabilirono a Lione, dove Hafid conobbe Malika Haddou, algerina dell’Oran, ma nata in Francia. Karim è il settimo e ultimo figlio nato dalla coppia, a cui vanno aggiunti due fratelli maggiori avuti da Malika in un precedente matrimonio. Quando nasce, i Benzema sono in Francia già da 30 anni. Coco, così era soprannominato da ragazzino, è un giovane timido e riservato. Il carattere schivo, la severità di papà Hafid e il sogno calcistico lo tengono comunque lontano dalle cattive abitudini che inghiottono uno a uno i suoi amici. A scuola va malino, ma tutti sanno già che la matematica non sarà mai il suo mestiere. Con il pallone tra i piedi, infatti, incanta. Inizia nel Bron-Teraillon, la squadra del sobborgo lionese in cui Karim vive, ma già a nove anni si accorge di lui l’Olympique lyonnais. Con i bianchi, rossi e blu batterà ogni record, imponendosi giovanissimo in prima squadra e qui mostrando le sue doti alla Francia e al mondo. Nel 2009 passa al Real Madrid, dove forma con Cristiano Ronaldo una delle coppie d’attacco più devastanti della storia del calcio. Il resto è storia, fino al Pallone d’oro 2022 e al trasferimento a peso d’oro ai sauditi dell’Al Ittihad.Il timido Coco cresce protetto da un clan familiare e amicale impenetrabile. Come scrivono Gilles Verdez e Jacques Hennen, autori del libro Le systeme Benzema (Mazarine 2016), «questo è il sistema Benzema: cerchi concentrici di parenti, amici d’infanzia, agenti, che “blindano” la comunicazione. Fin dall’inizio viene affissa la legge Benzema: tutto è e resterà accuratamente chiuso a chiave». Ma l’isolamento non favorisce certo la responsabilizzazione. E infatti iniziano i guai. Nel 2010, si scopre che Benzema e altri tre giocatori della nazionale francese erano tra i clienti di Zahia Dehar, una prostituta all’epoca minorenne. L’attaccante ne uscirà pulito, ma con grande scandalo. Nel 2015, ancora un caso hot: Benzema viene accusato di aver ricattato il suo compagno di squadra, Mathieu Valbuena, a causa di un video porno di quest’ultimo. Stavolta viene condannato a un anno di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 75.000 euro, oltre a 80.000 euro da dare a Valbuena. Nel 2018, poi, membri del suo entourage saranno coinvolti in un tentativo di rapimento. Divenuto, pur tra queste disavventure, una colonna della nazionale transalpina, il centravanti non fa tuttavia nulla per nascondere il suo disprezzo per la Francia. Nel 2006 dichiara: «L’Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì. La Francia è più un a cosa legata allo sport». Si rifiuta anche di cantare la Marsigliese: «Invita a fare la guerra, non fa per me». Il 21 novembre 2015, quando prima del Clasico tra Real Madrid e Barcellona viene suonato l’inno francese in onore delle vittime del Bataclan, Benzema è inquadrato mentre sputa platealmente per terra. Giurerà di non averlo fatto apposta. Quando viene fatto fuori dalla nazionale per i suoi guai, grida al razzismo.Nel frattempo, diventa un idolo per tutti i ragazzini delle banlieue. Non solo in Francia: Karim Benzema è per esempio il titolo di un brano trap di Zefe, al secolo Kazir Siffedine, «artista» italomarocchino visto qualche tempo fa in giro per Novara con un machete.Con il passare del tempo, Benzema comincia inoltre a mostrare una spiccata attenzione per gli ambienti dell’islam radicale. Nel 2022 il giocatore denuncia Damien Rieu, militante del partito Reconquête, che su Twitter aveva evidenziato foto e like «imbarazzanti» da parte di Karim. Come lo scatto con un imam radicale o il like a un lottatore di Mma che scriveva: «Che Allah faccia discendere il suo castigo su colui che offende l’onore del Profeta». Rieu verrà assolto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benzema-islam-2666020205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="darmanin-in-tackle-per-lanciare-un-messaggio-a-riad" data-post-id="2666020205" data-published-at="1697711847" data-use-pagination="False"> Darmanin in tackle per lanciare un messaggio a Riad In Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, attaccato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sull’ex Pallone d’oro, che ora milita nell’Al Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, è bene ricordarlo, è uno dei sette Paesi che riconoscono i Fratelli musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria. A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre cellule terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto con i Fratelli musulmani. Stiamo attaccando un’idra che sono i Fratelli musulmani perché creano un’atmosfera jihadista, come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato non solo il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale, ma anche il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux, noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti, dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza, che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport», si legge su Le Figaro. Le parole di Darmanin arrivano dopo che domenica scorsa l’ex nazionale francese (97 presenze, 37 gol) ha scritto su X: «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, che sono ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti che non risparmiano né donne né bambini». Non una sola parola sulle vittime israeliane, né tanto meno sui bambini trucidati nelle loro culle. Ma d’altronde da Benzema, fervente sostenitore della causa palestinese, non c’era nient’altro da aspettarsi. Il suo post ha scatenato una serie di polemiche e David Aouate, un giocatore della nazionale israeliana di calcio, lo ha definito sempre su X «un figlio di puttana». Ma perché Gérald Darmanin ha attaccato proprio adesso Karim Benzema? Il ministro degli Interni è tra i pochi politici francesi ed europei ad aver colto da tempo la pericolosità della Fratellanza, e per questo ha ordinato la chiusura di numerose moschee e associazioni islamiche controllate dai Fratelli. Darmanin vuole quindi riportare al centro del dibattito il tema della messa al bando della Fratellanza non solo in Francia, ma anche a livello europeo. È un messaggio anche ai sauditi, nemici giurati dei Fratelli musulmani, che verseranno a Benzema per i prossimi due anni di contratto 400 milioni di euro. Le parole di Darmanin hanno convinto Valérie Boyer, senatrice dei Repubblicani, a chiedere che a Benzema, che ha anche passaporto algerino, venga tolta la nazionalità francese: «Se, come afferma il ministro degli Interni, Karim Benzema è legato ai Fratelli musulmani, chiedo sanzioni, in particolare la privazione della nazionalità. È urgente agire contro coloro che minacciano costantemente il nostro Paese». Non appena ha pubblicato il suo atto parlamentare su X, sono arrivate decine di insulti e pesanti minacce, e di certo da oggi è un soggetto ad alto rischio in un Paese dove la minaccia terroristica è altissima. Tanto che, ieri mattina, sei aeroporti in tutta la Francia sono stati evacuati per «minacce di attentato».
I soccorsi a Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Sebbene le modalità della strage siano le stesse usate negli attentati che hanno già insanguinato l’Europa, la versione ufficiale punta a escludere qualsiasi correlazione con il terrorismo, declassando la faccenda a tragico evento, con un ancor più tragico autore. Il quadretto consolatorio diffuso nei primi giorni, tuttavia, vacilla di fronte ad alcuni dati di fatto. Il primo è costituito dai messaggi che l’autore della strage inviò tempo fa all’Università di Modena. Voleva lavorare, non come magazziniere, ma come impiegato. E non lontano da casa, bensì in città. E voleva anche uno stipendio adeguato, che non gli lasciasse in tasca solo 500 euro al mese. Insomma, un lavoro comodo e ben pagato. E siccome l’ateneo non offriva un’assunzione adeguata alle sue esigenze, El Koudri aveva insultato Gesù Cristo, promettendo di bruciarlo. E le minacce, ovviamente, erano accompagnate da epiteti tipo «cristiani di merda», «bastardi», eccetera.
Era frustrato, ci spiegano oggi. Voleva un lavoro che la nostra società non era in grado di dargli. Come ho scritto, colpa nostra, dunque. Perché promettiamo integrazione e poi, invece, diamo emarginazione. In realtà, il caso El Koudri dimostra una cosa opposta, ovvero che non basta l’integrazione a evitarci casi come quello di Modena. Mi spiego. Il marocchino che sabato pomeriggio ha deciso di travolgere quanti più passanti possibile aveva la cittadinanza italiana e aveva studiato in Italia, laureandosi in Economia. Sulla carta, dunque, era un immigrato che ce l’aveva fatta. Anzi, un immigrato di seconda generazione, la cui famiglia era riuscita a trovare un lavoro e una sistemazione prima in Lombardia e poi in Emilia-Romagna, ovvero in due delle Regioni più ricche e con un mercato del lavoro in grado di assorbire i giovani. Peccato che le aspettative di El Koudri fossero altre. A lui non bastava avere in tasca la carta d’identità italiana e il diritto di votare. Voleva un lavoro all’altezza dei suoi studi, come vogliono migliaia di giovani laureati italiani. I quali, però, anche se frustrati, non prendono l’auto e si lanciano contro la folla.
Aggiungo di più. Ogni tanto le statistiche ci informano che in Italia è in aumento la povertà. Ma basta approfondire i dati per scoprire che se le famiglie italiane con un reddito da fame rappresentano il 6,2% della popolazione, quelle composte esclusivamente da stranieri superano il 35%. Non è tutto: sempre l’Istat ci aggiorna sulle percentuali di disoccupati, che per quanto riguarda gli italiani viaggiano intorno al 6%, ma se si tratta di stranieri siamo al 10. Che cosa voglio dire con queste percentuali? Che siamo seduti su una polveriera, perché è evidente che, avendo aperto le porte a un’immigrazione non governata, abbiamo aumentato il numero di chi non ha un lavoro, un’identità e un futuro. Sempre secondo l’Istat, gli stranieri in povertà sono 1,8 milioni e da queste cifre si ricava anche il numero di extracomunitari che non studiano e non lavorano. Se la percentuale fra i giovani italiani è pari al 12,9%, per gli immigrati di prima e seconda generazione si passa al 38,5.
C’è altro da aggiungere? Sì, ovvero che Salim El Koudri ha cambiato legale. Da ieri ad assisterlo è Fausto Gianelli, coordinatore dei giuristi democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell’Associazione europea degli avvocati per la democrazia e i diritti umani, nonché difensore di Abu Rawwa, il marocchino coinvolto nell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas. E l’avvocato Gianelli tiene a farci sapere che il suo assistito ha chiesto la Bibbia. Seguirà perizia per dimostrare che è incapace di intendere e volere.
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La strada del centro di Modena dove Salim El Koudry ha falciato la folla (Ansa)
Se ben ricordate, non più tardi di un anno fa il Partito democratico invitò a votare al referendum per dimezzare (da 5 a 10) gli anni di residenza continuativa necessari per concedere la cittadinanza italiana agli stranieri: «Oltre due milioni di persone che potrebbero accedere allo status di cittadini e cittadine dopo tanti anni di lavoro, studio e residenza ininterrotta in Italia», dicevano i dem. Sempre il Pd, ormai da tempo immemore, insiste a proporre nuove leggi: lo ius soli prima, lo ius scholae poi, quest’ultimo tornato in auge proprio in queste ore (e non solo grazie alla sinistra, vedi Forza Italia). L’idea sarebbe quella di riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati da bambini (fino ai 12 anni), dopo che abbiano completato almeno 5 anni di ciclo scolastico. A sostegno di queste proposte, i progressisti amano ribadire come la cittadinanza sia assolutamente necessaria per consentire agli stranieri di sentirsi compiutamente parte della nostra comunità. In ogni talk show, da anni a questa parte, c’è sempre qualcuno che prende la parola per spiegare a noi poveri ignoranti quanto sia importante donare ai giovani figli di immigrati lo status di italiani: solo così, dicono commossi, questi potranno sentirsi pienamente italiani. Spesso c’è pure qualche sussiegoso maestrino pronto a sostenere che, se tanti figli di stranieri delinquono, è proprio perché sono i giustamente emarginati, ferocemente privati della condizione di italiani che spetterebbe loro di diritto. Eppure guarda un po’ che cosa è accaduto a Modena. Abbiamo un tale, Salim El Koudry, che è italiano da quando ha 14 anni, cosa effettivamente possibile anche in assenza di nuove leggi. Costui ha frequentato le nostre scuole, compresa l’università, si è addirittura laureato. È stato accolto e trasformato in italiano grazie all’ambito pezzo di carta. In buona sostanza è esattamente il «nuovo italiano» che Pd e sinistra variegata da sempre propongono di costruire grazie a norme permissive e «accoglienti». Ma si è lanciato a cento all’ora con la macchina contro i passanti inermi.
Quando pensa agli italiani, Salim, non pensa a un «noi», ma a un «loro». Pensa ai «bastardi cristiani» che vorrebbe uccidere. Pensa a quelli, gli oppressori occidentali, che non gli danno il lavoro che lui desidera, pagato quanto desidera. Salim è italiano, la sua cittadinanza dice così. Ma vi sembra integrato? Pare proprio di no. Anzi, peggio: aveva in mente di disintegrare fisicamente un bel po’ di innocenti, e in parte ci è riuscito. Persino a sinistra qualcuno, ieri, certificava la sua condizione di corpo estraneo. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata e noi su questo dobbiamo lavorare, non come esimente, come scusa per chi ha commesso un reato, ma per evitare questa disgregazione», ha detto Michele De Pascale, governatore dell’Emilia Romagna. «È un piccolo frammento di disgregazione, quello che è successo a Modena». Beh, che sia disgregazione è evidente. Ma razzismo e xenofobia non c’entrano un tubo: Salim godeva di tutte le condizioni di cui, secondo la sinistra, ogni figlio di stranieri dovrebbe godere, a partire proprio dalla cittadinanza. Come la mettiamo allora? Se fosse vero ciò che per anni ci hanno ripetuto i sinceri democratici, Salim non dovrebbe avere alcun problema. Forte del titolo ottenuto a 14 anni, dovrebbe essere felice e soddisfatto. «Uno di noi». E invece vuole ucciderci, ci percepisce radicalmente altri, e ostili.
Ciò dimostra quel che già sapevamo, e che ripetevamo quasi mai creduti. La cittadinanza non è affatto veicolo di integrazione. Al massimo può essere vero il contrario, e cioè che una volta integrati si può ottenere la cittadinanza come approdo ultimo di un percorso serio e severo. Salim El Koudry, ci risulta, era cittadino marocchino. Ed era italiano, ma solo sulla carta. Lo è diventato senza ius scholae, ed è la dimostrazione vivente di quali conseguenze potrebbe avere una norma simile. Conseguenze che alcuni modenesi si porteranno incise nel corpo per tutta la vita.
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Nel riquadro l'avvocato Fausto Gianelli. Sullo sfondo un'immagine degli scontri durante il G8 di Genova nel 2001 (Ansa)
Le prime tracce mediatiche della sua militanza in ambito legale risalgono al 22 luglio del 2001, nel pieno delle polemiche per gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti al G8 di Genova. In un lancio d’agenzia che riprendeva una nota scritta da «numerosi avvocati del Gsf (Genova social forum, ndr), riuniti nel gruppo dei Giuristi democratici, denunciano che la polizia impedisce loro di entrare all’interno della scuola Pascoli per assistere alla perquisizione pur essendo, a loro dire, stati nominati come legali dai giovani in stato di fermo», si poteva leggere una dichiarazione del legale di El Koudri. «L’articolo 41 del testo unico di pubblica sicurezza», dichiarava allora l’ avvocato Fausto Gianelli di Modena, «prevede che alle perquisizioni per armi ed esplosivi come questa, sia presente il legale. Invece la polizia ci impedisce di entrare. Siamo qui da un’ora e mezza e non siamo potuti entrare. Continuiamo a vedere uscire giovani con ferite e macchie di sangue fresco e abbiamo motivo di ritenere che all’interno ci siano violenze continuate da parte delle forze dell’ordine».
L’anno dopo Gianelli partecipa a un incontro organizzato dall’Associazione internazionale degli avvocati democratici (Iadl), insieme con l’Unione araba degli avvocati (con base al Cairo), sulla tematica dei detenuti palestinesi in Israele.
Nei mesi scorsi il legale modenese ha assunto la difesa di Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, immobiliarista residente a Sassuolo, nel Modenese, arrestato (e poi scarcerato su disposizione del Riesame di Genova) nell’ambito dell’inchiesta avviata nel capoluogo ligure sui presunti finanziamenti ad Hamas raccolti in Italia attraverso organizzazioni benefiche. Durante le indagini era emerso che l’uomo, dipendente di un’associazione di beneficenza, era intestatario di una quarantina di immobili nel Modenese e nel Reggiano. Dopo l’arresto, l’indagato si era difeso sostenendo di non aver mai sospettato che tali somme potessero finanziare il terrorismo. Dopo la conferma della scarcerazione da parte della Cassazione, il legale, in una nota firmata insieme ai difensori di altri indagati, aveva dichiarato: «Pare evidente che il tribunale dovrà riconsiderare le posizioni degli indagati per i quali era stato provato solo l’invio a Gaza di aiuti alimentari e di denaro destinato ad attività umanitarie di sostegno alla popolazione civile».
Nel 2024, invece, Gianelli aveva assunto la difesa di quattro militanti di Extintion rebellion, finiti a processo per aver turbato la messa nel giorno del patrono San Geminiano, all’interno del Duomo di Modena, leggendo brani di papa Francesco.
Nell’ottobre scorso il nome del legale di El Koudri compare tra i firmatari dell’esposto alla Corte penale internazionale contro il premier Giorgia Meloni, i ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, e l’allora amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, accusati di concorso nel presunto genocidio perpetrato da Israele a Gaza nei confronti del popolo palestinese. E sempre su questo tema, nel febbraio di quest’anno, Gianelli è intervenuto alla Camera nella discussa conferenza stampa durante la quale Francesca Albanese ha presentato il suo rapporto su Gaza.
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Elly Schlein (Ansa)
Il dibattito si terrà oggi, con il titolo «L’attacco contro i cittadini a Modena: proteggere gli spazi pubblici e prevenire la violenza nell’Ue». Respinta la richiesta del gruppo dei Patrioti per l’Europa e della Lega, che aveva proposto un dibattito dal titolo «Attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Sensibilità diverse nel centrodestra: il leader della Lega, Matteo Salvini, affonda i colpi: «Per il fatto che Salim El Koudri sia italiano», dice Salvini a Radio 24, «peggio mi sento. Se va in giro col coltello in macchina, falcia la gente a 100 all’ora in centro a Modena e scrive “bastardi cristiani” e inneggia ad Allah in arabo su profili chiusi da Facebook, e ce ne vuole di impegno perché Facebook chiuda i profili, evidentemente è ancora più grave. Non era un disadattato che viveva sotto un ponte isolato dal resto del mondo, addirittura era laureato. Il permesso di soggiorno e la cittadinanza sono atti di fiducia del popolo italiano se questa fiducia viene a mancare devo poter intervenire».
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri era a Modena per mandare un «messaggio di solidarietà alla città» e incontrare «coloro che sono intervenuti per bloccare questa persona che provocato un danno enorme alla città, un atto gravissimo. Chi non è cittadino italiano e delinque deve essere espulso, questo è chiaro». La cittadinanza come premio agli stranieri intervenuti per bloccare El Koudri? «Ci sono delle regole per dare la cittadinanza italiana», taglia corto Tajani, «meritano un riconoscimento. Se poi avranno i titoli per avere la cittadinanza italiana, questo è un altro discorso».
Dal canto suo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, fa il punto della situazione: «Eravamo, siamo ancora un po’ preoccupati per la giusta collocazione del fatto», sottolinea Piantedosi, «dell’episodio, perché è del tutto evidente che la tragicità dello stesso rimane qualsiasi sia stata la motivazione, sia chiaro. Però è evidente che, se noi avessimo preso consapevolezza che per la prima volta ci era sfuggito qualcosa nel sistema di prevenzione antiterrorismo, in qualche modo ce ne saremmo preoccupati un po’ di più».
In una intervista al Resto del Carlino, Piantedosi allarga il discorso: «Abbiamo visto immagini che ci interrogano», argomenta il titolare del Viminale, «destano impressione, ci obbligano a fermarci e a riflettere. Ma anche l’orgoglio per la reazione dei cittadini, per il comportamento corale di forze dell’ordine e soccorsi. E ho due consapevolezze: se tutto sarà confermato, il sistema antiterrorismo non ha rivelato falle; c’è invece un tema vero e serio di disagio sociale che richiede un rafforzamento dei presidi di sicurezza in relazione alla salute mentale». E la remigrazione? «Stiamo lavorando ai rimpatri degli stranieri che delinquono», osserva Piantedosi, ma qui stiamo parlando di un cittadino italiano. Condivido l’attenzione del vicepremier Matteo Salvini per una gestione più sostenibile dell’immigrazione, ma qui è un’altra cosa, stiamo parlando di altro».
A proposito della salute mentale di Salim El Koudri, è il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, a fare il punto della situazione: «Dai dati in nostro possesso in questo momento», spiega De Pascale a Radio24, «le visite i referti e gli incontri che erano stati fatti diversi anni fa, in nessun modo facevano presagire elementi di violenza perché, a volte, anche il disagio psichico ha delle evoluzioni che sono imprevedibili e quindi che, fino a un certo punto, non è ipotizzabile che ci siano elementi di violenza e poi, dalla sera alla mattina o in poco tempo, in pochi mesi, la situazione evolve. Tutti ci dobbiamo chiedere che cosa possiamo fare di più e di meglio per mettere nelle condizioni gli operatori di poter lavorare», aggiunge De Pascale, «che non vuol dire azzerare il rischio, però non possiamo neanche dire non si può far nulla». Chi parla di «becere strumentalizzazioni della destra» è Elly Schlein, che attacca: «Sulla destra ha fallito e deve mettere al centro il tema della salute mentale, in un Paese in cui mancano 12.000 professionisti».
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