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2023-10-19
Rap, sesso e Corano. Vita da canaglia di «Coco» Benzema
Karim Benzema (Ansa)
Pacchi di soldi, fucili, passamontagna, montagnole di crack. Il video di Walabok, brano del rapper Booba pubblicato nel 2016, mostra uno spaccato ansiogeno della vita in banlieue. Le parole spargono i soliti toni sbruffoni, mentre sullo schermo scorrono volti incattiviti, tutti arabi o neri. A un certo punto, dopo questa rassegna di facce da galera, compare un ragazzo con un cappellino che guarda a terra. Poi alza lo sguardo: è Karim Benzema, usato come emblema dell’orgoglio racaille. Ovvero «feccia», «canaglia», come vengono chiamati i teppisti delle banlieue.
Oggi Benzema ha fatto il salto di qualità: a circondarlo non sono più banditi di periferia, ma cinici sultani e, a sentire il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, anche gli islamisti dei Fratelli musulmani. Il rigorismo religioso salafita, in teoria, mal si concilierebbe con lo stile di vita dei video come quello di Booba, ma l’obiezione è astratta: come ha rilevato più volte lo scrittore Renaud Camus, infatti, nelle periferie nordeuropee non c’è soluzione di continuità tra i pusher di quartiere ed estremisti religiosi. Sono forme e gradi diversi assunti dallo stesso rifiuto della civiltà europea. In questo senso, Benzema è il vero simbolo del mondo sommerso che ribolle sotto la superficie delle città europee.
Karim Benzema nasce il 19 dicembre 1987, a Lione. È immigrato di terza generazione: suo nonno, Da Lakehal Benzema, lasciò il villaggio di Tighzert, nella Cabilia algerina, nel 1958. Con sé portò i suoi figli, tra cui il piccolo Hafid, di 7 anni. I Benzema si stabilirono a Lione, dove Hafid conobbe Malika Haddou, algerina dell’Oran, ma nata in Francia. Karim è il settimo e ultimo figlio nato dalla coppia, a cui vanno aggiunti due fratelli maggiori avuti da Malika in un precedente matrimonio. Quando nasce, i Benzema sono in Francia già da 30 anni. Coco, così era soprannominato da ragazzino, è un giovane timido e riservato. Il carattere schivo, la severità di papà Hafid e il sogno calcistico lo tengono comunque lontano dalle cattive abitudini che inghiottono uno a uno i suoi amici. A scuola va malino, ma tutti sanno già che la matematica non sarà mai il suo mestiere. Con il pallone tra i piedi, infatti, incanta. Inizia nel Bron-Teraillon, la squadra del sobborgo lionese in cui Karim vive, ma già a nove anni si accorge di lui l’Olympique lyonnais. Con i bianchi, rossi e blu batterà ogni record, imponendosi giovanissimo in prima squadra e qui mostrando le sue doti alla Francia e al mondo. Nel 2009 passa al Real Madrid, dove forma con Cristiano Ronaldo una delle coppie d’attacco più devastanti della storia del calcio. Il resto è storia, fino al Pallone d’oro 2022 e al trasferimento a peso d’oro ai sauditi dell’Al Ittihad.
Il timido Coco cresce protetto da un clan familiare e amicale impenetrabile. Come scrivono Gilles Verdez e Jacques Hennen, autori del libro Le systeme Benzema (Mazarine 2016), «questo è il sistema Benzema: cerchi concentrici di parenti, amici d’infanzia, agenti, che “blindano” la comunicazione. Fin dall’inizio viene affissa la legge Benzema: tutto è e resterà accuratamente chiuso a chiave». Ma l’isolamento non favorisce certo la responsabilizzazione. E infatti iniziano i guai. Nel 2010, si scopre che Benzema e altri tre giocatori della nazionale francese erano tra i clienti di Zahia Dehar, una prostituta all’epoca minorenne. L’attaccante ne uscirà pulito, ma con grande scandalo. Nel 2015, ancora un caso hot: Benzema viene accusato di aver ricattato il suo compagno di squadra, Mathieu Valbuena, a causa di un video porno di quest’ultimo. Stavolta viene condannato a un anno di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 75.000 euro, oltre a 80.000 euro da dare a Valbuena. Nel 2018, poi, membri del suo entourage saranno coinvolti in un tentativo di rapimento. Divenuto, pur tra queste disavventure, una colonna della nazionale transalpina, il centravanti non fa tuttavia nulla per nascondere il suo disprezzo per la Francia. Nel 2006 dichiara: «L’Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì. La Francia è più un a cosa legata allo sport». Si rifiuta anche di cantare la Marsigliese: «Invita a fare la guerra, non fa per me». Il 21 novembre 2015, quando prima del Clasico tra Real Madrid e Barcellona viene suonato l’inno francese in onore delle vittime del Bataclan, Benzema è inquadrato mentre sputa platealmente per terra. Giurerà di non averlo fatto apposta. Quando viene fatto fuori dalla nazionale per i suoi guai, grida al razzismo.
Nel frattempo, diventa un idolo per tutti i ragazzini delle banlieue. Non solo in Francia: Karim Benzema è per esempio il titolo di un brano trap di Zefe, al secolo Kazir Siffedine, «artista» italomarocchino visto qualche tempo fa in giro per Novara con un machete.
Con il passare del tempo, Benzema comincia inoltre a mostrare una spiccata attenzione per gli ambienti dell’islam radicale. Nel 2022 il giocatore denuncia Damien Rieu, militante del partito Reconquête, che su Twitter aveva evidenziato foto e like «imbarazzanti» da parte di Karim. Come lo scatto con un imam radicale o il like a un lottatore di Mma che scriveva: «Che Allah faccia discendere il suo castigo su colui che offende l’onore del Profeta». Rieu verrà assolto.
Darmanin in tackle per lanciare un messaggio a Riad
In Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, attaccato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sull’ex Pallone d’oro, che ora milita nell’Al Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, è bene ricordarlo, è uno dei sette Paesi che riconoscono i Fratelli musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria.
A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre cellule terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto con i Fratelli musulmani. Stiamo attaccando un’idra che sono i Fratelli musulmani perché creano un’atmosfera jihadista, come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato non solo il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale, ma anche il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux, noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti, dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza, che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport», si legge su Le Figaro.
Le parole di Darmanin arrivano dopo che domenica scorsa l’ex nazionale francese (97 presenze, 37 gol) ha scritto su X: «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, che sono ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti che non risparmiano né donne né bambini». Non una sola parola sulle vittime israeliane, né tanto meno sui bambini trucidati nelle loro culle. Ma d’altronde da Benzema, fervente sostenitore della causa palestinese, non c’era nient’altro da aspettarsi. Il suo post ha scatenato una serie di polemiche e David Aouate, un giocatore della nazionale israeliana di calcio, lo ha definito sempre su X «un figlio di puttana».
Ma perché Gérald Darmanin ha attaccato proprio adesso Karim Benzema? Il ministro degli Interni è tra i pochi politici francesi ed europei ad aver colto da tempo la pericolosità della Fratellanza, e per questo ha ordinato la chiusura di numerose moschee e associazioni islamiche controllate dai Fratelli. Darmanin vuole quindi riportare al centro del dibattito il tema della messa al bando della Fratellanza non solo in Francia, ma anche a livello europeo. È un messaggio anche ai sauditi, nemici giurati dei Fratelli musulmani, che verseranno a Benzema per i prossimi due anni di contratto 400 milioni di euro.
Le parole di Darmanin hanno convinto Valérie Boyer, senatrice dei Repubblicani, a chiedere che a Benzema, che ha anche passaporto algerino, venga tolta la nazionalità francese: «Se, come afferma il ministro degli Interni, Karim Benzema è legato ai Fratelli musulmani, chiedo sanzioni, in particolare la privazione della nazionalità. È urgente agire contro coloro che minacciano costantemente il nostro Paese». Non appena ha pubblicato il suo atto parlamentare su X, sono arrivate decine di insulti e pesanti minacce, e di certo da oggi è un soggetto ad alto rischio in un Paese dove la minaccia terroristica è altissima. Tanto che, ieri mattina, sei aeroporti in tutta la Francia sono stati evacuati per «minacce di attentato».
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Dai video in stile gangster ai sexy scandali, fino alla vicinanza con gli estremisti: il centravanti ha sempre fatto discutere.Il ministro francese Gérald Darmanin attacca il calciatore: «Legato ai Fratelli musulmani». Nel mirino le frizioni tra l’organizzazione e i sauditi.Lo speciale contiene due articoli.Pacchi di soldi, fucili, passamontagna, montagnole di crack. Il video di Walabok, brano del rapper Booba pubblicato nel 2016, mostra uno spaccato ansiogeno della vita in banlieue. Le parole spargono i soliti toni sbruffoni, mentre sullo schermo scorrono volti incattiviti, tutti arabi o neri. A un certo punto, dopo questa rassegna di facce da galera, compare un ragazzo con un cappellino che guarda a terra. Poi alza lo sguardo: è Karim Benzema, usato come emblema dell’orgoglio racaille. Ovvero «feccia», «canaglia», come vengono chiamati i teppisti delle banlieue. Oggi Benzema ha fatto il salto di qualità: a circondarlo non sono più banditi di periferia, ma cinici sultani e, a sentire il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, anche gli islamisti dei Fratelli musulmani. Il rigorismo religioso salafita, in teoria, mal si concilierebbe con lo stile di vita dei video come quello di Booba, ma l’obiezione è astratta: come ha rilevato più volte lo scrittore Renaud Camus, infatti, nelle periferie nordeuropee non c’è soluzione di continuità tra i pusher di quartiere ed estremisti religiosi. Sono forme e gradi diversi assunti dallo stesso rifiuto della civiltà europea. In questo senso, Benzema è il vero simbolo del mondo sommerso che ribolle sotto la superficie delle città europee.Karim Benzema nasce il 19 dicembre 1987, a Lione. È immigrato di terza generazione: suo nonno, Da Lakehal Benzema, lasciò il villaggio di Tighzert, nella Cabilia algerina, nel 1958. Con sé portò i suoi figli, tra cui il piccolo Hafid, di 7 anni. I Benzema si stabilirono a Lione, dove Hafid conobbe Malika Haddou, algerina dell’Oran, ma nata in Francia. Karim è il settimo e ultimo figlio nato dalla coppia, a cui vanno aggiunti due fratelli maggiori avuti da Malika in un precedente matrimonio. Quando nasce, i Benzema sono in Francia già da 30 anni. Coco, così era soprannominato da ragazzino, è un giovane timido e riservato. Il carattere schivo, la severità di papà Hafid e il sogno calcistico lo tengono comunque lontano dalle cattive abitudini che inghiottono uno a uno i suoi amici. A scuola va malino, ma tutti sanno già che la matematica non sarà mai il suo mestiere. Con il pallone tra i piedi, infatti, incanta. Inizia nel Bron-Teraillon, la squadra del sobborgo lionese in cui Karim vive, ma già a nove anni si accorge di lui l’Olympique lyonnais. Con i bianchi, rossi e blu batterà ogni record, imponendosi giovanissimo in prima squadra e qui mostrando le sue doti alla Francia e al mondo. Nel 2009 passa al Real Madrid, dove forma con Cristiano Ronaldo una delle coppie d’attacco più devastanti della storia del calcio. Il resto è storia, fino al Pallone d’oro 2022 e al trasferimento a peso d’oro ai sauditi dell’Al Ittihad.Il timido Coco cresce protetto da un clan familiare e amicale impenetrabile. Come scrivono Gilles Verdez e Jacques Hennen, autori del libro Le systeme Benzema (Mazarine 2016), «questo è il sistema Benzema: cerchi concentrici di parenti, amici d’infanzia, agenti, che “blindano” la comunicazione. Fin dall’inizio viene affissa la legge Benzema: tutto è e resterà accuratamente chiuso a chiave». Ma l’isolamento non favorisce certo la responsabilizzazione. E infatti iniziano i guai. Nel 2010, si scopre che Benzema e altri tre giocatori della nazionale francese erano tra i clienti di Zahia Dehar, una prostituta all’epoca minorenne. L’attaccante ne uscirà pulito, ma con grande scandalo. Nel 2015, ancora un caso hot: Benzema viene accusato di aver ricattato il suo compagno di squadra, Mathieu Valbuena, a causa di un video porno di quest’ultimo. Stavolta viene condannato a un anno di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 75.000 euro, oltre a 80.000 euro da dare a Valbuena. Nel 2018, poi, membri del suo entourage saranno coinvolti in un tentativo di rapimento. Divenuto, pur tra queste disavventure, una colonna della nazionale transalpina, il centravanti non fa tuttavia nulla per nascondere il suo disprezzo per la Francia. Nel 2006 dichiara: «L’Algeria è il mio Paese, i miei genitori vengono da lì. La Francia è più un a cosa legata allo sport». Si rifiuta anche di cantare la Marsigliese: «Invita a fare la guerra, non fa per me». Il 21 novembre 2015, quando prima del Clasico tra Real Madrid e Barcellona viene suonato l’inno francese in onore delle vittime del Bataclan, Benzema è inquadrato mentre sputa platealmente per terra. Giurerà di non averlo fatto apposta. Quando viene fatto fuori dalla nazionale per i suoi guai, grida al razzismo.Nel frattempo, diventa un idolo per tutti i ragazzini delle banlieue. Non solo in Francia: Karim Benzema è per esempio il titolo di un brano trap di Zefe, al secolo Kazir Siffedine, «artista» italomarocchino visto qualche tempo fa in giro per Novara con un machete.Con il passare del tempo, Benzema comincia inoltre a mostrare una spiccata attenzione per gli ambienti dell’islam radicale. Nel 2022 il giocatore denuncia Damien Rieu, militante del partito Reconquête, che su Twitter aveva evidenziato foto e like «imbarazzanti» da parte di Karim. Come lo scatto con un imam radicale o il like a un lottatore di Mma che scriveva: «Che Allah faccia discendere il suo castigo su colui che offende l’onore del Profeta». Rieu verrà assolto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benzema-islam-2666020205.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="darmanin-in-tackle-per-lanciare-un-messaggio-a-riad" data-post-id="2666020205" data-published-at="1697711847" data-use-pagination="False"> Darmanin in tackle per lanciare un messaggio a Riad In Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, attaccato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sull’ex Pallone d’oro, che ora milita nell’Al Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, è bene ricordarlo, è uno dei sette Paesi che riconoscono i Fratelli musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria. A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre cellule terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto con i Fratelli musulmani. Stiamo attaccando un’idra che sono i Fratelli musulmani perché creano un’atmosfera jihadista, come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato non solo il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale, ma anche il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux, noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti, dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza, che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport», si legge su Le Figaro. Le parole di Darmanin arrivano dopo che domenica scorsa l’ex nazionale francese (97 presenze, 37 gol) ha scritto su X: «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, che sono ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti che non risparmiano né donne né bambini». Non una sola parola sulle vittime israeliane, né tanto meno sui bambini trucidati nelle loro culle. Ma d’altronde da Benzema, fervente sostenitore della causa palestinese, non c’era nient’altro da aspettarsi. Il suo post ha scatenato una serie di polemiche e David Aouate, un giocatore della nazionale israeliana di calcio, lo ha definito sempre su X «un figlio di puttana». Ma perché Gérald Darmanin ha attaccato proprio adesso Karim Benzema? Il ministro degli Interni è tra i pochi politici francesi ed europei ad aver colto da tempo la pericolosità della Fratellanza, e per questo ha ordinato la chiusura di numerose moschee e associazioni islamiche controllate dai Fratelli. Darmanin vuole quindi riportare al centro del dibattito il tema della messa al bando della Fratellanza non solo in Francia, ma anche a livello europeo. È un messaggio anche ai sauditi, nemici giurati dei Fratelli musulmani, che verseranno a Benzema per i prossimi due anni di contratto 400 milioni di euro. Le parole di Darmanin hanno convinto Valérie Boyer, senatrice dei Repubblicani, a chiedere che a Benzema, che ha anche passaporto algerino, venga tolta la nazionalità francese: «Se, come afferma il ministro degli Interni, Karim Benzema è legato ai Fratelli musulmani, chiedo sanzioni, in particolare la privazione della nazionalità. È urgente agire contro coloro che minacciano costantemente il nostro Paese». Non appena ha pubblicato il suo atto parlamentare su X, sono arrivate decine di insulti e pesanti minacce, e di certo da oggi è un soggetto ad alto rischio in un Paese dove la minaccia terroristica è altissima. Tanto che, ieri mattina, sei aeroporti in tutta la Francia sono stati evacuati per «minacce di attentato».
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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