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2021-05-22
La bellezza italiana vale il 17,2% del Pil
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A cercare di quantificare il valore economico della bellezza è stato il Market Watch di Banca Ifis, gold partner del Padiglione Venezia in occasione della diciassettesima mostra internazionale di architettura. Dallo studio, che ha provato a individuare il trait d'union tra due universi apparentemente molto distanti, l'arte e la finanza, è nato un progetto inedito: un'installazione artistica, curata da Emilio Casalini ed esposta al Padiglione Venezia, che rappresenta la mappa delle relazioni tra i luoghi, gli attori e i servizi che compongono l'ecosistema italiano della bellezza.
Un insieme di prodotti ed esperienze che vale appunto il 17,2% del Pil italiano: il 6% deriva dalla fruizione dell'immenso patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese. Ogni 50 chilometri quadrati in Italia c'è un museo, un monumento o un'area archeologica, e sono 128 milioni le persone che ogni anno fruiscono di questo inestimabile patrimonio.
Il restante 11,2% del Pil scaturisce dalla produzione delle aziende made in Italy attive nei settori «design driven», cioè guidati da logiche estetico-funzionali. Le imprese di questo tipo in Italia sono 341.000, il 31% delle aziende presenti negli otto settori produttivi tipici del made in Italy – agroalimentare, automotive, cosmesi, meccanica, moda, orologeria e gioielleria, sistema casa e artigianato artistico - e realizzano un fatturato annuo complessivo di 682 miliardi di euro.
Misurare il valore di un elemento intangibile e in continua evoluzione come la bellezza è stato «un lavoro complesso», sottolinea la ricerca. «Analizzando i flussi e i meccanismi economici generati dal patrimonio artistico, paesaggistico e manifatturiero italiano abbiamo costruito una mappa delle relazioni che ne individua e sintetizza gli elementi chiave, capaci di produrre arricchimento nei valori e benessere attraverso i loro legami: è questa la nostra idea di "economia della bellezza"». Si tratta di «un'economia circolare, alla quale attribuire un valore tangibile, a beneficio della comunità e che si sviluppa attraverso il lavoro inteso come consapevolezza ed espressione di sé», e allo stesso tempo di «un'economia aperta a nuovi contributi, in grado di inserirsi nel contesto di questo ecosistema culturale ed economico valorizzando l'esistente o creando nuove opportunità».
Per dare concretezza a questi concetti, lo studio ha preso in esame tre storie di successo, riguardanti tre aree d'Italia, da Nord a Sud, che raccontano in tre diverse declinazioni cosa vuol dire economia della bellezza: Venezia, Bologna e il sistema Emilia-Romagna, e Sciacca, in provincia di Agrigento. Due business storici come l'agroalimentare di Cipriani e l'arte dei profumi, con Mavive, sono al centro del racconto dedicato a Venezia, una città contenitore di ricchezze naturali, artistiche e di stile, anche nel settore manifatturiero. Da parte loro, Bologna e il sistema Emilia-Romagna sono invece un esempio di pianificazione strategica di filiera di tipo manageriale, con un forte orientamento al risultato. Il capoluogo ha promosso l'esperienza urbana come leva turistica attrattiva, favorendo la sharing economy e la qualità della ricettività, con un conseguente incremento dei flussi turistici, di nuove imprese attive nell'hospitality (+10% le imprese di alloggio e ristorazione nel triennio 2015-19) e addetti (+28%). Nell'hinterland industriale i distretti produttivi, sia la Motor Valley sia la più estesa Food Valley, attraverso eccellenze come Ducati Motor e Gran Deposito Aceto Balsamico Giuseppe Giusti si sono trasformate in veri brand di valore internazionale. Infine Sciacca, cittadina di 39.000 abitanti in provincia di Agrigento, si è fatta promotrice di un turismo di alto livello grazie a un «patto di comunità», attraverso cui i cittadini stessi promuovono il loro immenso patrimonio storico, artistico, culturale e gastronomico, anche attraverso la costruzione di un «Museo diffuso dei cinque sensi».
«Banca Ifis crede nella cultura e nell'arte come asset strategici di crescita economica e sociale del Paese«, ha commentato il vicepresidente dell'istituto mestrino, Ernesto Fürstenberg Fassio. «La ricerca realizzata dal nostro ufficio studi, che ha coinvolto importanti rappresentanti dell'ecosistema italiano della bellezza, evidenzia la ricchezza del nostro patrimonio, non solo culturale e paesaggistico ma anche imprenditoriale. Un patrimonio in grado di generare un rilevante valore economico e sociale, da preservare e sostenere».
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Secondo uno studio di Banca Ifis è questa la percentuale di prodotto interno lordo generata dall'ecosistema italiano della bellezza, che produce valore a più livelli: economico, sociale e imprenditoriale.A cercare di quantificare il valore economico della bellezza è stato il Market Watch di Banca Ifis, gold partner del Padiglione Venezia in occasione della diciassettesima mostra internazionale di architettura. Dallo studio, che ha provato a individuare il trait d'union tra due universi apparentemente molto distanti, l'arte e la finanza, è nato un progetto inedito: un'installazione artistica, curata da Emilio Casalini ed esposta al Padiglione Venezia, che rappresenta la mappa delle relazioni tra i luoghi, gli attori e i servizi che compongono l'ecosistema italiano della bellezza.Un insieme di prodotti ed esperienze che vale appunto il 17,2% del Pil italiano: il 6% deriva dalla fruizione dell'immenso patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese. Ogni 50 chilometri quadrati in Italia c'è un museo, un monumento o un'area archeologica, e sono 128 milioni le persone che ogni anno fruiscono di questo inestimabile patrimonio.Il restante 11,2% del Pil scaturisce dalla produzione delle aziende made in Italy attive nei settori «design driven», cioè guidati da logiche estetico-funzionali. Le imprese di questo tipo in Italia sono 341.000, il 31% delle aziende presenti negli otto settori produttivi tipici del made in Italy – agroalimentare, automotive, cosmesi, meccanica, moda, orologeria e gioielleria, sistema casa e artigianato artistico - e realizzano un fatturato annuo complessivo di 682 miliardi di euro.Misurare il valore di un elemento intangibile e in continua evoluzione come la bellezza è stato «un lavoro complesso», sottolinea la ricerca. «Analizzando i flussi e i meccanismi economici generati dal patrimonio artistico, paesaggistico e manifatturiero italiano abbiamo costruito una mappa delle relazioni che ne individua e sintetizza gli elementi chiave, capaci di produrre arricchimento nei valori e benessere attraverso i loro legami: è questa la nostra idea di "economia della bellezza"». Si tratta di «un'economia circolare, alla quale attribuire un valore tangibile, a beneficio della comunità e che si sviluppa attraverso il lavoro inteso come consapevolezza ed espressione di sé», e allo stesso tempo di «un'economia aperta a nuovi contributi, in grado di inserirsi nel contesto di questo ecosistema culturale ed economico valorizzando l'esistente o creando nuove opportunità».Per dare concretezza a questi concetti, lo studio ha preso in esame tre storie di successo, riguardanti tre aree d'Italia, da Nord a Sud, che raccontano in tre diverse declinazioni cosa vuol dire economia della bellezza: Venezia, Bologna e il sistema Emilia-Romagna, e Sciacca, in provincia di Agrigento. Due business storici come l'agroalimentare di Cipriani e l'arte dei profumi, con Mavive, sono al centro del racconto dedicato a Venezia, una città contenitore di ricchezze naturali, artistiche e di stile, anche nel settore manifatturiero. Da parte loro, Bologna e il sistema Emilia-Romagna sono invece un esempio di pianificazione strategica di filiera di tipo manageriale, con un forte orientamento al risultato. Il capoluogo ha promosso l'esperienza urbana come leva turistica attrattiva, favorendo la sharing economy e la qualità della ricettività, con un conseguente incremento dei flussi turistici, di nuove imprese attive nell'hospitality (+10% le imprese di alloggio e ristorazione nel triennio 2015-19) e addetti (+28%). Nell'hinterland industriale i distretti produttivi, sia la Motor Valley sia la più estesa Food Valley, attraverso eccellenze come Ducati Motor e Gran Deposito Aceto Balsamico Giuseppe Giusti si sono trasformate in veri brand di valore internazionale. Infine Sciacca, cittadina di 39.000 abitanti in provincia di Agrigento, si è fatta promotrice di un turismo di alto livello grazie a un «patto di comunità», attraverso cui i cittadini stessi promuovono il loro immenso patrimonio storico, artistico, culturale e gastronomico, anche attraverso la costruzione di un «Museo diffuso dei cinque sensi».«Banca Ifis crede nella cultura e nell'arte come asset strategici di crescita economica e sociale del Paese«, ha commentato il vicepresidente dell'istituto mestrino, Ernesto Fürstenberg Fassio. «La ricerca realizzata dal nostro ufficio studi, che ha coinvolto importanti rappresentanti dell'ecosistema italiano della bellezza, evidenzia la ricchezza del nostro patrimonio, non solo culturale e paesaggistico ma anche imprenditoriale. Un patrimonio in grado di generare un rilevante valore economico e sociale, da preservare e sostenere».
Lo psichiatra Tonino Cantelmi racconta dall’interno il caso della famiglia Trevallion: genitori descritti come presenti e affettuosi, bambini provati dalla separazione e una perizia che potrebbe fare chiarezza. Nell’intervista, Tonino Cantelmi solleva una domanda cruciale: quando la tutela dei minori diventa rigidità del sistema, chi protegge davvero le famiglie?
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Nel riquadro Aurora Livoli (Ansa)
Ogni volta, per questo o per quel cavillo, l’aggressore seriale ha evitato il rimpatrio, e grazie al nostro sistema di gestione della migrazione ha potuto - almeno di questo lo si accusa, restando innocente fino a sentenza - molestare, assalire, stuprare e infine strangolare a mani nude. Ebbene, non risulta che qualcuno si sia alzato in piedi per assumersi la responsabilità in quanto maschio della tremenda violenza subita da Aurora. Soprattutto, non risulta che ci siano assunzioni di responsabilità di altro e più giustificato genere. Se è infatti assurdo considerare responsabili della violenza diffusa tutti i maschi per il solo fatto di avere i medesimi genitali e gli stessi ormoni, non è affatto peregrino ritenere che le responsabilità di alcuni episodi atroci ricadano su tutti coloro che, per anni, hanno sponsorizzato l’immigrazione di massa, difeso i clandestini e fatto di tutto per ostacolare le espulsioni. Perché chi ha tifato per l’apertura delle frontiere non si sente responsabile per la morte di Aurora?
I fan dell’accoglienza, per altro, sono moralmente coinvolti, ma altri lo sono anche praticamente e in misura ben maggiore. Trattasi di coloro che hanno permesso che Emilio Gabriel Valdez Velazco rimanesse in Italia. Coloro che non lo hanno espulso, che gli hanno consentito di aggirarsi per le strade, aggredire e uccidere. Coloro che hanno costruito il sistema malsano che ha permesso al peruviano di appigliarsi a ogni sorta di scusa pur di evitare le sanzioni che avrebbe meritato. A politici, attivisti e intellettuali toccherebbe chiedere scusa; allo Stato invece dovrebbe spettare l’obbligo di pagare per la morte di una ragazza innocente a opera di qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi sul suolo italiano.
Eppure, guarda un po’, di scuse non ne arrivano. Del resto accade sempre così quando c’è l’immigrazione, argomento che di solito viene evitato dai più. Un esempio emblematico lo fornisce un altro brutale e insensato omicidio avvenuto l’altro giorno nei pressi della stazione di Bologna. La vittima è Alessandro Ambrosio, capotreno di Trenitalia di 34 anni, ammazzato a coltellate. Il presunto killer individuato dagli investigatori è Jelenic Marin, croato di 36 anni anche lui con precedenti per aggressione. Un altro straniero violento libero di aggirarsi per le città italiane e compiere crimini. Di nuovo, però, il tema migratorio è accuratamente espunto dalla discussione.
La sigle sindacali del settore ferroviario regionale hanno indetto uno sciopero per oggi. Secondo la Cgil dell’Emilia Romagna si tratta di «una mobilitazione che vuole trasformare il dolore in una richiesta collettiva di sicurezza, dignità e rispetto per chi lavora». Il sindacato rosso «rivendica le numerose segnalazioni avanzate nel tempo sulle stazioni ferroviarie, considerate da tempo aree critiche dal punto di vista dell’incolumità di lavoratori e passeggeri. Un allarme rimasto troppo spesso inascoltato». E se la prende con Matteo Salvini: «Anziché pensare a manomettere la Costituzione e a finanziare con paccate di miliardi opere di dubbia fattibilità come il ponte sullo Stretto», dicono Cgil Bologna e Cgil Emilia Romagna, «il governo e il ministro Salvini mettano subito risorse e mezzi per rendere più sicure le aree delle stazioni».
Già, chiedono più sicurezza e più sorveglianza. Ma fingono di dimenticare tutte le battaglie che hanno portato avanti a favore dell’immigrazione, anche contro lo stesso Salvini. Se avesse un po’ di onestà intellettuale, il sindacato dovrebbe scendere in piazza contro l’immigrazione di massa, e dovrebbe contestualmente riconoscere di avere clamorosamente sbagliato a pretendere l’apertura delle frontiere. O, almeno, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità: hanno voluto l’accoglienza indiscriminata e le conseguenze le abbiamo tutti sotto gli occhi. Il sindacato vuole manifestare? Lo faccia contro sé stesso.
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