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2018-06-05
Bastone e carota: tasse alle imprese giù ma più contributi per le pensioni
ANSA
La posizione leghista sulle pensioni prende forma. A buttare lì qualche dettaglio in più è l'ex sottosegretario al Welfare ai tempi di Silvio Berlusconi, Alberto Brambilla. Innanzitutto in termini di costi. Modificare la legge Fornero secondo l'esponente del Carroccio costerà 5 miliardi di euro all'anno e non 20 come sostiene il numero uno dell'Inps, Tito Boeri. «L'idea di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni e 36 di contributi, oppure 41 anni di contributi a prescindere dall'età (purché si escludano i contributi figurativi)», spiega in un'intervista l'esperto di pensioni leghista, «permetterà di superare lo scalone Fornero».
Ovviamente lo schema prevede tanti altri gradini. Perché non basta girare la spesa pubblica e invertirla. La popolazione invecchia e la produttività non cresce. Sul modello bastone e carota, il governo pensa di far ricadere sulle aziende una parte delle uscite anticipate. L'idea sarebbe quella di istituire per le diverse categorie produttive un fondo di solidarietà sul modello bancario. Ovvero alimentare i panieri pensionistici con il prelievo dello 0,3% sul lordo versato in busta paga. Senza contare che l'Ape social sarebbe destinata a sparire. Il che consentirebbe un minore esborso annuale di circa 1,5 miliardi all'anno. Al tempo stesso, verrebbero penalizzati tutti coloro che arrivano a fine corsa lavorativa con grande impegno fisico. In discussione anche Opzione donna, che vedrebbe uno spostamento della stanghetta per il ritiro dalla fascia attiva almeno due anni più in là nel tempo. L'ipotesi leghista troverebbe già una posizione contraria nel fronte dei 5 stelle che vorrebbe sostenere le categorie dei lavoratori usurati. Secondo quanto risulta alla Verità, la posizione grillina dovrebbe però essere di mera facciata perché il partito di Luigi Di Maio ha la necessità di portare a casa il reddito di cittadinanza. Sarebbe dunque disposto a barattare talune garanzie pensionistiche a favore della promessa elettorale che gli ha garantito i voti del Sud. Il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo ieri ha insistito apertamente sul reddito di cittadinanza e sulla pensione di cittadinanza, ma prima di arrivare a queste misure servirà tempo e la loro previsione potrà avvenire semmai con la legge di Bilancio in autunno. Sull'alleggerimento della legge Fornero, invece, soprattutto la Lega (ma anche i 5 stelle) spinge per fare presto e dare un segnale fin dalle settimane a venire. Da qui il pressing per inserire in un decreto legge ad hoc, da varare tra fine giugno e inizi luglio, un primo pacchetto di interventi specifici: tutti quelli descritti sopra che in comune hanno l'accresciuto ruolo dei privati.
Il governo non parla in alcun caso di taglio al cuneo fiscale, ma semplicemente di intervenire sulle tasse dirette con l'obiettivo di creare una Flat tax dedicata alle imprese. In pratica da un lato si lima il prelievo e dall'altra si carica la contribuzione previdenziale ancor più sulle spalle delle aziende. Tertium non datur. A meno che non si voglia sforare il deficit previsto. Ma quest'anno sembra da escludere, dal momento che la manovra di ottobre dovrà trovare circa 15 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare che dal prossimo gennaio aumenti l'Iva.
C'è poi un enorme capitolo relativo ai contratti di lavoro. Le dichiarazioni di ieri rientrano ancora tutte nel post campagna elettorale. A sentire parlare Luigi Di Maio, ogni tanto si ha l'impressione che i toni siano ancora quelli dell'opposizione. Anche Brambilla nella l'intervista rilasciata a Repubblica ha buttato sul tavolo alcune tematiche senza tirare le fila.
Quanto al Jobs act, ha dichiarato l'esponente leghista, «ha cose buone, ma va destrutturato. Bisogna scendere da 1.000 pagine a un nuovo Statuto del lavoro di 30-40. Poi ridurre la precarietà, cancellando il decreto Poletti. Non toccherei l'articolo 18. Ma ripristinerei i voucher da 10 euro, limitati ai settori originari: agricoltura, babysitting, giardinaggio, pulizie. Fisserei il salario minimo orario a 9 euro. E abolirei gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che non funzionano». Siamo curiosi di capire quale sarà l'approccio alle politiche attive di inserimento. Di Maio ha annunciato di voler riunire tutti i presidenti di Regione per discutere dei centri per l'impiego (che dipendono dagli enti locali). Come verranno modificati non è ancora dato sapere. Di certo Garanzia giovani non ha funzionato e gli ultimi interventi a base di incentivi fiscali hanno finito con il minare il praticantato unico schema ben congegnato, perché prevede investimenti di lungo termine e vere scommesse sulla professionalità dei singoli lavoratori.
Claudio Antonelli
La carota della flat tax: imposte giù dal 2019
La giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche sulla flat tax, ha chiarito due cose. La prima: il governo Lega-M5s si è dato un orizzonte temporale di lungo respiro, tanto è vero che la modulazione della flat tax è già scadenzata sui prossimi due-tre anni. La seconda: la Lega fa sul serio sulla riduzione delle tasse, i cervelloni del Carroccio stanno lavorando giorno e notte per mettere a punto la strategia giusta per concretizzare il cavallo di battaglia di Matteo Salvini in campagna elettorale e per superare le obiezioni e le perplessità dell'apparato burocratico, il cui sostegno è indispensabile per tradurre in provvedimenti di governo le proposte contenute nel «contratto».
Giovedì e venerdì scorso, in particolare, stando a indiscrezioni attendibili, lo staff del «premier ombra» Giancarlo Giorgetti avrebbe preso contatto con il Dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il cosiddetto «Dagl», santuario di Nostra Signora Burocrazia. Gli uomini di Giorgetti avrebbero informato il Dagl della volontà ferrea di aprire al più presto il capitolo flat tax del contratto di governo, ricevendo risposte cortesi quanto rigide: «Ci vogliono le coperture».
Ieri, tre autorevolissimi economisti del Carroccio, Alberto Bagnai, Armando Siri e Claudio Borghi, hanno animato il dibattito su questo delicatissimo fronte. Ospite di Agorà su Rai 3, Alberto Bagnai ha lanciato il classico sasso nello stagno: «Mi sembra», ha detto il parlamentare della Lega, «che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo, il 2019, e poi a partire dal secondo anno, dal 2020, si prevede di applicarla alle famiglie. Peraltro parlare di flat tax diventa improprio perché implicherebbe una aliquota unica, invece dalla mediazione con il M5s è emerso un modello con due scaglioni di reddito. L'Italia è in una situazione di gravissima crisi economica, nel 2021 il reddito pro capite sarà quello del 2003. Il ricorso al deficit per stimolare l'economia», ha sottolineato Bagnai, «riteniamo che possa essere accettato in sede europea».
Dunque, il taglio delle tasse per le imprese è la priorità assoluta della Lega di governo. La possibilità di ricorrere al deficit è stata oggetto anche dei primi colloqui informali con la burocrazia di Palazzo Chigi. Sforbiciare le tasse sulle imprese consentirà agli imprenditori di assumere e investire, mettendo in circolazione denaro fresco, destinato a far aumentare i consumi e, quindi, in prospettiva, a far entrare più soldi nelle casse dello Stato. Le parole di Bagnai hanno provocato una sventagliata di critiche da parte della sinistra, che ha accusato l'economista del Carroccio di fare marcia indietro e, udite udite, di copiare quanto fatto dal governo guidato da Matteo Renzi. «Sulla flat tax», ha scritto il reggente del Pd, Maurizio Martina, su Twitter, «continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)». Numerosi anche gli attacchi da parte di Forza Italia, in particolare sul presunto «rinvio» della flat tax per le famiglie. Quelli del Pd, dimenticano un piccolo dettaglio: se è vero che l'Ires è stata portata al 24%, la flat tax prevede che l'aliquota scenda al 15% per i redditi fino a 80mila euro e al 20% per quelli superiori. Quindi, il taglio delle tasse per le imprese previsto dalla Lega e dal M5s è sostanzioso.
Non solo: anche il presunto «rinvio della flat tax per le famiglie», denunciato dalle opposizioni è tutt'altro che inevitabile. La discussione è in pieno svolgimento, come dimostra quanto affermato da Armando Siri, altro esponente della Lega: «Non è vero», ha detto Siri ad Affaritaliani.it, «che dal prossimo anno la flat tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire», ha spiegato Siri, «con degli step: il sistema è diverso perché la flat tax per le imprese c'è già e noi la estendiamo anche a società di persone, partite iva e così via. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800.000 imprese. Fino ad oggi», ha precisato Siri, «solo le società di capitali hanno la flat tax. Poi per le famiglie cominceremo già dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020 fino a completarla».
In sostanza, al di là delle schermaglie da talk show, quello che è certo è che la Lega non ha perso un solo istante, e vuole assolutamente varare il taglio delle tasse già con la prossima legge di Stabilità. «La cosa più semplice», ha sintetizzato un altro autorevole economista della Lega, Claudio Borghi, a Sky, «è la riduzione dell'Ires alle imprese e l'estensione alle partite Iva. Cambiare completamente il fisco non è cosa da poco, siamo a giugno e non abbiamo ancora la fiducia e non ci sono ancora le commissioni parlamentari».
Carlo Tarallo
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Per copirire Ape social e quota 100, si tratta sui costi per le imprese. Il governo pensa di far ricadere sulle aziende parte delle uscite anticipate istituendo un fondo di solidarietà sul modello bancario prelevando lo 0,3% sul lordo in busta paga. Anticipo pensionistico destinato a sparire.L'incentivo della flat tax: imposte giù dal 2019. La Lega vuol fare sul serio sulla riduzione delle tasse, la burocrazia ministeriale pone problemi di coperture. L'anno prossimo si partirebbe con le imprese. Il Pd fa sapere: «Già fatto da Matteo Renzi». Dibattito sullo «sconto» per le famiglie: più facile partire dal 2020.Lo speciale contiene due articoliLa posizione leghista sulle pensioni prende forma. A buttare lì qualche dettaglio in più è l'ex sottosegretario al Welfare ai tempi di Silvio Berlusconi, Alberto Brambilla. Innanzitutto in termini di costi. Modificare la legge Fornero secondo l'esponente del Carroccio costerà 5 miliardi di euro all'anno e non 20 come sostiene il numero uno dell'Inps, Tito Boeri. «L'idea di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni e 36 di contributi, oppure 41 anni di contributi a prescindere dall'età (purché si escludano i contributi figurativi)», spiega in un'intervista l'esperto di pensioni leghista, «permetterà di superare lo scalone Fornero». Ovviamente lo schema prevede tanti altri gradini. Perché non basta girare la spesa pubblica e invertirla. La popolazione invecchia e la produttività non cresce. Sul modello bastone e carota, il governo pensa di far ricadere sulle aziende una parte delle uscite anticipate. L'idea sarebbe quella di istituire per le diverse categorie produttive un fondo di solidarietà sul modello bancario. Ovvero alimentare i panieri pensionistici con il prelievo dello 0,3% sul lordo versato in busta paga. Senza contare che l'Ape social sarebbe destinata a sparire. Il che consentirebbe un minore esborso annuale di circa 1,5 miliardi all'anno. Al tempo stesso, verrebbero penalizzati tutti coloro che arrivano a fine corsa lavorativa con grande impegno fisico. In discussione anche Opzione donna, che vedrebbe uno spostamento della stanghetta per il ritiro dalla fascia attiva almeno due anni più in là nel tempo. L'ipotesi leghista troverebbe già una posizione contraria nel fronte dei 5 stelle che vorrebbe sostenere le categorie dei lavoratori usurati. Secondo quanto risulta alla Verità, la posizione grillina dovrebbe però essere di mera facciata perché il partito di Luigi Di Maio ha la necessità di portare a casa il reddito di cittadinanza. Sarebbe dunque disposto a barattare talune garanzie pensionistiche a favore della promessa elettorale che gli ha garantito i voti del Sud. Il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo ieri ha insistito apertamente sul reddito di cittadinanza e sulla pensione di cittadinanza, ma prima di arrivare a queste misure servirà tempo e la loro previsione potrà avvenire semmai con la legge di Bilancio in autunno. Sull'alleggerimento della legge Fornero, invece, soprattutto la Lega (ma anche i 5 stelle) spinge per fare presto e dare un segnale fin dalle settimane a venire. Da qui il pressing per inserire in un decreto legge ad hoc, da varare tra fine giugno e inizi luglio, un primo pacchetto di interventi specifici: tutti quelli descritti sopra che in comune hanno l'accresciuto ruolo dei privati.Il governo non parla in alcun caso di taglio al cuneo fiscale, ma semplicemente di intervenire sulle tasse dirette con l'obiettivo di creare una Flat tax dedicata alle imprese. In pratica da un lato si lima il prelievo e dall'altra si carica la contribuzione previdenziale ancor più sulle spalle delle aziende. Tertium non datur. A meno che non si voglia sforare il deficit previsto. Ma quest'anno sembra da escludere, dal momento che la manovra di ottobre dovrà trovare circa 15 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare che dal prossimo gennaio aumenti l'Iva. C'è poi un enorme capitolo relativo ai contratti di lavoro. Le dichiarazioni di ieri rientrano ancora tutte nel post campagna elettorale. A sentire parlare Luigi Di Maio, ogni tanto si ha l'impressione che i toni siano ancora quelli dell'opposizione. Anche Brambilla nella l'intervista rilasciata a Repubblica ha buttato sul tavolo alcune tematiche senza tirare le fila. Quanto al Jobs act, ha dichiarato l'esponente leghista, «ha cose buone, ma va destrutturato. Bisogna scendere da 1.000 pagine a un nuovo Statuto del lavoro di 30-40. Poi ridurre la precarietà, cancellando il decreto Poletti. Non toccherei l'articolo 18. Ma ripristinerei i voucher da 10 euro, limitati ai settori originari: agricoltura, babysitting, giardinaggio, pulizie. Fisserei il salario minimo orario a 9 euro. E abolirei gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che non funzionano». Siamo curiosi di capire quale sarà l'approccio alle politiche attive di inserimento. Di Maio ha annunciato di voler riunire tutti i presidenti di Regione per discutere dei centri per l'impiego (che dipendono dagli enti locali). Come verranno modificati non è ancora dato sapere. Di certo Garanzia giovani non ha funzionato e gli ultimi interventi a base di incentivi fiscali hanno finito con il minare il praticantato unico schema ben congegnato, perché prevede investimenti di lungo termine e vere scommesse sulla professionalità dei singoli lavoratori.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bastone-e-carote-flattax-fornero-2575176048.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-carota-della-flat-tax-imposte-giu-dal-2019" data-post-id="2575176048" data-published-at="1782066816" data-use-pagination="False"> La carota della flat tax: imposte giù dal 2019 La giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche sulla flat tax, ha chiarito due cose. La prima: il governo Lega-M5s si è dato un orizzonte temporale di lungo respiro, tanto è vero che la modulazione della flat tax è già scadenzata sui prossimi due-tre anni. La seconda: la Lega fa sul serio sulla riduzione delle tasse, i cervelloni del Carroccio stanno lavorando giorno e notte per mettere a punto la strategia giusta per concretizzare il cavallo di battaglia di Matteo Salvini in campagna elettorale e per superare le obiezioni e le perplessità dell'apparato burocratico, il cui sostegno è indispensabile per tradurre in provvedimenti di governo le proposte contenute nel «contratto». Giovedì e venerdì scorso, in particolare, stando a indiscrezioni attendibili, lo staff del «premier ombra» Giancarlo Giorgetti avrebbe preso contatto con il Dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il cosiddetto «Dagl», santuario di Nostra Signora Burocrazia. Gli uomini di Giorgetti avrebbero informato il Dagl della volontà ferrea di aprire al più presto il capitolo flat tax del contratto di governo, ricevendo risposte cortesi quanto rigide: «Ci vogliono le coperture». Ieri, tre autorevolissimi economisti del Carroccio, Alberto Bagnai, Armando Siri e Claudio Borghi, hanno animato il dibattito su questo delicatissimo fronte. Ospite di Agorà su Rai 3, Alberto Bagnai ha lanciato il classico sasso nello stagno: «Mi sembra», ha detto il parlamentare della Lega, «che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo, il 2019, e poi a partire dal secondo anno, dal 2020, si prevede di applicarla alle famiglie. Peraltro parlare di flat tax diventa improprio perché implicherebbe una aliquota unica, invece dalla mediazione con il M5s è emerso un modello con due scaglioni di reddito. L'Italia è in una situazione di gravissima crisi economica, nel 2021 il reddito pro capite sarà quello del 2003. Il ricorso al deficit per stimolare l'economia», ha sottolineato Bagnai, «riteniamo che possa essere accettato in sede europea». Dunque, il taglio delle tasse per le imprese è la priorità assoluta della Lega di governo. La possibilità di ricorrere al deficit è stata oggetto anche dei primi colloqui informali con la burocrazia di Palazzo Chigi. Sforbiciare le tasse sulle imprese consentirà agli imprenditori di assumere e investire, mettendo in circolazione denaro fresco, destinato a far aumentare i consumi e, quindi, in prospettiva, a far entrare più soldi nelle casse dello Stato. Le parole di Bagnai hanno provocato una sventagliata di critiche da parte della sinistra, che ha accusato l'economista del Carroccio di fare marcia indietro e, udite udite, di copiare quanto fatto dal governo guidato da Matteo Renzi. «Sulla flat tax», ha scritto il reggente del Pd, Maurizio Martina, su Twitter, «continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)». Numerosi anche gli attacchi da parte di Forza Italia, in particolare sul presunto «rinvio» della flat tax per le famiglie. Quelli del Pd, dimenticano un piccolo dettaglio: se è vero che l'Ires è stata portata al 24%, la flat tax prevede che l'aliquota scenda al 15% per i redditi fino a 80mila euro e al 20% per quelli superiori. Quindi, il taglio delle tasse per le imprese previsto dalla Lega e dal M5s è sostanzioso. Non solo: anche il presunto «rinvio della flat tax per le famiglie», denunciato dalle opposizioni è tutt'altro che inevitabile. La discussione è in pieno svolgimento, come dimostra quanto affermato da Armando Siri, altro esponente della Lega: «Non è vero», ha detto Siri ad Affaritaliani.it, «che dal prossimo anno la flat tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire», ha spiegato Siri, «con degli step: il sistema è diverso perché la flat tax per le imprese c'è già e noi la estendiamo anche a società di persone, partite iva e così via. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800.000 imprese. Fino ad oggi», ha precisato Siri, «solo le società di capitali hanno la flat tax. Poi per le famiglie cominceremo già dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020 fino a completarla». In sostanza, al di là delle schermaglie da talk show, quello che è certo è che la Lega non ha perso un solo istante, e vuole assolutamente varare il taglio delle tasse già con la prossima legge di Stabilità. «La cosa più semplice», ha sintetizzato un altro autorevole economista della Lega, Claudio Borghi, a Sky, «è la riduzione dell'Ires alle imprese e l'estensione alle partite Iva. Cambiare completamente il fisco non è cosa da poco, siamo a giugno e non abbiamo ancora la fiducia e non ci sono ancora le commissioni parlamentari». Carlo Tarallo
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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