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2018-06-05
Bastone e carota: tasse alle imprese giù ma più contributi per le pensioni
ANSA
La posizione leghista sulle pensioni prende forma. A buttare lì qualche dettaglio in più è l'ex sottosegretario al Welfare ai tempi di Silvio Berlusconi, Alberto Brambilla. Innanzitutto in termini di costi. Modificare la legge Fornero secondo l'esponente del Carroccio costerà 5 miliardi di euro all'anno e non 20 come sostiene il numero uno dell'Inps, Tito Boeri. «L'idea di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni e 36 di contributi, oppure 41 anni di contributi a prescindere dall'età (purché si escludano i contributi figurativi)», spiega in un'intervista l'esperto di pensioni leghista, «permetterà di superare lo scalone Fornero».
Ovviamente lo schema prevede tanti altri gradini. Perché non basta girare la spesa pubblica e invertirla. La popolazione invecchia e la produttività non cresce. Sul modello bastone e carota, il governo pensa di far ricadere sulle aziende una parte delle uscite anticipate. L'idea sarebbe quella di istituire per le diverse categorie produttive un fondo di solidarietà sul modello bancario. Ovvero alimentare i panieri pensionistici con il prelievo dello 0,3% sul lordo versato in busta paga. Senza contare che l'Ape social sarebbe destinata a sparire. Il che consentirebbe un minore esborso annuale di circa 1,5 miliardi all'anno. Al tempo stesso, verrebbero penalizzati tutti coloro che arrivano a fine corsa lavorativa con grande impegno fisico. In discussione anche Opzione donna, che vedrebbe uno spostamento della stanghetta per il ritiro dalla fascia attiva almeno due anni più in là nel tempo. L'ipotesi leghista troverebbe già una posizione contraria nel fronte dei 5 stelle che vorrebbe sostenere le categorie dei lavoratori usurati. Secondo quanto risulta alla Verità, la posizione grillina dovrebbe però essere di mera facciata perché il partito di Luigi Di Maio ha la necessità di portare a casa il reddito di cittadinanza. Sarebbe dunque disposto a barattare talune garanzie pensionistiche a favore della promessa elettorale che gli ha garantito i voti del Sud. Il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo ieri ha insistito apertamente sul reddito di cittadinanza e sulla pensione di cittadinanza, ma prima di arrivare a queste misure servirà tempo e la loro previsione potrà avvenire semmai con la legge di Bilancio in autunno. Sull'alleggerimento della legge Fornero, invece, soprattutto la Lega (ma anche i 5 stelle) spinge per fare presto e dare un segnale fin dalle settimane a venire. Da qui il pressing per inserire in un decreto legge ad hoc, da varare tra fine giugno e inizi luglio, un primo pacchetto di interventi specifici: tutti quelli descritti sopra che in comune hanno l'accresciuto ruolo dei privati.
Il governo non parla in alcun caso di taglio al cuneo fiscale, ma semplicemente di intervenire sulle tasse dirette con l'obiettivo di creare una Flat tax dedicata alle imprese. In pratica da un lato si lima il prelievo e dall'altra si carica la contribuzione previdenziale ancor più sulle spalle delle aziende. Tertium non datur. A meno che non si voglia sforare il deficit previsto. Ma quest'anno sembra da escludere, dal momento che la manovra di ottobre dovrà trovare circa 15 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare che dal prossimo gennaio aumenti l'Iva.
C'è poi un enorme capitolo relativo ai contratti di lavoro. Le dichiarazioni di ieri rientrano ancora tutte nel post campagna elettorale. A sentire parlare Luigi Di Maio, ogni tanto si ha l'impressione che i toni siano ancora quelli dell'opposizione. Anche Brambilla nella l'intervista rilasciata a Repubblica ha buttato sul tavolo alcune tematiche senza tirare le fila.
Quanto al Jobs act, ha dichiarato l'esponente leghista, «ha cose buone, ma va destrutturato. Bisogna scendere da 1.000 pagine a un nuovo Statuto del lavoro di 30-40. Poi ridurre la precarietà, cancellando il decreto Poletti. Non toccherei l'articolo 18. Ma ripristinerei i voucher da 10 euro, limitati ai settori originari: agricoltura, babysitting, giardinaggio, pulizie. Fisserei il salario minimo orario a 9 euro. E abolirei gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che non funzionano». Siamo curiosi di capire quale sarà l'approccio alle politiche attive di inserimento. Di Maio ha annunciato di voler riunire tutti i presidenti di Regione per discutere dei centri per l'impiego (che dipendono dagli enti locali). Come verranno modificati non è ancora dato sapere. Di certo Garanzia giovani non ha funzionato e gli ultimi interventi a base di incentivi fiscali hanno finito con il minare il praticantato unico schema ben congegnato, perché prevede investimenti di lungo termine e vere scommesse sulla professionalità dei singoli lavoratori.
Claudio Antonelli
La carota della flat tax: imposte giù dal 2019
La giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche sulla flat tax, ha chiarito due cose. La prima: il governo Lega-M5s si è dato un orizzonte temporale di lungo respiro, tanto è vero che la modulazione della flat tax è già scadenzata sui prossimi due-tre anni. La seconda: la Lega fa sul serio sulla riduzione delle tasse, i cervelloni del Carroccio stanno lavorando giorno e notte per mettere a punto la strategia giusta per concretizzare il cavallo di battaglia di Matteo Salvini in campagna elettorale e per superare le obiezioni e le perplessità dell'apparato burocratico, il cui sostegno è indispensabile per tradurre in provvedimenti di governo le proposte contenute nel «contratto».
Giovedì e venerdì scorso, in particolare, stando a indiscrezioni attendibili, lo staff del «premier ombra» Giancarlo Giorgetti avrebbe preso contatto con il Dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il cosiddetto «Dagl», santuario di Nostra Signora Burocrazia. Gli uomini di Giorgetti avrebbero informato il Dagl della volontà ferrea di aprire al più presto il capitolo flat tax del contratto di governo, ricevendo risposte cortesi quanto rigide: «Ci vogliono le coperture».
Ieri, tre autorevolissimi economisti del Carroccio, Alberto Bagnai, Armando Siri e Claudio Borghi, hanno animato il dibattito su questo delicatissimo fronte. Ospite di Agorà su Rai 3, Alberto Bagnai ha lanciato il classico sasso nello stagno: «Mi sembra», ha detto il parlamentare della Lega, «che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo, il 2019, e poi a partire dal secondo anno, dal 2020, si prevede di applicarla alle famiglie. Peraltro parlare di flat tax diventa improprio perché implicherebbe una aliquota unica, invece dalla mediazione con il M5s è emerso un modello con due scaglioni di reddito. L'Italia è in una situazione di gravissima crisi economica, nel 2021 il reddito pro capite sarà quello del 2003. Il ricorso al deficit per stimolare l'economia», ha sottolineato Bagnai, «riteniamo che possa essere accettato in sede europea».
Dunque, il taglio delle tasse per le imprese è la priorità assoluta della Lega di governo. La possibilità di ricorrere al deficit è stata oggetto anche dei primi colloqui informali con la burocrazia di Palazzo Chigi. Sforbiciare le tasse sulle imprese consentirà agli imprenditori di assumere e investire, mettendo in circolazione denaro fresco, destinato a far aumentare i consumi e, quindi, in prospettiva, a far entrare più soldi nelle casse dello Stato. Le parole di Bagnai hanno provocato una sventagliata di critiche da parte della sinistra, che ha accusato l'economista del Carroccio di fare marcia indietro e, udite udite, di copiare quanto fatto dal governo guidato da Matteo Renzi. «Sulla flat tax», ha scritto il reggente del Pd, Maurizio Martina, su Twitter, «continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)». Numerosi anche gli attacchi da parte di Forza Italia, in particolare sul presunto «rinvio» della flat tax per le famiglie. Quelli del Pd, dimenticano un piccolo dettaglio: se è vero che l'Ires è stata portata al 24%, la flat tax prevede che l'aliquota scenda al 15% per i redditi fino a 80mila euro e al 20% per quelli superiori. Quindi, il taglio delle tasse per le imprese previsto dalla Lega e dal M5s è sostanzioso.
Non solo: anche il presunto «rinvio della flat tax per le famiglie», denunciato dalle opposizioni è tutt'altro che inevitabile. La discussione è in pieno svolgimento, come dimostra quanto affermato da Armando Siri, altro esponente della Lega: «Non è vero», ha detto Siri ad Affaritaliani.it, «che dal prossimo anno la flat tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire», ha spiegato Siri, «con degli step: il sistema è diverso perché la flat tax per le imprese c'è già e noi la estendiamo anche a società di persone, partite iva e così via. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800.000 imprese. Fino ad oggi», ha precisato Siri, «solo le società di capitali hanno la flat tax. Poi per le famiglie cominceremo già dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020 fino a completarla».
In sostanza, al di là delle schermaglie da talk show, quello che è certo è che la Lega non ha perso un solo istante, e vuole assolutamente varare il taglio delle tasse già con la prossima legge di Stabilità. «La cosa più semplice», ha sintetizzato un altro autorevole economista della Lega, Claudio Borghi, a Sky, «è la riduzione dell'Ires alle imprese e l'estensione alle partite Iva. Cambiare completamente il fisco non è cosa da poco, siamo a giugno e non abbiamo ancora la fiducia e non ci sono ancora le commissioni parlamentari».
Carlo Tarallo
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Per copirire Ape social e quota 100, si tratta sui costi per le imprese. Il governo pensa di far ricadere sulle aziende parte delle uscite anticipate istituendo un fondo di solidarietà sul modello bancario prelevando lo 0,3% sul lordo in busta paga. Anticipo pensionistico destinato a sparire.L'incentivo della flat tax: imposte giù dal 2019. La Lega vuol fare sul serio sulla riduzione delle tasse, la burocrazia ministeriale pone problemi di coperture. L'anno prossimo si partirebbe con le imprese. Il Pd fa sapere: «Già fatto da Matteo Renzi». Dibattito sullo «sconto» per le famiglie: più facile partire dal 2020.Lo speciale contiene due articoliLa posizione leghista sulle pensioni prende forma. A buttare lì qualche dettaglio in più è l'ex sottosegretario al Welfare ai tempi di Silvio Berlusconi, Alberto Brambilla. Innanzitutto in termini di costi. Modificare la legge Fornero secondo l'esponente del Carroccio costerà 5 miliardi di euro all'anno e non 20 come sostiene il numero uno dell'Inps, Tito Boeri. «L'idea di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni e 36 di contributi, oppure 41 anni di contributi a prescindere dall'età (purché si escludano i contributi figurativi)», spiega in un'intervista l'esperto di pensioni leghista, «permetterà di superare lo scalone Fornero». Ovviamente lo schema prevede tanti altri gradini. Perché non basta girare la spesa pubblica e invertirla. La popolazione invecchia e la produttività non cresce. Sul modello bastone e carota, il governo pensa di far ricadere sulle aziende una parte delle uscite anticipate. L'idea sarebbe quella di istituire per le diverse categorie produttive un fondo di solidarietà sul modello bancario. Ovvero alimentare i panieri pensionistici con il prelievo dello 0,3% sul lordo versato in busta paga. Senza contare che l'Ape social sarebbe destinata a sparire. Il che consentirebbe un minore esborso annuale di circa 1,5 miliardi all'anno. Al tempo stesso, verrebbero penalizzati tutti coloro che arrivano a fine corsa lavorativa con grande impegno fisico. In discussione anche Opzione donna, che vedrebbe uno spostamento della stanghetta per il ritiro dalla fascia attiva almeno due anni più in là nel tempo. L'ipotesi leghista troverebbe già una posizione contraria nel fronte dei 5 stelle che vorrebbe sostenere le categorie dei lavoratori usurati. Secondo quanto risulta alla Verità, la posizione grillina dovrebbe però essere di mera facciata perché il partito di Luigi Di Maio ha la necessità di portare a casa il reddito di cittadinanza. Sarebbe dunque disposto a barattare talune garanzie pensionistiche a favore della promessa elettorale che gli ha garantito i voti del Sud. Il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo ieri ha insistito apertamente sul reddito di cittadinanza e sulla pensione di cittadinanza, ma prima di arrivare a queste misure servirà tempo e la loro previsione potrà avvenire semmai con la legge di Bilancio in autunno. Sull'alleggerimento della legge Fornero, invece, soprattutto la Lega (ma anche i 5 stelle) spinge per fare presto e dare un segnale fin dalle settimane a venire. Da qui il pressing per inserire in un decreto legge ad hoc, da varare tra fine giugno e inizi luglio, un primo pacchetto di interventi specifici: tutti quelli descritti sopra che in comune hanno l'accresciuto ruolo dei privati.Il governo non parla in alcun caso di taglio al cuneo fiscale, ma semplicemente di intervenire sulle tasse dirette con l'obiettivo di creare una Flat tax dedicata alle imprese. In pratica da un lato si lima il prelievo e dall'altra si carica la contribuzione previdenziale ancor più sulle spalle delle aziende. Tertium non datur. A meno che non si voglia sforare il deficit previsto. Ma quest'anno sembra da escludere, dal momento che la manovra di ottobre dovrà trovare circa 15 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare che dal prossimo gennaio aumenti l'Iva. C'è poi un enorme capitolo relativo ai contratti di lavoro. Le dichiarazioni di ieri rientrano ancora tutte nel post campagna elettorale. A sentire parlare Luigi Di Maio, ogni tanto si ha l'impressione che i toni siano ancora quelli dell'opposizione. Anche Brambilla nella l'intervista rilasciata a Repubblica ha buttato sul tavolo alcune tematiche senza tirare le fila. Quanto al Jobs act, ha dichiarato l'esponente leghista, «ha cose buone, ma va destrutturato. Bisogna scendere da 1.000 pagine a un nuovo Statuto del lavoro di 30-40. Poi ridurre la precarietà, cancellando il decreto Poletti. Non toccherei l'articolo 18. Ma ripristinerei i voucher da 10 euro, limitati ai settori originari: agricoltura, babysitting, giardinaggio, pulizie. Fisserei il salario minimo orario a 9 euro. E abolirei gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che non funzionano». Siamo curiosi di capire quale sarà l'approccio alle politiche attive di inserimento. Di Maio ha annunciato di voler riunire tutti i presidenti di Regione per discutere dei centri per l'impiego (che dipendono dagli enti locali). Come verranno modificati non è ancora dato sapere. Di certo Garanzia giovani non ha funzionato e gli ultimi interventi a base di incentivi fiscali hanno finito con il minare il praticantato unico schema ben congegnato, perché prevede investimenti di lungo termine e vere scommesse sulla professionalità dei singoli lavoratori.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bastone-e-carote-flattax-fornero-2575176048.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-carota-della-flat-tax-imposte-giu-dal-2019" data-post-id="2575176048" data-published-at="1777612028" data-use-pagination="False"> La carota della flat tax: imposte giù dal 2019 La giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche sulla flat tax, ha chiarito due cose. La prima: il governo Lega-M5s si è dato un orizzonte temporale di lungo respiro, tanto è vero che la modulazione della flat tax è già scadenzata sui prossimi due-tre anni. La seconda: la Lega fa sul serio sulla riduzione delle tasse, i cervelloni del Carroccio stanno lavorando giorno e notte per mettere a punto la strategia giusta per concretizzare il cavallo di battaglia di Matteo Salvini in campagna elettorale e per superare le obiezioni e le perplessità dell'apparato burocratico, il cui sostegno è indispensabile per tradurre in provvedimenti di governo le proposte contenute nel «contratto». Giovedì e venerdì scorso, in particolare, stando a indiscrezioni attendibili, lo staff del «premier ombra» Giancarlo Giorgetti avrebbe preso contatto con il Dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il cosiddetto «Dagl», santuario di Nostra Signora Burocrazia. Gli uomini di Giorgetti avrebbero informato il Dagl della volontà ferrea di aprire al più presto il capitolo flat tax del contratto di governo, ricevendo risposte cortesi quanto rigide: «Ci vogliono le coperture». Ieri, tre autorevolissimi economisti del Carroccio, Alberto Bagnai, Armando Siri e Claudio Borghi, hanno animato il dibattito su questo delicatissimo fronte. Ospite di Agorà su Rai 3, Alberto Bagnai ha lanciato il classico sasso nello stagno: «Mi sembra», ha detto il parlamentare della Lega, «che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo, il 2019, e poi a partire dal secondo anno, dal 2020, si prevede di applicarla alle famiglie. Peraltro parlare di flat tax diventa improprio perché implicherebbe una aliquota unica, invece dalla mediazione con il M5s è emerso un modello con due scaglioni di reddito. L'Italia è in una situazione di gravissima crisi economica, nel 2021 il reddito pro capite sarà quello del 2003. Il ricorso al deficit per stimolare l'economia», ha sottolineato Bagnai, «riteniamo che possa essere accettato in sede europea». Dunque, il taglio delle tasse per le imprese è la priorità assoluta della Lega di governo. La possibilità di ricorrere al deficit è stata oggetto anche dei primi colloqui informali con la burocrazia di Palazzo Chigi. Sforbiciare le tasse sulle imprese consentirà agli imprenditori di assumere e investire, mettendo in circolazione denaro fresco, destinato a far aumentare i consumi e, quindi, in prospettiva, a far entrare più soldi nelle casse dello Stato. Le parole di Bagnai hanno provocato una sventagliata di critiche da parte della sinistra, che ha accusato l'economista del Carroccio di fare marcia indietro e, udite udite, di copiare quanto fatto dal governo guidato da Matteo Renzi. «Sulla flat tax», ha scritto il reggente del Pd, Maurizio Martina, su Twitter, «continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)». Numerosi anche gli attacchi da parte di Forza Italia, in particolare sul presunto «rinvio» della flat tax per le famiglie. Quelli del Pd, dimenticano un piccolo dettaglio: se è vero che l'Ires è stata portata al 24%, la flat tax prevede che l'aliquota scenda al 15% per i redditi fino a 80mila euro e al 20% per quelli superiori. Quindi, il taglio delle tasse per le imprese previsto dalla Lega e dal M5s è sostanzioso. Non solo: anche il presunto «rinvio della flat tax per le famiglie», denunciato dalle opposizioni è tutt'altro che inevitabile. La discussione è in pieno svolgimento, come dimostra quanto affermato da Armando Siri, altro esponente della Lega: «Non è vero», ha detto Siri ad Affaritaliani.it, «che dal prossimo anno la flat tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire», ha spiegato Siri, «con degli step: il sistema è diverso perché la flat tax per le imprese c'è già e noi la estendiamo anche a società di persone, partite iva e così via. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800.000 imprese. Fino ad oggi», ha precisato Siri, «solo le società di capitali hanno la flat tax. Poi per le famiglie cominceremo già dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020 fino a completarla». In sostanza, al di là delle schermaglie da talk show, quello che è certo è che la Lega non ha perso un solo istante, e vuole assolutamente varare il taglio delle tasse già con la prossima legge di Stabilità. «La cosa più semplice», ha sintetizzato un altro autorevole economista della Lega, Claudio Borghi, a Sky, «è la riduzione dell'Ires alle imprese e l'estensione alle partite Iva. Cambiare completamente il fisco non è cosa da poco, siamo a giugno e non abbiamo ancora la fiducia e non ci sono ancora le commissioni parlamentari». Carlo Tarallo
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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