True
2023-01-07
Basta col vaccino ai ragazzi. Lo studio che toglie i dubbi
Ansa
Quella della proteina Spike - presente sia nel Sars-Cov-2, sia nei vaccini a mRna - capace di provocare danni all’organismo sarebbe, stando agli autoproclamati fact checkers, una bufala antiscientifica. Qualcuno avvisi la rivista Circulation, prima in assoluto per fattore d’impatto nel settore delle ricerche sul cuore e il sistema cardiovascolare: ha appena pubblicato, infatti, uno studio condotto da Harvard medical school e Mit, su giovanissimi pazienti ricoverati in due ospedali di Boston, che individua proprio nella Spike la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Per giungere a questa conclusione, gli autori hanno confrontato i campioni di sangue dei vaccinati sani, con quelli, raccolti da gennaio 2021 a febbraio 2022, di 16 individui, tra 12 e 21 anni, colpiti da miocardite in seguito alle inoculazioni con i farmaci a Rna messaggero. E hanno riscontrato, in questi ultimi, degli alti livelli di Spike libera, cioè non aggredita da anticorpi specifici. «La proteina», spiega il virologo Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, «non è legata agli anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue, che nei bambini e nei giovani adulti non si sono formati dopo la prima dose. Negli adulti» sottoposti al secondo shot, «la risposta immunitaria è più forte e gli anticorpi riescono a legare la proteina S, mentre nei bambini che sviluppano la miocardite, la proteina Spike resta libera, senza legarsi agli anticorpi neutralizzanti». È così che essa attiva «l’infiammazione che sta alla base» del danno cardiaco.
È interessante anche notare le analogie che gli autori hanno trovato con la Mis-c, la sindrome infiammatoria multisistemica. Pericoloso strascico del Covid: virostar e pediatri, alle nostre latitudini, l’avevano utilizzata per spingere i genitori a portare i figli negli hub. Le concentrazioni del frammento S1 della Spike e della proteina stessa, nei campioni presi dai bimbi colpiti da miocardite e da quelli affetti da Mis-c, erano pressoché identiche. A cambiare erano i livelli di troponina (più elevati nei primi) e quelli della proteina C-reattiva (più elevati nei secondi), che viene di solito sintetizzata durante uno stato infiammatorio.
Seppur rari - intorno a uno o due su 100.000 dosi - e per lo più risolvibili, i casi di miocardite possono comunque condurre a conseguenze gravi. Lo dimostrano le autopsie svolte in Germania e descritte in un articolo del Clinical research in cardiology a inizio dicembre, su malcapitati letteralmente fulminati da questa complicanza post vaccino. Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di chiamare i soccorsi.
Broccolo insiste: «Serve un cambiamento di paradigma nei confronti delle vaccinazioni e delle numerose varianti. È ormai chiaro, per esempio, che il vaccino è particolarmente necessario per gli anziani e i fragili in quanto protegge dalle forme gravi della malattia e non dall’infezione». Gli autori del paper uscito su Circulation sostengono che restano invariate tutte le valutazioni sul rapporto rischi-benefici delle punture. Ma è sempre più chiaro che, nella popolazione giovane, ormai ben immunizzata, questo dogma andava rimesso in discussione parecchio tempo fa. Già quando il governo Draghi, al contrario, ricattava i ragazzini, praticamente obbligandoli ad accettare il booster. Pena, il rischio di finire in Dad o l’esclusione dalle attività sportive.
Lo studio americano, che ha implicazioni importanti sulle politiche sanitarie nei confronti degli under 30, riapre, più in generale, la questione della pericolosità della Spike.
Sul tema, aveva fatto scuola un’indagine di Cell, risalente al marzo 2022, che dimostrava come la proteina potesse rimanere in circolo per due mesi dopo la vaccinazione. In un loro intervento di settembre 2022, sul sito della rivista, Marco Cosentino e Franca Marino avevano citato un’altra ricerca: stavolta, la Spike era stata identificata nei campioni di sangue dei vaccinati addirittura sei mesi dopo l’iniezione. C’erano, inoltre, le analisi svolte su una donna che aveva sofferto di trombocitopenia indotta dal vaccino a mRna: i livelli di Spike nel suo plasma erano risultati 100 volte maggiori che nei soggetti inoculati senza effetti collaterali. Né sarebbero risultate sostanziali differenze, nelle concentrazioni della proteina, tra le persone infettate dal virus e quelle che hanno porto il braccio. La conclusione di Cosentino e Marino era esplicita: «I vaccini a mRna per il Covid-19, in alcune circostanze, stimolano elevate ed eventualmente tossiche quantità di Spike in organi e tessuti, che, a loro volta, la mettono in circolazione».
Non finisce qui. La famigerata proteina è stata collegata, in un paper dello scorso settembre, pubblicato da Clinical infectious diseases, e in uno di Molecular neurobiology, del 2021, alla malattia post acuta da coronavirus (Pasc). Ovvero, il temutissimo long Covid. La ciliegina della torta l’ha piazzata un preprint freschissimo, di questi giorni: «La proteina Spike», annotano i firmatari, «potrebbe causare fibrosi e la menomazione della contrattilità miocardica» negli obesi. Pure questa, una condizione che si è verificata nella Pasc.
Gli scienziati che hanno lavorato a quegli articoli si erano occupati di pazienti contagiati. Ma visto che i meccanismi alla base del danno sono simili a quelli della Spike che viene inoculata attraverso il vaccino, è lecito domandarsi se, a fronte di una possibile permanenza nell’organismo della proteina per mesi e mesi dopo la puntura, gli stessi effetti collaterali siano ugualmente riconducibili all’impiego dei medicinali a Rna messaggero.
Aver preso sul serio certi dubbi, magari, ci avrebbe aiutato a limitare le reazioni avverse. Se la medicina non è una religione, degli effetti collaterali dei farmaci si dovrebbe parlare apertamente, anziché regalare il monopolio della discussione ai vituperati «complottisti». Era l’agosto del 2021, allorché il Journal of biological regulators suggeriva di «intervenire con l’uso di combinazioni di antiossidanti, […] in aggiunta ai vaccini e ai farmaci antinfiammatori, per prevenire l’azione nociva della proteina Spike». I nostri tecnici leggevano le riviste scientifiche? O erano troppo impegnati in tv?
Avrebbe giovato un po’ meno zelo nell’inseguire con la siringa i giovani. E adesso? Ce scurdammo ’o ppassato? Ci proviamo. Ma un adolescente con una fibrosi del miocardio farà fatica a dimenticare.
Rispunta l’ivermectina, da profilassi
Potrebbe prevenire il contagio da Sars-Cov2 meglio della quarta dose di vaccino a mRna, ma il condizionale è d’obbligo perché il dato, che riguarda la tanto controversa ivermectina, arriva da uno studio aziendale di fase due, il cui scopo è testare la sicurezza ed efficacia del prodotto in un campione piccolo. Come spiega la farmaceutica MedinCell, la somministrazione dell’antiparassitario, per 28 giorni in 200 dei 399 partecipanti alla ricerca, ha ridotto del 72% l’infezione da Covid rispetto ai non trattati. Il risultato si è ottenuto testando tutti i soggetti - non vaccinati, negativi al momento dell’arruolamento - entro cinque giorni da uno stretto contatto documentato con una persona positiva al Sars-CoV-2 confermata da tampone molecolare (Pcr). In questo, l’antiparassitario sarebbe quindi più efficace del vaccino a mRna che, contrariamente a quanto annunciato inizialmente, previene circa il 50% dei contagi. L’aspetto non è secondario perché le nuove varianti si trasmettono molto più facilmente e la ricerca, altro dato da sottolineare, si è svolta tra marzo e novembre 2022, cioè quando prevaleva Omicron.
Come dichiara la stessa azienda francese, lo studio (Saive) non intende testare l’impiego di ivermectina nella cura del Covid, ma rientra nel programma di sviluppo di una formulazione iniettabile a lunga durata d’azione per un uso sicuro nella prevenzione dell’infezione da Covid-19, per settimane o mesi. Se ulteriori studi dovessero confermare i risultati ottenuti, il farmaco potrebbe rivelarsi utile contro il contagio, punto molto critico dei vaccini a mRna, soprattutto nelle persone fragili.
Uno studio canadese pubblicato a luglio sul British Medical Journal ha verificato l’efficacia della quarta dose, rispetto alla terza e all’assenza di vaccino, negli anziani di strutture assistenziali (Rsa), tra gennaio e aprile 2022, con Omicron dominante. Rispetto a chi aveva la terza dose da più di 84 giorni, in chi aveva fatto la quarta da oltre sette giorni, l’efficacia era superiore del 19% contro l’infezione, del 31% contro l’infezione sintomatica e del 40% contro esiti gravi. A confronto con i non vaccinati, la quarta dose riduceva del 49% il rischio di infezioni asintomatiche, del 69% le sintomatiche e dell’86% le forme gravi. Anche una ricerca su The Lancet Respiratory, a settembre, afferma che i vaccini a mRna «non sono molto efficaci nel fermare la trasmissione o un’infezione lieve, specialmente con Omicron».
In ogni caso, restano i dubbi sul possibile impiego di ivermectina nel trattamento del Covid. Una revisione su 11 studi, pubblicata a giugno dall’autorevole Cochrane Library, conclude che «non sono state trovate prove a sostegno dell’uso» dell’antiparassitario «per il trattamento di Covid-19. La base delle evidenze è leggermente migliorata in questo aggiornamento, ma è ancora limitata» e «si attendono i risultati di ulteriori 31 studi in corso».
Sull’impiego dell'ivermectina, un vecchio farmaco utilizzato per una vasta gamma di infezioni parassitarie intestinali e, in anni più recenti, con più ampie potenziali indicazioni come la scabbia, i primi studi nel Covid risalgono alla primavera del 2020, quando si è dimostrata l’efficacia nel ridurre la carica virale del 99,98% in 48 ore in cellule coltivate in vitro infettate da Sars-Cov2. Il passaggio però alla fase clinica non ha dato i risultati sperati nel prevenire, nei positivi al Covid, il rischio di sviluppo della forma grave. Attualmente, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) raccomanda che il farmaco sia impiegato nel Covid solo all’interno di studi clinici controllati.
Continua a leggereRiduci
Harvard e Mit hanno individuato nella proteina Spike presente nei farmaci a Rna messaggero la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Francesco Broccolo: «Serve un cambio di paradigma».Il controverso farmaco antiparassitario non è stato utilizzato per la cura del Covid ma come prevenzione per i contagi. E ha dato risultati migliori della quarta puntura.Lo speciale contiene due articoli.Quella della proteina Spike - presente sia nel Sars-Cov-2, sia nei vaccini a mRna - capace di provocare danni all’organismo sarebbe, stando agli autoproclamati fact checkers, una bufala antiscientifica. Qualcuno avvisi la rivista Circulation, prima in assoluto per fattore d’impatto nel settore delle ricerche sul cuore e il sistema cardiovascolare: ha appena pubblicato, infatti, uno studio condotto da Harvard medical school e Mit, su giovanissimi pazienti ricoverati in due ospedali di Boston, che individua proprio nella Spike la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Per giungere a questa conclusione, gli autori hanno confrontato i campioni di sangue dei vaccinati sani, con quelli, raccolti da gennaio 2021 a febbraio 2022, di 16 individui, tra 12 e 21 anni, colpiti da miocardite in seguito alle inoculazioni con i farmaci a Rna messaggero. E hanno riscontrato, in questi ultimi, degli alti livelli di Spike libera, cioè non aggredita da anticorpi specifici. «La proteina», spiega il virologo Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, «non è legata agli anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue, che nei bambini e nei giovani adulti non si sono formati dopo la prima dose. Negli adulti» sottoposti al secondo shot, «la risposta immunitaria è più forte e gli anticorpi riescono a legare la proteina S, mentre nei bambini che sviluppano la miocardite, la proteina Spike resta libera, senza legarsi agli anticorpi neutralizzanti». È così che essa attiva «l’infiammazione che sta alla base» del danno cardiaco.È interessante anche notare le analogie che gli autori hanno trovato con la Mis-c, la sindrome infiammatoria multisistemica. Pericoloso strascico del Covid: virostar e pediatri, alle nostre latitudini, l’avevano utilizzata per spingere i genitori a portare i figli negli hub. Le concentrazioni del frammento S1 della Spike e della proteina stessa, nei campioni presi dai bimbi colpiti da miocardite e da quelli affetti da Mis-c, erano pressoché identiche. A cambiare erano i livelli di troponina (più elevati nei primi) e quelli della proteina C-reattiva (più elevati nei secondi), che viene di solito sintetizzata durante uno stato infiammatorio. Seppur rari - intorno a uno o due su 100.000 dosi - e per lo più risolvibili, i casi di miocardite possono comunque condurre a conseguenze gravi. Lo dimostrano le autopsie svolte in Germania e descritte in un articolo del Clinical research in cardiology a inizio dicembre, su malcapitati letteralmente fulminati da questa complicanza post vaccino. Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di chiamare i soccorsi. Broccolo insiste: «Serve un cambiamento di paradigma nei confronti delle vaccinazioni e delle numerose varianti. È ormai chiaro, per esempio, che il vaccino è particolarmente necessario per gli anziani e i fragili in quanto protegge dalle forme gravi della malattia e non dall’infezione». Gli autori del paper uscito su Circulation sostengono che restano invariate tutte le valutazioni sul rapporto rischi-benefici delle punture. Ma è sempre più chiaro che, nella popolazione giovane, ormai ben immunizzata, questo dogma andava rimesso in discussione parecchio tempo fa. Già quando il governo Draghi, al contrario, ricattava i ragazzini, praticamente obbligandoli ad accettare il booster. Pena, il rischio di finire in Dad o l’esclusione dalle attività sportive.Lo studio americano, che ha implicazioni importanti sulle politiche sanitarie nei confronti degli under 30, riapre, più in generale, la questione della pericolosità della Spike. Sul tema, aveva fatto scuola un’indagine di Cell, risalente al marzo 2022, che dimostrava come la proteina potesse rimanere in circolo per due mesi dopo la vaccinazione. In un loro intervento di settembre 2022, sul sito della rivista, Marco Cosentino e Franca Marino avevano citato un’altra ricerca: stavolta, la Spike era stata identificata nei campioni di sangue dei vaccinati addirittura sei mesi dopo l’iniezione. C’erano, inoltre, le analisi svolte su una donna che aveva sofferto di trombocitopenia indotta dal vaccino a mRna: i livelli di Spike nel suo plasma erano risultati 100 volte maggiori che nei soggetti inoculati senza effetti collaterali. Né sarebbero risultate sostanziali differenze, nelle concentrazioni della proteina, tra le persone infettate dal virus e quelle che hanno porto il braccio. La conclusione di Cosentino e Marino era esplicita: «I vaccini a mRna per il Covid-19, in alcune circostanze, stimolano elevate ed eventualmente tossiche quantità di Spike in organi e tessuti, che, a loro volta, la mettono in circolazione».Non finisce qui. La famigerata proteina è stata collegata, in un paper dello scorso settembre, pubblicato da Clinical infectious diseases, e in uno di Molecular neurobiology, del 2021, alla malattia post acuta da coronavirus (Pasc). Ovvero, il temutissimo long Covid. La ciliegina della torta l’ha piazzata un preprint freschissimo, di questi giorni: «La proteina Spike», annotano i firmatari, «potrebbe causare fibrosi e la menomazione della contrattilità miocardica» negli obesi. Pure questa, una condizione che si è verificata nella Pasc. Gli scienziati che hanno lavorato a quegli articoli si erano occupati di pazienti contagiati. Ma visto che i meccanismi alla base del danno sono simili a quelli della Spike che viene inoculata attraverso il vaccino, è lecito domandarsi se, a fronte di una possibile permanenza nell’organismo della proteina per mesi e mesi dopo la puntura, gli stessi effetti collaterali siano ugualmente riconducibili all’impiego dei medicinali a Rna messaggero. Aver preso sul serio certi dubbi, magari, ci avrebbe aiutato a limitare le reazioni avverse. Se la medicina non è una religione, degli effetti collaterali dei farmaci si dovrebbe parlare apertamente, anziché regalare il monopolio della discussione ai vituperati «complottisti». Era l’agosto del 2021, allorché il Journal of biological regulators suggeriva di «intervenire con l’uso di combinazioni di antiossidanti, […] in aggiunta ai vaccini e ai farmaci antinfiammatori, per prevenire l’azione nociva della proteina Spike». I nostri tecnici leggevano le riviste scientifiche? O erano troppo impegnati in tv? Avrebbe giovato un po’ meno zelo nell’inseguire con la siringa i giovani. E adesso? Ce scurdammo ’o ppassato? Ci proviamo. Ma un adolescente con una fibrosi del miocardio farà fatica a dimenticare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-vaccino-ragazzi-studio-2659081255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rispunta-livermectina-da-profilassi" data-post-id="2659081255" data-published-at="1673034187" data-use-pagination="False"> Rispunta l’ivermectina, da profilassi Potrebbe prevenire il contagio da Sars-Cov2 meglio della quarta dose di vaccino a mRna, ma il condizionale è d’obbligo perché il dato, che riguarda la tanto controversa ivermectina, arriva da uno studio aziendale di fase due, il cui scopo è testare la sicurezza ed efficacia del prodotto in un campione piccolo. Come spiega la farmaceutica MedinCell, la somministrazione dell’antiparassitario, per 28 giorni in 200 dei 399 partecipanti alla ricerca, ha ridotto del 72% l’infezione da Covid rispetto ai non trattati. Il risultato si è ottenuto testando tutti i soggetti - non vaccinati, negativi al momento dell’arruolamento - entro cinque giorni da uno stretto contatto documentato con una persona positiva al Sars-CoV-2 confermata da tampone molecolare (Pcr). In questo, l’antiparassitario sarebbe quindi più efficace del vaccino a mRna che, contrariamente a quanto annunciato inizialmente, previene circa il 50% dei contagi. L’aspetto non è secondario perché le nuove varianti si trasmettono molto più facilmente e la ricerca, altro dato da sottolineare, si è svolta tra marzo e novembre 2022, cioè quando prevaleva Omicron. Come dichiara la stessa azienda francese, lo studio (Saive) non intende testare l’impiego di ivermectina nella cura del Covid, ma rientra nel programma di sviluppo di una formulazione iniettabile a lunga durata d’azione per un uso sicuro nella prevenzione dell’infezione da Covid-19, per settimane o mesi. Se ulteriori studi dovessero confermare i risultati ottenuti, il farmaco potrebbe rivelarsi utile contro il contagio, punto molto critico dei vaccini a mRna, soprattutto nelle persone fragili. Uno studio canadese pubblicato a luglio sul British Medical Journal ha verificato l’efficacia della quarta dose, rispetto alla terza e all’assenza di vaccino, negli anziani di strutture assistenziali (Rsa), tra gennaio e aprile 2022, con Omicron dominante. Rispetto a chi aveva la terza dose da più di 84 giorni, in chi aveva fatto la quarta da oltre sette giorni, l’efficacia era superiore del 19% contro l’infezione, del 31% contro l’infezione sintomatica e del 40% contro esiti gravi. A confronto con i non vaccinati, la quarta dose riduceva del 49% il rischio di infezioni asintomatiche, del 69% le sintomatiche e dell’86% le forme gravi. Anche una ricerca su The Lancet Respiratory, a settembre, afferma che i vaccini a mRna «non sono molto efficaci nel fermare la trasmissione o un’infezione lieve, specialmente con Omicron». In ogni caso, restano i dubbi sul possibile impiego di ivermectina nel trattamento del Covid. Una revisione su 11 studi, pubblicata a giugno dall’autorevole Cochrane Library, conclude che «non sono state trovate prove a sostegno dell’uso» dell’antiparassitario «per il trattamento di Covid-19. La base delle evidenze è leggermente migliorata in questo aggiornamento, ma è ancora limitata» e «si attendono i risultati di ulteriori 31 studi in corso». Sull’impiego dell'ivermectina, un vecchio farmaco utilizzato per una vasta gamma di infezioni parassitarie intestinali e, in anni più recenti, con più ampie potenziali indicazioni come la scabbia, i primi studi nel Covid risalgono alla primavera del 2020, quando si è dimostrata l’efficacia nel ridurre la carica virale del 99,98% in 48 ore in cellule coltivate in vitro infettate da Sars-Cov2. Il passaggio però alla fase clinica non ha dato i risultati sperati nel prevenire, nei positivi al Covid, il rischio di sviluppo della forma grave. Attualmente, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) raccomanda che il farmaco sia impiegato nel Covid solo all’interno di studi clinici controllati.
Il cacciamine italiano M-5554 «Gaeta» (Ansa)
Alla Spezia, a poca distanza dai cantieri dove sono stati costruiti e varati varati, lì hanno la propria base i cacciamine italiani che oggi potrebbero essere utilizzati per la bonifica dello stretto di Hormuz. In particolare sono due le navi della Marina Militare designati per la missione: il «Rimini» (classe «Gaeta») e il «Crotone» (classe «Lerici»), varate rispettivamente nel 1994 e 1992 nei cantieri della Italmarine di Sarzana.
La storia dei cacciamine italiani è relativamente recente. Dal dopoguerra fino agli anni ’80 operarono prevalentemente navi dragamine, dalle caratteristiche molto diverse e meno tecnologiche, adatte alla bonifica di ordigni a loro volta meno evoluti delle mine moderne.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Marina, il cui naviglio era stato decimato nel conflitto, ereditò dagli Stati Uniti alcune navi dragamine e riparò i pochi RDV (Dragamine veloci) superstiti per le necessità urgenti di bonifica delle acque territoriali dopo il conflitto. I dragamine americani consegnati alla Marina italiana dagli anni '50 facevano parte della classe «Adjutant», di ridotte dimensioni e dallo scafo in legno per cancellare ogni traccia magnetica della nave. Per questa caratteristica fu battezzata la classe «Legni». L’imbarcazione trainava cavi d’acciaio che tranciavano i cavi di ancoraggio delle vecchie mine facendole risalire in superficie per poi essere neutralizzate manualmente dall’equipaggio. Per le mine più evolute, sensibili al rumore o ai campi magnetici, i dragamine utilizzavano sistemi di simulazione: per gli ordigni sensibili ai campi magnetici utilizzavano cavi elettrificati che «ingannavano» la mina facendola esplodere in lontananza, mentre per quelli sensibili ai rumori i dragamine italiani utilizzavano dei simulatori acustici che riproducevano le onde sonore delle eliche. Su licenza statunitense, negli anni ’50 furono costruiti in Italia diversi dragamine con scafo ligneo delle classi «Agave»e «Bambù».
A partire dagli anni Settanta, i dragamine furono ritenuti tecnologicamente arretrati rispetto all’evoluzione delle mine marine. In quel periodo i dragamine furono equipaggiati con nuovi strumenti che li trasformarono gradualmente in cacciamine con l’adozione di strumenti come i sonar e la presenza di sommozzatori specializzati.
Il salto si ebbe alla fine del decennio con la classe «Lerici», che rappresentò il primo lotto di veri cacciamine, in grado di individuare e neutralizzare singolarmente le mine, realizzati dai cantieri Intermarine. Dotate di scafo in vetroresina monoblocco (migliore del legno in termini di amagneticità), le «Lerici» sono lunghe 52 metri e dotate di sonar antimina a profondità variabile e multifrequenza (sonar a caccia). Sono spinte da 4 eliche, di cui una principale a passo variabile e le altre 3 intubate ed orientabili, collegate a motori idraulici per l’uso silenzioso in «caccia». Il primo cacciamine fu il capostipite «Lerici» (M-5550), consegnato alla Marina Militare nel 1982. Operanti in ambito Nato, i cacciamine hanno partecipato a diverse operazioni di bonifica bellica nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Adriatico per lo sminamento delle coste dopo i conflitti in ex Jugoslavia e Kosovo. La classe «Lerici» è stata affiancata dalla ancora più evoluta classe «Gaeta» dal 1992, cacciamine dotati di sonar potenziati, sistema di navigazione automatizzato e veicoli filoguidati (ROV) in grado di individuare e neutralizzare le mine subacquee a distanza. Per la loro efficienza operativa e per la tecnologia avanzata, i cacciamine classe «Lerici» nati a Sarzana sono stati particolarmente apprezzati dalla Us Navy. Dal progetto italiano sono nati i «minehunters» della classe «Osprey», costruiti dalla filiale americana della Intermarine. La Marina Finlandese dal 2015 ha ricevuto da Intermarine 3 cacciamine classe Katanpåå, direttamente derivanti dai cacciamine classe Lat Ya della Marina Thailandese anche questi ultimi derivati dalla classe «Lerici».
Continua a leggereRiduci