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2023-01-07
Basta col vaccino ai ragazzi. Lo studio che toglie i dubbi
Ansa
Quella della proteina Spike - presente sia nel Sars-Cov-2, sia nei vaccini a mRna - capace di provocare danni all’organismo sarebbe, stando agli autoproclamati fact checkers, una bufala antiscientifica. Qualcuno avvisi la rivista Circulation, prima in assoluto per fattore d’impatto nel settore delle ricerche sul cuore e il sistema cardiovascolare: ha appena pubblicato, infatti, uno studio condotto da Harvard medical school e Mit, su giovanissimi pazienti ricoverati in due ospedali di Boston, che individua proprio nella Spike la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Per giungere a questa conclusione, gli autori hanno confrontato i campioni di sangue dei vaccinati sani, con quelli, raccolti da gennaio 2021 a febbraio 2022, di 16 individui, tra 12 e 21 anni, colpiti da miocardite in seguito alle inoculazioni con i farmaci a Rna messaggero. E hanno riscontrato, in questi ultimi, degli alti livelli di Spike libera, cioè non aggredita da anticorpi specifici. «La proteina», spiega il virologo Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, «non è legata agli anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue, che nei bambini e nei giovani adulti non si sono formati dopo la prima dose. Negli adulti» sottoposti al secondo shot, «la risposta immunitaria è più forte e gli anticorpi riescono a legare la proteina S, mentre nei bambini che sviluppano la miocardite, la proteina Spike resta libera, senza legarsi agli anticorpi neutralizzanti». È così che essa attiva «l’infiammazione che sta alla base» del danno cardiaco.
È interessante anche notare le analogie che gli autori hanno trovato con la Mis-c, la sindrome infiammatoria multisistemica. Pericoloso strascico del Covid: virostar e pediatri, alle nostre latitudini, l’avevano utilizzata per spingere i genitori a portare i figli negli hub. Le concentrazioni del frammento S1 della Spike e della proteina stessa, nei campioni presi dai bimbi colpiti da miocardite e da quelli affetti da Mis-c, erano pressoché identiche. A cambiare erano i livelli di troponina (più elevati nei primi) e quelli della proteina C-reattiva (più elevati nei secondi), che viene di solito sintetizzata durante uno stato infiammatorio.
Seppur rari - intorno a uno o due su 100.000 dosi - e per lo più risolvibili, i casi di miocardite possono comunque condurre a conseguenze gravi. Lo dimostrano le autopsie svolte in Germania e descritte in un articolo del Clinical research in cardiology a inizio dicembre, su malcapitati letteralmente fulminati da questa complicanza post vaccino. Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di chiamare i soccorsi.
Broccolo insiste: «Serve un cambiamento di paradigma nei confronti delle vaccinazioni e delle numerose varianti. È ormai chiaro, per esempio, che il vaccino è particolarmente necessario per gli anziani e i fragili in quanto protegge dalle forme gravi della malattia e non dall’infezione». Gli autori del paper uscito su Circulation sostengono che restano invariate tutte le valutazioni sul rapporto rischi-benefici delle punture. Ma è sempre più chiaro che, nella popolazione giovane, ormai ben immunizzata, questo dogma andava rimesso in discussione parecchio tempo fa. Già quando il governo Draghi, al contrario, ricattava i ragazzini, praticamente obbligandoli ad accettare il booster. Pena, il rischio di finire in Dad o l’esclusione dalle attività sportive.
Lo studio americano, che ha implicazioni importanti sulle politiche sanitarie nei confronti degli under 30, riapre, più in generale, la questione della pericolosità della Spike.
Sul tema, aveva fatto scuola un’indagine di Cell, risalente al marzo 2022, che dimostrava come la proteina potesse rimanere in circolo per due mesi dopo la vaccinazione. In un loro intervento di settembre 2022, sul sito della rivista, Marco Cosentino e Franca Marino avevano citato un’altra ricerca: stavolta, la Spike era stata identificata nei campioni di sangue dei vaccinati addirittura sei mesi dopo l’iniezione. C’erano, inoltre, le analisi svolte su una donna che aveva sofferto di trombocitopenia indotta dal vaccino a mRna: i livelli di Spike nel suo plasma erano risultati 100 volte maggiori che nei soggetti inoculati senza effetti collaterali. Né sarebbero risultate sostanziali differenze, nelle concentrazioni della proteina, tra le persone infettate dal virus e quelle che hanno porto il braccio. La conclusione di Cosentino e Marino era esplicita: «I vaccini a mRna per il Covid-19, in alcune circostanze, stimolano elevate ed eventualmente tossiche quantità di Spike in organi e tessuti, che, a loro volta, la mettono in circolazione».
Non finisce qui. La famigerata proteina è stata collegata, in un paper dello scorso settembre, pubblicato da Clinical infectious diseases, e in uno di Molecular neurobiology, del 2021, alla malattia post acuta da coronavirus (Pasc). Ovvero, il temutissimo long Covid. La ciliegina della torta l’ha piazzata un preprint freschissimo, di questi giorni: «La proteina Spike», annotano i firmatari, «potrebbe causare fibrosi e la menomazione della contrattilità miocardica» negli obesi. Pure questa, una condizione che si è verificata nella Pasc.
Gli scienziati che hanno lavorato a quegli articoli si erano occupati di pazienti contagiati. Ma visto che i meccanismi alla base del danno sono simili a quelli della Spike che viene inoculata attraverso il vaccino, è lecito domandarsi se, a fronte di una possibile permanenza nell’organismo della proteina per mesi e mesi dopo la puntura, gli stessi effetti collaterali siano ugualmente riconducibili all’impiego dei medicinali a Rna messaggero.
Aver preso sul serio certi dubbi, magari, ci avrebbe aiutato a limitare le reazioni avverse. Se la medicina non è una religione, degli effetti collaterali dei farmaci si dovrebbe parlare apertamente, anziché regalare il monopolio della discussione ai vituperati «complottisti». Era l’agosto del 2021, allorché il Journal of biological regulators suggeriva di «intervenire con l’uso di combinazioni di antiossidanti, […] in aggiunta ai vaccini e ai farmaci antinfiammatori, per prevenire l’azione nociva della proteina Spike». I nostri tecnici leggevano le riviste scientifiche? O erano troppo impegnati in tv?
Avrebbe giovato un po’ meno zelo nell’inseguire con la siringa i giovani. E adesso? Ce scurdammo ’o ppassato? Ci proviamo. Ma un adolescente con una fibrosi del miocardio farà fatica a dimenticare.
Rispunta l’ivermectina, da profilassi
Potrebbe prevenire il contagio da Sars-Cov2 meglio della quarta dose di vaccino a mRna, ma il condizionale è d’obbligo perché il dato, che riguarda la tanto controversa ivermectina, arriva da uno studio aziendale di fase due, il cui scopo è testare la sicurezza ed efficacia del prodotto in un campione piccolo. Come spiega la farmaceutica MedinCell, la somministrazione dell’antiparassitario, per 28 giorni in 200 dei 399 partecipanti alla ricerca, ha ridotto del 72% l’infezione da Covid rispetto ai non trattati. Il risultato si è ottenuto testando tutti i soggetti - non vaccinati, negativi al momento dell’arruolamento - entro cinque giorni da uno stretto contatto documentato con una persona positiva al Sars-CoV-2 confermata da tampone molecolare (Pcr). In questo, l’antiparassitario sarebbe quindi più efficace del vaccino a mRna che, contrariamente a quanto annunciato inizialmente, previene circa il 50% dei contagi. L’aspetto non è secondario perché le nuove varianti si trasmettono molto più facilmente e la ricerca, altro dato da sottolineare, si è svolta tra marzo e novembre 2022, cioè quando prevaleva Omicron.
Come dichiara la stessa azienda francese, lo studio (Saive) non intende testare l’impiego di ivermectina nella cura del Covid, ma rientra nel programma di sviluppo di una formulazione iniettabile a lunga durata d’azione per un uso sicuro nella prevenzione dell’infezione da Covid-19, per settimane o mesi. Se ulteriori studi dovessero confermare i risultati ottenuti, il farmaco potrebbe rivelarsi utile contro il contagio, punto molto critico dei vaccini a mRna, soprattutto nelle persone fragili.
Uno studio canadese pubblicato a luglio sul British Medical Journal ha verificato l’efficacia della quarta dose, rispetto alla terza e all’assenza di vaccino, negli anziani di strutture assistenziali (Rsa), tra gennaio e aprile 2022, con Omicron dominante. Rispetto a chi aveva la terza dose da più di 84 giorni, in chi aveva fatto la quarta da oltre sette giorni, l’efficacia era superiore del 19% contro l’infezione, del 31% contro l’infezione sintomatica e del 40% contro esiti gravi. A confronto con i non vaccinati, la quarta dose riduceva del 49% il rischio di infezioni asintomatiche, del 69% le sintomatiche e dell’86% le forme gravi. Anche una ricerca su The Lancet Respiratory, a settembre, afferma che i vaccini a mRna «non sono molto efficaci nel fermare la trasmissione o un’infezione lieve, specialmente con Omicron».
In ogni caso, restano i dubbi sul possibile impiego di ivermectina nel trattamento del Covid. Una revisione su 11 studi, pubblicata a giugno dall’autorevole Cochrane Library, conclude che «non sono state trovate prove a sostegno dell’uso» dell’antiparassitario «per il trattamento di Covid-19. La base delle evidenze è leggermente migliorata in questo aggiornamento, ma è ancora limitata» e «si attendono i risultati di ulteriori 31 studi in corso».
Sull’impiego dell'ivermectina, un vecchio farmaco utilizzato per una vasta gamma di infezioni parassitarie intestinali e, in anni più recenti, con più ampie potenziali indicazioni come la scabbia, i primi studi nel Covid risalgono alla primavera del 2020, quando si è dimostrata l’efficacia nel ridurre la carica virale del 99,98% in 48 ore in cellule coltivate in vitro infettate da Sars-Cov2. Il passaggio però alla fase clinica non ha dato i risultati sperati nel prevenire, nei positivi al Covid, il rischio di sviluppo della forma grave. Attualmente, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) raccomanda che il farmaco sia impiegato nel Covid solo all’interno di studi clinici controllati.
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Harvard e Mit hanno individuato nella proteina Spike presente nei farmaci a Rna messaggero la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Francesco Broccolo: «Serve un cambio di paradigma».Il controverso farmaco antiparassitario non è stato utilizzato per la cura del Covid ma come prevenzione per i contagi. E ha dato risultati migliori della quarta puntura.Lo speciale contiene due articoli.Quella della proteina Spike - presente sia nel Sars-Cov-2, sia nei vaccini a mRna - capace di provocare danni all’organismo sarebbe, stando agli autoproclamati fact checkers, una bufala antiscientifica. Qualcuno avvisi la rivista Circulation, prima in assoluto per fattore d’impatto nel settore delle ricerche sul cuore e il sistema cardiovascolare: ha appena pubblicato, infatti, uno studio condotto da Harvard medical school e Mit, su giovanissimi pazienti ricoverati in due ospedali di Boston, che individua proprio nella Spike la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Per giungere a questa conclusione, gli autori hanno confrontato i campioni di sangue dei vaccinati sani, con quelli, raccolti da gennaio 2021 a febbraio 2022, di 16 individui, tra 12 e 21 anni, colpiti da miocardite in seguito alle inoculazioni con i farmaci a Rna messaggero. E hanno riscontrato, in questi ultimi, degli alti livelli di Spike libera, cioè non aggredita da anticorpi specifici. «La proteina», spiega il virologo Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, «non è legata agli anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue, che nei bambini e nei giovani adulti non si sono formati dopo la prima dose. Negli adulti» sottoposti al secondo shot, «la risposta immunitaria è più forte e gli anticorpi riescono a legare la proteina S, mentre nei bambini che sviluppano la miocardite, la proteina Spike resta libera, senza legarsi agli anticorpi neutralizzanti». È così che essa attiva «l’infiammazione che sta alla base» del danno cardiaco.È interessante anche notare le analogie che gli autori hanno trovato con la Mis-c, la sindrome infiammatoria multisistemica. Pericoloso strascico del Covid: virostar e pediatri, alle nostre latitudini, l’avevano utilizzata per spingere i genitori a portare i figli negli hub. Le concentrazioni del frammento S1 della Spike e della proteina stessa, nei campioni presi dai bimbi colpiti da miocardite e da quelli affetti da Mis-c, erano pressoché identiche. A cambiare erano i livelli di troponina (più elevati nei primi) e quelli della proteina C-reattiva (più elevati nei secondi), che viene di solito sintetizzata durante uno stato infiammatorio. Seppur rari - intorno a uno o due su 100.000 dosi - e per lo più risolvibili, i casi di miocardite possono comunque condurre a conseguenze gravi. Lo dimostrano le autopsie svolte in Germania e descritte in un articolo del Clinical research in cardiology a inizio dicembre, su malcapitati letteralmente fulminati da questa complicanza post vaccino. Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di chiamare i soccorsi. Broccolo insiste: «Serve un cambiamento di paradigma nei confronti delle vaccinazioni e delle numerose varianti. È ormai chiaro, per esempio, che il vaccino è particolarmente necessario per gli anziani e i fragili in quanto protegge dalle forme gravi della malattia e non dall’infezione». Gli autori del paper uscito su Circulation sostengono che restano invariate tutte le valutazioni sul rapporto rischi-benefici delle punture. Ma è sempre più chiaro che, nella popolazione giovane, ormai ben immunizzata, questo dogma andava rimesso in discussione parecchio tempo fa. Già quando il governo Draghi, al contrario, ricattava i ragazzini, praticamente obbligandoli ad accettare il booster. Pena, il rischio di finire in Dad o l’esclusione dalle attività sportive.Lo studio americano, che ha implicazioni importanti sulle politiche sanitarie nei confronti degli under 30, riapre, più in generale, la questione della pericolosità della Spike. Sul tema, aveva fatto scuola un’indagine di Cell, risalente al marzo 2022, che dimostrava come la proteina potesse rimanere in circolo per due mesi dopo la vaccinazione. In un loro intervento di settembre 2022, sul sito della rivista, Marco Cosentino e Franca Marino avevano citato un’altra ricerca: stavolta, la Spike era stata identificata nei campioni di sangue dei vaccinati addirittura sei mesi dopo l’iniezione. C’erano, inoltre, le analisi svolte su una donna che aveva sofferto di trombocitopenia indotta dal vaccino a mRna: i livelli di Spike nel suo plasma erano risultati 100 volte maggiori che nei soggetti inoculati senza effetti collaterali. Né sarebbero risultate sostanziali differenze, nelle concentrazioni della proteina, tra le persone infettate dal virus e quelle che hanno porto il braccio. La conclusione di Cosentino e Marino era esplicita: «I vaccini a mRna per il Covid-19, in alcune circostanze, stimolano elevate ed eventualmente tossiche quantità di Spike in organi e tessuti, che, a loro volta, la mettono in circolazione».Non finisce qui. La famigerata proteina è stata collegata, in un paper dello scorso settembre, pubblicato da Clinical infectious diseases, e in uno di Molecular neurobiology, del 2021, alla malattia post acuta da coronavirus (Pasc). Ovvero, il temutissimo long Covid. La ciliegina della torta l’ha piazzata un preprint freschissimo, di questi giorni: «La proteina Spike», annotano i firmatari, «potrebbe causare fibrosi e la menomazione della contrattilità miocardica» negli obesi. Pure questa, una condizione che si è verificata nella Pasc. Gli scienziati che hanno lavorato a quegli articoli si erano occupati di pazienti contagiati. Ma visto che i meccanismi alla base del danno sono simili a quelli della Spike che viene inoculata attraverso il vaccino, è lecito domandarsi se, a fronte di una possibile permanenza nell’organismo della proteina per mesi e mesi dopo la puntura, gli stessi effetti collaterali siano ugualmente riconducibili all’impiego dei medicinali a Rna messaggero. Aver preso sul serio certi dubbi, magari, ci avrebbe aiutato a limitare le reazioni avverse. Se la medicina non è una religione, degli effetti collaterali dei farmaci si dovrebbe parlare apertamente, anziché regalare il monopolio della discussione ai vituperati «complottisti». Era l’agosto del 2021, allorché il Journal of biological regulators suggeriva di «intervenire con l’uso di combinazioni di antiossidanti, […] in aggiunta ai vaccini e ai farmaci antinfiammatori, per prevenire l’azione nociva della proteina Spike». I nostri tecnici leggevano le riviste scientifiche? O erano troppo impegnati in tv? Avrebbe giovato un po’ meno zelo nell’inseguire con la siringa i giovani. E adesso? Ce scurdammo ’o ppassato? Ci proviamo. Ma un adolescente con una fibrosi del miocardio farà fatica a dimenticare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-vaccino-ragazzi-studio-2659081255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rispunta-livermectina-da-profilassi" data-post-id="2659081255" data-published-at="1673034187" data-use-pagination="False"> Rispunta l’ivermectina, da profilassi Potrebbe prevenire il contagio da Sars-Cov2 meglio della quarta dose di vaccino a mRna, ma il condizionale è d’obbligo perché il dato, che riguarda la tanto controversa ivermectina, arriva da uno studio aziendale di fase due, il cui scopo è testare la sicurezza ed efficacia del prodotto in un campione piccolo. Come spiega la farmaceutica MedinCell, la somministrazione dell’antiparassitario, per 28 giorni in 200 dei 399 partecipanti alla ricerca, ha ridotto del 72% l’infezione da Covid rispetto ai non trattati. Il risultato si è ottenuto testando tutti i soggetti - non vaccinati, negativi al momento dell’arruolamento - entro cinque giorni da uno stretto contatto documentato con una persona positiva al Sars-CoV-2 confermata da tampone molecolare (Pcr). In questo, l’antiparassitario sarebbe quindi più efficace del vaccino a mRna che, contrariamente a quanto annunciato inizialmente, previene circa il 50% dei contagi. L’aspetto non è secondario perché le nuove varianti si trasmettono molto più facilmente e la ricerca, altro dato da sottolineare, si è svolta tra marzo e novembre 2022, cioè quando prevaleva Omicron. Come dichiara la stessa azienda francese, lo studio (Saive) non intende testare l’impiego di ivermectina nella cura del Covid, ma rientra nel programma di sviluppo di una formulazione iniettabile a lunga durata d’azione per un uso sicuro nella prevenzione dell’infezione da Covid-19, per settimane o mesi. Se ulteriori studi dovessero confermare i risultati ottenuti, il farmaco potrebbe rivelarsi utile contro il contagio, punto molto critico dei vaccini a mRna, soprattutto nelle persone fragili. Uno studio canadese pubblicato a luglio sul British Medical Journal ha verificato l’efficacia della quarta dose, rispetto alla terza e all’assenza di vaccino, negli anziani di strutture assistenziali (Rsa), tra gennaio e aprile 2022, con Omicron dominante. Rispetto a chi aveva la terza dose da più di 84 giorni, in chi aveva fatto la quarta da oltre sette giorni, l’efficacia era superiore del 19% contro l’infezione, del 31% contro l’infezione sintomatica e del 40% contro esiti gravi. A confronto con i non vaccinati, la quarta dose riduceva del 49% il rischio di infezioni asintomatiche, del 69% le sintomatiche e dell’86% le forme gravi. Anche una ricerca su The Lancet Respiratory, a settembre, afferma che i vaccini a mRna «non sono molto efficaci nel fermare la trasmissione o un’infezione lieve, specialmente con Omicron». In ogni caso, restano i dubbi sul possibile impiego di ivermectina nel trattamento del Covid. Una revisione su 11 studi, pubblicata a giugno dall’autorevole Cochrane Library, conclude che «non sono state trovate prove a sostegno dell’uso» dell’antiparassitario «per il trattamento di Covid-19. La base delle evidenze è leggermente migliorata in questo aggiornamento, ma è ancora limitata» e «si attendono i risultati di ulteriori 31 studi in corso». Sull’impiego dell'ivermectina, un vecchio farmaco utilizzato per una vasta gamma di infezioni parassitarie intestinali e, in anni più recenti, con più ampie potenziali indicazioni come la scabbia, i primi studi nel Covid risalgono alla primavera del 2020, quando si è dimostrata l’efficacia nel ridurre la carica virale del 99,98% in 48 ore in cellule coltivate in vitro infettate da Sars-Cov2. Il passaggio però alla fase clinica non ha dato i risultati sperati nel prevenire, nei positivi al Covid, il rischio di sviluppo della forma grave. Attualmente, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) raccomanda che il farmaco sia impiegato nel Covid solo all’interno di studi clinici controllati.
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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Roberto Saviano (Ansa)
Da sconosciuto cronista di nera, mettendo insieme «trafiletti di cronaca per farne letteratura» (sono parole sue), Saviano si è trasformato in autore di successo, con 10 milioni di copie vendute, un’opera tradotta in 52 lingue e dalla quale è stata tratta una serie televisiva. Tra diritti d’autore e ingaggi tv, il bestseller che «gli ha rovinato la vita» lo ha pure ricoperto d’oro. Nel 2018, su Panorama, Giacomo Amadori provò a fargli i conti in tasca. In totale calcolò che solo i proventi dei contratti con le case editrici e con quelle di produzione cinematografica gli erano valsi 13 milioni di euro, soldi che gli avevano consentito di comprar casa a New York, nell’elegante quartiere di Williamsburg, a Brooklyn. Una vita d’inferno, da esule nella Grande mela. La giornalista americana E. Nina Rothe che lo intervistò nel periodo in cui viveva negli Stati Uniti descrisse la sua vita in prigione nel seguente modo: «Fare la spesa nei negozi italiani su Arthur avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di Williamsburg, per lui rappresenta un lusso estremo». Come non capire la sofferenza di uno scrittore costretto a fare il turista a Little Italy, confinato a Manhattan, tra le tende di Zuccotti Park invece di aver la libertà potersi aggirarsi tra il rione Sanità e Forcella? «Cos’è Napoli per lei oggi?», gli chiede la vicedirettrice di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. «Napoli è casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai quartieri spagnoli», invece - udite, udite - pare abbia trovato casa a Roma, oltre che naturalmente a New York. Così, quando ritorna nel capoluogo campano, Saviano sta male. A colpirlo sarebbe la «napolitude», ovvero la nostalgia che prende chi dopo aver visto la città se ne allontana e finisce per soffrire di un generale malessere a causa della separazione da tanta bellezza. Ma questo non gli impedisce di accusare il capoluogo campano di non averlo apprezzato. «Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».
E Saviano che sindrome ha? «Sono spezzato», commenta l’uomo simbolo del martirio della libertà di stampa, «Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come quello che non deve sbagliare, non deve cadere». Sarà, ma se uno deve nascondersi, non pubblica l’elenco dei luoghi dove presenterà i suoi libri o i suoi spettacoli. Se uno deve darsi alla latitanza non annuncia sul sito delle case editrici per cui lavora, o su quelli che prevendono i biglietti, le date dei suoi prossimi appuntamenti. La vita in fuga è altra: chi scappa non si fa trovare, non fa certo un comunicato stampa per annunciare dove lo si può rintracciare. E dove si possono comprare i suoi libri.
Ma Saviano è Saviano e con pazienza in questi vent’anni ha costruito il suo mito, accreditando l’idea che a sgominare i clan della camorra sia stato lui. Tempo fa l’attuale capo della polizia, Vittorio Pisani, ex responsabile della squadra mobile di Napoli oltre che colui che arrestò latitanti del calibro di Michele Zagaria e Antonio Iovine, si permise di correggere la biografia dell’eroe anti-cosche, ridimensionando il peso di Gomorra nella lotta alla malavita. Mal gliene incolse. Nonostante avesse messo le manette a centinaia di camorristi, finì in un cono d’ombra durato anni. Perché chi tocca Saviano rischia. Dopo vent’anni da martire, infatti, è diventato un intoccabile. Ne sa qualche cosa anche Matteo Salvini, che avendolo querelato per essere stato definito «ministro della malavita» pur non essendo mai stato accostato alla malavita da alcuna inchiesta si è visto respingere la denuncia. Centinaia di giornalisti finiscono a processo e sono condannati per molto meno. Ma il martire della camorra no. Ormai è protetto da un’aura di sacralità. Odia Gomorra, ma con la riedizione del libro e con la pubblicità gratis garantita da interviste come quella di ieri, si appresta a fatturare altri milioni.
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