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2023-01-07
Basta col vaccino ai ragazzi. Lo studio che toglie i dubbi
Ansa
Quella della proteina Spike - presente sia nel Sars-Cov-2, sia nei vaccini a mRna - capace di provocare danni all’organismo sarebbe, stando agli autoproclamati fact checkers, una bufala antiscientifica. Qualcuno avvisi la rivista Circulation, prima in assoluto per fattore d’impatto nel settore delle ricerche sul cuore e il sistema cardiovascolare: ha appena pubblicato, infatti, uno studio condotto da Harvard medical school e Mit, su giovanissimi pazienti ricoverati in due ospedali di Boston, che individua proprio nella Spike la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Per giungere a questa conclusione, gli autori hanno confrontato i campioni di sangue dei vaccinati sani, con quelli, raccolti da gennaio 2021 a febbraio 2022, di 16 individui, tra 12 e 21 anni, colpiti da miocardite in seguito alle inoculazioni con i farmaci a Rna messaggero. E hanno riscontrato, in questi ultimi, degli alti livelli di Spike libera, cioè non aggredita da anticorpi specifici. «La proteina», spiega il virologo Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, «non è legata agli anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue, che nei bambini e nei giovani adulti non si sono formati dopo la prima dose. Negli adulti» sottoposti al secondo shot, «la risposta immunitaria è più forte e gli anticorpi riescono a legare la proteina S, mentre nei bambini che sviluppano la miocardite, la proteina Spike resta libera, senza legarsi agli anticorpi neutralizzanti». È così che essa attiva «l’infiammazione che sta alla base» del danno cardiaco.
È interessante anche notare le analogie che gli autori hanno trovato con la Mis-c, la sindrome infiammatoria multisistemica. Pericoloso strascico del Covid: virostar e pediatri, alle nostre latitudini, l’avevano utilizzata per spingere i genitori a portare i figli negli hub. Le concentrazioni del frammento S1 della Spike e della proteina stessa, nei campioni presi dai bimbi colpiti da miocardite e da quelli affetti da Mis-c, erano pressoché identiche. A cambiare erano i livelli di troponina (più elevati nei primi) e quelli della proteina C-reattiva (più elevati nei secondi), che viene di solito sintetizzata durante uno stato infiammatorio.
Seppur rari - intorno a uno o due su 100.000 dosi - e per lo più risolvibili, i casi di miocardite possono comunque condurre a conseguenze gravi. Lo dimostrano le autopsie svolte in Germania e descritte in un articolo del Clinical research in cardiology a inizio dicembre, su malcapitati letteralmente fulminati da questa complicanza post vaccino. Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di chiamare i soccorsi.
Broccolo insiste: «Serve un cambiamento di paradigma nei confronti delle vaccinazioni e delle numerose varianti. È ormai chiaro, per esempio, che il vaccino è particolarmente necessario per gli anziani e i fragili in quanto protegge dalle forme gravi della malattia e non dall’infezione». Gli autori del paper uscito su Circulation sostengono che restano invariate tutte le valutazioni sul rapporto rischi-benefici delle punture. Ma è sempre più chiaro che, nella popolazione giovane, ormai ben immunizzata, questo dogma andava rimesso in discussione parecchio tempo fa. Già quando il governo Draghi, al contrario, ricattava i ragazzini, praticamente obbligandoli ad accettare il booster. Pena, il rischio di finire in Dad o l’esclusione dalle attività sportive.
Lo studio americano, che ha implicazioni importanti sulle politiche sanitarie nei confronti degli under 30, riapre, più in generale, la questione della pericolosità della Spike.
Sul tema, aveva fatto scuola un’indagine di Cell, risalente al marzo 2022, che dimostrava come la proteina potesse rimanere in circolo per due mesi dopo la vaccinazione. In un loro intervento di settembre 2022, sul sito della rivista, Marco Cosentino e Franca Marino avevano citato un’altra ricerca: stavolta, la Spike era stata identificata nei campioni di sangue dei vaccinati addirittura sei mesi dopo l’iniezione. C’erano, inoltre, le analisi svolte su una donna che aveva sofferto di trombocitopenia indotta dal vaccino a mRna: i livelli di Spike nel suo plasma erano risultati 100 volte maggiori che nei soggetti inoculati senza effetti collaterali. Né sarebbero risultate sostanziali differenze, nelle concentrazioni della proteina, tra le persone infettate dal virus e quelle che hanno porto il braccio. La conclusione di Cosentino e Marino era esplicita: «I vaccini a mRna per il Covid-19, in alcune circostanze, stimolano elevate ed eventualmente tossiche quantità di Spike in organi e tessuti, che, a loro volta, la mettono in circolazione».
Non finisce qui. La famigerata proteina è stata collegata, in un paper dello scorso settembre, pubblicato da Clinical infectious diseases, e in uno di Molecular neurobiology, del 2021, alla malattia post acuta da coronavirus (Pasc). Ovvero, il temutissimo long Covid. La ciliegina della torta l’ha piazzata un preprint freschissimo, di questi giorni: «La proteina Spike», annotano i firmatari, «potrebbe causare fibrosi e la menomazione della contrattilità miocardica» negli obesi. Pure questa, una condizione che si è verificata nella Pasc.
Gli scienziati che hanno lavorato a quegli articoli si erano occupati di pazienti contagiati. Ma visto che i meccanismi alla base del danno sono simili a quelli della Spike che viene inoculata attraverso il vaccino, è lecito domandarsi se, a fronte di una possibile permanenza nell’organismo della proteina per mesi e mesi dopo la puntura, gli stessi effetti collaterali siano ugualmente riconducibili all’impiego dei medicinali a Rna messaggero.
Aver preso sul serio certi dubbi, magari, ci avrebbe aiutato a limitare le reazioni avverse. Se la medicina non è una religione, degli effetti collaterali dei farmaci si dovrebbe parlare apertamente, anziché regalare il monopolio della discussione ai vituperati «complottisti». Era l’agosto del 2021, allorché il Journal of biological regulators suggeriva di «intervenire con l’uso di combinazioni di antiossidanti, […] in aggiunta ai vaccini e ai farmaci antinfiammatori, per prevenire l’azione nociva della proteina Spike». I nostri tecnici leggevano le riviste scientifiche? O erano troppo impegnati in tv?
Avrebbe giovato un po’ meno zelo nell’inseguire con la siringa i giovani. E adesso? Ce scurdammo ’o ppassato? Ci proviamo. Ma un adolescente con una fibrosi del miocardio farà fatica a dimenticare.
Rispunta l’ivermectina, da profilassi
Potrebbe prevenire il contagio da Sars-Cov2 meglio della quarta dose di vaccino a mRna, ma il condizionale è d’obbligo perché il dato, che riguarda la tanto controversa ivermectina, arriva da uno studio aziendale di fase due, il cui scopo è testare la sicurezza ed efficacia del prodotto in un campione piccolo. Come spiega la farmaceutica MedinCell, la somministrazione dell’antiparassitario, per 28 giorni in 200 dei 399 partecipanti alla ricerca, ha ridotto del 72% l’infezione da Covid rispetto ai non trattati. Il risultato si è ottenuto testando tutti i soggetti - non vaccinati, negativi al momento dell’arruolamento - entro cinque giorni da uno stretto contatto documentato con una persona positiva al Sars-CoV-2 confermata da tampone molecolare (Pcr). In questo, l’antiparassitario sarebbe quindi più efficace del vaccino a mRna che, contrariamente a quanto annunciato inizialmente, previene circa il 50% dei contagi. L’aspetto non è secondario perché le nuove varianti si trasmettono molto più facilmente e la ricerca, altro dato da sottolineare, si è svolta tra marzo e novembre 2022, cioè quando prevaleva Omicron.
Come dichiara la stessa azienda francese, lo studio (Saive) non intende testare l’impiego di ivermectina nella cura del Covid, ma rientra nel programma di sviluppo di una formulazione iniettabile a lunga durata d’azione per un uso sicuro nella prevenzione dell’infezione da Covid-19, per settimane o mesi. Se ulteriori studi dovessero confermare i risultati ottenuti, il farmaco potrebbe rivelarsi utile contro il contagio, punto molto critico dei vaccini a mRna, soprattutto nelle persone fragili.
Uno studio canadese pubblicato a luglio sul British Medical Journal ha verificato l’efficacia della quarta dose, rispetto alla terza e all’assenza di vaccino, negli anziani di strutture assistenziali (Rsa), tra gennaio e aprile 2022, con Omicron dominante. Rispetto a chi aveva la terza dose da più di 84 giorni, in chi aveva fatto la quarta da oltre sette giorni, l’efficacia era superiore del 19% contro l’infezione, del 31% contro l’infezione sintomatica e del 40% contro esiti gravi. A confronto con i non vaccinati, la quarta dose riduceva del 49% il rischio di infezioni asintomatiche, del 69% le sintomatiche e dell’86% le forme gravi. Anche una ricerca su The Lancet Respiratory, a settembre, afferma che i vaccini a mRna «non sono molto efficaci nel fermare la trasmissione o un’infezione lieve, specialmente con Omicron».
In ogni caso, restano i dubbi sul possibile impiego di ivermectina nel trattamento del Covid. Una revisione su 11 studi, pubblicata a giugno dall’autorevole Cochrane Library, conclude che «non sono state trovate prove a sostegno dell’uso» dell’antiparassitario «per il trattamento di Covid-19. La base delle evidenze è leggermente migliorata in questo aggiornamento, ma è ancora limitata» e «si attendono i risultati di ulteriori 31 studi in corso».
Sull’impiego dell'ivermectina, un vecchio farmaco utilizzato per una vasta gamma di infezioni parassitarie intestinali e, in anni più recenti, con più ampie potenziali indicazioni come la scabbia, i primi studi nel Covid risalgono alla primavera del 2020, quando si è dimostrata l’efficacia nel ridurre la carica virale del 99,98% in 48 ore in cellule coltivate in vitro infettate da Sars-Cov2. Il passaggio però alla fase clinica non ha dato i risultati sperati nel prevenire, nei positivi al Covid, il rischio di sviluppo della forma grave. Attualmente, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) raccomanda che il farmaco sia impiegato nel Covid solo all’interno di studi clinici controllati.
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Harvard e Mit hanno individuato nella proteina Spike presente nei farmaci a Rna messaggero la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Francesco Broccolo: «Serve un cambio di paradigma».Il controverso farmaco antiparassitario non è stato utilizzato per la cura del Covid ma come prevenzione per i contagi. E ha dato risultati migliori della quarta puntura.Lo speciale contiene due articoli.Quella della proteina Spike - presente sia nel Sars-Cov-2, sia nei vaccini a mRna - capace di provocare danni all’organismo sarebbe, stando agli autoproclamati fact checkers, una bufala antiscientifica. Qualcuno avvisi la rivista Circulation, prima in assoluto per fattore d’impatto nel settore delle ricerche sul cuore e il sistema cardiovascolare: ha appena pubblicato, infatti, uno studio condotto da Harvard medical school e Mit, su giovanissimi pazienti ricoverati in due ospedali di Boston, che individua proprio nella Spike la causa delle miocarditi post iniezione nei bimbi e negli adolescenti. Per giungere a questa conclusione, gli autori hanno confrontato i campioni di sangue dei vaccinati sani, con quelli, raccolti da gennaio 2021 a febbraio 2022, di 16 individui, tra 12 e 21 anni, colpiti da miocardite in seguito alle inoculazioni con i farmaci a Rna messaggero. E hanno riscontrato, in questi ultimi, degli alti livelli di Spike libera, cioè non aggredita da anticorpi specifici. «La proteina», spiega il virologo Francesco Broccolo, dell’Università del Salento, «non è legata agli anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue, che nei bambini e nei giovani adulti non si sono formati dopo la prima dose. Negli adulti» sottoposti al secondo shot, «la risposta immunitaria è più forte e gli anticorpi riescono a legare la proteina S, mentre nei bambini che sviluppano la miocardite, la proteina Spike resta libera, senza legarsi agli anticorpi neutralizzanti». È così che essa attiva «l’infiammazione che sta alla base» del danno cardiaco.È interessante anche notare le analogie che gli autori hanno trovato con la Mis-c, la sindrome infiammatoria multisistemica. Pericoloso strascico del Covid: virostar e pediatri, alle nostre latitudini, l’avevano utilizzata per spingere i genitori a portare i figli negli hub. Le concentrazioni del frammento S1 della Spike e della proteina stessa, nei campioni presi dai bimbi colpiti da miocardite e da quelli affetti da Mis-c, erano pressoché identiche. A cambiare erano i livelli di troponina (più elevati nei primi) e quelli della proteina C-reattiva (più elevati nei secondi), che viene di solito sintetizzata durante uno stato infiammatorio. Seppur rari - intorno a uno o due su 100.000 dosi - e per lo più risolvibili, i casi di miocardite possono comunque condurre a conseguenze gravi. Lo dimostrano le autopsie svolte in Germania e descritte in un articolo del Clinical research in cardiology a inizio dicembre, su malcapitati letteralmente fulminati da questa complicanza post vaccino. Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di chiamare i soccorsi. Broccolo insiste: «Serve un cambiamento di paradigma nei confronti delle vaccinazioni e delle numerose varianti. È ormai chiaro, per esempio, che il vaccino è particolarmente necessario per gli anziani e i fragili in quanto protegge dalle forme gravi della malattia e non dall’infezione». Gli autori del paper uscito su Circulation sostengono che restano invariate tutte le valutazioni sul rapporto rischi-benefici delle punture. Ma è sempre più chiaro che, nella popolazione giovane, ormai ben immunizzata, questo dogma andava rimesso in discussione parecchio tempo fa. Già quando il governo Draghi, al contrario, ricattava i ragazzini, praticamente obbligandoli ad accettare il booster. Pena, il rischio di finire in Dad o l’esclusione dalle attività sportive.Lo studio americano, che ha implicazioni importanti sulle politiche sanitarie nei confronti degli under 30, riapre, più in generale, la questione della pericolosità della Spike. Sul tema, aveva fatto scuola un’indagine di Cell, risalente al marzo 2022, che dimostrava come la proteina potesse rimanere in circolo per due mesi dopo la vaccinazione. In un loro intervento di settembre 2022, sul sito della rivista, Marco Cosentino e Franca Marino avevano citato un’altra ricerca: stavolta, la Spike era stata identificata nei campioni di sangue dei vaccinati addirittura sei mesi dopo l’iniezione. C’erano, inoltre, le analisi svolte su una donna che aveva sofferto di trombocitopenia indotta dal vaccino a mRna: i livelli di Spike nel suo plasma erano risultati 100 volte maggiori che nei soggetti inoculati senza effetti collaterali. Né sarebbero risultate sostanziali differenze, nelle concentrazioni della proteina, tra le persone infettate dal virus e quelle che hanno porto il braccio. La conclusione di Cosentino e Marino era esplicita: «I vaccini a mRna per il Covid-19, in alcune circostanze, stimolano elevate ed eventualmente tossiche quantità di Spike in organi e tessuti, che, a loro volta, la mettono in circolazione».Non finisce qui. La famigerata proteina è stata collegata, in un paper dello scorso settembre, pubblicato da Clinical infectious diseases, e in uno di Molecular neurobiology, del 2021, alla malattia post acuta da coronavirus (Pasc). Ovvero, il temutissimo long Covid. La ciliegina della torta l’ha piazzata un preprint freschissimo, di questi giorni: «La proteina Spike», annotano i firmatari, «potrebbe causare fibrosi e la menomazione della contrattilità miocardica» negli obesi. Pure questa, una condizione che si è verificata nella Pasc. Gli scienziati che hanno lavorato a quegli articoli si erano occupati di pazienti contagiati. Ma visto che i meccanismi alla base del danno sono simili a quelli della Spike che viene inoculata attraverso il vaccino, è lecito domandarsi se, a fronte di una possibile permanenza nell’organismo della proteina per mesi e mesi dopo la puntura, gli stessi effetti collaterali siano ugualmente riconducibili all’impiego dei medicinali a Rna messaggero. Aver preso sul serio certi dubbi, magari, ci avrebbe aiutato a limitare le reazioni avverse. Se la medicina non è una religione, degli effetti collaterali dei farmaci si dovrebbe parlare apertamente, anziché regalare il monopolio della discussione ai vituperati «complottisti». Era l’agosto del 2021, allorché il Journal of biological regulators suggeriva di «intervenire con l’uso di combinazioni di antiossidanti, […] in aggiunta ai vaccini e ai farmaci antinfiammatori, per prevenire l’azione nociva della proteina Spike». I nostri tecnici leggevano le riviste scientifiche? O erano troppo impegnati in tv? Avrebbe giovato un po’ meno zelo nell’inseguire con la siringa i giovani. E adesso? Ce scurdammo ’o ppassato? Ci proviamo. Ma un adolescente con una fibrosi del miocardio farà fatica a dimenticare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-vaccino-ragazzi-studio-2659081255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rispunta-livermectina-da-profilassi" data-post-id="2659081255" data-published-at="1673034187" data-use-pagination="False"> Rispunta l’ivermectina, da profilassi Potrebbe prevenire il contagio da Sars-Cov2 meglio della quarta dose di vaccino a mRna, ma il condizionale è d’obbligo perché il dato, che riguarda la tanto controversa ivermectina, arriva da uno studio aziendale di fase due, il cui scopo è testare la sicurezza ed efficacia del prodotto in un campione piccolo. Come spiega la farmaceutica MedinCell, la somministrazione dell’antiparassitario, per 28 giorni in 200 dei 399 partecipanti alla ricerca, ha ridotto del 72% l’infezione da Covid rispetto ai non trattati. Il risultato si è ottenuto testando tutti i soggetti - non vaccinati, negativi al momento dell’arruolamento - entro cinque giorni da uno stretto contatto documentato con una persona positiva al Sars-CoV-2 confermata da tampone molecolare (Pcr). In questo, l’antiparassitario sarebbe quindi più efficace del vaccino a mRna che, contrariamente a quanto annunciato inizialmente, previene circa il 50% dei contagi. L’aspetto non è secondario perché le nuove varianti si trasmettono molto più facilmente e la ricerca, altro dato da sottolineare, si è svolta tra marzo e novembre 2022, cioè quando prevaleva Omicron. Come dichiara la stessa azienda francese, lo studio (Saive) non intende testare l’impiego di ivermectina nella cura del Covid, ma rientra nel programma di sviluppo di una formulazione iniettabile a lunga durata d’azione per un uso sicuro nella prevenzione dell’infezione da Covid-19, per settimane o mesi. Se ulteriori studi dovessero confermare i risultati ottenuti, il farmaco potrebbe rivelarsi utile contro il contagio, punto molto critico dei vaccini a mRna, soprattutto nelle persone fragili. Uno studio canadese pubblicato a luglio sul British Medical Journal ha verificato l’efficacia della quarta dose, rispetto alla terza e all’assenza di vaccino, negli anziani di strutture assistenziali (Rsa), tra gennaio e aprile 2022, con Omicron dominante. Rispetto a chi aveva la terza dose da più di 84 giorni, in chi aveva fatto la quarta da oltre sette giorni, l’efficacia era superiore del 19% contro l’infezione, del 31% contro l’infezione sintomatica e del 40% contro esiti gravi. A confronto con i non vaccinati, la quarta dose riduceva del 49% il rischio di infezioni asintomatiche, del 69% le sintomatiche e dell’86% le forme gravi. Anche una ricerca su The Lancet Respiratory, a settembre, afferma che i vaccini a mRna «non sono molto efficaci nel fermare la trasmissione o un’infezione lieve, specialmente con Omicron». In ogni caso, restano i dubbi sul possibile impiego di ivermectina nel trattamento del Covid. Una revisione su 11 studi, pubblicata a giugno dall’autorevole Cochrane Library, conclude che «non sono state trovate prove a sostegno dell’uso» dell’antiparassitario «per il trattamento di Covid-19. La base delle evidenze è leggermente migliorata in questo aggiornamento, ma è ancora limitata» e «si attendono i risultati di ulteriori 31 studi in corso». Sull’impiego dell'ivermectina, un vecchio farmaco utilizzato per una vasta gamma di infezioni parassitarie intestinali e, in anni più recenti, con più ampie potenziali indicazioni come la scabbia, i primi studi nel Covid risalgono alla primavera del 2020, quando si è dimostrata l’efficacia nel ridurre la carica virale del 99,98% in 48 ore in cellule coltivate in vitro infettate da Sars-Cov2. Il passaggio però alla fase clinica non ha dato i risultati sperati nel prevenire, nei positivi al Covid, il rischio di sviluppo della forma grave. Attualmente, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) raccomanda che il farmaco sia impiegato nel Covid solo all’interno di studi clinici controllati.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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