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2025-04-19
Ottant'anni fa, gli ultimi combattimenti aerei in Italia
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Un Messerschmitt Bf 109 dell'Anr a Lonate Pozzolo (Malpensa)
I resti di due aerei, un caccia e un bombardiere quadrimotore, giacevano a poca distanza l’uno dall’altro. Il primo a Cassina Rizzardi, un piccolo centro nei pressi di Fino Mornasco, in provincia di Como. Il secondo schiantato a pezzi qualche chilometro più a Sud, nella campagna tra Mozzate e Cislago nei pressi di Saronno. Era il 19 aprile 1945. Quei due velivoli, ridotti ad un ammasso di metalli fumanti, erano stati protagonisti dell’ultimo combattimento aereo nei cieli di guerra italiani.
Dall’aeroporto di Rosignano in Toscana, occupato dagli Alleati, si erano alzati in volo tre bombardieri pesanti Consolidated B-24 «Liberator» del 2641st Special Group, un’unità speciale con compiti strategici (aviolanci di paracadutisti, uomini dei servizi segreti dell’OSS e materiali bellici). Quel giorno gli aerei avrebbero dovuto lanciare armi e munizioni a gruppi della resistenza in Valtellina, puntando dritti alla Pianura Padana. Entrati nello spazio aereo nemico, i bombardieri americani furono localizzati dai radar Freya e Wurzburg installati dai tedeschi. L’allarme giunse alla sede del 1°Gruppo Caccia dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana a Lonate Pozzolo, a poca distanza dall’attuale aeroporto di Malpensa. I piloti italiani saltarono negli abitacoli dei loro Messerschmitt Bf-109G ex Luftwaffe per intercettarli. Spingendo al massimo i motori Daimler-Benz DB-605 da 1.800 cavalli, i piloti italiani videro la sagoma scura dei B-24 totalmente dipinti di nero sopra il cielo della provincia di Como.
Aurelio Morandi nell’aprile del 1945 aveva da poco compiuto 24 anni. Era uno dei più giovani piloti in termini di anzianità di servizio, ma pochi mesi prima si era distinto in un combattimento aereo sopra Reggio Emilia. Fu il primo ad attaccare uno dei bombardieri, il B-24 42-50428 Codice radio «Z-Zebra» pilotato dal Capitano Walter L.Sutton. il Messerschmitt è veloce e ben armato, con i cannoncini Mk-108 da 30mm apre il fuoco mentre sotto le pance dei due aerei si alternavano i confini italiano e svizzero, dove la contraerea era pronta a colpire ogni intrusione dello spazio aereo del Paese neutrale. Il B-24 risponde al fuoco di Morandi con le 10 mitragliatrici Browning M2 calibro 12,7 che colpiscono il Messerschmitt italiano. Aurelio Morandi non si lancia mentre l’aereo entra in vite, forse è già colpito mortalmente e si schianta al suolo con il suo caccia nei campi di Cassina Rizzardi. Era l’ultima vittima italiana della guerra aerea nel periodo seguito all’armistizio. In tutto i caduti tra i piloti della Anr saranno 210.
Quella missione non andò bene neppure per il B-24 di Sutton perché i compagni di squadriglia di Morandi, il tenente pilota principe Oddone Colonna e il sergente maggiore Brunello lo raggiungono e lo attaccano a loro volta, colpendolo ripetutamente. Anche se il dubbio che il «Liberator» fosse stato colpito dalla contraerea elvetica rimane, il quadrimotore vacilla e dalla fusoliera si lanciano sette sagome con i paracadute. Mentre il B-24 impattava al suolo, due aviatori americani finivano in una zona controllata dai partigiani, due in territorio svizzero e gli altri tre venivano catturati dalla Gnr e fatti prigionieri. Erano il comandante Sutton, e i membri dell’equipaggio Brinner e Mark, i quali chiesero ed ottennero di poter presenziare alle esequie di Aurelio Morandi, in un gesto di cavalleria dell’aria che ricordava quelli della Grande Guerra, dove il nemico era più un avversario da rispettare.
Poco prima di Morandi, lo stesso 19 aprile, un altro aviatore della Anr era caduto nel cielo del Garda. Una settimana prima l’asso Mario Bellagambi aveva messo a segno l’ultima vittoria aerea abbattendo uno Spitfire precipitato nei pressi di Isola della Scala (Verona). La mattina del 19 dall’aeroporto di Ganfardine (odierno Verona-Villafranca) sede del 2°Gruppo Caccia, si erano alzati in volo 24 Bf 109 su allarme per la presenza di velivoli nemici. Durante il volo i caccia italiani intercettarono una formazione di bombardieri B-25 scortati dai temibili P-51 Mustang del 317° Fighter Squadron di ritorno da un’incursione sul ponte di Ora (Bolzano). L’inseguimento cominciò e proseguì nei cieli del Garda, dove ebbe luogo la battaglia aerea. Il Bf 109 pilotato dal sergente Renato Patton fu colpito dalle raffiche del P-51 pilotato dal tenente Woodrow Baldwin. Abbandonare l’aereo danneggiato fu inevitabile, ma Patton fu condannato a morte dalla mancata apertura del paracadute. Il pilota veronese e il suo Bf 109 impattarono al suolo a poca distanza l’uno dall’altro in località Ponti sul Mincio. Più tardi, esaminando il paracadute di Patton, si sospettò un sabotaggio in quanto le funi della vela presentavano un grosso nodo che ne avrebbe impedito la completa apertura.
La guerra nei cieli italiani finì dunque in quel 19 aprile di 80 anni fa. Nei giorni della liberazione i reparti di volo della Aeronautica Nazionale Repubblicana si consegnarono agli organi del Comitato di Liberazione Nazionale. A differenza di quanto avvenuto per i reparti di terra, pochissime furono le esecuzioni degli appartenenti ai disciolti reparti dell’Anr (fatta eccezione per quelle del comandante del 1°Gruppo Adriano Visconti e del suo attendente Valerio Stefanini, uccisi a Milano da ex prigionieri russi in circostanze mai del tutto chiarite). Questo per diversi motivi: l’aeronautica repubblicana, pur sotto le insegne della Repubblica Sociale, non si macchiò mai di delitti fratricidi. Fu invece attiva nella protezione dai pesantissimi bombardamenti che per quasi due anni flagellarono l’Italia del Nord, pur in un confronto impari contro la preponderante forza aerea degli Alleati. L’Anr fu poi l’arma che più si oppose all’azione di sottomissione e dissoluzione da parte dei tedeschi dopo l’armistizio. L’idea iniziale dei comandi della Luftwaffe sarebbe stata quella di uno scioglimento totale dell’aviazione militare italiana, con requisizione dei velivoli. Fu la forte contrapposizione di uomini come Ernesto Botto detto «Gamba di ferro», il pilota mutilato diventato un mito tra gli uomini della ex Regia Aeronautica, ad ottenere il mantenimento di una forza aerea italiana in funzione esclusivamente difensiva. Gli uomini del 1° Gruppo furono arrestati a Gallarate il 29 aprile, ma il 4 maggio erano già liberi. I componenti del 2°Gruppo Caccia si arresero invece sulla pista di Bergamo Orio al Serio, dove avevano precedentemente messo fuori uso i velivoli. Nei giorni successivi gli aviatori furono rilasciati e ingaggiati dal Cln come ausilio per il mantenimento dell’ordine pubblico. Molti di loro, pochi anni dopo, riprenderanno il volo sotto le insegne dell’Aeronautica Militare Italiana.
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Il 19 aprile 1945 nei cieli del Comasco e del Garda i caccia italiani e americani si scontrarono per l'ultima volta, causando gli ultimi due caduti prima della fine della guerra.I resti di due aerei, un caccia e un bombardiere quadrimotore, giacevano a poca distanza l’uno dall’altro. Il primo a Cassina Rizzardi, un piccolo centro nei pressi di Fino Mornasco, in provincia di Como. Il secondo schiantato a pezzi qualche chilometro più a Sud, nella campagna tra Mozzate e Cislago nei pressi di Saronno. Era il 19 aprile 1945. Quei due velivoli, ridotti ad un ammasso di metalli fumanti, erano stati protagonisti dell’ultimo combattimento aereo nei cieli di guerra italiani.Dall’aeroporto di Rosignano in Toscana, occupato dagli Alleati, si erano alzati in volo tre bombardieri pesanti Consolidated B-24 «Liberator» del 2641st Special Group, un’unità speciale con compiti strategici (aviolanci di paracadutisti, uomini dei servizi segreti dell’OSS e materiali bellici). Quel giorno gli aerei avrebbero dovuto lanciare armi e munizioni a gruppi della resistenza in Valtellina, puntando dritti alla Pianura Padana. Entrati nello spazio aereo nemico, i bombardieri americani furono localizzati dai radar Freya e Wurzburg installati dai tedeschi. L’allarme giunse alla sede del 1°Gruppo Caccia dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana a Lonate Pozzolo, a poca distanza dall’attuale aeroporto di Malpensa. I piloti italiani saltarono negli abitacoli dei loro Messerschmitt Bf-109G ex Luftwaffe per intercettarli. Spingendo al massimo i motori Daimler-Benz DB-605 da 1.800 cavalli, i piloti italiani videro la sagoma scura dei B-24 totalmente dipinti di nero sopra il cielo della provincia di Como.Aurelio Morandi nell’aprile del 1945 aveva da poco compiuto 24 anni. Era uno dei più giovani piloti in termini di anzianità di servizio, ma pochi mesi prima si era distinto in un combattimento aereo sopra Reggio Emilia. Fu il primo ad attaccare uno dei bombardieri, il B-24 42-50428 Codice radio «Z-Zebra» pilotato dal Capitano Walter L.Sutton. il Messerschmitt è veloce e ben armato, con i cannoncini Mk-108 da 30mm apre il fuoco mentre sotto le pance dei due aerei si alternavano i confini italiano e svizzero, dove la contraerea era pronta a colpire ogni intrusione dello spazio aereo del Paese neutrale. Il B-24 risponde al fuoco di Morandi con le 10 mitragliatrici Browning M2 calibro 12,7 che colpiscono il Messerschmitt italiano. Aurelio Morandi non si lancia mentre l’aereo entra in vite, forse è già colpito mortalmente e si schianta al suolo con il suo caccia nei campi di Cassina Rizzardi. Era l’ultima vittima italiana della guerra aerea nel periodo seguito all’armistizio. In tutto i caduti tra i piloti della Anr saranno 210.Quella missione non andò bene neppure per il B-24 di Sutton perché i compagni di squadriglia di Morandi, il tenente pilota principe Oddone Colonna e il sergente maggiore Brunello lo raggiungono e lo attaccano a loro volta, colpendolo ripetutamente. Anche se il dubbio che il «Liberator» fosse stato colpito dalla contraerea elvetica rimane, il quadrimotore vacilla e dalla fusoliera si lanciano sette sagome con i paracadute. Mentre il B-24 impattava al suolo, due aviatori americani finivano in una zona controllata dai partigiani, due in territorio svizzero e gli altri tre venivano catturati dalla Gnr e fatti prigionieri. Erano il comandante Sutton, e i membri dell’equipaggio Brinner e Mark, i quali chiesero ed ottennero di poter presenziare alle esequie di Aurelio Morandi, in un gesto di cavalleria dell’aria che ricordava quelli della Grande Guerra, dove il nemico era più un avversario da rispettare.Poco prima di Morandi, lo stesso 19 aprile, un altro aviatore della Anr era caduto nel cielo del Garda. Una settimana prima l’asso Mario Bellagambi aveva messo a segno l’ultima vittoria aerea abbattendo uno Spitfire precipitato nei pressi di Isola della Scala (Verona). La mattina del 19 dall’aeroporto di Ganfardine (odierno Verona-Villafranca) sede del 2°Gruppo Caccia, si erano alzati in volo 24 Bf 109 su allarme per la presenza di velivoli nemici. Durante il volo i caccia italiani intercettarono una formazione di bombardieri B-25 scortati dai temibili P-51 Mustang del 317° Fighter Squadron di ritorno da un’incursione sul ponte di Ora (Bolzano). L’inseguimento cominciò e proseguì nei cieli del Garda, dove ebbe luogo la battaglia aerea. Il Bf 109 pilotato dal sergente Renato Patton fu colpito dalle raffiche del P-51 pilotato dal tenente Woodrow Baldwin. Abbandonare l’aereo danneggiato fu inevitabile, ma Patton fu condannato a morte dalla mancata apertura del paracadute. Il pilota veronese e il suo Bf 109 impattarono al suolo a poca distanza l’uno dall’altro in località Ponti sul Mincio. Più tardi, esaminando il paracadute di Patton, si sospettò un sabotaggio in quanto le funi della vela presentavano un grosso nodo che ne avrebbe impedito la completa apertura.La guerra nei cieli italiani finì dunque in quel 19 aprile di 80 anni fa. Nei giorni della liberazione i reparti di volo della Aeronautica Nazionale Repubblicana si consegnarono agli organi del Comitato di Liberazione Nazionale. A differenza di quanto avvenuto per i reparti di terra, pochissime furono le esecuzioni degli appartenenti ai disciolti reparti dell’Anr (fatta eccezione per quelle del comandante del 1°Gruppo Adriano Visconti e del suo attendente Valerio Stefanini, uccisi a Milano da ex prigionieri russi in circostanze mai del tutto chiarite). Questo per diversi motivi: l’aeronautica repubblicana, pur sotto le insegne della Repubblica Sociale, non si macchiò mai di delitti fratricidi. Fu invece attiva nella protezione dai pesantissimi bombardamenti che per quasi due anni flagellarono l’Italia del Nord, pur in un confronto impari contro la preponderante forza aerea degli Alleati. L’Anr fu poi l’arma che più si oppose all’azione di sottomissione e dissoluzione da parte dei tedeschi dopo l’armistizio. L’idea iniziale dei comandi della Luftwaffe sarebbe stata quella di uno scioglimento totale dell’aviazione militare italiana, con requisizione dei velivoli. Fu la forte contrapposizione di uomini come Ernesto Botto detto «Gamba di ferro», il pilota mutilato diventato un mito tra gli uomini della ex Regia Aeronautica, ad ottenere il mantenimento di una forza aerea italiana in funzione esclusivamente difensiva. Gli uomini del 1° Gruppo furono arrestati a Gallarate il 29 aprile, ma il 4 maggio erano già liberi. I componenti del 2°Gruppo Caccia si arresero invece sulla pista di Bergamo Orio al Serio, dove avevano precedentemente messo fuori uso i velivoli. Nei giorni successivi gli aviatori furono rilasciati e ingaggiati dal Cln come ausilio per il mantenimento dell’ordine pubblico. Molti di loro, pochi anni dopo, riprenderanno il volo sotto le insegne dell’Aeronautica Militare Italiana.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.