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2025-04-19
Ottant'anni fa, gli ultimi combattimenti aerei in Italia
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Un Messerschmitt Bf 109 dell'Anr a Lonate Pozzolo (Malpensa)
I resti di due aerei, un caccia e un bombardiere quadrimotore, giacevano a poca distanza l’uno dall’altro. Il primo a Cassina Rizzardi, un piccolo centro nei pressi di Fino Mornasco, in provincia di Como. Il secondo schiantato a pezzi qualche chilometro più a Sud, nella campagna tra Mozzate e Cislago nei pressi di Saronno. Era il 19 aprile 1945. Quei due velivoli, ridotti ad un ammasso di metalli fumanti, erano stati protagonisti dell’ultimo combattimento aereo nei cieli di guerra italiani.
Dall’aeroporto di Rosignano in Toscana, occupato dagli Alleati, si erano alzati in volo tre bombardieri pesanti Consolidated B-24 «Liberator» del 2641st Special Group, un’unità speciale con compiti strategici (aviolanci di paracadutisti, uomini dei servizi segreti dell’OSS e materiali bellici). Quel giorno gli aerei avrebbero dovuto lanciare armi e munizioni a gruppi della resistenza in Valtellina, puntando dritti alla Pianura Padana. Entrati nello spazio aereo nemico, i bombardieri americani furono localizzati dai radar Freya e Wurzburg installati dai tedeschi. L’allarme giunse alla sede del 1°Gruppo Caccia dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana a Lonate Pozzolo, a poca distanza dall’attuale aeroporto di Malpensa. I piloti italiani saltarono negli abitacoli dei loro Messerschmitt Bf-109G ex Luftwaffe per intercettarli. Spingendo al massimo i motori Daimler-Benz DB-605 da 1.800 cavalli, i piloti italiani videro la sagoma scura dei B-24 totalmente dipinti di nero sopra il cielo della provincia di Como.
Aurelio Morandi nell’aprile del 1945 aveva da poco compiuto 24 anni. Era uno dei più giovani piloti in termini di anzianità di servizio, ma pochi mesi prima si era distinto in un combattimento aereo sopra Reggio Emilia. Fu il primo ad attaccare uno dei bombardieri, il B-24 42-50428 Codice radio «Z-Zebra» pilotato dal Capitano Walter L.Sutton. il Messerschmitt è veloce e ben armato, con i cannoncini Mk-108 da 30mm apre il fuoco mentre sotto le pance dei due aerei si alternavano i confini italiano e svizzero, dove la contraerea era pronta a colpire ogni intrusione dello spazio aereo del Paese neutrale. Il B-24 risponde al fuoco di Morandi con le 10 mitragliatrici Browning M2 calibro 12,7 che colpiscono il Messerschmitt italiano. Aurelio Morandi non si lancia mentre l’aereo entra in vite, forse è già colpito mortalmente e si schianta al suolo con il suo caccia nei campi di Cassina Rizzardi. Era l’ultima vittima italiana della guerra aerea nel periodo seguito all’armistizio. In tutto i caduti tra i piloti della Anr saranno 210.
Quella missione non andò bene neppure per il B-24 di Sutton perché i compagni di squadriglia di Morandi, il tenente pilota principe Oddone Colonna e il sergente maggiore Brunello lo raggiungono e lo attaccano a loro volta, colpendolo ripetutamente. Anche se il dubbio che il «Liberator» fosse stato colpito dalla contraerea elvetica rimane, il quadrimotore vacilla e dalla fusoliera si lanciano sette sagome con i paracadute. Mentre il B-24 impattava al suolo, due aviatori americani finivano in una zona controllata dai partigiani, due in territorio svizzero e gli altri tre venivano catturati dalla Gnr e fatti prigionieri. Erano il comandante Sutton, e i membri dell’equipaggio Brinner e Mark, i quali chiesero ed ottennero di poter presenziare alle esequie di Aurelio Morandi, in un gesto di cavalleria dell’aria che ricordava quelli della Grande Guerra, dove il nemico era più un avversario da rispettare.
Poco prima di Morandi, lo stesso 19 aprile, un altro aviatore della Anr era caduto nel cielo del Garda. Una settimana prima l’asso Mario Bellagambi aveva messo a segno l’ultima vittoria aerea abbattendo uno Spitfire precipitato nei pressi di Isola della Scala (Verona). La mattina del 19 dall’aeroporto di Ganfardine (odierno Verona-Villafranca) sede del 2°Gruppo Caccia, si erano alzati in volo 24 Bf 109 su allarme per la presenza di velivoli nemici. Durante il volo i caccia italiani intercettarono una formazione di bombardieri B-25 scortati dai temibili P-51 Mustang del 317° Fighter Squadron di ritorno da un’incursione sul ponte di Ora (Bolzano). L’inseguimento cominciò e proseguì nei cieli del Garda, dove ebbe luogo la battaglia aerea. Il Bf 109 pilotato dal sergente Renato Patton fu colpito dalle raffiche del P-51 pilotato dal tenente Woodrow Baldwin. Abbandonare l’aereo danneggiato fu inevitabile, ma Patton fu condannato a morte dalla mancata apertura del paracadute. Il pilota veronese e il suo Bf 109 impattarono al suolo a poca distanza l’uno dall’altro in località Ponti sul Mincio. Più tardi, esaminando il paracadute di Patton, si sospettò un sabotaggio in quanto le funi della vela presentavano un grosso nodo che ne avrebbe impedito la completa apertura.
La guerra nei cieli italiani finì dunque in quel 19 aprile di 80 anni fa. Nei giorni della liberazione i reparti di volo della Aeronautica Nazionale Repubblicana si consegnarono agli organi del Comitato di Liberazione Nazionale. A differenza di quanto avvenuto per i reparti di terra, pochissime furono le esecuzioni degli appartenenti ai disciolti reparti dell’Anr (fatta eccezione per quelle del comandante del 1°Gruppo Adriano Visconti e del suo attendente Valerio Stefanini, uccisi a Milano da ex prigionieri russi in circostanze mai del tutto chiarite). Questo per diversi motivi: l’aeronautica repubblicana, pur sotto le insegne della Repubblica Sociale, non si macchiò mai di delitti fratricidi. Fu invece attiva nella protezione dai pesantissimi bombardamenti che per quasi due anni flagellarono l’Italia del Nord, pur in un confronto impari contro la preponderante forza aerea degli Alleati. L’Anr fu poi l’arma che più si oppose all’azione di sottomissione e dissoluzione da parte dei tedeschi dopo l’armistizio. L’idea iniziale dei comandi della Luftwaffe sarebbe stata quella di uno scioglimento totale dell’aviazione militare italiana, con requisizione dei velivoli. Fu la forte contrapposizione di uomini come Ernesto Botto detto «Gamba di ferro», il pilota mutilato diventato un mito tra gli uomini della ex Regia Aeronautica, ad ottenere il mantenimento di una forza aerea italiana in funzione esclusivamente difensiva. Gli uomini del 1° Gruppo furono arrestati a Gallarate il 29 aprile, ma il 4 maggio erano già liberi. I componenti del 2°Gruppo Caccia si arresero invece sulla pista di Bergamo Orio al Serio, dove avevano precedentemente messo fuori uso i velivoli. Nei giorni successivi gli aviatori furono rilasciati e ingaggiati dal Cln come ausilio per il mantenimento dell’ordine pubblico. Molti di loro, pochi anni dopo, riprenderanno il volo sotto le insegne dell’Aeronautica Militare Italiana.
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Il 19 aprile 1945 nei cieli del Comasco e del Garda i caccia italiani e americani si scontrarono per l'ultima volta, causando gli ultimi due caduti prima della fine della guerra.I resti di due aerei, un caccia e un bombardiere quadrimotore, giacevano a poca distanza l’uno dall’altro. Il primo a Cassina Rizzardi, un piccolo centro nei pressi di Fino Mornasco, in provincia di Como. Il secondo schiantato a pezzi qualche chilometro più a Sud, nella campagna tra Mozzate e Cislago nei pressi di Saronno. Era il 19 aprile 1945. Quei due velivoli, ridotti ad un ammasso di metalli fumanti, erano stati protagonisti dell’ultimo combattimento aereo nei cieli di guerra italiani.Dall’aeroporto di Rosignano in Toscana, occupato dagli Alleati, si erano alzati in volo tre bombardieri pesanti Consolidated B-24 «Liberator» del 2641st Special Group, un’unità speciale con compiti strategici (aviolanci di paracadutisti, uomini dei servizi segreti dell’OSS e materiali bellici). Quel giorno gli aerei avrebbero dovuto lanciare armi e munizioni a gruppi della resistenza in Valtellina, puntando dritti alla Pianura Padana. Entrati nello spazio aereo nemico, i bombardieri americani furono localizzati dai radar Freya e Wurzburg installati dai tedeschi. L’allarme giunse alla sede del 1°Gruppo Caccia dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana a Lonate Pozzolo, a poca distanza dall’attuale aeroporto di Malpensa. I piloti italiani saltarono negli abitacoli dei loro Messerschmitt Bf-109G ex Luftwaffe per intercettarli. Spingendo al massimo i motori Daimler-Benz DB-605 da 1.800 cavalli, i piloti italiani videro la sagoma scura dei B-24 totalmente dipinti di nero sopra il cielo della provincia di Como.Aurelio Morandi nell’aprile del 1945 aveva da poco compiuto 24 anni. Era uno dei più giovani piloti in termini di anzianità di servizio, ma pochi mesi prima si era distinto in un combattimento aereo sopra Reggio Emilia. Fu il primo ad attaccare uno dei bombardieri, il B-24 42-50428 Codice radio «Z-Zebra» pilotato dal Capitano Walter L.Sutton. il Messerschmitt è veloce e ben armato, con i cannoncini Mk-108 da 30mm apre il fuoco mentre sotto le pance dei due aerei si alternavano i confini italiano e svizzero, dove la contraerea era pronta a colpire ogni intrusione dello spazio aereo del Paese neutrale. Il B-24 risponde al fuoco di Morandi con le 10 mitragliatrici Browning M2 calibro 12,7 che colpiscono il Messerschmitt italiano. Aurelio Morandi non si lancia mentre l’aereo entra in vite, forse è già colpito mortalmente e si schianta al suolo con il suo caccia nei campi di Cassina Rizzardi. Era l’ultima vittima italiana della guerra aerea nel periodo seguito all’armistizio. In tutto i caduti tra i piloti della Anr saranno 210.Quella missione non andò bene neppure per il B-24 di Sutton perché i compagni di squadriglia di Morandi, il tenente pilota principe Oddone Colonna e il sergente maggiore Brunello lo raggiungono e lo attaccano a loro volta, colpendolo ripetutamente. Anche se il dubbio che il «Liberator» fosse stato colpito dalla contraerea elvetica rimane, il quadrimotore vacilla e dalla fusoliera si lanciano sette sagome con i paracadute. Mentre il B-24 impattava al suolo, due aviatori americani finivano in una zona controllata dai partigiani, due in territorio svizzero e gli altri tre venivano catturati dalla Gnr e fatti prigionieri. Erano il comandante Sutton, e i membri dell’equipaggio Brinner e Mark, i quali chiesero ed ottennero di poter presenziare alle esequie di Aurelio Morandi, in un gesto di cavalleria dell’aria che ricordava quelli della Grande Guerra, dove il nemico era più un avversario da rispettare.Poco prima di Morandi, lo stesso 19 aprile, un altro aviatore della Anr era caduto nel cielo del Garda. Una settimana prima l’asso Mario Bellagambi aveva messo a segno l’ultima vittoria aerea abbattendo uno Spitfire precipitato nei pressi di Isola della Scala (Verona). La mattina del 19 dall’aeroporto di Ganfardine (odierno Verona-Villafranca) sede del 2°Gruppo Caccia, si erano alzati in volo 24 Bf 109 su allarme per la presenza di velivoli nemici. Durante il volo i caccia italiani intercettarono una formazione di bombardieri B-25 scortati dai temibili P-51 Mustang del 317° Fighter Squadron di ritorno da un’incursione sul ponte di Ora (Bolzano). L’inseguimento cominciò e proseguì nei cieli del Garda, dove ebbe luogo la battaglia aerea. Il Bf 109 pilotato dal sergente Renato Patton fu colpito dalle raffiche del P-51 pilotato dal tenente Woodrow Baldwin. Abbandonare l’aereo danneggiato fu inevitabile, ma Patton fu condannato a morte dalla mancata apertura del paracadute. Il pilota veronese e il suo Bf 109 impattarono al suolo a poca distanza l’uno dall’altro in località Ponti sul Mincio. Più tardi, esaminando il paracadute di Patton, si sospettò un sabotaggio in quanto le funi della vela presentavano un grosso nodo che ne avrebbe impedito la completa apertura.La guerra nei cieli italiani finì dunque in quel 19 aprile di 80 anni fa. Nei giorni della liberazione i reparti di volo della Aeronautica Nazionale Repubblicana si consegnarono agli organi del Comitato di Liberazione Nazionale. A differenza di quanto avvenuto per i reparti di terra, pochissime furono le esecuzioni degli appartenenti ai disciolti reparti dell’Anr (fatta eccezione per quelle del comandante del 1°Gruppo Adriano Visconti e del suo attendente Valerio Stefanini, uccisi a Milano da ex prigionieri russi in circostanze mai del tutto chiarite). Questo per diversi motivi: l’aeronautica repubblicana, pur sotto le insegne della Repubblica Sociale, non si macchiò mai di delitti fratricidi. Fu invece attiva nella protezione dai pesantissimi bombardamenti che per quasi due anni flagellarono l’Italia del Nord, pur in un confronto impari contro la preponderante forza aerea degli Alleati. L’Anr fu poi l’arma che più si oppose all’azione di sottomissione e dissoluzione da parte dei tedeschi dopo l’armistizio. L’idea iniziale dei comandi della Luftwaffe sarebbe stata quella di uno scioglimento totale dell’aviazione militare italiana, con requisizione dei velivoli. Fu la forte contrapposizione di uomini come Ernesto Botto detto «Gamba di ferro», il pilota mutilato diventato un mito tra gli uomini della ex Regia Aeronautica, ad ottenere il mantenimento di una forza aerea italiana in funzione esclusivamente difensiva. Gli uomini del 1° Gruppo furono arrestati a Gallarate il 29 aprile, ma il 4 maggio erano già liberi. I componenti del 2°Gruppo Caccia si arresero invece sulla pista di Bergamo Orio al Serio, dove avevano precedentemente messo fuori uso i velivoli. Nei giorni successivi gli aviatori furono rilasciati e ingaggiati dal Cln come ausilio per il mantenimento dell’ordine pubblico. Molti di loro, pochi anni dopo, riprenderanno il volo sotto le insegne dell’Aeronautica Militare Italiana.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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