True
2024-06-21
La maggioranza archivia le tensioni sul ddl autonomia: «Non c’è nessuna fronda»
Attilio Fontana e Luca Zaia (Ansa)
Nel day after dell’approvazione dell’Autonomia, è la soddisfazione a prevalere nel centrodestra. Anche i settori che avevano manifestato disagio, e cioè una parte degli eletti meridionali (segnatamente quelli calabresi) di Forza Italia, sembrano essere tornati a più miti consigli e dichiarano di sentirsi rassicurati dalle garanzie fornite dal segretario Antonio Tajani. Grande la gioia in casa Lega, accompagnata però dalla consapevolezza che si tratta di una legge complessa, con una fase attuativa molto lunga. L’attribuzione di maggiore autonomia alle Regioni a statuto ordinario sulla maggior parte delle 23 materie individuate dal ddl è sottoposta all’individuazione dei Lep, i livelli che stabiliscono la soglia minima delle prestazioni. Finché il governo non avrà adottato i decreti legislativi che fissano i Lep (entro 24 mesi), non sarà possibile procedere al negoziato tra le singole Regioni e lo Stato, che a sua volta costituisce un processo complesso. Ragion per cui a Via Bellerio sono tutti convinti che nella nottata tra martedì e mercoledì sia stato fatto solo il primo step del percorso.
Tra i più impazienti di «inaugurare» il ddl Calderoli, il governatore del Veneto Luca Zaia, che assieme al suo allora omologo lombardo e compagno di partito dell’epoca, il compianto Roberto Maroni, indisse la consultazione referendaria per interpellare i cittadini delle due Regioni circa la volontà di ottenere maggiori attribuzioni, ottenendo un risultato netto a favore del sì. Zaia, infatti, ha già annunciato di voler avviare il negoziato con il governo per ottenere subito più autonomia su nove materie che non sono sottoposte a Lep, quindi trattabili sin da ora. Inoltre, il governatore ha citato alcuni dati del rapporto Crea sanità 2024, presentato ieri, che a suo avviso «fornisce alcuni esiti che, di fatto, smentiscono i presagi di sventura paventati con l’approvazione dell’autonomia differenziata». «Ci dice ad esempio», ha sottolineato, «che le Regioni del Sud, fatto questo molto positivo, negli ultimi cinque anni sono migliorate del 75,9% in media, contro il 44,9% del Nordest, il 40,9% del Nordovest e il 37,4% del Centro». Secondo Zaia «ne esce una bella sorpresa, e cioè che le Regioni in piano di rientro, quelle più in difficoltà, hanno un Isp di 0,40, mentre le Regioni che hanno chiesto l’autonomia si fermano allo 0,36 rispetto allo 0,40 delle altre. Se il Crea ha ragione, e non ho motivo di dubitarne, significa che l’autonomia in sanità, quando con i dovuti tempi verrà definita, porterà benefici per tutti».
Sulla stessa lunghezza il governatore lombardo Attilio Fontana, per il quale «fare polemica sulla legge Calderoli è veramente la dimostrazione della malafede». «Chi non la vuole», ha spiegato, «ed è contento di andare avanti in questo modo vada avanti in così. Sono tutte polemiche strumentali e pretestuose. Far discendere delle conseguenze dall’approvazione della legge Calderoli è veramente la dimostrazione che in Italia si deve parlare per fare polemica, non per fare una costruttiva proposta migliorativa ma solo per cercare di strappare qualche squallido consenso».
Dal siciliano Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile, è arrivato un appello: «Il Sud deve smettere di continuare a piangere», ha detto, «Noi abbiamo bisogno di competere con il Nord, sapendo che i nostri obiettivi sono diversi da quelli delle Regioni settentrionali. Ma per fare questo dobbiamo liberarci dalla teoria della questione meridionale».
In Fratelli d’Italia nessuna voce fuori dal coro: il partito del premier è infatti compattamente a favore della legge, e anche dentro Forza Italia la «fronda» calabrese sembra rientrare. Per quanto riguarda Fdi, il vicecapogruppo alla Camera Augusta Montaruli ha puntato i riflettori su chi, nello schieramento opposto, si era pronunciato a favore di maggiori prerogative per le Regioni e poi ha preferito fare dietrofront per ragioni di opportunità politica: «Viene da domandarsi se lo Stefano Bonaccini che oggi ipotizza crepe della maggioranza sull’autonomia e disdegna la misura sia la stessa persona che voleva l’autonomia differenziata senza che fossero individuati i Lep o, ancora, quello che ha sottoscritto la pre intesa per il trasferimento di alcune competenze statali all’Emilia-Romagna con il governo Gentiloni».
Come detto, dopo la sfuriata di mercoledì, il governatore azzurro della Calabria, Roberto Occhiuto, e i parlamentari più vicini a lui (che non hanno votato il provvedimento) sembrano aver corretto in parte il tiro: il coordinatore calabrese del partito Francesco Cannizzaro ha specificato che «non c’è nessuna fronda», mentre è tornato sull’argomento Tajani: «Si tratta di una riforma» ha detto, «che va nella giusta direzione, ci sono legittime preoccupazioni nel Sud del Paese che però saranno fugate dall’applicazione dei nostri ordini del giorno proprio a garanzia del Meridione».
Sul fronte dell’opposizione, continuano gli attacchi alla maggioranza. Michele Emiliano parla di «secessione mite», mentre il M5s ha scritto a Sergio Mattarella per chiedergli di non firmare la «riforma Spacca Italia».
Sul tavolo ci sono 94 miliardi l’anno
Dove trovare i soldi per finanziare l’autonomia regionale approvata dal Parlamento. Attorno a questo snodo si gioca lo scontro sulla alla nuova legge. Si tratta infatti di garantire i Lep, livelli essenziali delle prestazioni. Si tratta cioè di tutti quei «diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».
In parole semplici: dalla sanità all’istruzione, passando per i trasporti, i Lep comprendono tutti quei servizi che lo Stato deve ritenere indispensabili per tutti i cittadini, senza distinzioni sul territorio in cui vivono. Dal Nord al Sud, dal Centro alle Isole. Ma come si determinano i Lep e, soprattutto, quanto costano? Lo spiega il ministro Roberto Calderoli, padre della legge, al Corriere delle Alpi. «Su 20 Regioni in Italia», dice, «ce ne sono sette, tra cui Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che presentano un residuo fiscale. Si tratta della differenza tra quello che il sistema - Stato, Comuni, Province e Regioni - spende in quella Regione rispetto a qualunque tipo di entrate in quella stessa Regione. Se hai il segno meno, vuol dire che spendi meno rispetto a quello che ti entra. L’ultra gettito è 94 miliardi di euro. Queste sette Regioni danno alle altre Regioni che hanno una capacità contributiva inferiore, 62 miliardi l’anno, perché 32 se li tiene lo Stato».
Il problema è come dividere questo tesoro. «Bisogna metterlo in un bel vaso trasparente dove vedo però chi li versa, chi li prende tra Stato e Regioni e soprattutto che fine fanno, chi li spende» dice Calderoli. Oggi questa perequazione viene fatta dal Mef e dalla Ragioneria attraverso dei flussi finanziari. Vengono buttati in una centrifuga e nessuno sa più nulla. Quindi vorrei far diventare fondo perequativo questi residui fiscali con un principio solidaristico di chi ha maggiore capacità fiscale verso le altre regioni». Progetto buono sulla carta ma difficile da attuare in pratica. secondo Stefano Bonaccini , presidente della Regione Emilia-Romagna, questa procedura finirà per esaltare l’egoismo delle Regioni più ricche. A suo parere «applicare i fiscali è l’anticamera di nuove fratture territoriali». Le aree più ricche infatti saranno spinte a stringere i cordoni della borsa ampliando le spese pur di non restituire i risparmi allo Stato che poi li metterà nel «vaso trasparente» pensato da Calderoli.
Per non parlare del rischio di una giungla di normative con cui le imprese dovranno fare i conti aumentando i costi. Dice il ministro: «Confindustria nazionale mi ha presentato un quesito rispetto all’energia, che parzialmente condivido. Deciderò quando andrò ad attribuire quella singola materia alle Regioni. La Regione Toscana ad esempio mi chiede la competenza sul geotermico. Perché a loro che hanno la produzione del 40 per cento di cui beneficia solo lo Stato non deve andare nulla? Il mio progetto è attribuire una royalty alla Toscana come abbiamo fatto con gli impianti di estrazione in Basilicata, in cui il cittadino non paga luce e gas. Si attribuisce quella entrata alla Regione che produce quella risorsa e che si accolla anche l’impatto ambientale per l’estrazione. E quella regione gestisce». Ma il problema non finisce qui. Come si definiscono i Lep? Questa è una questione annosa, di cui si parla da parecchio tempo. L’articolo 3 del disegno di legge sull’autonomia differenziata indica la procedura per risolvere questo problema e determinare i livelli essenziali delle prestazioni. Assicura Calderoli: «Il quadro normativo sarà pronto entro l’estate, il successivo passaggio sarà definire il costo e il fabbisogno standard Per fine anno una buona parte di quelle materie Lep le avremo normate. Le Regioni possono però subito cominciare a trattare sulle nove materie non Lep, che non sono secondarie: Protezione civile, professioni, ordinamento sportivo. Poi procederanno con le altre».
Nel determinare i Lep il governo dovrà seguire i principi e i criteri fissati dalla prima legge di bilancio del governo Meloni, quella per il 2023, approvata alla fine del 2022. Questa legge di bilancio ha istituito la «cabina di regia », presieduta dal presidente del Consiglio e composta da alcuni ministri. Questo organismo ha vari compiti, tra cui l’individuazione delle materie riferibili ai Lep. Per supportare il lavoro della cabina di regia, a marzo 2023 il ministro Calderoli ha nominato il «comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali» (Clep), con 61 esperti presieduti dall’ex giudice della Corte costituzionale Sabino Cassese.
Entro due anni dall’entrata in vigore della nuova legge, l’esecutivo dovrà stabilire i Lep con uno o più decreti legislativi, ossia quei provvedimenti con cui il governo può legiferare dopo aver ricevuto la delega dal Parlamento. In questo caso, la delega è stata data dal Parlamento proprio con l’approvazione definitiva del disegno di legge sull’autonomia differenziata.
Continua a leggereRiduci
Fi smorza la polemica innescata dal governatore calabrese. Zaia e Fontana brindano. Musumeci: «Il Sud smetta di piangere». E il M5s chiede a Mattarella di non firmare.Si tratta dei «residui passivi» che le Regioni più ricche ora restituiscono allo Stato. In futuro potrebbero finire in un «vaso trasparente» prima di essere distribuiti.Lo speciale contiene due articoli.Nel day after dell’approvazione dell’Autonomia, è la soddisfazione a prevalere nel centrodestra. Anche i settori che avevano manifestato disagio, e cioè una parte degli eletti meridionali (segnatamente quelli calabresi) di Forza Italia, sembrano essere tornati a più miti consigli e dichiarano di sentirsi rassicurati dalle garanzie fornite dal segretario Antonio Tajani. Grande la gioia in casa Lega, accompagnata però dalla consapevolezza che si tratta di una legge complessa, con una fase attuativa molto lunga. L’attribuzione di maggiore autonomia alle Regioni a statuto ordinario sulla maggior parte delle 23 materie individuate dal ddl è sottoposta all’individuazione dei Lep, i livelli che stabiliscono la soglia minima delle prestazioni. Finché il governo non avrà adottato i decreti legislativi che fissano i Lep (entro 24 mesi), non sarà possibile procedere al negoziato tra le singole Regioni e lo Stato, che a sua volta costituisce un processo complesso. Ragion per cui a Via Bellerio sono tutti convinti che nella nottata tra martedì e mercoledì sia stato fatto solo il primo step del percorso.Tra i più impazienti di «inaugurare» il ddl Calderoli, il governatore del Veneto Luca Zaia, che assieme al suo allora omologo lombardo e compagno di partito dell’epoca, il compianto Roberto Maroni, indisse la consultazione referendaria per interpellare i cittadini delle due Regioni circa la volontà di ottenere maggiori attribuzioni, ottenendo un risultato netto a favore del sì. Zaia, infatti, ha già annunciato di voler avviare il negoziato con il governo per ottenere subito più autonomia su nove materie che non sono sottoposte a Lep, quindi trattabili sin da ora. Inoltre, il governatore ha citato alcuni dati del rapporto Crea sanità 2024, presentato ieri, che a suo avviso «fornisce alcuni esiti che, di fatto, smentiscono i presagi di sventura paventati con l’approvazione dell’autonomia differenziata». «Ci dice ad esempio», ha sottolineato, «che le Regioni del Sud, fatto questo molto positivo, negli ultimi cinque anni sono migliorate del 75,9% in media, contro il 44,9% del Nordest, il 40,9% del Nordovest e il 37,4% del Centro». Secondo Zaia «ne esce una bella sorpresa, e cioè che le Regioni in piano di rientro, quelle più in difficoltà, hanno un Isp di 0,40, mentre le Regioni che hanno chiesto l’autonomia si fermano allo 0,36 rispetto allo 0,40 delle altre. Se il Crea ha ragione, e non ho motivo di dubitarne, significa che l’autonomia in sanità, quando con i dovuti tempi verrà definita, porterà benefici per tutti».Sulla stessa lunghezza il governatore lombardo Attilio Fontana, per il quale «fare polemica sulla legge Calderoli è veramente la dimostrazione della malafede». «Chi non la vuole», ha spiegato, «ed è contento di andare avanti in questo modo vada avanti in così. Sono tutte polemiche strumentali e pretestuose. Far discendere delle conseguenze dall’approvazione della legge Calderoli è veramente la dimostrazione che in Italia si deve parlare per fare polemica, non per fare una costruttiva proposta migliorativa ma solo per cercare di strappare qualche squallido consenso». Dal siciliano Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile, è arrivato un appello: «Il Sud deve smettere di continuare a piangere», ha detto, «Noi abbiamo bisogno di competere con il Nord, sapendo che i nostri obiettivi sono diversi da quelli delle Regioni settentrionali. Ma per fare questo dobbiamo liberarci dalla teoria della questione meridionale».In Fratelli d’Italia nessuna voce fuori dal coro: il partito del premier è infatti compattamente a favore della legge, e anche dentro Forza Italia la «fronda» calabrese sembra rientrare. Per quanto riguarda Fdi, il vicecapogruppo alla Camera Augusta Montaruli ha puntato i riflettori su chi, nello schieramento opposto, si era pronunciato a favore di maggiori prerogative per le Regioni e poi ha preferito fare dietrofront per ragioni di opportunità politica: «Viene da domandarsi se lo Stefano Bonaccini che oggi ipotizza crepe della maggioranza sull’autonomia e disdegna la misura sia la stessa persona che voleva l’autonomia differenziata senza che fossero individuati i Lep o, ancora, quello che ha sottoscritto la pre intesa per il trasferimento di alcune competenze statali all’Emilia-Romagna con il governo Gentiloni». Come detto, dopo la sfuriata di mercoledì, il governatore azzurro della Calabria, Roberto Occhiuto, e i parlamentari più vicini a lui (che non hanno votato il provvedimento) sembrano aver corretto in parte il tiro: il coordinatore calabrese del partito Francesco Cannizzaro ha specificato che «non c’è nessuna fronda», mentre è tornato sull’argomento Tajani: «Si tratta di una riforma» ha detto, «che va nella giusta direzione, ci sono legittime preoccupazioni nel Sud del Paese che però saranno fugate dall’applicazione dei nostri ordini del giorno proprio a garanzia del Meridione». Sul fronte dell’opposizione, continuano gli attacchi alla maggioranza. Michele Emiliano parla di «secessione mite», mentre il M5s ha scritto a Sergio Mattarella per chiedergli di non firmare la «riforma Spacca Italia».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autonomia-legge-regioni-2668555803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-tavolo-ci-sono-94-miliardi-lanno" data-post-id="2668555803" data-published-at="1718916357" data-use-pagination="False"> Sul tavolo ci sono 94 miliardi l’anno Dove trovare i soldi per finanziare l’autonomia regionale approvata dal Parlamento. Attorno a questo snodo si gioca lo scontro sulla alla nuova legge. Si tratta infatti di garantire i Lep, livelli essenziali delle prestazioni. Si tratta cioè di tutti quei «diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». In parole semplici: dalla sanità all’istruzione, passando per i trasporti, i Lep comprendono tutti quei servizi che lo Stato deve ritenere indispensabili per tutti i cittadini, senza distinzioni sul territorio in cui vivono. Dal Nord al Sud, dal Centro alle Isole. Ma come si determinano i Lep e, soprattutto, quanto costano? Lo spiega il ministro Roberto Calderoli, padre della legge, al Corriere delle Alpi. «Su 20 Regioni in Italia», dice, «ce ne sono sette, tra cui Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che presentano un residuo fiscale. Si tratta della differenza tra quello che il sistema - Stato, Comuni, Province e Regioni - spende in quella Regione rispetto a qualunque tipo di entrate in quella stessa Regione. Se hai il segno meno, vuol dire che spendi meno rispetto a quello che ti entra. L’ultra gettito è 94 miliardi di euro. Queste sette Regioni danno alle altre Regioni che hanno una capacità contributiva inferiore, 62 miliardi l’anno, perché 32 se li tiene lo Stato». Il problema è come dividere questo tesoro. «Bisogna metterlo in un bel vaso trasparente dove vedo però chi li versa, chi li prende tra Stato e Regioni e soprattutto che fine fanno, chi li spende» dice Calderoli. Oggi questa perequazione viene fatta dal Mef e dalla Ragioneria attraverso dei flussi finanziari. Vengono buttati in una centrifuga e nessuno sa più nulla. Quindi vorrei far diventare fondo perequativo questi residui fiscali con un principio solidaristico di chi ha maggiore capacità fiscale verso le altre regioni». Progetto buono sulla carta ma difficile da attuare in pratica. secondo Stefano Bonaccini , presidente della Regione Emilia-Romagna, questa procedura finirà per esaltare l’egoismo delle Regioni più ricche. A suo parere «applicare i fiscali è l’anticamera di nuove fratture territoriali». Le aree più ricche infatti saranno spinte a stringere i cordoni della borsa ampliando le spese pur di non restituire i risparmi allo Stato che poi li metterà nel «vaso trasparente» pensato da Calderoli. Per non parlare del rischio di una giungla di normative con cui le imprese dovranno fare i conti aumentando i costi. Dice il ministro: «Confindustria nazionale mi ha presentato un quesito rispetto all’energia, che parzialmente condivido. Deciderò quando andrò ad attribuire quella singola materia alle Regioni. La Regione Toscana ad esempio mi chiede la competenza sul geotermico. Perché a loro che hanno la produzione del 40 per cento di cui beneficia solo lo Stato non deve andare nulla? Il mio progetto è attribuire una royalty alla Toscana come abbiamo fatto con gli impianti di estrazione in Basilicata, in cui il cittadino non paga luce e gas. Si attribuisce quella entrata alla Regione che produce quella risorsa e che si accolla anche l’impatto ambientale per l’estrazione. E quella regione gestisce». Ma il problema non finisce qui. Come si definiscono i Lep? Questa è una questione annosa, di cui si parla da parecchio tempo. L’articolo 3 del disegno di legge sull’autonomia differenziata indica la procedura per risolvere questo problema e determinare i livelli essenziali delle prestazioni. Assicura Calderoli: «Il quadro normativo sarà pronto entro l’estate, il successivo passaggio sarà definire il costo e il fabbisogno standard Per fine anno una buona parte di quelle materie Lep le avremo normate. Le Regioni possono però subito cominciare a trattare sulle nove materie non Lep, che non sono secondarie: Protezione civile, professioni, ordinamento sportivo. Poi procederanno con le altre». Nel determinare i Lep il governo dovrà seguire i principi e i criteri fissati dalla prima legge di bilancio del governo Meloni, quella per il 2023, approvata alla fine del 2022. Questa legge di bilancio ha istituito la «cabina di regia », presieduta dal presidente del Consiglio e composta da alcuni ministri. Questo organismo ha vari compiti, tra cui l’individuazione delle materie riferibili ai Lep. Per supportare il lavoro della cabina di regia, a marzo 2023 il ministro Calderoli ha nominato il «comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali» (Clep), con 61 esperti presieduti dall’ex giudice della Corte costituzionale Sabino Cassese. Entro due anni dall’entrata in vigore della nuova legge, l’esecutivo dovrà stabilire i Lep con uno o più decreti legislativi, ossia quei provvedimenti con cui il governo può legiferare dopo aver ricevuto la delega dal Parlamento. In questo caso, la delega è stata data dal Parlamento proprio con l’approvazione definitiva del disegno di legge sull’autonomia differenziata.
Ansa
A Milano Nordio si è presentato con l’obiettivo, nemmeno troppo velato, di distendere quella che definisce «atmosfera arroventata» in vista del referendum del 22-23 marzo su separazione delle carriere, doppio Csm, Alta corte disciplinare per i magistrati e sorteggio. Nordio torna sull’argomento a cerimonia finita: «Non ho mai detto e non lo dirò mai che i giudici siano appiattiti sulle tesi del pm». Aggiungendo poi di saperlo «per esperienza» personale, da «ex pm che moltissime volte» ha visto un giudice dargli «torto» e di aver riconosciuto come lo stesso avesse «ragione» e che la sua riforma punta all’esatto contrario: «Abbiamo enfatizzato l’autonomia e l’indipendenza».
Sulla stessa lunghezza d’onda il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, concludendo il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’Appello di Napoli, ha dichiarato: «Auspico che la demonizzazione lasci il posto al confronto civile, proprio di una vera democrazia. Il referendum non sarà l’Apocalisse». Per Mantovano «va benissimo il confronto tra argomenti contrari, ma non gli slogan falsi secondo cui i giudici dipenderanno dal governo o il governo pretende l’impunità. Lanciare gli slogan è grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia». Parole apparentemente accolte in modo positivo dal procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, che rispondendo ai cronisti ha commentato così l’intervento del sottosegretario: «Oggi la parola va al popolo. Su questo sono d’accordo con Mantovano, accetteremo il risultato qualunque esso sia perché il referendum è esercizio di democrazia diretta». La toga ha poi rivendicato la legittimità di «esprimere dubbi e perplessità su questa riforma». Precisando però che «questo non vuol dire fare opposizione, come oggi sembra di aver ascoltato dal sottosegretario Mantovano». Durante il suo intervento, Policastro aveva però attaccato duramente le «martellanti campagne denigratorie contro i magistrati che si trasformano, anche al di là dell’intenzione, velocemente in campagne d’odio».
Duri anche i toni del procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, secondo la quale c’è in Italia una «tendenza sempre più marcata» all’utilizzo di reati di nuova creazione e della «legislazione penale» come «strumento di governo di fenomeni sociali eterogenei». Queste «precise scelte di politica criminale», secondo la toga, aumenterebbero i carichi di lavoro dei magistrati e mostrano «numeri» che sono «incompatibili con qualsiasi ipotesi di riorganizzazione del sistema». «È ampiamente riconosciuto dalla letteratura scientifica», ha detto Nanni, «che né l’inasprimento delle pene né l’ampliamento delle fattispecie incriminatrici producono» effetti di «deterrenza» sui crimini. Secondo l’alta magistrata inoltre ne deriva «un’espansione progressiva e spesso disordinata» della normativa «con gravi problemi interpretativi».
In trincea è sembrata anche Lucia Musti, procuratore generale di Torino: «Ritengo che lo scenario di una magistratura separata da una riforma ispirata da meri intenti politici e non di efficienza e miglioramento, da cui conseguirà la sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo, renderà difficile se non impossibile continuare ad applicare la legge e tutelare i diritti, soprattutto dei più fragili».
Più equilibrate le parole del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, intervenuto anche lui a Milano: «Noi non siamo qui oggi, né mai, per fare politica e meno che mai politica oppositiva. Siamo qui per richiamare l’attenzione sulla realtà materiale dei nostri uffici perché l’efficienza non sia solo un obiettivo da rendicontare a Bruxelles, ma una garanzia effettiva per tutti i cittadini».
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, ha invitato poi le toghe alla continenza: «Mi sarei aspettata un appello a tutti a stare nei ruoli: non ho sentito una levata di scudi nei confronti delle dichiarazioni rese da qualche autorevole rappresentante dell'Anm contro l’attività del Parlamento».
Oltre a quello dell’efficienza, in numerose cerimonie le toghe hanno introdotto un argomento destinato a far discutere: quello dell’eccesso di mediatizzazione delle indagini legate ai fatti di cronaca nera. In attesa di capire se arriverà sulla sua scrivania un’istanza di revisione della condanna di Alberto Stasi sul caso Garlasco, il procuratore generale di Brescia, Guido Rispoli, auspica un intervento sui processi mediatici. «Fermo restando l’imprescindibile riconoscimento della libertà di stampa e di opinione», ha affermato il pg, «il principio di rango costituzionale del giusto processo nel contraddittorio delle parti, per non essere nella sostanza svilito, non dovrebbe trovare un qualche riflesso anche rispetto all’informazione che racconta i processi penali e le relative indagini?». «Un intervento del legislatore appare quindi auspicabile», ha sostenuto Rispoli, «per assicurare che le indagini e i processi si svolgano solo nei contesti e nelle aule di giustizia, evitando che tutti i soggetti che ne sono protagonisti - e non solo, paradossalmente, coloro che sono portatori di un interesse pubblico e imparziale - siano tenuti al massimo riserbo».
Continua a leggereRiduci
La manifestazione «No Ice» di ieri a Milano (Ansa)
Sventolano bandiere della pace e della Ue. Tanti cartelli, con scritte a pennarello su cartone, per copiare quelli usati nelle manifestazioni Usa: «Abolish Ice», «No Ice in Milano», «No Maga, no Ice, dictators», «No Ice, but italian ice», «Ice out», «Ice = fasciscm». E poi la foto di Trump con la faccia da maiale e di Alex Pretti e Renée Good, le due persone uccise dagli agenti Ice.
Sulla colonna sonora di De Gregori e Guccini e l’immancabile Bella ciao che, come sempre, fanno da sottofondo alle sagre dei rossi, si sono viste bandiere del Pd, del M5s, dei Giovani democratici, dei Sentinelli, di Avs, del Patto civico, di Azione, di Italia viva, di Rifondazione comunista, di Alleanza Verdi Sinistra, di Più Europa. Insomma, la solita cricca. Ma anche rappresentanti della Cgil, Anpi e Arci.
Dopo Pro Pal e Pro Mad, ora anche i fatti di Minneapolis sono negli interessi della sinistra. Basta non occuparsi del proprio Paese. Il segretario metropolitano del Pd Alessandro Capelli: «Milano non sta zitta. Non vogliamo le squadracce dell’Ice nella nostra città». Il presidente provinciale dell’Anpi, Primo Minelli, scatenato: «La presenza dei nazistoidi dell’Ice nel nostro Paese ci indigna. Come l’ennesima resa di un governo che non osa mai tenere la schiena dritta con l’amichetto Trump». Per il capogruppo del Pd in Regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino, «il governo è subalterno nei confronti di Trump. Non riescono a dirgli di no».
In piazza non si è visto il sindaco Beppe Sala. In compenso è arrivato il giornalista Mario Calabresi, dato al toto nomi come suo successore. «È il nostro modo di dire che l’Ice è qualcosa di inaccettabile. Il fatto che ci sia una milizia che viaggia a volto coperto e arresta in maniera indiscriminata, uccidendo gente inerme, è qualcosa di terribile. Visto che qualcuno dei suoi uomini arrivano in Italia mi sembra giusto essere qui a dire no». Sulla sua candidatura Calabresi non conferma ma nemmeno smentisce. E venerdì sera, ospite a «Milano ti ascolto», l’evento organizzato dal Pd milanese e dall’eurodeputato Pierfrancesco Maran, ha parlato, come in un comizio, della sua ricetta per una Milano perfetta che appare già come un programma elettorale, perché «Milano è sempre stata attrattiva ma oggi non è più accogliente» e sulla sicurezza ribadisce che «è un diritto. E la sinistra ha a cuore i diritti». Non di tutti però.
Forse non sanno che gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement non sono, come dicono loro, squadracce inventate da Trump, ma un’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione, istituita nel 2003 sotto George W. Bush, che affonda le proprie radici nel 1933 e che ebbe la sua massima operatività con Obama (2,4 milioni di espulsioni). Senza considerare che a venire in Italia non sono gli agenti dell’Ero, coinvolti nelle uccisioni a Minneapolis, ma gli analisti dell’altra branca di Ice, l’Homeland Security Investigations. Forse non sanno neppure che, se l’Italia si è ritrovata a collaborare con l’Ice, è a causa di una legge del 2014, quando a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, che ratificò un accordo con gli Usa in tema di lotta alla criminalità.
E la premier Giorgia Meloni evidenzia, sul Foglio, questo contrasto: «Polemizzano sull’Ice ma poi chiedono agli Usa di difendere l’Ue». Invece di occuparsi dei tanti problemi in casa loro, i compagni pensano a fischiare.
Continua a leggereRiduci
I cerchi olimpici svelati a Tesero il 9 dicembre 2024 in piazza Cesare Battisti (@PAT)
Trento si prepara a respirare aria olimpica, ma lo fa a modo suo: intrecciando sport e cultura, memoria e futuro, riflessione e gioco. Si chiama Gimme Five il progetto che, a partire dal 6 febbraio, trasformerà il capoluogo in una piccola capitale invernale delle idee, accompagnando i cinque weekend dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano-Cortina 2026 con un calendario fitto di appuntamenti. Il cuore pulsante sarà piazza Cesare Battisti, scelta come salotto olimpico cittadino. Qui troveranno spazio un maxischermo per seguire in diretta le gare - inclusa la cerimonia di apertura del 6 febbraio alle 20 - una pista di pattinaggio attiva per tutta la durata delle Olimpiadi, dal 6 al 22 febbraio, due stand enogastronomici e gli ambienti dell’ex Niccolini, che ospiteranno talk, laboratori e presentazioni.
Il progetto nasce dalla sinergia tra Trento Film Festival e Apt Trento, con il sostegno del Comune di Trento e di Trentino Marketing, il supporto dei Comitati provinciali Coni e Cip e del coordinamento olimpico provinciale. Non è solo una festa dello sport, ma un invito a interrogarsi sul presente. I talk del sabato pomeriggio rappresentano l’anima più riflessiva del programma.
Si parte il 7 febbraio con un tema spiazzante e attuale: il rapporto tra sport e inverno demografico. La cultura del movimento viene letta come possibile antidoto all’invecchiamento della popolazione, in un dialogo tra sociologi e voci del giornalismo, cui seguirà un incontro con lo scrittore Erri De Luca sul tema dell’età come stagione sperimentale. Il 14 febbraio lo sguardo si allarga alla geopolitica con «L’inverno della diplomazia»: può lo spirito olimpico favorire nuovi scenari di dialogo in un mondo attraversato da tensioni? Ne discutono una scrittrice, uno storico dello sport, un’allenatrice con esperienza internazionale e il direttore della fondazione De Gasperi. Il 21 febbraio il focus si sposta sul clima: «In questo inverno c’è qualcosa che non va» mette al tavolo climatologi, imprenditori e studiosi per ragionare sul futuro delle montagne. Il weekend paralimpico del 7 marzo apre invece la porta agli «inverni virtuali», esplorando come i videogiochi possano trasformare paesaggi e storie locali in esperienze interattive. A chiudere, il 14 marzo, una tavola rotonda dedicata al Monte Bondone e ai suoi molti inverni, tra sport, memoria e identità del territorio.
Accanto ai talk, ogni venerdì pomeriggio saranno presentati libri freschi di stampa legati al mondo olimpico e paralimpico: dalle biografie di figure simbolo dello sci italiano alle opere di saggistica che analizzano le ricadute politiche ed economiche dei Giochi nella storia.
Un’attenzione particolare sarà dedicata anche alle donne che segnarono le Olimpiadi di Cortina 1956, con testimonianze che intrecciano sport e fotografia. Il cinema avrà un ruolo centrale, con proiezioni il venerdì e la domenica in diverse sale cittadine, dal multisala Modena al supercinema Vittoria fino a HarpoLab. Il programma spazia dai documentari sulle grandi discese leggendarie e sulle imprese femminili nello sci alpinismo, fino ai racconti di sport minori come il curling, ai film storici sulle Olimpiadi del passato e ai ritratti di campioni che hanno trasformato il loro limite in visione.
Non mancano storie che parlano di eredità olimpiche sopravvissute alle guerre, come quella della pista di Sarajevo, oggi luogo di allenamento per adolescenti che inseguono sogni ostinati. Grande spazio è riservato ai più piccoli e alle famiglie grazie a T4Future, sezione del Trento Film Festival dedicata alle nuove generazioni. Letture ad alta voce, libri per bambini e laboratori creativi costruiscono un ponte tra gioco e immaginazione. Tra le proposte, le «Olimpiadi di Carnevale», che fondono maschere tradizionali e campioni sportivi, e un laboratorio con le unità cinofile del Soccorso alpino per avvicinare i bambini al tema del soccorso in montagna. Il 14 marzo, in sala di rappresentanza a Palazzo Geremia, arriva anche il teatro: uno spettacolo multimediale capace di raccontare con ironia il mondo olimpico e paralimpico e ciò che significa vincere oltre il traguardo.
La dimensione diffusa del progetto porta Gimme Five anche fuori città, con un’appendice a Baselga di Piné tra cinema e letteratura, quasi un’eco di ciò che accade a Trento. Intanto in piazza Cesare Battisti la pista di pattinaggio diventa luogo vivo, animato da esibizioni e attività di società sportive, mentre gli stand enogastronomici - aperti 11-18 dal lunedì al giovedì e 11-20 nel weekend - racconteranno il territorio anche attraverso i sapori. Gimme Five, in fondo, è questo: cinque cerchi che non restano simbolo distante, ma entrano nel tessuto della città. Non solo medaglie e classifiche, ma domande, storie, bambini che ascoltano, adulti che riflettono, comunità che si ritrova in piazza. Un modo per ricordare che le Olimpiadi, prima di essere record, sono narrazioni condivise. E che l’inverno, se lo si abita insieme, può diventare stagione di senso.
La Val di Fiemme si anima di eventi, musiche, dj set e spettacoli dal vivo
Durante i mesi delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, la Val di Fiemme sarà animata non solo dalle competizioni sportive, ma anche da un ricco programma di eventi collaterali pensati per coinvolgere residenti e visitatori e diffondere l’atmosfera dei Giochi in tutto il territorio. Tra febbraio e marzo 2026, concerti, spettacoli, mostre e momenti di festa trasformeranno i centri della valle in luoghi di incontro e partecipazione, valorizzando identità, creatività e tradizioni locali.
Il calendario coinvolgerà in particolare i Comuni di Cavalese, Tesero e Predazzo, con la direzione artistica dell’Apt Fiemme e Cembra e il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, in un lavoro corale che unisce cultura, intrattenimento e promozione del territorio.
A Cavalese, la proposta sarà fortemente orientata alla musica e alla cultura, con il Palafiemme come principale palcoscenico. Il programma dei concerti prenderà il via il 7 febbraio con l’Alter Echo String Quartet, seguito l’11 febbraio dall’Orchestra Haydn. Il 14 febbraio sarà dedicato a Max Gazzè, mentre il 16 febbraio vedrà esibirsi il Conservatorio di Trento. Il 20 febbraio spazio alla voce di Nina Zilli e il 7 marzo Cavalese ospiterà uno degli appuntamenti del Dolomiti Ski Jazz. Sempre a Cavalese, per tutta la durata del periodo olimpico e paralimpico, saranno visitabili due mostre. Casa Bertelli accoglierà “Dove il cielo tocca il ghiaccio”, un’esposizione dedicata alla Grande Guerra e alle origini dell’alpinismo contemporaneo, con un confronto tra passato e presente attraverso attrezzature, abbigliamento e pratiche dello sci alpinismo. Al Centro d’Arte Contemporanea, invece, la mostra «Le stelle che non ti ho detto» prenderà forma attraverso una proiezione sulla facciata esterna dell’edificio, con opere legate ai temi dell’arte e dell’inclusività.
A Tesero, il programma punterà sulla tradizione e sull’artigianato artistico, con concerti e spettacoli ospitati al Teatro Comunale in diverse date di febbraio. Il calendario di Tesero proseguirà anche a marzo, con la serata rappresentativa delle bande musicali della valle l’8 marzo, il concerto del Dolomiti Ski Jazz - Klinga Glyk Band (Polonia) il 10 marzo, lo spettacolo della Scuola di musica Il Pentagramma con la Scuola di Danza di Tesero il 12 marzo, e lo spettacolo di danza “La Rete” il 14 marzo. Per tutto il periodo, Casa Jellici ospiterà inoltre la mostra «Presepi dai Cinque Continenti».
Predazzo sarà uno dei principali punti di animazione della valle, trasformandosi in Live Site e Fun Zone, con dj set, Fan Parade e serate allo Sporting. Sono previsti dj set in piazza il 6, 7, 10 e 15 febbraio, con una Fan Parade l’8 febbraio e una seconda il 14 febbraio. Il 13 febbraio spazio al Winterfest presso lo Sporting; il 18 febbraio andrà in scena lo spettacolo Fiat Lux dei Pentagramma Winds, mentre il 21 febbraio è prevista una serata con Tribute Band.
Il calendario degli eventi sarà arricchito anche da iniziative diffuse sul territorio: a Castello di Fiemme sono previste proiezioni con luci e musica dedicate alla storia dello sci di fondo in Val di Fiemme, mentre sull’Altopiano di Lavazè, nel Comune di Ville di Fiemme, sarà allestita la mostra «Storia dello sci», con pannelli narrativi e immagini.
Tutte le iniziative saranno coordinate dall’Apt Fiemme e Cembra, in collaborazione con i Comuni coinvolti e con il supporto tecnico di Trentino Marketing.
Il calendario aggiornato è disponibile su Fiemmeworldcup.com.
Continua a leggereRiduci
Boom elettrico della Cina. Petrolio, surplus e sanzioni. L’IEA: fate scorte di minerali critici. Dazi Ue sulle auto elettriche, un autogol. Frenesia e record metalli.