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2023-05-22
Inflazione e profitti: perché aumentano i prezzi
Sul banco degli imputati ci sono finiti tutti. Prima i cinesi con il rincaro delle materie prime, poi la Russia con la guerra che ha fatto schizzare i prezzi dei prodotti energetici, perfino i consumatori, «colpevoli» di aver rimesso in moto la domanda, dopo la pandemia. Così nonostante le retribuzioni siano ferme da anni, c’è chi ha avuto l’ardire di tornare a parlare di spirale prezzi-salari.
Ma se materie prime e gas possono essere considerati responsabili, almeno fino a qualche mese fa, dell’aumento dell’inflazione, l’asimmetria emersa nelle ultime settimane tra il raffreddamento delle quotazioni dei prodotti energetici e la permanenza dei rincari, induce a cercare altrove le cause del carovita. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, lo va dicendo da tempo. Ma se la sua analisi rischia di essere considerata «di parte», non si può fare a meno di riflettere sulle considerazioni espresse da due rappresentanti della Bce, Fabio Panetta, probabile successore di Ignazio Visco a capo della Banca d’Italia, e il capo economista della Banca centrale europea, Philip Lane. Tutti accendono i riflettori sulle imprese. Altro che inflazione da salari. A tenere alti i prezzi sono i profitti e di fronte a questo meccanismo il lavoro salariato è assolutamente inerme. Una impotenza che affonda le sue ragioni nel famigerato accordo del 1992 sul costo del lavoro, che ridisegnò le relazioni industriali e la politica salariale.
Ma torniamo al presente. La pandemia, con il blocco per circa due anni dei consumi, ha aumentato i risparmi degli italiani che hanno beneficiato anche dei sostegni all’economia. Questa mole di denaro, finito il lockdown, si è trasformata in domanda di servizi, di commercio e di turismo. Basta parlare con qualche albergatore, tour operator o compagnia aerea per sentirsi dire che sono addirittura già in overbooking per i mesi estivi. Le città sono state prese d’assalto dai flussi turistici e non solo nei classici periodi vacanzieri. Al punto che si verificano fenomeni mai visti prima, come il deficit di personale specializzato.
Cosa sta accadendo? La risposta viene da un pool di studiosi che hanno riunito le loro analisi nel libro Inflazione, falsi miti e conflitto distributivo. La sintesi delle loro riflessioni è che gli industriali hanno scaricato l’incremento dei costi di produzione sui prezzi di vendita, mentre produttività e redditività sono cresciute facendo esplodere gli utili aziendali. Ci troviamo di fronte a una distribuzione del reddito sempre più sperequata a favore dei redditi da capitale-impresa, con l’inflazione che agisce da moltiplicatore di questo processo redistributivo. Nell’inflazione c’è qualcuno che vince (tipicamente le imprese) e qualcuno che perde (di solito i lavoratori). Dal canto loro i governi hanno rinunciato a una politica di controllo dei prezzi, procedendo invece a indebolire la contrattazione sindacale e precarizzare il lavoro.
Le banche centrali, tra cui la Bce, nonostante siano consapevoli delle conseguenze sociali, ricorrono a politiche monetarie restrittive finalizzate alla riduzione del livello di domanda aggregata, di attività e quindi di occupazione. A pagarne il prezzo sono, come sempre, i lavoratori salariati. Uno degli autori, Joseph Halevi, professore di economia che ha insegnato a Torino, Sydney, New York, riporta alcuni studi americani dai quali emerge che l’aumento del costo del lavoro contribuisce per il 10% all’incremento dei prezzi mentre l’aumento dei profitti contribuisce per il 33-35%.
Anche la presidente della Bce Christine Lagarde ha avvertito sul rischio di una inflazione da profitti. Tre economisti hanno pubblicato sul blog della Banca centrale un’analisi in cui si calcola che metà della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall’incremento degli utili delle imprese ben più di quanto abbiano pesato gli aumenti salariali. «I profitti unitari sono aumentati del 9,4% nel quarto trimestre del 2022, su base annua, e hanno contribuito per oltre la metà alle pressioni sui prezzi interni in quel trimestre, mentre i costi unitari del lavoro sono saliti del 4,7% e hanno contribuito per meno della metà», è l’analisi riportata sul blog della Bce. I tre economisti poi spiegano che «molte aziende sono apparentemente in grado di espandere i propri margini di profitto senza affrontare perdite significative di quote di mercato. Perché? Il primo motivo è che la domanda supera l’offerta in molti settori: l’aumento della domanda di determinati beni e servizi dopo la pandemia ha incontrato i diffusi vincoli di offerta delle imprese che hanno difficoltà a ottenere materie prime, beni intermedi, attrezzature e lavoratori sufficienti. I prezzi elevati degli input (ad esempio per l’energia) hanno anche reso più facile per le imprese aumentare i propri margini di profitto, perché rendono più difficile stabilire se i prezzi più elevati sono causati da costi più elevati o margini più elevati».
Gli economisti hanno fatto un elenco dei settori in cui i profitti sono cresciuti più del costo del lavoro: l’agricoltura in virtù dell’aumento dei prezzi alimentari, l’energia e servizi di pubblica utilità (compresi elettricità e gas), l’edilizia, dove le imprese hanno beneficiato della maggiore domanda di alloggi dopo la pandemia, la produzione, dove l’offerta limitata ha dovuto far fronte a una domanda elevata, i servizi a causa del rimbalzo della domanda a fronte di un’offerta limitata dalla riapertura dopo la pandemia.
Questo è lo scenario europeo ma anche in Italia le industrie sono riuscite a scaricare sui prezzi i maggiori costi. Cerved, tech company che fornisce consulenza alle aziende per la gestione del rischio di credito, stima che nel 2022 il fatturato delle imprese è aumentato del 19,4% rispetto al 2021. Depurata l’inflazione si ha un aumento reale del 3,5%. Nel 2024 si prevede un incremento del 27,6% sul 2021 e del 5,1% in termini reali.
Nomisma osserva che quando vengono meno le cause che hanno fatto salire l’inflazione, le aziende non riducono i prezzi se non lo fanno i concorrenti per timore di perdere quote di mercato.
Non tutti però traggono vantaggi dal carovita. Questo vale soprattutto per le piccole e medie imprese. Nel 2022 si stima che il 27,9% abbiano chiuso in perdita contro il 12,2% del 2021. Nel settore del latte e derivati, il 2022 si è chiuso in perdita per il 64% delle pmi contro il 25,8% del 2021 e nella carta per la casa per il 62,9%, nei mobili da cucina per il 46,7% e nelle piastrelle per il 46,3%.
Queste aziende subiranno un duro colpo dall’aumento dei tassi. Inoltre incidono altri fattori di criticità come la crescita dei mancati pagamenti, dell’indebitamento e il calo del tasso di natalità di nuove realtà produttive.
Coldiretti: gli speculatori danneggiano anche noi
La Bce ha detto che gran parte dell’inflazione è da profitti. I riflettori si sono accesi sul settore agroalimentare. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini suggerisce di non generalizzare. «Gli aumenti maggiori si sono avuti per prodotti per i quali è forte la dipendenza dall’estero, dall’olio di semi di girasole allo zucchero che è aumentato di oltre il 50%». E punta il dito contro la globalizzazione spinta. «È stata un fallimento come hanno dimostrato la pandemia e la guerra. Servono rimedi che assicurino la sovranità alimentare, riducano la dipendenza dall’estero e garantiscano un giusto prezzo degli alimenti per produttori e consumatori. Il caro prezzi ha tagliato del 4,7% le quantità di prodotti alimentari acquistate dagli italiani nel 2023 che sono però costretti a spendere comunque il 7,7% in più a causa dei rincari determinati dalla crisi energetica, nel primo trimestre del 2023». Eppure qualcuno ha guadagnato, ha fatto profitti, aumentando i prezzi? Dietro ai rincari c’è chi si arricchisce?
Prandini non è d’accordo. «Dietro prezzi alti non ci sono agricoltori che si arricchiscono, anzi. Oggi oltre un terzo delle aziende agricole (34%) è costretto a lavorare in una condizione di reddito negativo, mentre il 13% è addirittura in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività per i forti aumenti dei costi di produzione». Ma allora come mai la pasta è aumentata del 18% nell’ultimo anno mentre il grano duro viene pagato agli agricoltori il 30% in meno? «La pasta è ottenuta direttamente dalla lavorazione del grano con l’aggiunta della sola acqua e non trovano dunque alcuna giustificazione le divergenze registrate nelle quotazioni, con la forbice dei prezzi che si allarga e mette in crisi i bilanci dei consumatori e quelli degli agricoltori». Coldiretti ha chiesto di vigilare contro le speculazioni e di indagare sulle pratiche sleali a tutela delle 200.000 imprese agricole che coltivano grano. I ricavi non coprono infatti i costi sostenuti dalle imprese agricole che sono praticamente raddoppiati, ma mettono anche a rischio le semine future e la sovranità alimentare del Paese». Per Prandini «l’industria pastaria italiana deve decidere se continuare ad acquistare il grano sui mercati internazionali in modo speculativo o se investire sull’Italia». E sottolinea che «a gennaio 2023 sono aumentate di sei volte le importazioni di grano duro dal Canada dove si utilizza il glifosate in pre raccolta come disseccante secondo modalità vietate in Italia. Una concorrenza sleale nei confronti dei nostri agricoltori ma anche una preoccupazione per la salute».
La speculazione, secondo il presidente di Coldiretti, si combatte con «accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione». Prandini suggerisce di «lavorare per un nuovo modello di calcolo del prezzo al consumo finale che va indicizzato rispetto a quello che viene pagato all’azienda agricola. Troppe volte i prezzi nei campi diminuiscono ed aumentano sugli scaffali».
Le Pmi hanno sofferto. E qualcuna ne ha approfittato
«Non si può dire che l’inflazione da profitti sia generata solo dalla grande impresa e che invece le Pmi siano fuori da questo processo. Tante grandi imprese non sono fornitori strategici e non hanno un potere tale da riuscire a traslare i maggiori costi a valle. Per numerose piccole imprese invece è più facile aumentare i prezzi. Pensiamo alla panetteria sotto casa che ha portato il prezzo del pane da 3 euro a 3,50 o a chi ha aumentato la tazzina di caffè che è passata da 80 centesimi a 1 euro, con un incremento di un quarto, non è poco. Non si può fare la narrazione dei poveri piccoli che sono intrappolati nell’incremento dei costi». A parlare è l’economista Luca Paolazzi, direttore scientifico di Fondazione Nord Est, che suggerisce di abbandonare la distinzione tra pmi massacrate dall’inflazione e grandi imprese che si arricchiscono. «Piuttosto», dice, «bisogna esaminare i singoli settori».
Interessante, in tal senso, è uno studio di Ref Ricerche. Nel 2022 rispetto al 2019, il manifatturiero ha ridotto i margini lordi di 4,9 miliardi (-5%), l’energetico e le costruzioni hanno avuto aumenti esponenziali. Nell’energia elettrica i margini sono saliti del 110% pari a 25,9 miliardi in più rispetto al 2019, mentre nelle costruzioni, grazie alla concomitanza del Superbonus e dei fondi del Pnrr, si è registrato un +40% pari a 4,2 miliardi. Nei servizi non ci sono scostamenti di rilievo rispetto al pre pandemia ma in confronto al 2021 la variazione è del +5%, 22,9 miliardi. «I prezzi si sono gonfiati soprattutto nelle costruzioni e nell’energia elettrica. Sono i due settori che hanno guadagnato di più. Ma non ci dimentichiamo che le costruzioni vengono da un decennio di disastri», afferma l’economista. Poi spiega che nel manifatturiero che ha registrato una contrazione dei margini «alcuni comparti, come i mobili, sono andati molto bene. Dall’autunno del 2020 c’è stato un incremento delle spese per la casa, per l’arredamento, a causa dallo smartworking. Adesso invece siamo in una fase in cui la gente ha ripreso a muoversi e quindi il settore manifatturiero sta facendo sconti». Paolazzi spiega che anche l’automotive ha fatto profitti consistenti. «Con la crisi delle materie prime, si sono allungati i tempi delle consegne e i margini sono lievitati. Questo perché lo stesso chip poteva essere montato su una utilitaria come su una vettura a maggior costo, e dando la precedenza al secondo tipo ecco che i profitti sono saliti. La situazione è a macchia di leopardo, non si può mettere sul banco degli imputati solo la grande industria, non è una questione di dimensione aziendale».
Nomisma però stima che nel 2022 il 27,9% delle Pmi abbiano chiuso in perdita contro il 12,2% del 2021. Quindi non hanno potuto scaricare i maggiori costi. «Le pmi hanno risentito molto del caro energia. Ma alcune di loro hanno potuto scaricare a valle, al consumatore, i maggiori oneri». Guardando in prospettiva, Paolazzi stima che i prezzi resteranno elevati soprattutto «in settori ad alta incidenza del costo del lavoro, come i servizi, caratterizzati anche da un’altissima domanda».
«Il mercato regolato non ha evitato tariffe ingiustificate»
«I profitti sono cresciuti di più in quei settori dove la regolazione avrebbe potuto attenuare i rincari, come nel caso dell’energia. Inoltre, c’è stata una compressione dei margini da parte di alcuni settori dell’industria, più esposti alla pressione della domanda finale in frenata», afferma Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche. La sua analisi è chiara: «C’è stato uno shock esterno dovuto ai rincari delle materie prime e dei prodotti energetici ai quali le imprese hanno reagito scaricando a valle il maggior onere e quindi aumentando i prezzi. Più recentemente c’è stata una riduzione dei costi a monte, ma non ancora un riallineamento dei prezzi».
Questo vuol dire che i consumatori dovranno rassegnarsi ai rincari? Difficilmente le aziende rinunceranno ai maggiori profitti.
«Se andiamo a vedere i diversi settori, l’aumento dei profitti è molto concentrato nelle industrie dell’energia e delle costruzioni. La prima ha un grado di monopolio elevato e i prezzi sono determinati dal regolatore. Quindi questa forte esplosione dei profitti ci dice che la regolazione non ha funzionato. Però ci sono molti settori in cui i profitti si sono ridotti perché non solo si sono svenati per pagare le materie prime, ma hanno subito i rincari energetici superiori a quello che sarebbe stato giustificato dall’aumento dei costi. Poi c’è la filiera delle costruzioni che grazie al superbonus ha guadagnato molto. Il tema degli extra profitti non è quindi un fatto generalizzato ma va ricondotto a strategie di politica economica. Ma ora che il costo del gas si sta riducendo, dobbiamo aspettarci una riduzione dei prezzi e quindi anche dei profitti del settore energetico. Pertanto le imprese che non hanno guadagnato da questa situazione, dovrebbero avere una decelerazione dei costi».
Quindi una parte importante dell’inflazione è stata determinata dal regolatore che per i prezzi di elettricità e gas non ha funzionato bene?
«Il grosso dell’inflazione l’hanno fatto le materie prime, poi c’è un pezzo aggiuntivo determinato dal meccanismo con cui vengono determinate le tariffe. Però bisogna considerare un problema. Le quotazioni del gas sul mercato olandese non mi dicono quanto realmente viene pagato il gas da chi lo compra. Poi ci sono i produttori di energia da solare e eolico che non stanno utilizzando il gas e quindi hanno fatto tanti soldi. In tutti i settori ci sono produttori che hanno costi diversi».
Perché i prezzi dell’energia sono aumentati tanto?
«La situazione del mercato energetico è stata anomala. Il gas è sempre costato 20 euro al Megawattora e all’improvviso è arrivato a 350 euro. Questa situazione non è stata gestita. I governi hanno temuto di restare senza il gas e l’estate scorsa ne hanno accumulato il più possibile. Quindi in un mercato in cui chi produce riduce l’offerta, come la Russia, e chi compra aumenta la domanda, si genera una situazione esplosiva. Ora la situazione si sta ricomponendo e dovrebbe portare ad un asciugamento di quei profitti, ad una normalizzazione. Lo stesso vale per le imprese delle costruzioni, che finita la bolla del super bonus non potranno continuare a fare profitti. Quindi questa inflazione da profitti si lega alle particolari caratteristiche della congiuntura, ma dovrebbe rientrare nei prossimi trimestri».
Quali sono le condizioni affinché ci sia un rientro veloce del caro vita?
«La velocità con cui le imprese riducono i prezzi quando i costi scendono, dipende dalla necessità che hanno di vendere. Se la domanda è forte, è chiaro che il consumatore acquista anche a prezzi alti. Negli ultimi mesi c’è una riduzione della domanda in alcuni settori come l’alimentare e altri beni di consumo, mentre continua ad essere forte nei servizi, soprattutto nel turismo. È un recupero fisiologico dopo il lockdown, che ha cambiato in parte gli stili di vita. Per fare un esempio, è emblematico il caso dei prezzi delle partite di calcio: sono andati a ruba i biglietti della partita Milan-Inter che ha registrato il record d’incassi. Eppure non erano a buon mercato e San Siro con 80.000 posti non è un luogo per élite. Il che dimostra una disponibilità alla spesa che prima non c’era».
Perché i consumi hanno tenuto nonostante la perdita del potere d’acquisto?
«Le famiglie hanno ridotto il tasso di risparmio per finanziare i maggiori consumi. La propensione al risparmio era salita molto durante la pandemia con il reddito mantenuto costante grazie alla politica dei sostegni. Stabilizzato il reddito e a fronte dei ridotti consumi a causa del lockdown, lo stock di ricchezza sui depositi è lievitato. Peraltro mantenuto soprattutto come liquidità. Ora il risparmio si sta riversando sul mercato dei beni di consumo ma con forti asimmetrie, in favore della parte più benestante della popolazione. Questo target sta mantenendo elevati i consumi. Ma è un fase transitoria. Tra sei mesi l’andamento della domanda sarà diverso, tant’è che cominciano ad esserci preoccupazioni in alcuni settori come nell’alimentare. È il primo passo del calo dell’inflazione che sarà abbastanza marcato nei prossimi mesi. Mi aspetto sotto il 3% per fine anno».
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I banchieri centrali lanciavano l’allarme sugli incrementi salariali, invece ora si scopre che a trainare il carovita sono i profitti delle grandi aziende. Che sono cresciuti molto più dei costi. Ettore Prandini (Coldiretti): «Gli aumenti maggiori si sono avuti per prodotti per i quali è forte la dipendenza dall’estero, dall’olio di semi di girasole allo zucchero che è aumentato di oltre il 50%». Pmi e aumenti, parla Luca Paolazzi (Fondazione Nord Est). L’economista Fedele de Novellis: «Le materie prime calano, però le utility non si adeguano. Guadagni extra anche nel settore edilizio». Lo speciale contiene quattro articoli. Sul banco degli imputati ci sono finiti tutti. Prima i cinesi con il rincaro delle materie prime, poi la Russia con la guerra che ha fatto schizzare i prezzi dei prodotti energetici, perfino i consumatori, «colpevoli» di aver rimesso in moto la domanda, dopo la pandemia. Così nonostante le retribuzioni siano ferme da anni, c’è chi ha avuto l’ardire di tornare a parlare di spirale prezzi-salari. Ma se materie prime e gas possono essere considerati responsabili, almeno fino a qualche mese fa, dell’aumento dell’inflazione, l’asimmetria emersa nelle ultime settimane tra il raffreddamento delle quotazioni dei prodotti energetici e la permanenza dei rincari, induce a cercare altrove le cause del carovita. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, lo va dicendo da tempo. Ma se la sua analisi rischia di essere considerata «di parte», non si può fare a meno di riflettere sulle considerazioni espresse da due rappresentanti della Bce, Fabio Panetta, probabile successore di Ignazio Visco a capo della Banca d’Italia, e il capo economista della Banca centrale europea, Philip Lane. Tutti accendono i riflettori sulle imprese. Altro che inflazione da salari. A tenere alti i prezzi sono i profitti e di fronte a questo meccanismo il lavoro salariato è assolutamente inerme. Una impotenza che affonda le sue ragioni nel famigerato accordo del 1992 sul costo del lavoro, che ridisegnò le relazioni industriali e la politica salariale. Ma torniamo al presente. La pandemia, con il blocco per circa due anni dei consumi, ha aumentato i risparmi degli italiani che hanno beneficiato anche dei sostegni all’economia. Questa mole di denaro, finito il lockdown, si è trasformata in domanda di servizi, di commercio e di turismo. Basta parlare con qualche albergatore, tour operator o compagnia aerea per sentirsi dire che sono addirittura già in overbooking per i mesi estivi. Le città sono state prese d’assalto dai flussi turistici e non solo nei classici periodi vacanzieri. Al punto che si verificano fenomeni mai visti prima, come il deficit di personale specializzato. Cosa sta accadendo? La risposta viene da un pool di studiosi che hanno riunito le loro analisi nel libro Inflazione, falsi miti e conflitto distributivo. La sintesi delle loro riflessioni è che gli industriali hanno scaricato l’incremento dei costi di produzione sui prezzi di vendita, mentre produttività e redditività sono cresciute facendo esplodere gli utili aziendali. Ci troviamo di fronte a una distribuzione del reddito sempre più sperequata a favore dei redditi da capitale-impresa, con l’inflazione che agisce da moltiplicatore di questo processo redistributivo. Nell’inflazione c’è qualcuno che vince (tipicamente le imprese) e qualcuno che perde (di solito i lavoratori). Dal canto loro i governi hanno rinunciato a una politica di controllo dei prezzi, procedendo invece a indebolire la contrattazione sindacale e precarizzare il lavoro. Le banche centrali, tra cui la Bce, nonostante siano consapevoli delle conseguenze sociali, ricorrono a politiche monetarie restrittive finalizzate alla riduzione del livello di domanda aggregata, di attività e quindi di occupazione. A pagarne il prezzo sono, come sempre, i lavoratori salariati. Uno degli autori, Joseph Halevi, professore di economia che ha insegnato a Torino, Sydney, New York, riporta alcuni studi americani dai quali emerge che l’aumento del costo del lavoro contribuisce per il 10% all’incremento dei prezzi mentre l’aumento dei profitti contribuisce per il 33-35%. Anche la presidente della Bce Christine Lagarde ha avvertito sul rischio di una inflazione da profitti. Tre economisti hanno pubblicato sul blog della Banca centrale un’analisi in cui si calcola che metà della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall’incremento degli utili delle imprese ben più di quanto abbiano pesato gli aumenti salariali. «I profitti unitari sono aumentati del 9,4% nel quarto trimestre del 2022, su base annua, e hanno contribuito per oltre la metà alle pressioni sui prezzi interni in quel trimestre, mentre i costi unitari del lavoro sono saliti del 4,7% e hanno contribuito per meno della metà», è l’analisi riportata sul blog della Bce. I tre economisti poi spiegano che «molte aziende sono apparentemente in grado di espandere i propri margini di profitto senza affrontare perdite significative di quote di mercato. Perché? Il primo motivo è che la domanda supera l’offerta in molti settori: l’aumento della domanda di determinati beni e servizi dopo la pandemia ha incontrato i diffusi vincoli di offerta delle imprese che hanno difficoltà a ottenere materie prime, beni intermedi, attrezzature e lavoratori sufficienti. I prezzi elevati degli input (ad esempio per l’energia) hanno anche reso più facile per le imprese aumentare i propri margini di profitto, perché rendono più difficile stabilire se i prezzi più elevati sono causati da costi più elevati o margini più elevati». Gli economisti hanno fatto un elenco dei settori in cui i profitti sono cresciuti più del costo del lavoro: l’agricoltura in virtù dell’aumento dei prezzi alimentari, l’energia e servizi di pubblica utilità (compresi elettricità e gas), l’edilizia, dove le imprese hanno beneficiato della maggiore domanda di alloggi dopo la pandemia, la produzione, dove l’offerta limitata ha dovuto far fronte a una domanda elevata, i servizi a causa del rimbalzo della domanda a fronte di un’offerta limitata dalla riapertura dopo la pandemia. Questo è lo scenario europeo ma anche in Italia le industrie sono riuscite a scaricare sui prezzi i maggiori costi. Cerved, tech company che fornisce consulenza alle aziende per la gestione del rischio di credito, stima che nel 2022 il fatturato delle imprese è aumentato del 19,4% rispetto al 2021. Depurata l’inflazione si ha un aumento reale del 3,5%. Nel 2024 si prevede un incremento del 27,6% sul 2021 e del 5,1% in termini reali. Nomisma osserva che quando vengono meno le cause che hanno fatto salire l’inflazione, le aziende non riducono i prezzi se non lo fanno i concorrenti per timore di perdere quote di mercato. Non tutti però traggono vantaggi dal carovita. Questo vale soprattutto per le piccole e medie imprese. Nel 2022 si stima che il 27,9% abbiano chiuso in perdita contro il 12,2% del 2021. Nel settore del latte e derivati, il 2022 si è chiuso in perdita per il 64% delle pmi contro il 25,8% del 2021 e nella carta per la casa per il 62,9%, nei mobili da cucina per il 46,7% e nelle piastrelle per il 46,3%. Queste aziende subiranno un duro colpo dall’aumento dei tassi. 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E punta il dito contro la globalizzazione spinta. «È stata un fallimento come hanno dimostrato la pandemia e la guerra. Servono rimedi che assicurino la sovranità alimentare, riducano la dipendenza dall’estero e garantiscano un giusto prezzo degli alimenti per produttori e consumatori. Il caro prezzi ha tagliato del 4,7% le quantità di prodotti alimentari acquistate dagli italiani nel 2023 che sono però costretti a spendere comunque il 7,7% in più a causa dei rincari determinati dalla crisi energetica, nel primo trimestre del 2023». Eppure qualcuno ha guadagnato, ha fatto profitti, aumentando i prezzi? Dietro ai rincari c’è chi si arricchisce? Prandini non è d’accordo. «Dietro prezzi alti non ci sono agricoltori che si arricchiscono, anzi. Oggi oltre un terzo delle aziende agricole (34%) è costretto a lavorare in una condizione di reddito negativo, mentre il 13% è addirittura in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività per i forti aumenti dei costi di produzione». Ma allora come mai la pasta è aumentata del 18% nell’ultimo anno mentre il grano duro viene pagato agli agricoltori il 30% in meno? «La pasta è ottenuta direttamente dalla lavorazione del grano con l’aggiunta della sola acqua e non trovano dunque alcuna giustificazione le divergenze registrate nelle quotazioni, con la forbice dei prezzi che si allarga e mette in crisi i bilanci dei consumatori e quelli degli agricoltori». Coldiretti ha chiesto di vigilare contro le speculazioni e di indagare sulle pratiche sleali a tutela delle 200.000 imprese agricole che coltivano grano. I ricavi non coprono infatti i costi sostenuti dalle imprese agricole che sono praticamente raddoppiati, ma mettono anche a rischio le semine future e la sovranità alimentare del Paese». Per Prandini «l’industria pastaria italiana deve decidere se continuare ad acquistare il grano sui mercati internazionali in modo speculativo o se investire sull’Italia». E sottolinea che «a gennaio 2023 sono aumentate di sei volte le importazioni di grano duro dal Canada dove si utilizza il glifosate in pre raccolta come disseccante secondo modalità vietate in Italia. Una concorrenza sleale nei confronti dei nostri agricoltori ma anche una preoccupazione per la salute». La speculazione, secondo il presidente di Coldiretti, si combatte con «accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione». Prandini suggerisce di «lavorare per un nuovo modello di calcolo del prezzo al consumo finale che va indicizzato rispetto a quello che viene pagato all’azienda agricola. Troppe volte i prezzi nei campi diminuiscono ed aumentano sugli scaffali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aumento-prezzi-motivi-2660477733.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-pmi-hanno-sofferto-e-qualcuna-ne-ha-approfittato" data-post-id="2660477733" data-published-at="1684770895" data-use-pagination="False"> Le Pmi hanno sofferto. E qualcuna ne ha approfittato «Non si può dire che l’inflazione da profitti sia generata solo dalla grande impresa e che invece le Pmi siano fuori da questo processo. Tante grandi imprese non sono fornitori strategici e non hanno un potere tale da riuscire a traslare i maggiori costi a valle. Per numerose piccole imprese invece è più facile aumentare i prezzi. Pensiamo alla panetteria sotto casa che ha portato il prezzo del pane da 3 euro a 3,50 o a chi ha aumentato la tazzina di caffè che è passata da 80 centesimi a 1 euro, con un incremento di un quarto, non è poco. Non si può fare la narrazione dei poveri piccoli che sono intrappolati nell’incremento dei costi». A parlare è l’economista Luca Paolazzi, direttore scientifico di Fondazione Nord Est, che suggerisce di abbandonare la distinzione tra pmi massacrate dall’inflazione e grandi imprese che si arricchiscono. «Piuttosto», dice, «bisogna esaminare i singoli settori». Interessante, in tal senso, è uno studio di Ref Ricerche. Nel 2022 rispetto al 2019, il manifatturiero ha ridotto i margini lordi di 4,9 miliardi (-5%), l’energetico e le costruzioni hanno avuto aumenti esponenziali. Nell’energia elettrica i margini sono saliti del 110% pari a 25,9 miliardi in più rispetto al 2019, mentre nelle costruzioni, grazie alla concomitanza del Superbonus e dei fondi del Pnrr, si è registrato un +40% pari a 4,2 miliardi. Nei servizi non ci sono scostamenti di rilievo rispetto al pre pandemia ma in confronto al 2021 la variazione è del +5%, 22,9 miliardi. «I prezzi si sono gonfiati soprattutto nelle costruzioni e nell’energia elettrica. Sono i due settori che hanno guadagnato di più. Ma non ci dimentichiamo che le costruzioni vengono da un decennio di disastri», afferma l’economista. Poi spiega che nel manifatturiero che ha registrato una contrazione dei margini «alcuni comparti, come i mobili, sono andati molto bene. Dall’autunno del 2020 c’è stato un incremento delle spese per la casa, per l’arredamento, a causa dallo smartworking. Adesso invece siamo in una fase in cui la gente ha ripreso a muoversi e quindi il settore manifatturiero sta facendo sconti». Paolazzi spiega che anche l’automotive ha fatto profitti consistenti. «Con la crisi delle materie prime, si sono allungati i tempi delle consegne e i margini sono lievitati. Questo perché lo stesso chip poteva essere montato su una utilitaria come su una vettura a maggior costo, e dando la precedenza al secondo tipo ecco che i profitti sono saliti. La situazione è a macchia di leopardo, non si può mettere sul banco degli imputati solo la grande industria, non è una questione di dimensione aziendale». Nomisma però stima che nel 2022 il 27,9% delle Pmi abbiano chiuso in perdita contro il 12,2% del 2021. Quindi non hanno potuto scaricare i maggiori costi. «Le pmi hanno risentito molto del caro energia. Ma alcune di loro hanno potuto scaricare a valle, al consumatore, i maggiori oneri». Guardando in prospettiva, Paolazzi stima che i prezzi resteranno elevati soprattutto «in settori ad alta incidenza del costo del lavoro, come i servizi, caratterizzati anche da un’altissima domanda». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aumento-prezzi-motivi-2660477733.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-mercato-regolato-non-ha-evitato-tariffe-ingiustificate" data-post-id="2660477733" data-published-at="1684770895" data-use-pagination="False"> «Il mercato regolato non ha evitato tariffe ingiustificate» «I profitti sono cresciuti di più in quei settori dove la regolazione avrebbe potuto attenuare i rincari, come nel caso dell’energia. Inoltre, c’è stata una compressione dei margini da parte di alcuni settori dell’industria, più esposti alla pressione della domanda finale in frenata», afferma Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche. La sua analisi è chiara: «C’è stato uno shock esterno dovuto ai rincari delle materie prime e dei prodotti energetici ai quali le imprese hanno reagito scaricando a valle il maggior onere e quindi aumentando i prezzi. Più recentemente c’è stata una riduzione dei costi a monte, ma non ancora un riallineamento dei prezzi». Questo vuol dire che i consumatori dovranno rassegnarsi ai rincari? Difficilmente le aziende rinunceranno ai maggiori profitti. «Se andiamo a vedere i diversi settori, l’aumento dei profitti è molto concentrato nelle industrie dell’energia e delle costruzioni. La prima ha un grado di monopolio elevato e i prezzi sono determinati dal regolatore. Quindi questa forte esplosione dei profitti ci dice che la regolazione non ha funzionato. Però ci sono molti settori in cui i profitti si sono ridotti perché non solo si sono svenati per pagare le materie prime, ma hanno subito i rincari energetici superiori a quello che sarebbe stato giustificato dall’aumento dei costi. Poi c’è la filiera delle costruzioni che grazie al superbonus ha guadagnato molto. Il tema degli extra profitti non è quindi un fatto generalizzato ma va ricondotto a strategie di politica economica. Ma ora che il costo del gas si sta riducendo, dobbiamo aspettarci una riduzione dei prezzi e quindi anche dei profitti del settore energetico. Pertanto le imprese che non hanno guadagnato da questa situazione, dovrebbero avere una decelerazione dei costi». Quindi una parte importante dell’inflazione è stata determinata dal regolatore che per i prezzi di elettricità e gas non ha funzionato bene? «Il grosso dell’inflazione l’hanno fatto le materie prime, poi c’è un pezzo aggiuntivo determinato dal meccanismo con cui vengono determinate le tariffe. Però bisogna considerare un problema. Le quotazioni del gas sul mercato olandese non mi dicono quanto realmente viene pagato il gas da chi lo compra. Poi ci sono i produttori di energia da solare e eolico che non stanno utilizzando il gas e quindi hanno fatto tanti soldi. In tutti i settori ci sono produttori che hanno costi diversi». Perché i prezzi dell’energia sono aumentati tanto? «La situazione del mercato energetico è stata anomala. Il gas è sempre costato 20 euro al Megawattora e all’improvviso è arrivato a 350 euro. Questa situazione non è stata gestita. I governi hanno temuto di restare senza il gas e l’estate scorsa ne hanno accumulato il più possibile. Quindi in un mercato in cui chi produce riduce l’offerta, come la Russia, e chi compra aumenta la domanda, si genera una situazione esplosiva. Ora la situazione si sta ricomponendo e dovrebbe portare ad un asciugamento di quei profitti, ad una normalizzazione. Lo stesso vale per le imprese delle costruzioni, che finita la bolla del super bonus non potranno continuare a fare profitti. Quindi questa inflazione da profitti si lega alle particolari caratteristiche della congiuntura, ma dovrebbe rientrare nei prossimi trimestri». Quali sono le condizioni affinché ci sia un rientro veloce del caro vita? «La velocità con cui le imprese riducono i prezzi quando i costi scendono, dipende dalla necessità che hanno di vendere. Se la domanda è forte, è chiaro che il consumatore acquista anche a prezzi alti. Negli ultimi mesi c’è una riduzione della domanda in alcuni settori come l’alimentare e altri beni di consumo, mentre continua ad essere forte nei servizi, soprattutto nel turismo. È un recupero fisiologico dopo il lockdown, che ha cambiato in parte gli stili di vita. Per fare un esempio, è emblematico il caso dei prezzi delle partite di calcio: sono andati a ruba i biglietti della partita Milan-Inter che ha registrato il record d’incassi. Eppure non erano a buon mercato e San Siro con 80.000 posti non è un luogo per élite. Il che dimostra una disponibilità alla spesa che prima non c’era». Perché i consumi hanno tenuto nonostante la perdita del potere d’acquisto? «Le famiglie hanno ridotto il tasso di risparmio per finanziare i maggiori consumi. La propensione al risparmio era salita molto durante la pandemia con il reddito mantenuto costante grazie alla politica dei sostegni. Stabilizzato il reddito e a fronte dei ridotti consumi a causa del lockdown, lo stock di ricchezza sui depositi è lievitato. Peraltro mantenuto soprattutto come liquidità. Ora il risparmio si sta riversando sul mercato dei beni di consumo ma con forti asimmetrie, in favore della parte più benestante della popolazione. Questo target sta mantenendo elevati i consumi. Ma è un fase transitoria. Tra sei mesi l’andamento della domanda sarà diverso, tant’è che cominciano ad esserci preoccupazioni in alcuni settori come nell’alimentare. È il primo passo del calo dell’inflazione che sarà abbastanza marcato nei prossimi mesi. Mi aspetto sotto il 3% per fine anno».
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Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
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In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
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