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2022-10-30
Attacco alle navi, accordo sul grano sospeso
La fregata missilistica Admiral Makarov colpita nella baia di Sebastopoli in Crimea (Ansa)
In attesa del generale inverno, la guerra in Ucraina, entrata nel suo ottavo mese, non accenna a fermarsi. Anzi, nella giornata di ieri c’è stata una nuova accelerazione e stavolta è accaduto via mare.
Quattro navi da guerra della flotta del Mar Nero della Federazione russa, tra cui una fregata e una nave d’assalto anfibia, sarebbero esplose nella baia di Sebastopoli (Crimea). Lo ha affermato su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Anton Gerashchenko, aggiungendo che «secondo dati non confermati, tra le navi danneggiate c’è il vettore di missili da crociera Kalibr Admiral Makarov». Successivamente, l’agenzia stampa ucraina Unian ha pubblicato un video nel quale si vede una potente esplosione nell’area dell’ormeggio della nave. Le autorità russe hanno negato che le navi siano state danneggiate e hanno dichiarato «di aver distrutto i droni ucraini» ma hanno completamente bloccato l’ingresso alla baia di Sebastopoli, segno che qualcosa di grave è accaduto.
Il governatore filorusso Mikhail Razvozzhayev ha dichiarato alla Tass che l’attacco di ieri a Sebastopoli da parte delle forze amate dell’Ucraina «è stato il più massiccio dall’inizio dell’operazione militare speciale. Il nemico ha cercato di colpire le infrastrutture militari della flotta del Mar Nero. Tutti i veicoli aerei senza pilota sono stati individuati e distrutti in anticipo». Poi, nel tardo pomeriggio, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che l’attacco «è stato preparato con l’aiuto di specialisti militari britannici». Puntuale la replica del ministero della Difesa britannico che su Twitter ha smentito qualsiasi coinvolgimento nell’attacco in Crimea e nei sabotaggi al gasdotto Nord Stream: «Per sminuire la loro disastrosa gestione dell’invasione illegale dell’Ucraina, il ministero della Difesa russo sta ricorrendo a false affermazioni di portata epica. Questa storia inventata dice di più sulle frizioni all’interno del governo russo piuttosto che sull’Occidente».
Secondo l’esperto di questioni navali H. I. Sutton «è ormai al di là di ogni ragionevole dubbio che il tipo di droni navali usati dall’Ucraina per attaccare la marina russa a Sebastopoli è lo stesso di quello già trovato nei pressi della base di Sebastopoli alcune settimane fa».
Clamorosa, invece, è la notizia rivelata dai giornalisti Glen Owen e Dan Hodges di The Mail on Sunday: il telefono personale dell’ex primo ministro Liz Truss - inclusi i messaggi privati che ha scambiato con il cancelliere dello Scacchiere Kwasi Kwarteng - è stato violato da agenti sospettati di lavorare per il presidente Vladimir Putin e si ritiene che le spie russe abbiano avuto accesso ai dettagli top secret dei negoziati con i principali alleati internazionali, nonché ai messaggi che criticavano l’allora primo ministro Boris Johnson.
Dopo l’attacco di Sebastopoli è arrivata la ritorsione di Mosca attraverso il ministero della Difesa che ha annunciato di aver sospeso la sua partecipazione al grain deal, l’accordo sotto egida Onu per l’export del grano dall’Ucraina: «A causa dell’atto terroristico compiuto dal regime di Kiev il 29 ottobre, con la partecipazione di specialisti britannici, contro navi della flotta del Mar Nero e navi civili impegnate a garantire la sicurezza del corridoio del grano, la parte russa sospende la partecipazione all’attuazione di accordi sull’esportazione di prodotti agricoli dai porti ucraini», si legge nella nota. Per tornare al campo di battaglia, Vladimir Rogov presidente del movimento Insieme con la Russia ha dichiarato che «le truppe russe hanno sventato un tentativo dei militari ucraini di sbarcare sulla riva sinistra del fiume Dnepr, vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia e gli ucraini hanno sofferto perdite e si sono ritirati».
Mentre Serghei Gaidai, capo dell’amministrazione militare della regione di Lugansk, ha dichiarato che gli ucraini hanno sotto il loro controllo l’autostrada che collega le città di Svatove e Kreminna, una strategica arteria nella regione di Lugansk che viene bombardata di continuo in modo che non venga utilizzata. Come noto, nelle ultime settimane le forze armate ucraine hanno iniziato a spingersi verso Est in direzione di Lugansk, la regione ucraina che è stata quasi totalmente occupata dai russi. Ora, se venisse confermato il controllo dell’autostrada, vorrebbe dire che la Russia non può più accedere alla regione di Lugansk da nord.
Ieri ha parlato il capo dell’intelligence ucraina Kyrylo Budanov che ha affermato in un’intervista a The Drive, ripresa dai media ucraini, che «le migliori unità russe sono attualmente a Kherson: in gran parte sono truppe aviotrasportate, forze speciali russe e marines. La Russia ha circa 40.000 soldati sulla riva destra del fiume Dnipro, dove si trova la capitale regionale occupata di Kherson e l’operazione militare per liberare la città durerà fino alla fine di novembre». A proposito di soldati russi, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa, 82.000 riservisti sono stati già inviati nella zona di conflitto in Ucraina, mentre altri 218.000 sono impegnati nell’addestramento.
Infine, sta succedendo qualcosa tra Kiev e Teheran visto che, secondo quanto affermato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, che ha parlato con il suo omologo ucraino Dmytro Kuleba, «l’Iran è disposto ad avviare colloqui bilaterali tecnici con l’Ucraina per discutere, e risolvere, l’uso, da parte della Russia, dei droni prodotti in Iran nel conflitto».
Fino a ieri l’Iran aveva sempre negato di aver venduto alla Russia i droni usati in guerra. Presto sapremo se i 2.400 droni iraniani ordinati da Mosca, come sostengono alcune agenzie di intelligence, arriveranno a destinazione oppure no.
Le guerra presenta il conto a Kiev. Ma a pagare sarà soltanto l’Europa
Non saranno solo i cadaveri, i feriti e la disperazione dei civili in fuga a compromettere il futuro dell’Ucraina. Purtroppo, come in ogni guerra, si dovranno fare i conti con una crisi economica che rischia di trascinare verso il baratro il Paese e, con esso, l’intera Europa.
La banca centrale Ucraina ha stimato i danni che il conflitto produrrà, concludendo che l’economia Ucraina si ridurrà di quasi il 32% nel 2022, la disoccupazione sfiorerà il 30% mentre l’inflazione accelererà al 25%. Un calcolo scoraggiante che parte dalla flessione economica di quest’anno, determinata da una serie di fattori concomitanti: il calo della domanda interna, l’interruzione della logistica e l’aumento del tasso di inflazione. Ci sono stime che riguardano anche l’immediato futuro: qualora la domanda dovesse riprendersi, segnala l’istituto centrale, il Pil crescerà di circa il 4-5% all’anno nel 2023-2024. Per questo motivo la politica monetaria resterà accomodante fino alla fine del 2024: in poche parole, il peso del collasso economico andrà a ricadere, e non potrebbe essere altrimenti, su tutta l’Europa.
Dunque aspettiamoci di pagare, oltre al prezzo «immediato» della guerra, che si traduce nelle bollette ormai schizzate alle stelle e nel costo del cibo e dei beni di prima necessità ormai salito a livelli insostenibili, anche quello della fine delle ostilità. Sulle nostre spalle graverà il peso della ricostruzione, visto che sarà l’Occidente a finanziarla: piloni sbriciolati, ponti distrutti, stazioni spianate, fabbriche devastate necessiteranno di operazioni costose per tornare a stare in piedi.
Durante la «conferenza per la ripresa dell’Ucraina» che si è svolta a Lugano la scorsa estate, alla presenza di governi e di circa 600 organizzazioni internazionali, Volodymyr Zelensky aveva già presentato il conto: 750 miliardi di dollari per realizzare nel decennio 2023-2032 circa 850 progetti. Sul come reperire questi soldi, però, non sono emerse idee chiare. Si parla di donazioni, eurobond e perfino di utilizzare i 300 miliardi di beni congelati a governo, aziende e cittadini russi. Nonostante alcuni Paesi stiano cercando di fare delle leggi ad hoc, difficilmente i tribunali consentiranno una tale confisca.
Peraltro, nella «spartizione» per la ricostruzione, all’Italia (insieme alla Polonia) è toccato il Donetsk, già in buona parte in mano ai filorussi dal 2014 e adesso quasi interamente occupato da Mosca. Sarebbe abbastanza paradossale che la Russia acconsentisse a una intromissione del genere. Ovviamente, gli altri Paesi si sono già «accaparrati» ciò che fa più gola. Usa e Turchia si occuperanno di Kharkiv, il Regno Unito di Kiev, la Francia di Odessa, il Canada di Sumy, la Grecia di Mariupol, la Germania di Chernihiv. Insomma, la speranza è che la guerra finisca presto ma la sofferenza anche economica del suo essersi protratta troppo a lungo, senza seri tentativi di mediazione, proseguirà.
L’anno scorso, il Pil ucraino aveva toccato il record di 200 miliardi di dollari. Dopo sei mesi di invasione, si era già dimezzato. Ora, arrivano queste nuove previsioni. Alla Kyiv School of economics, tra l’altro, calcolano che ogni settimana di guerra in più porti danni per altri 4,5 miliardi di dollari. Altri economisti valutano danni per 100-200 miliardi di dollari, solo per ponti ed edifici.
Tra l’altro, secondo l’Ocse, le esperienze di Iraq, Bosnia, Afghanistan, insegnano che sono necessarie decine di anni perché un paese torni al Pil anteguerra. Nessuno dei calcoli consente un pur cauto ottimismo.
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L’Ucraina ha annunciato di aver colpito quattro unità russe a Sebastopoli. Per Mosca dietro al blitz e ai sabotaggi del Nord Stream c’è Londra e per ritorsione esce dall’intesa sull’export del cibo. La stampa inglese: Vladimir Putin spiava il cellulare dell’ex premier Liz Truss.Le guerra presenta il conto a Kiev. Ma a pagare sarà soltanto l’Europa. L’economia sprofonda: -32%. E dopo le bollette, ci tocca pure il salasso-ricostruzione.Lo speciale contiene due articoli.In attesa del generale inverno, la guerra in Ucraina, entrata nel suo ottavo mese, non accenna a fermarsi. Anzi, nella giornata di ieri c’è stata una nuova accelerazione e stavolta è accaduto via mare.Quattro navi da guerra della flotta del Mar Nero della Federazione russa, tra cui una fregata e una nave d’assalto anfibia, sarebbero esplose nella baia di Sebastopoli (Crimea). Lo ha affermato su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Anton Gerashchenko, aggiungendo che «secondo dati non confermati, tra le navi danneggiate c’è il vettore di missili da crociera Kalibr Admiral Makarov». Successivamente, l’agenzia stampa ucraina Unian ha pubblicato un video nel quale si vede una potente esplosione nell’area dell’ormeggio della nave. Le autorità russe hanno negato che le navi siano state danneggiate e hanno dichiarato «di aver distrutto i droni ucraini» ma hanno completamente bloccato l’ingresso alla baia di Sebastopoli, segno che qualcosa di grave è accaduto.Il governatore filorusso Mikhail Razvozzhayev ha dichiarato alla Tass che l’attacco di ieri a Sebastopoli da parte delle forze amate dell’Ucraina «è stato il più massiccio dall’inizio dell’operazione militare speciale. Il nemico ha cercato di colpire le infrastrutture militari della flotta del Mar Nero. Tutti i veicoli aerei senza pilota sono stati individuati e distrutti in anticipo». Poi, nel tardo pomeriggio, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che l’attacco «è stato preparato con l’aiuto di specialisti militari britannici». Puntuale la replica del ministero della Difesa britannico che su Twitter ha smentito qualsiasi coinvolgimento nell’attacco in Crimea e nei sabotaggi al gasdotto Nord Stream: «Per sminuire la loro disastrosa gestione dell’invasione illegale dell’Ucraina, il ministero della Difesa russo sta ricorrendo a false affermazioni di portata epica. Questa storia inventata dice di più sulle frizioni all’interno del governo russo piuttosto che sull’Occidente».Secondo l’esperto di questioni navali H. I. Sutton «è ormai al di là di ogni ragionevole dubbio che il tipo di droni navali usati dall’Ucraina per attaccare la marina russa a Sebastopoli è lo stesso di quello già trovato nei pressi della base di Sebastopoli alcune settimane fa».Clamorosa, invece, è la notizia rivelata dai giornalisti Glen Owen e Dan Hodges di The Mail on Sunday: il telefono personale dell’ex primo ministro Liz Truss - inclusi i messaggi privati che ha scambiato con il cancelliere dello Scacchiere Kwasi Kwarteng - è stato violato da agenti sospettati di lavorare per il presidente Vladimir Putin e si ritiene che le spie russe abbiano avuto accesso ai dettagli top secret dei negoziati con i principali alleati internazionali, nonché ai messaggi che criticavano l’allora primo ministro Boris Johnson.Dopo l’attacco di Sebastopoli è arrivata la ritorsione di Mosca attraverso il ministero della Difesa che ha annunciato di aver sospeso la sua partecipazione al grain deal, l’accordo sotto egida Onu per l’export del grano dall’Ucraina: «A causa dell’atto terroristico compiuto dal regime di Kiev il 29 ottobre, con la partecipazione di specialisti britannici, contro navi della flotta del Mar Nero e navi civili impegnate a garantire la sicurezza del corridoio del grano, la parte russa sospende la partecipazione all’attuazione di accordi sull’esportazione di prodotti agricoli dai porti ucraini», si legge nella nota. Per tornare al campo di battaglia, Vladimir Rogov presidente del movimento Insieme con la Russia ha dichiarato che «le truppe russe hanno sventato un tentativo dei militari ucraini di sbarcare sulla riva sinistra del fiume Dnepr, vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia e gli ucraini hanno sofferto perdite e si sono ritirati». Mentre Serghei Gaidai, capo dell’amministrazione militare della regione di Lugansk, ha dichiarato che gli ucraini hanno sotto il loro controllo l’autostrada che collega le città di Svatove e Kreminna, una strategica arteria nella regione di Lugansk che viene bombardata di continuo in modo che non venga utilizzata. Come noto, nelle ultime settimane le forze armate ucraine hanno iniziato a spingersi verso Est in direzione di Lugansk, la regione ucraina che è stata quasi totalmente occupata dai russi. Ora, se venisse confermato il controllo dell’autostrada, vorrebbe dire che la Russia non può più accedere alla regione di Lugansk da nord.Ieri ha parlato il capo dell’intelligence ucraina Kyrylo Budanov che ha affermato in un’intervista a The Drive, ripresa dai media ucraini, che «le migliori unità russe sono attualmente a Kherson: in gran parte sono truppe aviotrasportate, forze speciali russe e marines. La Russia ha circa 40.000 soldati sulla riva destra del fiume Dnipro, dove si trova la capitale regionale occupata di Kherson e l’operazione militare per liberare la città durerà fino alla fine di novembre». A proposito di soldati russi, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa, 82.000 riservisti sono stati già inviati nella zona di conflitto in Ucraina, mentre altri 218.000 sono impegnati nell’addestramento.Infine, sta succedendo qualcosa tra Kiev e Teheran visto che, secondo quanto affermato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, che ha parlato con il suo omologo ucraino Dmytro Kuleba, «l’Iran è disposto ad avviare colloqui bilaterali tecnici con l’Ucraina per discutere, e risolvere, l’uso, da parte della Russia, dei droni prodotti in Iran nel conflitto».Fino a ieri l’Iran aveva sempre negato di aver venduto alla Russia i droni usati in guerra. Presto sapremo se i 2.400 droni iraniani ordinati da Mosca, come sostengono alcune agenzie di intelligence, arriveranno a destinazione oppure no.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attacco-navi-accordo-grano-sospeso-2658569082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-guerra-presenta-il-conto-a-kiev-ma-a-pagare-sara-soltanto-leuropa" data-post-id="2658569082" data-published-at="1667089249" data-use-pagination="False"> Le guerra presenta il conto a Kiev. Ma a pagare sarà soltanto l’Europa Non saranno solo i cadaveri, i feriti e la disperazione dei civili in fuga a compromettere il futuro dell’Ucraina. Purtroppo, come in ogni guerra, si dovranno fare i conti con una crisi economica che rischia di trascinare verso il baratro il Paese e, con esso, l’intera Europa. La banca centrale Ucraina ha stimato i danni che il conflitto produrrà, concludendo che l’economia Ucraina si ridurrà di quasi il 32% nel 2022, la disoccupazione sfiorerà il 30% mentre l’inflazione accelererà al 25%. Un calcolo scoraggiante che parte dalla flessione economica di quest’anno, determinata da una serie di fattori concomitanti: il calo della domanda interna, l’interruzione della logistica e l’aumento del tasso di inflazione. Ci sono stime che riguardano anche l’immediato futuro: qualora la domanda dovesse riprendersi, segnala l’istituto centrale, il Pil crescerà di circa il 4-5% all’anno nel 2023-2024. Per questo motivo la politica monetaria resterà accomodante fino alla fine del 2024: in poche parole, il peso del collasso economico andrà a ricadere, e non potrebbe essere altrimenti, su tutta l’Europa. Dunque aspettiamoci di pagare, oltre al prezzo «immediato» della guerra, che si traduce nelle bollette ormai schizzate alle stelle e nel costo del cibo e dei beni di prima necessità ormai salito a livelli insostenibili, anche quello della fine delle ostilità. Sulle nostre spalle graverà il peso della ricostruzione, visto che sarà l’Occidente a finanziarla: piloni sbriciolati, ponti distrutti, stazioni spianate, fabbriche devastate necessiteranno di operazioni costose per tornare a stare in piedi. Durante la «conferenza per la ripresa dell’Ucraina» che si è svolta a Lugano la scorsa estate, alla presenza di governi e di circa 600 organizzazioni internazionali, Volodymyr Zelensky aveva già presentato il conto: 750 miliardi di dollari per realizzare nel decennio 2023-2032 circa 850 progetti. Sul come reperire questi soldi, però, non sono emerse idee chiare. Si parla di donazioni, eurobond e perfino di utilizzare i 300 miliardi di beni congelati a governo, aziende e cittadini russi. Nonostante alcuni Paesi stiano cercando di fare delle leggi ad hoc, difficilmente i tribunali consentiranno una tale confisca. Peraltro, nella «spartizione» per la ricostruzione, all’Italia (insieme alla Polonia) è toccato il Donetsk, già in buona parte in mano ai filorussi dal 2014 e adesso quasi interamente occupato da Mosca. Sarebbe abbastanza paradossale che la Russia acconsentisse a una intromissione del genere. Ovviamente, gli altri Paesi si sono già «accaparrati» ciò che fa più gola. Usa e Turchia si occuperanno di Kharkiv, il Regno Unito di Kiev, la Francia di Odessa, il Canada di Sumy, la Grecia di Mariupol, la Germania di Chernihiv. Insomma, la speranza è che la guerra finisca presto ma la sofferenza anche economica del suo essersi protratta troppo a lungo, senza seri tentativi di mediazione, proseguirà. L’anno scorso, il Pil ucraino aveva toccato il record di 200 miliardi di dollari. Dopo sei mesi di invasione, si era già dimezzato. Ora, arrivano queste nuove previsioni. Alla Kyiv School of economics, tra l’altro, calcolano che ogni settimana di guerra in più porti danni per altri 4,5 miliardi di dollari. Altri economisti valutano danni per 100-200 miliardi di dollari, solo per ponti ed edifici. Tra l’altro, secondo l’Ocse, le esperienze di Iraq, Bosnia, Afghanistan, insegnano che sono necessarie decine di anni perché un paese torni al Pil anteguerra. Nessuno dei calcoli consente un pur cauto ottimismo.
Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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Ma chi è l’uomo che l’ha picchiata e, soprattutto, che cosa ha scatenato la sua furia nei confronti di una donna che non conosceva e che ha incrociato per caso? E qui viene la prima risposta disarmante, quella che fa capire come lo Stato, con la sua burocrazia e la sua democrazia, sia incapace di prevenire fenomeni come quello accaduto a San Lorenzo. L’aggressore è un tunisino di 22 anni, clandestino in Italia e già noto per altri episodi di violenza. Secondo i racconti delle persone del quartiere, si aggirerebbe nei paraggi da novembre scorso. Sporco, sempre arrabbiato, con un bastone in mano, avrebbe già aggredito altre tre donne prima di quella a cui lunedì ha rotto il naso. Le violenze scatterebbero sempre senza apparente motivo e senza che le vittime conoscano il loro aggressore. Prima della mamma in bicicletta, a essere colpite sono state due operatrici dell’Ama, l’azienda municipalizzata di Roma, e perfino una ragazzina di 12 anni. Anche loro prese a pugni per strada e una delle tre ha dovuto ricorrere all’assistenza del Pronto soccorso.
Fin qui la cronaca di una violenza improvvisa e ingiustificata, che però già restituisce l’immagine di una zona della capitale dove le persone non possono circolare tranquille senza il timore di essere picchiate. Ma il peggio viene in seguito, ovvero dopo che le forze dell’ordine hanno identificato il tunisino e lo hanno denunciato per lesioni aggravate. Gli agenti hanno scoperto che l’uomo aveva un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi gli era stato revocato e alla decisione lui si era opposto con un ricorso, come ormai fanno tutti, dato che a ogni straniero lo Stato assicura il gratuito patrocinio, ovvero l’avvocato pagato con i soldi pubblici. Ci sono legali specializzati, che spesso neppure conoscono il loro cliente, ma che per alcune migliaia di euro sono disposti a difenderlo e a impedire prima della fine delle procedure che questo sia espulso.
Infatti, l’aggressore delle donne di San Lorenzo, una volta identificato e denunciato è stato rimesso in libertà, perché non si può fare altro. Grazie alla magistratura, ma anche alle leggi che i raffinati giuristi del Colle correggono in versione garantista, in attesa dell’esito del ricorso non lo si può espellere né rinchiudere in un centro per il rimpatrio. Risultato, il picchiatore continua ad aggirarsi nel quartiere, con la possibilità di aggredire altre persone. In seguito agli accertamenti delle forze dell’ordine, si sa che il clandestino è già stato sottoposto a trattamenti sanitari per disturbi di natura psichica (anche dopo il pugno in faccia è stato portato in ospedale per un Tso) e se ne sono occupati i servizi sociali, offrendo assistenza e ospitalità, ma il tunisino ha sempre rifiutato. Così, dopo l’ultima aggressione, lo si è rivisto a San Lorenzo, in un bar della zona. Probabilmente pronto a colpire altre donne.
Vi sembra una storia incredibile? No, è una vicenda di ordinaria follia. Ma il matto non è solo il tunisino che picchia chi incontra, ma pure chi non comprende che dobbiamo farla finita con l’accoglienza a ogni costo e contro il buon senso. Nel decreto sicurezza il governo ha abolito l’automatismo che regala a tutti gli stranieri il gratuito patrocinio. L’opposizione, ovviamente, è contraria. Se ci sarà ancora qualcuno in giro che picchia le persone o, come nel caso della povera Aurora Livoli, le violenta e le uccide, sapete con chi prendervela.
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