Il Regno Unito torna malato d’Europa. Rendimento del decennale al 5,1%
2026-04-02
Educazione finanziaria
L’opa più annunciata della storia della finanza italiana è piombata sul mercato all’ora del caffè e ha mantenuto tutte le promesse della vigilia. I Benetton e il fondo Blackstone hanno lanciato un’offerta pubblica d’acquisto sul 100% di Atlantia attraverso Schemaquarantatré la bidCo creata ad hoc con l’obiettivo di acquisire la totalità delle azioni ordinarie e a revocare la quotazione del gruppo.
La famiglia di Ponzano che attraverso Edizione detiene il 33% di Atlantia avrà il 65% del nuovo veicolo e il fondo americano si fermerà al 35%. Non entra nel consorzio, ma ha stipulato un accordo che la impegna ad aderire all’opa, la fondazione Crt che vanta il 4,54%. E secondo quanto risulta a Verità&Affari anche Gic, il fondo sovrano di Singapore socio storico con l’8,29% delle quote, sarà della partita. Il prezzo fissato per l'acquisizione è di 23 euro per azione, più un dividendo di 0,74 euro, per un contro valore, nel caso di adesione da parte di tutti i soci di 12,7 miliardi. Quindi, visto che Edizione già possiede il 33%, la valutazione complessivo della società di infrastrutture si aggira intorno ai 19 miliardi.
Per il mercato è un prezzo congruo visto che Piazza Affari prima ha superato il prezzo d’opa e poi ha chiuso con un rialzo di 4,29 punti a 22,83 euro. Con la controllata Autogrill che in scia ai buoni numeri del traffico aeroportuale degli Stati Uniti è salita dell’8,89%.
NIENTE CONTRO-OPA
E anche gli analisti la vedono allo stesso modo. «L’opa - spiegano da Exane - è molto allettante e non possiamo immaginare nessun altro scenario se non quello di un’offerta accettata (basta raggiungere il 90% del capitale ndr). I 23 euro per azione rappresentano un premio del 36,3% rispetto al prezzo medio delle azioni di Atlantia negli ultimi sei mesi». Come rivelato già ieri da Verità&Affari quindi è sempre più improbabile una contro-offerta da parte del consorzio guidato dalla Acs di Florentino Perez e dai fondi Gip e Brookfield, visto che la cordata dei Benetton può contare almeno in teoria sul 45% e passa del capitale di Atlantia. Mentre resta una porta aperta per Perez, in una fase sucessiva, quando l’opa sarà arrivata a dama (fine giugno?), si potrebbe tornare a parlare di Abertis. Il colosso spagnolo delle infrastrutture che è controllato con il 50% più uno delle azioni da Atlantia e rappresenta il vero obiettivo dell’offensiva lanciata dal presidente del Real Madrid.
«L’operazione - spiega il presidente di Edizione Alessandro Benetton - rappresenta un momento fondamentale nella nostra storia. Come più volte ribadito, il nostro investimento in Atlantia ha natura strategica ed è una nostra ferma volontà continuare a concorrere allo sviluppo sostenibile della società, mantenendone il radicamento italiano e valorizzando l’attuale disegno industriale... anche nell’ottica di mantenere il radicamento italiano... In Blackstone - continua - abbiamo trovato non solo un co-investitore di grande prestigio e solidità, ma anche un partner dichiaratamente di lungo periodo, con visione internazionale». Il fondo Usa, dal canto suo, tramite Andrea Valeri, chairman di Blackstone Italia, evidenzia di credere «nella forza dell’economia italiana e nella sua resilienza, nella crescita e nelle nuove opportunità che si scorgono nel futuro del Paese. Attraverso la partnership con la famiglia Benetton e la fondazione Crt siamo lieti di supportare Atlantia sia nel processo di consolidamento della sua leadership nel settore delle infrastrutture europee sia nella salvaguardia della sua gloriosa eredità culturale».
IL FINANZIAMENTO
Ma veniamo alle note dolenti. Come si trovano i soldi per portare a termine l’operazione? Per finanziare l’opa gli investitori Blackstone e Benetton si impegnano a un aumento di capitale o ad altri conferimenti pari a circa 4,5 miliardi, mentre un pool di banche concederà un prestito di poco superiore agli 8,2 miliardi di euro. Tra queste oltre alle big americane - Bofa Merrill Lynch, Goldman Sachs e Jp Morgan dovrebbero esserci anche Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Otto miliardi e duecento milioni, praticamente la stessa liquidità che entrerà in pancia ad Atlantia tra qualche settimane, quando, il cinque maggio, si chiuderà l’operazione di vendita dell’88% di Autostrade per l’Italia al consorzio guidato da Cdp Equity a cui partecipano anche i fondi Blackstone (lo stesso che ha lanciato l’Opa con i Benetton) e Macquarie. Una sorta di partita di giro.
Cassa Depositi e Prestiti sarà alla guida di Autostrade con il 51% delle azioni e la presidenza del manager Gianluca Ricci, ma come scrive Verità&Affari nella pagina a fianco anche i due fondi avranno diversi poteri nella gestione della società. E cosa succederà se Benetton e Blackstone non dovessero riuscire a finalizzare l’Opa? I due investitori - evidenzia l’offerta - si riservano di portare il gruppo via dalla Borsa (con gli 8 miliardi per la vendita di Autostrade) «mediante la fusione» di Atlantia in Schemaquarantatré, il veicolo creato per l’offerta.
Fino a poche settimane fa, il Regno Unito sembrava essersi lasciato alle spalle il ruolo di «grande malato» d’Europa. Dopo il lungo purgatorio post-Brexit, inflazione in calo, tassi attesi in discesa e una Borsa di titoli «value» avevano riportato l’attenzione degli investitori su Londra. Poi, il quadro è cambiato.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
La vera notizia è che nel giro di due anni, il governo ha portato a casa tre rinnovi per il contratto dell’istruzione e della ricerca (1 milione e 200.000 lavoratori). Un incremento medio complessivo sulle buste paga di 395 euro che arriva a toccare quota 412 per il personale docente.
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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