2022-04-15
Atlantia, il mercato si allinea al prezzo dell’opa Il fido da 8 miliardi è una partita di giro

L’opa più annunciata della storia della finanza italiana è piombata sul mercato all’ora del caffè e ha mantenuto tutte le promesse della vigilia. I Benetton e il fondo Blackstone hanno lanciato un’offerta pubblica d’acquisto sul 100% di Atlantia attraverso Schemaquarantatré la bidCo creata ad hoc con l’obiettivo di acquisire la totalità delle azioni ordinarie e a revocare la quotazione del gruppo.
La famiglia di Ponzano che attraverso Edizione detiene il 33% di Atlantia avrà il 65% del nuovo veicolo e il fondo americano si fermerà al 35%. Non entra nel consorzio, ma ha stipulato un accordo che la impegna ad aderire all’opa, la fondazione Crt che vanta il 4,54%. E secondo quanto risulta a Verità&Affari anche Gic, il fondo sovrano di Singapore socio storico con l’8,29% delle quote, sarà della partita. Il prezzo fissato per l'acquisizione è di 23 euro per azione, più un dividendo di 0,74 euro, per un contro valore, nel caso di adesione da parte di tutti i soci di 12,7 miliardi. Quindi, visto che Edizione già possiede il 33%, la valutazione complessivo della società di infrastrutture si aggira intorno ai 19 miliardi.
Per il mercato è un prezzo congruo visto che Piazza Affari prima ha superato il prezzo d’opa e poi ha chiuso con un rialzo di 4,29 punti a 22,83 euro. Con la controllata Autogrill che in scia ai buoni numeri del traffico aeroportuale degli Stati Uniti è salita dell’8,89%.
NIENTE CONTRO-OPA
E anche gli analisti la vedono allo stesso modo. «L’opa - spiegano da Exane - è molto allettante e non possiamo immaginare nessun altro scenario se non quello di un’offerta accettata (basta raggiungere il 90% del capitale ndr). I 23 euro per azione rappresentano un premio del 36,3% rispetto al prezzo medio delle azioni di Atlantia negli ultimi sei mesi». Come rivelato già ieri da Verità&Affari quindi è sempre più improbabile una contro-offerta da parte del consorzio guidato dalla Acs di Florentino Perez e dai fondi Gip e Brookfield, visto che la cordata dei Benetton può contare almeno in teoria sul 45% e passa del capitale di Atlantia. Mentre resta una porta aperta per Perez, in una fase sucessiva, quando l’opa sarà arrivata a dama (fine giugno?), si potrebbe tornare a parlare di Abertis. Il colosso spagnolo delle infrastrutture che è controllato con il 50% più uno delle azioni da Atlantia e rappresenta il vero obiettivo dell’offensiva lanciata dal presidente del Real Madrid.
«L’operazione - spiega il presidente di Edizione Alessandro Benetton - rappresenta un momento fondamentale nella nostra storia. Come più volte ribadito, il nostro investimento in Atlantia ha natura strategica ed è una nostra ferma volontà continuare a concorrere allo sviluppo sostenibile della società, mantenendone il radicamento italiano e valorizzando l’attuale disegno industriale... anche nell’ottica di mantenere il radicamento italiano... In Blackstone - continua - abbiamo trovato non solo un co-investitore di grande prestigio e solidità, ma anche un partner dichiaratamente di lungo periodo, con visione internazionale». Il fondo Usa, dal canto suo, tramite Andrea Valeri, chairman di Blackstone Italia, evidenzia di credere «nella forza dell’economia italiana e nella sua resilienza, nella crescita e nelle nuove opportunità che si scorgono nel futuro del Paese. Attraverso la partnership con la famiglia Benetton e la fondazione Crt siamo lieti di supportare Atlantia sia nel processo di consolidamento della sua leadership nel settore delle infrastrutture europee sia nella salvaguardia della sua gloriosa eredità culturale».
IL FINANZIAMENTO
Ma veniamo alle note dolenti. Come si trovano i soldi per portare a termine l’operazione? Per finanziare l’opa gli investitori Blackstone e Benetton si impegnano a un aumento di capitale o ad altri conferimenti pari a circa 4,5 miliardi, mentre un pool di banche concederà un prestito di poco superiore agli 8,2 miliardi di euro. Tra queste oltre alle big americane - Bofa Merrill Lynch, Goldman Sachs e Jp Morgan dovrebbero esserci anche Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Otto miliardi e duecento milioni, praticamente la stessa liquidità che entrerà in pancia ad Atlantia tra qualche settimane, quando, il cinque maggio, si chiuderà l’operazione di vendita dell’88% di Autostrade per l’Italia al consorzio guidato da Cdp Equity a cui partecipano anche i fondi Blackstone (lo stesso che ha lanciato l’Opa con i Benetton) e Macquarie. Una sorta di partita di giro.
Cassa Depositi e Prestiti sarà alla guida di Autostrade con il 51% delle azioni e la presidenza del manager Gianluca Ricci, ma come scrive Verità&Affari nella pagina a fianco anche i due fondi avranno diversi poteri nella gestione della società. E cosa succederà se Benetton e Blackstone non dovessero riuscire a finalizzare l’Opa? I due investitori - evidenzia l’offerta - si riservano di portare il gruppo via dalla Borsa (con gli 8 miliardi per la vendita di Autostrade) «mediante la fusione» di Atlantia in Schemaquarantatré, il veicolo creato per l’offerta.
Continua a leggereRiduci
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Cresce il pressing per farci usare i fondi Safe della Ue: un modo per vincolarci a Bruxelles e imporci gli interessi di Germania e Francia nel settore. La Meloni a Berlino: «L’Unione ora deve prendersi le sue responsabilità in tema di difesa e sicurezza».
La sinistra, che all’insaputa del Parlamento fece decollare i caccia per bombardare Belgrado, si indigna per l’uso delle basi italiane per attività tecno-logistiche da parte dell’aviazione degli Stati Uniti. Dal nostro Paese non sono partiti aerei carichi di missili da sganciare sull’Iran.
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
Continua a leggereRiduci
Il premier Meloni, per la sua prima uscita pubblica dopo lo scontro verbale con Trump, ha scelto l’evento del nostro quotidiano. La sua intervista rilanciata ovunque. È il successo di un format che ha saputo far dialogare politici e manager sulla sfide future.
Da tutti i telegiornali di serata fino ai principali quotidiani, ieri mattina la rassegna stampa nazionale si è concentrata in larga parte sulle notizie emerse dal «Giorno della Verità», che hanno occupato le aperture delle principali testate. Inevitabile quando si organizza un evento in grado di concentrare attorno al tavolo il mondo della politica, coinvolgendo governo e opposizione, delle istituzioni e delle imprese.
Dal premier Giorgia Meloni ai ministri, passando per il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte e gli imprenditori e manager di aziende che rappresentano i settori produttivi e strategici del Paese, la kermesse ideata dal nostro quotidiano (giunta alla terza edizione) ha messo sul piatto diversi spunti interessanti e più di una notizia di cui dar conto. Da Repubblica al Corriere della Sera, passando per Il Fatto Quotidiano alla Stampa, Il Sole 24 Ore, Libero, Il Giornale, Avvenire, fino al Secolo XIX e al Secolo d’Italia, praticamente tutte le aperture di ieri erano dedicate alle dichiarazioni rilasciate da Meloni durante l’intervista con il direttore Maurizio Belpietro, con logica attenzione rivolta allo stato di salute del rapporto tra il premier e Donald Trump.
Del resto, la visita del presidente del Consiglio all’Acquario romano, splendida cornice dove si è svolta la terza edizione del «Giorno della Verità», è stata la prima uscita pubblica dopo la deflagrazione del caso relativo all’ormai famosa telefonata in cui il presidente americano ha confidato al corrispondente di La7 per la Casa Bianca, Daniele Compatangelo, di essere stato implorato da Meloni per una foto e di aver provato pena per lei. Motivo per cui le dichiarazioni spontanee di ieri, seguite alle comunicazioni social a cui si era affidato il premier nei giorni scorsi, erano attesissime da tutta la stampa e non solo. Il riferimento più gettonato è stata la battuta su Temptation island, il reality show in onda su Canale 5. Colpita da Trump. Per Hormuz ci siamo ha titolato Repubblica, aggiungendo nel catenaccio che «la politica estera non è Temptation island». Il Fatto: Meloni su Trump: no a Temptation island. Il Corriere ha puntato su Meloni e gli Usa: i rapporti bilaterali non cambiano e sulla stoccata rivolta all’opposizione, definita «scarsissima». Frase quest’ultima ripresa anche dal Giornale che ha aperto con Meloni a Trump: politica non è Temptation island. Anche Avvenire ha dedicato spazio alla notizia: Meloni cerca di smorzare la tensione con Trump, ha titolato in prima pagina il quotidiano dei vescovi.
Più o meno sulla stessa linea anche gli altri giornali che hanno scelto di valorizzare i passaggi dell’intervento del presidente del Consiglio, soffermandosi soprattutto sul rapporto con Washington, sul ruolo dell’Italia nella crisi mediorientale e sul botta e risposta con il campo largo. A registrare quanto accaduto all’Acquario romano sono stati anche i principali telegiornali della sera che hanno dedicato servizi e approfondimenti alle dichiarazioni del premier, rilanciando i passaggi più significativi dell’intervista condotta da Belpietro. Un’attenzione che ha trovato conferma anche nei siti di informazione e nelle agenzie di stampa, che per tutta la giornata hanno battuto e aggiornato le notizie emerse dai diversi panel. Una vera e propria vetrina sul mondo. Segno di come le parole pronunciate sul palco del «Giorno della Verità» abbiano finito per generare una eco mediatica notevole e orientare il dibattito politico della giornata, conquistando spazio ben oltre i confini dell’evento stesso.
Se la presenza del presidente del Consiglio ha inevitabilmente catalizzato l’attenzione mediatica, altrettanto rilevanti sono stati i contributi arrivati dai rappresentanti delle istituzioni; dall’opposizione, rappresentata in questo caso da Conte; dalle imprese e dalle principali realtà produttive italiane, che hanno portato sul palco analisi, proposte e prospettive sui dossier destinati a incidere sul futuro dell’Italia. Per quanto riguarda i ministri, il titolare degli Esteri Antonio Tajani ha parlato delle crepe in seno all’Unione europea, dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente; il collega dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dato notizie in merito al deficit e smentito possibilità di elezioni anticipate; mentre Guido Crosetto ha svelato quelle che sono le vere spese per la Difesa. Sul tema lavoro, Marina Calderone ha confermato che la priorità del governo sono gli stipendi; il titolare dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha fatto il punto sugli investimenti nei campi italiani e Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di «strada spianata verso il nucleare». Sul fronte dell’opposizione Conte ha archiviato il Superbonus, ribadito che la patrimoniale non si può fare e «ignorato» Matteo Renzi dicendo che negli ultimi mesi gli esponenti del campo largo si sono incontrati diverse volte senza coinvolgere il leader di Italia viva.
Insomma, gli argomenti notiziabili non sono mancati, così come non non sono mancati gli spunti emersi dai panel dedicati al mondo produttivo che hanno restituito un quadro altrettanto denso, in cui imprese e manager hanno riportato al centro le condizioni concrete della competitività italiana. Il tema dominante è rimasto quello della sicurezza energetica, letta come fattore decisivo per la tenuta del sistema industriale in una fase di instabilità internazionale. Dalla gestione degli choc dei prezzi alla necessità di investimenti strutturali, fino all’accelerazione su innovazione e tecnologie, è emersa l’idea di un sistema chiamato a reagire in tempi rapidi.
Più che una somma di tavoli paralleli, ne è uscita la fotografia di un confronto unico, in cui politica ed economia si sono intrecciate sugli stessi nodi: energia, infrastrutture, lavoro e innovazione. Ed è proprio in questa sovrapposizione di piani che l’evento ha trovato la sua cifra. Tutti i video dei singoli interventi e dei panel del «Giorno della Verità» sono disponibili sul sito www.laverita.info, e accessibili anche inquadrando il Qr code presente in questa pagina.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Qatar e Arabia Saudita al lavoro per una distensione fra Teheran e monarchie arabe.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran proseguono, ma il percorso verso un accordo definitivo resta molto fragile. Washington punta a ottenere garanzie sul dossier nucleare e sulla sicurezza regionale, mentre Teheran sembra voler allargare il tavolo a una discussione più ampia sugli equilibri del Medio Oriente.
In questa cornice si inserisce il colloquio telefonico tra il premier pakistano Shehbaz Sharif e lo sceicco del Qatar, durante il quale i due leader hanno discusso degli sviluppi seguiti alla firma del Memorandum d’intesa di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Entrambi hanno espresso soddisfazione per il primo round tecnico di Burgenstock, in Svizzera, sottolineando la necessità di proseguire il dialogo.
Insieme ai colloqui tra Washington e Teheran, si moltiplicano le iniziative regionali. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in Oman per preparare incontri tra Iran, Stati del Golfo e Iraq sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Anche l’Arabia Saudita starebbe lavorando a un vertice per favorire una riconciliazione tra Teheran e le monarchie arabe. La questione è particolarmente sensibile per Doha. Il Qatar ha chiarito che si opporrà a qualsiasi tentativo iraniano di imporre tariffe sul traffico nello Stretto. Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani ha spiegato al Financial Times che per l’emirato quella rotta rappresenta l’unico corridoio marittimo e quindi un’infrastruttura vitale per la sua economia.
Sul punto è intervenuto anche Donald Trump, sostenendo che l’Iran avrebbe assicurato agli Stati Uniti di non voler applicare tasse alle navi in transito. Il presidente americano ha però avvertito che un passo contrario potrebbe far saltare l’intero processo negoziale. Il nodo più difficile resta il programma nucleare. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica avranno accesso agli impianti iraniani. Il tycoon ha affermato che Teheran avrebbe accettato le verifiche. Da parte iraniana, però, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato. Secondo il diplomatico, non esiste alcun piano immediato per consentire l’accesso ai siti nucleari colpiti dagli attacchi statunitensi né ai materiali custoditi nelle strutture sensibili. La questione «potrà essere affrontata solo in un accordo finale e dopo la revoca completa delle sanzioni», ha concluso.
Teheran continua a presentare l’intesa di Islamabad come una vittoria. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, l’ha definita una «sconfitta dell’America», sostenendo che il risultato sia stato ottenuto grazie alla resistenza della Repubblica islamica. Ghalibaf ha ribadito che il ritiro delle forze straniere dal Medio Oriente resta un obiettivo strategico iraniano. Nella stessa logica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha discusso gli sviluppi regionali con Basem Naeem,, esponente dell’ufficio politico di Hamas. Anche se il Memorandum non cita Gaza, Hamas lo ha accolto favorevolmente e Teheran ha confermato il proprio sostegno al gruppo jihadista.
Anche il fronte libanese entra nel quadro diplomatico. Dopo oltre otto ore si è chiusa a Washington, senza dichiarazione congiunta, la prima giornata del quinto round di colloqui diretti tra Israele e Libano. Le trattative proseguiranno tra Pentagono e Dipartimento di Stato, con sessioni dedicate alla sicurezza e agli aspetti politici. Secondo il Times of Israel, gli Stati Uniti puntano a un ritiro parziale delle forze israeliane dal Libano meridionale, sostituite dall’esercito libanese ed in tal senso il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che «l’unica ragione della presenza delle forze israeliane in Libano è l’attività di Hezbollah e il lancio di razzi contro Israele». Benjamin Netanyahu ha invece dichiarato che le forze israeliane resteranno nella zona di sicurezza del Libano meridionale finché sarà alla guida del governo. Il premier ha inoltre sostenuto che «Israele sarà il primo Paese a risolvere la minaccia dei droni esplosivi».
Continua a leggereRiduci













