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Un tempo destinato ai più poveri, oggi è ricercato per le sue proprietà nutrizionali. Che sia di maiale o di vitello (dal gusto più delicato), attenzione a non cuocerlo troppo.
È, il fegato, la parte del quinto quarto che più probabilmente ha mangiato chi non mangia le frattaglie e inorridisce di fronte a zampetti, code e organi interni.
Si chiamano frattaglie o quinto quarto, infatti, macellati gli animali in due quarti contenenti tutte le parti più «eleganti», le parti residuali e gli organi interni degli animali macellati che non sono muscolo o osso, come orecchie e parti finali delle zampe e poi interiora come l’animella, il cervello, la lingua, il cuore, il polmone, il fegato, la milza, il rognone, la trippa. Si mangiano queste parti residuali di animali da allevamento, grandi e piccoli, quindi di bovini, suini, conigli, polli, oche (le interiora dei volatili si chiamano anche frattaglie), ma si mangiano anche del pesce, riscuote grande successo presso gli chef la trippa di mare e si sta lavorando tanto anche su pelli, lische e teste. Il fegato è poi la parte del quinto quarto che più «funziona» come se fosse una parte degli altri quarti, essendo anch’esso un bel tocco di carne. Chiunque ha in memoria quel «pònf» che fa risuonare il pezzo di carne messo sul banco dal macellaio per affettarlo al coltello. Anche col fegato funziona così. Come se fosse un girello, il fegato di maiale o di vitello è perfettamente affettabile in fettine e in tale forma consumato. «I tagli più freschi che ho… Vediamo… Cosa preferisce, signora? Delle belle fettine di vitella oppure di fegato?». Così direbbe un macellaio.
La freschezza nel fegato e, in generale nelle frattaglie, è fondamentale. Proprio in virtù del fatto che non erano conservabili a lungo, prima dell’avvento dei frigoriferi, al macello le frattaglie erano date a chi ci lavorava come parte della paga o addirittura venivano regalate perché erano fuori dal circuito commerciale normale precisamente a causa della loro veloce deperibilità rispetto alle altre parti dell’animale, i due quarti verticali dell’animale macellato che poi, divisi ulteriormente in due, diventavano i quattro quarti.
Riassumendo: gli abbienti mangiavano i quattro quarti, i poveri il quinto. All’interno del variegato mondo del quinto quarto, il fegato è molto gettonato anche per la presenza di particolari proteine nobili. Facciamo una premessa su queste ultime. Come spiega l’Iss, l’Istituto superiore di sanità, le proteine di origine animale contengono tutti gli aminoacidi essenziali, per cui sono chiamate proteine nobili. Sono ricche di vitamina B (in particolare B12), ferro e zinco ad elevata biodisponibilità. Sono contenute in carne, prodotti ittici, uova, latte e derivati come i formaggi. Le proteine di origine vegetale sono meno complete delle proteine di origine animale perché non contengono tutti gli aminoacidi essenziali (anche se la loro combinazione con alcuni alimenti di origine vegetale, per esempio legumi e cereali, compensa questa carenza migliorando la qualità delle proteine di entrambi i prodotti). Le proteine di origine vegetale, inoltre, contengono molecole con attività anti-nutrizionali, come tannini e fitati che possono legare micronutrienti, per esempio zinco e ferro, rendendoli meno disponibili, o di natura proteica, per esempio lectine e faseolamina, che possono ridurre l’assorbimento di alcuni nutrienti, ad esempio l’amido. Tuttavia, trattamenti come l’ammollo e la cottura sono in grado di inattivare tali sostanze. Le proteine vegetali sono meno digeribili e, di conseguenza, meno biodisponibili, di quelle animali. Per questo motivo, in caso di dieta vegetariana o vegana, potrebbe essere opportuno aumentare del 5-10% il quantitativo di proteine vegetali assunte quotidianamente. Inoltre, nelle proteine vegetali mancano elementi presenti nelle proteine animali come, per esempio, il ferro eme: il ferro dei vegetali, che si chiama ferro non eme, è meno disponibile. Insomma, dal punto di vista nutrizionale non c’è dubbio che la dieta corretta contenga anche carne, proprio in funzione delle sue proteine nobili. Il fegato, in particolare, contiene nucleoproteine. Sono proteine associate agli acidi nucleici (Dna o Rna) che svolgono funzioni cruciali all’interno delle cellule: supportano il sistema immunitario in caso di forte stress psicofisico, di malnutrizione e di debilitazione, riparano il materiale genetico, allungano la vita delle cellule e sostengono il metabolismo osseo. Diversamente da altre frattaglie, il fegato è molto digeribile, poiché ha pochi grassi, diversamente da, per esempio, la frattaglia cervello, e non presenta tessuto connettivo impegnativo per lo stomaco come per esempio è, invece, per la trippa. A causa delle nucleoproteine contenute nel fegato (e anche in altre frattaglie come il cervello, così come nei crostacei), deve fare attenzione e moderarne il consumo chi soffre di gotta oppure di alti livelli di acido urico e calcoli renali. Questo perché durante la digestione le nucleoproteine sviluppano quantità di purine e acido urico che non vanno bene per chi presenta una sensibilità. Si sconsiglia il fegato anche a chi soffre di ipercolesterolemia, perché sebbene presenti nel complesso pochi grassi, contiene molto colesterolo, diverso a seconda dell’animale, ma comunque molto. Il fegato di vitello ne può contenere da 190 a 330 mg ogni 100 g. Il fegato di maiale un po’ meno, da 200 a circa 260. Va detto che il colesterolo alimentare non alza direttamente il colesterolo nel sangue quanto invece fanno i grassi saturi, tuttavia chi soffre di ipercolesterolemia deve assolutamente limitare anche i cibi con alto colesterolo.
Si mangia il fegato di tanti animali allevati, ma in particolar modo si consuma il fegato di bovino e il fegato di maiale. La nostra tradizione vanta piatti che celebrano questa frattaglia, svetta su tutti - anche per la sua bontà - il fegato alla veneziana. Il fegato di vitello e quello di maiale non differiscono moltissimo: quello di vitello ha un po’ più di fosforo (333 mg contro i 272 di quello di maiale). Ha molta più vitamina A, circa 6 microgrammi contro i 2 del fegato di maiale. Ma ha molto meno ferro, la metà, perché ne presenta 8,5 mg contro i 18 del fegato di maiale. In entrambi i casi, è perfetto per evitare o contrastare l’anemia. Per ambedue i tipi di fegato vale che su 100 g di carne, che sono edibili al 100%, abbiamo 70 g di acqua, circa 20 di proteine, circa 5 di grassi, intorno al grammo di carboidrati e poche calorie: intorno alle 130. Poi abbiamo sui 10 mg di calcio, mezzo milligrammo di vitamina B1, circa 2 mg di vitamina B2, circa 12 di vitamina B3. Le vitamine del gruppo B sono essenziali innanzitutto per il buon funzionamento del sistema nervoso. Contiene poi molta vitamina A, fondamentale per vista e pelle. Vero e proprio superfood, concentrato di vitamine e minerali spesso superiore a quella della carne muscolare, il fegato andrebbe mangiato una volta a settimana, in porzione da 80 a 120 g. A scelta, tra vitello e maiale, anche in virtù del sapore: il fegato di vitello ha un sapore più delicato rispetto a quello di maiale. Un trucchetto di cottura: non sovracuocetelo, lo rovinereste. Una girata e una voltata, fiamma alta, tempo «basso» cioè poco, meno possibile perché la carne resti morbida all’interno e non diventi stoppacciosa o, peggio, una suola di scarpa, cuocendo oltre il necessario.
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Anna Ammirati durante il photocall in occasione della presentazione del nuovo film diretto da Gabriele Salvatores, «Napoli - New York» (Ansa)
L’attrice: «Con Giulio Bosetti portai a teatro un testo di Buzzati: lui veniva a vedermi sul set di “Monella” e questo a Tinto non piaceva. Non amo la guerra tra sessi, oggi ci si difende troppo e ci si ascolta poco».
Anna Ammirati, bella e profonda. Conversando con lei si sprigionano l’anima emotiva e sanguigna che la stringe alla sua città, Napoli, dove è cresciuta, e quella legata a Roma, dove vive e in cui, con determinazione, è diventata ottima attrice di cinema, teatro e fiction televisive impegnate. Nel 2024 ha partecipato al pluripremiato film di Gabriele Salvatores Napoli-New York.
Anna, sei nata il giorno di Capodanno, un giorno estremo…
«Sì, proprio il primo gennaio, di pomeriggio».
Com’eri da bambina?
«Ero estroversa, gioiosa, inclusiva. Regalavo i miei giocattoli agli altri. Ho bellissimi ricordi».
Mamma e papà avevano a che fare col mondo dello spettacolo?
«No, io sono una borghese acquisita, sono figlia della working class. I miei non c’entravano con lo spettacolo. Il lavoro che faccio l’ho desiderato fin da piccola. Dopo il liceo ho sempre detto “andrò a Roma per fare l’attrice” e così è stato».
Hai esordito a teatro a 8 anni…
«Mia madre aveva intuito molto presto questa mia passione e mi avvicinò al teatro facendomi partecipare a compagnie amatoriali che rappresentavano opere di Eduardo De Filippo».
Studi liceali, accademia di teatro, perfezionamento alla Biennale di Venezia… Determinata.
«Credo che questo lavoro sia fatto soprattutto di studio e disciplina. Ad esempio, ora che sto aspettando la partenza di un progetto di teatro a settembre, studio molto le poesie, un esercizio di memoria, perché non è semplice memorizzare un copione se non ti alleni continuamente».
Titolo di questo spettacolo?
«Quarant’anni e non li dimostra, scritto da Titina e Peppino De Filippo. Il “quarant’anni e non li dimostra” è il mio personaggio, una donna che ha sempre vissuto accanto al padre dedicandosi sempre alla famiglia e agli altri. A 40 anni scopre improvvisamente di esistere come donna e quindi anche con la possibilità dell’amore…».
Il tuo primo film. Protagonista di Monella di Tinto Brass, del 1998.
«Un mio amico dell’accademia una mattina portò una foto mia con sé perché il regista cercava la protagonista ma anche il suo fidanzato. Andò da Tinto o da un suo aiuto e come a volte succede lui non fu scelto ma fui scelta io perché cercava una “Lolita”. Monella, storia scritta da Barbara Alberti e da Brass, è la trasposizione di Lolita, una ragazza giovane, spontanea, vitale, più scugnizza che provocatrice».
Lolita, il romanzo di Nabokov…
«Esattamente. L’esperienza fu bellissima, Brass è un grande regista. Ha attraversato varie fasi, quella blu, quella rossa, quella bianca, la fase politica, quella erotica…».
Ricordiamo un suo stupendo e surreale film del 1964, con Alberto Sordi, Il disco volante, sempre attuale.
«Certo. E La vacanza (1971, ndr) con la Redgrave e Franco Nero…».
Tra i molti film in cui hai partecipato, E dopo cadde la neve, di Donatella Baglivo, del 2005, sul terremoto dell’Irpinia del 1980. All’epoca avevi meno di due anni...
«Non so perché ma ho un preciso ricordo di quel terremoto. Mi ricordo che stavo mangiando le “patate di zucchero”, sai quelle americane, che mi piacciono da morire. Ricordo che mia madre mi stava imboccando e disse “andiamo”. Io piangevo sulle scale perché volevo finirle, un ricordo che, nonostante fossi piccolissima, mi è sempre rimasto. Ho un ricordo proprio della scossa e dovemmo scappare. Donatella Baglivo, che è una documentarista, ha voluto raccontare quel fatto attraverso immagini vere e ricostruzioni di fiction».
In L’amore buio, del 2010, regia di Antonio Capuano, fai la parte dell’analista di Irene, una ragazza violentata da suoi coetanei.
«Volevo lavorare con Antonio Capuano da sempre, l’ho proprio inseguito. Poi qualcuno mi disse “Antonio sta preparando un film”. In quel periodo mi trovavo a Napoli e lo incontrai a piazza del Gesù. Gli dissi “stai preparando un film? Mi avevi promesso che mi avresti chiamata e non me lo dici?”. Lui mi guardò e mi propose un ruolo quasi come fosse uno scambio di contrabbando, “teng’ na’ psicologa, a vuo’ fa’?”. Dissi sì. Il film si divideva come si divide Napoli, la parte alta e la parte bassa. Io ero la psicologa di questa ragazzina di Posillipo che praticamente è un’altra città, i quartieri sulla collina, con queste ville sul mare, mentre la Napoli del centro storico, dei Quartieri Spagnoli, è quella che pulsa, diciamo popolare, anche se vivere oggi nel centro storico di Napoli non se lo possono permettere tutti. Non so se si sente, sta uscendo il mio caffè…».
In effetti un po’ si sente, peccato non arrivi il profumo…
«Questa ragazzina viene violentata da un gruppo di minorenni, ma poi si innamora del suo aguzzino, un ragazzino di 17 anni che le scrive lettere dal carcere. Nasce una storia d’amore assurda, particolare. Credo che Capuano volesse raccontare la forza dell’amore che riesce a superare anche una cosa così drammatica. L’amore è l’atto più rivoluzionario di questa terra. Puoi pure essere Elon Musk ma quando arriva ti stende. Non te lo puoi comprare, non lo puoi inventare, non puoi decidere quando arriva e non c’è niente che possa fermare una cosa così enorme, anche quando arriva tra due adulti che magari non sono liberi e quell’amore diventa struggente e doloroso. È come arrivasse uno tsunami, mi viene da dire che l’amore non guarda in faccia nessuno. Penso che oggi avere qualcuno che ti vuole veramente bene sia l’unica forma di salvezza».
Sei credente?
«Sono credente, sì, molto credente, sono cristiana, quando posso vado in chiesa, credo in Dio e in Gesù Cristo».
Da quanto tempo vivi a Roma?
«Da 28 anni ma torno spesso a Napoli, lì ci sono i miei genitori. Sono nata a Castellammare di Stabia in clinica, ma sono cresciuta a Napoli».
Come la vedi questa stupenda città che è Napoli?
«Negli ultimi anni ha ritrovato un’energia, una centralità culturale, anche un orgoglio nuovo, un turismo che fa paura, più curiosità verso la sua identità ma, accanto alla bellezza enorme e alla creatività, ci sono ancora fragilità sociali molto forti e forse è proprio questo che continua a renderla così viva e difficile da raccontare davvero. Cambia continuamente ma resta sempre la stessa, ti seduce e ti ferisce».
Roma, invece, come la descrivi?
«È un po’ strega. Quando ci sono me ne vorrei andare e quando non ci sono mi manca da morire. Per me è stata il luogo della trasformazione. Sono arrivata qua a 18 anni. Qui sono diventata una donna, qui è nata mia figlia, a Napoli ci sono le radici, l’istinto, l’infanzia, la parte più emotiva di me. A Roma ho imparato la resistenza. Non ti regala niente subito, ti mette alla prova, ti costringe ad avere molta pazienza, ti obbliga a una disciplina enorme, ti costringe anche alla capacità di stare nella solitudine, ma allo stesso tempo ti dà una libertà enorme perché dentro Roma convivono mondi completamente diversi, politica, spiritualità, borghesia, periferie, ma non ti costringe a diventare romano, ti insegna ad affrontare la complessità e anche a stare dentro la storia».
Vuoi dirci della tua situazione sentimentale attuale?
«Ho una figlia di 23 anni, Sara, si sta laureando in storia dell’arte a Venezia, vive e studia là e per questo frequento tantissimo Venezia. È molto colta, mi insegna anche cose che non so… In questo momento ho un compagno e sono molto innamorata».
Nel docu-drama Rai del 2017, Paolo Borsellino. Adesso tocca a me, hai interpretato Agnese Borsellino, la moglie del giudice. Cosa ti ha dato questa esperienza?
«Sono entrata nella parte di una donna realmente esistita, già questo per me era una responsabilità enorme, entrare nella vita di una donna che ha attraversato il dolore con una dignità impressionante. Viveva quotidianamente la paura, l’attesa, il peso di quella situazione. Per me non era importante imitare Agnese Borsellino ma restituirle la sua umanità, soprattutto la sua forza silenziosa. Sul copione appuntai che non cercava la scena, il protagonismo. Immaginai cosa significa amare qualcuno con la costante paura di perderlo. Ho cercato di raccontare non solo il suo dolore dopo la strage ma anche la sua quotidianità, fumava tantissimo, lui le faceva gli scherzi telefonici. Camminavo per Palermo nelle strade che lei frequentava, facevo la spesa nei negozi dove andava lei…».
Il tuo primo lavoro in teatro. Protagonista di Un amore di Dino Buzzati, regia di Giulio Bosetti, del 1998.
«L’incontro con Giulio Bosetti è stato una grande scuola. Eleganza particolare, è stato uno dei grandi del nostro teatro. La scrittura di Dino Buzzati, c’è sempre dentro un’inquietudine, un mistero, un’attesa. Tra l’altro questa rappresentazione la feci subito dopo il film di Brass. Antonio Salines, che è stato un grande attore, faceva un personaggio in Monella. Disse a Bosetti: “La ragazza protagonista potrebbe essere la tua Laide”. Ricordo che a Tinto non fece piacere che Bosetti - mi portò il romanzo di Buzzati, storia di un amore completamente sbilanciato che per lui diventa ossessione, molto attuale - venisse sul set per conoscere la sua attrice. Questo non l’ho mai raccontato a nessuno».
Gli uomini di oggi appaiono un po’ fragili.
«Penso che ci si difenda molto e ci si ascolti poco. Non amo la guerra tra i sessi. Uomini e donne devono trovare un dialogo meno ideologico, meno basato sul potere. Credo che gli uomini che oggi sanno mostrarsi umani abbiano molto più fascino. Questi sono gli uomini che mi interessano. L’autenticità richiede molto più coraggio. E questo vale anche per le donne. Tutti abbiamo bisogno delle stesse cose, essere compresi, amati, rispettati e sentirci visti, porca miseria».
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Ansa
Le assistenti escono da facoltà intossicate dai «gender studies» e giudicano inadatto a fare il genitore chi considerano «omofobo». È successo a Bibbiano e viene da chiedersi se non stia succedendo anche con i bimbi del bosco. I cui genitori sono definiti «rigidi».
Dietro le quinte c’è il regista, qualcuno che non si vede e che invece sta conducendo il gioco. È un motto che si usa tutte le volte che il vero regista di un evento è nascosto. La lobby gay esiste. Nel 1982, a Vico Equense, si tenne un congresso, destinato a cambiare per sempre il volto del dibattito pubblico italiano.
Angelo Pezzana vi fondò quello che sarebbe diventato il movimento Lgbt italiano, gettando le basi dell’ArciGay e chiarendo senza ambiguità alcuna che le persone con comportamento omoerotico sarebbero diventate una lobby politica. Ha usato lui stesso questa parola: lobby. Il termine lobby compare nella sua intervista al giornale La Stampa, intitolata «I gay mettono la cravatta». Il termine «lobby» compare nero su bianco in uno dei testi fondativi di questa strategia politica: After the Ball, scritto da Marshall Kirk, psicologo, e Hunter Madsen, esperto di marketing. Un manuale in cui i due autori spiegavano, con precisione metodica e fredda lucidità, come trasformare la cosiddetta «omosessualità» – termine scientificamente privo di senso – da comportamento semplicemente tollerato a pratica non solo accettata ma addirittura beatificata, con la beatificazione imposta e infine blindata attraverso la punizione spietata dei dissidenti. Il tasso enormemente più alto di Aids nel loro gruppo doveva essere usato per scatenare il vittimismo, invece che essere quello che era: la conseguenza di un comportamento biologicamente disfunzionale per eccesso di promiscuità e uso di un organo improprio.
Il comportamento omoerotico, questo è il termine corretto, moltiplica secondo alcune statistiche fino a 100 volte il rischio di malattie sessualmente trasmissibili (Aids, sifilide ecc...), moltiplica in maniera esponenziale le patologie anorettali, aumenta le patologie infiammatorie intestinali (Gay Bowel Syndrome) con conseguente aumento di rischio di Alzheimer, moltiplica il rischio di malattie a trasmissione orofecale (es. epatite A). Il cristianesimo condanna questa pratica, dichiarata uno dei peccati che grida vendetta a Dio. La lobby gay ha lo scopo di imbavagliare sia il dissenso sia qualsiasi critica a uno stile di vita che è un comportamento senza nulla di genetico – altra informazione sotto censura – e che come è stato appreso può essere disappreso, come testimoniano gli ex gay, anche loro sotto censura.
La lobby, poche centinaia di persone non elette da nessuno, che hanno infiltrato scuola, chiesa, politica e soprattutto università, in particolare le facoltà di psicologia e scienze sociali, quella da cui escono psicologi e assistenti sociali che decidono se i bambini della famiglia del bosco e innumerevoli altre, spesso cattoliche con i figli in educazione parentale, possono esistere o devono essere annientate e smembrate. L’obiettivo dichiarato della lobby gay è diffondere come dogma la menzogna che lo stile di vita omoerotico sia geneticamente determinato e irreversibile (per cui criticarlo è equiparato al razzismo), sia sano (per cui criticarlo è insensato), sia bello e interessante (per cui criticarlo è stupido), e che chiunque lo critichi debba essere azzittito. Non lo dico io: lo hanno scritto loro.
In Italia in questo momento l’omofobia è un «fattore considerato negativo e dannoso per lo sviluppo psicologico del minore». Peccato che considerare il rapporto tra due uomini un peccato sia un obbligo per un cristiano, considerarlo un problema sia un obbligo per un medico onesto e sano di mente. In teoria «la rimozione del figlio non dovrebbe avvenire per la sola espressione di convinzioni omofobe», cinguettano le linee guida dei nostri servizi, ma a Bibbiano abbiamo visto che questa linea è già stata superata. Anche se il Ddl Zan fortunatamente non è passato, la lobby continua a controllare scuola, università, servizi, e codice stradale. Censura dei manifesti che non piacciono alla lobby. Indottrinamento nelle scuole e punizione per chi cerca di sottrarsi, per esempio con la scuola parentale.
Il caso di Bibbiano ha svelato meccanismi agghiaccianti. L’assistente sociale Federica Anghinolfi aveva candidamente comunicato a un padre, e per rispetto alla sua privacy non ne faccio il nome, che gli avrebbero tolto i figli perché lo riteneva «omofobo». Per fortuna quell’uomo aveva l’abitudine di portare sempre con sé un registratore. Registrando tutto, è riuscito a salvare la sua paternità. Ora il dubbio si affaccia sulla famiglia del bosco. Nella relazione depositata agli atti di quel procedimento, due aggettivi ricorrono in modo ossessivo: inadeguato e rigido.
Partiamo da «inadeguato». Inadeguato rispetto a cosa? A quale parametro? Nel Terzo Reich erano considerati «inadeguati» come genitori coloro che si rifiutavano di mandare i figli nelle Hitlerjugend, e per questo perdevano la patria potestà. Sotto Stalin i figli dei dissidenti erano incarcerati in orfanatrofi di Stato. Gli assistenti sociali, i giudici e gli psicologi che scrivono la parola «inadeguato» a quale standard si riferiscono? Poi c’è «rigido». Nessuno toglierebbe i figli a un genitore perché insegna in maniera rigida al proprio bambino che non si mettono le dita nella presa. Le regole morali devono essere altrettanto rigide. «Non rubare» è «non rubare». «Non uccidere» è «non uccidere». «Non commettere atti impuri» anche. Tornando alla famiglia del bosco: la parola «rigido», ripetuta in continuazione nella relazione dei servizi sociali, è frutto del caso? La parola rigido (su cosa?) e la parola inadeguato (a che?) sono talmente assurde per giustificare il rendere brutalmente orfani figli di genitori vivi, che l’unica ipotesi che ci fanno venire in mente è che il tema nascosto, il convitato di pietra, siano le tematiche Lgbt. Bibbiano docet.
Ho ascoltato la disperazione di altri genitori resi orfani dei loro figli: lo schema era molto simile alla famiglia del bosco: famiglie cattoliche, con madre che sta vicino ai figli e scuola parentale. Quest’ultima (come il non vaccinare i figli) è diritto garantito dalla Costituzione. Ma ai nostri servivi sociali non piacciono, e allora si interviene levando i figli. È sempre molto forte il sospetto che chiunque eviti le scuole di Stato stia sottraendo i figli alla propaganda gender. Il Ddl Zan non è passato, ma la lobby gay infiltra la chiesa, i servizi sociali e la scuola, dove gli insegnanti sono costretti ad assurdi corsi di aggiornamento sulle tematiche Lgbt, ovviamente le facoltà di psicologia e quelle di scienze sociali, dove le tematiche Lgbt e i gender studies sono spacciati per roba che abbia un qualche senso. È evidente che la sottrazione dei bambini del bosco non abbia alcuna giustificazione, che era già decisa dal primo istante. Non permettere a una bambina con una crisi di dispnea la presenza della madre è un gesto che come medico e come madre non esito a definire feroce. Una ferocia di questo genere non nasce solo dalla sete di denaro che i bambini deportati forniscono: deve avere alle spalle un’ideologia. È evidente che c’è un convitato di pietra. Questo caso è uno spartiacque, quello che permetterà di sottoporre a interrogatorio le mamme e i papà: «Cosa pensa del movimento Lgbt?», «Se suo figlio si dichiarasse transgender, lo farebbe operare?», «Ha qualcosa in contrario al fatto che un adulto maschio travestito da drag queen tenga in braccio sua figlia in una scuola mentre legge una fiaba?». La risposta a queste domande, se giudicata «rigida», determinerà l’inadeguatezza genitoriale, come già avviene in alcuni Stati esteri. Non approvare chi ruba, uccide, mente e commette atti impuri fa anche parte della Legge, la Legge di Mosè, Legge di cui Cristo non ha cambiato nemmeno uno iota. Cristo si è dichiarato figlio del Padre, il Padre è il Signore degli Eserciti e Colui che ha distrutto Sodoma. L’etica non prevede eccezioni, non ammette gradazioni, non si negozia in base alle circostanze. La morale non è un elastico: o è solida, rigida, o è una burla.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti analizziamo il caso Giuli e le difficoltà del centrodestra.







