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2020-09-12
Arrivano i banchi a rotelle Ma il sindaco del Padovano vuole rispedirli a Invitalia
Ansa
I primi banchi a rotelle sono stati consegnati e sarebbero una vergogna. Marco Schiesaro, sindaco di Cadoneghe, nel Padovano, due giorni fa ha pubblicato su Facebook un video sull'arrivo degli arredi scolastici tanto apprezzati dal ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina. «Mentre le scuole cadono a pezzi, guardate per cosa vengono spesi decine di milioni di euro dei cittadini», titolava il breve filmato, che mostra come sono i banchi ai quali siederanno i nostri ragazzi.
Schiesaro assicura che «li farà rispedire al mittente». Nel video si vedono piccoli banchi di plastica, con rotelline che sembrano incapaci di garantire stabilità e resistenza nel tempo, mentre vengono scaricati da due Tir davanti alla scuola media Don Milani di Cadoneghe. «Se non fosse stata la polizia municipale a segnalarmi l'arrivo dei camion “con le sedie dell'Azzolina", quei banchi sarebbero finiti all'interno dell'istituto senza che potessi vederli», racconta il sindaco, in disaccordo fin dal primo momento con la scelta del dirigente scolastico, Giovanni Petrina, «di far acquistare banchi a rotelle solo per compiacere il ministro». Dagli scatoloni, leggerissimi, Schiesaro ha visto uscire 165 oggetti di plastica componibili. «Seduta bassa, non regolabile e destinati a rompersi con grandissima facilità», annota il sindaco. Chiediamo al sindaco se non ci sia un errore, forse quei banchi erano per una materna o una primaria. «Macché, sono tutti per gli studenti della seconda media», esclama Schiesaro. «Mi chiedo come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male?». Guardando le immagini caricate sui social e pervenute in redazione, balza all'occhio un altro difetto di questi banchi di «nuova generazione». Il tavolino incorporato è microscopico, inutile. Potrà servire per poggiarvi due penne e un quadernetto, nulla più. Ma alle medie i libri in classe sono necessari, a questo il ministro Azzolina non deve aver pensato. E se si è mancini? Nulla da fare, l'utilizzo del piano d'appoggio è previsto solo per i destrorsi, gli altri si arrangino.
Sotto la seduta c'è un vano presumibilmente portaoggetti, circolare e microforato. I banchi sembrano leggerissimi, eterei, anche se consentiranno facili e veloci spostamenti nelle aule come auspica la responsabile del Miur, in modo da mantenere le distanze gli uni dagli altri. «Da quando ho pubblicato il video i genitori mi tempestano di telefonate», assicura Marco Schiesaro. «Chiedono: “Sindaco, ma mia figlia dovrà sedersi là?" Quando rispondo che sarà così, per tutto l'anno scolastico, mi rispondono che allora terranno i ragazzi a casa». È un mistero quanto siano costati questi arredi, il primo cittadino di Cadoneghe afferma di ignorarlo dal momento che si tratta di una fornitura gratuita predisposta dal ministero. «Fossero stati pagati anche solo 120 euro l'uno, metà del prezzo stabilito nell'appalto nazionale, si tratta comunque di 20.000 euro buttati. Non servono e per di più sono pericolosi», osserva il sindaco leghista». Mistero anche sulla provenienza, «gli autisti non hanno potuto dirmi da dove proveniva il carico», racconta esterrefatto. «Non c'era una bolla di consegna, nemmeno una scheda tecnica dei prodotti. Nessuna marcatura di conformità». Il ministero dell'Istruzione permette che vengano effettuate forniture non certificate in una scuola? E se ci saranno contestazioni sui banchi, se qualche studente cadrà da quelle ridicole rotelle, chi ne risponderà?
Il sindaco racconta alla Verità di essere poi riuscito a scoprire da dove arriva la merce, ovvero dalla Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza. Azienda fondata da Alfredo Stella nel 1937 e oggi diretta da Alberto Stella assieme ai figli Massimo e Matteo, sul sito dichiara di fornire soprattutto uffici, residence e hotel e di essere tra le realtà italiane più importanti del settore. «Non devono essere loro i produttori delle sedute a rotelle. Mi hanno detto che forse arrivano dall'outlet aziendale o da fallimenti», ipotizza il sindaco. Aggiunge: «Quindi grazie al bando di Arcuri ci sono aziende che forniscono banchi senza fabbricarli, trovando sul mercato i pezzi più convenienti che poi finiscono nelle nostre scuole. Per i nostri studenti».
Smentisce queste «illazioni» il responsabile commerciale della Estel, che dopo diverse telefonate ha finalmente risposto alla Verità. «Nessun mistero, quei banchi arrivano da pochi chilometri di distanza da Cadoneghe, dalla nostra azienda di Thiene che ha partecipato alla gara europea», precisa Massimo Stella. Il figlio del titolare garantisce la qualità degli arredi che stanno realizzando, «tutti italiani, stampati nel Nord Est, abbiamo destinato 10.000 metri quadrati solo per l'assemblaggio di questi banchi innovativi, ci stanno lavorando quasi duemila persone tra operai e indotto». Stella definisce «ottima» la performance dei 200.000 banchi a rotelle che si è impegnato a fornire e che ha «già distribuito per il 12% nelle scuole». Le bolle di consegna dichiara che sono intestate a Invitalia, i banchi «costano molto di più dei 120 euro ipotizzati dal sindaco» e sarebbero molto comodi: «Mio figlio che frequenta la seconda media a Thiene già li ha in classe e si trova benissimo». Il sindaco di Cadoneghe promette: «Lunedì chiederò di rispedire i banchi al mittente, perché certe scelte fatte per accontentare il governo vanno condivise con gli amministratori locali».
Oggi scatta l’obbligo di trasparenza Bisogna pubblicare tutti i contratti
Oggi dovrebbe essere il grande giorno. Se è vero, come aveva dichiarato il commissario Domenico Arcuri, che i contratti con le aziende fornitrici di banchi a rotelle sono stati sottoscritti entro il 12 agosto; e se è vero che, come da lui precisato in una missiva al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati «pubblicati sul sito del commissario nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione», allora da stamani bisognerebbe finalmente conoscere i dettagli sulle aziende che si sono aggiudicate la gara per la fornitura di arredi scolastici. Tipologie di prodotti, numero di pezzi, corrispettivi economici.
In attesa che inizi l'operazione trasparenza della struttura commissariale, la Lega non molla l'osso. E citando le inchieste della Verità sulla Nexus, l'azienda da 4.000 euro di capitale e un unico dipendente che doveva consegnare 180.000 banchi, presenta una nuova interrogazione parlamentare. Stavolta, Massimo Bitonci, Gianluca Cantalamessa, Laura Cavandoli, Giulio Centemero, Silvia Covolo, Francesca Gerardi, Alberto Gusmeroli, Alessandro Pagano, Leonardo Tarantino, Daniele Belotti, Sara De Angelis, Claudio Durigon, Barbara Saltamartini, Rossano Sasso e Francesco Zicchieri vogliono sapere «in quale data sia avvenuto il ritiro del contratto» con la Nexus; se «ci sia stata una verifica sul prototipo di banco» oggetto del contratto; come «si intenda agire per garantire la consegna dei 180.000 banchi entro i termini indicati, in specie i 20.000 previsti il 12 settembre», cioè oggi stesso; e «se il governo [...] non ritenga doveroso [...] rendere manifesti tutti gli operatori economici incaricati» delle forniture.
Inoltre, gli esponenti del Carroccio affermano di avere appreso che il contratto con la Nexus è stato sottoscritto il 26 agosto. Pure qui, qualcosa non torna: o, come assicurava Arcuri, tutte le procedure erano state espletate entro il 12 del mese scorso, data dalla quale hanno iniziato a decorrere i termini per i relativi obblighi di trasparenza; oppure, i lavori si sono protratti oltre la scadenza del bando, ma allora la struttura commissariale ha dovuto procedere tramite trattative private con le aziende.
I punti sollevati dalla Lega sono cruciali. Prima di tutto perché, nonostante le rassicurazioni del commissario Arcuri sull'annullamento del contratto con la Nexus, non è stato diffuso alcun documento che attesti la rescissione. La quale sarebbe avvenuta dopo che Invitalia ha esaminato un prototipo non conforme a quanto promesso dall'azienda laziale (un banco regolabile a due altezze). Dov'è questo prototipo? Quando è stato consegnato? Chi lo ha fabbricato materialmente? Quello che risulta essere l'unico impiegato presso la ditta, ovvero Fabio Aubry, che ne è anche il socio principale e che è entrato in cassa integrazione lo scorso marzo?
Sarebbe interessante anche capire quanto avanti è riuscita a spingersi la Nexus made Srl nella gara. All'inizio, alla chiamata di Arcuri avevano risposto in 14. Ad aggiudicarsi il bando, alla fine, erano state undici imprese. Quindi, la società degli Aubry aveva superato almeno la prima scrematura. Inoltre, se era stato già approntato e sottoscritto un contratto datato 26 agosto, vuol dire che gli uffici del commissario straordinario, il quale prometteva che tutte le procedure di affidamento si sarebbero concluse il 12 agosto, non erano riusciti a effettuare verifiche sull'impresa che, alla Verità, abbiamo svolto in un paio di pomeriggi.
Per questi motivi, il vicepresidente della commissione Finanze della Camera, nonché firmatario dell'interrogazione parlamentare sui banchi, il leghista Gusmeroli, vorrebbe che Arcuri fosse audito. Alla sua richiesta ha risposto il numero uno della commissione, Luigi Marattin di Italia viva, che la prossima settimana formalizzerà la proposta nell'ufficio di presidenza. Dunque, il commissario straordinario potrebbe presto essere chiamato a riferire direttamente ai membri dell'organismo parlamentare sul proprio operato.
Qualcuno, con questi banchi a rotelle, rischia davvero di andare a schiantarsi.
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In una media di Cadoneghe, consegnate (senza bolla e schede tecniche) sedute leggere con appoggi per i libri molto piccoli. L'azienda replica: «Ottimi prodotti, molto comodi»La Lega lancia un'altra interrogazione e chiede che Domenico Arcuri sia ascoltato in commissioneLo speciale contiene due articoliI primi banchi a rotelle sono stati consegnati e sarebbero una vergogna. Marco Schiesaro, sindaco di Cadoneghe, nel Padovano, due giorni fa ha pubblicato su Facebook un video sull'arrivo degli arredi scolastici tanto apprezzati dal ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina. «Mentre le scuole cadono a pezzi, guardate per cosa vengono spesi decine di milioni di euro dei cittadini», titolava il breve filmato, che mostra come sono i banchi ai quali siederanno i nostri ragazzi. Schiesaro assicura che «li farà rispedire al mittente». Nel video si vedono piccoli banchi di plastica, con rotelline che sembrano incapaci di garantire stabilità e resistenza nel tempo, mentre vengono scaricati da due Tir davanti alla scuola media Don Milani di Cadoneghe. «Se non fosse stata la polizia municipale a segnalarmi l'arrivo dei camion “con le sedie dell'Azzolina", quei banchi sarebbero finiti all'interno dell'istituto senza che potessi vederli», racconta il sindaco, in disaccordo fin dal primo momento con la scelta del dirigente scolastico, Giovanni Petrina, «di far acquistare banchi a rotelle solo per compiacere il ministro». Dagli scatoloni, leggerissimi, Schiesaro ha visto uscire 165 oggetti di plastica componibili. «Seduta bassa, non regolabile e destinati a rompersi con grandissima facilità», annota il sindaco. Chiediamo al sindaco se non ci sia un errore, forse quei banchi erano per una materna o una primaria. «Macché, sono tutti per gli studenti della seconda media», esclama Schiesaro. «Mi chiedo come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male?». Guardando le immagini caricate sui social e pervenute in redazione, balza all'occhio un altro difetto di questi banchi di «nuova generazione». Il tavolino incorporato è microscopico, inutile. Potrà servire per poggiarvi due penne e un quadernetto, nulla più. Ma alle medie i libri in classe sono necessari, a questo il ministro Azzolina non deve aver pensato. E se si è mancini? Nulla da fare, l'utilizzo del piano d'appoggio è previsto solo per i destrorsi, gli altri si arrangino. Sotto la seduta c'è un vano presumibilmente portaoggetti, circolare e microforato. I banchi sembrano leggerissimi, eterei, anche se consentiranno facili e veloci spostamenti nelle aule come auspica la responsabile del Miur, in modo da mantenere le distanze gli uni dagli altri. «Da quando ho pubblicato il video i genitori mi tempestano di telefonate», assicura Marco Schiesaro. «Chiedono: “Sindaco, ma mia figlia dovrà sedersi là?" Quando rispondo che sarà così, per tutto l'anno scolastico, mi rispondono che allora terranno i ragazzi a casa». È un mistero quanto siano costati questi arredi, il primo cittadino di Cadoneghe afferma di ignorarlo dal momento che si tratta di una fornitura gratuita predisposta dal ministero. «Fossero stati pagati anche solo 120 euro l'uno, metà del prezzo stabilito nell'appalto nazionale, si tratta comunque di 20.000 euro buttati. Non servono e per di più sono pericolosi», osserva il sindaco leghista». Mistero anche sulla provenienza, «gli autisti non hanno potuto dirmi da dove proveniva il carico», racconta esterrefatto. «Non c'era una bolla di consegna, nemmeno una scheda tecnica dei prodotti. Nessuna marcatura di conformità». Il ministero dell'Istruzione permette che vengano effettuate forniture non certificate in una scuola? E se ci saranno contestazioni sui banchi, se qualche studente cadrà da quelle ridicole rotelle, chi ne risponderà? Il sindaco racconta alla Verità di essere poi riuscito a scoprire da dove arriva la merce, ovvero dalla Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza. Azienda fondata da Alfredo Stella nel 1937 e oggi diretta da Alberto Stella assieme ai figli Massimo e Matteo, sul sito dichiara di fornire soprattutto uffici, residence e hotel e di essere tra le realtà italiane più importanti del settore. «Non devono essere loro i produttori delle sedute a rotelle. Mi hanno detto che forse arrivano dall'outlet aziendale o da fallimenti», ipotizza il sindaco. Aggiunge: «Quindi grazie al bando di Arcuri ci sono aziende che forniscono banchi senza fabbricarli, trovando sul mercato i pezzi più convenienti che poi finiscono nelle nostre scuole. Per i nostri studenti». Smentisce queste «illazioni» il responsabile commerciale della Estel, che dopo diverse telefonate ha finalmente risposto alla Verità. «Nessun mistero, quei banchi arrivano da pochi chilometri di distanza da Cadoneghe, dalla nostra azienda di Thiene che ha partecipato alla gara europea», precisa Massimo Stella. Il figlio del titolare garantisce la qualità degli arredi che stanno realizzando, «tutti italiani, stampati nel Nord Est, abbiamo destinato 10.000 metri quadrati solo per l'assemblaggio di questi banchi innovativi, ci stanno lavorando quasi duemila persone tra operai e indotto». Stella definisce «ottima» la performance dei 200.000 banchi a rotelle che si è impegnato a fornire e che ha «già distribuito per il 12% nelle scuole». Le bolle di consegna dichiara che sono intestate a Invitalia, i banchi «costano molto di più dei 120 euro ipotizzati dal sindaco» e sarebbero molto comodi: «Mio figlio che frequenta la seconda media a Thiene già li ha in classe e si trova benissimo». Il sindaco di Cadoneghe promette: «Lunedì chiederò di rispedire i banchi al mittente, perché certe scelte fatte per accontentare il governo vanno condivise con gli amministratori locali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arrivano-i-banchi-a-rotelle-ma-il-sindaco-del-padovano-vuole-rispedirli-a-invitalia-2647600234.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-scatta-lobbligo-di-trasparenza-bisogna-pubblicare-tutti-i-contratti" data-post-id="2647600234" data-published-at="1599871197" data-use-pagination="False"> Oggi scatta l’obbligo di trasparenza Bisogna pubblicare tutti i contratti Oggi dovrebbe essere il grande giorno. Se è vero, come aveva dichiarato il commissario Domenico Arcuri, che i contratti con le aziende fornitrici di banchi a rotelle sono stati sottoscritti entro il 12 agosto; e se è vero che, come da lui precisato in una missiva al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati «pubblicati sul sito del commissario nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione», allora da stamani bisognerebbe finalmente conoscere i dettagli sulle aziende che si sono aggiudicate la gara per la fornitura di arredi scolastici. Tipologie di prodotti, numero di pezzi, corrispettivi economici. In attesa che inizi l'operazione trasparenza della struttura commissariale, la Lega non molla l'osso. E citando le inchieste della Verità sulla Nexus, l'azienda da 4.000 euro di capitale e un unico dipendente che doveva consegnare 180.000 banchi, presenta una nuova interrogazione parlamentare. Stavolta, Massimo Bitonci, Gianluca Cantalamessa, Laura Cavandoli, Giulio Centemero, Silvia Covolo, Francesca Gerardi, Alberto Gusmeroli, Alessandro Pagano, Leonardo Tarantino, Daniele Belotti, Sara De Angelis, Claudio Durigon, Barbara Saltamartini, Rossano Sasso e Francesco Zicchieri vogliono sapere «in quale data sia avvenuto il ritiro del contratto» con la Nexus; se «ci sia stata una verifica sul prototipo di banco» oggetto del contratto; come «si intenda agire per garantire la consegna dei 180.000 banchi entro i termini indicati, in specie i 20.000 previsti il 12 settembre», cioè oggi stesso; e «se il governo [...] non ritenga doveroso [...] rendere manifesti tutti gli operatori economici incaricati» delle forniture. Inoltre, gli esponenti del Carroccio affermano di avere appreso che il contratto con la Nexus è stato sottoscritto il 26 agosto. Pure qui, qualcosa non torna: o, come assicurava Arcuri, tutte le procedure erano state espletate entro il 12 del mese scorso, data dalla quale hanno iniziato a decorrere i termini per i relativi obblighi di trasparenza; oppure, i lavori si sono protratti oltre la scadenza del bando, ma allora la struttura commissariale ha dovuto procedere tramite trattative private con le aziende. I punti sollevati dalla Lega sono cruciali. Prima di tutto perché, nonostante le rassicurazioni del commissario Arcuri sull'annullamento del contratto con la Nexus, non è stato diffuso alcun documento che attesti la rescissione. La quale sarebbe avvenuta dopo che Invitalia ha esaminato un prototipo non conforme a quanto promesso dall'azienda laziale (un banco regolabile a due altezze). Dov'è questo prototipo? Quando è stato consegnato? Chi lo ha fabbricato materialmente? Quello che risulta essere l'unico impiegato presso la ditta, ovvero Fabio Aubry, che ne è anche il socio principale e che è entrato in cassa integrazione lo scorso marzo? Sarebbe interessante anche capire quanto avanti è riuscita a spingersi la Nexus made Srl nella gara. All'inizio, alla chiamata di Arcuri avevano risposto in 14. Ad aggiudicarsi il bando, alla fine, erano state undici imprese. Quindi, la società degli Aubry aveva superato almeno la prima scrematura. Inoltre, se era stato già approntato e sottoscritto un contratto datato 26 agosto, vuol dire che gli uffici del commissario straordinario, il quale prometteva che tutte le procedure di affidamento si sarebbero concluse il 12 agosto, non erano riusciti a effettuare verifiche sull'impresa che, alla Verità, abbiamo svolto in un paio di pomeriggi. Per questi motivi, il vicepresidente della commissione Finanze della Camera, nonché firmatario dell'interrogazione parlamentare sui banchi, il leghista Gusmeroli, vorrebbe che Arcuri fosse audito. Alla sua richiesta ha risposto il numero uno della commissione, Luigi Marattin di Italia viva, che la prossima settimana formalizzerà la proposta nell'ufficio di presidenza. Dunque, il commissario straordinario potrebbe presto essere chiamato a riferire direttamente ai membri dell'organismo parlamentare sul proprio operato. Qualcuno, con questi banchi a rotelle, rischia davvero di andare a schiantarsi.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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