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2025-03-31
La motosega di Milei ha funzionato
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Da diverse settimane ogni mercoledì i pensionati argentini protestano davanti al parlamento di Buenos Aires per i tagli alle pensioni e allo stato sociale. Nell’ultima manifestazione insieme a loro si sono però presentati diversi gruppi ultrà delle principali squadre di calcio della capitale e numerosi elementi di estrema sinistra che hanno scatenato una guerriglia contro la polizia. Il governo del presidente Javier Milei ha subito accusato il partito peronista di tirare le file della protesta, definendo queste proteste un attacco al legittimo governo argentino. Questi scontri hanno portato all’arresto di 130 persone e al ferimento di 47 ed il ministro della Sicurezza Nazionale Patricia Bullrich ha ordinato misure straordinario per difendere il parlamento e la Casa Rosada, la residenza del presidente argentino, arrivando a minacciare i gruppi di tifoseria organizzata. La ministra argentina ha pubblicamente accusato gli ultrà (barras bravas) di essere mossi politicamente e di avere un interesse a fomentare la rivolta. Le curve di River Plate e Boca Juniors, le principali squadre di Buenos Aires, sono storicamente molto vicine al peronismo ed in passato sono state un importante bacino di voti per i partiti di sinistra. Nelle strade di Buenos Aires accanto ai gruppi di pensionati hanno sfilato anche gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e la Confederación General del Trabajo (CGT), il più grande sindacato argentino. La situazione resta tesa e nemmeno gli interventi delle forze dell’ordine hanno fermato queste manifestazioni che attaccano l’operato di Javier Milei, soprattutto economicamente e politicamente. A poco più di un anno dal suo insediamento il presidente argentino ultraliberista ha però ottenuto indubbi risultati a livello macro-economico, anche se ha davvero utilizzato la motosega come aveva promesso durante l’accesa campagna elettorale. Milei aveva più volte parlato di sacrifici da compiere, accusando il precedente governo peronista di aver lasciato una situazione economica disastrosa. Ai suoi sostenitori l’uomo della Casa Rosada aveva promesso tagli drastici a ministeri ed enti pubblici, con licenziamenti di massa e blocco di aumenti di stipendio. Javier Milei ha mantenuto le promesse abbattendo di quasi il 30% la spesa pubblica e combattendo con forza l’inflazione, il vero incubo di ogni argentino. L’inflazione nel 2023 era arrivata al 260%, mentre dal suoi insediamento è scesa al 120%, indubbiamente una cifra alta, ma non da queste parti. Una notizia che ha ricevuto i complimenti da parte del Fondo Monetario Internazionale con il quale l’Argentina ha un debito enorme. Il problema è che i dipendenti pubblici hanno visto il blocco degli aumenti perdendo la loro capacità di spesa ed i tagli a sanità e sussidi hanno colpito anche i pensionati che sono subito scesi in piazza. Javier Milei non sembra però minimamente preoccupato delle proteste ed il suo zoccolo duro di sostenitori resta saldamente al suo fianco. Il presidente argentino è un fedelissimo di Donald Trump, con il quale vanta anche un solido rapporto personale, e vuole applicare al suo paese diverse misure simili come la possibile uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima. Il vulcanico uomo della Casa Rosada, oltre a riformare l’economia del suo paese, punta ad ottenere un ruolo geopolitico di primo piano in America Latina, ma i rapporti con diversi stati sono complicati. Il nemico numero uno di Milei resta indubbiamente il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è arrivato a chiudere l’ambasciata argentina di Caracas espellendo l’ambasciatore. Il presidente argentino non ha riconosciuto la discussa vittoria di Maduro e più volte si è appellato al popolo venezuelano per rovesciare il regime madurista. Pessimi i rapporti anche con i sodali del Venezuela come Bolivia, Cuba, Honduras e Nicaragua, tutti stati che Milei considera dittature socialista da abbattere. Più complicate le relazioni con il terzetto di governi di sinistra composto da Brasile, Messico e Colombia, ma con loro l’Argentina sta cercando una strada. La Colombia ha rapporti difficili con il Venezuela, che accusa di sostenere la guerriglia sul confine, mentre il Brasile ha accettato di ospitare i diplomatici argentini a Caracas quando l’ambasciata è stata posta sotto assedio dalle forze di sicurezza venezuelane. Lula non ha mai accettato il risultato elettorale di Maduro e sa quanto i rapporti con l’Argentina siano importanti per il Brasile, soprattutto a livello commerciale e turistico. Articolati anche i rapporti con Uruguay e Cile, con i quali l’Argentina condivide un lungo confine. A Montevideo il presidente Yamandu Orsi, che rappresenta una colazione di sinistra chiamata Frente Amplio, sta cercando un equilibrio con l’ingombrante vicino, ma punta ad agire da mediatore fra i governi di sinistra e l’Argentina. A Santiago del Cile lo scontro è invece già in atto ed il presidente cileno Gabriel Boric è stato accusato dal ministro dell’Economia di Buenos Aires di essere un comunista che vuole distruggere l’economia. Boric ha chiesto rispetto, ma ha definito l’Argentina un paese fratello dicendosi disposto a lavorare insieme. Indubbiamente migliori i rapporti con il Paraguay dove governa il conservatore Partido Colorado che ha eletto come presidente Santiago Pena con il quale ha già organizzato diversi incontri fra Asuncion e Buenos Aires per rafforzare i legami bilaterali, confermando la forte influenza argentina nel paese. L’amministrazione Trump sta monitorando con attenzione tutto quello che accade in America Latina , riproponendo una presenza statunitense a livello continentale e Javier Milei e l’Argentina sono indubbiamente il ponte naturale per il Sud America.
La motosega di Milei ha funzionato
Nel 2024 l'Argentina guidata da Javier Milei ha raggiunto il pareggio di bilancio, Il Pil è tornato a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso. L’inflazione, dopo una prima fiammata, è calata rapidamente: negli ultimi mesi i prezzi sono cresciuti a un tasso annualizzato di poco superiore al 30% (il tasso di crescita nei 12 mesi era arrivato al 292% nell’aprile 2023).
Ecco un'analisi dettagliata di come queste misure stiano risanando l'Argentina:
1. Riduzione del deficit e pareggio di bilancio
Nel 2024, l'Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio dopo aver affrontato un deficit di oltre il 5%. La riduzione della spesa pubblica è stata fondamentale per questo obiettivo, Il taglio è stato del 28% in termini reali, superando le aspettative del Fondo Monetario Internazionale che si aspettava una riduzione del 18%. Questo è stato possibile grazie a una serie di tagli mirati e riforme, come il declassamento a segretariati di 9 ministeri e il licenziamento di dipendenti pubblici.
2. Tagli alla spesa pubblica e ai sussidi
Tagliati dipendenti pubblici, pensioni, investimenti e sussidi. Questo approccio drastico ha portato a una riduzione della spesa primaria.
3. Liberalizzazioni e deregolamentazione
Le liberalizzazioni hanno avuto un impatto profondo sull'economia. Tra le misure più significative, vi è l'eliminazione dei controlli sui prezzi degli affitti e la rimozione dei tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie.
4. Riforma fiscale e incentivi agli investimenti
Una delle misure più significative adottate dal governo di Milei è stata l'introduzione di un regime fiscale favorevole per le imprese, soprattutto per quelle che investono in settori strategici come l'energia, l'edilizia e la tecnologia. Con l'abbassamento dei dazi d'importazione e delle imposte sul reddito per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, il governo mira a incentivare gli investimenti a lungo termine. Queste misure contribuiscono non solo a stimolare la crescita economica, ma anche a diversificare l'economia argentina.
5. Contenimento dell'inflazione
L'inflazione, che ha raggiunto livelli record nel 2023, è stata un altro grande obiettivo per il governo di Milei. Nonostante una prima fiammata inflazionistica, l'inflazione è stata contenuta grazie a politiche monetarie e fiscali più rigide. A dicembre 2023, l'inflazione mensile aveva toccato il 25,5%, ma nel corso dei mesi successivi, il tasso è sceso drasticamente, attestandosi a un più gestibile 2,4%. Questo ha migliorato il potere d'acquisto dei cittadini e aumentato la fiducia nella stabilità economica.
6. Crescita del Pil e ripresa dell'attività economica
Il Pil ha mostrato segni di ripresa, con una crescita del 3,9% nel terzo trimestre del 2024, il tasso più alto degli ultimi quattro anni. Inoltre, la disoccupazione è scesa, segno che le riforme hanno avuto un impatto anche sul mercato del lavoro.
7. Riforma del settore pubblico e riduzione della burocrazia
Una delle principali riforme è stata la riduzione della burocrazia statale, con una significativa riduzione del numero di ministeri e la semplificazione delle strutture amministrative. Questo ha portato a una diminuzione dei costi operativi, pari al 22% in termini reali, e ha reso l'apparato statale più efficiente. Inoltre, la riforma fiscale ha reso il sistema più moderno abbattendo le barriere burocratiche agli investimenti e promuovendo la competitività.
8. Risoluzione dei problemi strutturali e recupero della fiducia internazionale
Non solo la stabilizzazione macroeconomica ha migliorato la situazione interna, ma anche la percezione internazionale dell'Argentina è cambiata. Il premio di rischio Paese, che nel 2020 aveva raggiunto i 4.362 punti base, è sceso a 677 punti a marzo, il livello più basso dal 2019. Questo riflette una crescente fiducia negli impegni economici del governo e nella sua capacità di gestire il debito pubblico. La riduzione del rischio Paese ha anche permesso una maggiore apertura alle esportazioni e agli investimenti esteri, contribuendo a migliorare la bilancia commerciale.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture.
9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture
Il governo ha proseguito con le privatizzazioni, vendendo o parzialmente privatizzando otto grandi imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario. Questo ha permesso di ridurre il peso dello Stato in settori chiave, migliorando l'efficienza e aumentando la competitività del mercato.
10. Prospettive future e cautela
Nonostante i risultati positivi, l'Argentina è ancora alle prese con sfide significative, come il debito pubblico e la necessità di una maggiore stabilità economica. Tuttavia, le politiche attuate finora hanno contribuito a stabilizzare l’economia, e la gradualità con cui Milei intende procedere nelle riforme, inclusa la riforma del lavoro e il possibile abbassamento delle tasse, offre speranza per una crescita sostenibile nel lungo termine.
Rocca e Di Tella: Storia di due grandi famiglie di imprenditori italiani in Argentina
Il 4 giugno 1946 alla presidenza dell’Argentina si insediò il generale Juan Domingo Peròn, dopo una netta vittoria nelle elezioni del febbraio precedente. Rimarrà in carica fino al 1955 negli anni noti come quelli del «peronismo» o «justicialismo», espressione della particolare visione politica, economica e sociale che il presidente capo del movimento dei «descamisados» mise in atto durante i 9 anni al potere. Dal punto di vista industriale, Peròn avviò un imponente processo di industrializzazione nazionale, basandosi sulle solide riserve auree che l’Argentina aveva accumulato grazie alla bilancia commerciale a proprio favore nell’export in particolare di materie prime e prodotti agricoli. L’intento era l’indipendenza economica dagli Stati Uniti, condizione necessaria per realizzare quella «terza via» tra socialismo e capitalismo che poneva al centro il benessere dei lavoratori organizzati in un forte sindacato di stampo corporativo, mutuato dall’esperienza di quello italiano del ventennio fascista. Proprio gli italo-argentini rappresentarono una costola importante per il processo di trasformazione industriale argentino. Nazione di prima immigrazione italiana sin dal secolo XIX, nel 1946 l’Argentina ospitava oltre 2 milioni e 800mila italiani. In molti parteciparono alla crescita industriale del Paese sudamericano, alcuni in posizione di primissimo piano, fondando e dirigendo imprese e gruppi ancora oggi dominanti nel panorama industriale internazionale. Sono i casi della famiglia Rocca, fondatrice dell’impero siderurgico Techint e della famiglia Di Tella, che fu protagonista nel settore della costruzione di macchinari, elettrodomestici, motocicli e automobili, dando alla politica argentina un proprio membro che fu due volte al governo come viceministro dell’Economia e poi ministro degli Esteri.
Da Dalmine all’Argentina (e ritorno). La grande impresa siderurgica della famiglia Rocca
Nel 1946 Agostino Rocca (Milano, 25 maggio 1895 – Buenos Aires 17 febbraio 1978) poteva considerarsi un capitano d’industria «sopravvissuto». Figlio di ingegnere ferroviario, nel 1908 mentre si trovava con la famiglia a Reggio Calabria fu colpito dal disastroso sisma nel quale perse entrambi i genitori. A Roma, presso gli zii, scelse la carriera militare. Nel 1915 partì volontario per il fronte sopravvivendo a tutte le grandi battaglie dell’Isonzo, a Caporetto e all’ultima offensiva, che affrontò con la divisa degli Arditi. Nel 1921 a Milano si laurea in ingegneria e sposa Maria Queirazza, erede di una dinastia finanziaria che apre le porte a Rocca nella sua ascesa professionale, che a partire dal 1933 lo porterà alla guida dei due maggiori gruppi siderurgici italiani: Ansaldo e Dalmine. Dal 1943 ebbe il merito di difendere gli stabilimenti dalla spoliazione tedesca (anche se la Dalmine il 6 luglio 1944 fu rasa al suolo da un bombardamento alleato), ma alla fine della guerra fu preso nelle maglie dell’epurazione dalla quale, ancora una volta, riuscirà a sopravvivere venendo scagionato dalle accuse di collaborazionismo. Agostino Rocca non volle tuttavia prendere parte alla ricostruzione in Italia, ma cercò l’avventura oltreoceano. Nel 1945 a Milano, assieme al figlio Roberto e ai più fidati collaboratori, fondava la Compagnia Tecnica Internazionale poi Techint, dalla sigla usata nelle comunicazioni telegrafiche. Nel febbraio del 1946, meno di un anno dopo la fine della guerra, Agostino Rocca è a Buenos Aires. Grazie agli influenti contatti coltivati durante la carriera in Italia, l’ingegnere milanese riusciva a preparare il terreno per la sua ascesa. Forte del know-how acquisito in Ansaldo e Dalmine, ebbe una prima grande commessa tramite un connazionale, l’Imprenditore Bruno Pagliai, che in Messico aveva fondato la TAMSA (Tubos de Acero de Mèxico) e grazie all’intercessione di Giovanni Malagodi, futuro segretario del partito Liberale, allora banchiere nella capitale argentina. La prima commessa di Techint fu nel 1947 e riguardò la costruzione di tubi per un grande gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires. Le forniture arrivarono dalla Dalmine, che prese una partecipazione in Techint dando origine a una holding che si svilupperà negli anni successivi, gli anni d’oro dell’argentina di Peròn, che favorì l’industrializzazione nazionale grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti grazie al fortissimo flusso di cassa derivato dall’export agricolo. In pochi anni Rocca riusciva a creare una vera e propria economia di scala, con la fondazione di società controllate da Techint come la Siderca-Dalmine di Campana, la siderurgica Cometarsa, azienda di costruzioni metalliche tra cui locomotori e materiali ferroviari e la Elina per la realizzazione di grandi linee elettriche. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli affari della holding italo-argentina si allargarono ben oltre i confini nazionali, con grandi commesse in Venezuela, Brasile, Cile, Bolivia e Perù. Nel 1968, quando Agostino Rocca decide di passare il comando al figlio Roberto, il gruppo Techint impiegava già 15.000 persone, un numero in costante crescita. Agostino Rocca si spegne nel 1978, ma l’attività di Techint non si arresta neppure di fronte ai gravi dissesti economici e politici che per lunghi anni colpiranno l’Argentina. La soluzione per sconfiggere la crisi nazionale è quella di diversificare l’attività all’estero. E il primo Paese interessato è proprio l’Italia, dove i nipoti del fondatore Gianfelice e Paolo Rocca completeranno una serie di operazioni finanziarie in grandi gruppi come Falck e Mondadori per poi finalizzare tramite la Techint l’acquisizione dell’azienda dove tutto era partito, la Dalmine. Dal 2002 le attività della famiglia Rocca sono raggruppate sotto il nome della Tenaris e comprendono anche la partecipazione in campo sanitario con la fondazione, avvenuta nel 1996, dell’Istituto Clinico Humanitas.
Il frigorifero e la Lambretta: la famiglia di Tella, dal Molise alla grande industria SIAM
Un’ordinanza igienico sanitaria emessa dal governo argentino nel 1910 fu all’origine del successo di Torcuato di Tella , (Capracotta, Molise 1892 – Buenos Aires 1948) all’anagrafe Torquato, nome modificato per un errore di trascrizione dall’immigrazione argentina. Il decreto vietava la pratica dell’impasto manuale del pane a causa delle frequenti epidemie batteriche, una restrizione che generò lo sciopero generale dei panettieri in tutto il Paese. Torcuato di Tella, giovane emigrante molisano, ebbe la geniale idea di progettare e brevettare una macchina impastatrice meccanica per risolvere il problema. Il successo fu immediato e nello stesso anno Di Tella fondò la SIAM (Sociedad Italiana de Amasadoras Mecanicas – Società Italiana impastatrici meccaniche). Nel 1915, come Agostino Rocca, combattè al fronte durante la Grande Guerra e come il conterraneo fondatore della Techint si laureò in ingegneria dopo il congedo militare. Il boom della SIAM partì dagli anni Venti, quando l’azienda iniziò a diversificare producendo pompe per l’estrazione petrolifera per conto della YPF, la compagnia nazionale argentina guidata da Enrique Mosconi, figlio di un famoso ingegnere pioniere delle ferrovie italiane. Il passo successivo fu quello dei grandi elettrodomestici, tra cui una diffusissima gelatiera professionale automatica, molto apprezzata dai gelatai argentini tra i più famosi del pianeta. Negli anni Quaranta, l’azienda italo-argentina si espanse ulteriormente nel settore elettrodomestici con la produzione di ventilatori, lavatrici, interruttori e materiale elettrico, pompe idrauliche. Alla salita di Juan Domingo Peròn nel 1946 l’azienda impiegava oltre 3.000 dipendenti. Il forte stimolo postbellico innescato dal governo populista interessò anche la SIAM, che nei due ultimi anni di vita del fondatore cercò l’ingresso nella grande siderurgia con l’avvio della Sociedad Industrial Argentina de Tubos de Acero (SIAT), che tuttavia non riuscirà ad eguagliare il successo dei Rocca nel settore della metallurgia. Saranno i figli di Torcuato a trovare una nuova strada verso il successo, nella prima metà degli anni Cinquanta, spianata dalla ricostruzione postbellica e dalla ricostruzione dell’industria italiana: quella della motorizzazione di massa. L’occasione venne da una delle industrie protagoniste del boom delle due ruote italiane, la Innocenti di Lambrate, con la quale la SIAM aveva rapporti già dal 1946 per la produzione dei famosi tubi senza saldature. Nel 1954 le due aziende siglarono un accordo per la produzione su licenza degli scooter Lambretta, ribattezzati Siambretta. Prodotti interamente in Argentina con alcuni componenti provenienti da Lambrate, le Siambretta divennero presto l’oggetto del desiderio accessibile anche alle fasce dei lavoratori, con un assalto vero e proprio che generò inizialmente lunghe liste d’attesa. Dal 1954 al 1966, ultimo anno di produzione, furono circa 260.000 le Siambretta che uscirono dagli stabilimenti SIAM nei pressi della capitale argentina prima dell’inizio della lunga fase di recessione economica del Paese, quando l’azienda italo-argentina era arrivata a superare i 15.000 addetti. L’azienda di Torcuato di Tella, guidata inizialmente dai figli del fondatore, provò anche l’avventura delle quattro ruote grazie ad un altro accordo internazionale, questa volta con la BMC britannica. Il risultato della joint venture vide la realizzazione di una berlina di generose dimensioni, la Siam-Di Tella 1500, costruita dal 1959 al 1966 in oltre 60.000 unità. Nel 1971 la crisi economica generò l’intervento dello Stato e la Di Tella fu nazionalizzata, continuando la produzione nei settori delle pompe per l’industria petrolifera e degli elettrodomestici. Il nome della famiglia rimase tuttavia nella successiva storia del Paese nella figura di Guido Di Tella, figlio di Torcuato, non come capitano d’impresa ma come politico di spicco. Peronista convinto, fu due volte al governo. La prima volta come viceministro dell’Economia nel governo di Isabel Peròn dal 1974 al colpo di stato del 1976. Dopo l’esilio a Oxford, fu chiamato nel 1989 dal neo-peronista Carlos Menèm come ministro degli Esteri. Durante il suo mandato fu fautore di un riavvicinamento con la Gran Bretagna dopo la frattura delle Falkland e con gli Stati Uniti di Bill Clinton. Guido DI Tella è stato il fondatore, nel 1958, dell’Istituto Torcuato di Tella e nel 1991 dell’Universidad Torcuato di Tella, ancora oggi un punto di riferimento per la formazione dei dirigenti d’impresa argentini.
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L'operato di Milei in campo economico ha dato indubbi risultati. Come Donald Trump, il presidente argentino vorrebbe l'uscita dall'Oms e l'isolamento di Maduro, puntando ad essere il principale attore geopolitico del Sudamerica. A Buenos Aires i pensionati protestano per i tagli insieme agli ultras del calcio, sobillati dall'opposizione peronista.L’Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio nel 2024. Il Pil è tornato a crescere e la disoccupazione è scesa.Gli italiani hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo economico dell'Argentina, in particolare nel dopoguerra, fondando veri e propri colossi industriali. I casi delle famiglie Rocca e Di Tella.Lo speciale contiene tre articoli.Da diverse settimane ogni mercoledì i pensionati argentini protestano davanti al parlamento di Buenos Aires per i tagli alle pensioni e allo stato sociale. Nell’ultima manifestazione insieme a loro si sono però presentati diversi gruppi ultrà delle principali squadre di calcio della capitale e numerosi elementi di estrema sinistra che hanno scatenato una guerriglia contro la polizia. Il governo del presidente Javier Milei ha subito accusato il partito peronista di tirare le file della protesta, definendo queste proteste un attacco al legittimo governo argentino. Questi scontri hanno portato all’arresto di 130 persone e al ferimento di 47 ed il ministro della Sicurezza Nazionale Patricia Bullrich ha ordinato misure straordinario per difendere il parlamento e la Casa Rosada, la residenza del presidente argentino, arrivando a minacciare i gruppi di tifoseria organizzata. La ministra argentina ha pubblicamente accusato gli ultrà (barras bravas) di essere mossi politicamente e di avere un interesse a fomentare la rivolta. Le curve di River Plate e Boca Juniors, le principali squadre di Buenos Aires, sono storicamente molto vicine al peronismo ed in passato sono state un importante bacino di voti per i partiti di sinistra. Nelle strade di Buenos Aires accanto ai gruppi di pensionati hanno sfilato anche gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e la Confederación General del Trabajo (CGT), il più grande sindacato argentino. La situazione resta tesa e nemmeno gli interventi delle forze dell’ordine hanno fermato queste manifestazioni che attaccano l’operato di Javier Milei, soprattutto economicamente e politicamente. A poco più di un anno dal suo insediamento il presidente argentino ultraliberista ha però ottenuto indubbi risultati a livello macro-economico, anche se ha davvero utilizzato la motosega come aveva promesso durante l’accesa campagna elettorale. Milei aveva più volte parlato di sacrifici da compiere, accusando il precedente governo peronista di aver lasciato una situazione economica disastrosa. Ai suoi sostenitori l’uomo della Casa Rosada aveva promesso tagli drastici a ministeri ed enti pubblici, con licenziamenti di massa e blocco di aumenti di stipendio. Javier Milei ha mantenuto le promesse abbattendo di quasi il 30% la spesa pubblica e combattendo con forza l’inflazione, il vero incubo di ogni argentino. L’inflazione nel 2023 era arrivata al 260%, mentre dal suoi insediamento è scesa al 120%, indubbiamente una cifra alta, ma non da queste parti. Una notizia che ha ricevuto i complimenti da parte del Fondo Monetario Internazionale con il quale l’Argentina ha un debito enorme. Il problema è che i dipendenti pubblici hanno visto il blocco degli aumenti perdendo la loro capacità di spesa ed i tagli a sanità e sussidi hanno colpito anche i pensionati che sono subito scesi in piazza. Javier Milei non sembra però minimamente preoccupato delle proteste ed il suo zoccolo duro di sostenitori resta saldamente al suo fianco. Il presidente argentino è un fedelissimo di Donald Trump, con il quale vanta anche un solido rapporto personale, e vuole applicare al suo paese diverse misure simili come la possibile uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima. Il vulcanico uomo della Casa Rosada, oltre a riformare l’economia del suo paese, punta ad ottenere un ruolo geopolitico di primo piano in America Latina, ma i rapporti con diversi stati sono complicati. Il nemico numero uno di Milei resta indubbiamente il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è arrivato a chiudere l’ambasciata argentina di Caracas espellendo l’ambasciatore. Il presidente argentino non ha riconosciuto la discussa vittoria di Maduro e più volte si è appellato al popolo venezuelano per rovesciare il regime madurista. Pessimi i rapporti anche con i sodali del Venezuela come Bolivia, Cuba, Honduras e Nicaragua, tutti stati che Milei considera dittature socialista da abbattere. Più complicate le relazioni con il terzetto di governi di sinistra composto da Brasile, Messico e Colombia, ma con loro l’Argentina sta cercando una strada. La Colombia ha rapporti difficili con il Venezuela, che accusa di sostenere la guerriglia sul confine, mentre il Brasile ha accettato di ospitare i diplomatici argentini a Caracas quando l’ambasciata è stata posta sotto assedio dalle forze di sicurezza venezuelane. Lula non ha mai accettato il risultato elettorale di Maduro e sa quanto i rapporti con l’Argentina siano importanti per il Brasile, soprattutto a livello commerciale e turistico. Articolati anche i rapporti con Uruguay e Cile, con i quali l’Argentina condivide un lungo confine. A Montevideo il presidente Yamandu Orsi, che rappresenta una colazione di sinistra chiamata Frente Amplio, sta cercando un equilibrio con l’ingombrante vicino, ma punta ad agire da mediatore fra i governi di sinistra e l’Argentina. A Santiago del Cile lo scontro è invece già in atto ed il presidente cileno Gabriel Boric è stato accusato dal ministro dell’Economia di Buenos Aires di essere un comunista che vuole distruggere l’economia. Boric ha chiesto rispetto, ma ha definito l’Argentina un paese fratello dicendosi disposto a lavorare insieme. Indubbiamente migliori i rapporti con il Paraguay dove governa il conservatore Partido Colorado che ha eletto come presidente Santiago Pena con il quale ha già organizzato diversi incontri fra Asuncion e Buenos Aires per rafforzare i legami bilaterali, confermando la forte influenza argentina nel paese. L’amministrazione Trump sta monitorando con attenzione tutto quello che accade in America Latina , riproponendo una presenza statunitense a livello continentale e Javier Milei e l’Argentina sono indubbiamente il ponte naturale per il Sud America.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/argentina-milei-geopolitica-2671641396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-motosega-di-milei-ha-funzionato" data-post-id="2671641396" data-published-at="1743433673" data-use-pagination="False"> La motosega di Milei ha funzionato Nel 2024 l'Argentina guidata da Javier Milei ha raggiunto il pareggio di bilancio, Il Pil è tornato a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso. L’inflazione, dopo una prima fiammata, è calata rapidamente: negli ultimi mesi i prezzi sono cresciuti a un tasso annualizzato di poco superiore al 30% (il tasso di crescita nei 12 mesi era arrivato al 292% nell’aprile 2023). Ecco un'analisi dettagliata di come queste misure stiano risanando l'Argentina:1. Riduzione del deficit e pareggio di bilancio Nel 2024, l'Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio dopo aver affrontato un deficit di oltre il 5%. La riduzione della spesa pubblica è stata fondamentale per questo obiettivo, Il taglio è stato del 28% in termini reali, superando le aspettative del Fondo Monetario Internazionale che si aspettava una riduzione del 18%. Questo è stato possibile grazie a una serie di tagli mirati e riforme, come il declassamento a segretariati di 9 ministeri e il licenziamento di dipendenti pubblici.2. Tagli alla spesa pubblica e ai sussidiTagliati dipendenti pubblici, pensioni, investimenti e sussidi. Questo approccio drastico ha portato a una riduzione della spesa primaria.3. Liberalizzazioni e deregolamentazioneLe liberalizzazioni hanno avuto un impatto profondo sull'economia. Tra le misure più significative, vi è l'eliminazione dei controlli sui prezzi degli affitti e la rimozione dei tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie.4. Riforma fiscale e incentivi agli investimentiUna delle misure più significative adottate dal governo di Milei è stata l'introduzione di un regime fiscale favorevole per le imprese, soprattutto per quelle che investono in settori strategici come l'energia, l'edilizia e la tecnologia. Con l'abbassamento dei dazi d'importazione e delle imposte sul reddito per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, il governo mira a incentivare gli investimenti a lungo termine. Queste misure contribuiscono non solo a stimolare la crescita economica, ma anche a diversificare l'economia argentina.5. Contenimento dell'inflazioneL'inflazione, che ha raggiunto livelli record nel 2023, è stata un altro grande obiettivo per il governo di Milei. Nonostante una prima fiammata inflazionistica, l'inflazione è stata contenuta grazie a politiche monetarie e fiscali più rigide. A dicembre 2023, l'inflazione mensile aveva toccato il 25,5%, ma nel corso dei mesi successivi, il tasso è sceso drasticamente, attestandosi a un più gestibile 2,4%. Questo ha migliorato il potere d'acquisto dei cittadini e aumentato la fiducia nella stabilità economica.6. Crescita del Pil e ripresa dell'attività economicaIl Pil ha mostrato segni di ripresa, con una crescita del 3,9% nel terzo trimestre del 2024, il tasso più alto degli ultimi quattro anni. Inoltre, la disoccupazione è scesa, segno che le riforme hanno avuto un impatto anche sul mercato del lavoro.7. Riforma del settore pubblico e riduzione della burocraziaUna delle principali riforme è stata la riduzione della burocrazia statale, con una significativa riduzione del numero di ministeri e la semplificazione delle strutture amministrative. Questo ha portato a una diminuzione dei costi operativi, pari al 22% in termini reali, e ha reso l'apparato statale più efficiente. Inoltre, la riforma fiscale ha reso il sistema più moderno abbattendo le barriere burocratiche agli investimenti e promuovendo la competitività.8. Risoluzione dei problemi strutturali e recupero della fiducia internazionaleNon solo la stabilizzazione macroeconomica ha migliorato la situazione interna, ma anche la percezione internazionale dell'Argentina è cambiata. Il premio di rischio Paese, che nel 2020 aveva raggiunto i 4.362 punti base, è sceso a 677 punti a marzo, il livello più basso dal 2019. Questo riflette una crescente fiducia negli impegni economici del governo e nella sua capacità di gestire il debito pubblico. La riduzione del rischio Paese ha anche permesso una maggiore apertura alle esportazioni e agli investimenti esteri, contribuendo a migliorare la bilancia commerciale.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastruttureIl governo ha proseguito con le privatizzazioni, vendendo o parzialmente privatizzando otto grandi imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario. Questo ha permesso di ridurre il peso dello Stato in settori chiave, migliorando l'efficienza e aumentando la competitività del mercato.10. Prospettive future e cautelaNonostante i risultati positivi, l'Argentina è ancora alle prese con sfide significative, come il debito pubblico e la necessità di una maggiore stabilità economica. Tuttavia, le politiche attuate finora hanno contribuito a stabilizzare l’economia, e la gradualità con cui Milei intende procedere nelle riforme, inclusa la riforma del lavoro e il possibile abbassamento delle tasse, offre speranza per una crescita sostenibile nel lungo termine. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/argentina-milei-geopolitica-2671641396.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rocca-e-di-tella-storia-di-due-grandi-famiglie-di-imprenditori-italiani-in-argentina" data-post-id="2671641396" data-published-at="1743433673" data-use-pagination="False"> Rocca e Di Tella: Storia di due grandi famiglie di imprenditori italiani in Argentina Il 4 giugno 1946 alla presidenza dell’Argentina si insediò il generale Juan Domingo Peròn, dopo una netta vittoria nelle elezioni del febbraio precedente. Rimarrà in carica fino al 1955 negli anni noti come quelli del «peronismo» o «justicialismo», espressione della particolare visione politica, economica e sociale che il presidente capo del movimento dei «descamisados» mise in atto durante i 9 anni al potere. Dal punto di vista industriale, Peròn avviò un imponente processo di industrializzazione nazionale, basandosi sulle solide riserve auree che l’Argentina aveva accumulato grazie alla bilancia commerciale a proprio favore nell’export in particolare di materie prime e prodotti agricoli. L’intento era l’indipendenza economica dagli Stati Uniti, condizione necessaria per realizzare quella «terza via» tra socialismo e capitalismo che poneva al centro il benessere dei lavoratori organizzati in un forte sindacato di stampo corporativo, mutuato dall’esperienza di quello italiano del ventennio fascista. Proprio gli italo-argentini rappresentarono una costola importante per il processo di trasformazione industriale argentino. Nazione di prima immigrazione italiana sin dal secolo XIX, nel 1946 l’Argentina ospitava oltre 2 milioni e 800mila italiani. In molti parteciparono alla crescita industriale del Paese sudamericano, alcuni in posizione di primissimo piano, fondando e dirigendo imprese e gruppi ancora oggi dominanti nel panorama industriale internazionale. Sono i casi della famiglia Rocca, fondatrice dell’impero siderurgico Techint e della famiglia Di Tella, che fu protagonista nel settore della costruzione di macchinari, elettrodomestici, motocicli e automobili, dando alla politica argentina un proprio membro che fu due volte al governo come viceministro dell’Economia e poi ministro degli Esteri.Da Dalmine all’Argentina (e ritorno). La grande impresa siderurgica della famiglia RoccaNel 1946 Agostino Rocca (Milano, 25 maggio 1895 – Buenos Aires 17 febbraio 1978) poteva considerarsi un capitano d’industria «sopravvissuto». Figlio di ingegnere ferroviario, nel 1908 mentre si trovava con la famiglia a Reggio Calabria fu colpito dal disastroso sisma nel quale perse entrambi i genitori. A Roma, presso gli zii, scelse la carriera militare. Nel 1915 partì volontario per il fronte sopravvivendo a tutte le grandi battaglie dell’Isonzo, a Caporetto e all’ultima offensiva, che affrontò con la divisa degli Arditi. Nel 1921 a Milano si laurea in ingegneria e sposa Maria Queirazza, erede di una dinastia finanziaria che apre le porte a Rocca nella sua ascesa professionale, che a partire dal 1933 lo porterà alla guida dei due maggiori gruppi siderurgici italiani: Ansaldo e Dalmine. Dal 1943 ebbe il merito di difendere gli stabilimenti dalla spoliazione tedesca (anche se la Dalmine il 6 luglio 1944 fu rasa al suolo da un bombardamento alleato), ma alla fine della guerra fu preso nelle maglie dell’epurazione dalla quale, ancora una volta, riuscirà a sopravvivere venendo scagionato dalle accuse di collaborazionismo. Agostino Rocca non volle tuttavia prendere parte alla ricostruzione in Italia, ma cercò l’avventura oltreoceano. Nel 1945 a Milano, assieme al figlio Roberto e ai più fidati collaboratori, fondava la Compagnia Tecnica Internazionale poi Techint, dalla sigla usata nelle comunicazioni telegrafiche. Nel febbraio del 1946, meno di un anno dopo la fine della guerra, Agostino Rocca è a Buenos Aires. Grazie agli influenti contatti coltivati durante la carriera in Italia, l’ingegnere milanese riusciva a preparare il terreno per la sua ascesa. Forte del know-how acquisito in Ansaldo e Dalmine, ebbe una prima grande commessa tramite un connazionale, l’Imprenditore Bruno Pagliai, che in Messico aveva fondato la TAMSA (Tubos de Acero de Mèxico) e grazie all’intercessione di Giovanni Malagodi, futuro segretario del partito Liberale, allora banchiere nella capitale argentina. La prima commessa di Techint fu nel 1947 e riguardò la costruzione di tubi per un grande gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires. Le forniture arrivarono dalla Dalmine, che prese una partecipazione in Techint dando origine a una holding che si svilupperà negli anni successivi, gli anni d’oro dell’argentina di Peròn, che favorì l’industrializzazione nazionale grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti grazie al fortissimo flusso di cassa derivato dall’export agricolo. In pochi anni Rocca riusciva a creare una vera e propria economia di scala, con la fondazione di società controllate da Techint come la Siderca-Dalmine di Campana, la siderurgica Cometarsa, azienda di costruzioni metalliche tra cui locomotori e materiali ferroviari e la Elina per la realizzazione di grandi linee elettriche. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli affari della holding italo-argentina si allargarono ben oltre i confini nazionali, con grandi commesse in Venezuela, Brasile, Cile, Bolivia e Perù. Nel 1968, quando Agostino Rocca decide di passare il comando al figlio Roberto, il gruppo Techint impiegava già 15.000 persone, un numero in costante crescita. Agostino Rocca si spegne nel 1978, ma l’attività di Techint non si arresta neppure di fronte ai gravi dissesti economici e politici che per lunghi anni colpiranno l’Argentina. La soluzione per sconfiggere la crisi nazionale è quella di diversificare l’attività all’estero. E il primo Paese interessato è proprio l’Italia, dove i nipoti del fondatore Gianfelice e Paolo Rocca completeranno una serie di operazioni finanziarie in grandi gruppi come Falck e Mondadori per poi finalizzare tramite la Techint l’acquisizione dell’azienda dove tutto era partito, la Dalmine. Dal 2002 le attività della famiglia Rocca sono raggruppate sotto il nome della Tenaris e comprendono anche la partecipazione in campo sanitario con la fondazione, avvenuta nel 1996, dell’Istituto Clinico Humanitas.Il frigorifero e la Lambretta: la famiglia di Tella, dal Molise alla grande industria SIAMUn’ordinanza igienico sanitaria emessa dal governo argentino nel 1910 fu all’origine del successo di Torcuato di Tella , (Capracotta, Molise 1892 – Buenos Aires 1948) all’anagrafe Torquato, nome modificato per un errore di trascrizione dall’immigrazione argentina. Il decreto vietava la pratica dell’impasto manuale del pane a causa delle frequenti epidemie batteriche, una restrizione che generò lo sciopero generale dei panettieri in tutto il Paese. Torcuato di Tella, giovane emigrante molisano, ebbe la geniale idea di progettare e brevettare una macchina impastatrice meccanica per risolvere il problema. Il successo fu immediato e nello stesso anno Di Tella fondò la SIAM (Sociedad Italiana de Amasadoras Mecanicas – Società Italiana impastatrici meccaniche). Nel 1915, come Agostino Rocca, combattè al fronte durante la Grande Guerra e come il conterraneo fondatore della Techint si laureò in ingegneria dopo il congedo militare. Il boom della SIAM partì dagli anni Venti, quando l’azienda iniziò a diversificare producendo pompe per l’estrazione petrolifera per conto della YPF, la compagnia nazionale argentina guidata da Enrique Mosconi, figlio di un famoso ingegnere pioniere delle ferrovie italiane. Il passo successivo fu quello dei grandi elettrodomestici, tra cui una diffusissima gelatiera professionale automatica, molto apprezzata dai gelatai argentini tra i più famosi del pianeta. Negli anni Quaranta, l’azienda italo-argentina si espanse ulteriormente nel settore elettrodomestici con la produzione di ventilatori, lavatrici, interruttori e materiale elettrico, pompe idrauliche. Alla salita di Juan Domingo Peròn nel 1946 l’azienda impiegava oltre 3.000 dipendenti. Il forte stimolo postbellico innescato dal governo populista interessò anche la SIAM, che nei due ultimi anni di vita del fondatore cercò l’ingresso nella grande siderurgia con l’avvio della Sociedad Industrial Argentina de Tubos de Acero (SIAT), che tuttavia non riuscirà ad eguagliare il successo dei Rocca nel settore della metallurgia. Saranno i figli di Torcuato a trovare una nuova strada verso il successo, nella prima metà degli anni Cinquanta, spianata dalla ricostruzione postbellica e dalla ricostruzione dell’industria italiana: quella della motorizzazione di massa. L’occasione venne da una delle industrie protagoniste del boom delle due ruote italiane, la Innocenti di Lambrate, con la quale la SIAM aveva rapporti già dal 1946 per la produzione dei famosi tubi senza saldature. Nel 1954 le due aziende siglarono un accordo per la produzione su licenza degli scooter Lambretta, ribattezzati Siambretta. Prodotti interamente in Argentina con alcuni componenti provenienti da Lambrate, le Siambretta divennero presto l’oggetto del desiderio accessibile anche alle fasce dei lavoratori, con un assalto vero e proprio che generò inizialmente lunghe liste d’attesa. Dal 1954 al 1966, ultimo anno di produzione, furono circa 260.000 le Siambretta che uscirono dagli stabilimenti SIAM nei pressi della capitale argentina prima dell’inizio della lunga fase di recessione economica del Paese, quando l’azienda italo-argentina era arrivata a superare i 15.000 addetti. L’azienda di Torcuato di Tella, guidata inizialmente dai figli del fondatore, provò anche l’avventura delle quattro ruote grazie ad un altro accordo internazionale, questa volta con la BMC britannica. Il risultato della joint venture vide la realizzazione di una berlina di generose dimensioni, la Siam-Di Tella 1500, costruita dal 1959 al 1966 in oltre 60.000 unità. Nel 1971 la crisi economica generò l’intervento dello Stato e la Di Tella fu nazionalizzata, continuando la produzione nei settori delle pompe per l’industria petrolifera e degli elettrodomestici. Il nome della famiglia rimase tuttavia nella successiva storia del Paese nella figura di Guido Di Tella, figlio di Torcuato, non come capitano d’impresa ma come politico di spicco. Peronista convinto, fu due volte al governo. La prima volta come viceministro dell’Economia nel governo di Isabel Peròn dal 1974 al colpo di stato del 1976. Dopo l’esilio a Oxford, fu chiamato nel 1989 dal neo-peronista Carlos Menèm come ministro degli Esteri. Durante il suo mandato fu fautore di un riavvicinamento con la Gran Bretagna dopo la frattura delle Falkland e con gli Stati Uniti di Bill Clinton. Guido DI Tella è stato il fondatore, nel 1958, dell’Istituto Torcuato di Tella e nel 1991 dell’Universidad Torcuato di Tella, ancora oggi un punto di riferimento per la formazione dei dirigenti d’impresa argentini.
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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