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2025-03-31
La motosega di Milei ha funzionato
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Da diverse settimane ogni mercoledì i pensionati argentini protestano davanti al parlamento di Buenos Aires per i tagli alle pensioni e allo stato sociale. Nell’ultima manifestazione insieme a loro si sono però presentati diversi gruppi ultrà delle principali squadre di calcio della capitale e numerosi elementi di estrema sinistra che hanno scatenato una guerriglia contro la polizia. Il governo del presidente Javier Milei ha subito accusato il partito peronista di tirare le file della protesta, definendo queste proteste un attacco al legittimo governo argentino. Questi scontri hanno portato all’arresto di 130 persone e al ferimento di 47 ed il ministro della Sicurezza Nazionale Patricia Bullrich ha ordinato misure straordinario per difendere il parlamento e la Casa Rosada, la residenza del presidente argentino, arrivando a minacciare i gruppi di tifoseria organizzata. La ministra argentina ha pubblicamente accusato gli ultrà (barras bravas) di essere mossi politicamente e di avere un interesse a fomentare la rivolta. Le curve di River Plate e Boca Juniors, le principali squadre di Buenos Aires, sono storicamente molto vicine al peronismo ed in passato sono state un importante bacino di voti per i partiti di sinistra. Nelle strade di Buenos Aires accanto ai gruppi di pensionati hanno sfilato anche gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e la Confederación General del Trabajo (CGT), il più grande sindacato argentino. La situazione resta tesa e nemmeno gli interventi delle forze dell’ordine hanno fermato queste manifestazioni che attaccano l’operato di Javier Milei, soprattutto economicamente e politicamente. A poco più di un anno dal suo insediamento il presidente argentino ultraliberista ha però ottenuto indubbi risultati a livello macro-economico, anche se ha davvero utilizzato la motosega come aveva promesso durante l’accesa campagna elettorale. Milei aveva più volte parlato di sacrifici da compiere, accusando il precedente governo peronista di aver lasciato una situazione economica disastrosa. Ai suoi sostenitori l’uomo della Casa Rosada aveva promesso tagli drastici a ministeri ed enti pubblici, con licenziamenti di massa e blocco di aumenti di stipendio. Javier Milei ha mantenuto le promesse abbattendo di quasi il 30% la spesa pubblica e combattendo con forza l’inflazione, il vero incubo di ogni argentino. L’inflazione nel 2023 era arrivata al 260%, mentre dal suoi insediamento è scesa al 120%, indubbiamente una cifra alta, ma non da queste parti. Una notizia che ha ricevuto i complimenti da parte del Fondo Monetario Internazionale con il quale l’Argentina ha un debito enorme. Il problema è che i dipendenti pubblici hanno visto il blocco degli aumenti perdendo la loro capacità di spesa ed i tagli a sanità e sussidi hanno colpito anche i pensionati che sono subito scesi in piazza. Javier Milei non sembra però minimamente preoccupato delle proteste ed il suo zoccolo duro di sostenitori resta saldamente al suo fianco. Il presidente argentino è un fedelissimo di Donald Trump, con il quale vanta anche un solido rapporto personale, e vuole applicare al suo paese diverse misure simili come la possibile uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima. Il vulcanico uomo della Casa Rosada, oltre a riformare l’economia del suo paese, punta ad ottenere un ruolo geopolitico di primo piano in America Latina, ma i rapporti con diversi stati sono complicati. Il nemico numero uno di Milei resta indubbiamente il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è arrivato a chiudere l’ambasciata argentina di Caracas espellendo l’ambasciatore. Il presidente argentino non ha riconosciuto la discussa vittoria di Maduro e più volte si è appellato al popolo venezuelano per rovesciare il regime madurista. Pessimi i rapporti anche con i sodali del Venezuela come Bolivia, Cuba, Honduras e Nicaragua, tutti stati che Milei considera dittature socialista da abbattere. Più complicate le relazioni con il terzetto di governi di sinistra composto da Brasile, Messico e Colombia, ma con loro l’Argentina sta cercando una strada. La Colombia ha rapporti difficili con il Venezuela, che accusa di sostenere la guerriglia sul confine, mentre il Brasile ha accettato di ospitare i diplomatici argentini a Caracas quando l’ambasciata è stata posta sotto assedio dalle forze di sicurezza venezuelane. Lula non ha mai accettato il risultato elettorale di Maduro e sa quanto i rapporti con l’Argentina siano importanti per il Brasile, soprattutto a livello commerciale e turistico. Articolati anche i rapporti con Uruguay e Cile, con i quali l’Argentina condivide un lungo confine. A Montevideo il presidente Yamandu Orsi, che rappresenta una colazione di sinistra chiamata Frente Amplio, sta cercando un equilibrio con l’ingombrante vicino, ma punta ad agire da mediatore fra i governi di sinistra e l’Argentina. A Santiago del Cile lo scontro è invece già in atto ed il presidente cileno Gabriel Boric è stato accusato dal ministro dell’Economia di Buenos Aires di essere un comunista che vuole distruggere l’economia. Boric ha chiesto rispetto, ma ha definito l’Argentina un paese fratello dicendosi disposto a lavorare insieme. Indubbiamente migliori i rapporti con il Paraguay dove governa il conservatore Partido Colorado che ha eletto come presidente Santiago Pena con il quale ha già organizzato diversi incontri fra Asuncion e Buenos Aires per rafforzare i legami bilaterali, confermando la forte influenza argentina nel paese. L’amministrazione Trump sta monitorando con attenzione tutto quello che accade in America Latina , riproponendo una presenza statunitense a livello continentale e Javier Milei e l’Argentina sono indubbiamente il ponte naturale per il Sud America.
La motosega di Milei ha funzionato
Nel 2024 l'Argentina guidata da Javier Milei ha raggiunto il pareggio di bilancio, Il Pil è tornato a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso. L’inflazione, dopo una prima fiammata, è calata rapidamente: negli ultimi mesi i prezzi sono cresciuti a un tasso annualizzato di poco superiore al 30% (il tasso di crescita nei 12 mesi era arrivato al 292% nell’aprile 2023).
Ecco un'analisi dettagliata di come queste misure stiano risanando l'Argentina:
1. Riduzione del deficit e pareggio di bilancio
Nel 2024, l'Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio dopo aver affrontato un deficit di oltre il 5%. La riduzione della spesa pubblica è stata fondamentale per questo obiettivo, Il taglio è stato del 28% in termini reali, superando le aspettative del Fondo Monetario Internazionale che si aspettava una riduzione del 18%. Questo è stato possibile grazie a una serie di tagli mirati e riforme, come il declassamento a segretariati di 9 ministeri e il licenziamento di dipendenti pubblici.
2. Tagli alla spesa pubblica e ai sussidi
Tagliati dipendenti pubblici, pensioni, investimenti e sussidi. Questo approccio drastico ha portato a una riduzione della spesa primaria.
3. Liberalizzazioni e deregolamentazione
Le liberalizzazioni hanno avuto un impatto profondo sull'economia. Tra le misure più significative, vi è l'eliminazione dei controlli sui prezzi degli affitti e la rimozione dei tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie.
4. Riforma fiscale e incentivi agli investimenti
Una delle misure più significative adottate dal governo di Milei è stata l'introduzione di un regime fiscale favorevole per le imprese, soprattutto per quelle che investono in settori strategici come l'energia, l'edilizia e la tecnologia. Con l'abbassamento dei dazi d'importazione e delle imposte sul reddito per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, il governo mira a incentivare gli investimenti a lungo termine. Queste misure contribuiscono non solo a stimolare la crescita economica, ma anche a diversificare l'economia argentina.
5. Contenimento dell'inflazione
L'inflazione, che ha raggiunto livelli record nel 2023, è stata un altro grande obiettivo per il governo di Milei. Nonostante una prima fiammata inflazionistica, l'inflazione è stata contenuta grazie a politiche monetarie e fiscali più rigide. A dicembre 2023, l'inflazione mensile aveva toccato il 25,5%, ma nel corso dei mesi successivi, il tasso è sceso drasticamente, attestandosi a un più gestibile 2,4%. Questo ha migliorato il potere d'acquisto dei cittadini e aumentato la fiducia nella stabilità economica.
6. Crescita del Pil e ripresa dell'attività economica
Il Pil ha mostrato segni di ripresa, con una crescita del 3,9% nel terzo trimestre del 2024, il tasso più alto degli ultimi quattro anni. Inoltre, la disoccupazione è scesa, segno che le riforme hanno avuto un impatto anche sul mercato del lavoro.
7. Riforma del settore pubblico e riduzione della burocrazia
Una delle principali riforme è stata la riduzione della burocrazia statale, con una significativa riduzione del numero di ministeri e la semplificazione delle strutture amministrative. Questo ha portato a una diminuzione dei costi operativi, pari al 22% in termini reali, e ha reso l'apparato statale più efficiente. Inoltre, la riforma fiscale ha reso il sistema più moderno abbattendo le barriere burocratiche agli investimenti e promuovendo la competitività.
8. Risoluzione dei problemi strutturali e recupero della fiducia internazionale
Non solo la stabilizzazione macroeconomica ha migliorato la situazione interna, ma anche la percezione internazionale dell'Argentina è cambiata. Il premio di rischio Paese, che nel 2020 aveva raggiunto i 4.362 punti base, è sceso a 677 punti a marzo, il livello più basso dal 2019. Questo riflette una crescente fiducia negli impegni economici del governo e nella sua capacità di gestire il debito pubblico. La riduzione del rischio Paese ha anche permesso una maggiore apertura alle esportazioni e agli investimenti esteri, contribuendo a migliorare la bilancia commerciale.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture.
9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture
Il governo ha proseguito con le privatizzazioni, vendendo o parzialmente privatizzando otto grandi imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario. Questo ha permesso di ridurre il peso dello Stato in settori chiave, migliorando l'efficienza e aumentando la competitività del mercato.
10. Prospettive future e cautela
Nonostante i risultati positivi, l'Argentina è ancora alle prese con sfide significative, come il debito pubblico e la necessità di una maggiore stabilità economica. Tuttavia, le politiche attuate finora hanno contribuito a stabilizzare l’economia, e la gradualità con cui Milei intende procedere nelle riforme, inclusa la riforma del lavoro e il possibile abbassamento delle tasse, offre speranza per una crescita sostenibile nel lungo termine.
Rocca e Di Tella: Storia di due grandi famiglie di imprenditori italiani in Argentina
Il 4 giugno 1946 alla presidenza dell’Argentina si insediò il generale Juan Domingo Peròn, dopo una netta vittoria nelle elezioni del febbraio precedente. Rimarrà in carica fino al 1955 negli anni noti come quelli del «peronismo» o «justicialismo», espressione della particolare visione politica, economica e sociale che il presidente capo del movimento dei «descamisados» mise in atto durante i 9 anni al potere. Dal punto di vista industriale, Peròn avviò un imponente processo di industrializzazione nazionale, basandosi sulle solide riserve auree che l’Argentina aveva accumulato grazie alla bilancia commerciale a proprio favore nell’export in particolare di materie prime e prodotti agricoli. L’intento era l’indipendenza economica dagli Stati Uniti, condizione necessaria per realizzare quella «terza via» tra socialismo e capitalismo che poneva al centro il benessere dei lavoratori organizzati in un forte sindacato di stampo corporativo, mutuato dall’esperienza di quello italiano del ventennio fascista. Proprio gli italo-argentini rappresentarono una costola importante per il processo di trasformazione industriale argentino. Nazione di prima immigrazione italiana sin dal secolo XIX, nel 1946 l’Argentina ospitava oltre 2 milioni e 800mila italiani. In molti parteciparono alla crescita industriale del Paese sudamericano, alcuni in posizione di primissimo piano, fondando e dirigendo imprese e gruppi ancora oggi dominanti nel panorama industriale internazionale. Sono i casi della famiglia Rocca, fondatrice dell’impero siderurgico Techint e della famiglia Di Tella, che fu protagonista nel settore della costruzione di macchinari, elettrodomestici, motocicli e automobili, dando alla politica argentina un proprio membro che fu due volte al governo come viceministro dell’Economia e poi ministro degli Esteri.
Da Dalmine all’Argentina (e ritorno). La grande impresa siderurgica della famiglia Rocca
Nel 1946 Agostino Rocca (Milano, 25 maggio 1895 – Buenos Aires 17 febbraio 1978) poteva considerarsi un capitano d’industria «sopravvissuto». Figlio di ingegnere ferroviario, nel 1908 mentre si trovava con la famiglia a Reggio Calabria fu colpito dal disastroso sisma nel quale perse entrambi i genitori. A Roma, presso gli zii, scelse la carriera militare. Nel 1915 partì volontario per il fronte sopravvivendo a tutte le grandi battaglie dell’Isonzo, a Caporetto e all’ultima offensiva, che affrontò con la divisa degli Arditi. Nel 1921 a Milano si laurea in ingegneria e sposa Maria Queirazza, erede di una dinastia finanziaria che apre le porte a Rocca nella sua ascesa professionale, che a partire dal 1933 lo porterà alla guida dei due maggiori gruppi siderurgici italiani: Ansaldo e Dalmine. Dal 1943 ebbe il merito di difendere gli stabilimenti dalla spoliazione tedesca (anche se la Dalmine il 6 luglio 1944 fu rasa al suolo da un bombardamento alleato), ma alla fine della guerra fu preso nelle maglie dell’epurazione dalla quale, ancora una volta, riuscirà a sopravvivere venendo scagionato dalle accuse di collaborazionismo. Agostino Rocca non volle tuttavia prendere parte alla ricostruzione in Italia, ma cercò l’avventura oltreoceano. Nel 1945 a Milano, assieme al figlio Roberto e ai più fidati collaboratori, fondava la Compagnia Tecnica Internazionale poi Techint, dalla sigla usata nelle comunicazioni telegrafiche. Nel febbraio del 1946, meno di un anno dopo la fine della guerra, Agostino Rocca è a Buenos Aires. Grazie agli influenti contatti coltivati durante la carriera in Italia, l’ingegnere milanese riusciva a preparare il terreno per la sua ascesa. Forte del know-how acquisito in Ansaldo e Dalmine, ebbe una prima grande commessa tramite un connazionale, l’Imprenditore Bruno Pagliai, che in Messico aveva fondato la TAMSA (Tubos de Acero de Mèxico) e grazie all’intercessione di Giovanni Malagodi, futuro segretario del partito Liberale, allora banchiere nella capitale argentina. La prima commessa di Techint fu nel 1947 e riguardò la costruzione di tubi per un grande gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires. Le forniture arrivarono dalla Dalmine, che prese una partecipazione in Techint dando origine a una holding che si svilupperà negli anni successivi, gli anni d’oro dell’argentina di Peròn, che favorì l’industrializzazione nazionale grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti grazie al fortissimo flusso di cassa derivato dall’export agricolo. In pochi anni Rocca riusciva a creare una vera e propria economia di scala, con la fondazione di società controllate da Techint come la Siderca-Dalmine di Campana, la siderurgica Cometarsa, azienda di costruzioni metalliche tra cui locomotori e materiali ferroviari e la Elina per la realizzazione di grandi linee elettriche. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli affari della holding italo-argentina si allargarono ben oltre i confini nazionali, con grandi commesse in Venezuela, Brasile, Cile, Bolivia e Perù. Nel 1968, quando Agostino Rocca decide di passare il comando al figlio Roberto, il gruppo Techint impiegava già 15.000 persone, un numero in costante crescita. Agostino Rocca si spegne nel 1978, ma l’attività di Techint non si arresta neppure di fronte ai gravi dissesti economici e politici che per lunghi anni colpiranno l’Argentina. La soluzione per sconfiggere la crisi nazionale è quella di diversificare l’attività all’estero. E il primo Paese interessato è proprio l’Italia, dove i nipoti del fondatore Gianfelice e Paolo Rocca completeranno una serie di operazioni finanziarie in grandi gruppi come Falck e Mondadori per poi finalizzare tramite la Techint l’acquisizione dell’azienda dove tutto era partito, la Dalmine. Dal 2002 le attività della famiglia Rocca sono raggruppate sotto il nome della Tenaris e comprendono anche la partecipazione in campo sanitario con la fondazione, avvenuta nel 1996, dell’Istituto Clinico Humanitas.
Il frigorifero e la Lambretta: la famiglia di Tella, dal Molise alla grande industria SIAM
Un’ordinanza igienico sanitaria emessa dal governo argentino nel 1910 fu all’origine del successo di Torcuato di Tella , (Capracotta, Molise 1892 – Buenos Aires 1948) all’anagrafe Torquato, nome modificato per un errore di trascrizione dall’immigrazione argentina. Il decreto vietava la pratica dell’impasto manuale del pane a causa delle frequenti epidemie batteriche, una restrizione che generò lo sciopero generale dei panettieri in tutto il Paese. Torcuato di Tella, giovane emigrante molisano, ebbe la geniale idea di progettare e brevettare una macchina impastatrice meccanica per risolvere il problema. Il successo fu immediato e nello stesso anno Di Tella fondò la SIAM (Sociedad Italiana de Amasadoras Mecanicas – Società Italiana impastatrici meccaniche). Nel 1915, come Agostino Rocca, combattè al fronte durante la Grande Guerra e come il conterraneo fondatore della Techint si laureò in ingegneria dopo il congedo militare. Il boom della SIAM partì dagli anni Venti, quando l’azienda iniziò a diversificare producendo pompe per l’estrazione petrolifera per conto della YPF, la compagnia nazionale argentina guidata da Enrique Mosconi, figlio di un famoso ingegnere pioniere delle ferrovie italiane. Il passo successivo fu quello dei grandi elettrodomestici, tra cui una diffusissima gelatiera professionale automatica, molto apprezzata dai gelatai argentini tra i più famosi del pianeta. Negli anni Quaranta, l’azienda italo-argentina si espanse ulteriormente nel settore elettrodomestici con la produzione di ventilatori, lavatrici, interruttori e materiale elettrico, pompe idrauliche. Alla salita di Juan Domingo Peròn nel 1946 l’azienda impiegava oltre 3.000 dipendenti. Il forte stimolo postbellico innescato dal governo populista interessò anche la SIAM, che nei due ultimi anni di vita del fondatore cercò l’ingresso nella grande siderurgia con l’avvio della Sociedad Industrial Argentina de Tubos de Acero (SIAT), che tuttavia non riuscirà ad eguagliare il successo dei Rocca nel settore della metallurgia. Saranno i figli di Torcuato a trovare una nuova strada verso il successo, nella prima metà degli anni Cinquanta, spianata dalla ricostruzione postbellica e dalla ricostruzione dell’industria italiana: quella della motorizzazione di massa. L’occasione venne da una delle industrie protagoniste del boom delle due ruote italiane, la Innocenti di Lambrate, con la quale la SIAM aveva rapporti già dal 1946 per la produzione dei famosi tubi senza saldature. Nel 1954 le due aziende siglarono un accordo per la produzione su licenza degli scooter Lambretta, ribattezzati Siambretta. Prodotti interamente in Argentina con alcuni componenti provenienti da Lambrate, le Siambretta divennero presto l’oggetto del desiderio accessibile anche alle fasce dei lavoratori, con un assalto vero e proprio che generò inizialmente lunghe liste d’attesa. Dal 1954 al 1966, ultimo anno di produzione, furono circa 260.000 le Siambretta che uscirono dagli stabilimenti SIAM nei pressi della capitale argentina prima dell’inizio della lunga fase di recessione economica del Paese, quando l’azienda italo-argentina era arrivata a superare i 15.000 addetti. L’azienda di Torcuato di Tella, guidata inizialmente dai figli del fondatore, provò anche l’avventura delle quattro ruote grazie ad un altro accordo internazionale, questa volta con la BMC britannica. Il risultato della joint venture vide la realizzazione di una berlina di generose dimensioni, la Siam-Di Tella 1500, costruita dal 1959 al 1966 in oltre 60.000 unità. Nel 1971 la crisi economica generò l’intervento dello Stato e la Di Tella fu nazionalizzata, continuando la produzione nei settori delle pompe per l’industria petrolifera e degli elettrodomestici. Il nome della famiglia rimase tuttavia nella successiva storia del Paese nella figura di Guido Di Tella, figlio di Torcuato, non come capitano d’impresa ma come politico di spicco. Peronista convinto, fu due volte al governo. La prima volta come viceministro dell’Economia nel governo di Isabel Peròn dal 1974 al colpo di stato del 1976. Dopo l’esilio a Oxford, fu chiamato nel 1989 dal neo-peronista Carlos Menèm come ministro degli Esteri. Durante il suo mandato fu fautore di un riavvicinamento con la Gran Bretagna dopo la frattura delle Falkland e con gli Stati Uniti di Bill Clinton. Guido DI Tella è stato il fondatore, nel 1958, dell’Istituto Torcuato di Tella e nel 1991 dell’Universidad Torcuato di Tella, ancora oggi un punto di riferimento per la formazione dei dirigenti d’impresa argentini.
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L'operato di Milei in campo economico ha dato indubbi risultati. Come Donald Trump, il presidente argentino vorrebbe l'uscita dall'Oms e l'isolamento di Maduro, puntando ad essere il principale attore geopolitico del Sudamerica. A Buenos Aires i pensionati protestano per i tagli insieme agli ultras del calcio, sobillati dall'opposizione peronista.L’Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio nel 2024. Il Pil è tornato a crescere e la disoccupazione è scesa.Gli italiani hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo economico dell'Argentina, in particolare nel dopoguerra, fondando veri e propri colossi industriali. I casi delle famiglie Rocca e Di Tella.Lo speciale contiene tre articoli.Da diverse settimane ogni mercoledì i pensionati argentini protestano davanti al parlamento di Buenos Aires per i tagli alle pensioni e allo stato sociale. Nell’ultima manifestazione insieme a loro si sono però presentati diversi gruppi ultrà delle principali squadre di calcio della capitale e numerosi elementi di estrema sinistra che hanno scatenato una guerriglia contro la polizia. Il governo del presidente Javier Milei ha subito accusato il partito peronista di tirare le file della protesta, definendo queste proteste un attacco al legittimo governo argentino. Questi scontri hanno portato all’arresto di 130 persone e al ferimento di 47 ed il ministro della Sicurezza Nazionale Patricia Bullrich ha ordinato misure straordinario per difendere il parlamento e la Casa Rosada, la residenza del presidente argentino, arrivando a minacciare i gruppi di tifoseria organizzata. La ministra argentina ha pubblicamente accusato gli ultrà (barras bravas) di essere mossi politicamente e di avere un interesse a fomentare la rivolta. Le curve di River Plate e Boca Juniors, le principali squadre di Buenos Aires, sono storicamente molto vicine al peronismo ed in passato sono state un importante bacino di voti per i partiti di sinistra. Nelle strade di Buenos Aires accanto ai gruppi di pensionati hanno sfilato anche gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e la Confederación General del Trabajo (CGT), il più grande sindacato argentino. La situazione resta tesa e nemmeno gli interventi delle forze dell’ordine hanno fermato queste manifestazioni che attaccano l’operato di Javier Milei, soprattutto economicamente e politicamente. A poco più di un anno dal suo insediamento il presidente argentino ultraliberista ha però ottenuto indubbi risultati a livello macro-economico, anche se ha davvero utilizzato la motosega come aveva promesso durante l’accesa campagna elettorale. Milei aveva più volte parlato di sacrifici da compiere, accusando il precedente governo peronista di aver lasciato una situazione economica disastrosa. Ai suoi sostenitori l’uomo della Casa Rosada aveva promesso tagli drastici a ministeri ed enti pubblici, con licenziamenti di massa e blocco di aumenti di stipendio. Javier Milei ha mantenuto le promesse abbattendo di quasi il 30% la spesa pubblica e combattendo con forza l’inflazione, il vero incubo di ogni argentino. L’inflazione nel 2023 era arrivata al 260%, mentre dal suoi insediamento è scesa al 120%, indubbiamente una cifra alta, ma non da queste parti. Una notizia che ha ricevuto i complimenti da parte del Fondo Monetario Internazionale con il quale l’Argentina ha un debito enorme. Il problema è che i dipendenti pubblici hanno visto il blocco degli aumenti perdendo la loro capacità di spesa ed i tagli a sanità e sussidi hanno colpito anche i pensionati che sono subito scesi in piazza. Javier Milei non sembra però minimamente preoccupato delle proteste ed il suo zoccolo duro di sostenitori resta saldamente al suo fianco. Il presidente argentino è un fedelissimo di Donald Trump, con il quale vanta anche un solido rapporto personale, e vuole applicare al suo paese diverse misure simili come la possibile uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima. Il vulcanico uomo della Casa Rosada, oltre a riformare l’economia del suo paese, punta ad ottenere un ruolo geopolitico di primo piano in America Latina, ma i rapporti con diversi stati sono complicati. Il nemico numero uno di Milei resta indubbiamente il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è arrivato a chiudere l’ambasciata argentina di Caracas espellendo l’ambasciatore. Il presidente argentino non ha riconosciuto la discussa vittoria di Maduro e più volte si è appellato al popolo venezuelano per rovesciare il regime madurista. Pessimi i rapporti anche con i sodali del Venezuela come Bolivia, Cuba, Honduras e Nicaragua, tutti stati che Milei considera dittature socialista da abbattere. Più complicate le relazioni con il terzetto di governi di sinistra composto da Brasile, Messico e Colombia, ma con loro l’Argentina sta cercando una strada. La Colombia ha rapporti difficili con il Venezuela, che accusa di sostenere la guerriglia sul confine, mentre il Brasile ha accettato di ospitare i diplomatici argentini a Caracas quando l’ambasciata è stata posta sotto assedio dalle forze di sicurezza venezuelane. Lula non ha mai accettato il risultato elettorale di Maduro e sa quanto i rapporti con l’Argentina siano importanti per il Brasile, soprattutto a livello commerciale e turistico. Articolati anche i rapporti con Uruguay e Cile, con i quali l’Argentina condivide un lungo confine. A Montevideo il presidente Yamandu Orsi, che rappresenta una colazione di sinistra chiamata Frente Amplio, sta cercando un equilibrio con l’ingombrante vicino, ma punta ad agire da mediatore fra i governi di sinistra e l’Argentina. A Santiago del Cile lo scontro è invece già in atto ed il presidente cileno Gabriel Boric è stato accusato dal ministro dell’Economia di Buenos Aires di essere un comunista che vuole distruggere l’economia. Boric ha chiesto rispetto, ma ha definito l’Argentina un paese fratello dicendosi disposto a lavorare insieme. Indubbiamente migliori i rapporti con il Paraguay dove governa il conservatore Partido Colorado che ha eletto come presidente Santiago Pena con il quale ha già organizzato diversi incontri fra Asuncion e Buenos Aires per rafforzare i legami bilaterali, confermando la forte influenza argentina nel paese. L’amministrazione Trump sta monitorando con attenzione tutto quello che accade in America Latina , riproponendo una presenza statunitense a livello continentale e Javier Milei e l’Argentina sono indubbiamente il ponte naturale per il Sud America.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/argentina-milei-geopolitica-2671641396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-motosega-di-milei-ha-funzionato" data-post-id="2671641396" data-published-at="1743433673" data-use-pagination="False"> La motosega di Milei ha funzionato Nel 2024 l'Argentina guidata da Javier Milei ha raggiunto il pareggio di bilancio, Il Pil è tornato a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso. L’inflazione, dopo una prima fiammata, è calata rapidamente: negli ultimi mesi i prezzi sono cresciuti a un tasso annualizzato di poco superiore al 30% (il tasso di crescita nei 12 mesi era arrivato al 292% nell’aprile 2023). Ecco un'analisi dettagliata di come queste misure stiano risanando l'Argentina:1. Riduzione del deficit e pareggio di bilancio Nel 2024, l'Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio dopo aver affrontato un deficit di oltre il 5%. La riduzione della spesa pubblica è stata fondamentale per questo obiettivo, Il taglio è stato del 28% in termini reali, superando le aspettative del Fondo Monetario Internazionale che si aspettava una riduzione del 18%. Questo è stato possibile grazie a una serie di tagli mirati e riforme, come il declassamento a segretariati di 9 ministeri e il licenziamento di dipendenti pubblici.2. Tagli alla spesa pubblica e ai sussidiTagliati dipendenti pubblici, pensioni, investimenti e sussidi. Questo approccio drastico ha portato a una riduzione della spesa primaria.3. Liberalizzazioni e deregolamentazioneLe liberalizzazioni hanno avuto un impatto profondo sull'economia. Tra le misure più significative, vi è l'eliminazione dei controlli sui prezzi degli affitti e la rimozione dei tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie.4. Riforma fiscale e incentivi agli investimentiUna delle misure più significative adottate dal governo di Milei è stata l'introduzione di un regime fiscale favorevole per le imprese, soprattutto per quelle che investono in settori strategici come l'energia, l'edilizia e la tecnologia. Con l'abbassamento dei dazi d'importazione e delle imposte sul reddito per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, il governo mira a incentivare gli investimenti a lungo termine. Queste misure contribuiscono non solo a stimolare la crescita economica, ma anche a diversificare l'economia argentina.5. Contenimento dell'inflazioneL'inflazione, che ha raggiunto livelli record nel 2023, è stata un altro grande obiettivo per il governo di Milei. Nonostante una prima fiammata inflazionistica, l'inflazione è stata contenuta grazie a politiche monetarie e fiscali più rigide. A dicembre 2023, l'inflazione mensile aveva toccato il 25,5%, ma nel corso dei mesi successivi, il tasso è sceso drasticamente, attestandosi a un più gestibile 2,4%. Questo ha migliorato il potere d'acquisto dei cittadini e aumentato la fiducia nella stabilità economica.6. Crescita del Pil e ripresa dell'attività economicaIl Pil ha mostrato segni di ripresa, con una crescita del 3,9% nel terzo trimestre del 2024, il tasso più alto degli ultimi quattro anni. Inoltre, la disoccupazione è scesa, segno che le riforme hanno avuto un impatto anche sul mercato del lavoro.7. Riforma del settore pubblico e riduzione della burocraziaUna delle principali riforme è stata la riduzione della burocrazia statale, con una significativa riduzione del numero di ministeri e la semplificazione delle strutture amministrative. Questo ha portato a una diminuzione dei costi operativi, pari al 22% in termini reali, e ha reso l'apparato statale più efficiente. Inoltre, la riforma fiscale ha reso il sistema più moderno abbattendo le barriere burocratiche agli investimenti e promuovendo la competitività.8. Risoluzione dei problemi strutturali e recupero della fiducia internazionaleNon solo la stabilizzazione macroeconomica ha migliorato la situazione interna, ma anche la percezione internazionale dell'Argentina è cambiata. Il premio di rischio Paese, che nel 2020 aveva raggiunto i 4.362 punti base, è sceso a 677 punti a marzo, il livello più basso dal 2019. Questo riflette una crescente fiducia negli impegni economici del governo e nella sua capacità di gestire il debito pubblico. La riduzione del rischio Paese ha anche permesso una maggiore apertura alle esportazioni e agli investimenti esteri, contribuendo a migliorare la bilancia commerciale.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastruttureIl governo ha proseguito con le privatizzazioni, vendendo o parzialmente privatizzando otto grandi imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario. Questo ha permesso di ridurre il peso dello Stato in settori chiave, migliorando l'efficienza e aumentando la competitività del mercato.10. Prospettive future e cautelaNonostante i risultati positivi, l'Argentina è ancora alle prese con sfide significative, come il debito pubblico e la necessità di una maggiore stabilità economica. Tuttavia, le politiche attuate finora hanno contribuito a stabilizzare l’economia, e la gradualità con cui Milei intende procedere nelle riforme, inclusa la riforma del lavoro e il possibile abbassamento delle tasse, offre speranza per una crescita sostenibile nel lungo termine. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/argentina-milei-geopolitica-2671641396.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rocca-e-di-tella-storia-di-due-grandi-famiglie-di-imprenditori-italiani-in-argentina" data-post-id="2671641396" data-published-at="1743433673" data-use-pagination="False"> Rocca e Di Tella: Storia di due grandi famiglie di imprenditori italiani in Argentina Il 4 giugno 1946 alla presidenza dell’Argentina si insediò il generale Juan Domingo Peròn, dopo una netta vittoria nelle elezioni del febbraio precedente. Rimarrà in carica fino al 1955 negli anni noti come quelli del «peronismo» o «justicialismo», espressione della particolare visione politica, economica e sociale che il presidente capo del movimento dei «descamisados» mise in atto durante i 9 anni al potere. Dal punto di vista industriale, Peròn avviò un imponente processo di industrializzazione nazionale, basandosi sulle solide riserve auree che l’Argentina aveva accumulato grazie alla bilancia commerciale a proprio favore nell’export in particolare di materie prime e prodotti agricoli. L’intento era l’indipendenza economica dagli Stati Uniti, condizione necessaria per realizzare quella «terza via» tra socialismo e capitalismo che poneva al centro il benessere dei lavoratori organizzati in un forte sindacato di stampo corporativo, mutuato dall’esperienza di quello italiano del ventennio fascista. Proprio gli italo-argentini rappresentarono una costola importante per il processo di trasformazione industriale argentino. Nazione di prima immigrazione italiana sin dal secolo XIX, nel 1946 l’Argentina ospitava oltre 2 milioni e 800mila italiani. In molti parteciparono alla crescita industriale del Paese sudamericano, alcuni in posizione di primissimo piano, fondando e dirigendo imprese e gruppi ancora oggi dominanti nel panorama industriale internazionale. Sono i casi della famiglia Rocca, fondatrice dell’impero siderurgico Techint e della famiglia Di Tella, che fu protagonista nel settore della costruzione di macchinari, elettrodomestici, motocicli e automobili, dando alla politica argentina un proprio membro che fu due volte al governo come viceministro dell’Economia e poi ministro degli Esteri.Da Dalmine all’Argentina (e ritorno). La grande impresa siderurgica della famiglia RoccaNel 1946 Agostino Rocca (Milano, 25 maggio 1895 – Buenos Aires 17 febbraio 1978) poteva considerarsi un capitano d’industria «sopravvissuto». Figlio di ingegnere ferroviario, nel 1908 mentre si trovava con la famiglia a Reggio Calabria fu colpito dal disastroso sisma nel quale perse entrambi i genitori. A Roma, presso gli zii, scelse la carriera militare. Nel 1915 partì volontario per il fronte sopravvivendo a tutte le grandi battaglie dell’Isonzo, a Caporetto e all’ultima offensiva, che affrontò con la divisa degli Arditi. Nel 1921 a Milano si laurea in ingegneria e sposa Maria Queirazza, erede di una dinastia finanziaria che apre le porte a Rocca nella sua ascesa professionale, che a partire dal 1933 lo porterà alla guida dei due maggiori gruppi siderurgici italiani: Ansaldo e Dalmine. Dal 1943 ebbe il merito di difendere gli stabilimenti dalla spoliazione tedesca (anche se la Dalmine il 6 luglio 1944 fu rasa al suolo da un bombardamento alleato), ma alla fine della guerra fu preso nelle maglie dell’epurazione dalla quale, ancora una volta, riuscirà a sopravvivere venendo scagionato dalle accuse di collaborazionismo. Agostino Rocca non volle tuttavia prendere parte alla ricostruzione in Italia, ma cercò l’avventura oltreoceano. Nel 1945 a Milano, assieme al figlio Roberto e ai più fidati collaboratori, fondava la Compagnia Tecnica Internazionale poi Techint, dalla sigla usata nelle comunicazioni telegrafiche. Nel febbraio del 1946, meno di un anno dopo la fine della guerra, Agostino Rocca è a Buenos Aires. Grazie agli influenti contatti coltivati durante la carriera in Italia, l’ingegnere milanese riusciva a preparare il terreno per la sua ascesa. Forte del know-how acquisito in Ansaldo e Dalmine, ebbe una prima grande commessa tramite un connazionale, l’Imprenditore Bruno Pagliai, che in Messico aveva fondato la TAMSA (Tubos de Acero de Mèxico) e grazie all’intercessione di Giovanni Malagodi, futuro segretario del partito Liberale, allora banchiere nella capitale argentina. La prima commessa di Techint fu nel 1947 e riguardò la costruzione di tubi per un grande gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires. Le forniture arrivarono dalla Dalmine, che prese una partecipazione in Techint dando origine a una holding che si svilupperà negli anni successivi, gli anni d’oro dell’argentina di Peròn, che favorì l’industrializzazione nazionale grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti grazie al fortissimo flusso di cassa derivato dall’export agricolo. In pochi anni Rocca riusciva a creare una vera e propria economia di scala, con la fondazione di società controllate da Techint come la Siderca-Dalmine di Campana, la siderurgica Cometarsa, azienda di costruzioni metalliche tra cui locomotori e materiali ferroviari e la Elina per la realizzazione di grandi linee elettriche. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli affari della holding italo-argentina si allargarono ben oltre i confini nazionali, con grandi commesse in Venezuela, Brasile, Cile, Bolivia e Perù. Nel 1968, quando Agostino Rocca decide di passare il comando al figlio Roberto, il gruppo Techint impiegava già 15.000 persone, un numero in costante crescita. Agostino Rocca si spegne nel 1978, ma l’attività di Techint non si arresta neppure di fronte ai gravi dissesti economici e politici che per lunghi anni colpiranno l’Argentina. La soluzione per sconfiggere la crisi nazionale è quella di diversificare l’attività all’estero. E il primo Paese interessato è proprio l’Italia, dove i nipoti del fondatore Gianfelice e Paolo Rocca completeranno una serie di operazioni finanziarie in grandi gruppi come Falck e Mondadori per poi finalizzare tramite la Techint l’acquisizione dell’azienda dove tutto era partito, la Dalmine. Dal 2002 le attività della famiglia Rocca sono raggruppate sotto il nome della Tenaris e comprendono anche la partecipazione in campo sanitario con la fondazione, avvenuta nel 1996, dell’Istituto Clinico Humanitas.Il frigorifero e la Lambretta: la famiglia di Tella, dal Molise alla grande industria SIAMUn’ordinanza igienico sanitaria emessa dal governo argentino nel 1910 fu all’origine del successo di Torcuato di Tella , (Capracotta, Molise 1892 – Buenos Aires 1948) all’anagrafe Torquato, nome modificato per un errore di trascrizione dall’immigrazione argentina. Il decreto vietava la pratica dell’impasto manuale del pane a causa delle frequenti epidemie batteriche, una restrizione che generò lo sciopero generale dei panettieri in tutto il Paese. Torcuato di Tella, giovane emigrante molisano, ebbe la geniale idea di progettare e brevettare una macchina impastatrice meccanica per risolvere il problema. Il successo fu immediato e nello stesso anno Di Tella fondò la SIAM (Sociedad Italiana de Amasadoras Mecanicas – Società Italiana impastatrici meccaniche). Nel 1915, come Agostino Rocca, combattè al fronte durante la Grande Guerra e come il conterraneo fondatore della Techint si laureò in ingegneria dopo il congedo militare. Il boom della SIAM partì dagli anni Venti, quando l’azienda iniziò a diversificare producendo pompe per l’estrazione petrolifera per conto della YPF, la compagnia nazionale argentina guidata da Enrique Mosconi, figlio di un famoso ingegnere pioniere delle ferrovie italiane. Il passo successivo fu quello dei grandi elettrodomestici, tra cui una diffusissima gelatiera professionale automatica, molto apprezzata dai gelatai argentini tra i più famosi del pianeta. Negli anni Quaranta, l’azienda italo-argentina si espanse ulteriormente nel settore elettrodomestici con la produzione di ventilatori, lavatrici, interruttori e materiale elettrico, pompe idrauliche. Alla salita di Juan Domingo Peròn nel 1946 l’azienda impiegava oltre 3.000 dipendenti. Il forte stimolo postbellico innescato dal governo populista interessò anche la SIAM, che nei due ultimi anni di vita del fondatore cercò l’ingresso nella grande siderurgia con l’avvio della Sociedad Industrial Argentina de Tubos de Acero (SIAT), che tuttavia non riuscirà ad eguagliare il successo dei Rocca nel settore della metallurgia. Saranno i figli di Torcuato a trovare una nuova strada verso il successo, nella prima metà degli anni Cinquanta, spianata dalla ricostruzione postbellica e dalla ricostruzione dell’industria italiana: quella della motorizzazione di massa. L’occasione venne da una delle industrie protagoniste del boom delle due ruote italiane, la Innocenti di Lambrate, con la quale la SIAM aveva rapporti già dal 1946 per la produzione dei famosi tubi senza saldature. Nel 1954 le due aziende siglarono un accordo per la produzione su licenza degli scooter Lambretta, ribattezzati Siambretta. Prodotti interamente in Argentina con alcuni componenti provenienti da Lambrate, le Siambretta divennero presto l’oggetto del desiderio accessibile anche alle fasce dei lavoratori, con un assalto vero e proprio che generò inizialmente lunghe liste d’attesa. Dal 1954 al 1966, ultimo anno di produzione, furono circa 260.000 le Siambretta che uscirono dagli stabilimenti SIAM nei pressi della capitale argentina prima dell’inizio della lunga fase di recessione economica del Paese, quando l’azienda italo-argentina era arrivata a superare i 15.000 addetti. L’azienda di Torcuato di Tella, guidata inizialmente dai figli del fondatore, provò anche l’avventura delle quattro ruote grazie ad un altro accordo internazionale, questa volta con la BMC britannica. Il risultato della joint venture vide la realizzazione di una berlina di generose dimensioni, la Siam-Di Tella 1500, costruita dal 1959 al 1966 in oltre 60.000 unità. Nel 1971 la crisi economica generò l’intervento dello Stato e la Di Tella fu nazionalizzata, continuando la produzione nei settori delle pompe per l’industria petrolifera e degli elettrodomestici. Il nome della famiglia rimase tuttavia nella successiva storia del Paese nella figura di Guido Di Tella, figlio di Torcuato, non come capitano d’impresa ma come politico di spicco. Peronista convinto, fu due volte al governo. La prima volta come viceministro dell’Economia nel governo di Isabel Peròn dal 1974 al colpo di stato del 1976. Dopo l’esilio a Oxford, fu chiamato nel 1989 dal neo-peronista Carlos Menèm come ministro degli Esteri. Durante il suo mandato fu fautore di un riavvicinamento con la Gran Bretagna dopo la frattura delle Falkland e con gli Stati Uniti di Bill Clinton. Guido DI Tella è stato il fondatore, nel 1958, dell’Istituto Torcuato di Tella e nel 1991 dell’Universidad Torcuato di Tella, ancora oggi un punto di riferimento per la formazione dei dirigenti d’impresa argentini.
Inevitabile iniziare questo percorso a dorso di storione, la fonte delle preziose uova di caviale. Una tradizione che affonda le sue radici sin dall’antichità come testimoniano alcuni bassorilievi tramandati a noi dalle piramidi egizie dove vengono raffigurati dei pescatori che estraggono le uova da pesci di tale stazza che non possono che esser storioni, posto che, balene e delfini, non hanno mai frequentato le acque del Nilo. A parte la stazza da peso massimo, le razze pregiate tipo i Beluga possono arrivare a otto metri per altrettanti quintali, lo storione ha un’altra caratteristica, ben descritta da Ovidio: «È un pesce pellegrino tra le onde più illustri». Un tempo dal Mediterraneo poteva risalire anche lungo i nostri fiumi, dal più accogliente Po sino al patriottico Piave che, al suo passaggio, mormorava goloso in attesa che poi i pescatori provvedessero alla concia conseguente. Infatti era tra le acque e le insenature protette dei fiumi che la femmina storiona provvedeva a salvaguardare la prosecuzione della specie deponendo le uova. E così anche lungo le coste atlantiche del Nord America o del Mar Nero lungo il Volga o il Don. Uova preziose anche per la sopravvivenza umana, come ad esempio facevano Egizi e Fenici che, dopo averli conservati sotto sale, li tenevano nelle stive delle navi quali cibo di pronto consumo, mentre i più goderecci Romani li servivano ai banchetti della nobiltà patrizia accompagnati dal suono dei flauti stuzzicanti l’appetito a seguire, mentre i Greci erano più discreti, impreziosendone i vassoi con adeguate decorazioni floreali.
Caviale sorta di «nero petrolio» goloso di cui erano ricche le terre mediorientali del mar Caspio, dove le tribù nomadi procedevano alla cattura e poi alla eviscerazione ovaiola avviando un progressivo mercato verso occidente tanto che, in Italia, divennero approdi di riferimento i porti di Venezia e Genova. Caviale che progressivamente si impone sulle tavole della nobiltà del tempo come in Inghilterra, dove re Edoardo II gli attribuisce l’etichetta di «pesce reale» e, come tale, con apposito decreto, impone ai pescatori della golosa Albione di consegnare in esclusiva alla casa reale quanto pescato lungo il Tamigi e dintorni.
A ognuno il suo stile. Un esempio arriva dal geniale Leonardo Da Vinci. Passeggiando in cerca di ispirazione lungo il Ticino, nei pressi di Pavia, incrocia dei pescatori che hanno appena liberato le preziose uova da mamma storiona. Nei giorni a venire era stato invitato alle nozze della duchessa Beatrice d’Este che andava in sposa a Ludovico il Moro. Da lì, al genio che aveva dipinto la Gioconda, l’intuizione conseguente: si presenta al regale banchetto con un omaggio che rapì l’occhio dei convitati. Uno scrigno incastonato di pietre preziose e gemme di valore a fare corona a una coppa ricolma di caviale, proprio come si trattasse di un raro e raffinato gioiello.
Caviale sempre protagonista anche in riva al Baltico, nella San Pietroburgo dove all’arrivo della primavera i nomadi Cosacchi provenienti dalle rive del Volga portavano come omaggio allo zar Pietro il Grande le primizie del loro caviale. E qui l’immancabile fuori spartito che accompagna da sempre le vicende umane. In Russia, considerata un po’ la patria che ha valorizzato le uova di storione, il caviale si chiama «ikra» e, nella tradizione locale, più che solista in proprio, entra nel gioco di squadra della «zakuska», un antipasto russo ricco di varie componenti: da pesci di mare, salati o affumicati, a uova, creme piccanti, formaggi di varia fatta. L’etimo caviale, in realtà, è di origine persiana, altra miniera di cavialitudini golose, ovvero «khag aviar», torta dell’energia, forse un rimando all’uso medicinale ed energizzante che se ne faceva un tempo. Ricco di minerali, in particolare zinco, benefico nello stimolare varie funzioni, dalla produzione di testosterone alla stimolazione ovarica delle potenziali mamme dedite alla riproduzione dell’umana specie. Ecco, allora, che la sua casanoviana rilettura erotica rientra nei più corretti canoni di una comunità.
Ritorniamo a percorrere le vie storiche della riproduzione cavialesca lungo le tavole dei vari Paesi. Sul finire dell’Ottocento furono molti i pescatori russi che varcarono le rotte polari per giungere negli States in cerca di fortuna, tanto che le uova dello storione venivano offerte nei saloon per stimolare ulteriore richiesta di pinte di birra, vista la loro birichina stimolazione salina. Con la rivoluzione bolscevica, il caviale che i cavalieri cosacchi offrivano allo zar trova degno asilo nella Parigi della Belle Époque. Ci pensano i fratelli Melkoun e Mouchegh Petrossian, russi fuggiti da Baku, sulle sponde del Mar Nero, storica miniera di goloso caviale. Figli di un ricco commerciante di seta, giungono sulle rive della Senna l’uno per proseguire gli studi di medicina, l’altro per diventare avvocato. Ma, ben presto, la bella vita parigina li distrae dai testi accademici e cercano di coinvolgere l’altra metà del cielo dal «oui, c’est un plaisir» con l’afrodisiaco caviale galeotto, che avevano portato con sé, consolazione dell’esilio. Il caviale si abbinerebbe bene alle feste animate da charleston e champagne, ma in Francia risulta sconosciuto. Hanno nostalgia di casa, ma come fornitrice di uova di storione, non di altro. Si ingegnano. Allora non c’erano i canali social, ma il genio non ha frontiere, e se accompagnato da tenacia e determinazione non conosce ostacoli. Riescono a contattare telefonicamente nientemeno che l’allora ministro russo del commercio estero. Sfondano una porta aperta. Reciproca. Loro hanno bisogno di caviale per far sognare i loro amici oltre le rive della Senna, il ministro si trova con i depositi dove le scatolette di caviale rischiano di ammuffire, vista la caduta della richiesta locale, dovuta all’impoverimento rivoluzionario conseguente.
I Petrossian hanno, in pratica, il monopolio di importazione di caviale dalla madre Russia e al ministero leninizzato hanno finalmente moneta sonante per acquistare le granaglie sui mercati internazionali, vista la caduta della produzione a livello locale. Tuttavia, quello dei Petrossian, non è un debutto in società tutto rose e fiori. Nel 1925 partecipano all’Expogastronomica nel Gran Palais. Un esordio a paso doble. Da un lato, la rete di amicizie che avevano fidelizzato nel tempo che sono orgogliose di rendere il dovuto omaggio al loro impegno, ma dall’altro anche dei parvenu di gola che si approcciano un po’ dubbiosi a quelle strane perline nere servite con aristocratica simpatia. Rien à faire. Un teatrino di smorfie, rigurgiti, sputacchiate come neanche nei peggiori boulevard di Pigalle e dintorni. Tanto che diventano protagonisti di un teatrino che vede radunarsi attorno a loro un pubblico sorpreso e divertito come nei palchetti di Montparnasse. I Petrossian vengono salvati dalle cucine del Grand Hotel Ritz, che porterà presenza stabile nel menù il loro caviale. Ed è così che i due tenaci fratelli apriranno una loro boutique, sorta di ambasciata delle migliori e diverse varianti del caviale, cui seguirà anche una azienda dedicata per la produzione stessa del loro piccolo gioiello goloso.
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Pino Lerario Tagliatore
Dietro ogni capo Tagliatore c’è una firma inconfondibile, ma soprattutto una visione. Pino Lerario non è solo l’erede di una tradizione sartoriale, è colui che l’ha trasformata in un linguaggio contemporaneo, portando l’eleganza pugliese sui mercati internazionali senza mai snaturarla costruendo un’identità forte fatta di proporzioni decise, dettagli riconoscibili e una coerenza rara. È Pino Lerario a raccontarsi.
Famiglia, casa, storia: è tutto ciò che rappresenta Tagliatore a Martina Franca?
«Sì, assolutamente. Per noi Tagliatore non è solo un’azienda, è proprio un pezzo di vita. È qualcosa che va oltre il lavoro: rappresenta le nostre radici, il nostro territorio e tutto quello che ci è stato tramandato nel tempo».
La storia parte dal nonno Vito, tagliatore di tomaie di scarpe, fino ad arrivare alla confezione. È stata un’evoluzione naturale o una rottura netta?
«Direi senza dubbio un’evoluzione naturale. Questo passaggio lo ha fatto mio padre in modo spontaneo, senza forzature. Parliamo di un’epoca diversa, in cui certe scelte nascevano più dall’istinto e dalle opportunità che da una strategia precisa. È stato un cambiamento graduale, quasi inevitabile, che si è inserito perfettamente nel contesto familiare e lavorativo. È stato un cambio importante, ma sempre legato al “saper fare” artigianale».
In una famiglia come la vostra, il «saper fare» si impara o si respira fin da piccoli?
«Secondo me si respira, prima ancora di impararlo. Io stesso ho iniziato molto presto, intorno ai sette anni, quando mio padre aprì il primo laboratorio nel 1972. Dopo la scuola andavo in bottega e stavo lì a guardare, ad ascoltare, a toccare i tessuti. È qualcosa che ti entra dentro piano piano. Poi certo, ci vuole passione: senza quella puoi anche stare lì tutta la vita, ma non impari davvero».
Anche suo padre ha iniziato giovanissimo.
«A cinque anni. Oggi sembra impensabile, ma una volta era così: si cresceva in bottega, si imparava fin da subito un mestiere. Era una scuola di vita oltre che di lavoro».
Le piace ancora chiamarla «bottega»?
«Sì, e continuerò a chiamarla in questo modo. La bottega per noi è sempre stata come una seconda casa, anzi forse la prima, perché ci passavamo più tempo che a casa. È un ambiente che ti forma, che ti accompagna per tutta la vita. Anche se oggi siamo un’azienda con centinaia di dipendenti, per me resta la bottega. È un termine che racchiude tutto: tradizione, manualità, sacrificio. Nel nostro dialetto si dice a putia, e questo ti fa capire quanto sia radicata questa idea nella nostra cultura».
C’è stato un momento chiave, una svolta per Tagliatore?
«Più che un singolo momento, direi diversi episodi nel corso degli anni. Quando lavori tanto e per così tanto tempo, è inevitabile affrontare difficoltà. Noi abbiamo avuto anche momenti molto duri, situazioni che sembravano delle vere e proprie catastrofi. Però, col senno di poi, proprio quegli episodi si sono rivelati fondamentali per la nostra crescita. Ti costringono a reagire, a migliorare, a non adagiarti».
Tagliatore è ancora un’azienda familiare. Come si mantiene l’equilibrio?
«Essere un’azienda familiare è bellissimo, ma non sempre semplice. Ci sono dinamiche diverse rispetto a un’azienda strutturata in modo più “freddo”. Però alla fine si trova sempre un equilibrio, perché alla base c’è il legame familiare. Ci si confronta, si discute, ma poi si decide insieme. Siamo quattro fratelli e ognuno ha il suo ruolo. Mia sorella Maria Teresa si occupa dell’amministrazione, mio fratello Luciano della produzione, Vito del reparto taglio, e io ho un ruolo più di coordinamento generale. Cerco di tenere insieme tutte le parti».
La produzione resta in Puglia. Quanto conta il made in Italy oggi?
«Conta tantissimo, anche se è sempre più difficile sostenerlo. Produrre in Italia significa affrontare costi più alti, ma nel nostro caso è fondamentale. La nostra collezione è molto ampia, con tanti modelli, colori e possibilità di personalizzazione: questo tipo di lavoro si può fare solo qui. Purtroppo molte aziende stanno andando all’estero perché i costi sono più bassi. Ma il made in Italy è la nostra vera forza: se perdiamo quello, perdiamo tutto. Andrebbe tutelato molto di più».
Le vostre giacche con i rever larghi. Da dove nasce questa scelta?
«Dalla voglia di osare e di dare personalità al prodotto. Ci siamo ispirati agli anni ’70 e ’80, quando i rever erano più ampi. Abbiamo ripreso quell’idea e l’abbiamo reinterpretata. Il rever largo dà carattere, forza, presenza».
Dopo l’uomo avete sviluppato anche la donna. Che differenze ci sono?
«Il processo creativo cambia molto, soprattutto per quanto riguarda materiali e sensibilità. Però abbiamo voluto mantenere una cosa fondamentale: la costruzione. Le nostre giacche da donna sono realizzate con la stessa cura e tecnica di quelle da uomo, che sono tra le più complesse».
Quali sono i vostri mercati principali?
«L’Italia resta il mercato principale, anche se è il più difficile. Poi c’è il Giappone, molto esigente ma importantissimo per noi. Siamo presenti anche in Europa, in paesi come Francia e Germania, nei paesi scandinavi, in Turchia e stiamo crescendo negli Stati Uniti».
Si parla molto di sostenibilità: quanto conta per voi?
«Tantissimo. Per noi sostenibilità significa soprattutto qualità. Utilizziamo tessuti italiani e realizziamo capi pensati per durare negli anni. Questo è il vero lusso oggi. Quando un capo dura nel tempo e continua a essere indossato dopo anni, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ho clienti che ancora oggi indossano cappotti di più di dieci anni fa e non riescono a separarsene: questo per me è il risultato più bello».
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Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
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Trevallion
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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