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2025-03-31
La motosega di Milei ha funzionato
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Da diverse settimane ogni mercoledì i pensionati argentini protestano davanti al parlamento di Buenos Aires per i tagli alle pensioni e allo stato sociale. Nell’ultima manifestazione insieme a loro si sono però presentati diversi gruppi ultrà delle principali squadre di calcio della capitale e numerosi elementi di estrema sinistra che hanno scatenato una guerriglia contro la polizia. Il governo del presidente Javier Milei ha subito accusato il partito peronista di tirare le file della protesta, definendo queste proteste un attacco al legittimo governo argentino. Questi scontri hanno portato all’arresto di 130 persone e al ferimento di 47 ed il ministro della Sicurezza Nazionale Patricia Bullrich ha ordinato misure straordinario per difendere il parlamento e la Casa Rosada, la residenza del presidente argentino, arrivando a minacciare i gruppi di tifoseria organizzata. La ministra argentina ha pubblicamente accusato gli ultrà (barras bravas) di essere mossi politicamente e di avere un interesse a fomentare la rivolta. Le curve di River Plate e Boca Juniors, le principali squadre di Buenos Aires, sono storicamente molto vicine al peronismo ed in passato sono state un importante bacino di voti per i partiti di sinistra. Nelle strade di Buenos Aires accanto ai gruppi di pensionati hanno sfilato anche gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e la Confederación General del Trabajo (CGT), il più grande sindacato argentino. La situazione resta tesa e nemmeno gli interventi delle forze dell’ordine hanno fermato queste manifestazioni che attaccano l’operato di Javier Milei, soprattutto economicamente e politicamente. A poco più di un anno dal suo insediamento il presidente argentino ultraliberista ha però ottenuto indubbi risultati a livello macro-economico, anche se ha davvero utilizzato la motosega come aveva promesso durante l’accesa campagna elettorale. Milei aveva più volte parlato di sacrifici da compiere, accusando il precedente governo peronista di aver lasciato una situazione economica disastrosa. Ai suoi sostenitori l’uomo della Casa Rosada aveva promesso tagli drastici a ministeri ed enti pubblici, con licenziamenti di massa e blocco di aumenti di stipendio. Javier Milei ha mantenuto le promesse abbattendo di quasi il 30% la spesa pubblica e combattendo con forza l’inflazione, il vero incubo di ogni argentino. L’inflazione nel 2023 era arrivata al 260%, mentre dal suoi insediamento è scesa al 120%, indubbiamente una cifra alta, ma non da queste parti. Una notizia che ha ricevuto i complimenti da parte del Fondo Monetario Internazionale con il quale l’Argentina ha un debito enorme. Il problema è che i dipendenti pubblici hanno visto il blocco degli aumenti perdendo la loro capacità di spesa ed i tagli a sanità e sussidi hanno colpito anche i pensionati che sono subito scesi in piazza. Javier Milei non sembra però minimamente preoccupato delle proteste ed il suo zoccolo duro di sostenitori resta saldamente al suo fianco. Il presidente argentino è un fedelissimo di Donald Trump, con il quale vanta anche un solido rapporto personale, e vuole applicare al suo paese diverse misure simili come la possibile uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima. Il vulcanico uomo della Casa Rosada, oltre a riformare l’economia del suo paese, punta ad ottenere un ruolo geopolitico di primo piano in America Latina, ma i rapporti con diversi stati sono complicati. Il nemico numero uno di Milei resta indubbiamente il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è arrivato a chiudere l’ambasciata argentina di Caracas espellendo l’ambasciatore. Il presidente argentino non ha riconosciuto la discussa vittoria di Maduro e più volte si è appellato al popolo venezuelano per rovesciare il regime madurista. Pessimi i rapporti anche con i sodali del Venezuela come Bolivia, Cuba, Honduras e Nicaragua, tutti stati che Milei considera dittature socialista da abbattere. Più complicate le relazioni con il terzetto di governi di sinistra composto da Brasile, Messico e Colombia, ma con loro l’Argentina sta cercando una strada. La Colombia ha rapporti difficili con il Venezuela, che accusa di sostenere la guerriglia sul confine, mentre il Brasile ha accettato di ospitare i diplomatici argentini a Caracas quando l’ambasciata è stata posta sotto assedio dalle forze di sicurezza venezuelane. Lula non ha mai accettato il risultato elettorale di Maduro e sa quanto i rapporti con l’Argentina siano importanti per il Brasile, soprattutto a livello commerciale e turistico. Articolati anche i rapporti con Uruguay e Cile, con i quali l’Argentina condivide un lungo confine. A Montevideo il presidente Yamandu Orsi, che rappresenta una colazione di sinistra chiamata Frente Amplio, sta cercando un equilibrio con l’ingombrante vicino, ma punta ad agire da mediatore fra i governi di sinistra e l’Argentina. A Santiago del Cile lo scontro è invece già in atto ed il presidente cileno Gabriel Boric è stato accusato dal ministro dell’Economia di Buenos Aires di essere un comunista che vuole distruggere l’economia. Boric ha chiesto rispetto, ma ha definito l’Argentina un paese fratello dicendosi disposto a lavorare insieme. Indubbiamente migliori i rapporti con il Paraguay dove governa il conservatore Partido Colorado che ha eletto come presidente Santiago Pena con il quale ha già organizzato diversi incontri fra Asuncion e Buenos Aires per rafforzare i legami bilaterali, confermando la forte influenza argentina nel paese. L’amministrazione Trump sta monitorando con attenzione tutto quello che accade in America Latina , riproponendo una presenza statunitense a livello continentale e Javier Milei e l’Argentina sono indubbiamente il ponte naturale per il Sud America.
La motosega di Milei ha funzionato
Nel 2024 l'Argentina guidata da Javier Milei ha raggiunto il pareggio di bilancio, Il Pil è tornato a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso. L’inflazione, dopo una prima fiammata, è calata rapidamente: negli ultimi mesi i prezzi sono cresciuti a un tasso annualizzato di poco superiore al 30% (il tasso di crescita nei 12 mesi era arrivato al 292% nell’aprile 2023).
Ecco un'analisi dettagliata di come queste misure stiano risanando l'Argentina:
1. Riduzione del deficit e pareggio di bilancio
Nel 2024, l'Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio dopo aver affrontato un deficit di oltre il 5%. La riduzione della spesa pubblica è stata fondamentale per questo obiettivo, Il taglio è stato del 28% in termini reali, superando le aspettative del Fondo Monetario Internazionale che si aspettava una riduzione del 18%. Questo è stato possibile grazie a una serie di tagli mirati e riforme, come il declassamento a segretariati di 9 ministeri e il licenziamento di dipendenti pubblici.
2. Tagli alla spesa pubblica e ai sussidi
Tagliati dipendenti pubblici, pensioni, investimenti e sussidi. Questo approccio drastico ha portato a una riduzione della spesa primaria.
3. Liberalizzazioni e deregolamentazione
Le liberalizzazioni hanno avuto un impatto profondo sull'economia. Tra le misure più significative, vi è l'eliminazione dei controlli sui prezzi degli affitti e la rimozione dei tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie.
4. Riforma fiscale e incentivi agli investimenti
Una delle misure più significative adottate dal governo di Milei è stata l'introduzione di un regime fiscale favorevole per le imprese, soprattutto per quelle che investono in settori strategici come l'energia, l'edilizia e la tecnologia. Con l'abbassamento dei dazi d'importazione e delle imposte sul reddito per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, il governo mira a incentivare gli investimenti a lungo termine. Queste misure contribuiscono non solo a stimolare la crescita economica, ma anche a diversificare l'economia argentina.
5. Contenimento dell'inflazione
L'inflazione, che ha raggiunto livelli record nel 2023, è stata un altro grande obiettivo per il governo di Milei. Nonostante una prima fiammata inflazionistica, l'inflazione è stata contenuta grazie a politiche monetarie e fiscali più rigide. A dicembre 2023, l'inflazione mensile aveva toccato il 25,5%, ma nel corso dei mesi successivi, il tasso è sceso drasticamente, attestandosi a un più gestibile 2,4%. Questo ha migliorato il potere d'acquisto dei cittadini e aumentato la fiducia nella stabilità economica.
6. Crescita del Pil e ripresa dell'attività economica
Il Pil ha mostrato segni di ripresa, con una crescita del 3,9% nel terzo trimestre del 2024, il tasso più alto degli ultimi quattro anni. Inoltre, la disoccupazione è scesa, segno che le riforme hanno avuto un impatto anche sul mercato del lavoro.
7. Riforma del settore pubblico e riduzione della burocrazia
Una delle principali riforme è stata la riduzione della burocrazia statale, con una significativa riduzione del numero di ministeri e la semplificazione delle strutture amministrative. Questo ha portato a una diminuzione dei costi operativi, pari al 22% in termini reali, e ha reso l'apparato statale più efficiente. Inoltre, la riforma fiscale ha reso il sistema più moderno abbattendo le barriere burocratiche agli investimenti e promuovendo la competitività.
8. Risoluzione dei problemi strutturali e recupero della fiducia internazionale
Non solo la stabilizzazione macroeconomica ha migliorato la situazione interna, ma anche la percezione internazionale dell'Argentina è cambiata. Il premio di rischio Paese, che nel 2020 aveva raggiunto i 4.362 punti base, è sceso a 677 punti a marzo, il livello più basso dal 2019. Questo riflette una crescente fiducia negli impegni economici del governo e nella sua capacità di gestire il debito pubblico. La riduzione del rischio Paese ha anche permesso una maggiore apertura alle esportazioni e agli investimenti esteri, contribuendo a migliorare la bilancia commerciale.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture.
9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture
Il governo ha proseguito con le privatizzazioni, vendendo o parzialmente privatizzando otto grandi imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario. Questo ha permesso di ridurre il peso dello Stato in settori chiave, migliorando l'efficienza e aumentando la competitività del mercato.
10. Prospettive future e cautela
Nonostante i risultati positivi, l'Argentina è ancora alle prese con sfide significative, come il debito pubblico e la necessità di una maggiore stabilità economica. Tuttavia, le politiche attuate finora hanno contribuito a stabilizzare l’economia, e la gradualità con cui Milei intende procedere nelle riforme, inclusa la riforma del lavoro e il possibile abbassamento delle tasse, offre speranza per una crescita sostenibile nel lungo termine.
Rocca e Di Tella: Storia di due grandi famiglie di imprenditori italiani in Argentina
Il 4 giugno 1946 alla presidenza dell’Argentina si insediò il generale Juan Domingo Peròn, dopo una netta vittoria nelle elezioni del febbraio precedente. Rimarrà in carica fino al 1955 negli anni noti come quelli del «peronismo» o «justicialismo», espressione della particolare visione politica, economica e sociale che il presidente capo del movimento dei «descamisados» mise in atto durante i 9 anni al potere. Dal punto di vista industriale, Peròn avviò un imponente processo di industrializzazione nazionale, basandosi sulle solide riserve auree che l’Argentina aveva accumulato grazie alla bilancia commerciale a proprio favore nell’export in particolare di materie prime e prodotti agricoli. L’intento era l’indipendenza economica dagli Stati Uniti, condizione necessaria per realizzare quella «terza via» tra socialismo e capitalismo che poneva al centro il benessere dei lavoratori organizzati in un forte sindacato di stampo corporativo, mutuato dall’esperienza di quello italiano del ventennio fascista. Proprio gli italo-argentini rappresentarono una costola importante per il processo di trasformazione industriale argentino. Nazione di prima immigrazione italiana sin dal secolo XIX, nel 1946 l’Argentina ospitava oltre 2 milioni e 800mila italiani. In molti parteciparono alla crescita industriale del Paese sudamericano, alcuni in posizione di primissimo piano, fondando e dirigendo imprese e gruppi ancora oggi dominanti nel panorama industriale internazionale. Sono i casi della famiglia Rocca, fondatrice dell’impero siderurgico Techint e della famiglia Di Tella, che fu protagonista nel settore della costruzione di macchinari, elettrodomestici, motocicli e automobili, dando alla politica argentina un proprio membro che fu due volte al governo come viceministro dell’Economia e poi ministro degli Esteri.
Da Dalmine all’Argentina (e ritorno). La grande impresa siderurgica della famiglia Rocca
Nel 1946 Agostino Rocca (Milano, 25 maggio 1895 – Buenos Aires 17 febbraio 1978) poteva considerarsi un capitano d’industria «sopravvissuto». Figlio di ingegnere ferroviario, nel 1908 mentre si trovava con la famiglia a Reggio Calabria fu colpito dal disastroso sisma nel quale perse entrambi i genitori. A Roma, presso gli zii, scelse la carriera militare. Nel 1915 partì volontario per il fronte sopravvivendo a tutte le grandi battaglie dell’Isonzo, a Caporetto e all’ultima offensiva, che affrontò con la divisa degli Arditi. Nel 1921 a Milano si laurea in ingegneria e sposa Maria Queirazza, erede di una dinastia finanziaria che apre le porte a Rocca nella sua ascesa professionale, che a partire dal 1933 lo porterà alla guida dei due maggiori gruppi siderurgici italiani: Ansaldo e Dalmine. Dal 1943 ebbe il merito di difendere gli stabilimenti dalla spoliazione tedesca (anche se la Dalmine il 6 luglio 1944 fu rasa al suolo da un bombardamento alleato), ma alla fine della guerra fu preso nelle maglie dell’epurazione dalla quale, ancora una volta, riuscirà a sopravvivere venendo scagionato dalle accuse di collaborazionismo. Agostino Rocca non volle tuttavia prendere parte alla ricostruzione in Italia, ma cercò l’avventura oltreoceano. Nel 1945 a Milano, assieme al figlio Roberto e ai più fidati collaboratori, fondava la Compagnia Tecnica Internazionale poi Techint, dalla sigla usata nelle comunicazioni telegrafiche. Nel febbraio del 1946, meno di un anno dopo la fine della guerra, Agostino Rocca è a Buenos Aires. Grazie agli influenti contatti coltivati durante la carriera in Italia, l’ingegnere milanese riusciva a preparare il terreno per la sua ascesa. Forte del know-how acquisito in Ansaldo e Dalmine, ebbe una prima grande commessa tramite un connazionale, l’Imprenditore Bruno Pagliai, che in Messico aveva fondato la TAMSA (Tubos de Acero de Mèxico) e grazie all’intercessione di Giovanni Malagodi, futuro segretario del partito Liberale, allora banchiere nella capitale argentina. La prima commessa di Techint fu nel 1947 e riguardò la costruzione di tubi per un grande gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires. Le forniture arrivarono dalla Dalmine, che prese una partecipazione in Techint dando origine a una holding che si svilupperà negli anni successivi, gli anni d’oro dell’argentina di Peròn, che favorì l’industrializzazione nazionale grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti grazie al fortissimo flusso di cassa derivato dall’export agricolo. In pochi anni Rocca riusciva a creare una vera e propria economia di scala, con la fondazione di società controllate da Techint come la Siderca-Dalmine di Campana, la siderurgica Cometarsa, azienda di costruzioni metalliche tra cui locomotori e materiali ferroviari e la Elina per la realizzazione di grandi linee elettriche. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli affari della holding italo-argentina si allargarono ben oltre i confini nazionali, con grandi commesse in Venezuela, Brasile, Cile, Bolivia e Perù. Nel 1968, quando Agostino Rocca decide di passare il comando al figlio Roberto, il gruppo Techint impiegava già 15.000 persone, un numero in costante crescita. Agostino Rocca si spegne nel 1978, ma l’attività di Techint non si arresta neppure di fronte ai gravi dissesti economici e politici che per lunghi anni colpiranno l’Argentina. La soluzione per sconfiggere la crisi nazionale è quella di diversificare l’attività all’estero. E il primo Paese interessato è proprio l’Italia, dove i nipoti del fondatore Gianfelice e Paolo Rocca completeranno una serie di operazioni finanziarie in grandi gruppi come Falck e Mondadori per poi finalizzare tramite la Techint l’acquisizione dell’azienda dove tutto era partito, la Dalmine. Dal 2002 le attività della famiglia Rocca sono raggruppate sotto il nome della Tenaris e comprendono anche la partecipazione in campo sanitario con la fondazione, avvenuta nel 1996, dell’Istituto Clinico Humanitas.
Il frigorifero e la Lambretta: la famiglia di Tella, dal Molise alla grande industria SIAM
Un’ordinanza igienico sanitaria emessa dal governo argentino nel 1910 fu all’origine del successo di Torcuato di Tella , (Capracotta, Molise 1892 – Buenos Aires 1948) all’anagrafe Torquato, nome modificato per un errore di trascrizione dall’immigrazione argentina. Il decreto vietava la pratica dell’impasto manuale del pane a causa delle frequenti epidemie batteriche, una restrizione che generò lo sciopero generale dei panettieri in tutto il Paese. Torcuato di Tella, giovane emigrante molisano, ebbe la geniale idea di progettare e brevettare una macchina impastatrice meccanica per risolvere il problema. Il successo fu immediato e nello stesso anno Di Tella fondò la SIAM (Sociedad Italiana de Amasadoras Mecanicas – Società Italiana impastatrici meccaniche). Nel 1915, come Agostino Rocca, combattè al fronte durante la Grande Guerra e come il conterraneo fondatore della Techint si laureò in ingegneria dopo il congedo militare. Il boom della SIAM partì dagli anni Venti, quando l’azienda iniziò a diversificare producendo pompe per l’estrazione petrolifera per conto della YPF, la compagnia nazionale argentina guidata da Enrique Mosconi, figlio di un famoso ingegnere pioniere delle ferrovie italiane. Il passo successivo fu quello dei grandi elettrodomestici, tra cui una diffusissima gelatiera professionale automatica, molto apprezzata dai gelatai argentini tra i più famosi del pianeta. Negli anni Quaranta, l’azienda italo-argentina si espanse ulteriormente nel settore elettrodomestici con la produzione di ventilatori, lavatrici, interruttori e materiale elettrico, pompe idrauliche. Alla salita di Juan Domingo Peròn nel 1946 l’azienda impiegava oltre 3.000 dipendenti. Il forte stimolo postbellico innescato dal governo populista interessò anche la SIAM, che nei due ultimi anni di vita del fondatore cercò l’ingresso nella grande siderurgia con l’avvio della Sociedad Industrial Argentina de Tubos de Acero (SIAT), che tuttavia non riuscirà ad eguagliare il successo dei Rocca nel settore della metallurgia. Saranno i figli di Torcuato a trovare una nuova strada verso il successo, nella prima metà degli anni Cinquanta, spianata dalla ricostruzione postbellica e dalla ricostruzione dell’industria italiana: quella della motorizzazione di massa. L’occasione venne da una delle industrie protagoniste del boom delle due ruote italiane, la Innocenti di Lambrate, con la quale la SIAM aveva rapporti già dal 1946 per la produzione dei famosi tubi senza saldature. Nel 1954 le due aziende siglarono un accordo per la produzione su licenza degli scooter Lambretta, ribattezzati Siambretta. Prodotti interamente in Argentina con alcuni componenti provenienti da Lambrate, le Siambretta divennero presto l’oggetto del desiderio accessibile anche alle fasce dei lavoratori, con un assalto vero e proprio che generò inizialmente lunghe liste d’attesa. Dal 1954 al 1966, ultimo anno di produzione, furono circa 260.000 le Siambretta che uscirono dagli stabilimenti SIAM nei pressi della capitale argentina prima dell’inizio della lunga fase di recessione economica del Paese, quando l’azienda italo-argentina era arrivata a superare i 15.000 addetti. L’azienda di Torcuato di Tella, guidata inizialmente dai figli del fondatore, provò anche l’avventura delle quattro ruote grazie ad un altro accordo internazionale, questa volta con la BMC britannica. Il risultato della joint venture vide la realizzazione di una berlina di generose dimensioni, la Siam-Di Tella 1500, costruita dal 1959 al 1966 in oltre 60.000 unità. Nel 1971 la crisi economica generò l’intervento dello Stato e la Di Tella fu nazionalizzata, continuando la produzione nei settori delle pompe per l’industria petrolifera e degli elettrodomestici. Il nome della famiglia rimase tuttavia nella successiva storia del Paese nella figura di Guido Di Tella, figlio di Torcuato, non come capitano d’impresa ma come politico di spicco. Peronista convinto, fu due volte al governo. La prima volta come viceministro dell’Economia nel governo di Isabel Peròn dal 1974 al colpo di stato del 1976. Dopo l’esilio a Oxford, fu chiamato nel 1989 dal neo-peronista Carlos Menèm come ministro degli Esteri. Durante il suo mandato fu fautore di un riavvicinamento con la Gran Bretagna dopo la frattura delle Falkland e con gli Stati Uniti di Bill Clinton. Guido DI Tella è stato il fondatore, nel 1958, dell’Istituto Torcuato di Tella e nel 1991 dell’Universidad Torcuato di Tella, ancora oggi un punto di riferimento per la formazione dei dirigenti d’impresa argentini.
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L'operato di Milei in campo economico ha dato indubbi risultati. Come Donald Trump, il presidente argentino vorrebbe l'uscita dall'Oms e l'isolamento di Maduro, puntando ad essere il principale attore geopolitico del Sudamerica. A Buenos Aires i pensionati protestano per i tagli insieme agli ultras del calcio, sobillati dall'opposizione peronista.L’Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio nel 2024. Il Pil è tornato a crescere e la disoccupazione è scesa.Gli italiani hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo economico dell'Argentina, in particolare nel dopoguerra, fondando veri e propri colossi industriali. I casi delle famiglie Rocca e Di Tella.Lo speciale contiene tre articoli.Da diverse settimane ogni mercoledì i pensionati argentini protestano davanti al parlamento di Buenos Aires per i tagli alle pensioni e allo stato sociale. Nell’ultima manifestazione insieme a loro si sono però presentati diversi gruppi ultrà delle principali squadre di calcio della capitale e numerosi elementi di estrema sinistra che hanno scatenato una guerriglia contro la polizia. Il governo del presidente Javier Milei ha subito accusato il partito peronista di tirare le file della protesta, definendo queste proteste un attacco al legittimo governo argentino. Questi scontri hanno portato all’arresto di 130 persone e al ferimento di 47 ed il ministro della Sicurezza Nazionale Patricia Bullrich ha ordinato misure straordinario per difendere il parlamento e la Casa Rosada, la residenza del presidente argentino, arrivando a minacciare i gruppi di tifoseria organizzata. La ministra argentina ha pubblicamente accusato gli ultrà (barras bravas) di essere mossi politicamente e di avere un interesse a fomentare la rivolta. Le curve di River Plate e Boca Juniors, le principali squadre di Buenos Aires, sono storicamente molto vicine al peronismo ed in passato sono state un importante bacino di voti per i partiti di sinistra. Nelle strade di Buenos Aires accanto ai gruppi di pensionati hanno sfilato anche gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e la Confederación General del Trabajo (CGT), il più grande sindacato argentino. La situazione resta tesa e nemmeno gli interventi delle forze dell’ordine hanno fermato queste manifestazioni che attaccano l’operato di Javier Milei, soprattutto economicamente e politicamente. A poco più di un anno dal suo insediamento il presidente argentino ultraliberista ha però ottenuto indubbi risultati a livello macro-economico, anche se ha davvero utilizzato la motosega come aveva promesso durante l’accesa campagna elettorale. Milei aveva più volte parlato di sacrifici da compiere, accusando il precedente governo peronista di aver lasciato una situazione economica disastrosa. Ai suoi sostenitori l’uomo della Casa Rosada aveva promesso tagli drastici a ministeri ed enti pubblici, con licenziamenti di massa e blocco di aumenti di stipendio. Javier Milei ha mantenuto le promesse abbattendo di quasi il 30% la spesa pubblica e combattendo con forza l’inflazione, il vero incubo di ogni argentino. L’inflazione nel 2023 era arrivata al 260%, mentre dal suoi insediamento è scesa al 120%, indubbiamente una cifra alta, ma non da queste parti. Una notizia che ha ricevuto i complimenti da parte del Fondo Monetario Internazionale con il quale l’Argentina ha un debito enorme. Il problema è che i dipendenti pubblici hanno visto il blocco degli aumenti perdendo la loro capacità di spesa ed i tagli a sanità e sussidi hanno colpito anche i pensionati che sono subito scesi in piazza. Javier Milei non sembra però minimamente preoccupato delle proteste ed il suo zoccolo duro di sostenitori resta saldamente al suo fianco. Il presidente argentino è un fedelissimo di Donald Trump, con il quale vanta anche un solido rapporto personale, e vuole applicare al suo paese diverse misure simili come la possibile uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima. Il vulcanico uomo della Casa Rosada, oltre a riformare l’economia del suo paese, punta ad ottenere un ruolo geopolitico di primo piano in America Latina, ma i rapporti con diversi stati sono complicati. Il nemico numero uno di Milei resta indubbiamente il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è arrivato a chiudere l’ambasciata argentina di Caracas espellendo l’ambasciatore. Il presidente argentino non ha riconosciuto la discussa vittoria di Maduro e più volte si è appellato al popolo venezuelano per rovesciare il regime madurista. Pessimi i rapporti anche con i sodali del Venezuela come Bolivia, Cuba, Honduras e Nicaragua, tutti stati che Milei considera dittature socialista da abbattere. Più complicate le relazioni con il terzetto di governi di sinistra composto da Brasile, Messico e Colombia, ma con loro l’Argentina sta cercando una strada. La Colombia ha rapporti difficili con il Venezuela, che accusa di sostenere la guerriglia sul confine, mentre il Brasile ha accettato di ospitare i diplomatici argentini a Caracas quando l’ambasciata è stata posta sotto assedio dalle forze di sicurezza venezuelane. Lula non ha mai accettato il risultato elettorale di Maduro e sa quanto i rapporti con l’Argentina siano importanti per il Brasile, soprattutto a livello commerciale e turistico. Articolati anche i rapporti con Uruguay e Cile, con i quali l’Argentina condivide un lungo confine. A Montevideo il presidente Yamandu Orsi, che rappresenta una colazione di sinistra chiamata Frente Amplio, sta cercando un equilibrio con l’ingombrante vicino, ma punta ad agire da mediatore fra i governi di sinistra e l’Argentina. A Santiago del Cile lo scontro è invece già in atto ed il presidente cileno Gabriel Boric è stato accusato dal ministro dell’Economia di Buenos Aires di essere un comunista che vuole distruggere l’economia. Boric ha chiesto rispetto, ma ha definito l’Argentina un paese fratello dicendosi disposto a lavorare insieme. Indubbiamente migliori i rapporti con il Paraguay dove governa il conservatore Partido Colorado che ha eletto come presidente Santiago Pena con il quale ha già organizzato diversi incontri fra Asuncion e Buenos Aires per rafforzare i legami bilaterali, confermando la forte influenza argentina nel paese. L’amministrazione Trump sta monitorando con attenzione tutto quello che accade in America Latina , riproponendo una presenza statunitense a livello continentale e Javier Milei e l’Argentina sono indubbiamente il ponte naturale per il Sud America.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/argentina-milei-geopolitica-2671641396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-motosega-di-milei-ha-funzionato" data-post-id="2671641396" data-published-at="1743433673" data-use-pagination="False"> La motosega di Milei ha funzionato Nel 2024 l'Argentina guidata da Javier Milei ha raggiunto il pareggio di bilancio, Il Pil è tornato a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso. L’inflazione, dopo una prima fiammata, è calata rapidamente: negli ultimi mesi i prezzi sono cresciuti a un tasso annualizzato di poco superiore al 30% (il tasso di crescita nei 12 mesi era arrivato al 292% nell’aprile 2023). Ecco un'analisi dettagliata di come queste misure stiano risanando l'Argentina:1. Riduzione del deficit e pareggio di bilancio Nel 2024, l'Argentina ha raggiunto il pareggio di bilancio dopo aver affrontato un deficit di oltre il 5%. La riduzione della spesa pubblica è stata fondamentale per questo obiettivo, Il taglio è stato del 28% in termini reali, superando le aspettative del Fondo Monetario Internazionale che si aspettava una riduzione del 18%. Questo è stato possibile grazie a una serie di tagli mirati e riforme, come il declassamento a segretariati di 9 ministeri e il licenziamento di dipendenti pubblici.2. Tagli alla spesa pubblica e ai sussidiTagliati dipendenti pubblici, pensioni, investimenti e sussidi. Questo approccio drastico ha portato a una riduzione della spesa primaria.3. Liberalizzazioni e deregolamentazioneLe liberalizzazioni hanno avuto un impatto profondo sull'economia. Tra le misure più significative, vi è l'eliminazione dei controlli sui prezzi degli affitti e la rimozione dei tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie.4. Riforma fiscale e incentivi agli investimentiUna delle misure più significative adottate dal governo di Milei è stata l'introduzione di un regime fiscale favorevole per le imprese, soprattutto per quelle che investono in settori strategici come l'energia, l'edilizia e la tecnologia. Con l'abbassamento dei dazi d'importazione e delle imposte sul reddito per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari, il governo mira a incentivare gli investimenti a lungo termine. Queste misure contribuiscono non solo a stimolare la crescita economica, ma anche a diversificare l'economia argentina.5. Contenimento dell'inflazioneL'inflazione, che ha raggiunto livelli record nel 2023, è stata un altro grande obiettivo per il governo di Milei. Nonostante una prima fiammata inflazionistica, l'inflazione è stata contenuta grazie a politiche monetarie e fiscali più rigide. A dicembre 2023, l'inflazione mensile aveva toccato il 25,5%, ma nel corso dei mesi successivi, il tasso è sceso drasticamente, attestandosi a un più gestibile 2,4%. Questo ha migliorato il potere d'acquisto dei cittadini e aumentato la fiducia nella stabilità economica.6. Crescita del Pil e ripresa dell'attività economicaIl Pil ha mostrato segni di ripresa, con una crescita del 3,9% nel terzo trimestre del 2024, il tasso più alto degli ultimi quattro anni. Inoltre, la disoccupazione è scesa, segno che le riforme hanno avuto un impatto anche sul mercato del lavoro.7. Riforma del settore pubblico e riduzione della burocraziaUna delle principali riforme è stata la riduzione della burocrazia statale, con una significativa riduzione del numero di ministeri e la semplificazione delle strutture amministrative. Questo ha portato a una diminuzione dei costi operativi, pari al 22% in termini reali, e ha reso l'apparato statale più efficiente. Inoltre, la riforma fiscale ha reso il sistema più moderno abbattendo le barriere burocratiche agli investimenti e promuovendo la competitività.8. Risoluzione dei problemi strutturali e recupero della fiducia internazionaleNon solo la stabilizzazione macroeconomica ha migliorato la situazione interna, ma anche la percezione internazionale dell'Argentina è cambiata. Il premio di rischio Paese, che nel 2020 aveva raggiunto i 4.362 punti base, è sceso a 677 punti a marzo, il livello più basso dal 2019. Questo riflette una crescente fiducia negli impegni economici del governo e nella sua capacità di gestire il debito pubblico. La riduzione del rischio Paese ha anche permesso una maggiore apertura alle esportazioni e agli investimenti esteri, contribuendo a migliorare la bilancia commerciale.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastrutture.9. Privatizzazioni e riforma del settore energetico e delle infrastruttureIl governo ha proseguito con le privatizzazioni, vendendo o parzialmente privatizzando otto grandi imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario. Questo ha permesso di ridurre il peso dello Stato in settori chiave, migliorando l'efficienza e aumentando la competitività del mercato.10. Prospettive future e cautelaNonostante i risultati positivi, l'Argentina è ancora alle prese con sfide significative, come il debito pubblico e la necessità di una maggiore stabilità economica. Tuttavia, le politiche attuate finora hanno contribuito a stabilizzare l’economia, e la gradualità con cui Milei intende procedere nelle riforme, inclusa la riforma del lavoro e il possibile abbassamento delle tasse, offre speranza per una crescita sostenibile nel lungo termine. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/argentina-milei-geopolitica-2671641396.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rocca-e-di-tella-storia-di-due-grandi-famiglie-di-imprenditori-italiani-in-argentina" data-post-id="2671641396" data-published-at="1743433673" data-use-pagination="False"> Rocca e Di Tella: Storia di due grandi famiglie di imprenditori italiani in Argentina Il 4 giugno 1946 alla presidenza dell’Argentina si insediò il generale Juan Domingo Peròn, dopo una netta vittoria nelle elezioni del febbraio precedente. Rimarrà in carica fino al 1955 negli anni noti come quelli del «peronismo» o «justicialismo», espressione della particolare visione politica, economica e sociale che il presidente capo del movimento dei «descamisados» mise in atto durante i 9 anni al potere. Dal punto di vista industriale, Peròn avviò un imponente processo di industrializzazione nazionale, basandosi sulle solide riserve auree che l’Argentina aveva accumulato grazie alla bilancia commerciale a proprio favore nell’export in particolare di materie prime e prodotti agricoli. L’intento era l’indipendenza economica dagli Stati Uniti, condizione necessaria per realizzare quella «terza via» tra socialismo e capitalismo che poneva al centro il benessere dei lavoratori organizzati in un forte sindacato di stampo corporativo, mutuato dall’esperienza di quello italiano del ventennio fascista. Proprio gli italo-argentini rappresentarono una costola importante per il processo di trasformazione industriale argentino. Nazione di prima immigrazione italiana sin dal secolo XIX, nel 1946 l’Argentina ospitava oltre 2 milioni e 800mila italiani. In molti parteciparono alla crescita industriale del Paese sudamericano, alcuni in posizione di primissimo piano, fondando e dirigendo imprese e gruppi ancora oggi dominanti nel panorama industriale internazionale. Sono i casi della famiglia Rocca, fondatrice dell’impero siderurgico Techint e della famiglia Di Tella, che fu protagonista nel settore della costruzione di macchinari, elettrodomestici, motocicli e automobili, dando alla politica argentina un proprio membro che fu due volte al governo come viceministro dell’Economia e poi ministro degli Esteri.Da Dalmine all’Argentina (e ritorno). La grande impresa siderurgica della famiglia RoccaNel 1946 Agostino Rocca (Milano, 25 maggio 1895 – Buenos Aires 17 febbraio 1978) poteva considerarsi un capitano d’industria «sopravvissuto». Figlio di ingegnere ferroviario, nel 1908 mentre si trovava con la famiglia a Reggio Calabria fu colpito dal disastroso sisma nel quale perse entrambi i genitori. A Roma, presso gli zii, scelse la carriera militare. Nel 1915 partì volontario per il fronte sopravvivendo a tutte le grandi battaglie dell’Isonzo, a Caporetto e all’ultima offensiva, che affrontò con la divisa degli Arditi. Nel 1921 a Milano si laurea in ingegneria e sposa Maria Queirazza, erede di una dinastia finanziaria che apre le porte a Rocca nella sua ascesa professionale, che a partire dal 1933 lo porterà alla guida dei due maggiori gruppi siderurgici italiani: Ansaldo e Dalmine. Dal 1943 ebbe il merito di difendere gli stabilimenti dalla spoliazione tedesca (anche se la Dalmine il 6 luglio 1944 fu rasa al suolo da un bombardamento alleato), ma alla fine della guerra fu preso nelle maglie dell’epurazione dalla quale, ancora una volta, riuscirà a sopravvivere venendo scagionato dalle accuse di collaborazionismo. Agostino Rocca non volle tuttavia prendere parte alla ricostruzione in Italia, ma cercò l’avventura oltreoceano. Nel 1945 a Milano, assieme al figlio Roberto e ai più fidati collaboratori, fondava la Compagnia Tecnica Internazionale poi Techint, dalla sigla usata nelle comunicazioni telegrafiche. Nel febbraio del 1946, meno di un anno dopo la fine della guerra, Agostino Rocca è a Buenos Aires. Grazie agli influenti contatti coltivati durante la carriera in Italia, l’ingegnere milanese riusciva a preparare il terreno per la sua ascesa. Forte del know-how acquisito in Ansaldo e Dalmine, ebbe una prima grande commessa tramite un connazionale, l’Imprenditore Bruno Pagliai, che in Messico aveva fondato la TAMSA (Tubos de Acero de Mèxico) e grazie all’intercessione di Giovanni Malagodi, futuro segretario del partito Liberale, allora banchiere nella capitale argentina. La prima commessa di Techint fu nel 1947 e riguardò la costruzione di tubi per un grande gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires. Le forniture arrivarono dalla Dalmine, che prese una partecipazione in Techint dando origine a una holding che si svilupperà negli anni successivi, gli anni d’oro dell’argentina di Peròn, che favorì l’industrializzazione nazionale grazie alle riserve accumulate negli anni precedenti grazie al fortissimo flusso di cassa derivato dall’export agricolo. In pochi anni Rocca riusciva a creare una vera e propria economia di scala, con la fondazione di società controllate da Techint come la Siderca-Dalmine di Campana, la siderurgica Cometarsa, azienda di costruzioni metalliche tra cui locomotori e materiali ferroviari e la Elina per la realizzazione di grandi linee elettriche. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli affari della holding italo-argentina si allargarono ben oltre i confini nazionali, con grandi commesse in Venezuela, Brasile, Cile, Bolivia e Perù. Nel 1968, quando Agostino Rocca decide di passare il comando al figlio Roberto, il gruppo Techint impiegava già 15.000 persone, un numero in costante crescita. Agostino Rocca si spegne nel 1978, ma l’attività di Techint non si arresta neppure di fronte ai gravi dissesti economici e politici che per lunghi anni colpiranno l’Argentina. La soluzione per sconfiggere la crisi nazionale è quella di diversificare l’attività all’estero. E il primo Paese interessato è proprio l’Italia, dove i nipoti del fondatore Gianfelice e Paolo Rocca completeranno una serie di operazioni finanziarie in grandi gruppi come Falck e Mondadori per poi finalizzare tramite la Techint l’acquisizione dell’azienda dove tutto era partito, la Dalmine. Dal 2002 le attività della famiglia Rocca sono raggruppate sotto il nome della Tenaris e comprendono anche la partecipazione in campo sanitario con la fondazione, avvenuta nel 1996, dell’Istituto Clinico Humanitas.Il frigorifero e la Lambretta: la famiglia di Tella, dal Molise alla grande industria SIAMUn’ordinanza igienico sanitaria emessa dal governo argentino nel 1910 fu all’origine del successo di Torcuato di Tella , (Capracotta, Molise 1892 – Buenos Aires 1948) all’anagrafe Torquato, nome modificato per un errore di trascrizione dall’immigrazione argentina. Il decreto vietava la pratica dell’impasto manuale del pane a causa delle frequenti epidemie batteriche, una restrizione che generò lo sciopero generale dei panettieri in tutto il Paese. Torcuato di Tella, giovane emigrante molisano, ebbe la geniale idea di progettare e brevettare una macchina impastatrice meccanica per risolvere il problema. Il successo fu immediato e nello stesso anno Di Tella fondò la SIAM (Sociedad Italiana de Amasadoras Mecanicas – Società Italiana impastatrici meccaniche). Nel 1915, come Agostino Rocca, combattè al fronte durante la Grande Guerra e come il conterraneo fondatore della Techint si laureò in ingegneria dopo il congedo militare. Il boom della SIAM partì dagli anni Venti, quando l’azienda iniziò a diversificare producendo pompe per l’estrazione petrolifera per conto della YPF, la compagnia nazionale argentina guidata da Enrique Mosconi, figlio di un famoso ingegnere pioniere delle ferrovie italiane. Il passo successivo fu quello dei grandi elettrodomestici, tra cui una diffusissima gelatiera professionale automatica, molto apprezzata dai gelatai argentini tra i più famosi del pianeta. Negli anni Quaranta, l’azienda italo-argentina si espanse ulteriormente nel settore elettrodomestici con la produzione di ventilatori, lavatrici, interruttori e materiale elettrico, pompe idrauliche. Alla salita di Juan Domingo Peròn nel 1946 l’azienda impiegava oltre 3.000 dipendenti. Il forte stimolo postbellico innescato dal governo populista interessò anche la SIAM, che nei due ultimi anni di vita del fondatore cercò l’ingresso nella grande siderurgia con l’avvio della Sociedad Industrial Argentina de Tubos de Acero (SIAT), che tuttavia non riuscirà ad eguagliare il successo dei Rocca nel settore della metallurgia. Saranno i figli di Torcuato a trovare una nuova strada verso il successo, nella prima metà degli anni Cinquanta, spianata dalla ricostruzione postbellica e dalla ricostruzione dell’industria italiana: quella della motorizzazione di massa. L’occasione venne da una delle industrie protagoniste del boom delle due ruote italiane, la Innocenti di Lambrate, con la quale la SIAM aveva rapporti già dal 1946 per la produzione dei famosi tubi senza saldature. Nel 1954 le due aziende siglarono un accordo per la produzione su licenza degli scooter Lambretta, ribattezzati Siambretta. Prodotti interamente in Argentina con alcuni componenti provenienti da Lambrate, le Siambretta divennero presto l’oggetto del desiderio accessibile anche alle fasce dei lavoratori, con un assalto vero e proprio che generò inizialmente lunghe liste d’attesa. Dal 1954 al 1966, ultimo anno di produzione, furono circa 260.000 le Siambretta che uscirono dagli stabilimenti SIAM nei pressi della capitale argentina prima dell’inizio della lunga fase di recessione economica del Paese, quando l’azienda italo-argentina era arrivata a superare i 15.000 addetti. L’azienda di Torcuato di Tella, guidata inizialmente dai figli del fondatore, provò anche l’avventura delle quattro ruote grazie ad un altro accordo internazionale, questa volta con la BMC britannica. Il risultato della joint venture vide la realizzazione di una berlina di generose dimensioni, la Siam-Di Tella 1500, costruita dal 1959 al 1966 in oltre 60.000 unità. Nel 1971 la crisi economica generò l’intervento dello Stato e la Di Tella fu nazionalizzata, continuando la produzione nei settori delle pompe per l’industria petrolifera e degli elettrodomestici. Il nome della famiglia rimase tuttavia nella successiva storia del Paese nella figura di Guido Di Tella, figlio di Torcuato, non come capitano d’impresa ma come politico di spicco. Peronista convinto, fu due volte al governo. La prima volta come viceministro dell’Economia nel governo di Isabel Peròn dal 1974 al colpo di stato del 1976. Dopo l’esilio a Oxford, fu chiamato nel 1989 dal neo-peronista Carlos Menèm come ministro degli Esteri. Durante il suo mandato fu fautore di un riavvicinamento con la Gran Bretagna dopo la frattura delle Falkland e con gli Stati Uniti di Bill Clinton. Guido DI Tella è stato il fondatore, nel 1958, dell’Istituto Torcuato di Tella e nel 1991 dell’Universidad Torcuato di Tella, ancora oggi un punto di riferimento per la formazione dei dirigenti d’impresa argentini.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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