True
2023-04-12
Approvato il Def. Solo 3 miliardi per tagliare il cuneo ai redditi bassi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica)
Nel pomeriggio di ieri il Def 2023 è stato approvato dal cdm. Si tratta dell’ossatura di quella che sarà la politica economica del governo nel breve e medio termine. Il Documento di economia e finanza «tiene conto di un quadro economico-finanziario che, nonostante l’allentamento negli ultimi tempi degli effetti negativi derivanti dalla pandemia e dal caro energia, rimane incerto e rischioso a causa della guerra in Ucraina, di tensioni geopolitiche elevate, del rialzo dei tassi di interesse ma anche per l’affiorare di localizzate crisi nel sistema bancario e finanziario internazionale», spiega una nota del Mef. Per questo «l’economia italiana continua a mostrare una notevole dose di resilienza e vitalità. Il 2022 si è chiuso con il Pil in aumento del 3,7% e, nonostante il rallentamento congiunturale della seconda metà dell’anno, i più recenti indicatori, tra cui gli indici di fiducia di famiglie e imprese, segnalano che nei primi mesi del 2023 l’economia del Paese ha ripreso a crescere». Così, le stime di crescita del Pil «si collocano nel solco già tracciato dal Documento programmatico di bilancio di novembre e dalla legge di bilancio, confermando l’approccio prudente e realistico, finalizzato a mostrare serietà e affidabilità sia ai mercati sia all’Unione Europa, e che punta a raggiungere risultati più ambiziosi».
Le risorse, insomma, vanno dosate con cura e il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti in più di una occasione ha fatto notare che il governo segue la strada della prudenza. Ecco perché, a fronte di una stima di deficit tendenziale per il 2023 pari al 4,35% del Pil, spiega il Mef dopo l’approvazione del Documento di economia e finanza, il mantenimento dell’obiettivo di deficit esistente (4,5%) permetterà di introdurre, con un provvedimento di prossima attuazione, un taglio dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi di circa 3 miliardi di euro a valere sull’anno in corso.
Fatto sta che 3 miliardi non sono poi molti e, con queste risorse, una spesa mirata delle risorse del Pnrr diventa fondamentale. Se invece l’Italia continuerà a disperdere i fondi in mille rivoli per opere tutt’altro che strategiche, come ha denunciato La Verità, il rilancio del Paese sarà sempre più difficile. L’ultimo Italian Macroeconomic Bulletin di Ey ha avvertito che, se le risorse nel Pnrr verranno spese per il 70% e il 90% di quanto previsto nel 2023 e 2024 il Pil potrebbe non crescere quest’anno e aumentare dell’1,8% il prossimo. Se invece venisse utilizzato circa il 50% delle risorse previste, l’economia italiana tornerebbe a crescere nel 2024 a un tasso dell’1,5%, dopo una contrazione dello 0,3% nel 2023. Molto dipenderà anche dal decreto sul Pnrr atteso oggi in Senato in cui si cambierà la governance.
All’interno del Def si stima dunque che la pressione fiscale dovrebbe scendere dal 43,3% del 2023 al 42,7% entro il 2026: un dato incoraggiante, ma non certo sufficiente a far tirare un sospiro di sollievo ai lavoratori italiani che hanno visto l’inflazione mangiare il potere d’acquisto dei salari. Altro argomento caldo è quello delle pensioni. Con ogni probabilità slitterà l’ipotesi di Quota 41, tanto gradita alla Lega. Il motivo è che i risparmi potrebbero non essere sufficienti a sostenere un sistema previdenziale impegnativo come Quota 41. Per il 2024, quindi, si va verso una proroga di Quota 103. In fatto di aiuti per la spesa energetica, l’esecutivo ha intenzione di portare avanti anche per la seconda parte dell’anno gli sconti applicati a famiglie e imprese, pur sperando che i prezzi di luce e gas continuino a calare e che quindi in futuro vi sia sempre meno bisogno di risorse per questa misura.
Nel cdm di ieri si è parlato anche della riforma del mercato dei capitali. L’obiettivo è quello di adottare una serie di semplificazioni per rendere più agevole lo sbarco in Borsa delle piccole e medie imprese. Il disegno di legge di riforma della Borsa consta di 22 articoli e comprende una serie di disposizioni riguardanti la convocazione delle assemblee, il voto plurimo per certe categorie di azioni, agevolazioni per l’investimento delle casse di previdenza, norme per facilitare le operazioni finanziarie e così via. Tutto finalizzato a semplificare l’iter di quotazione e la permanenza in Borsa. In particolare, per rendere il tutto più agevole, il governo avrebbe deciso di abrogare le norme «nazionali», che si accavallano con il Libro verde europeo, creando complessità e quindi ostacoli difficili da superare per le Pmi.
Giorgia Meloni, inoltre, ha anticipato che «dalla prossima legge di bilancio bisogna porsi con concretezza il problema del calo demografico e delle nuove nascite, con misure adeguate», come riferito dall’Ansa. Il premier ha sottolineato: «Il governo oggi ha tracciato la politica economica per i prossimi anni, una linea fatta di stabilità, credibilità e crescita. Rivediamo al rialzo con responsabilità le stime del Pil e proseguiamo il percorso di riduzione del debito pubblico. Sono le carte con le quali l’Italia si presenta in Europa. Abbiamo, inoltre, deciso lo stato di emergenza sull’immigrazione per dare risposte più efficaci e tempestive alla gestione dei flussi».
Sì alla vendita di Priolo ai ciprioti. Ma con il cordone del golden power
Il Consiglio dei ministri ha dato anche il via libera alla vendita della raffineria Isab di Priolo al fondo Goi energy, che ha avuto come advisor legale lo studio BonelliErede. Come anticipato ieri dalla Verità, però, si tratta di un ok condizionato con il varo di un dpcm per l’applicazione del golden power. In sostanza, il governo Meloni esercita i poteri speciali in materia di asset strategici, autorizzando l’operazione con una serie di rigide prescrizioni. Ai ciprioti sono dunque chieste tre tipi di garanzie: occupazionali, ambientali (bonifiche, limiti di scarico e uso del depuratore) e, soprattutto, relative agli affari che gli acquirenti potranno fare e alla tracciabilità della provenienza delle forniture. Per almeno dieci anni, infatti, non sarà possibile fare trading sulle materie prime, sul petrolio e sui derivati russi.
La raffineria in provincia di Siracusa copre il 20% del fabbisogno annuale dell’Italia e rischiava lo stop dopo l’embargo sul petrolio russo. Il 9 gennaio era stato raggiunto un accordo tra Litasco, società svizzera controllata dai russi di Lukoil cui fa capo la Isab, e Goi energy, il ramo del settore energetico di Argus, fondo di private equity e asset management di Cipro. L’ad di Goi, Michael Bobrov, è anche azionista di maggioranza di Green oil energy, che a sua volta controlla Bazan, uno dei più grandi gruppi energetici in Israele. «Non abbiamo nessuna fobia nei riguardi dei capitali stranieri», aveva dichiarato l’11 gennaio il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo in commissione Trasporti alle domande sul cosiddetto decreto Lukoil. «Abbiamo costituito una cornice sanitaria e useremo il golden power per mettere dei vincoli a salvaguardia di occupazione, produzione e ambiente», aveva aggiunto. All’inizio di febbraio, con un dpcm, il governo aveva dichiarato il complesso degli stabilimenti di proprietà di Isab di interesse strategico nazionale e riconosciuto come beni strumentali allo stabilimento industriale gli impianti di depurazione di Priolo Gargallo e Melilli, in quanto infrastrutture necessarie ad assicurare la continuità produttiva. Un successivo decreto interministeriale, delle Imprese e del made in Italy di concerto con il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, ha collegato i limiti per la messa a norma degli impianti con le esigenze di continuità dell’attività produttiva e di salvaguardia dell’occupazione.
Partner chiave della cordata di Goi è Trafigura, con cui Goi energy ha siglato accordi esclusivi di fornitura a lungo termine. Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, è uno dei più grandi trader di materie prime indipendenti al mondo e per anni, prima dell’invasione dell’Ucraina, ha fatto a gara con le rivali come Vitol e Glencore per fare affari con l’altro colosso russo del petrolio, Rosneft. Proprio il confronto con Trafigura è stato il tassello determinante del ciclo di audizioni che il governo ha concluso lo scorso 4 aprile. Nel destino di Priolo entra in gioco non solo l’aspetto economico - al fine di garantire la continuità produttiva e occupazionale in un settore strategico - ma anche geopolitico considerando che a 30 chilometri dall’impianto c’è la base militare americana di Sigonella. Non a caso gli americani si erano fatti avanti per acquisire l’impianto siciliano attraverso il fondo Crossbridge, legato a Postlane capital partners con sede a New York.
La cessione della raffineria siciliana a Goi energy ha un valore che si aggirerebbe attorno a 1,2 miliardi di euro e dovrebbe concretizzarsi nelle prossime settimane.
Continua a leggereRiduci
Nuovi aiuti per le bollette, mentre slitta Quota 41. Quotazioni più semplici. Giorgia Meloni: «Nel bilancio misure per la natalità».Sì alla vendita di Priolo ai ciprioti. Cessione condizionata: per almeno dieci anni vietato fare affari con il petrolio russo.Lo speciale contiene due articoli.Nel pomeriggio di ieri il Def 2023 è stato approvato dal cdm. Si tratta dell’ossatura di quella che sarà la politica economica del governo nel breve e medio termine. Il Documento di economia e finanza «tiene conto di un quadro economico-finanziario che, nonostante l’allentamento negli ultimi tempi degli effetti negativi derivanti dalla pandemia e dal caro energia, rimane incerto e rischioso a causa della guerra in Ucraina, di tensioni geopolitiche elevate, del rialzo dei tassi di interesse ma anche per l’affiorare di localizzate crisi nel sistema bancario e finanziario internazionale», spiega una nota del Mef. Per questo «l’economia italiana continua a mostrare una notevole dose di resilienza e vitalità. Il 2022 si è chiuso con il Pil in aumento del 3,7% e, nonostante il rallentamento congiunturale della seconda metà dell’anno, i più recenti indicatori, tra cui gli indici di fiducia di famiglie e imprese, segnalano che nei primi mesi del 2023 l’economia del Paese ha ripreso a crescere». Così, le stime di crescita del Pil «si collocano nel solco già tracciato dal Documento programmatico di bilancio di novembre e dalla legge di bilancio, confermando l’approccio prudente e realistico, finalizzato a mostrare serietà e affidabilità sia ai mercati sia all’Unione Europa, e che punta a raggiungere risultati più ambiziosi».Le risorse, insomma, vanno dosate con cura e il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti in più di una occasione ha fatto notare che il governo segue la strada della prudenza. Ecco perché, a fronte di una stima di deficit tendenziale per il 2023 pari al 4,35% del Pil, spiega il Mef dopo l’approvazione del Documento di economia e finanza, il mantenimento dell’obiettivo di deficit esistente (4,5%) permetterà di introdurre, con un provvedimento di prossima attuazione, un taglio dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi di circa 3 miliardi di euro a valere sull’anno in corso. Fatto sta che 3 miliardi non sono poi molti e, con queste risorse, una spesa mirata delle risorse del Pnrr diventa fondamentale. Se invece l’Italia continuerà a disperdere i fondi in mille rivoli per opere tutt’altro che strategiche, come ha denunciato La Verità, il rilancio del Paese sarà sempre più difficile. L’ultimo Italian Macroeconomic Bulletin di Ey ha avvertito che, se le risorse nel Pnrr verranno spese per il 70% e il 90% di quanto previsto nel 2023 e 2024 il Pil potrebbe non crescere quest’anno e aumentare dell’1,8% il prossimo. Se invece venisse utilizzato circa il 50% delle risorse previste, l’economia italiana tornerebbe a crescere nel 2024 a un tasso dell’1,5%, dopo una contrazione dello 0,3% nel 2023. Molto dipenderà anche dal decreto sul Pnrr atteso oggi in Senato in cui si cambierà la governance.All’interno del Def si stima dunque che la pressione fiscale dovrebbe scendere dal 43,3% del 2023 al 42,7% entro il 2026: un dato incoraggiante, ma non certo sufficiente a far tirare un sospiro di sollievo ai lavoratori italiani che hanno visto l’inflazione mangiare il potere d’acquisto dei salari. Altro argomento caldo è quello delle pensioni. Con ogni probabilità slitterà l’ipotesi di Quota 41, tanto gradita alla Lega. Il motivo è che i risparmi potrebbero non essere sufficienti a sostenere un sistema previdenziale impegnativo come Quota 41. Per il 2024, quindi, si va verso una proroga di Quota 103. In fatto di aiuti per la spesa energetica, l’esecutivo ha intenzione di portare avanti anche per la seconda parte dell’anno gli sconti applicati a famiglie e imprese, pur sperando che i prezzi di luce e gas continuino a calare e che quindi in futuro vi sia sempre meno bisogno di risorse per questa misura.Nel cdm di ieri si è parlato anche della riforma del mercato dei capitali. L’obiettivo è quello di adottare una serie di semplificazioni per rendere più agevole lo sbarco in Borsa delle piccole e medie imprese. Il disegno di legge di riforma della Borsa consta di 22 articoli e comprende una serie di disposizioni riguardanti la convocazione delle assemblee, il voto plurimo per certe categorie di azioni, agevolazioni per l’investimento delle casse di previdenza, norme per facilitare le operazioni finanziarie e così via. Tutto finalizzato a semplificare l’iter di quotazione e la permanenza in Borsa. In particolare, per rendere il tutto più agevole, il governo avrebbe deciso di abrogare le norme «nazionali», che si accavallano con il Libro verde europeo, creando complessità e quindi ostacoli difficili da superare per le Pmi.Giorgia Meloni, inoltre, ha anticipato che «dalla prossima legge di bilancio bisogna porsi con concretezza il problema del calo demografico e delle nuove nascite, con misure adeguate», come riferito dall’Ansa. Il premier ha sottolineato: «Il governo oggi ha tracciato la politica economica per i prossimi anni, una linea fatta di stabilità, credibilità e crescita. Rivediamo al rialzo con responsabilità le stime del Pil e proseguiamo il percorso di riduzione del debito pubblico. Sono le carte con le quali l’Italia si presenta in Europa. Abbiamo, inoltre, deciso lo stato di emergenza sull’immigrazione per dare risposte più efficaci e tempestive alla gestione dei flussi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/approvato-def-3-miliardi-cuneo-2659837879.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-alla-vendita-di-priolo-ai-ciprioti-ma-con-il-cordone-del-golden-power" data-post-id="2659837879" data-published-at="1681262730" data-use-pagination="False"> Sì alla vendita di Priolo ai ciprioti. Ma con il cordone del golden power Il Consiglio dei ministri ha dato anche il via libera alla vendita della raffineria Isab di Priolo al fondo Goi energy, che ha avuto come advisor legale lo studio BonelliErede. Come anticipato ieri dalla Verità, però, si tratta di un ok condizionato con il varo di un dpcm per l’applicazione del golden power. In sostanza, il governo Meloni esercita i poteri speciali in materia di asset strategici, autorizzando l’operazione con una serie di rigide prescrizioni. Ai ciprioti sono dunque chieste tre tipi di garanzie: occupazionali, ambientali (bonifiche, limiti di scarico e uso del depuratore) e, soprattutto, relative agli affari che gli acquirenti potranno fare e alla tracciabilità della provenienza delle forniture. Per almeno dieci anni, infatti, non sarà possibile fare trading sulle materie prime, sul petrolio e sui derivati russi. La raffineria in provincia di Siracusa copre il 20% del fabbisogno annuale dell’Italia e rischiava lo stop dopo l’embargo sul petrolio russo. Il 9 gennaio era stato raggiunto un accordo tra Litasco, società svizzera controllata dai russi di Lukoil cui fa capo la Isab, e Goi energy, il ramo del settore energetico di Argus, fondo di private equity e asset management di Cipro. L’ad di Goi, Michael Bobrov, è anche azionista di maggioranza di Green oil energy, che a sua volta controlla Bazan, uno dei più grandi gruppi energetici in Israele. «Non abbiamo nessuna fobia nei riguardi dei capitali stranieri», aveva dichiarato l’11 gennaio il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo in commissione Trasporti alle domande sul cosiddetto decreto Lukoil. «Abbiamo costituito una cornice sanitaria e useremo il golden power per mettere dei vincoli a salvaguardia di occupazione, produzione e ambiente», aveva aggiunto. All’inizio di febbraio, con un dpcm, il governo aveva dichiarato il complesso degli stabilimenti di proprietà di Isab di interesse strategico nazionale e riconosciuto come beni strumentali allo stabilimento industriale gli impianti di depurazione di Priolo Gargallo e Melilli, in quanto infrastrutture necessarie ad assicurare la continuità produttiva. Un successivo decreto interministeriale, delle Imprese e del made in Italy di concerto con il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, ha collegato i limiti per la messa a norma degli impianti con le esigenze di continuità dell’attività produttiva e di salvaguardia dell’occupazione. Partner chiave della cordata di Goi è Trafigura, con cui Goi energy ha siglato accordi esclusivi di fornitura a lungo termine. Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, è uno dei più grandi trader di materie prime indipendenti al mondo e per anni, prima dell’invasione dell’Ucraina, ha fatto a gara con le rivali come Vitol e Glencore per fare affari con l’altro colosso russo del petrolio, Rosneft. Proprio il confronto con Trafigura è stato il tassello determinante del ciclo di audizioni che il governo ha concluso lo scorso 4 aprile. Nel destino di Priolo entra in gioco non solo l’aspetto economico - al fine di garantire la continuità produttiva e occupazionale in un settore strategico - ma anche geopolitico considerando che a 30 chilometri dall’impianto c’è la base militare americana di Sigonella. Non a caso gli americani si erano fatti avanti per acquisire l’impianto siciliano attraverso il fondo Crossbridge, legato a Postlane capital partners con sede a New York. La cessione della raffineria siciliana a Goi energy ha un valore che si aggirerebbe attorno a 1,2 miliardi di euro e dovrebbe concretizzarsi nelle prossime settimane.
Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
Continua a leggereRiduci
Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
Continua a leggereRiduci