
Mancano soltanto 24 ore all’inaugurazione di Wish For A Baby, la fiera della fertilità che aprirà domani a Milano. Ufficialmente, un’occasione per assistere le coppie con problemi riproduttivi; ufficiosamente, passerella italiana di strutture straniere che commerciano nella gestazione per altri (Gpa) o maternità surrogata, che nel nostro Paese è vietata.
«Prima di parlare di maternità surrogata, le vorrei raccontare una storia, che fa parte della mia identità culturale e religiosa, quella ebraica». La psicoterapeuta Masal Pas Bagdadi, scrittrice, ha 84 anni. A cinque anni fugge dalla Siria a causa dei pogrom e nel 1944 arriva illegalmente in Palestina. Cresciuta in un kibbutz, una volta adulta si trasferisce in Italia.
Una storia sulla maternità surrogata?
«Sì. Il primo esempio di surrogata esiste già nella Bibbia, non abbiamo inventato niente. Nella Genesi si racconta infatti che Abramo, che amava molto la moglie Sara, non poteva avere figli. Sara, per dargli discendenza, prende la sua schiava egiziana Agar e dice a suo marito: “Giaci con lei, così abbiamo una discendenza”. Nasce un bambino, che sarà chiamato Ismaele. Abramo si prende cura del bambino, ma è un lavoro a tre, perché della nascita dell’erede, figlio naturale di Abramo e della schiava Agar, trae beneficio anche la moglie Sara, che lo tiene in braccio e lo alleva. Anche qui abbiamo due mamme e un papà».
Dunque, siccome ne parla la Bibbia, «è cosa buona e giusta»?
«Est modus in rebus, riflettiamo sulle modalità. Se già nella Bibbia, scritta seimila anni fa, c’è una storia del genere, vuol dire che l’uomo, per compensare certe carenze - e quella della discendenza è cruciale - arriva dove vuole. Se desidera a tutti i costi un figlio, trova il modo di farlo, anche attraverso altri. Ma, mentre nella storia biblica c’è amore e giustizia, nelle discussioni che si vedono oggi in tv dov’è l’amore? Viviamo in una società molto complessa, si affrontano i problemi da una prospettiva politico-partitica, ma ci si occupa ben poco di ciò che sentono i bambini».
Ecco: cosa penserà un bambino quando scoprirà che la madre naturale lo ha ceduto per denaro?
«Non entrerei in questo discorso, non ne vale la pena. È riduttivo parlare di soldi».
Non si può negare o ignorare che per lui sarà una scoperta sconvolgente.
«Ci sono ancora poche evidenze sui bambini nati da maternità surrogata. È un po’ tutto sconvolgente, comprese le adozioni, ma è chiaro che segni la vita, così come la segna un’adozione, o il crescere in una coppia omogenitoriale».
Il bambino prima o poi vorrà sapere chi è la donna che lo ha portato in grembo, e magari conoscerla.
«È un’esigenza anche dei bambini adottati, a volte perfino dei figli naturali».
E dunque?
«Quando arriverà la domanda, gli si darà una risposta. Ma tengo a dire che, nel migliore dei mondi possibili, non tutte le cose che si fanno per avere bambini andrebbero dette loro. Non c’è bisogno di dire ai bambini tutta la verità».
Perché nasconderla?
«Perché fa male al bambino e non lo aiuta ad attaccarsi alla nuova famiglia. Oggi ancora di più, perché anche le coppie omosessuali vogliono avere figli».
In alcuni Paesi è un loro diritto.
«Il problema è che pochi sono andati a verificare come vanno le cose per questi bambini, dopo un po’ di anni, e quali difficoltà incontrino. È chiaro che una coppia dello stesso sesso crea problemi al bambino. Non subito, ma li crea».
Quali?
«Quando manca un genitore (dell’altro sesso, ndr) ci sono problemi. Accade anche nelle separazioni, beninteso. Dove manca l’equilibrio, ci sono problemi».
La Gpa non la cercano soltanto le coppie omosessuali ma anche quelle eterosessuali. Ed entrambi sembrano confondere i diritti con i desideri.
«Il desiderio è accettabile e comprensibile. Che un essere umano desideri avere figli ed essere genitore è molto naturale e accettabile, psicologicamente. Ma non è questo il punto».
I genitori che ricorrono alla surrogata rivendicano sempre che la loro è stata una scelta d’amore.
«L’amore non va rivendicato. Fermo restando che qualsiasi donna, anche la più povera, se fa un figlio di solito se lo tiene, i problemi economici in questa società sono dirimenti. Le persone che cercano di aver figli in questo modo hanno le loro ragioni, ma non c’è bisogno che si nascondano dietro l’amore per giustificare il loro desiderio di genitorialità. Ci vuole, però, una legge che in qualche modo gestisca questa complessità».
Non è egoista approfittare delle necessità di una donna per soddisfare un desiderio?
«Il desiderio non è da criticare a priori. E, nel caso della surrogata, tre persone - i genitori e la donna che offre l’utero - arrivano a un accordo».
Non è un accordo, è un commercio.
«Ma certo che è un commercio, è tutto commercio! Ma è il nostro mondo. E sono “commercio” anche le adozioni. C’è gente che paga fior di quattrini per “scegliere” il figlio adottivo, c’è la tratta delle ragazze, il commercio di organi: questo mondo è cosi».
E quindi?
«Bisogna affrontare il tutto da una prospettiva diversa, che non può essere quella dei desideri dei genitori, ma quella del benessere del figlio».
Dunque, se proprio surrogata deve essere, che almeno sia da coppie eterosessuali?
«Questo è fuor di dubbio».
Non farà piacere alla comunità Lgbtq+, che rivendica il diritto all’omogenitorialità.
«Non voglio parlare dei diritti dei genitori. Sto dicendo cosa è meglio per i bambini».
Cosa è meglio?
«Per farle capire il senso di ciò che dico, devo spiegarle come si conclude la storia biblica».
Cosa succede a Ismaele?
«Succede che alla fine anche Sara rimane incinta di Abramo, genera Isacco e, a questo punto, decide di sbarazzarsi nel figlio della schiava, perché non vuole che suo figlio pretenda la stessa eredità che, un giorno, spetterà a suo figlio Isacco. Sara incarica quindi Abramo di abbandonare la schiava Agar e suo figlio Ismaele nel deserto».
Una storia crudele…
«No: Abramo riuscirà a proteggere anche Ismaele e a lasciargli la terra che gli spetta e l’eredità del suo popolo».
Morale?
«Morale, bisogna trovare una modalità più umana e più giusta nel gestire queste situazioni. Il legislatore dovrebbe ideare una soluzione che tenga insieme tutto, senza puntare i riflettori soltanto sui diritti dei genitori. Una legge che protegga tutti, perché ogni bambino che viene al mondo ha bisogno di genitori che siano protetti. Ma al centro ci deve essere, il bambino».





