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2022-09-30
Altro che tetto Ue al prezzo del gas. In Germania piano da 200 miliardi
Olaf Scholz (Ansa)
Il governo tedesco rompe gli argini e decide di introdurre uno scudo del valore di 200 miliardi di euro per difendere famiglie e imprese dai prezzi dell’energia impazziti. Mentre in Italia si cercano gli spiccioli tra le righe della Nadef e la sola parola «scostamento» provoca reazioni scomposte, la Germania avvia un suo piano. Di fatto, il governo di Berlino pagherà l’energia per conto dei cittadini e delle imprese. Come? Mettendo sul tavolo 200 miliardi di euro di debito nuovo di zecca. Da Bruxelles e da Francoforte non sembrano esserci state particolari reazioni, che invece di solito, appena Roma sussurra qualcosa, giungono rapidissime e severe. Matteo Salvini, in un tweet, ieri ha osservato: «Urge intervenire anche in Italia, altrimenti le nostre aziende non potranno più competere e lavorare».
Olaf Scholz, affiancato da Christian Lindner, ministro delle Finanze, e da Robert Habeck, ministro dell’Economia, ha presentato ieri il suo piano, che prevede un freno ai prezzi di energia elettrica e gas per famiglie e piccole e Pmi. Non sono stati forniti dettagli sul funzionamento di questo dispositivo, che dovrebbe entrare in vigore entro dicembre e restare fino alla primavera 2024. L’Iva sull’energia sarà ridotta dal 19 al 7% e saranno incentivate le fonti rinnovabili e i rigassificatori. Le due centrali nucleari che dovevano essere adibite a riserva resteranno in pieno esercizio. Le misure saranno finanziate attraverso un fondo di stabilità, già utilizzato per salvare Lufthansa, con l’emissione di titoli di debito pubblico. Lindner ha detto che la regola del massimo indebitamento (0,35% del Pil) per quest’anno è sospesa, per grazia autoconcessa, e sarà di nuovo applicata nel 2023. L’inverno sarà comunque duro per i cittadini tedeschi, cui l’autorità per l’energia tedesca (Bundesnetzagentur) ha chiesto ieri di consumare meno gas rispetto ai ritmi attuali.
Non è un caso che la decisione di Scholz sia stata resa nota ieri, dopo che il gasdotto Nord stream è stato degradato a relitto in fondo al mare e proprio nel giorno in cui è stato diffuso il dato sull’inflazione in Germania, che è arrivata al 10%. Il governo tedesco si sente accerchiato e cerca di reagire. Peccato però che lo zeitgeist di quest’epoca sembri essere improntato soprattutto a un generalizzato si salvi chi può. A giochi fatti, arriva l’appello di Mario Draghi, fuori tempo massimo: «Davanti alle minacce comuni dei nostri tempi, non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali. Nei prossimi Consigli europei dobbiamo mostrarci compatti, determinati, solidali». Appello alla compattezza anche di Giorgia Meloni, che ieri dopo l’annuncio di Berlino ha parlato al telefono con Draghi: «Serve una risposta immediata a livello europeo a tutela di imprese e famiglie. Nessuno Stato membro può offrire soluzioni efficaci e a lungo termine da solo in assenza di una strategia comune, neppure quelli che appaiono meno vulnerabili sul piano finanziario».
Oggi si riuniscono a Bruxelles i ministri dell’Energia degli Stati Ue, che discuteranno la proposta di regolamento della Commissione che contiene la riduzione dei picchi di domanda elettrica, il tetto ai ricavi dei produttori di energia elettrica da fonti non a gas e una tassa straordinaria sui profitti delle compagnie energetiche. Si è parlato di questi temi sino allo sfinimento e quasi certamente il documento sarà approvato oggi per essere poi sottoposto a votazione il 6 ottobre al Consiglio di Praga, tra molti sorrisi e la quasi certezza dell’inutilità delle misure prese.
Lo stanco rituale delle riunioni precedute da riunioni cui seguono altre riunioni prosegue anche su un non paper che la Commissione ha fatto trapelare, in cui si argomenta su un nuovo riferimento di prezzo per il gas naturale liquido (Lng) e su un tetto al prezzo del gas russo. Sul primo punto, il mercato olandese Ttf viene considerato non più rappresentativo del prezzo reale delle importazioni di Lng, che oggi pesano per il 33% di tutto il gas importato (+50% rispetto al 2021). La Commissione intende dunque creare un nuovo indice di riferimento, utilizzando i dati che già gli operatori devono comunicare per adempiere alla regolazione europea Remit sulla trasparenza. Queste considerazioni fanno il paio con un precedente documento della Commissione che intende creare un nuovo riferimento di mercato per tutto il gas europeo, riconducendo il Ttf alla sua essenza di mercato regionale tra i tanti.
Il secondo punto si riferisce invece all’imposizione di un prezzo massimo per il gas importato via gasdotti dalla Russia. Lo scopo dichiarato è quello di abbassare i ricavi per Mosca. Nel documento si dice che se, a quel punto, Gazprom per reazione dovesse interrompere del tutto i flussi di gas, l’Europa riuscirebbe comunque a far fronte all’inverno grazie agli stoccaggi e alla solidarietà tra Stati membri. Il gas russo pesa ormai solo per il 9% degli approvvigionamenti europei e l’unico gasdotto rimasto attivo è quello che, via Ucraina e Slovacchia, giunge in Italia (circa 40 milioni di metri cubi al giorno, ma in certi periodi, come l’attuale, ridotti a poco più di 20). Dunque, il danno derivante dalla chiusura del gasdotto ricadrebbe quasi integralmente sull’Italia.
Nel suo documento, la Commissione è molto scettica, per non dire critica, sull’idea di un price cap allargato a tutto il gas europeo. La soluzione viene giudicata troppo complessa, impegnativa dal punto di vista finanziario e destabilizzante per i mercati. «C’è una forte determinazione da parte di 15 Stati membri» che chiedono l’introduzione del price cap generalizzato e si sente del «nervosismo tra quegli Stati membri», afferma un alto funzionario Ue a Bruxelles. Poiché se ne parla da sette mesi, il nervosismo è giustificato, anche se, va detto, la posizione della Commissione sul tema, per una volta, non è affatto irragionevole. L’Italia è tra i 15 Paesi che con più vigore chiedono un tetto generalizzato, ma l’impressione è che non sarà accontentata.
«Madrid fa concorrenza sleale alla Francia»
In principio era il dumping fiscale: con un regime di tassazione ultracompetitivo, ad esempio, l’Irlanda riusciva ad attrarre frotte di imprese sul territorio, in fuga dagli esecutivi salassatori. Qualcun altro puntava sul dumping salariale: è, da sempre, l’asso nella manica dei Paesi dell’Est, il motore delle delocalizzazioni che impoveriscono gli operai in Europa occidentale. Non c’è due senza tre: adesso è giunto il tempo del dumping energetico.
Se a Bruxelles, di fronte all’urgenza della crisi, si rinvia qualunque soluzione strutturale al problema degli approvvigionamenti e del costo del gas, le nazioni - almeno quelle più scaltre - agiscono di loro iniziativa. E procedere in ordine sparso comporta degli effetti collaterali: alla fine, gli Stati più svelti fanno concorrenza sui costi dell’energia a quelli che aspettano la Commissione Godot.
Grande è lo scompiglio che ha portato, nel Vecchio continente, il price cap che la Spagna, insieme con il Portogallo, ha già adottato da qualche mese, avendo ricevuto il via libera dell’Ue. Lo stratagemma è piuttosto semplice: senza intervenire di forza sulle piazze internazionali, le centrali spagnole comprano il metano al prezzo astronomico che esso ha raggiunto a causa della speculazione. Ma quando lo smerciano sul mercato interno, non possono cederlo a una quota superiore ai 50 euro al megawattora. Chi copre la differenza? La voce «compensazione» nelle bollette degli utenti, le quali, nonostante le lamentele dei cittadini, sono rimaste comunque più basse di quelle pagate dagli altri europei; e i crescenti profitti della vendita di oro azzurro ai vicini francesi, ben lieti di incrementare gli acquisti, viste le tariffe convenienti.
Il regime speciale per Lisbona e Madrid dovrebbe valere solo fino al 31 maggio 2023. Ma in questi giorni, proprio dai transalpini, si stanno levando accese proteste nei confronti di questa eccezione iberica. Gli industriali dell’alluminio francesi, in particolare, stanno invocando delle misure per far fronte a quella che considerano una forma di concorrenza sleale, resa possibile dai prezzi relativamente economici dell’elettricità che la Spagna è riuscita a mantenere. Cyrille Mounier, dell’associazione di categoria che riunisce le aziende del settore, lamenta una fuga dei clienti verso la penisola adagiata nel Mediterraneo. Dalla quale, nel frattempo, fanno orecchio da mercante. Il ministro della Transizione ecologica del governo Sánchez, Teresa Ribera, sentita da Euractiv, ha assicurato di non essere affatto al corrente delle lamentele di Parigi, pur avendo ammesso che il price cap interno, «a un certo momento, può comportare un minor costo dell’energia» per le industrie spagnole.
Un vantaggio competitivo di cui devono essersi accorti pure in Germania. Già da una settimana, Volkswagen manifesta forti disagi rispetto alla prospettiva di una penuria di gas che, in patria, potrebbe manifestarsi drammaticamente nei prossimi mesi. Meno forniture energetiche e anche più onerose. Uno scenario che, secondo quanto aveva riportato Bloomberg, starebbe persuadendo il gruppo a trasferire parecchie linee di produzione all’estero. E indovinate chi si candida a ospitare i fabbricanti transfughi? Belgio, Portogallo (l’altro Stato che beneficia del price cap straordinario) e, naturalmente, Spagna. Tutti e tre Paesi in cui Volkswagen possiede degli stabilimenti, certo. Ma, almeno nel caso iberico, favoriti da un provvedimento che garantisce un costi contenuti dell’energia.
Resta da capire se, dopo le varie interruzioni ai flussi che transitavano attraverso il Nord stream 1, il sabotaggio dell’altra pipeline nel Baltico, piena di gas ma mai mai entrata in funzione a causa dell’invasione russa in Ucraina, sia destinato a dare un’ulteriore spintarella ai vertici della casa automobilistica. È facile, ormai, prevedere un inverno gelido, sia climaticamente, sia dal punto di vista dell’economia.
Di sicuro, l’aggravamento dell’emergenza ha dato una sveglia al cancelliere Olaf Scholz: il suo governo ha annunciato un maxi piano da 200 miliardi per calmierare gli aumenti di luce e gas. È la via tedesca al «tetto» interno - insieme con la scelta di nazionalizzare la compagnia petrolifera Rosneft, che poi fa il paio con l’appropriazione, da parte della mano pubblica, in Francia, del gestore Edf.
Sono i capitoli del «patchwork» europeo: mentre l’Ue cincischia sul «cap» al solo prodotto russo, le cui importazioni potrebbero essere destinate a una repentina interruzione e che, dunque, rischia di rivelarsi completamente inutile, chi non si limita ad attendere una manna da Bruxelles prova a fare da sé. E l’ammuina non può che sbriciolare ulteriormente quella unità europea che, nei momenti critici, si mostra in modo sempre più evidente come un mero costrutto ideologico. Dietro la retorica della solidarietà, si va inasprendo la cruenta guerra energetica.
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Olaf Scholz annuncia uno scudo straordinario anti rincari, mentre Bruxelles da mesi discute di riforma del Ttf e di limiti soltanto sulle importazioni russe. Telefonata fra Mario Draghi e Giorgia Meloni, che chiedono una linea comune.Industriali d’oltralpe contro il price cap spagnolo. Volkswagen studia delocalizzazioni nella penisola iberica.Lo speciale contiene due articoliIl governo tedesco rompe gli argini e decide di introdurre uno scudo del valore di 200 miliardi di euro per difendere famiglie e imprese dai prezzi dell’energia impazziti. Mentre in Italia si cercano gli spiccioli tra le righe della Nadef e la sola parola «scostamento» provoca reazioni scomposte, la Germania avvia un suo piano. Di fatto, il governo di Berlino pagherà l’energia per conto dei cittadini e delle imprese. Come? Mettendo sul tavolo 200 miliardi di euro di debito nuovo di zecca. Da Bruxelles e da Francoforte non sembrano esserci state particolari reazioni, che invece di solito, appena Roma sussurra qualcosa, giungono rapidissime e severe. Matteo Salvini, in un tweet, ieri ha osservato: «Urge intervenire anche in Italia, altrimenti le nostre aziende non potranno più competere e lavorare».Olaf Scholz, affiancato da Christian Lindner, ministro delle Finanze, e da Robert Habeck, ministro dell’Economia, ha presentato ieri il suo piano, che prevede un freno ai prezzi di energia elettrica e gas per famiglie e piccole e Pmi. Non sono stati forniti dettagli sul funzionamento di questo dispositivo, che dovrebbe entrare in vigore entro dicembre e restare fino alla primavera 2024. L’Iva sull’energia sarà ridotta dal 19 al 7% e saranno incentivate le fonti rinnovabili e i rigassificatori. Le due centrali nucleari che dovevano essere adibite a riserva resteranno in pieno esercizio. Le misure saranno finanziate attraverso un fondo di stabilità, già utilizzato per salvare Lufthansa, con l’emissione di titoli di debito pubblico. Lindner ha detto che la regola del massimo indebitamento (0,35% del Pil) per quest’anno è sospesa, per grazia autoconcessa, e sarà di nuovo applicata nel 2023. L’inverno sarà comunque duro per i cittadini tedeschi, cui l’autorità per l’energia tedesca (Bundesnetzagentur) ha chiesto ieri di consumare meno gas rispetto ai ritmi attuali.Non è un caso che la decisione di Scholz sia stata resa nota ieri, dopo che il gasdotto Nord stream è stato degradato a relitto in fondo al mare e proprio nel giorno in cui è stato diffuso il dato sull’inflazione in Germania, che è arrivata al 10%. Il governo tedesco si sente accerchiato e cerca di reagire. Peccato però che lo zeitgeist di quest’epoca sembri essere improntato soprattutto a un generalizzato si salvi chi può. A giochi fatti, arriva l’appello di Mario Draghi, fuori tempo massimo: «Davanti alle minacce comuni dei nostri tempi, non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali. Nei prossimi Consigli europei dobbiamo mostrarci compatti, determinati, solidali». Appello alla compattezza anche di Giorgia Meloni, che ieri dopo l’annuncio di Berlino ha parlato al telefono con Draghi: «Serve una risposta immediata a livello europeo a tutela di imprese e famiglie. Nessuno Stato membro può offrire soluzioni efficaci e a lungo termine da solo in assenza di una strategia comune, neppure quelli che appaiono meno vulnerabili sul piano finanziario».Oggi si riuniscono a Bruxelles i ministri dell’Energia degli Stati Ue, che discuteranno la proposta di regolamento della Commissione che contiene la riduzione dei picchi di domanda elettrica, il tetto ai ricavi dei produttori di energia elettrica da fonti non a gas e una tassa straordinaria sui profitti delle compagnie energetiche. Si è parlato di questi temi sino allo sfinimento e quasi certamente il documento sarà approvato oggi per essere poi sottoposto a votazione il 6 ottobre al Consiglio di Praga, tra molti sorrisi e la quasi certezza dell’inutilità delle misure prese.Lo stanco rituale delle riunioni precedute da riunioni cui seguono altre riunioni prosegue anche su un non paper che la Commissione ha fatto trapelare, in cui si argomenta su un nuovo riferimento di prezzo per il gas naturale liquido (Lng) e su un tetto al prezzo del gas russo. Sul primo punto, il mercato olandese Ttf viene considerato non più rappresentativo del prezzo reale delle importazioni di Lng, che oggi pesano per il 33% di tutto il gas importato (+50% rispetto al 2021). La Commissione intende dunque creare un nuovo indice di riferimento, utilizzando i dati che già gli operatori devono comunicare per adempiere alla regolazione europea Remit sulla trasparenza. Queste considerazioni fanno il paio con un precedente documento della Commissione che intende creare un nuovo riferimento di mercato per tutto il gas europeo, riconducendo il Ttf alla sua essenza di mercato regionale tra i tanti.Il secondo punto si riferisce invece all’imposizione di un prezzo massimo per il gas importato via gasdotti dalla Russia. Lo scopo dichiarato è quello di abbassare i ricavi per Mosca. Nel documento si dice che se, a quel punto, Gazprom per reazione dovesse interrompere del tutto i flussi di gas, l’Europa riuscirebbe comunque a far fronte all’inverno grazie agli stoccaggi e alla solidarietà tra Stati membri. Il gas russo pesa ormai solo per il 9% degli approvvigionamenti europei e l’unico gasdotto rimasto attivo è quello che, via Ucraina e Slovacchia, giunge in Italia (circa 40 milioni di metri cubi al giorno, ma in certi periodi, come l’attuale, ridotti a poco più di 20). Dunque, il danno derivante dalla chiusura del gasdotto ricadrebbe quasi integralmente sull’Italia. Nel suo documento, la Commissione è molto scettica, per non dire critica, sull’idea di un price cap allargato a tutto il gas europeo. La soluzione viene giudicata troppo complessa, impegnativa dal punto di vista finanziario e destabilizzante per i mercati. «C’è una forte determinazione da parte di 15 Stati membri» che chiedono l’introduzione del price cap generalizzato e si sente del «nervosismo tra quegli Stati membri», afferma un alto funzionario Ue a Bruxelles. Poiché se ne parla da sette mesi, il nervosismo è giustificato, anche se, va detto, la posizione della Commissione sul tema, per una volta, non è affatto irragionevole. L’Italia è tra i 15 Paesi che con più vigore chiedono un tetto generalizzato, ma l’impressione è che non sarà accontentata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-che-tetto-ue-al-prezzo-del-gas-in-germania-piano-da-200-miliardi-2658361901.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="madrid-fa-concorrenza-sleale-alla-francia" data-post-id="2658361901" data-published-at="1664477689" data-use-pagination="False"> «Madrid fa concorrenza sleale alla Francia» In principio era il dumping fiscale: con un regime di tassazione ultracompetitivo, ad esempio, l’Irlanda riusciva ad attrarre frotte di imprese sul territorio, in fuga dagli esecutivi salassatori. Qualcun altro puntava sul dumping salariale: è, da sempre, l’asso nella manica dei Paesi dell’Est, il motore delle delocalizzazioni che impoveriscono gli operai in Europa occidentale. Non c’è due senza tre: adesso è giunto il tempo del dumping energetico. Se a Bruxelles, di fronte all’urgenza della crisi, si rinvia qualunque soluzione strutturale al problema degli approvvigionamenti e del costo del gas, le nazioni - almeno quelle più scaltre - agiscono di loro iniziativa. E procedere in ordine sparso comporta degli effetti collaterali: alla fine, gli Stati più svelti fanno concorrenza sui costi dell’energia a quelli che aspettano la Commissione Godot. Grande è lo scompiglio che ha portato, nel Vecchio continente, il price cap che la Spagna, insieme con il Portogallo, ha già adottato da qualche mese, avendo ricevuto il via libera dell’Ue. Lo stratagemma è piuttosto semplice: senza intervenire di forza sulle piazze internazionali, le centrali spagnole comprano il metano al prezzo astronomico che esso ha raggiunto a causa della speculazione. Ma quando lo smerciano sul mercato interno, non possono cederlo a una quota superiore ai 50 euro al megawattora. Chi copre la differenza? La voce «compensazione» nelle bollette degli utenti, le quali, nonostante le lamentele dei cittadini, sono rimaste comunque più basse di quelle pagate dagli altri europei; e i crescenti profitti della vendita di oro azzurro ai vicini francesi, ben lieti di incrementare gli acquisti, viste le tariffe convenienti. Il regime speciale per Lisbona e Madrid dovrebbe valere solo fino al 31 maggio 2023. Ma in questi giorni, proprio dai transalpini, si stanno levando accese proteste nei confronti di questa eccezione iberica. Gli industriali dell’alluminio francesi, in particolare, stanno invocando delle misure per far fronte a quella che considerano una forma di concorrenza sleale, resa possibile dai prezzi relativamente economici dell’elettricità che la Spagna è riuscita a mantenere. Cyrille Mounier, dell’associazione di categoria che riunisce le aziende del settore, lamenta una fuga dei clienti verso la penisola adagiata nel Mediterraneo. Dalla quale, nel frattempo, fanno orecchio da mercante. Il ministro della Transizione ecologica del governo Sánchez, Teresa Ribera, sentita da Euractiv, ha assicurato di non essere affatto al corrente delle lamentele di Parigi, pur avendo ammesso che il price cap interno, «a un certo momento, può comportare un minor costo dell’energia» per le industrie spagnole. Un vantaggio competitivo di cui devono essersi accorti pure in Germania. Già da una settimana, Volkswagen manifesta forti disagi rispetto alla prospettiva di una penuria di gas che, in patria, potrebbe manifestarsi drammaticamente nei prossimi mesi. Meno forniture energetiche e anche più onerose. Uno scenario che, secondo quanto aveva riportato Bloomberg, starebbe persuadendo il gruppo a trasferire parecchie linee di produzione all’estero. E indovinate chi si candida a ospitare i fabbricanti transfughi? Belgio, Portogallo (l’altro Stato che beneficia del price cap straordinario) e, naturalmente, Spagna. Tutti e tre Paesi in cui Volkswagen possiede degli stabilimenti, certo. Ma, almeno nel caso iberico, favoriti da un provvedimento che garantisce un costi contenuti dell’energia. Resta da capire se, dopo le varie interruzioni ai flussi che transitavano attraverso il Nord stream 1, il sabotaggio dell’altra pipeline nel Baltico, piena di gas ma mai mai entrata in funzione a causa dell’invasione russa in Ucraina, sia destinato a dare un’ulteriore spintarella ai vertici della casa automobilistica. È facile, ormai, prevedere un inverno gelido, sia climaticamente, sia dal punto di vista dell’economia. Di sicuro, l’aggravamento dell’emergenza ha dato una sveglia al cancelliere Olaf Scholz: il suo governo ha annunciato un maxi piano da 200 miliardi per calmierare gli aumenti di luce e gas. È la via tedesca al «tetto» interno - insieme con la scelta di nazionalizzare la compagnia petrolifera Rosneft, che poi fa il paio con l’appropriazione, da parte della mano pubblica, in Francia, del gestore Edf. Sono i capitoli del «patchwork» europeo: mentre l’Ue cincischia sul «cap» al solo prodotto russo, le cui importazioni potrebbero essere destinate a una repentina interruzione e che, dunque, rischia di rivelarsi completamente inutile, chi non si limita ad attendere una manna da Bruxelles prova a fare da sé. E l’ammuina non può che sbriciolare ulteriormente quella unità europea che, nei momenti critici, si mostra in modo sempre più evidente come un mero costrutto ideologico. Dietro la retorica della solidarietà, si va inasprendo la cruenta guerra energetica.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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