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2019-06-15
Allora non inginocchiarsi paga. Tria ha capito l’antifona gialloblù
European Union
Pretendere una riedizione italiana del triplice leggendario «No, no, no» a Bruxelles pronunciato a suo tempo da Margaret Thatcher sarebbe stato troppo. Ma all'Italia è bastato un cambio di postura, un atteggiamento a schiena più dritta, un approccio meno remissivo, per conseguire qualche primo risultato che non era scontato: a dispetto del racconto mediatico dei giornaloni il portoghese Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo, non ha disposto alcun plotone di esecuzione. Così, dopo due giorni di discussione in Lussemburgo, l'avvio del negoziato con l'Ue ha prodotto un'ulteriore scadenza di sette giorni entro cui l'Italia fornirà altri elementi in vista dell'Ecofin dell'8-9 luglio.
A ben vedere, dunque, questa settimana ha prodotto una piccola svolta. La componente tecnica del governo, ritenuta più incline a piegarsi a Bruxelles, non lo ha fatto, e si è anzi riallineata all'indicazione politica di Lega e M5s. Giuseppe Conte non ha ancora spedito la lettera preannunciata nei giorni scorsi («è quasi pronta, la stiamo rivedendo» ha detto ieri da Malta) : ma la sola evocazione di un testo pubblico, con esplicita richiesta di cambiamento delle regole europee, ha dato il senso di una reazione dignitosa. Giovanni Tria si è spinto oltre: ha per tre giorni consecutivi detto no a una manovra correttiva, e ha pure sottolineato come un eventuale scontro con Bruxelles sia sì pericoloso per l'Italia, ma pure per la stessa Commissione. Un modo elegante per sottolineare che un collegio con gli scatoloni in mano non deve assumersi la responsabilità di scelte provocatorie. Tra l'altro, una procedura di questo tipo verrebbe attivata per la prima volta nella storia: sarebbe davvero temerario per organi europei in scadenza mettere in mora un paese fondatore, contribuente netto dell'Ue.
Non a caso, lo stesso Quirinale, in altre faccende affaccendato, non ha strattonato l'esecutivo in questi giorni. E - tranne i mainstream media - tutti gli osservatori hanno preso nota di una reazione dei mercati esplicitamente favorevole all'Italia: nessun incendio dello spread (nonostante l'impegno dei piromani Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis), in crescita la domanda dei nostri Btp, e in discesa i relativi rendimenti.
E, come questo giornale ha scritto per primo, i dati parlano a favore dell'Italia. È con quelli che Tria risponderà a Bruxelles: non solo con le parole o con vaghi auspici. Il mix tra i denari risparmiati (sia su quota 100 sia sul reddito di cittadinanza) e le maggiori entrate Iva portano il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, ben sotto il 2,5% paventato dalla Commissione. E, come La Verità ha spiegato, le maggiori entrate derivano dall'introduzione della fatturazione elettronica: quindi si tratta di un incremento strutturale, destinato a durare nel tempo.
Su tutto questo, anche ieri Tria ha tenuto il punto: «Porto dati, non chiacchiere: abbiamo maggiori entrate, quindi maggiori ricavi». Quanto all'incontro con Moscovici, secondo Tria «abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e gli obiettivi del negoziato. Non devo convincerlo con le mie argomentazioni, abbiamo deciso cosa porterò, i negoziati si fanno così».
E qui si arriva al punto. I media pregiudizialmente ostili al governo e qualche oppositore ossessivo, che in questo caso non si fanno scrupolo di sparare contro l'Italia, insistono sull'«azione concreta» che Bruxelles ha chiesto all'Italia, interpretandola solo nella forma di una manovra correttiva da fare subito. Tria è stato puntuale nello smentire questa interpretazione: «L'azione concreta chiesta dalla Commissione Ue è far vedere perché noi diciamo che possiamo arrivare ad un abbassamento previsto del deficit di 0,2 punti. Dovremo dargli le cifre, da dove vengono. Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (cioè, come si diceva, arrivare al 2,1-2,2, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell'obiettivo nel 2018». E ancora, per chi non avesse capito: «Non è un problema di nuove misure o no: quello è l'obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative», ha concluso. Insomma: dimostrare ciò che l'Italia sta già facendo, non necessariamente fare altro.
E dal Consiglio federale leghista, Matteo Salvini ha fatto sponda a Tria e insieme ha tenuto la guardia alta: «Abbiamo analizzato i dati economici del primo trimestre: sono positivi. Gli interessi sul debito che l'Italia sta pagando sono in calo. A maggior ragione non avrebbe spiegazioni un accanimento da parte dell'Ue. Se ci fosse un ragionamento meramente economico, l'Europa dovrebbe solo ringraziarci per quello che stiamo facendo». Fonti leghiste e grilline, poi, segnalano l'apprezzamento verso l'operato diplomatico di Tria in questi giorni europei: avere messo il veto sulla riforma del fondo salva Stati, voluta dai Paesi del Nord, ha permesso di guadagnare tempo.
Quanto al governo, Salvini è stato netto nel fissare gli obiettivi della manovra d'autunno: «La manovra economica ci sarà, il governo ci sarà, se scommette sulla scelta di tagliare le tasse. Se invece qualcuno dicesse: “Facciamo la manovra e non tocchiamo le tasse", non la fanno con me la manovra».
Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo
Non è ancora detta l'ultima parola sulla procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Sebbene i partecipanti alla due giorni di giovedì e venerdì che ha visto riunirsi in sequenza Eurogruppo ed Ecofin (il primo raggruppa a titolo informale i ministri dell'Economia dell'eurozona, il secondo in via ufficiale quelli di tutta l'Ue) ritengano «giustificata» la procedura, ci sono forti segnali che suggeriscono la volontà di trovare una soluzione per uscire da un ginepraio che finirebbe per danneggiare sia Roma che Bruxelles. Il tutto mentre otteniamo «una settimana» di tempo per mostrare i risultati richiesti sui conti.
Al netto della narrazione catastrofista portata avanti dalla maggioranza dei giornali nostrani, la strada intrapresa dalla due parti è quella di un negoziato franco ma aperto, e dall'esito tutt'altro che scontato. Il timone della trattativa l'ha preso il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno. Un personaggio tutto sommato super partes, quanto meno rispetto agli «odiatissimi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e dal quale è lecito attendersi un ruolo di primo piano (e magari anche qualche piacevole sorpresa) nel durissimo braccio di ferro tra l'Italia e la Commissione europea. Giova ricordare che spesso durante le riunioni dell'Eurogruppo, pur non avendo questo organo alcuna valenza istituzionale, si discutono gli argomenti più caldi e si prendono le decisioni più importanti. Ciò è valido a maggior ragione quando al centro della contesa ci sono tematiche che riguardano da vicino Stati membri dell'eurozona. Difficile dimenticare, tanto per fare un esempio, il ruolo decisivo svolto dall'Eurogruppo nell'impostare la crisi greca.
Già al suo arrivo a Lussemburgo, pur ribadendo la necessità di fare «chiarezza» e sollecitando al «rispetto degli obiettivi» il nostro esecutivo, Centeno aveva accennato a una possibile apertura: «Se così sarà, la solidarietà da parte dell'Europa e il senso comune di utilizzare la stessa moneta, avendo gli stessi obiettivi, saranno certamente confermati da parte dell'Eurogruppo». Durante la riunione, il ministro portoghese ha ovviamente ribadito che il nostro Paese è tenuto a prendere tutte i provvedimenti volti a «rientrare nel rispetto dei parametri europei della procedura di infrazione». Tuttavia, allo stesso tempo, Mario Centeno ha lodato il «duro lavoro svolto da ministro Tria e dal premier Conte per raggiungere gli impegni», aggiungendo che «dobbiamo affidarci alla loro azione». «Sull'Italia», aveva precisato il presidente dell'Eurogruppo a margine della riunione che ha visti impegnati i ministri, «dobbiamo essere in grado di rassicurare i cittadini italiani, le imprese, gli investitori, che gli impegni ci sono e li rispettiamo. Questo sarebbe il migliore risultato per l'Italia e la zona euro». Visto il tono tutto sommato relativamente sereno di queste dichiarazioni, verosimilmente quella di Centeno si candida a diventare una figura di pontiere in grado di trovare una quadra tra le richieste di Bruxelles e le risposte di Roma.
Mano tesa anche da parte del commissario uscente agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. D'altronde il politico francese, a margine della conferenza stampa per la presentazione delle relazioni del semestre europeo svoltasi dieci giorni fa, era stato il primo a precisare la disponibilità «a tenere in considerazione nuovi dati», aggiungendo che «la mia porta rimane aperta». Un refrain ripetuto anche in questa occasione: «La procedura basata sul debito per l'Italia è giustificata e ora continueremo i preparativi previsti dal Trattato che potrebbe portare alla procedura, ma siamo pronti a tenere conto di ogni ulteriore elemento che l'Italia potrà fornire, siamo in modalità ascolto, la porta è aperta». Al pari di Centeno, anche Moscovici ha poi dichiarato di accogliere «con favore gli impegni del ministro Tria e del premier Conte», aggiungendo che «questo è lo spirito con cui continuiamo gli scambi con le autorità italiane: a questo stadio la procedura è giustificata, noi vogliamo evitarla ma bisogna rispettare le regole e ciò vuol dire che nel 2019 e nel 2020 ci aspettiamo che accada proprio questo».
Meno morbido il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, notoriamente il più rigido quando si parla di rispetto di criteri: «È importante che anche in Italia i conti vengano messi su un percorso sostenibile. Il debito deve calare e non salire». Ciò nonostante, l'ex premier lettone che si è visto rinnovare dal proprio Paese la candidatura a far parte della prossima Commissione ha comunque lasciato uno spiraglio aperto, ammettendo che «ora tocca all'Italia portare alcuni elementi addizionali di cui tenere conto». Considerate le aperture del politburo europeo, l'ottimismo di Giovanni Tria non sembra dunque così fuori luogo.
Per provare a capire come può andare a finire questa vicenda, un po' come nel calcio vale la pena dare uno sguardo al calendario. Prima ancora dell'Ecofin decisivo che si terrà il 9 luglio, l'appuntamento che conta è quello atteso per giovedì e venerdì, quando si svolgerà l'importantissimo Consiglio europeo nel quale si tenterà di raggiungere un accordo sulle cariche istituzionali dell'Ue. In quella occasione il nostro esecutivo potrà svolgere un ruolo importante, come testimonia la visita degli scorsi giorni al premier Conte da parte del candidato del Ppe alla guida della Commissione Manfred Weber, giocandosi una buona chance delle possibilità di evitare la procedura di infrazione.
L’industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare
Frena il fatturato dell'industria italiana, che ad aprile registra un calo dell'1% rispetto a marzo, il primo dall'inizio dell'anno; secondo l'Istat, su base annua il calo è stato dello 0,7%, nei dati corretti per il calendario. In flessione anche gli ordinativi, che cedono il 2,4% su base mensile e lo 0,2% nei dati grezzi su base annua. A pesare è in particolare l'andamento del fatturato estero, che segna una diminuzione del 2,9% mese su mese e del 2,8% su base annua, mentre i ricavi interni sono fermi su base mensile e crescono dello 0,4% su base annua.
In controtendenza i beni di consumo, che registrano un aumento congiunturale dello 0,9%, e l'energia, che cresce dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Se si guarda in particolare al comparto manifatturiero, la crescita annuale più elevata (+11,8%) è quella del settore dei computer e dell'elettronica, seguito dall'industria alimentare (+5,5%), che si conferma trainante per l'economia italiana. «Ancora una volta il settore alimentare fa tirare un sospiro di sollievo in un quadro che si delinea sempre più delicato», ha commentato Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «Una crescita, quella del nostro settore, che dipende anche dal fatto che sempre di più il mondo vuole e chiede cibo made in Italy». I dati Istat sull'export del settore alimentare tracciano infatti un quadro positivo, con una crescita del 7,9% per il primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Le note dolenti riguardano invece l'industria farmaceutica (-9%), seguita da quella dei mezzi di trasporto (-8,9%), dei prodotti chimici (-6,4%) e della metallurgia (-3,6%). Segno meno anche per l'industria dell'auto, che ad aprile ha visto il fatturato calare dell'8,6% rispetto ad aprile 2018, e gli ordini contrarsi dell'11,6% rispetto a un anno prima. Per quanto riguarda il fatturato, il calo è stato del 9,3% per il mercato interno e del 7,4% per quello estero, mentre per gli ordini la contrazione è stata del 9,4% sul mercato interno e del 14,4% su quello estero. Rallenta più del previsto anche l'inflazione: l'Istat ha rivisto al ribasso le stime e calcolato che a maggio si registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e un aumento dello 0,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, contro il +1,1% di aprile e il +0,9% delle stime preliminari.
La decelerazione italiana si inserisce in un quadro più ampio, che a livello globale ha visto rallentare la produzione industriale persino in Cina, dove a maggio l'incremento annuo è stato del 5%, il dato peggiore in oltre 17 anni. «Il rallentamento dell'economia globale comporta una frenata, ma il punto non è di chi è la colpa, ma quali soluzioni vogliamo realizzare e come vogliamo reagire», ha fatto sapere il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui «occorre definire gli effetti sull'economia reale dei provvedimenti economici».
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Il ministro dell'Economia ha tenuto il punto e per tre giorni ha negato una nuova manovra. Al contrario, dimostreremo ai falchi Ue che ridurre il deficit si può. Se ci bocceranno, sarà evidente il ricatto politico. Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo. Per Pierre Moscovici e soci la procedura è «giustificata». Però i commissari cedono: «Ci affidiamo all'azione di Conte». Il dialogo ci regala una settimana in più. L'industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare. Fatturato in calo dell'1% ad aprile. In controtendenza l'export di cibi di qualità (+5,5%). Pure la Cina rallenta, come mai da 17 anni. Lo speciale comprende tre articoli. Pretendere una riedizione italiana del triplice leggendario «No, no, no» a Bruxelles pronunciato a suo tempo da Margaret Thatcher sarebbe stato troppo. Ma all'Italia è bastato un cambio di postura, un atteggiamento a schiena più dritta, un approccio meno remissivo, per conseguire qualche primo risultato che non era scontato: a dispetto del racconto mediatico dei giornaloni il portoghese Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo, non ha disposto alcun plotone di esecuzione. Così, dopo due giorni di discussione in Lussemburgo, l'avvio del negoziato con l'Ue ha prodotto un'ulteriore scadenza di sette giorni entro cui l'Italia fornirà altri elementi in vista dell'Ecofin dell'8-9 luglio. A ben vedere, dunque, questa settimana ha prodotto una piccola svolta. La componente tecnica del governo, ritenuta più incline a piegarsi a Bruxelles, non lo ha fatto, e si è anzi riallineata all'indicazione politica di Lega e M5s. Giuseppe Conte non ha ancora spedito la lettera preannunciata nei giorni scorsi («è quasi pronta, la stiamo rivedendo» ha detto ieri da Malta) : ma la sola evocazione di un testo pubblico, con esplicita richiesta di cambiamento delle regole europee, ha dato il senso di una reazione dignitosa. Giovanni Tria si è spinto oltre: ha per tre giorni consecutivi detto no a una manovra correttiva, e ha pure sottolineato come un eventuale scontro con Bruxelles sia sì pericoloso per l'Italia, ma pure per la stessa Commissione. Un modo elegante per sottolineare che un collegio con gli scatoloni in mano non deve assumersi la responsabilità di scelte provocatorie. Tra l'altro, una procedura di questo tipo verrebbe attivata per la prima volta nella storia: sarebbe davvero temerario per organi europei in scadenza mettere in mora un paese fondatore, contribuente netto dell'Ue. Non a caso, lo stesso Quirinale, in altre faccende affaccendato, non ha strattonato l'esecutivo in questi giorni. E - tranne i mainstream media - tutti gli osservatori hanno preso nota di una reazione dei mercati esplicitamente favorevole all'Italia: nessun incendio dello spread (nonostante l'impegno dei piromani Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis), in crescita la domanda dei nostri Btp, e in discesa i relativi rendimenti. E, come questo giornale ha scritto per primo, i dati parlano a favore dell'Italia. È con quelli che Tria risponderà a Bruxelles: non solo con le parole o con vaghi auspici. Il mix tra i denari risparmiati (sia su quota 100 sia sul reddito di cittadinanza) e le maggiori entrate Iva portano il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, ben sotto il 2,5% paventato dalla Commissione. E, come La Verità ha spiegato, le maggiori entrate derivano dall'introduzione della fatturazione elettronica: quindi si tratta di un incremento strutturale, destinato a durare nel tempo. Su tutto questo, anche ieri Tria ha tenuto il punto: «Porto dati, non chiacchiere: abbiamo maggiori entrate, quindi maggiori ricavi». Quanto all'incontro con Moscovici, secondo Tria «abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e gli obiettivi del negoziato. Non devo convincerlo con le mie argomentazioni, abbiamo deciso cosa porterò, i negoziati si fanno così». E qui si arriva al punto. I media pregiudizialmente ostili al governo e qualche oppositore ossessivo, che in questo caso non si fanno scrupolo di sparare contro l'Italia, insistono sull'«azione concreta» che Bruxelles ha chiesto all'Italia, interpretandola solo nella forma di una manovra correttiva da fare subito. Tria è stato puntuale nello smentire questa interpretazione: «L'azione concreta chiesta dalla Commissione Ue è far vedere perché noi diciamo che possiamo arrivare ad un abbassamento previsto del deficit di 0,2 punti. Dovremo dargli le cifre, da dove vengono. Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (cioè, come si diceva, arrivare al 2,1-2,2, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell'obiettivo nel 2018». E ancora, per chi non avesse capito: «Non è un problema di nuove misure o no: quello è l'obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative», ha concluso. Insomma: dimostrare ciò che l'Italia sta già facendo, non necessariamente fare altro. E dal Consiglio federale leghista, Matteo Salvini ha fatto sponda a Tria e insieme ha tenuto la guardia alta: «Abbiamo analizzato i dati economici del primo trimestre: sono positivi. Gli interessi sul debito che l'Italia sta pagando sono in calo. A maggior ragione non avrebbe spiegazioni un accanimento da parte dell'Ue. Se ci fosse un ragionamento meramente economico, l'Europa dovrebbe solo ringraziarci per quello che stiamo facendo». Fonti leghiste e grilline, poi, segnalano l'apprezzamento verso l'operato diplomatico di Tria in questi giorni europei: avere messo il veto sulla riforma del fondo salva Stati, voluta dai Paesi del Nord, ha permesso di guadagnare tempo. Quanto al governo, Salvini è stato netto nel fissare gli obiettivi della manovra d'autunno: «La manovra economica ci sarà, il governo ci sarà, se scommette sulla scelta di tagliare le tasse. Se invece qualcuno dicesse: “Facciamo la manovra e non tocchiamo le tasse", non la fanno con me la manovra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allora-non-inginocchiarsi-paga-tria-ha-capito-lantifona-gialloblu-2638865983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-abbaia-ancora-ma-alla-fine-aspettera-i-numeri-che-gli-forniremo" data-post-id="2638865983" data-published-at="1775875222" data-use-pagination="False"> Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo Non è ancora detta l'ultima parola sulla procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. 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Un personaggio tutto sommato super partes, quanto meno rispetto agli «odiatissimi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e dal quale è lecito attendersi un ruolo di primo piano (e magari anche qualche piacevole sorpresa) nel durissimo braccio di ferro tra l'Italia e la Commissione europea. Giova ricordare che spesso durante le riunioni dell'Eurogruppo, pur non avendo questo organo alcuna valenza istituzionale, si discutono gli argomenti più caldi e si prendono le decisioni più importanti. Ciò è valido a maggior ragione quando al centro della contesa ci sono tematiche che riguardano da vicino Stati membri dell'eurozona. Difficile dimenticare, tanto per fare un esempio, il ruolo decisivo svolto dall'Eurogruppo nell'impostare la crisi greca. Già al suo arrivo a Lussemburgo, pur ribadendo la necessità di fare «chiarezza» e sollecitando al «rispetto degli obiettivi» il nostro esecutivo, Centeno aveva accennato a una possibile apertura: «Se così sarà, la solidarietà da parte dell'Europa e il senso comune di utilizzare la stessa moneta, avendo gli stessi obiettivi, saranno certamente confermati da parte dell'Eurogruppo». Durante la riunione, il ministro portoghese ha ovviamente ribadito che il nostro Paese è tenuto a prendere tutte i provvedimenti volti a «rientrare nel rispetto dei parametri europei della procedura di infrazione». Tuttavia, allo stesso tempo, Mario Centeno ha lodato il «duro lavoro svolto da ministro Tria e dal premier Conte per raggiungere gli impegni», aggiungendo che «dobbiamo affidarci alla loro azione». «Sull'Italia», aveva precisato il presidente dell'Eurogruppo a margine della riunione che ha visti impegnati i ministri, «dobbiamo essere in grado di rassicurare i cittadini italiani, le imprese, gli investitori, che gli impegni ci sono e li rispettiamo. Questo sarebbe il migliore risultato per l'Italia e la zona euro». Visto il tono tutto sommato relativamente sereno di queste dichiarazioni, verosimilmente quella di Centeno si candida a diventare una figura di pontiere in grado di trovare una quadra tra le richieste di Bruxelles e le risposte di Roma. Mano tesa anche da parte del commissario uscente agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. D'altronde il politico francese, a margine della conferenza stampa per la presentazione delle relazioni del semestre europeo svoltasi dieci giorni fa, era stato il primo a precisare la disponibilità «a tenere in considerazione nuovi dati», aggiungendo che «la mia porta rimane aperta». Un refrain ripetuto anche in questa occasione: «La procedura basata sul debito per l'Italia è giustificata e ora continueremo i preparativi previsti dal Trattato che potrebbe portare alla procedura, ma siamo pronti a tenere conto di ogni ulteriore elemento che l'Italia potrà fornire, siamo in modalità ascolto, la porta è aperta». Al pari di Centeno, anche Moscovici ha poi dichiarato di accogliere «con favore gli impegni del ministro Tria e del premier Conte», aggiungendo che «questo è lo spirito con cui continuiamo gli scambi con le autorità italiane: a questo stadio la procedura è giustificata, noi vogliamo evitarla ma bisogna rispettare le regole e ciò vuol dire che nel 2019 e nel 2020 ci aspettiamo che accada proprio questo». Meno morbido il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, notoriamente il più rigido quando si parla di rispetto di criteri: «È importante che anche in Italia i conti vengano messi su un percorso sostenibile. Il debito deve calare e non salire». Ciò nonostante, l'ex premier lettone che si è visto rinnovare dal proprio Paese la candidatura a far parte della prossima Commissione ha comunque lasciato uno spiraglio aperto, ammettendo che «ora tocca all'Italia portare alcuni elementi addizionali di cui tenere conto». Considerate le aperture del politburo europeo, l'ottimismo di Giovanni Tria non sembra dunque così fuori luogo. Per provare a capire come può andare a finire questa vicenda, un po' come nel calcio vale la pena dare uno sguardo al calendario. Prima ancora dell'Ecofin decisivo che si terrà il 9 luglio, l'appuntamento che conta è quello atteso per giovedì e venerdì, quando si svolgerà l'importantissimo Consiglio europeo nel quale si tenterà di raggiungere un accordo sulle cariche istituzionali dell'Ue. In quella occasione il nostro esecutivo potrà svolgere un ruolo importante, come testimonia la visita degli scorsi giorni al premier Conte da parte del candidato del Ppe alla guida della Commissione Manfred Weber, giocandosi una buona chance delle possibilità di evitare la procedura di infrazione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allora-non-inginocchiarsi-paga-tria-ha-capito-lantifona-gialloblu-2638865983.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindustria-italiana-frena-si-salvano-elettronica-e-alimentare" data-post-id="2638865983" data-published-at="1775875222" data-use-pagination="False"> L’industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare Frena il fatturato dell'industria italiana, che ad aprile registra un calo dell'1% rispetto a marzo, il primo dall'inizio dell'anno; secondo l'Istat, su base annua il calo è stato dello 0,7%, nei dati corretti per il calendario. In flessione anche gli ordinativi, che cedono il 2,4% su base mensile e lo 0,2% nei dati grezzi su base annua. A pesare è in particolare l'andamento del fatturato estero, che segna una diminuzione del 2,9% mese su mese e del 2,8% su base annua, mentre i ricavi interni sono fermi su base mensile e crescono dello 0,4% su base annua. In controtendenza i beni di consumo, che registrano un aumento congiunturale dello 0,9%, e l'energia, che cresce dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Se si guarda in particolare al comparto manifatturiero, la crescita annuale più elevata (+11,8%) è quella del settore dei computer e dell'elettronica, seguito dall'industria alimentare (+5,5%), che si conferma trainante per l'economia italiana. «Ancora una volta il settore alimentare fa tirare un sospiro di sollievo in un quadro che si delinea sempre più delicato», ha commentato Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «Una crescita, quella del nostro settore, che dipende anche dal fatto che sempre di più il mondo vuole e chiede cibo made in Italy». I dati Istat sull'export del settore alimentare tracciano infatti un quadro positivo, con una crescita del 7,9% per il primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le note dolenti riguardano invece l'industria farmaceutica (-9%), seguita da quella dei mezzi di trasporto (-8,9%), dei prodotti chimici (-6,4%) e della metallurgia (-3,6%). Segno meno anche per l'industria dell'auto, che ad aprile ha visto il fatturato calare dell'8,6% rispetto ad aprile 2018, e gli ordini contrarsi dell'11,6% rispetto a un anno prima. Per quanto riguarda il fatturato, il calo è stato del 9,3% per il mercato interno e del 7,4% per quello estero, mentre per gli ordini la contrazione è stata del 9,4% sul mercato interno e del 14,4% su quello estero. Rallenta più del previsto anche l'inflazione: l'Istat ha rivisto al ribasso le stime e calcolato che a maggio si registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e un aumento dello 0,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, contro il +1,1% di aprile e il +0,9% delle stime preliminari. La decelerazione italiana si inserisce in un quadro più ampio, che a livello globale ha visto rallentare la produzione industriale persino in Cina, dove a maggio l'incremento annuo è stato del 5%, il dato peggiore in oltre 17 anni. «Il rallentamento dell'economia globale comporta una frenata, ma il punto non è di chi è la colpa, ma quali soluzioni vogliamo realizzare e come vogliamo reagire», ha fatto sapere il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui «occorre definire gli effetti sull'economia reale dei provvedimenti economici».
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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