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2019-06-15
Allora non inginocchiarsi paga. Tria ha capito l’antifona gialloblù
European Union
Pretendere una riedizione italiana del triplice leggendario «No, no, no» a Bruxelles pronunciato a suo tempo da Margaret Thatcher sarebbe stato troppo. Ma all'Italia è bastato un cambio di postura, un atteggiamento a schiena più dritta, un approccio meno remissivo, per conseguire qualche primo risultato che non era scontato: a dispetto del racconto mediatico dei giornaloni il portoghese Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo, non ha disposto alcun plotone di esecuzione. Così, dopo due giorni di discussione in Lussemburgo, l'avvio del negoziato con l'Ue ha prodotto un'ulteriore scadenza di sette giorni entro cui l'Italia fornirà altri elementi in vista dell'Ecofin dell'8-9 luglio.
A ben vedere, dunque, questa settimana ha prodotto una piccola svolta. La componente tecnica del governo, ritenuta più incline a piegarsi a Bruxelles, non lo ha fatto, e si è anzi riallineata all'indicazione politica di Lega e M5s. Giuseppe Conte non ha ancora spedito la lettera preannunciata nei giorni scorsi («è quasi pronta, la stiamo rivedendo» ha detto ieri da Malta) : ma la sola evocazione di un testo pubblico, con esplicita richiesta di cambiamento delle regole europee, ha dato il senso di una reazione dignitosa. Giovanni Tria si è spinto oltre: ha per tre giorni consecutivi detto no a una manovra correttiva, e ha pure sottolineato come un eventuale scontro con Bruxelles sia sì pericoloso per l'Italia, ma pure per la stessa Commissione. Un modo elegante per sottolineare che un collegio con gli scatoloni in mano non deve assumersi la responsabilità di scelte provocatorie. Tra l'altro, una procedura di questo tipo verrebbe attivata per la prima volta nella storia: sarebbe davvero temerario per organi europei in scadenza mettere in mora un paese fondatore, contribuente netto dell'Ue.
Non a caso, lo stesso Quirinale, in altre faccende affaccendato, non ha strattonato l'esecutivo in questi giorni. E - tranne i mainstream media - tutti gli osservatori hanno preso nota di una reazione dei mercati esplicitamente favorevole all'Italia: nessun incendio dello spread (nonostante l'impegno dei piromani Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis), in crescita la domanda dei nostri Btp, e in discesa i relativi rendimenti.
E, come questo giornale ha scritto per primo, i dati parlano a favore dell'Italia. È con quelli che Tria risponderà a Bruxelles: non solo con le parole o con vaghi auspici. Il mix tra i denari risparmiati (sia su quota 100 sia sul reddito di cittadinanza) e le maggiori entrate Iva portano il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, ben sotto il 2,5% paventato dalla Commissione. E, come La Verità ha spiegato, le maggiori entrate derivano dall'introduzione della fatturazione elettronica: quindi si tratta di un incremento strutturale, destinato a durare nel tempo.
Su tutto questo, anche ieri Tria ha tenuto il punto: «Porto dati, non chiacchiere: abbiamo maggiori entrate, quindi maggiori ricavi». Quanto all'incontro con Moscovici, secondo Tria «abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e gli obiettivi del negoziato. Non devo convincerlo con le mie argomentazioni, abbiamo deciso cosa porterò, i negoziati si fanno così».
E qui si arriva al punto. I media pregiudizialmente ostili al governo e qualche oppositore ossessivo, che in questo caso non si fanno scrupolo di sparare contro l'Italia, insistono sull'«azione concreta» che Bruxelles ha chiesto all'Italia, interpretandola solo nella forma di una manovra correttiva da fare subito. Tria è stato puntuale nello smentire questa interpretazione: «L'azione concreta chiesta dalla Commissione Ue è far vedere perché noi diciamo che possiamo arrivare ad un abbassamento previsto del deficit di 0,2 punti. Dovremo dargli le cifre, da dove vengono. Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (cioè, come si diceva, arrivare al 2,1-2,2, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell'obiettivo nel 2018». E ancora, per chi non avesse capito: «Non è un problema di nuove misure o no: quello è l'obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative», ha concluso. Insomma: dimostrare ciò che l'Italia sta già facendo, non necessariamente fare altro.
E dal Consiglio federale leghista, Matteo Salvini ha fatto sponda a Tria e insieme ha tenuto la guardia alta: «Abbiamo analizzato i dati economici del primo trimestre: sono positivi. Gli interessi sul debito che l'Italia sta pagando sono in calo. A maggior ragione non avrebbe spiegazioni un accanimento da parte dell'Ue. Se ci fosse un ragionamento meramente economico, l'Europa dovrebbe solo ringraziarci per quello che stiamo facendo». Fonti leghiste e grilline, poi, segnalano l'apprezzamento verso l'operato diplomatico di Tria in questi giorni europei: avere messo il veto sulla riforma del fondo salva Stati, voluta dai Paesi del Nord, ha permesso di guadagnare tempo.
Quanto al governo, Salvini è stato netto nel fissare gli obiettivi della manovra d'autunno: «La manovra economica ci sarà, il governo ci sarà, se scommette sulla scelta di tagliare le tasse. Se invece qualcuno dicesse: “Facciamo la manovra e non tocchiamo le tasse", non la fanno con me la manovra».
Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo
Non è ancora detta l'ultima parola sulla procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Sebbene i partecipanti alla due giorni di giovedì e venerdì che ha visto riunirsi in sequenza Eurogruppo ed Ecofin (il primo raggruppa a titolo informale i ministri dell'Economia dell'eurozona, il secondo in via ufficiale quelli di tutta l'Ue) ritengano «giustificata» la procedura, ci sono forti segnali che suggeriscono la volontà di trovare una soluzione per uscire da un ginepraio che finirebbe per danneggiare sia Roma che Bruxelles. Il tutto mentre otteniamo «una settimana» di tempo per mostrare i risultati richiesti sui conti.
Al netto della narrazione catastrofista portata avanti dalla maggioranza dei giornali nostrani, la strada intrapresa dalla due parti è quella di un negoziato franco ma aperto, e dall'esito tutt'altro che scontato. Il timone della trattativa l'ha preso il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno. Un personaggio tutto sommato super partes, quanto meno rispetto agli «odiatissimi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e dal quale è lecito attendersi un ruolo di primo piano (e magari anche qualche piacevole sorpresa) nel durissimo braccio di ferro tra l'Italia e la Commissione europea. Giova ricordare che spesso durante le riunioni dell'Eurogruppo, pur non avendo questo organo alcuna valenza istituzionale, si discutono gli argomenti più caldi e si prendono le decisioni più importanti. Ciò è valido a maggior ragione quando al centro della contesa ci sono tematiche che riguardano da vicino Stati membri dell'eurozona. Difficile dimenticare, tanto per fare un esempio, il ruolo decisivo svolto dall'Eurogruppo nell'impostare la crisi greca.
Già al suo arrivo a Lussemburgo, pur ribadendo la necessità di fare «chiarezza» e sollecitando al «rispetto degli obiettivi» il nostro esecutivo, Centeno aveva accennato a una possibile apertura: «Se così sarà, la solidarietà da parte dell'Europa e il senso comune di utilizzare la stessa moneta, avendo gli stessi obiettivi, saranno certamente confermati da parte dell'Eurogruppo». Durante la riunione, il ministro portoghese ha ovviamente ribadito che il nostro Paese è tenuto a prendere tutte i provvedimenti volti a «rientrare nel rispetto dei parametri europei della procedura di infrazione». Tuttavia, allo stesso tempo, Mario Centeno ha lodato il «duro lavoro svolto da ministro Tria e dal premier Conte per raggiungere gli impegni», aggiungendo che «dobbiamo affidarci alla loro azione». «Sull'Italia», aveva precisato il presidente dell'Eurogruppo a margine della riunione che ha visti impegnati i ministri, «dobbiamo essere in grado di rassicurare i cittadini italiani, le imprese, gli investitori, che gli impegni ci sono e li rispettiamo. Questo sarebbe il migliore risultato per l'Italia e la zona euro». Visto il tono tutto sommato relativamente sereno di queste dichiarazioni, verosimilmente quella di Centeno si candida a diventare una figura di pontiere in grado di trovare una quadra tra le richieste di Bruxelles e le risposte di Roma.
Mano tesa anche da parte del commissario uscente agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. D'altronde il politico francese, a margine della conferenza stampa per la presentazione delle relazioni del semestre europeo svoltasi dieci giorni fa, era stato il primo a precisare la disponibilità «a tenere in considerazione nuovi dati», aggiungendo che «la mia porta rimane aperta». Un refrain ripetuto anche in questa occasione: «La procedura basata sul debito per l'Italia è giustificata e ora continueremo i preparativi previsti dal Trattato che potrebbe portare alla procedura, ma siamo pronti a tenere conto di ogni ulteriore elemento che l'Italia potrà fornire, siamo in modalità ascolto, la porta è aperta». Al pari di Centeno, anche Moscovici ha poi dichiarato di accogliere «con favore gli impegni del ministro Tria e del premier Conte», aggiungendo che «questo è lo spirito con cui continuiamo gli scambi con le autorità italiane: a questo stadio la procedura è giustificata, noi vogliamo evitarla ma bisogna rispettare le regole e ciò vuol dire che nel 2019 e nel 2020 ci aspettiamo che accada proprio questo».
Meno morbido il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, notoriamente il più rigido quando si parla di rispetto di criteri: «È importante che anche in Italia i conti vengano messi su un percorso sostenibile. Il debito deve calare e non salire». Ciò nonostante, l'ex premier lettone che si è visto rinnovare dal proprio Paese la candidatura a far parte della prossima Commissione ha comunque lasciato uno spiraglio aperto, ammettendo che «ora tocca all'Italia portare alcuni elementi addizionali di cui tenere conto». Considerate le aperture del politburo europeo, l'ottimismo di Giovanni Tria non sembra dunque così fuori luogo.
Per provare a capire come può andare a finire questa vicenda, un po' come nel calcio vale la pena dare uno sguardo al calendario. Prima ancora dell'Ecofin decisivo che si terrà il 9 luglio, l'appuntamento che conta è quello atteso per giovedì e venerdì, quando si svolgerà l'importantissimo Consiglio europeo nel quale si tenterà di raggiungere un accordo sulle cariche istituzionali dell'Ue. In quella occasione il nostro esecutivo potrà svolgere un ruolo importante, come testimonia la visita degli scorsi giorni al premier Conte da parte del candidato del Ppe alla guida della Commissione Manfred Weber, giocandosi una buona chance delle possibilità di evitare la procedura di infrazione.
L’industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare
Frena il fatturato dell'industria italiana, che ad aprile registra un calo dell'1% rispetto a marzo, il primo dall'inizio dell'anno; secondo l'Istat, su base annua il calo è stato dello 0,7%, nei dati corretti per il calendario. In flessione anche gli ordinativi, che cedono il 2,4% su base mensile e lo 0,2% nei dati grezzi su base annua. A pesare è in particolare l'andamento del fatturato estero, che segna una diminuzione del 2,9% mese su mese e del 2,8% su base annua, mentre i ricavi interni sono fermi su base mensile e crescono dello 0,4% su base annua.
In controtendenza i beni di consumo, che registrano un aumento congiunturale dello 0,9%, e l'energia, che cresce dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Se si guarda in particolare al comparto manifatturiero, la crescita annuale più elevata (+11,8%) è quella del settore dei computer e dell'elettronica, seguito dall'industria alimentare (+5,5%), che si conferma trainante per l'economia italiana. «Ancora una volta il settore alimentare fa tirare un sospiro di sollievo in un quadro che si delinea sempre più delicato», ha commentato Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «Una crescita, quella del nostro settore, che dipende anche dal fatto che sempre di più il mondo vuole e chiede cibo made in Italy». I dati Istat sull'export del settore alimentare tracciano infatti un quadro positivo, con una crescita del 7,9% per il primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Le note dolenti riguardano invece l'industria farmaceutica (-9%), seguita da quella dei mezzi di trasporto (-8,9%), dei prodotti chimici (-6,4%) e della metallurgia (-3,6%). Segno meno anche per l'industria dell'auto, che ad aprile ha visto il fatturato calare dell'8,6% rispetto ad aprile 2018, e gli ordini contrarsi dell'11,6% rispetto a un anno prima. Per quanto riguarda il fatturato, il calo è stato del 9,3% per il mercato interno e del 7,4% per quello estero, mentre per gli ordini la contrazione è stata del 9,4% sul mercato interno e del 14,4% su quello estero. Rallenta più del previsto anche l'inflazione: l'Istat ha rivisto al ribasso le stime e calcolato che a maggio si registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e un aumento dello 0,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, contro il +1,1% di aprile e il +0,9% delle stime preliminari.
La decelerazione italiana si inserisce in un quadro più ampio, che a livello globale ha visto rallentare la produzione industriale persino in Cina, dove a maggio l'incremento annuo è stato del 5%, il dato peggiore in oltre 17 anni. «Il rallentamento dell'economia globale comporta una frenata, ma il punto non è di chi è la colpa, ma quali soluzioni vogliamo realizzare e come vogliamo reagire», ha fatto sapere il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui «occorre definire gli effetti sull'economia reale dei provvedimenti economici».
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Il ministro dell'Economia ha tenuto il punto e per tre giorni ha negato una nuova manovra. Al contrario, dimostreremo ai falchi Ue che ridurre il deficit si può. Se ci bocceranno, sarà evidente il ricatto politico. Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo. Per Pierre Moscovici e soci la procedura è «giustificata». Però i commissari cedono: «Ci affidiamo all'azione di Conte». Il dialogo ci regala una settimana in più. L'industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare. Fatturato in calo dell'1% ad aprile. In controtendenza l'export di cibi di qualità (+5,5%). Pure la Cina rallenta, come mai da 17 anni. Lo speciale comprende tre articoli. Pretendere una riedizione italiana del triplice leggendario «No, no, no» a Bruxelles pronunciato a suo tempo da Margaret Thatcher sarebbe stato troppo. Ma all'Italia è bastato un cambio di postura, un atteggiamento a schiena più dritta, un approccio meno remissivo, per conseguire qualche primo risultato che non era scontato: a dispetto del racconto mediatico dei giornaloni il portoghese Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo, non ha disposto alcun plotone di esecuzione. Così, dopo due giorni di discussione in Lussemburgo, l'avvio del negoziato con l'Ue ha prodotto un'ulteriore scadenza di sette giorni entro cui l'Italia fornirà altri elementi in vista dell'Ecofin dell'8-9 luglio. A ben vedere, dunque, questa settimana ha prodotto una piccola svolta. La componente tecnica del governo, ritenuta più incline a piegarsi a Bruxelles, non lo ha fatto, e si è anzi riallineata all'indicazione politica di Lega e M5s. Giuseppe Conte non ha ancora spedito la lettera preannunciata nei giorni scorsi («è quasi pronta, la stiamo rivedendo» ha detto ieri da Malta) : ma la sola evocazione di un testo pubblico, con esplicita richiesta di cambiamento delle regole europee, ha dato il senso di una reazione dignitosa. Giovanni Tria si è spinto oltre: ha per tre giorni consecutivi detto no a una manovra correttiva, e ha pure sottolineato come un eventuale scontro con Bruxelles sia sì pericoloso per l'Italia, ma pure per la stessa Commissione. Un modo elegante per sottolineare che un collegio con gli scatoloni in mano non deve assumersi la responsabilità di scelte provocatorie. Tra l'altro, una procedura di questo tipo verrebbe attivata per la prima volta nella storia: sarebbe davvero temerario per organi europei in scadenza mettere in mora un paese fondatore, contribuente netto dell'Ue. Non a caso, lo stesso Quirinale, in altre faccende affaccendato, non ha strattonato l'esecutivo in questi giorni. E - tranne i mainstream media - tutti gli osservatori hanno preso nota di una reazione dei mercati esplicitamente favorevole all'Italia: nessun incendio dello spread (nonostante l'impegno dei piromani Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis), in crescita la domanda dei nostri Btp, e in discesa i relativi rendimenti. E, come questo giornale ha scritto per primo, i dati parlano a favore dell'Italia. È con quelli che Tria risponderà a Bruxelles: non solo con le parole o con vaghi auspici. Il mix tra i denari risparmiati (sia su quota 100 sia sul reddito di cittadinanza) e le maggiori entrate Iva portano il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, ben sotto il 2,5% paventato dalla Commissione. E, come La Verità ha spiegato, le maggiori entrate derivano dall'introduzione della fatturazione elettronica: quindi si tratta di un incremento strutturale, destinato a durare nel tempo. Su tutto questo, anche ieri Tria ha tenuto il punto: «Porto dati, non chiacchiere: abbiamo maggiori entrate, quindi maggiori ricavi». Quanto all'incontro con Moscovici, secondo Tria «abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e gli obiettivi del negoziato. Non devo convincerlo con le mie argomentazioni, abbiamo deciso cosa porterò, i negoziati si fanno così». E qui si arriva al punto. I media pregiudizialmente ostili al governo e qualche oppositore ossessivo, che in questo caso non si fanno scrupolo di sparare contro l'Italia, insistono sull'«azione concreta» che Bruxelles ha chiesto all'Italia, interpretandola solo nella forma di una manovra correttiva da fare subito. Tria è stato puntuale nello smentire questa interpretazione: «L'azione concreta chiesta dalla Commissione Ue è far vedere perché noi diciamo che possiamo arrivare ad un abbassamento previsto del deficit di 0,2 punti. Dovremo dargli le cifre, da dove vengono. Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (cioè, come si diceva, arrivare al 2,1-2,2, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell'obiettivo nel 2018». E ancora, per chi non avesse capito: «Non è un problema di nuove misure o no: quello è l'obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative», ha concluso. Insomma: dimostrare ciò che l'Italia sta già facendo, non necessariamente fare altro. E dal Consiglio federale leghista, Matteo Salvini ha fatto sponda a Tria e insieme ha tenuto la guardia alta: «Abbiamo analizzato i dati economici del primo trimestre: sono positivi. Gli interessi sul debito che l'Italia sta pagando sono in calo. A maggior ragione non avrebbe spiegazioni un accanimento da parte dell'Ue. Se ci fosse un ragionamento meramente economico, l'Europa dovrebbe solo ringraziarci per quello che stiamo facendo». Fonti leghiste e grilline, poi, segnalano l'apprezzamento verso l'operato diplomatico di Tria in questi giorni europei: avere messo il veto sulla riforma del fondo salva Stati, voluta dai Paesi del Nord, ha permesso di guadagnare tempo. Quanto al governo, Salvini è stato netto nel fissare gli obiettivi della manovra d'autunno: «La manovra economica ci sarà, il governo ci sarà, se scommette sulla scelta di tagliare le tasse. Se invece qualcuno dicesse: “Facciamo la manovra e non tocchiamo le tasse", non la fanno con me la manovra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allora-non-inginocchiarsi-paga-tria-ha-capito-lantifona-gialloblu-2638865983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-abbaia-ancora-ma-alla-fine-aspettera-i-numeri-che-gli-forniremo" data-post-id="2638865983" data-published-at="1781919250" data-use-pagination="False"> Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo Non è ancora detta l'ultima parola sulla procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. 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Un personaggio tutto sommato super partes, quanto meno rispetto agli «odiatissimi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e dal quale è lecito attendersi un ruolo di primo piano (e magari anche qualche piacevole sorpresa) nel durissimo braccio di ferro tra l'Italia e la Commissione europea. Giova ricordare che spesso durante le riunioni dell'Eurogruppo, pur non avendo questo organo alcuna valenza istituzionale, si discutono gli argomenti più caldi e si prendono le decisioni più importanti. Ciò è valido a maggior ragione quando al centro della contesa ci sono tematiche che riguardano da vicino Stati membri dell'eurozona. Difficile dimenticare, tanto per fare un esempio, il ruolo decisivo svolto dall'Eurogruppo nell'impostare la crisi greca. Già al suo arrivo a Lussemburgo, pur ribadendo la necessità di fare «chiarezza» e sollecitando al «rispetto degli obiettivi» il nostro esecutivo, Centeno aveva accennato a una possibile apertura: «Se così sarà, la solidarietà da parte dell'Europa e il senso comune di utilizzare la stessa moneta, avendo gli stessi obiettivi, saranno certamente confermati da parte dell'Eurogruppo». Durante la riunione, il ministro portoghese ha ovviamente ribadito che il nostro Paese è tenuto a prendere tutte i provvedimenti volti a «rientrare nel rispetto dei parametri europei della procedura di infrazione». Tuttavia, allo stesso tempo, Mario Centeno ha lodato il «duro lavoro svolto da ministro Tria e dal premier Conte per raggiungere gli impegni», aggiungendo che «dobbiamo affidarci alla loro azione». «Sull'Italia», aveva precisato il presidente dell'Eurogruppo a margine della riunione che ha visti impegnati i ministri, «dobbiamo essere in grado di rassicurare i cittadini italiani, le imprese, gli investitori, che gli impegni ci sono e li rispettiamo. Questo sarebbe il migliore risultato per l'Italia e la zona euro». Visto il tono tutto sommato relativamente sereno di queste dichiarazioni, verosimilmente quella di Centeno si candida a diventare una figura di pontiere in grado di trovare una quadra tra le richieste di Bruxelles e le risposte di Roma. Mano tesa anche da parte del commissario uscente agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. D'altronde il politico francese, a margine della conferenza stampa per la presentazione delle relazioni del semestre europeo svoltasi dieci giorni fa, era stato il primo a precisare la disponibilità «a tenere in considerazione nuovi dati», aggiungendo che «la mia porta rimane aperta». Un refrain ripetuto anche in questa occasione: «La procedura basata sul debito per l'Italia è giustificata e ora continueremo i preparativi previsti dal Trattato che potrebbe portare alla procedura, ma siamo pronti a tenere conto di ogni ulteriore elemento che l'Italia potrà fornire, siamo in modalità ascolto, la porta è aperta». Al pari di Centeno, anche Moscovici ha poi dichiarato di accogliere «con favore gli impegni del ministro Tria e del premier Conte», aggiungendo che «questo è lo spirito con cui continuiamo gli scambi con le autorità italiane: a questo stadio la procedura è giustificata, noi vogliamo evitarla ma bisogna rispettare le regole e ciò vuol dire che nel 2019 e nel 2020 ci aspettiamo che accada proprio questo». Meno morbido il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, notoriamente il più rigido quando si parla di rispetto di criteri: «È importante che anche in Italia i conti vengano messi su un percorso sostenibile. Il debito deve calare e non salire». Ciò nonostante, l'ex premier lettone che si è visto rinnovare dal proprio Paese la candidatura a far parte della prossima Commissione ha comunque lasciato uno spiraglio aperto, ammettendo che «ora tocca all'Italia portare alcuni elementi addizionali di cui tenere conto». Considerate le aperture del politburo europeo, l'ottimismo di Giovanni Tria non sembra dunque così fuori luogo. Per provare a capire come può andare a finire questa vicenda, un po' come nel calcio vale la pena dare uno sguardo al calendario. Prima ancora dell'Ecofin decisivo che si terrà il 9 luglio, l'appuntamento che conta è quello atteso per giovedì e venerdì, quando si svolgerà l'importantissimo Consiglio europeo nel quale si tenterà di raggiungere un accordo sulle cariche istituzionali dell'Ue. In quella occasione il nostro esecutivo potrà svolgere un ruolo importante, come testimonia la visita degli scorsi giorni al premier Conte da parte del candidato del Ppe alla guida della Commissione Manfred Weber, giocandosi una buona chance delle possibilità di evitare la procedura di infrazione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allora-non-inginocchiarsi-paga-tria-ha-capito-lantifona-gialloblu-2638865983.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindustria-italiana-frena-si-salvano-elettronica-e-alimentare" data-post-id="2638865983" data-published-at="1781919250" data-use-pagination="False"> L’industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare Frena il fatturato dell'industria italiana, che ad aprile registra un calo dell'1% rispetto a marzo, il primo dall'inizio dell'anno; secondo l'Istat, su base annua il calo è stato dello 0,7%, nei dati corretti per il calendario. In flessione anche gli ordinativi, che cedono il 2,4% su base mensile e lo 0,2% nei dati grezzi su base annua. A pesare è in particolare l'andamento del fatturato estero, che segna una diminuzione del 2,9% mese su mese e del 2,8% su base annua, mentre i ricavi interni sono fermi su base mensile e crescono dello 0,4% su base annua. In controtendenza i beni di consumo, che registrano un aumento congiunturale dello 0,9%, e l'energia, che cresce dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Se si guarda in particolare al comparto manifatturiero, la crescita annuale più elevata (+11,8%) è quella del settore dei computer e dell'elettronica, seguito dall'industria alimentare (+5,5%), che si conferma trainante per l'economia italiana. «Ancora una volta il settore alimentare fa tirare un sospiro di sollievo in un quadro che si delinea sempre più delicato», ha commentato Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «Una crescita, quella del nostro settore, che dipende anche dal fatto che sempre di più il mondo vuole e chiede cibo made in Italy». I dati Istat sull'export del settore alimentare tracciano infatti un quadro positivo, con una crescita del 7,9% per il primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le note dolenti riguardano invece l'industria farmaceutica (-9%), seguita da quella dei mezzi di trasporto (-8,9%), dei prodotti chimici (-6,4%) e della metallurgia (-3,6%). Segno meno anche per l'industria dell'auto, che ad aprile ha visto il fatturato calare dell'8,6% rispetto ad aprile 2018, e gli ordini contrarsi dell'11,6% rispetto a un anno prima. Per quanto riguarda il fatturato, il calo è stato del 9,3% per il mercato interno e del 7,4% per quello estero, mentre per gli ordini la contrazione è stata del 9,4% sul mercato interno e del 14,4% su quello estero. Rallenta più del previsto anche l'inflazione: l'Istat ha rivisto al ribasso le stime e calcolato che a maggio si registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e un aumento dello 0,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, contro il +1,1% di aprile e il +0,9% delle stime preliminari. La decelerazione italiana si inserisce in un quadro più ampio, che a livello globale ha visto rallentare la produzione industriale persino in Cina, dove a maggio l'incremento annuo è stato del 5%, il dato peggiore in oltre 17 anni. «Il rallentamento dell'economia globale comporta una frenata, ma il punto non è di chi è la colpa, ma quali soluzioni vogliamo realizzare e come vogliamo reagire», ha fatto sapere il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui «occorre definire gli effetti sull'economia reale dei provvedimenti economici».
Igor Protti (Getty Images)
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
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@Renault
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
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Don D'Avino e Papa Leone XIV (Ansa)
Aveva solo due anni quando, nel 1988, Lefebvre ordinò quattro nuovi vescovi, venendo scomunicato. Tra due settimane la storia si ripeterà. E, forse, i vescovi della Fsspx saranno nuovamente scomunicati. «Sto considerando di fare ancora un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa ma è la loro scelta, bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa, certamente la divisione fra i cristiani è sempre dolorosa», ha detto recentemente papa Leone XIV.
Don Gabriele, come mai la Fsspx è arrivata a questo?
«A causa di un processo molto lungo che non è una sorpresa per noi e per il mondo tradizionalista che ci conosce. La necessità viene dalla situazione grave in cui versa la Chiesa ormai da più di 60 anni, quindi dal Concilio Vaticano II. Le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio si iscrivono perfettamente nella logica delle scelte del nostro fondatore, monsignor Lefebvre, che, nel 1988, aveva fatto lo stesso. Non sono una novità e, anzi, costituiscono semplicemente la continuazione della nostra opera. Lo stato di necessità grave in cui versa la Chiesa è la causa delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte. Quella non solo di compiere le consacrazioni episcopali il prossimo primo luglio, ma anche quella di celebrare la messa nelle cappelle dove si riuniscono dei fedeli che ci chiamano per celebrare in rito antico, dare loro i sacramenti, il catechismo, eccetera. Tutte cose che noi facciamo senza chiedere il permesso agli ordinari del luogo: perché ce lo rifiuterebbero come qualche volta è successo. E poi c’è una necessità interna: i nostri vescovi, che attualmente sono ridotti a due, sono diventati un po’ anziani, e chiaramente non potranno a lungo sostenere il ministero delle cresime e delle ordinazioni in giro per il mondo».
Però rispetto al pontificato di Bergoglio qualcosa è cambiato in meglio oppure no?
«Sì, anche se siamo ancora in una fase un po’ prematura del pontificato di Papa Leone per dare dei giudizi completi su tutto il pensiero e la linea del pontificato. Adesso lo possiamo fare per papa Francesco, con un po’ di distanza temporale. Per Leone è ancora un po’ difficile da fare. Però è anche vero che abbiamo già tanti segnali in questo primo anno di pontificato».
Per esempio?
«Una prosecuzione della pastorale in favore dell’ecologismo e dei migranti, temi che erano comunque cari a papa Francesco. Ma poi anche certe scelte ecclesiologiche come la nomina delle donne nei ruoli chiave di certi dicasteri, o addirittura alla testa dei dicasteri, come per esempio alla vita consacrata dove c’è una suora. Cose che sono perfettamente nella linea di Francesco. Non dobbiamo inoltre considerare solo le scelte personali di un Pontefice, ma anche la situazione generale qui verso la Chiesa, che è la cosa che a noi sta particolarmente a cuore. Quindi tutte le deviazioni concrete della pastorale, che derivano dalle nuove dottrine del Vaticano II, che vengono costantemente applicate. L’attenzione per esempio al mondo Lgbt. Penso solo al fatto che qualche giorno fa il cardinale Delpini ha celebrato una messa nel quartiere dei gay di Milano per la comunità gay, con tanti manifesti che annunciavano l’evento. Tutto questo è la pastorale quotidiana incarnata nelle diocesi ed è estremamente grave».
Ci sono dei gruppi, penso ad esempio alla Fraternità san Pietro, che sono in piena comunione con la Chiesa e che riescono a portare avanti la pastorale tradizionale. Perché con voi il caso è diverso?
«È molto semplice. Bisogna considerare la pastorale degli istituti Ecclesia Dei nel loro complesso, quindi non nella loro singola celebrazione domenicale. Ci sono chiaramente tanti ottimi sacerdoti, sicuramente la celebrazione della messa è la stessa che facciamo noi, questo è chiaro. Ma l’origine di queste comunità, specialmente la Fraternità san Pietro, si riscontra proprio in quel gesto del 1988 di monsignor Lefebvre. La Fraternità san Pietro è nata quando alcuni sacerdoti, che erano membri della Fraternità san Pio X, decisero di non seguire monsignor Lefebvre perché non ritenevano che lo stato in cui versava la Chiesa giustificasse fino a tal punto un gesto del genere. È una valutazione che però ha dato luogo a un sistema, quello dell’istituto Ecclesia Dei, per cui è vero che si viene riconosciuti e che si ricevono anche chiese per celebrare la messa, però a un prezzo molto caro: quello del silenzio. La differenza è proprio questa: a loro è imposto il silenzio sulla predicazione integrale della fede, che comprende anche la condanna degli errori».
Che errori vede lei nella predicazione attuale?
«Penso per esempio alla Mater Populi Fidelis, il documento che relativizza certe dottrine tradizionali come la corredenzione e la mediazione universale. Anzi: non le relativizza, le nega proprio. E l’Ecclesia Dei non ha minimamente levato la voce per difenderle. Ecco, noi riteniamo che invece i cattolici debbano avere la piena libertà di professare integralmente la fede e di condannare gli errori».
Da qui al primo luglio sperate che ci sia un intervento diplomatico o di altro tipo per provare a comporre la situazione?
«Credo che non ci sia più niente da aspettarsi. Il superiore generale, don Davide Pagliarani, ha ribadito anche recentemente che il suo grande desiderio sarebbe sempre quello di poter incontrare personalmente papa Leone, al posto di continuare a procedere con una serie di dialoghi senza fine, che era la proposta del Cardinal Fernandez. Lui invece ha detto: intavoliamo prima una serie di dialoghi, sospendete le consacrazioni episcopali e poi se ne parla. Noi riteniamo però che ci sia una vera urgenza e che non sia più il tempo del dialogo».
Lo volevate davvero?
«Già nel 2018, quando don Pagliarani divenne il superiore generale. Però si interruppe proprio per la volontà della Santa Sede perché il dicastero della Dottrina della Fede rifiutò di continuare il dialogo visto che non c’era in vista nessuna regolarizzazione canonica. Speriamo sempre di poter incontrare il Papa, però verosimilmente credo che i giochi siano ormai fatti».
Ma chi è il vostro interlocutore oggi in Vaticano?
«Per volere stesso della Santa Sede l’unico incontro che ha avuto luogo, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni, è stato tra il Cardinal Fernandez e il superiore generale, don Pagliarani. Questo per volontà della Santa Sede, che non ha voluto che ci fossero altri interlocutori né da una parte né dall’altra, ma che ci interfacciassimo in questo modo. È stato un loro volere esplicito, a cui noi ovviamente abbiamo ottemperato. Quindi non abbiamo contatti neanche ufficiosi».
Voi vi sentite in comunione con la Chiesa? Siete fedeli al successore di Pietro?
«Noi ci sentiamo pienamente in comunione con la Chiesa nella misura in cui questo significa aderire perfettamente a tutta la fede cattolica integrale all’insegnamento di sempre, quindi in continuità cronologica con tutti i Papi del passato e ugualmente nel pieno riconoscimento dell’autorità, dei pastori che guidano attualmente la Chiesa, quindi il Papa, i vescovi. Questo deve essere chiaro e noi l’abbiamo detto più e più volte, ma è bene sempre ribadirlo. Noi nominiamo il Papa regnante nel canone della Messa e il vescovo locale nel luogo in cui ci troviamo quando celebriamo. Ciò però non toglie che rifiutiamo di aderire alla nuova pastorale, alle nuove dottrine, alla nuova morale. E quindi, pur riconoscendo l’autorità, non ne seguiamo gli insegnamenti che possono essere perniciosi per la fede o per la morale».
I quattro futuri vescovi vengono da Stati Uniti, Svizzera e Francia. C’è anche un’indicazione di apostolato, di zone in cui la fraternità punta particolarmente, dietro questa scelta?
«Si possono individuare vari punti in questa selezione: prima di tutto l’età. Tranne nel caso di uno di loro che è già più maturo, gli altri tre sono molto giovani. Poi c’è la differenza di nazionalità, che si spiega con la necessità per noi di svolgere il ministero nei cinque continenti dove siamo presenti, quindi anche la differenza linguistica e culturale è importante. Tutti e quattro i vescovi, come già all’epoca, saranno chiamati a conferire le cresime e le ordinazioni sacerdotali, diaconali e gli altri ordini in tutto il mondo».
Che la Chiesa sia in crisi di vocazioni è palese. Quali sono i numeri della Fsspx?
«Dal 1970, quando siamo stati fondati, la Fraternità è sempre stata costantemente in crescita. Non abbiamo numeri esplosivi però sono sempre stati costanti e in aumento: la nostra congregazione conta ad oggi circa 730 sacerdoti. Poi abbiamo circa 200 suore, 200 seminaristi e altrettanti frati. Il dato dei sacerdoti è quello che colpisce di più perché chiaramente sono loro che sono chiamati a svolgere il ministero. Siamo presenti in 70 Paesi del mondo e circa 700 luoghi in cui diciamo messa».
Quindi, se ho ben capito, ormai il dato è tratto, non si torna più indietro, ci saranno le consacrazioni e, di fatto, si tornerà alla situazione pre-Benedetto XVI con le scomuniche?
«Non sappiamo con certezza come reagirà la Santa Sede. Il 13 maggio il Cardinal Fernandez aveva mandato una nota dal Dicastero della dottrina della fede, ricordando che le consacrazioni episcopali determineranno una scomunica, come fu nel 1988. Perché dirlo con diversi mesi d’anticipo? Forse c’è l’idea di non fare qualcosa di eclatante perché penso che la Santa Sede si renda conto che parlare di scomunica e di scisma per il mondo della tradizione quando poi nello stesso momento il Papa riceve in gran pompa una donna anglicana vestita da vescovo e che rappresenta una delle comunità scismatiche per eccellenza, è veramente una cosa troppo contraddittoria. Può darsi che vogliano mantenere un profilo non troppo alto. Ma tutto è possibile. In ogni caso, dal loro punto di vista, dal punto di vista della Santa Sede, si ritornerà alla situazione analoga a quella prima di Benedetto XVI mentre dal nostro punto di vista, semplicemente, continuerà sulla stessa linea di sempre».
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(Stellantis)
Lo Smart compact van (Smc) sarà dotato di un sistema di propulsione flessibile che offrirà sia un nuovo motore elettrico, con un’autonomia fino a 270 km, sia tre motori endotermici (due diesel e uno a benzina). L’apertura degli ordini è prevista per settembre, con il lancio sul mercato previsto a partire da novembre, mentre una versione mild-hybrid sarà disponibile a partire dal prossimo anno. I nuovi modelli si chiameranno Citroën Berlingo van first, Fiat professional Doblò Easypro, Opel Combo start, Peugeot Partner active. Come spiegato da Eric Laforge, global senior vice president di Stellantis Pro One, «essere leader implica una grande responsabilità: i clienti si aspettano l’eccellenza, inclusi quelli che dobbiamo ancora conquistare. Per questo, ascoltando attentamente i loro feedback, abbiamo sviluppato un veicolo razionale, confortevole e modulare, capace di offrire soluzioni originali che rappresentano una vera unique selling proposition».
Pur mantenendo la medesima architettura di base, il design esterno introduce un ampio, distintivo paraurti anteriore, studiato per migliorare la protezione del veicolo. All’interno, pannelli porta e plancia sono stati completamente riprogettati per ottimizzare l’utilizzo degli spazi e l’ergonomia dei comandi.
Secondo le analisi di Stellantis, il 40% dei clienti non è interessato a una configurazione a tre posti e che i professionisti viaggiano da soli per circa l’90% del tempo lavorativo. Da qui la decisione di introdurre una dotazione di serie rivoluzionaria nel nuovo compact van unica nel segmento e in grado di offrire più spazio, maggiore funzionalità e un valore superiore: il Flexiseat. Quest’ultimo è un sedile passeggero modulare ribaltabile che consente di aumentare il volume di carico. Può essere abbinato al Modutable, ideale come supporto pratico per un ufficio mobile o per una superficie d’appoggio durante le pause. La nuova versione introduce anche una gamma di ulteriori soluzioni innovative, tra cui: Moduconsole, una console centrale removibile istantaneamente e facilmente riponibile nell’area di carico, dotata di portabicchieri e vano chiuso, adattabile a diversi utilizzi (piccoli attrezzi, tablet, smartphone e caricatore, documenti...); Dashbox, plancia con due vani portaoggetti chiusi e portabicchieri; Drivedrawer, cassetto sotto il sedile per riporre in modo discreto notebook, laptop o tablet; Moduwork, configurazione con terzo sedile centrale che consente di ospitare fino a tre persone. Quando non necessario, il sedile centrale si trasforma per aumentare la funzionalità: integra un vano chiuso e può essere combinato con sedile passeggero e tavolino ribaltabile, oppure sfruttare lo spazio per il trasporto di oggetti lunghi.
Le dimensioni esterne e interne restano invariate, con due lunghezze disponibili, una portata utile da 750 kg a 1 tonnellata e un volume di carico compreso tra 3,3 e 4,4 metri cubi. Tornando alle motorizzazioni, Stellantis si è ancora una volta basata sui feedback dei clienti, adottando una strategia multi-energia finalizzata a facilitare la transizione verso l’elettrificazione, garantendo al contempo l’accessibilità economica. Da qui la decisione di puntare ancora sul diesel, indispensabile per chi lavora su strada.
Il tutto sarà proposto a un livello di prezzo altamente competitivo, assicura Stellantis, inferiore rispetto al resto della gamma sia per i motori termici sia per quelli Bev, grazie alle economie di scala e a una forte attenzione all’efficienza dei costi.
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