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2019-06-15
Allora non inginocchiarsi paga. Tria ha capito l’antifona gialloblù
European Union
Pretendere una riedizione italiana del triplice leggendario «No, no, no» a Bruxelles pronunciato a suo tempo da Margaret Thatcher sarebbe stato troppo. Ma all'Italia è bastato un cambio di postura, un atteggiamento a schiena più dritta, un approccio meno remissivo, per conseguire qualche primo risultato che non era scontato: a dispetto del racconto mediatico dei giornaloni il portoghese Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo, non ha disposto alcun plotone di esecuzione. Così, dopo due giorni di discussione in Lussemburgo, l'avvio del negoziato con l'Ue ha prodotto un'ulteriore scadenza di sette giorni entro cui l'Italia fornirà altri elementi in vista dell'Ecofin dell'8-9 luglio.
A ben vedere, dunque, questa settimana ha prodotto una piccola svolta. La componente tecnica del governo, ritenuta più incline a piegarsi a Bruxelles, non lo ha fatto, e si è anzi riallineata all'indicazione politica di Lega e M5s. Giuseppe Conte non ha ancora spedito la lettera preannunciata nei giorni scorsi («è quasi pronta, la stiamo rivedendo» ha detto ieri da Malta) : ma la sola evocazione di un testo pubblico, con esplicita richiesta di cambiamento delle regole europee, ha dato il senso di una reazione dignitosa. Giovanni Tria si è spinto oltre: ha per tre giorni consecutivi detto no a una manovra correttiva, e ha pure sottolineato come un eventuale scontro con Bruxelles sia sì pericoloso per l'Italia, ma pure per la stessa Commissione. Un modo elegante per sottolineare che un collegio con gli scatoloni in mano non deve assumersi la responsabilità di scelte provocatorie. Tra l'altro, una procedura di questo tipo verrebbe attivata per la prima volta nella storia: sarebbe davvero temerario per organi europei in scadenza mettere in mora un paese fondatore, contribuente netto dell'Ue.
Non a caso, lo stesso Quirinale, in altre faccende affaccendato, non ha strattonato l'esecutivo in questi giorni. E - tranne i mainstream media - tutti gli osservatori hanno preso nota di una reazione dei mercati esplicitamente favorevole all'Italia: nessun incendio dello spread (nonostante l'impegno dei piromani Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis), in crescita la domanda dei nostri Btp, e in discesa i relativi rendimenti.
E, come questo giornale ha scritto per primo, i dati parlano a favore dell'Italia. È con quelli che Tria risponderà a Bruxelles: non solo con le parole o con vaghi auspici. Il mix tra i denari risparmiati (sia su quota 100 sia sul reddito di cittadinanza) e le maggiori entrate Iva portano il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, ben sotto il 2,5% paventato dalla Commissione. E, come La Verità ha spiegato, le maggiori entrate derivano dall'introduzione della fatturazione elettronica: quindi si tratta di un incremento strutturale, destinato a durare nel tempo.
Su tutto questo, anche ieri Tria ha tenuto il punto: «Porto dati, non chiacchiere: abbiamo maggiori entrate, quindi maggiori ricavi». Quanto all'incontro con Moscovici, secondo Tria «abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e gli obiettivi del negoziato. Non devo convincerlo con le mie argomentazioni, abbiamo deciso cosa porterò, i negoziati si fanno così».
E qui si arriva al punto. I media pregiudizialmente ostili al governo e qualche oppositore ossessivo, che in questo caso non si fanno scrupolo di sparare contro l'Italia, insistono sull'«azione concreta» che Bruxelles ha chiesto all'Italia, interpretandola solo nella forma di una manovra correttiva da fare subito. Tria è stato puntuale nello smentire questa interpretazione: «L'azione concreta chiesta dalla Commissione Ue è far vedere perché noi diciamo che possiamo arrivare ad un abbassamento previsto del deficit di 0,2 punti. Dovremo dargli le cifre, da dove vengono. Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (cioè, come si diceva, arrivare al 2,1-2,2, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell'obiettivo nel 2018». E ancora, per chi non avesse capito: «Non è un problema di nuove misure o no: quello è l'obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative», ha concluso. Insomma: dimostrare ciò che l'Italia sta già facendo, non necessariamente fare altro.
E dal Consiglio federale leghista, Matteo Salvini ha fatto sponda a Tria e insieme ha tenuto la guardia alta: «Abbiamo analizzato i dati economici del primo trimestre: sono positivi. Gli interessi sul debito che l'Italia sta pagando sono in calo. A maggior ragione non avrebbe spiegazioni un accanimento da parte dell'Ue. Se ci fosse un ragionamento meramente economico, l'Europa dovrebbe solo ringraziarci per quello che stiamo facendo». Fonti leghiste e grilline, poi, segnalano l'apprezzamento verso l'operato diplomatico di Tria in questi giorni europei: avere messo il veto sulla riforma del fondo salva Stati, voluta dai Paesi del Nord, ha permesso di guadagnare tempo.
Quanto al governo, Salvini è stato netto nel fissare gli obiettivi della manovra d'autunno: «La manovra economica ci sarà, il governo ci sarà, se scommette sulla scelta di tagliare le tasse. Se invece qualcuno dicesse: “Facciamo la manovra e non tocchiamo le tasse", non la fanno con me la manovra».
Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo
Non è ancora detta l'ultima parola sulla procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Sebbene i partecipanti alla due giorni di giovedì e venerdì che ha visto riunirsi in sequenza Eurogruppo ed Ecofin (il primo raggruppa a titolo informale i ministri dell'Economia dell'eurozona, il secondo in via ufficiale quelli di tutta l'Ue) ritengano «giustificata» la procedura, ci sono forti segnali che suggeriscono la volontà di trovare una soluzione per uscire da un ginepraio che finirebbe per danneggiare sia Roma che Bruxelles. Il tutto mentre otteniamo «una settimana» di tempo per mostrare i risultati richiesti sui conti.
Al netto della narrazione catastrofista portata avanti dalla maggioranza dei giornali nostrani, la strada intrapresa dalla due parti è quella di un negoziato franco ma aperto, e dall'esito tutt'altro che scontato. Il timone della trattativa l'ha preso il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno. Un personaggio tutto sommato super partes, quanto meno rispetto agli «odiatissimi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e dal quale è lecito attendersi un ruolo di primo piano (e magari anche qualche piacevole sorpresa) nel durissimo braccio di ferro tra l'Italia e la Commissione europea. Giova ricordare che spesso durante le riunioni dell'Eurogruppo, pur non avendo questo organo alcuna valenza istituzionale, si discutono gli argomenti più caldi e si prendono le decisioni più importanti. Ciò è valido a maggior ragione quando al centro della contesa ci sono tematiche che riguardano da vicino Stati membri dell'eurozona. Difficile dimenticare, tanto per fare un esempio, il ruolo decisivo svolto dall'Eurogruppo nell'impostare la crisi greca.
Già al suo arrivo a Lussemburgo, pur ribadendo la necessità di fare «chiarezza» e sollecitando al «rispetto degli obiettivi» il nostro esecutivo, Centeno aveva accennato a una possibile apertura: «Se così sarà, la solidarietà da parte dell'Europa e il senso comune di utilizzare la stessa moneta, avendo gli stessi obiettivi, saranno certamente confermati da parte dell'Eurogruppo». Durante la riunione, il ministro portoghese ha ovviamente ribadito che il nostro Paese è tenuto a prendere tutte i provvedimenti volti a «rientrare nel rispetto dei parametri europei della procedura di infrazione». Tuttavia, allo stesso tempo, Mario Centeno ha lodato il «duro lavoro svolto da ministro Tria e dal premier Conte per raggiungere gli impegni», aggiungendo che «dobbiamo affidarci alla loro azione». «Sull'Italia», aveva precisato il presidente dell'Eurogruppo a margine della riunione che ha visti impegnati i ministri, «dobbiamo essere in grado di rassicurare i cittadini italiani, le imprese, gli investitori, che gli impegni ci sono e li rispettiamo. Questo sarebbe il migliore risultato per l'Italia e la zona euro». Visto il tono tutto sommato relativamente sereno di queste dichiarazioni, verosimilmente quella di Centeno si candida a diventare una figura di pontiere in grado di trovare una quadra tra le richieste di Bruxelles e le risposte di Roma.
Mano tesa anche da parte del commissario uscente agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. D'altronde il politico francese, a margine della conferenza stampa per la presentazione delle relazioni del semestre europeo svoltasi dieci giorni fa, era stato il primo a precisare la disponibilità «a tenere in considerazione nuovi dati», aggiungendo che «la mia porta rimane aperta». Un refrain ripetuto anche in questa occasione: «La procedura basata sul debito per l'Italia è giustificata e ora continueremo i preparativi previsti dal Trattato che potrebbe portare alla procedura, ma siamo pronti a tenere conto di ogni ulteriore elemento che l'Italia potrà fornire, siamo in modalità ascolto, la porta è aperta». Al pari di Centeno, anche Moscovici ha poi dichiarato di accogliere «con favore gli impegni del ministro Tria e del premier Conte», aggiungendo che «questo è lo spirito con cui continuiamo gli scambi con le autorità italiane: a questo stadio la procedura è giustificata, noi vogliamo evitarla ma bisogna rispettare le regole e ciò vuol dire che nel 2019 e nel 2020 ci aspettiamo che accada proprio questo».
Meno morbido il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, notoriamente il più rigido quando si parla di rispetto di criteri: «È importante che anche in Italia i conti vengano messi su un percorso sostenibile. Il debito deve calare e non salire». Ciò nonostante, l'ex premier lettone che si è visto rinnovare dal proprio Paese la candidatura a far parte della prossima Commissione ha comunque lasciato uno spiraglio aperto, ammettendo che «ora tocca all'Italia portare alcuni elementi addizionali di cui tenere conto». Considerate le aperture del politburo europeo, l'ottimismo di Giovanni Tria non sembra dunque così fuori luogo.
Per provare a capire come può andare a finire questa vicenda, un po' come nel calcio vale la pena dare uno sguardo al calendario. Prima ancora dell'Ecofin decisivo che si terrà il 9 luglio, l'appuntamento che conta è quello atteso per giovedì e venerdì, quando si svolgerà l'importantissimo Consiglio europeo nel quale si tenterà di raggiungere un accordo sulle cariche istituzionali dell'Ue. In quella occasione il nostro esecutivo potrà svolgere un ruolo importante, come testimonia la visita degli scorsi giorni al premier Conte da parte del candidato del Ppe alla guida della Commissione Manfred Weber, giocandosi una buona chance delle possibilità di evitare la procedura di infrazione.
L’industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare
Frena il fatturato dell'industria italiana, che ad aprile registra un calo dell'1% rispetto a marzo, il primo dall'inizio dell'anno; secondo l'Istat, su base annua il calo è stato dello 0,7%, nei dati corretti per il calendario. In flessione anche gli ordinativi, che cedono il 2,4% su base mensile e lo 0,2% nei dati grezzi su base annua. A pesare è in particolare l'andamento del fatturato estero, che segna una diminuzione del 2,9% mese su mese e del 2,8% su base annua, mentre i ricavi interni sono fermi su base mensile e crescono dello 0,4% su base annua.
In controtendenza i beni di consumo, che registrano un aumento congiunturale dello 0,9%, e l'energia, che cresce dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Se si guarda in particolare al comparto manifatturiero, la crescita annuale più elevata (+11,8%) è quella del settore dei computer e dell'elettronica, seguito dall'industria alimentare (+5,5%), che si conferma trainante per l'economia italiana. «Ancora una volta il settore alimentare fa tirare un sospiro di sollievo in un quadro che si delinea sempre più delicato», ha commentato Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «Una crescita, quella del nostro settore, che dipende anche dal fatto che sempre di più il mondo vuole e chiede cibo made in Italy». I dati Istat sull'export del settore alimentare tracciano infatti un quadro positivo, con una crescita del 7,9% per il primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Le note dolenti riguardano invece l'industria farmaceutica (-9%), seguita da quella dei mezzi di trasporto (-8,9%), dei prodotti chimici (-6,4%) e della metallurgia (-3,6%). Segno meno anche per l'industria dell'auto, che ad aprile ha visto il fatturato calare dell'8,6% rispetto ad aprile 2018, e gli ordini contrarsi dell'11,6% rispetto a un anno prima. Per quanto riguarda il fatturato, il calo è stato del 9,3% per il mercato interno e del 7,4% per quello estero, mentre per gli ordini la contrazione è stata del 9,4% sul mercato interno e del 14,4% su quello estero. Rallenta più del previsto anche l'inflazione: l'Istat ha rivisto al ribasso le stime e calcolato che a maggio si registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e un aumento dello 0,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, contro il +1,1% di aprile e il +0,9% delle stime preliminari.
La decelerazione italiana si inserisce in un quadro più ampio, che a livello globale ha visto rallentare la produzione industriale persino in Cina, dove a maggio l'incremento annuo è stato del 5%, il dato peggiore in oltre 17 anni. «Il rallentamento dell'economia globale comporta una frenata, ma il punto non è di chi è la colpa, ma quali soluzioni vogliamo realizzare e come vogliamo reagire», ha fatto sapere il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui «occorre definire gli effetti sull'economia reale dei provvedimenti economici».
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Il ministro dell'Economia ha tenuto il punto e per tre giorni ha negato una nuova manovra. Al contrario, dimostreremo ai falchi Ue che ridurre il deficit si può. Se ci bocceranno, sarà evidente il ricatto politico. Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo. Per Pierre Moscovici e soci la procedura è «giustificata». Però i commissari cedono: «Ci affidiamo all'azione di Conte». Il dialogo ci regala una settimana in più. L'industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare. Fatturato in calo dell'1% ad aprile. In controtendenza l'export di cibi di qualità (+5,5%). Pure la Cina rallenta, come mai da 17 anni. Lo speciale comprende tre articoli. Pretendere una riedizione italiana del triplice leggendario «No, no, no» a Bruxelles pronunciato a suo tempo da Margaret Thatcher sarebbe stato troppo. Ma all'Italia è bastato un cambio di postura, un atteggiamento a schiena più dritta, un approccio meno remissivo, per conseguire qualche primo risultato che non era scontato: a dispetto del racconto mediatico dei giornaloni il portoghese Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo, non ha disposto alcun plotone di esecuzione. Così, dopo due giorni di discussione in Lussemburgo, l'avvio del negoziato con l'Ue ha prodotto un'ulteriore scadenza di sette giorni entro cui l'Italia fornirà altri elementi in vista dell'Ecofin dell'8-9 luglio. A ben vedere, dunque, questa settimana ha prodotto una piccola svolta. La componente tecnica del governo, ritenuta più incline a piegarsi a Bruxelles, non lo ha fatto, e si è anzi riallineata all'indicazione politica di Lega e M5s. Giuseppe Conte non ha ancora spedito la lettera preannunciata nei giorni scorsi («è quasi pronta, la stiamo rivedendo» ha detto ieri da Malta) : ma la sola evocazione di un testo pubblico, con esplicita richiesta di cambiamento delle regole europee, ha dato il senso di una reazione dignitosa. Giovanni Tria si è spinto oltre: ha per tre giorni consecutivi detto no a una manovra correttiva, e ha pure sottolineato come un eventuale scontro con Bruxelles sia sì pericoloso per l'Italia, ma pure per la stessa Commissione. Un modo elegante per sottolineare che un collegio con gli scatoloni in mano non deve assumersi la responsabilità di scelte provocatorie. Tra l'altro, una procedura di questo tipo verrebbe attivata per la prima volta nella storia: sarebbe davvero temerario per organi europei in scadenza mettere in mora un paese fondatore, contribuente netto dell'Ue. Non a caso, lo stesso Quirinale, in altre faccende affaccendato, non ha strattonato l'esecutivo in questi giorni. E - tranne i mainstream media - tutti gli osservatori hanno preso nota di una reazione dei mercati esplicitamente favorevole all'Italia: nessun incendio dello spread (nonostante l'impegno dei piromani Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis), in crescita la domanda dei nostri Btp, e in discesa i relativi rendimenti. E, come questo giornale ha scritto per primo, i dati parlano a favore dell'Italia. È con quelli che Tria risponderà a Bruxelles: non solo con le parole o con vaghi auspici. Il mix tra i denari risparmiati (sia su quota 100 sia sul reddito di cittadinanza) e le maggiori entrate Iva portano il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, ben sotto il 2,5% paventato dalla Commissione. E, come La Verità ha spiegato, le maggiori entrate derivano dall'introduzione della fatturazione elettronica: quindi si tratta di un incremento strutturale, destinato a durare nel tempo. Su tutto questo, anche ieri Tria ha tenuto il punto: «Porto dati, non chiacchiere: abbiamo maggiori entrate, quindi maggiori ricavi». Quanto all'incontro con Moscovici, secondo Tria «abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e gli obiettivi del negoziato. Non devo convincerlo con le mie argomentazioni, abbiamo deciso cosa porterò, i negoziati si fanno così». E qui si arriva al punto. I media pregiudizialmente ostili al governo e qualche oppositore ossessivo, che in questo caso non si fanno scrupolo di sparare contro l'Italia, insistono sull'«azione concreta» che Bruxelles ha chiesto all'Italia, interpretandola solo nella forma di una manovra correttiva da fare subito. Tria è stato puntuale nello smentire questa interpretazione: «L'azione concreta chiesta dalla Commissione Ue è far vedere perché noi diciamo che possiamo arrivare ad un abbassamento previsto del deficit di 0,2 punti. Dovremo dargli le cifre, da dove vengono. Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (cioè, come si diceva, arrivare al 2,1-2,2, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell'obiettivo nel 2018». E ancora, per chi non avesse capito: «Non è un problema di nuove misure o no: quello è l'obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative», ha concluso. Insomma: dimostrare ciò che l'Italia sta già facendo, non necessariamente fare altro. E dal Consiglio federale leghista, Matteo Salvini ha fatto sponda a Tria e insieme ha tenuto la guardia alta: «Abbiamo analizzato i dati economici del primo trimestre: sono positivi. Gli interessi sul debito che l'Italia sta pagando sono in calo. A maggior ragione non avrebbe spiegazioni un accanimento da parte dell'Ue. Se ci fosse un ragionamento meramente economico, l'Europa dovrebbe solo ringraziarci per quello che stiamo facendo». Fonti leghiste e grilline, poi, segnalano l'apprezzamento verso l'operato diplomatico di Tria in questi giorni europei: avere messo il veto sulla riforma del fondo salva Stati, voluta dai Paesi del Nord, ha permesso di guadagnare tempo. Quanto al governo, Salvini è stato netto nel fissare gli obiettivi della manovra d'autunno: «La manovra economica ci sarà, il governo ci sarà, se scommette sulla scelta di tagliare le tasse. Se invece qualcuno dicesse: “Facciamo la manovra e non tocchiamo le tasse", non la fanno con me la manovra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allora-non-inginocchiarsi-paga-tria-ha-capito-lantifona-gialloblu-2638865983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bruxelles-abbaia-ancora-ma-alla-fine-aspettera-i-numeri-che-gli-forniremo" data-post-id="2638865983" data-published-at="1781215483" data-use-pagination="False"> Bruxelles abbaia ancora ma alla fine aspetterà i numeri che gli forniremo Non è ancora detta l'ultima parola sulla procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Sebbene i partecipanti alla due giorni di giovedì e venerdì che ha visto riunirsi in sequenza Eurogruppo ed Ecofin (il primo raggruppa a titolo informale i ministri dell'Economia dell'eurozona, il secondo in via ufficiale quelli di tutta l'Ue) ritengano «giustificata» la procedura, ci sono forti segnali che suggeriscono la volontà di trovare una soluzione per uscire da un ginepraio che finirebbe per danneggiare sia Roma che Bruxelles. Il tutto mentre otteniamo «una settimana» di tempo per mostrare i risultati richiesti sui conti. Al netto della narrazione catastrofista portata avanti dalla maggioranza dei giornali nostrani, la strada intrapresa dalla due parti è quella di un negoziato franco ma aperto, e dall'esito tutt'altro che scontato. Il timone della trattativa l'ha preso il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno. Un personaggio tutto sommato super partes, quanto meno rispetto agli «odiatissimi» Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e dal quale è lecito attendersi un ruolo di primo piano (e magari anche qualche piacevole sorpresa) nel durissimo braccio di ferro tra l'Italia e la Commissione europea. Giova ricordare che spesso durante le riunioni dell'Eurogruppo, pur non avendo questo organo alcuna valenza istituzionale, si discutono gli argomenti più caldi e si prendono le decisioni più importanti. Ciò è valido a maggior ragione quando al centro della contesa ci sono tematiche che riguardano da vicino Stati membri dell'eurozona. Difficile dimenticare, tanto per fare un esempio, il ruolo decisivo svolto dall'Eurogruppo nell'impostare la crisi greca. Già al suo arrivo a Lussemburgo, pur ribadendo la necessità di fare «chiarezza» e sollecitando al «rispetto degli obiettivi» il nostro esecutivo, Centeno aveva accennato a una possibile apertura: «Se così sarà, la solidarietà da parte dell'Europa e il senso comune di utilizzare la stessa moneta, avendo gli stessi obiettivi, saranno certamente confermati da parte dell'Eurogruppo». Durante la riunione, il ministro portoghese ha ovviamente ribadito che il nostro Paese è tenuto a prendere tutte i provvedimenti volti a «rientrare nel rispetto dei parametri europei della procedura di infrazione». Tuttavia, allo stesso tempo, Mario Centeno ha lodato il «duro lavoro svolto da ministro Tria e dal premier Conte per raggiungere gli impegni», aggiungendo che «dobbiamo affidarci alla loro azione». «Sull'Italia», aveva precisato il presidente dell'Eurogruppo a margine della riunione che ha visti impegnati i ministri, «dobbiamo essere in grado di rassicurare i cittadini italiani, le imprese, gli investitori, che gli impegni ci sono e li rispettiamo. Questo sarebbe il migliore risultato per l'Italia e la zona euro». Visto il tono tutto sommato relativamente sereno di queste dichiarazioni, verosimilmente quella di Centeno si candida a diventare una figura di pontiere in grado di trovare una quadra tra le richieste di Bruxelles e le risposte di Roma. Mano tesa anche da parte del commissario uscente agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. D'altronde il politico francese, a margine della conferenza stampa per la presentazione delle relazioni del semestre europeo svoltasi dieci giorni fa, era stato il primo a precisare la disponibilità «a tenere in considerazione nuovi dati», aggiungendo che «la mia porta rimane aperta». Un refrain ripetuto anche in questa occasione: «La procedura basata sul debito per l'Italia è giustificata e ora continueremo i preparativi previsti dal Trattato che potrebbe portare alla procedura, ma siamo pronti a tenere conto di ogni ulteriore elemento che l'Italia potrà fornire, siamo in modalità ascolto, la porta è aperta». Al pari di Centeno, anche Moscovici ha poi dichiarato di accogliere «con favore gli impegni del ministro Tria e del premier Conte», aggiungendo che «questo è lo spirito con cui continuiamo gli scambi con le autorità italiane: a questo stadio la procedura è giustificata, noi vogliamo evitarla ma bisogna rispettare le regole e ciò vuol dire che nel 2019 e nel 2020 ci aspettiamo che accada proprio questo». Meno morbido il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, notoriamente il più rigido quando si parla di rispetto di criteri: «È importante che anche in Italia i conti vengano messi su un percorso sostenibile. Il debito deve calare e non salire». Ciò nonostante, l'ex premier lettone che si è visto rinnovare dal proprio Paese la candidatura a far parte della prossima Commissione ha comunque lasciato uno spiraglio aperto, ammettendo che «ora tocca all'Italia portare alcuni elementi addizionali di cui tenere conto». Considerate le aperture del politburo europeo, l'ottimismo di Giovanni Tria non sembra dunque così fuori luogo. Per provare a capire come può andare a finire questa vicenda, un po' come nel calcio vale la pena dare uno sguardo al calendario. Prima ancora dell'Ecofin decisivo che si terrà il 9 luglio, l'appuntamento che conta è quello atteso per giovedì e venerdì, quando si svolgerà l'importantissimo Consiglio europeo nel quale si tenterà di raggiungere un accordo sulle cariche istituzionali dell'Ue. In quella occasione il nostro esecutivo potrà svolgere un ruolo importante, come testimonia la visita degli scorsi giorni al premier Conte da parte del candidato del Ppe alla guida della Commissione Manfred Weber, giocandosi una buona chance delle possibilità di evitare la procedura di infrazione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allora-non-inginocchiarsi-paga-tria-ha-capito-lantifona-gialloblu-2638865983.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lindustria-italiana-frena-si-salvano-elettronica-e-alimentare" data-post-id="2638865983" data-published-at="1781215483" data-use-pagination="False"> L’industria italiana frena. Si salvano elettronica e alimentare Frena il fatturato dell'industria italiana, che ad aprile registra un calo dell'1% rispetto a marzo, il primo dall'inizio dell'anno; secondo l'Istat, su base annua il calo è stato dello 0,7%, nei dati corretti per il calendario. In flessione anche gli ordinativi, che cedono il 2,4% su base mensile e lo 0,2% nei dati grezzi su base annua. A pesare è in particolare l'andamento del fatturato estero, che segna una diminuzione del 2,9% mese su mese e del 2,8% su base annua, mentre i ricavi interni sono fermi su base mensile e crescono dello 0,4% su base annua. In controtendenza i beni di consumo, che registrano un aumento congiunturale dello 0,9%, e l'energia, che cresce dello 0,2%. Flessioni marcate si registrano invece per i beni intermedi (-2,7%) e i beni strumentali (-1,3%). Se si guarda in particolare al comparto manifatturiero, la crescita annuale più elevata (+11,8%) è quella del settore dei computer e dell'elettronica, seguito dall'industria alimentare (+5,5%), che si conferma trainante per l'economia italiana. «Ancora una volta il settore alimentare fa tirare un sospiro di sollievo in un quadro che si delinea sempre più delicato», ha commentato Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «Una crescita, quella del nostro settore, che dipende anche dal fatto che sempre di più il mondo vuole e chiede cibo made in Italy». I dati Istat sull'export del settore alimentare tracciano infatti un quadro positivo, con una crescita del 7,9% per il primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le note dolenti riguardano invece l'industria farmaceutica (-9%), seguita da quella dei mezzi di trasporto (-8,9%), dei prodotti chimici (-6,4%) e della metallurgia (-3,6%). Segno meno anche per l'industria dell'auto, che ad aprile ha visto il fatturato calare dell'8,6% rispetto ad aprile 2018, e gli ordini contrarsi dell'11,6% rispetto a un anno prima. Per quanto riguarda il fatturato, il calo è stato del 9,3% per il mercato interno e del 7,4% per quello estero, mentre per gli ordini la contrazione è stata del 9,4% sul mercato interno e del 14,4% su quello estero. Rallenta più del previsto anche l'inflazione: l'Istat ha rivisto al ribasso le stime e calcolato che a maggio si registri una variazione nulla rispetto al mese precedente e un aumento dello 0,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, contro il +1,1% di aprile e il +0,9% delle stime preliminari. La decelerazione italiana si inserisce in un quadro più ampio, che a livello globale ha visto rallentare la produzione industriale persino in Cina, dove a maggio l'incremento annuo è stato del 5%, il dato peggiore in oltre 17 anni. «Il rallentamento dell'economia globale comporta una frenata, ma il punto non è di chi è la colpa, ma quali soluzioni vogliamo realizzare e come vogliamo reagire», ha fatto sapere il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui «occorre definire gli effetti sull'economia reale dei provvedimenti economici».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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