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2020-11-05
Alla Camera passa il bavaglio Lgbt e la Consulta apre ai figli di due madri
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Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l'Italia - tutta intera - sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma - almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento - non si può fermare l'avanzata dell'ideologia Lgbt.
Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell'universo femminile, dall'altro introduce l'identità di genere, cioè l'idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l'autodeterminazione dell'identità di genere.
In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.
In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt.
A sconcertare più di tutto, però, è l'atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all'avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All'articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l'omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell'inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender».
Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un'altra donna. Il riconoscimento dell'omogenitorialità «all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell'interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità».
Anche qui c'è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall'altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell'ennesimo aiutino al mondo arcobaleno.
Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. Così hanno deciso i difensori dei «diritti» e della «libertà».
Pure gli azzurri approvano il ddl Zan
Giornata di novità, ieri, per il mondo arcobaleno, in riferimento al quale sono state diffuse due significative notizie. La prima riguarda il deposito della sentenza della Corte costituzionale numero 230, relatore il presidente Mario Rosario Morelli, con cui si è ribadito un concetto di rilievo, vale a dire quello secondo cui, all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente, il riconoscimento dell'omogenitorialità non è imposto da alcun precetto costituzionale.
È vero, ha sottolineato la Consulta, che la nostra carta non presenta particolari elementi di chiusura, ma ci sono temi che spetta esclusivamente al legislatore valutare. Tale pronunciamento, con cui si è dichiarato «inammissibile l'intervento dell'Avvocatura per i diritti Lgbti Aps», arriva al termine di una vicenda giudiziaria scaturita con la richiesta di due donne - unita civilmente ad un'altra che aveva concepito all'estero, come «madre gestazionale» - di essere entrambe registrate all'anagrafe come madri del bambino.
Rispetto a questo, secondo la Corte il riconoscimento dello status di genitore alla «madre intenzionale» - quindi non a quella che ha partorito il figlio - rappresenta un obiettivo sì perseguibile, ma solo per via legislativa; questo perché, per la Consulta, tale passaggio implica una scelta non solo non imposta alla luce dei principi costituzionali, ma che appartiene a quella sfera entro cui è il legislatore a doversi fare interprete della volontà collettiva, bilanciando i valori fondamentali in gioco e tenendo conto degli orientamenti e delle istanze più radicate, in un dato momento storico, nella coscienza sociale.
In altre parole la Corte non si è voluta sobbarcare l'onore del riconoscimento della omogenitorialità, ricordando comunque al legislatore che, se crede, può pure procedere; si è insomma trattato di un piccolo assist al nostro Parlamento, il quale intanto non sta certo a guardare. Infatti nella tarda mattinata di ieri - seconda novità del giorno - la Camera, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto, ha dato il via libera al ddl Zan contro l'omotransfobia. L'approvazione, accolta in aula da un applauso della maggioranza, è stata commentata con entusiasmo un po' da tutto il centrosinistra.
«Bene», ha twittato un giubilante Nicola Zingaretti, «la Camera approva la legge per contrastare omotransfobia, misoginia e abilismo. Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre. Ora presto approvazione al Senato». Gli ha fatto eco Laura Boldrini («Avanti fino alla meta»), mentre Monica Cirinnà ha parlato di «bella notizia» e il presidente della Camera, Roberto Fico, di «un passo importante». Con parole non molto diverse, anzi in realtà quasi identiche, il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Zan, ha invece applaudito quello che ritiene un «grande passo avanti contro le discriminazioni, l'odio e le violenze».
Di ben altro tenore, invece, l'accoglienza delle opposizioni all'approvazione della legge, anche se cinque deputati di Forza Italia - Bartolozzi, Polverini, Vito, Perego e Prestigiacomo - hanno votato favorevolmente. Per la verità, gli animi del centrodestra si erano già accesi nella serata di lunedì, con l'avvenuta votazione di un emendamento all'articolo 6 che ha esplicitato che le iniziative scolastiche contro l'omofobia siano da attuarsi perfino alle scuole elementari.
Il voto finale di ieri è stato poi criticato da Galeazzo Bignami di FdI, che secondo qui quella approvata è «una legge violenta con cui il Partito di Bibbiano vuole mettere le mani sui bambini mascherando da tolleranza la propria prepotenza e colpendo la famiglia». «Sarà la prima legge che aboliremo una volta al Governo», ha promesso Bignami.
In vista del passaggio nell'altro ramo del Parlamento, il leghista Simone Pillon ha invece annunciato che non si faranno sconti: «Al Senato combatteremo per non far passare questa proposta di legge inutile e pericolosa». Se davvero sarà così, forse la legge bavaglio può ancora essere fermata.
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Il Parlamento dà il primo via libera alla legge che introduce la propaganda gender nelle scuole, intanto la Corte costituzionale offre uno spiraglio per l'omogenitorialità. L'Italia sta diventando «zona arcobaleno».Monica Cirinnà, Laura Boldrini e associazioni gay in festa, anche grazie ai voti di alcuni esponenti di Forza Italia. Ora si attende il passaggio al Senato, dove la destra annuncia battaglia.Lo speciale contiene due articoli.Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l'Italia - tutta intera - sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma - almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento - non si può fermare l'avanzata dell'ideologia Lgbt. Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell'universo femminile, dall'altro introduce l'identità di genere, cioè l'idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l'autodeterminazione dell'identità di genere. In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt. A sconcertare più di tutto, però, è l'atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all'avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All'articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l'omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell'inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender». Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un'altra donna. Il riconoscimento dell'omogenitorialità «all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell'interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità». Anche qui c'è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall'altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell'ennesimo aiutino al mondo arcobaleno. Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. 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È vero, ha sottolineato la Consulta, che la nostra carta non presenta particolari elementi di chiusura, ma ci sono temi che spetta esclusivamente al legislatore valutare. Tale pronunciamento, con cui si è dichiarato «inammissibile l'intervento dell'Avvocatura per i diritti Lgbti Aps», arriva al termine di una vicenda giudiziaria scaturita con la richiesta di due donne - unita civilmente ad un'altra che aveva concepito all'estero, come «madre gestazionale» - di essere entrambe registrate all'anagrafe come madri del bambino. Rispetto a questo, secondo la Corte il riconoscimento dello status di genitore alla «madre intenzionale» - quindi non a quella che ha partorito il figlio - rappresenta un obiettivo sì perseguibile, ma solo per via legislativa; questo perché, per la Consulta, tale passaggio implica una scelta non solo non imposta alla luce dei principi costituzionali, ma che appartiene a quella sfera entro cui è il legislatore a doversi fare interprete della volontà collettiva, bilanciando i valori fondamentali in gioco e tenendo conto degli orientamenti e delle istanze più radicate, in un dato momento storico, nella coscienza sociale. In altre parole la Corte non si è voluta sobbarcare l'onore del riconoscimento della omogenitorialità, ricordando comunque al legislatore che, se crede, può pure procedere; si è insomma trattato di un piccolo assist al nostro Parlamento, il quale intanto non sta certo a guardare. Infatti nella tarda mattinata di ieri - seconda novità del giorno - la Camera, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto, ha dato il via libera al ddl Zan contro l'omotransfobia. L'approvazione, accolta in aula da un applauso della maggioranza, è stata commentata con entusiasmo un po' da tutto il centrosinistra. «Bene», ha twittato un giubilante Nicola Zingaretti, «la Camera approva la legge per contrastare omotransfobia, misoginia e abilismo. Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre. Ora presto approvazione al Senato». Gli ha fatto eco Laura Boldrini («Avanti fino alla meta»), mentre Monica Cirinnà ha parlato di «bella notizia» e il presidente della Camera, Roberto Fico, di «un passo importante». Con parole non molto diverse, anzi in realtà quasi identiche, il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Zan, ha invece applaudito quello che ritiene un «grande passo avanti contro le discriminazioni, l'odio e le violenze». Di ben altro tenore, invece, l'accoglienza delle opposizioni all'approvazione della legge, anche se cinque deputati di Forza Italia - Bartolozzi, Polverini, Vito, Perego e Prestigiacomo - hanno votato favorevolmente. Per la verità, gli animi del centrodestra si erano già accesi nella serata di lunedì, con l'avvenuta votazione di un emendamento all'articolo 6 che ha esplicitato che le iniziative scolastiche contro l'omofobia siano da attuarsi perfino alle scuole elementari. Il voto finale di ieri è stato poi criticato da Galeazzo Bignami di FdI, che secondo qui quella approvata è «una legge violenta con cui il Partito di Bibbiano vuole mettere le mani sui bambini mascherando da tolleranza la propria prepotenza e colpendo la famiglia». «Sarà la prima legge che aboliremo una volta al Governo», ha promesso Bignami. In vista del passaggio nell'altro ramo del Parlamento, il leghista Simone Pillon ha invece annunciato che non si faranno sconti: «Al Senato combatteremo per non far passare questa proposta di legge inutile e pericolosa». Se davvero sarà così, forse la legge bavaglio può ancora essere fermata.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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