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2020-11-05
Alla Camera passa il bavaglio Lgbt e la Consulta apre ai figli di due madri
iStock
Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l'Italia - tutta intera - sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma - almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento - non si può fermare l'avanzata dell'ideologia Lgbt.
Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell'universo femminile, dall'altro introduce l'identità di genere, cioè l'idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l'autodeterminazione dell'identità di genere.
In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.
In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt.
A sconcertare più di tutto, però, è l'atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all'avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All'articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l'omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell'inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender».
Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un'altra donna. Il riconoscimento dell'omogenitorialità «all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell'interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità».
Anche qui c'è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall'altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell'ennesimo aiutino al mondo arcobaleno.
Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. Così hanno deciso i difensori dei «diritti» e della «libertà».
Pure gli azzurri approvano il ddl Zan
Giornata di novità, ieri, per il mondo arcobaleno, in riferimento al quale sono state diffuse due significative notizie. La prima riguarda il deposito della sentenza della Corte costituzionale numero 230, relatore il presidente Mario Rosario Morelli, con cui si è ribadito un concetto di rilievo, vale a dire quello secondo cui, all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente, il riconoscimento dell'omogenitorialità non è imposto da alcun precetto costituzionale.
È vero, ha sottolineato la Consulta, che la nostra carta non presenta particolari elementi di chiusura, ma ci sono temi che spetta esclusivamente al legislatore valutare. Tale pronunciamento, con cui si è dichiarato «inammissibile l'intervento dell'Avvocatura per i diritti Lgbti Aps», arriva al termine di una vicenda giudiziaria scaturita con la richiesta di due donne - unita civilmente ad un'altra che aveva concepito all'estero, come «madre gestazionale» - di essere entrambe registrate all'anagrafe come madri del bambino.
Rispetto a questo, secondo la Corte il riconoscimento dello status di genitore alla «madre intenzionale» - quindi non a quella che ha partorito il figlio - rappresenta un obiettivo sì perseguibile, ma solo per via legislativa; questo perché, per la Consulta, tale passaggio implica una scelta non solo non imposta alla luce dei principi costituzionali, ma che appartiene a quella sfera entro cui è il legislatore a doversi fare interprete della volontà collettiva, bilanciando i valori fondamentali in gioco e tenendo conto degli orientamenti e delle istanze più radicate, in un dato momento storico, nella coscienza sociale.
In altre parole la Corte non si è voluta sobbarcare l'onore del riconoscimento della omogenitorialità, ricordando comunque al legislatore che, se crede, può pure procedere; si è insomma trattato di un piccolo assist al nostro Parlamento, il quale intanto non sta certo a guardare. Infatti nella tarda mattinata di ieri - seconda novità del giorno - la Camera, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto, ha dato il via libera al ddl Zan contro l'omotransfobia. L'approvazione, accolta in aula da un applauso della maggioranza, è stata commentata con entusiasmo un po' da tutto il centrosinistra.
«Bene», ha twittato un giubilante Nicola Zingaretti, «la Camera approva la legge per contrastare omotransfobia, misoginia e abilismo. Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre. Ora presto approvazione al Senato». Gli ha fatto eco Laura Boldrini («Avanti fino alla meta»), mentre Monica Cirinnà ha parlato di «bella notizia» e il presidente della Camera, Roberto Fico, di «un passo importante». Con parole non molto diverse, anzi in realtà quasi identiche, il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Zan, ha invece applaudito quello che ritiene un «grande passo avanti contro le discriminazioni, l'odio e le violenze».
Di ben altro tenore, invece, l'accoglienza delle opposizioni all'approvazione della legge, anche se cinque deputati di Forza Italia - Bartolozzi, Polverini, Vito, Perego e Prestigiacomo - hanno votato favorevolmente. Per la verità, gli animi del centrodestra si erano già accesi nella serata di lunedì, con l'avvenuta votazione di un emendamento all'articolo 6 che ha esplicitato che le iniziative scolastiche contro l'omofobia siano da attuarsi perfino alle scuole elementari.
Il voto finale di ieri è stato poi criticato da Galeazzo Bignami di FdI, che secondo qui quella approvata è «una legge violenta con cui il Partito di Bibbiano vuole mettere le mani sui bambini mascherando da tolleranza la propria prepotenza e colpendo la famiglia». «Sarà la prima legge che aboliremo una volta al Governo», ha promesso Bignami.
In vista del passaggio nell'altro ramo del Parlamento, il leghista Simone Pillon ha invece annunciato che non si faranno sconti: «Al Senato combatteremo per non far passare questa proposta di legge inutile e pericolosa». Se davvero sarà così, forse la legge bavaglio può ancora essere fermata.
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Il Parlamento dà il primo via libera alla legge che introduce la propaganda gender nelle scuole, intanto la Corte costituzionale offre uno spiraglio per l'omogenitorialità. L'Italia sta diventando «zona arcobaleno».Monica Cirinnà, Laura Boldrini e associazioni gay in festa, anche grazie ai voti di alcuni esponenti di Forza Italia. Ora si attende il passaggio al Senato, dove la destra annuncia battaglia.Lo speciale contiene due articoli.Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l'Italia - tutta intera - sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma - almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento - non si può fermare l'avanzata dell'ideologia Lgbt. Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell'universo femminile, dall'altro introduce l'identità di genere, cioè l'idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l'autodeterminazione dell'identità di genere. In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt. A sconcertare più di tutto, però, è l'atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all'avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All'articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l'omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell'inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender». Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un'altra donna. Il riconoscimento dell'omogenitorialità «all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell'interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità». Anche qui c'è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall'altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell'ennesimo aiutino al mondo arcobaleno. Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. Così hanno deciso i difensori dei «diritti» e della «libertà». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alla-camera-passa-il-bavaglio-lgbt-e-la-consulta-apre-ai-figli-di-due-madri-2648628655.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-gli-azzurri-approvano-il-ddl-zan" data-post-id="2648628655" data-published-at="1604573608" data-use-pagination="False"> Pure gli azzurri approvano il ddl Zan Giornata di novità, ieri, per il mondo arcobaleno, in riferimento al quale sono state diffuse due significative notizie. La prima riguarda il deposito della sentenza della Corte costituzionale numero 230, relatore il presidente Mario Rosario Morelli, con cui si è ribadito un concetto di rilievo, vale a dire quello secondo cui, all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente, il riconoscimento dell'omogenitorialità non è imposto da alcun precetto costituzionale. È vero, ha sottolineato la Consulta, che la nostra carta non presenta particolari elementi di chiusura, ma ci sono temi che spetta esclusivamente al legislatore valutare. Tale pronunciamento, con cui si è dichiarato «inammissibile l'intervento dell'Avvocatura per i diritti Lgbti Aps», arriva al termine di una vicenda giudiziaria scaturita con la richiesta di due donne - unita civilmente ad un'altra che aveva concepito all'estero, come «madre gestazionale» - di essere entrambe registrate all'anagrafe come madri del bambino. Rispetto a questo, secondo la Corte il riconoscimento dello status di genitore alla «madre intenzionale» - quindi non a quella che ha partorito il figlio - rappresenta un obiettivo sì perseguibile, ma solo per via legislativa; questo perché, per la Consulta, tale passaggio implica una scelta non solo non imposta alla luce dei principi costituzionali, ma che appartiene a quella sfera entro cui è il legislatore a doversi fare interprete della volontà collettiva, bilanciando i valori fondamentali in gioco e tenendo conto degli orientamenti e delle istanze più radicate, in un dato momento storico, nella coscienza sociale. In altre parole la Corte non si è voluta sobbarcare l'onore del riconoscimento della omogenitorialità, ricordando comunque al legislatore che, se crede, può pure procedere; si è insomma trattato di un piccolo assist al nostro Parlamento, il quale intanto non sta certo a guardare. Infatti nella tarda mattinata di ieri - seconda novità del giorno - la Camera, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto, ha dato il via libera al ddl Zan contro l'omotransfobia. L'approvazione, accolta in aula da un applauso della maggioranza, è stata commentata con entusiasmo un po' da tutto il centrosinistra. «Bene», ha twittato un giubilante Nicola Zingaretti, «la Camera approva la legge per contrastare omotransfobia, misoginia e abilismo. Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre. Ora presto approvazione al Senato». Gli ha fatto eco Laura Boldrini («Avanti fino alla meta»), mentre Monica Cirinnà ha parlato di «bella notizia» e il presidente della Camera, Roberto Fico, di «un passo importante». Con parole non molto diverse, anzi in realtà quasi identiche, il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Zan, ha invece applaudito quello che ritiene un «grande passo avanti contro le discriminazioni, l'odio e le violenze». Di ben altro tenore, invece, l'accoglienza delle opposizioni all'approvazione della legge, anche se cinque deputati di Forza Italia - Bartolozzi, Polverini, Vito, Perego e Prestigiacomo - hanno votato favorevolmente. Per la verità, gli animi del centrodestra si erano già accesi nella serata di lunedì, con l'avvenuta votazione di un emendamento all'articolo 6 che ha esplicitato che le iniziative scolastiche contro l'omofobia siano da attuarsi perfino alle scuole elementari. Il voto finale di ieri è stato poi criticato da Galeazzo Bignami di FdI, che secondo qui quella approvata è «una legge violenta con cui il Partito di Bibbiano vuole mettere le mani sui bambini mascherando da tolleranza la propria prepotenza e colpendo la famiglia». «Sarà la prima legge che aboliremo una volta al Governo», ha promesso Bignami. In vista del passaggio nell'altro ramo del Parlamento, il leghista Simone Pillon ha invece annunciato che non si faranno sconti: «Al Senato combatteremo per non far passare questa proposta di legge inutile e pericolosa». Se davvero sarà così, forse la legge bavaglio può ancora essere fermata.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?