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2024-07-15
Sinner è ancora il numero uno, ma Alcaraz può diventare il nuovo Michael Jordan di Nike
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Carlos Alcaraz e Novak Djokovic (Ansa)
Mentre l’Italia consuma litri di inchiostro sui giornali per Jannik Sinner, in questo momento il numero uno del mondo, c’è un altro tennista che rischia di oscurare la stella del giocatore italiano. È Carlos Alcaraz Garfia che, fresco vincitore del suo quarto slam a Wimbledon, inizia a prendere le distanze da Sinner in termini di vittorie nei grandi tornei. Per di più dopo la vittoria di ieri si avvicina anche alla prima posizione della classifica Atp che potrebbe superare già ai prossimi Us Open. Vale poi la pena ricordare che il vincitore del torneo di Wimbledon 2024 riceverà ben 3.206.285 euro, mentre lo sconfitto Novak Djokovic ha dovuto accontentarsi di 1.662.518 euro. Sinner al momento ha vinto solo l’Australian Open nel 2024, mentre lo spagnolo ha già in tasca due slam sull’erba inglese (2023 e 2024), un Roland Garros (2024) e un Us Open (2022).
E’ già stato numero uno del mondo (il più giovane di tutti i tempi) e continuando di questo passo potrebbe presto di nuovo scalzare il nostro atleta altoatesino. Sta battendo qualsiasi tipo di record. Lo spagnolo è solo il sesto uomo nell'era Open a completare la doppietta Roland Garros- Wimbledon, come Rod Laver , Bjorn Borg , Rafa Nadal, Roger Federer e Djokovic. Ha già vinto quattro trofei Ssam all'età di 21 anni. Né Djokovic, né Federer, né Nadal avevano compiuto l'impresa alla stessa età. Il serbo, per esempio, non vinse il suo quarto slam fino agli US Open del 2011 , quando aveva 24 anni. Il maiorchino aveva 22 anni quando vinse il suo quarto slam al Roland Garros nel 2008 mentre lo svizzero ne aveva 23 quando raggiunse il traguardo dei quattro major agli Us Open del 2004 .
Del resto, Alcaraz, classe 2003 nato a El Palmar, nella regione di Murcia, sembra uno sportivo predestinato, tanto che in Spagna lo hanno già ribattezzato il nuovo Michael Jordan. Anche perché Alcaraz ha qualcosa in comune con l’ex cestista americano dei Chicago Bulls. La Nike, infatti, che sponsorizza il tennista spagnolo, sta già lavorando alla realizzazione di un logo personalizzato per lui, come fece a suo tempo con altri grandi tennisti come appunto Nadal e Federer. Nike nel 1984 scelse un giovane dei Chicago Bulls come terza opzione nel draft stagionale. Era Michael Jordan, come si può vedere anche nel film dello scorso anno "Air". L’investimento fu di 500.000 dollari, con un’attesa di ritorno di vendite di 3 milioni di dollari in quattro anni. Nel solo primo anno Nike arrivò a vendere 126 milioni di dollari scarpe da basket, grazie proprio alle prestazioni di Jordan.
Nel nuovo contratto firmato da Alcaraz (che ha già superato i 30 milioni di euro di incassi nella sua carriera senza contare gli sponsor) con la multinazionale americana, le cifre non sono ancora ufficiali ma si parla di una cifra che potrebbe essere superiore ai 200 milioni di euro in 10 anni (20 all’anno), è inserita anche la realizzazione del nuovo logo. Il team di Alcaraz vorrebbe superare il contratto che Uniqlo aveva siglato con Federer, di 30 milioni di euro all’anno. Come sarà il simbolo di Alcaraz? E’ la grande domanda che si fanno tutti gli appassionati di tennis. Nadal aveva le corna del toro maiorchino, mentre Federer le due famose lettere Rf. In pratica a 21 anni appena compiuti, Alcaraz diventerà solo al momento il secondo tennista del mondo più pagato (Djokovic a 37 è ancora in testa a guadagni). Anche Sinner è sponsorizzato da Nike. Anche lui ha firmato un contratto di sponsorizzazione da 150 milioni di euro per 10 anni, ma per il momento non ci sono loghi personalizzati all’orizzonte. Insomma, Alcaraz che è più giovane di Sinner rischia di avere più mercato al confronto del nostro tennista. Il giocatore murciano è già un oggetto del desiderio per un gran numero di aziende, come appunto Nike, Babolat, Rolex, Bmw, Isdin, Calvin Klein, ElPozo e persino la Comunità Autonoma a livello istituzionale. L'appeal commerciale è evidente e chi scommette su Alcaraz, che tra l'altro ha lanciato da poco una propria Fondazione benefica di cui è presidente.
Court, dai campi da tennis a una comunità cristiana. «I bambini transgender sono opera del diavolo»
Nonostante la sconfitta nella finale di Wimbledon Novak Djokovic resta ancora il tennista con il record di 24 titoli del grande slam, sopra a Rafa Nadal (22) e Roger Federer (20). Ma questo record è condiviso con una tennista australiana che da più di 51 anni non viene superata. Stiamo parlando di Margaret Court, una giocatrice fortissima negli anni ’60 e ’70 poi scomparsa dal circuito, anche perché diventata pastore della chiesa pentecostale in Australia.
A 81 anni Margaret Court detiene anche il record di titoli slam, ben 62, nel singolo, doppio e doppio misto, una cifra che è praticamente impossibile da battere. Serena Williams si era almeno avvicinata con 23 slam nel singolare, ma Court continua a mantenere il suo record anche se Djokovic potrebbe ancora batterlo nei prossimi anni, a cominciare da settembre negli Stati Uniti. Convertita alla fede pentecostale, è stata ordinata pastore nel 1991 e, all'età di 81 anni, guida ancora una congregazione a Perth con più di 2000 fedeli, sulla costa occidentale dell'Australia. In quanto tale, è intervenuta regolarmente nei dibattiti pubblici nel suo paese, suscitando polemiche con ogni uscita sui media.
Nel 2017, poco prima che il matrimonio tra persone dello stesso sesso fosse riconosciuto in Australia, aveva attaccato pesantemente anche la istituzioni tennistiche. «Ci sono molte lesbiche nel tennis. Ci sono molte giocatrici professioniste lesbiche. Quando giocavo ce n’erano già, ma ora sono ovunque. » In quella stessa intervista, arrivò a dire che i bambini transgender erano opera del “diavolo” . Il tennis gli ha voltato le spalle dopo quelle dichiarazioni, anche perché se la prese con una delle tenniste più iconiche degli anni ’90, Martina Navratilova, lesbica dichiarata. L'australiana attaccò la tennista cecoslovacca poi diventata americana Navratilova per il suo orientamento sessuale, definendola un cattivo esempio per i bambini. «È una grande giocatrice, ma vorrei vedere qualcuno al vertice a cui i giocatori più giovani possano guardare. È molto triste per i bambini essere esposti a questo. Martina è una brava persona. La sua vita è semplicemente andata fuori strada».
Nel 2020 proprio la Navratilova e John McEnroe avevano inscenata una protesta perché l’Australian Open aveva deciso di intitolare uno dei campi del torneo a Margaret Court. Le due star del tennis americano avevano chiesto che la "Margaret Court Arena", uno dei campi principali del Melbourne Park, venisse ribattezzata "Evonne Goolagong Arena", ovvero al connazionale Goolagong, 68 anni, il primo aborigeno ad aver vinto un grande slam. «Mi addolora dirlo, ma la Margaret Court Arena ha bisogno di un nome diverso», disse McEnroe l’ex numero uno del mondo. «Come degno sostituto, i miei voti vanno a Evonne Goolagong. Evonne è l'incarnazione di ciò che è veramente un modello o un eroe», continua. McEnroe aveva descritto Margaret Court come una “zia pazza».
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Il vincitore di Wimbledon è pronto a firmare uno dei contratti più costosi di tutti i tempi con la multinazionale americana dove è inserito anche il lancio di un logo personalizzato, come Rafa Nadal e Roger Federer.Novak Djokovic perde ancora l'occasione di superare Margaret Court, l'ex tennista australiana poi diventata pastore della chiesa pentecostale che detiene ancora il record di slam nel singolare e nel doppio.Lo speciale contiene due articoliMentre l’Italia consuma litri di inchiostro sui giornali per Jannik Sinner, in questo momento il numero uno del mondo, c’è un altro tennista che rischia di oscurare la stella del giocatore italiano. È Carlos Alcaraz Garfia che, fresco vincitore del suo quarto slam a Wimbledon, inizia a prendere le distanze da Sinner in termini di vittorie nei grandi tornei. Per di più dopo la vittoria di ieri si avvicina anche alla prima posizione della classifica Atp che potrebbe superare già ai prossimi Us Open. Vale poi la pena ricordare che il vincitore del torneo di Wimbledon 2024 riceverà ben 3.206.285 euro, mentre lo sconfitto Novak Djokovic ha dovuto accontentarsi di 1.662.518 euro. Sinner al momento ha vinto solo l’Australian Open nel 2024, mentre lo spagnolo ha già in tasca due slam sull’erba inglese (2023 e 2024), un Roland Garros (2024) e un Us Open (2022). E’ già stato numero uno del mondo (il più giovane di tutti i tempi) e continuando di questo passo potrebbe presto di nuovo scalzare il nostro atleta altoatesino. Sta battendo qualsiasi tipo di record. Lo spagnolo è solo il sesto uomo nell'era Open a completare la doppietta Roland Garros- Wimbledon, come Rod Laver , Bjorn Borg , Rafa Nadal, Roger Federer e Djokovic. Ha già vinto quattro trofei Ssam all'età di 21 anni. Né Djokovic, né Federer, né Nadal avevano compiuto l'impresa alla stessa età. Il serbo, per esempio, non vinse il suo quarto slam fino agli US Open del 2011 , quando aveva 24 anni. Il maiorchino aveva 22 anni quando vinse il suo quarto slam al Roland Garros nel 2008 mentre lo svizzero ne aveva 23 quando raggiunse il traguardo dei quattro major agli Us Open del 2004 . Del resto, Alcaraz, classe 2003 nato a El Palmar, nella regione di Murcia, sembra uno sportivo predestinato, tanto che in Spagna lo hanno già ribattezzato il nuovo Michael Jordan. Anche perché Alcaraz ha qualcosa in comune con l’ex cestista americano dei Chicago Bulls. La Nike, infatti, che sponsorizza il tennista spagnolo, sta già lavorando alla realizzazione di un logo personalizzato per lui, come fece a suo tempo con altri grandi tennisti come appunto Nadal e Federer. Nike nel 1984 scelse un giovane dei Chicago Bulls come terza opzione nel draft stagionale. Era Michael Jordan, come si può vedere anche nel film dello scorso anno "Air". L’investimento fu di 500.000 dollari, con un’attesa di ritorno di vendite di 3 milioni di dollari in quattro anni. Nel solo primo anno Nike arrivò a vendere 126 milioni di dollari scarpe da basket, grazie proprio alle prestazioni di Jordan. Nel nuovo contratto firmato da Alcaraz (che ha già superato i 30 milioni di euro di incassi nella sua carriera senza contare gli sponsor) con la multinazionale americana, le cifre non sono ancora ufficiali ma si parla di una cifra che potrebbe essere superiore ai 200 milioni di euro in 10 anni (20 all’anno), è inserita anche la realizzazione del nuovo logo. Il team di Alcaraz vorrebbe superare il contratto che Uniqlo aveva siglato con Federer, di 30 milioni di euro all’anno. Come sarà il simbolo di Alcaraz? E’ la grande domanda che si fanno tutti gli appassionati di tennis. Nadal aveva le corna del toro maiorchino, mentre Federer le due famose lettere Rf. In pratica a 21 anni appena compiuti, Alcaraz diventerà solo al momento il secondo tennista del mondo più pagato (Djokovic a 37 è ancora in testa a guadagni). Anche Sinner è sponsorizzato da Nike. Anche lui ha firmato un contratto di sponsorizzazione da 150 milioni di euro per 10 anni, ma per il momento non ci sono loghi personalizzati all’orizzonte. Insomma, Alcaraz che è più giovane di Sinner rischia di avere più mercato al confronto del nostro tennista. Il giocatore murciano è già un oggetto del desiderio per un gran numero di aziende, come appunto Nike, Babolat, Rolex, Bmw, Isdin, Calvin Klein, ElPozo e persino la Comunità Autonoma a livello istituzionale. L'appeal commerciale è evidente e chi scommette su Alcaraz, che tra l'altro ha lanciato da poco una propria Fondazione benefica di cui è presidente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alcaraz-nuovo-michael-jordan-2668745057.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="court-dai-campi-da-tennis-a-una-comunita-cristiana-i-bambini-transgender-sono-opera-del-diavolo" data-post-id="2668745057" data-published-at="1720956387" data-use-pagination="False"> Court, dai campi da tennis a una comunità cristiana. «I bambini transgender sono opera del diavolo» Nonostante la sconfitta nella finale di Wimbledon Novak Djokovic resta ancora il tennista con il record di 24 titoli del grande slam, sopra a Rafa Nadal (22) e Roger Federer (20). Ma questo record è condiviso con una tennista australiana che da più di 51 anni non viene superata. Stiamo parlando di Margaret Court, una giocatrice fortissima negli anni ’60 e ’70 poi scomparsa dal circuito, anche perché diventata pastore della chiesa pentecostale in Australia. A 81 anni Margaret Court detiene anche il record di titoli slam, ben 62, nel singolo, doppio e doppio misto, una cifra che è praticamente impossibile da battere. Serena Williams si era almeno avvicinata con 23 slam nel singolare, ma Court continua a mantenere il suo record anche se Djokovic potrebbe ancora batterlo nei prossimi anni, a cominciare da settembre negli Stati Uniti. Convertita alla fede pentecostale, è stata ordinata pastore nel 1991 e, all'età di 81 anni, guida ancora una congregazione a Perth con più di 2000 fedeli, sulla costa occidentale dell'Australia. In quanto tale, è intervenuta regolarmente nei dibattiti pubblici nel suo paese, suscitando polemiche con ogni uscita sui media. Nel 2017, poco prima che il matrimonio tra persone dello stesso sesso fosse riconosciuto in Australia, aveva attaccato pesantemente anche la istituzioni tennistiche. «Ci sono molte lesbiche nel tennis. Ci sono molte giocatrici professioniste lesbiche. Quando giocavo ce n’erano già, ma ora sono ovunque. » In quella stessa intervista, arrivò a dire che i bambini transgender erano opera del “diavolo” . Il tennis gli ha voltato le spalle dopo quelle dichiarazioni, anche perché se la prese con una delle tenniste più iconiche degli anni ’90, Martina Navratilova, lesbica dichiarata. L'australiana attaccò la tennista cecoslovacca poi diventata americana Navratilova per il suo orientamento sessuale, definendola un cattivo esempio per i bambini. «È una grande giocatrice, ma vorrei vedere qualcuno al vertice a cui i giocatori più giovani possano guardare. È molto triste per i bambini essere esposti a questo. Martina è una brava persona. La sua vita è semplicemente andata fuori strada».Nel 2020 proprio la Navratilova e John McEnroe avevano inscenata una protesta perché l’Australian Open aveva deciso di intitolare uno dei campi del torneo a Margaret Court. Le due star del tennis americano avevano chiesto che la "Margaret Court Arena", uno dei campi principali del Melbourne Park, venisse ribattezzata "Evonne Goolagong Arena", ovvero al connazionale Goolagong, 68 anni, il primo aborigeno ad aver vinto un grande slam. «Mi addolora dirlo, ma la Margaret Court Arena ha bisogno di un nome diverso», disse McEnroe l’ex numero uno del mondo. «Come degno sostituto, i miei voti vanno a Evonne Goolagong. Evonne è l'incarnazione di ciò che è veramente un modello o un eroe», continua. McEnroe aveva descritto Margaret Court come una “zia pazza».
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.