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2023-05-29
Al bar o fatta in casa, gli italiani riscoprono le virtù della tisana
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Forse Petrarca oggi avrebbe composto la canzone «Chiare, fresche et dolci tisane» anziché «acque» e avrebbe versificato così: Chiare, fresche et dolci tisane, / ove le belle labbra / pose colei che sola a me par donna, perché in Italia è letteralmente boom tisane. Fino agli anni Sessanta la pianta officinale magari autoraccolta, infusa e sorseggiata era parte perfino ovvia della cultura alimentare e delicatamente medicale, mentre i nati dal boom economico in poi, in città sempre più cementificate e prive di cultura contadina campagnola, hanno dovuto acquisirne l’abc attraverso le bustine filtro già pronte, per poi riconquistare dopo una consapevolezza più erboristica, stimolati anche da un mondo intanto divenuto globale che imponeva e permetteva una conoscenza sempre maggiore di caffè e tè provenienti da tutto il globo. Mondo caratterizzato anche da un salutismo di ritorno, dopo il bagno nell’edonismo dell’abbondanza alimentare e alcuni eccessi industriali, pensiamo alle camomille solubili con più zucchero che camomilla, e perciò di nuovo bendisposto verso l’antico rimedio della tisana vera.
Andando a cercare tisane al bar, oltre a farci a casa quelle del supermercato, del foodie market, del monastero e delle erboristerie (in Italia ne abbiamo oltre 4000), abbiamo poi anche fatto in modo che l’infusione si affiancasse stabilmente al caffè, al caffellate e al tè nell’offerta horeca. Le bevande infusionali oggi in Italia alimentano un mercato che secondo alcune stime vale oltre 200 milioni di euro, con un raddoppio a doppia cifra dal 2010 al 2020 e un’ulteriore recentissima crescita del 20% rispetto al periodo pre Covid.
Si è da poco svolto a Rimini, durante Macfrut, Spices & Herbs Global Expo, il primo salone in Europa interamente dedicato alla filiera delle piante aromatiche, medicinali e al commercio internazionale di erbe e spezie, con tavole rotonde dedicate al fascino e a molti altri aspetti più tecnici e contemporanei dell’infuso, ricercato come fonte di benessere, di gusto o di entrambi.
Oggi, le piante officinali appartengono di nuovo alla cultura generale e alimentare: ogni giorno in Italia si consumano 7 milioni di infusi, di cui l’80% di camomilla, e la consapevolezza sulle proprietà degli altri infusi al netto di tè e camomilla diventa sempre maggiore. Tecnicamente, la tisana è un idrolito cioè un’infusione o una decozione di erbe, spezie o entrambe, in acqua e non contenente caffeina (quindi il caffè non è una tisana).
La parola «tisana» proviene dal latino tisăna, variante di ptisăna, cioè «orzo mondato» e «decotto di orzo», che deriva da «mondare, sbucciare, macinare» (sottinteso, l’orzo). Il nome «tisana» indicava il decotto di orzo, poi qualsiasi infusione a scopo medicamentoso, oggi si differenzia tra tisana e infuso, sinonimi, e decotto. Le erbe o spezie, di solito massimo 5, sono la materia prima da cui estrarre i principi attivi che la tisana trasporterà nel nostro organismo: remedium cardinale (rimedio di base), adiuvans (adiuvante che potenzia il rimedio di base), costituens (complemento, per migliorare l’aspetto della tisana) e corrigens (correttore, per migliorare le caratteristiche organolettiche della tisana). Anche la misura delle erbe è importante, devono essere «taglio tisana», non una polvere, ma nemmeno troppo grandi. Non devono poi essere mescolate le parti dure e le parti tenere delle piante, poiché quelle dure sono per il decotto.
Se l’infusione estrae i principi attivi da foglie e fiori, posti in acqua dopo che essa sia giunta a bollitura (solo in alcuni casi basta raggiungere un calore inferiore) e sia stata tolta dal fuoco, per corteccia, radici, legno o semi ci vuole più tempo e il fuoco acceso: il decotto è una bollitura. L’infusione serve a veicolare i principi attivi dalle piante officinali verso l’acqua e va da sé che lo spessore di una foglia, di un fiore, di un frutto o di qualsiasi altra parte erbacea della pianta sia inferiore rispetto a quello di una corteccia o di un seme: questi avranno bisogno di maggior tempo e del fuoco acceso, precise caratteristiche del decotto. Le tisane aromatiche prevedono fino a 5 minuti di infusione, quelle terapeutiche fino a 20. Finita l’infusione, si cola se le erbe sono state poste in acqua sciolte, se in filtro, quest’ultimo si strizza e rimuove. Oltre ai filtri solubili, diffusi da un po' per tisana calda o fredda, stanno diventando di moda gli infusi a freddo, anche detti macerati, ottenuti con infusione in acqua a temperatura ambiente per un tempo assai più lungo di qualche minuto (il macerato si consuma, anche, a temperatura ambiente), almeno 4 ore. Nessuno vieta di preparare infusi caldi e poi raffreddarli in frigo, proprio come si fa col tè e il caffè freddo, ma il macerato presenta la caratteristica di esser preparabile anche in assenza di fonte di calore per scaldare l’acqua. Ricordiamoci che le tisane, oltre che avere effetto medicamentoso, sono un modo per idratarsi. Oltre che una nostra immortale tradizione.
«Ne esiste una per ogni esigenza, ma attenzione ai tempi d’infusione»
La Valverbe è un’azienda piemontese che propone tisane e infusi di montagna funzionali, oltre a tisane e infusi funzionali in generale, caramelle, cosmetici ed erbe da cucina: tutto all’insegna del biologico e dei «sorsi di salute nel rispetto dell’ambiente», essiccando a «cellula aperta».
«I miei genitori negli anni Ottanta si sono trasferiti a Bellino, piccolo paese a 1500 m di altezza in Val Varaita, iniziando a coltivare e recuperare piccoli terreni di montagna di proprietà di mia mamma e della sua famiglia», ci racconta il responsabile Luca Fasano. «Erano gli anni di scarsa conoscenza del biologico e del mondo delle tisane, camomilla a parte, e i miei genitori hanno iniziato questa avventura col proposito di offrire una qualità elevata di piante, spontanee e coltivate, di montagna, paradiso di biodiversità. Negli anni Duemila ci siamo spostati a Melle e abbiamo realizzato una struttura di 4000 metri quadrati coperti. Da semplice azienda produttrice di piante medicinali all’ingrosso siamo diventati anche azienda confezionatrice di tisane in filtro, coprendo così l’intera filiera: raccolta, essiccazione, vendita al dettaglio».
Tra gli obiettivi di Fasano e dei suoi collaboratori c’è «il recupero di antiche tradizioni erboristiche in chiave moderna, sfruttando le migliori tecnologie. La nostra filiera coltiva in biologico circa 50 ettari, opera la raccolta spontanea su altri 20 circa. Le erbe sono disidratate da 15 impianti di essiccazione a freddo, ciascuno può lavorare dai 3 ai 500 kg in circa 48 ore, per oltre 100.000 kg di erbe essiccate all’anno. L’essiccazione avviene a freddo tramite aria a 35-40 °C, ormai è quasi uno standard, ma noi in più, lavorando in casse a circuito chiuso, favoriamo l’evaporazione naturale, la pianta si autoraffredda e ciò preserva meglio - lo dimostrano analisi e colore - le sue proprietà: questo innovativo sistema di stabilizzazione mantiene integra la membrana cellulare della pianta. Poi sanitizziamo e confezioniamo senza punto metallico, in carta salva aroma totalmente biodegradabile e packaging ecocompatibile. Il tutto è alimentato a energia fotovoltaica autoprodotta o da fonti rinnovabili».
Usate anche filo in cotone biologico, tendete ovunque alla stessa purezza delle erbe.
«Cuciamo e chiudiamo le bustine con cotone bio perché il nostro intero processo sia bio: vogliamo mantenere un’etica anche nella parte del confezionamento».
Sempre a proposito di etica, suo padre in una intervista si dichiarava particolarmente fiero di aver emancipato molte terre di montagna prima dall’abbandono e poi dalla coltivazione o raccolta per vendita ai grossisti.
«Sì. Le erbe sono un rimedio antico, e lo sono sempre state soprattutto in montagna. L’erboristeria era anche cultura monasteriale, molti monasteri avevano il giardino botanico e là venivano creati i primi rimedi infusionali e gemmoterapici, linea seguita da molte aziende di oggi, tra cui noi. Le erbe sono preziose e vanno processate con cura perché passino da prodotto agricolo a bustina con reali benefici funzionali: è un impegno verso la natura e verso i consumatori. Coltiviamo l’80% delle nostre erbe e poi siamo acquirenti di materia prima non presente nelle nostre zone, spezie in generale, karkadé, zenzero, cacao, curcuma. Prendiamo tutta la frutta fresca al sud italia e poi essicchiamo col nostro metodo».
Valorizzare i prodotti del territorio significa anche creare lavoro e riportare in qualche modo vita nelle zone montane.
«Sì, c’è ritorno alla montagna e valorizzazione di ciò che essa può offrire. Noi abbiamo recuperato molti terreni abbandonati, qui vicino abbiamo piantato oltre 3000 alberi nel bosco, coltiviamo anche il bosco, ci dà sambuco, biancospino, betulla. Valorizzare i prodotti locali, con agricoltura sostenibile, è certamente una priorità. Valutiamo anche l’opportunità di coltivazione in loco: al posto del classico ginseng, che non è propriamente locale, utilizziamo la rodiola rosa, anche detta ginseng delle Alpi, come dolcificante coltiviamo la stevia, sembrava difficile, ma è stato molto più semplice del previsto. Nel nostro catalogo abbiamo anche ottimi tè, sicuramente più lontani, ma di alta qualità. Non possiamo importare tutto dall’estero per riprodurlo qui. C’è qualche sperimentazione di coltivazione di tè sul lago di Garda, però anche la biodiversità è legata al clima e alle caratteristiche di ciascun paese. Le piante sono influenzate dal terreno, dal clima, come ci insegna il classico esempio della menta piperita. Se coltivassimo talee di menta piperita di Pancalieri in Puglia o in Marocco assumerebbero forma, aroma, qualità diversi».
Avete anche il Giardino dei profumi, visitabile.
«È un catalogo a cielo aperto nel nostro areale produttivo a Melle: invece di sfogliare pagine con le foto delle erbe, i nostri clienti camminano nel Giardino dei Profumi tra oltre 200 piante. Progetto ambizioso, ma di grande risultato. Lavoriamo con scuole, gruppi, camminatori, turisti. Il Giardino è diventato il luogo di tantissimi eventi, dalla botanica alla cucina, facciamo le serate al chiaro di luna con le tisane. Vogliamo formare e informare i nostri clienti sul nostro mondo, spiegare il tanto lavoro che c’è dietro una tisana su uno scaffale.
Avevamo perduto la cultura delle erbe, ma grazie anche a produttori come voi la stiamo recuperando...
«Sì, ora il trend è contrario e sempre più persone si rivolgono ai rimedi naturali per piccole problematiche di ogni giorno. Bisogna anche dire che ci sono tante tisane sul mercato, ma poche realtà sono davvero serie».
Come si può distinguere?
«Il dosaggio è importantissimo e lo è anche cosa c’è nel filtro. La bustina filtro storicamente nasce per riciclare gli scarti delle parti più nobili delle piante date alle erboristerie. Un tritato di scarto nascosto all’occhio addittivato con aromi e coloranti, questa era la ricetta del passato della tisana in filtro, che si affiancava all’offerta di tè in filtro che invece stava già alzando la sua qualità produttiva. Noi da sempre abbiamo messo nelle bustine filtro la parte più nobile della pianta, la foglia depurata del gambo, la radice ripulita e tritata finemente, i fiori, laddove ci sono. E poi le bacche, con alto dosaggio, anche, di frutta, perché ci sono tisane di mirtillo che hanno il 7% di mirtillo bacche, le nostre hanno fino al 50% di bacche e 50% foglie, concentrazioni più importanti. La qualità si percepisce sia sulla quantità dei singoli ingredienti, sia sulla qualità: solo la parte più nobile. Quindi otteniamo le grammature giuste. Spesso, chi gramma molto, trita anche molti scarti. Non sempre la grammatura è indice di qualità. Noi gestiamo grammature intorno a 1 grammo, 1 grammo e mezzo, perché se te lo metto di puro fiore o foglie, non ho bisogno di mettere 3 grammi, ma 1 solo di fiore e 2 di gambi tritati senza gusto. Anche questo conduce a una qualità del prodotto e a una sua funzionalità».
Proviamo a dare qualche consiglio per una perfetta tisana. Meglio acqua minerale o quella del rubinetto?
«Tendenzialmente è preferibile una buona acqua, microbiologicamente pura, non clorata, non pesante, magari minerale di montagna, prelevata in bottiglie di vetro, o di buon acquedotto, o purificata in casa con filtri, o quella che molti comuni offrono nelle campane dell’acqua: il 99% dell’infuso è acqua».
Portiamo a bollore, spegniamo, caliamo la bustina: meglio il coperchio, come quando si fa il tè in teiera, o no? Ci sono anche tazze con coperchio, ormai.
«Di base, è consigliabile coprire con coperchio per evitare perdita di principi volatili, oli essenziali o parte dell’aroma».
Ci illustra, grossomodo, le funzionalità delle erbe?
«Il mondo delle tisane in prima battuta appare molto ampio, ma le macrocategorie sono 4, 5. Non sono consigli medici, naturalmente, ma i prodotti alla frutta sono tisane rimineralizzanti, adatti al mattino, più per il gusto, senza grandi proprietà. Per le digestive, la mia preferita è il mix che dai tempi dei nostri nonni allieta ogni fine pasto, salvia, limone e rosmarino. Rilassanti: come infuso serale la camomilla è la più conosciuta, ma se la lasciamo troppo in infusione può avere l’effetto contrario, va solo scottata, massimo 2 minuti di infusione. C’è anche il mix lavanda, melissa e basilico. Drenanti: tarassaco, limone, ortica, spirea, carciofo. Sgonfianti: finocchio. E poi benessere generale: l’echinacea alpina alza le difese immunitarie, abbinata a timo ed eucalipto ha un piacevole effetto balsamico in caso di tosse o mal di gola, la vecchia e buona malva allevia infiammazioni di gola, di cavo orale e il reflusso, grazie alle mucillagini che contiene».
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In dieci anni i consumi di piante officinali, tipiche della cultura contadina, sono raddoppiati. Caldi o freddi, gli infusi sono salutari ma anche gustosi.Luca Fasano, responsabile della storica azienda Valverbe: «Ne esiste una per ogni esigenza, ma attenzione ai tempi d’infusione».Lo speciale comprende due articoli.Forse Petrarca oggi avrebbe composto la canzone «Chiare, fresche et dolci tisane» anziché «acque» e avrebbe versificato così: Chiare, fresche et dolci tisane, / ove le belle labbra / pose colei che sola a me par donna, perché in Italia è letteralmente boom tisane. Fino agli anni Sessanta la pianta officinale magari autoraccolta, infusa e sorseggiata era parte perfino ovvia della cultura alimentare e delicatamente medicale, mentre i nati dal boom economico in poi, in città sempre più cementificate e prive di cultura contadina campagnola, hanno dovuto acquisirne l’abc attraverso le bustine filtro già pronte, per poi riconquistare dopo una consapevolezza più erboristica, stimolati anche da un mondo intanto divenuto globale che imponeva e permetteva una conoscenza sempre maggiore di caffè e tè provenienti da tutto il globo. Mondo caratterizzato anche da un salutismo di ritorno, dopo il bagno nell’edonismo dell’abbondanza alimentare e alcuni eccessi industriali, pensiamo alle camomille solubili con più zucchero che camomilla, e perciò di nuovo bendisposto verso l’antico rimedio della tisana vera. Andando a cercare tisane al bar, oltre a farci a casa quelle del supermercato, del foodie market, del monastero e delle erboristerie (in Italia ne abbiamo oltre 4000), abbiamo poi anche fatto in modo che l’infusione si affiancasse stabilmente al caffè, al caffellate e al tè nell’offerta horeca. Le bevande infusionali oggi in Italia alimentano un mercato che secondo alcune stime vale oltre 200 milioni di euro, con un raddoppio a doppia cifra dal 2010 al 2020 e un’ulteriore recentissima crescita del 20% rispetto al periodo pre Covid. Si è da poco svolto a Rimini, durante Macfrut, Spices & Herbs Global Expo, il primo salone in Europa interamente dedicato alla filiera delle piante aromatiche, medicinali e al commercio internazionale di erbe e spezie, con tavole rotonde dedicate al fascino e a molti altri aspetti più tecnici e contemporanei dell’infuso, ricercato come fonte di benessere, di gusto o di entrambi. Oggi, le piante officinali appartengono di nuovo alla cultura generale e alimentare: ogni giorno in Italia si consumano 7 milioni di infusi, di cui l’80% di camomilla, e la consapevolezza sulle proprietà degli altri infusi al netto di tè e camomilla diventa sempre maggiore. Tecnicamente, la tisana è un idrolito cioè un’infusione o una decozione di erbe, spezie o entrambe, in acqua e non contenente caffeina (quindi il caffè non è una tisana). La parola «tisana» proviene dal latino tisăna, variante di ptisăna, cioè «orzo mondato» e «decotto di orzo», che deriva da «mondare, sbucciare, macinare» (sottinteso, l’orzo). Il nome «tisana» indicava il decotto di orzo, poi qualsiasi infusione a scopo medicamentoso, oggi si differenzia tra tisana e infuso, sinonimi, e decotto. Le erbe o spezie, di solito massimo 5, sono la materia prima da cui estrarre i principi attivi che la tisana trasporterà nel nostro organismo: remedium cardinale (rimedio di base), adiuvans (adiuvante che potenzia il rimedio di base), costituens (complemento, per migliorare l’aspetto della tisana) e corrigens (correttore, per migliorare le caratteristiche organolettiche della tisana). Anche la misura delle erbe è importante, devono essere «taglio tisana», non una polvere, ma nemmeno troppo grandi. Non devono poi essere mescolate le parti dure e le parti tenere delle piante, poiché quelle dure sono per il decotto. Se l’infusione estrae i principi attivi da foglie e fiori, posti in acqua dopo che essa sia giunta a bollitura (solo in alcuni casi basta raggiungere un calore inferiore) e sia stata tolta dal fuoco, per corteccia, radici, legno o semi ci vuole più tempo e il fuoco acceso: il decotto è una bollitura. L’infusione serve a veicolare i principi attivi dalle piante officinali verso l’acqua e va da sé che lo spessore di una foglia, di un fiore, di un frutto o di qualsiasi altra parte erbacea della pianta sia inferiore rispetto a quello di una corteccia o di un seme: questi avranno bisogno di maggior tempo e del fuoco acceso, precise caratteristiche del decotto. Le tisane aromatiche prevedono fino a 5 minuti di infusione, quelle terapeutiche fino a 20. Finita l’infusione, si cola se le erbe sono state poste in acqua sciolte, se in filtro, quest’ultimo si strizza e rimuove. Oltre ai filtri solubili, diffusi da un po' per tisana calda o fredda, stanno diventando di moda gli infusi a freddo, anche detti macerati, ottenuti con infusione in acqua a temperatura ambiente per un tempo assai più lungo di qualche minuto (il macerato si consuma, anche, a temperatura ambiente), almeno 4 ore. Nessuno vieta di preparare infusi caldi e poi raffreddarli in frigo, proprio come si fa col tè e il caffè freddo, ma il macerato presenta la caratteristica di esser preparabile anche in assenza di fonte di calore per scaldare l’acqua. Ricordiamoci che le tisane, oltre che avere effetto medicamentoso, sono un modo per idratarsi. 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Negli anni Duemila ci siamo spostati a Melle e abbiamo realizzato una struttura di 4000 metri quadrati coperti. Da semplice azienda produttrice di piante medicinali all’ingrosso siamo diventati anche azienda confezionatrice di tisane in filtro, coprendo così l’intera filiera: raccolta, essiccazione, vendita al dettaglio». Tra gli obiettivi di Fasano e dei suoi collaboratori c’è «il recupero di antiche tradizioni erboristiche in chiave moderna, sfruttando le migliori tecnologie. La nostra filiera coltiva in biologico circa 50 ettari, opera la raccolta spontanea su altri 20 circa. Le erbe sono disidratate da 15 impianti di essiccazione a freddo, ciascuno può lavorare dai 3 ai 500 kg in circa 48 ore, per oltre 100.000 kg di erbe essiccate all’anno. L’essiccazione avviene a freddo tramite aria a 35-40 °C, ormai è quasi uno standard, ma noi in più, lavorando in casse a circuito chiuso, favoriamo l’evaporazione naturale, la pianta si autoraffredda e ciò preserva meglio - lo dimostrano analisi e colore - le sue proprietà: questo innovativo sistema di stabilizzazione mantiene integra la membrana cellulare della pianta. Poi sanitizziamo e confezioniamo senza punto metallico, in carta salva aroma totalmente biodegradabile e packaging ecocompatibile. Il tutto è alimentato a energia fotovoltaica autoprodotta o da fonti rinnovabili». Usate anche filo in cotone biologico, tendete ovunque alla stessa purezza delle erbe. «Cuciamo e chiudiamo le bustine con cotone bio perché il nostro intero processo sia bio: vogliamo mantenere un’etica anche nella parte del confezionamento». Sempre a proposito di etica, suo padre in una intervista si dichiarava particolarmente fiero di aver emancipato molte terre di montagna prima dall’abbandono e poi dalla coltivazione o raccolta per vendita ai grossisti. «Sì. Le erbe sono un rimedio antico, e lo sono sempre state soprattutto in montagna. L’erboristeria era anche cultura monasteriale, molti monasteri avevano il giardino botanico e là venivano creati i primi rimedi infusionali e gemmoterapici, linea seguita da molte aziende di oggi, tra cui noi. Le erbe sono preziose e vanno processate con cura perché passino da prodotto agricolo a bustina con reali benefici funzionali: è un impegno verso la natura e verso i consumatori. Coltiviamo l’80% delle nostre erbe e poi siamo acquirenti di materia prima non presente nelle nostre zone, spezie in generale, karkadé, zenzero, cacao, curcuma. Prendiamo tutta la frutta fresca al sud italia e poi essicchiamo col nostro metodo». Valorizzare i prodotti del territorio significa anche creare lavoro e riportare in qualche modo vita nelle zone montane. «Sì, c’è ritorno alla montagna e valorizzazione di ciò che essa può offrire. Noi abbiamo recuperato molti terreni abbandonati, qui vicino abbiamo piantato oltre 3000 alberi nel bosco, coltiviamo anche il bosco, ci dà sambuco, biancospino, betulla. Valorizzare i prodotti locali, con agricoltura sostenibile, è certamente una priorità. Valutiamo anche l’opportunità di coltivazione in loco: al posto del classico ginseng, che non è propriamente locale, utilizziamo la rodiola rosa, anche detta ginseng delle Alpi, come dolcificante coltiviamo la stevia, sembrava difficile, ma è stato molto più semplice del previsto. Nel nostro catalogo abbiamo anche ottimi tè, sicuramente più lontani, ma di alta qualità. Non possiamo importare tutto dall’estero per riprodurlo qui. C’è qualche sperimentazione di coltivazione di tè sul lago di Garda, però anche la biodiversità è legata al clima e alle caratteristiche di ciascun paese. Le piante sono influenzate dal terreno, dal clima, come ci insegna il classico esempio della menta piperita. Se coltivassimo talee di menta piperita di Pancalieri in Puglia o in Marocco assumerebbero forma, aroma, qualità diversi». Avete anche il Giardino dei profumi, visitabile. «È un catalogo a cielo aperto nel nostro areale produttivo a Melle: invece di sfogliare pagine con le foto delle erbe, i nostri clienti camminano nel Giardino dei Profumi tra oltre 200 piante. Progetto ambizioso, ma di grande risultato. Lavoriamo con scuole, gruppi, camminatori, turisti. Il Giardino è diventato il luogo di tantissimi eventi, dalla botanica alla cucina, facciamo le serate al chiaro di luna con le tisane. Vogliamo formare e informare i nostri clienti sul nostro mondo, spiegare il tanto lavoro che c’è dietro una tisana su uno scaffale. Avevamo perduto la cultura delle erbe, ma grazie anche a produttori come voi la stiamo recuperando... «Sì, ora il trend è contrario e sempre più persone si rivolgono ai rimedi naturali per piccole problematiche di ogni giorno. Bisogna anche dire che ci sono tante tisane sul mercato, ma poche realtà sono davvero serie». Come si può distinguere? «Il dosaggio è importantissimo e lo è anche cosa c’è nel filtro. La bustina filtro storicamente nasce per riciclare gli scarti delle parti più nobili delle piante date alle erboristerie. Un tritato di scarto nascosto all’occhio addittivato con aromi e coloranti, questa era la ricetta del passato della tisana in filtro, che si affiancava all’offerta di tè in filtro che invece stava già alzando la sua qualità produttiva. Noi da sempre abbiamo messo nelle bustine filtro la parte più nobile della pianta, la foglia depurata del gambo, la radice ripulita e tritata finemente, i fiori, laddove ci sono. E poi le bacche, con alto dosaggio, anche, di frutta, perché ci sono tisane di mirtillo che hanno il 7% di mirtillo bacche, le nostre hanno fino al 50% di bacche e 50% foglie, concentrazioni più importanti. La qualità si percepisce sia sulla quantità dei singoli ingredienti, sia sulla qualità: solo la parte più nobile. Quindi otteniamo le grammature giuste. Spesso, chi gramma molto, trita anche molti scarti. Non sempre la grammatura è indice di qualità. Noi gestiamo grammature intorno a 1 grammo, 1 grammo e mezzo, perché se te lo metto di puro fiore o foglie, non ho bisogno di mettere 3 grammi, ma 1 solo di fiore e 2 di gambi tritati senza gusto. Anche questo conduce a una qualità del prodotto e a una sua funzionalità». Proviamo a dare qualche consiglio per una perfetta tisana. Meglio acqua minerale o quella del rubinetto? «Tendenzialmente è preferibile una buona acqua, microbiologicamente pura, non clorata, non pesante, magari minerale di montagna, prelevata in bottiglie di vetro, o di buon acquedotto, o purificata in casa con filtri, o quella che molti comuni offrono nelle campane dell’acqua: il 99% dell’infuso è acqua». Portiamo a bollore, spegniamo, caliamo la bustina: meglio il coperchio, come quando si fa il tè in teiera, o no? Ci sono anche tazze con coperchio, ormai. «Di base, è consigliabile coprire con coperchio per evitare perdita di principi volatili, oli essenziali o parte dell’aroma». Ci illustra, grossomodo, le funzionalità delle erbe? «Il mondo delle tisane in prima battuta appare molto ampio, ma le macrocategorie sono 4, 5. Non sono consigli medici, naturalmente, ma i prodotti alla frutta sono tisane rimineralizzanti, adatti al mattino, più per il gusto, senza grandi proprietà. Per le digestive, la mia preferita è il mix che dai tempi dei nostri nonni allieta ogni fine pasto, salvia, limone e rosmarino. Rilassanti: come infuso serale la camomilla è la più conosciuta, ma se la lasciamo troppo in infusione può avere l’effetto contrario, va solo scottata, massimo 2 minuti di infusione. C’è anche il mix lavanda, melissa e basilico. Drenanti: tarassaco, limone, ortica, spirea, carciofo. Sgonfianti: finocchio. E poi benessere generale: l’echinacea alpina alza le difese immunitarie, abbinata a timo ed eucalipto ha un piacevole effetto balsamico in caso di tosse o mal di gola, la vecchia e buona malva allevia infiammazioni di gola, di cavo orale e il reflusso, grazie alle mucillagini che contiene».
(IStock)
La famiglia cui appartengono gli scorfani è quella degli Scorpaenidae, famiglia di pesci di mare ossei (quelli con lo scheletro fatto di osso, a differenza di quelli cartilaginei come la razza). Pochissime specie di questa famiglia possono vivere nelle acque dolci. Gli Scorpaenidae appartengono - salendo ancora più su - all’ordine degli Scorpaeniformes che si trovano in tutti i mari temperati, nei mari tropicali e subtropicali. Le specie di scorfani presenti nel nostro mar Mediterraneo sono tante: lo Scorpaena scrofa, appunto, cioè lo scorfano rosso, lo Scorpaena porcus (aridaje) ovvero lo scorfano nero, lo Scorpaena elongata cioè lo scorfano rosa, lo Scorpaena notata o scorfanotto, sottodimensionato rispetto ai suoi parenti perché arriva fino a circa 20 cm, esemplare più da zuppe che da altro, lo Scorpaenodes arenai, che non è parente di Tananai e che in italiano si chiama scorpenode mediterraneo, ancor più piccolo perché arriva a poco più di 10 cm e specie molto rara che da noi si trova soprattutto nello stretto di Messina, la Scorpaena maderensis in italiano scorfano di Madeira o scorfanotto squamoso che si trova in Portogallo, Canarie, Azzorre e Madera oltre che nel Mediterraneo.
Gli scorfani sono pesci bentonici. No, non abbiamo omesso lo spazio tra ben e tonici intendendo dire che hanno il corpo bello sodo. Anche se poi lo hanno. No, bentonico vuol dire che vive nel benthos, parola greca che significa abisso. La fauna bentonica (è quella dello zoobenthos, mentre i vegetali appartengono al fitobenthos), in mare o in acqua dolce, vive sul fondo. Gli scorfani hanno tutti forma più complessa, mettiamola così, del pesciolino argenteo e sottile che si disegna quando si vuole stilizzare un pesce. Il corpo, che a seconda delle specie come abbiamo visto può essere lungo dai 10 ai 90 cm e avere colore diverso, ma comunque molto vivo e con pelle dalla funzione mimetica, è schiacciato ai lati, la testa è grossa e accessoriata di creste ossee. Lo scorfano vive sui fondi rocciosi, di solito da 20 a 200 m di profondità, ma si può trovare anche in acque più basse, anche tra gli scogli e anche su fondi di sabbia. Non possiede un solo habitat, ma quello dei possibili in cui vive diventa il quartiere di cui lui diventa il ras: è talmente abitudinario che ci si può immergere in mare a distanza di tempo negli stessi punti e trovarci gli stessi scorfani. Che stanno lì a vivere e a cacciare per mangiare. Lo scorfano è un predatore che mangia altri pesci e crostacei e noi mangiamo lui. Il suo modo di cacciare è molto particolare. Stanzia immobile in un punto rialzato del fondale e appena una preda passa il nostro «bel» cacciatore scatta a razzo a catturarla a fauci aperte e gnàm. Lo scorfano può essere pericoloso non solo per chi, nella fauna acquatica, finisce nel suo stomaco, ma anche per noi. I raggi spinosi delle pinne dorsale, anale e ventrali e le spine opercolari dello scorfano, infatti, possiedono ghiandole velenifere. Insomma, è brutto e anche pericoloso, è brutto fuori e anche dentro, essendo un pesce velenoso. Diciamo relativamente velenoso e spieghiamo meglio. Ciò che avvelena sono le sue spine ma raramente, nell’increscioso caso in cui ci si punga, l’esito è mortale, diversamente dalle specie velenose tropicali. Le spine caratterizzate da ghiandole velenifere sono soprattutto quelle sulla pinna dorsale. Inoltre, il veleno è più tossico nel pesce da vivo, mentre in quello morto risulta meno tossico. La puntura risulta molto dolorosa e nell’increscioso caso in cui capitasse di pungersi con le sue spine (spinone) dorsali, mentre si corre prima possibile dal medico può essere utile sapere che il veleno, termolabile, si inattiva col calore e quindi giova immergere la parte punta in acqua calda, sui 45 °C. Quando lo scorfano è acquistato già pulito, questo rischio di puntura è ovviamente eliminato e, comunque, lo abbiamo detto, raramente la puntura è mortale. Definiamo il «raramente»: le eccezioni alla regola della non letalità dell’intossicazione da veleno di scorfano sono due parenti dello scorfano, il pesce scorpione, Pteroinae volitans, e il pesce pietra, Symanceia verrucosa. Di queste punture si può morire. Tuttavia, nel Mediterraneo gli scorfani abitualmente consumati sono lo Scorpaena scrofa, lo Scorpaena porcus e l’Helicolenus dactylopterus, rispettivamente lo scorfano rosso o di scoglio, lo scorfano nero o di fondale e lo scorfano di sabbia. Però il pesce scorpione sta invadendo il Mediterraneo, quindi se pescate fate molta attenzione.
Lo scorfano si riproduce tra maggio ed agosto e si pesca anche adesso in gennaio con lenze, palamiti e reti a strascico.
Come pulire lo scorfano per cucinarlo? Seguiamo i consigli del sito Galbani.it: «Innanzitutto, quando dovete pulire e sfilettare lo scorfano, munitevi sempre di guanti per evitare di pungervi con le sue spine perché la pinna caudale e le sue protuberanze sono urticanti. Potete scegliere normali guanti di lattice o, se siete professionisti della cucina, quelli adatti alla pulizia del pesce. Infilate i guanti e sistemate il pesce su un piano di lavoro: con un coltello affilato, incidete il ventre partendo dalla testa fino alla coda ed eliminate le interiora. Sciacquatelo subito sotto l’acqua corrente e tagliate le pinne, partendo da quella del ventre, per arrivare a quella pettorale e dorsale. Con il coltello, private lo scorfano delle squame e delle spine velenose, dalla coda alla testa e risciacquatelo sotto l’acqua. A questo punto, asportate la testa per rendere l’operazione più agevole e incidete lo scorfano lungo il dorso e apritelo in due. Fate scorrere la lama del coltello per staccare il primo filetto e procedete allo stesso modo anche dall'altro lato. Con gli scarti potrete insaporire risotti, secondi e primi piatti, degni del migliore ristorante di pesce».
In cucina, lo scorfano è ingrediente innanzitutto di zuppe leggendarie, come il cacciucco alla livornese e, in Francia, la bouillabaisse. E oltre che buono nelle zuppe o in altre preparazioni, come al forno, intero, in umido eccetera, è anche un pesce che fa bene. Si tratta innanzitutto di una fonte proteica, completa di tutti gli amminoacidi come è per le carni animali, fonte proteica però decisamente magra rispetto ad altre. 100 grammi di scorfano infatti offrono un apporto di circa 82 calorie, ripartite in questo modo: 93% da proteine, 4% da lipidi e 3% carboidrati. Esaminando i valori in grammi e milligrammi e anche i micronutrienti (vitamine e sali minerali) oltre che i macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi, acqua e fibre), in 100 grammi di polpa di scorfano troviamo: 79 g di acqua, 19 g di proteine, 0,4 g di lipidi, 67 mg di colesterolo, 0,6 g di carboidrati, 465 mg di potassio, 21 mg di magnesio, 61 mg di calcio, 5,5 mg di ferro, 1,8 mg di zinco, 0,5 mg di rame. E non dimentichiamo lo iodio, fondamentale per il corretto funzionamento della tiroide.
Abbiamo detto pesce magro e ciò fa la differenza con pesci più consumati per approvvigionarsi di omega 3, il motivo principale per cui ci rivolgiamo al pesce, che recentemente vanno di moda e che però sono più grassi (oltre che per lo più di allevamento, mentre lo scorfano è un pesce pescato). Il salmone, per esempio, che fresco ha 185 calorie ogni 100 g, quasi il 60% da grassi e il 40% da proteine. In 100 g di salmone fresco noi troviamo 12 g di grassi e tra 35 e 70 mg di colesterolo, una situazione lipidica complessiva diversa da quella dello scorfano. Non bisogna assolutizzare, né ora demonizzare il salmone, vogliamo solo dire che invece di mangiare solo salmone sette giorni su sette come ahinoi molti fanno davvero, si può alternare con lo scorfano, per fare sì scorta di omega 3, evitando però il quantitativo complessivamente superiore di grassi del salmone. Gli omega 3 riducono il rischio di infarto e ictus, abbassano i livelli di trigliceridi e colesterolo LDL (cosiddetto cattivo) nel sangue, prevengono la formazione di trombi, migliorano l’umore, riducono il rischio di sviluppare demenza e Alzheimer. La carne magra dello scorfano è altamente digeribile e questo la rende adatta anche ad anziani, bambini e a chi ha lo stomaco che non tollera pesantezza. Insomma, brutto fuori e dentro per la potenzialità velenosa, ma in fondo buono per la nostra salute.
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Monsignor Antonio Staglianò (Imagoeconomica)
In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».
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Fabrizio Corona e la locandina della docuserie Io sono notizia (Ansa)
Fabrizio Corona sempre al centro dell’attenzione. Dopo la querelle giudiziaria iniziata con il conduttore televisivo Alfonso Signorini, è disponibile su Netflix da venerdì 9 Io sono notizia, la docuserie composta da cinque episodi che racconta la parabola personale e professionale dell’ex re dei paparazzi «ripercorrendo gli scandali e i cambiamenti sociali della storia italiana recente», promettono da Netflix. Un’opera, quella del regista Massimo Cappello, per la quale il produttore, Bloom media house (una srl guidata da Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai), ha speso complessivamente quasi 2,5 milioni di euro ricevendone, però, quasi 800.000 (per la precisione, 793.629) dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli sotto forma di tax credit produzione.
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(IStock)
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
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