True
2022-08-16
Agosto 1942: la battaglia di Guadalcanal e la storia di un eroe italoamericano
True
Marines della 1st Marine Division nella giungla paludosa di Guadalcanal (Us Navy Archives)
Dopo le battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway, nella tarda primavera del 1942, l'espansione giapponese nel Pacifico si era arrestata. Tuttavia, l'occupazione da parte dei nipponici dell'isola di Guadalcanal nell'arcipelago delle Salomone e la successiva costruzione di un aeroporto nella parte settentrionale dell'isola significarono per gli Americani una seria minaccia per i collegamenti tra l'Australia e le basi alle Hawaii. Nel luglio del 1942 gli Americani optarono per un'invasione anfibia piuttosto che per un attacco dal cielo, in modo da poter occupare stabilmente l'isola e sfruttare l'aeroporto costruito dai Giapponesi. A soli 7 mesi dall'ingresso in guerra degli Usa dopo l'attacco a Pearl Harbour, l'unica forza militare adatta ad una simile operazione erano i Marines della Prima Divisione, che stavano però ancora completando l'addestramento in South Carolina e che non avevano mai visto fino ad allora il campo di battaglia. Di fronte a loro, circa 7.000 soldati giapponesi abituati alla battaglia e al territorio paludoso e inospitale presidiavano l'isola, protetti a Nordest dalla IV flotta della Marina Imperiale nipponica. Comandava i Marines il generale Alexander A. Vandergrift. La data dello sbarco fu fissata per il giorno 7 agosto 1942 coperto da un supporto aeronavale di grandi dimensioni. In 36 ore, senza incontrare grande resistenza da parte nemica i Marines occuparono l'aeroporto, subito ribattezzato Henderson Field in onore di un pilota della Marina scomparso durante la precedente battaglia delle Midway. La reazione giapponese avvenne due giorni dopo, con la IV flotta che ingaggiò una violenta battaglia navale notturna. Per la flotta americana fu un duro colpo, con la perdita di ben 6 unità navali in circa mezz'ora. La sorpresa, che fece presagire la prospettiva di una lunga lotta per Guadalcanal, impose alla Marina americana il supporto di ulteriori forze, che videro l'arrivo delle portaerei USS Saratoga, USS Enterprise e la nave USS North Carolina. Il 24 agosto 1942 le flotte vennero di nuovo in contatto, questa volta con la intera Prima divisione navale giapponese del Contrammiraglio Nagomo Chuichi. La feroce battaglia vide danneggiate entrambe le flotte, con il danneggiamento da parte americana delle portaerei leggere Ryujo e la nave porta idrovolanti Chitose. Dall'altra parte i bombardieri nipponici colpirono seriamente la USS Enterprise al timone che, senza possibilità di essere governata, rischiò di essere affondata dalla successiva ondata di aerei nipponici e si salvò soltanto per un errore di localizzazione da parte della formazione nemica. Subito dopo la battaglia di fine agosto, un tentativo di sortita da parte della forza navale di supporto guidata dal contrammiraglio Tanaka Raizo fallì con gravi perdite e da quel momento la Marina imperiale giapponese cambiò strategia. Fu proprio Raizo a concepire la tattica del supporto navale alle forze di terra con l'impiego di convogli navali notturni attraverso il canale delle isole Salomone, che sarà in seguito chiamato dagli Americani che occupavano Guadalcanal “Tokyo Express”. Nei sei mesi seguenti, vi fu uno stallo operativo durante il quale l'aeroporto Henderson Field fu bombardato ripetutamente dalla flotta navale giapponese contemporaneamente ad azioni lampo dei sottomarini nipponici, che costarono agli Americani la perdita della portaerei USS Wasp, affondata dall'U-19 della Marina imperiale.
Le operazioni di terra.
I convogli giapponesi “Tokyo express” funzionarono ininterrottamente e con buon esito, fatto che garantì il rifornimento di armi e uomini sull'isola di Guadalcanal, mentre gli scontri navali ripresero vigorosi, con perdite da entrambe le parti. A terra, dopo lo sbarco di agosto 1942, i Marines a difesa dell'aeroporto di Guadalcanal erano saliti a 11.000 unità, protetti dalla forza aerea ribattezzata “Cactus Air Force”, che vide la partecipazione delle forze dell'Esercito, dell'Aviazione di Marina e dell'Usaaf. Gli americani furono così in grado di proteggere la preziosissima pista di aviazione, anche di fronte ad un primo tentativo di assalto via terra attuato dai Giapponesi che avevano sottostimato la forza nemica. Un contingente di 900 soldati nipponici formato prevalentemente da vecchi riservisti fu falciato dalle armi americane a protezione di Henderson Field. Tra il 13 ed il 14 settembre 1942, 800 Marines agli ordini del colonnello Merritt “Red Mike” Edson furono obiettivo di un violentissimo attacco nemico alle difese dell'aeroporto, ma furono tuttavia in grado di resistere tenacemente contro una forza tre volte maggiore. Sempre per gli effetti del “Tokyo express”, gli effettivi Giapponesi durante il mese di ottobre del 1942 passarono alla ragguardevole cifra di 36.000 unità concentrate nella zona Nordoccidentale dell'isola, tanto che il 25 di quel mese un solo battaglione di Marines fu attaccato da due interi reggimenti nemici. Si trattava del 1°battaglione del 7° reggimento Marines guidato dal colonnello Chesty Puller (in seguito insignito della massima onorificenza di Marina, la Navy Cross). In questa occasione si distinguerà particolarmente il sergente di origini italiane John Basilone, di cui si parlerà in seguito. La resistenza americana permise di aumentare la presenza presso Henderson Field ad una forza di 44.000 uomini, di cui facevano parte anche reparti di fanteria venuti in supporto ai Marines. La potenza soverchiante degli Americani portò ad una graduale compressione dei Giapponesi verso la parte Nordoccidentale di Guadalcanal, che portò alla cessazione degli attacchi contro l'aeroporto e alla successiva evacuazione degli ultimi 12.000 soldati giapponesi dopo sei lunghi mesi di combattimenti. I nipponici ebbero gravi perdite, con circa 24mila morti , mentre il successo americano fu evidenziato dalle perdite limitate a 1.600 unità. Tra questi molti furono i decessi dovuti alla malaria, endemica nelle paludi malsane di Guadalcanal. Dal febbraio del 1943 le isole Salomone saranno definitivamente in mano alleata.
Storia di John Basilone, detto “Manila John”.
John Basilone era nato a Buffalo, stato di New york, il 4 novembre 1916. Figlio di immigrati beneventani crebbe a Raritan, New Jersey, dove nell'infanzia era solito seguire con altri bambini della comunità italiana i carretti di frutta e verdura facendo lo strillone. Ragazzo vivacissimo e di bell'aspetto, caratterizzato da una spiccata socievolezza, John terminò gli studi a 15 anni e dopo un periodo di impiego come garzone e poi autista di una catena di lavanderie, scelse di arruolarsi nell'esercito al compimento dei 18 anni nel 1934. Inviato nelle basi delle Filippine, svolse due turni di impiego operativo in seguito ai quali guadagnò il soprannome di “Manila John” e fu congedato due anni dopo con onore. Tornato a Raritan, lavorò per un periodo presso un'azienda chimica, ma il richiamo delle armi fu più forte. Nel 1940, quando in Europa già la guerra infuriava, scelse di arruolarsi nuovamente, questa volta nel Corpo dei Marines. Fu addestrato a Quantico, Parris Island e New River mentre gli Stati Uniti entravano in guerra alla fine del 1941. Inquarato nella 1st Marine Division fu tra i primi a sbarcare a Guadalcanal nell'agosto del 1942. Il 25 ottobre il sergente John Basilone, mitragliere, si trovò nel più violento attacco giapponese di tutta la battaglia per Guadalcanal. Da una buca acquitrinosa, messo al comando di due nidi di mitraglia compì l'azione più eroica di tutta la battaglia. I compagni di una delle due batterie furono infatti massacrati dal fuoco giapponese poco dopo l'inizio dell'attacco. Fu così che Manila John decise di fare la spola tra le due postazioni, azionando contemporaneamente le due armi e usando la pistola di ordinanza mentre le armi surriscaldavano. Quando le munizioni iniziarono a scarseggiare e il nemico forte di due intere divisioni continuava a premere ai confini dell'aeroporto Henderson Field, Basilone non esitò a uscire a più riprese dalla postazione sotto il fuoco giapponese per recuperare i nastri delle mitragliatrici. Quando i nemici si ritirarono, di fronte a una sola delle due armi automatiche comandate dal sergente italoamericano giacevano 38 corpi. Con la sua azione di sbarramento incessante, aveva impedito che i Giapponesi sfondassero le difese e dilagassero nella zona dell'aeroporto. Per l'azione eroica fu il primo a Guadalcanal a essere insignito di una delle più alte onorificenze per gli Stati Uniti, la Congressional Medal of Honor. Tornò a casa nel settembre 1943 dove fu premiato economicamente e in seguito utilizzato dal Corpo dei Marines per la propaganda a favore delle sottoscrizioni di bond di guerra. Ma ancora una volta il suo carattere lo fece di nuovo pensare all'azione. Chiese ed ottenne di tornare nel teatro del Pacifico e con il 27°reggimento della 5th Marine Division sbarcò ad Iwo Jima. L'obiettivo era anche in questo caso un aeroporto giapponese, quello di Motoyama. Durante l'azione offensiva John Basilone fu colpito mortalmente da una granata giapponese. Era il 19 febbraio 1945. Alla Medal of Honor fu affiancata la massima onorificenza della Marina Usa, la Navy Cross. Il suo corpo riposa nel cimitero degli eroi di Arlington, Virginia. Lasciò la moglie Lena Mae Riggi, anche lei di origini italoamericane e arruolata come John nei Marines durante la guerra. Quando fu falciato dalla granata Manila John aveva 32 anni. A lui sono state dedicate due navi della Marina americana, La USS Basilone (DD-824) in servizio fino al 1977 e la attuale USS John Basilone (DDG-822), varata a ottant'anni dall'impresa eroica di Guadalcanal il 18 giugno 2022.
Continua a leggereRiduci
L'isola delle Salomone fu teatro di una battaglia lunga sei mesi. La vittoria americana cambiò gli equilibri nel Pacifico. Fu il primo sbarco dei Marines tra i quali si distinse l'italoamericano John Basilone.Dopo le battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway, nella tarda primavera del 1942, l'espansione giapponese nel Pacifico si era arrestata. Tuttavia, l'occupazione da parte dei nipponici dell'isola di Guadalcanal nell'arcipelago delle Salomone e la successiva costruzione di un aeroporto nella parte settentrionale dell'isola significarono per gli Americani una seria minaccia per i collegamenti tra l'Australia e le basi alle Hawaii. Nel luglio del 1942 gli Americani optarono per un'invasione anfibia piuttosto che per un attacco dal cielo, in modo da poter occupare stabilmente l'isola e sfruttare l'aeroporto costruito dai Giapponesi. A soli 7 mesi dall'ingresso in guerra degli Usa dopo l'attacco a Pearl Harbour, l'unica forza militare adatta ad una simile operazione erano i Marines della Prima Divisione, che stavano però ancora completando l'addestramento in South Carolina e che non avevano mai visto fino ad allora il campo di battaglia. Di fronte a loro, circa 7.000 soldati giapponesi abituati alla battaglia e al territorio paludoso e inospitale presidiavano l'isola, protetti a Nordest dalla IV flotta della Marina Imperiale nipponica. Comandava i Marines il generale Alexander A. Vandergrift. La data dello sbarco fu fissata per il giorno 7 agosto 1942 coperto da un supporto aeronavale di grandi dimensioni. In 36 ore, senza incontrare grande resistenza da parte nemica i Marines occuparono l'aeroporto, subito ribattezzato Henderson Field in onore di un pilota della Marina scomparso durante la precedente battaglia delle Midway. La reazione giapponese avvenne due giorni dopo, con la IV flotta che ingaggiò una violenta battaglia navale notturna. Per la flotta americana fu un duro colpo, con la perdita di ben 6 unità navali in circa mezz'ora. La sorpresa, che fece presagire la prospettiva di una lunga lotta per Guadalcanal, impose alla Marina americana il supporto di ulteriori forze, che videro l'arrivo delle portaerei USS Saratoga, USS Enterprise e la nave USS North Carolina. Il 24 agosto 1942 le flotte vennero di nuovo in contatto, questa volta con la intera Prima divisione navale giapponese del Contrammiraglio Nagomo Chuichi. La feroce battaglia vide danneggiate entrambe le flotte, con il danneggiamento da parte americana delle portaerei leggere Ryujo e la nave porta idrovolanti Chitose. Dall'altra parte i bombardieri nipponici colpirono seriamente la USS Enterprise al timone che, senza possibilità di essere governata, rischiò di essere affondata dalla successiva ondata di aerei nipponici e si salvò soltanto per un errore di localizzazione da parte della formazione nemica. Subito dopo la battaglia di fine agosto, un tentativo di sortita da parte della forza navale di supporto guidata dal contrammiraglio Tanaka Raizo fallì con gravi perdite e da quel momento la Marina imperiale giapponese cambiò strategia. Fu proprio Raizo a concepire la tattica del supporto navale alle forze di terra con l'impiego di convogli navali notturni attraverso il canale delle isole Salomone, che sarà in seguito chiamato dagli Americani che occupavano Guadalcanal “Tokyo Express”. Nei sei mesi seguenti, vi fu uno stallo operativo durante il quale l'aeroporto Henderson Field fu bombardato ripetutamente dalla flotta navale giapponese contemporaneamente ad azioni lampo dei sottomarini nipponici, che costarono agli Americani la perdita della portaerei USS Wasp, affondata dall'U-19 della Marina imperiale. Le operazioni di terra.I convogli giapponesi “Tokyo express” funzionarono ininterrottamente e con buon esito, fatto che garantì il rifornimento di armi e uomini sull'isola di Guadalcanal, mentre gli scontri navali ripresero vigorosi, con perdite da entrambe le parti. A terra, dopo lo sbarco di agosto 1942, i Marines a difesa dell'aeroporto di Guadalcanal erano saliti a 11.000 unità, protetti dalla forza aerea ribattezzata “Cactus Air Force”, che vide la partecipazione delle forze dell'Esercito, dell'Aviazione di Marina e dell'Usaaf. Gli americani furono così in grado di proteggere la preziosissima pista di aviazione, anche di fronte ad un primo tentativo di assalto via terra attuato dai Giapponesi che avevano sottostimato la forza nemica. Un contingente di 900 soldati nipponici formato prevalentemente da vecchi riservisti fu falciato dalle armi americane a protezione di Henderson Field. Tra il 13 ed il 14 settembre 1942, 800 Marines agli ordini del colonnello Merritt “Red Mike” Edson furono obiettivo di un violentissimo attacco nemico alle difese dell'aeroporto, ma furono tuttavia in grado di resistere tenacemente contro una forza tre volte maggiore. Sempre per gli effetti del “Tokyo express”, gli effettivi Giapponesi durante il mese di ottobre del 1942 passarono alla ragguardevole cifra di 36.000 unità concentrate nella zona Nordoccidentale dell'isola, tanto che il 25 di quel mese un solo battaglione di Marines fu attaccato da due interi reggimenti nemici. Si trattava del 1°battaglione del 7° reggimento Marines guidato dal colonnello Chesty Puller (in seguito insignito della massima onorificenza di Marina, la Navy Cross). In questa occasione si distinguerà particolarmente il sergente di origini italiane John Basilone, di cui si parlerà in seguito. La resistenza americana permise di aumentare la presenza presso Henderson Field ad una forza di 44.000 uomini, di cui facevano parte anche reparti di fanteria venuti in supporto ai Marines. La potenza soverchiante degli Americani portò ad una graduale compressione dei Giapponesi verso la parte Nordoccidentale di Guadalcanal, che portò alla cessazione degli attacchi contro l'aeroporto e alla successiva evacuazione degli ultimi 12.000 soldati giapponesi dopo sei lunghi mesi di combattimenti. I nipponici ebbero gravi perdite, con circa 24mila morti , mentre il successo americano fu evidenziato dalle perdite limitate a 1.600 unità. Tra questi molti furono i decessi dovuti alla malaria, endemica nelle paludi malsane di Guadalcanal. Dal febbraio del 1943 le isole Salomone saranno definitivamente in mano alleata.Storia di John Basilone, detto “Manila John”.John Basilone era nato a Buffalo, stato di New york, il 4 novembre 1916. Figlio di immigrati beneventani crebbe a Raritan, New Jersey, dove nell'infanzia era solito seguire con altri bambini della comunità italiana i carretti di frutta e verdura facendo lo strillone. Ragazzo vivacissimo e di bell'aspetto, caratterizzato da una spiccata socievolezza, John terminò gli studi a 15 anni e dopo un periodo di impiego come garzone e poi autista di una catena di lavanderie, scelse di arruolarsi nell'esercito al compimento dei 18 anni nel 1934. Inviato nelle basi delle Filippine, svolse due turni di impiego operativo in seguito ai quali guadagnò il soprannome di “Manila John” e fu congedato due anni dopo con onore. Tornato a Raritan, lavorò per un periodo presso un'azienda chimica, ma il richiamo delle armi fu più forte. Nel 1940, quando in Europa già la guerra infuriava, scelse di arruolarsi nuovamente, questa volta nel Corpo dei Marines. Fu addestrato a Quantico, Parris Island e New River mentre gli Stati Uniti entravano in guerra alla fine del 1941. Inquarato nella 1st Marine Division fu tra i primi a sbarcare a Guadalcanal nell'agosto del 1942. Il 25 ottobre il sergente John Basilone, mitragliere, si trovò nel più violento attacco giapponese di tutta la battaglia per Guadalcanal. Da una buca acquitrinosa, messo al comando di due nidi di mitraglia compì l'azione più eroica di tutta la battaglia. I compagni di una delle due batterie furono infatti massacrati dal fuoco giapponese poco dopo l'inizio dell'attacco. Fu così che Manila John decise di fare la spola tra le due postazioni, azionando contemporaneamente le due armi e usando la pistola di ordinanza mentre le armi surriscaldavano. Quando le munizioni iniziarono a scarseggiare e il nemico forte di due intere divisioni continuava a premere ai confini dell'aeroporto Henderson Field, Basilone non esitò a uscire a più riprese dalla postazione sotto il fuoco giapponese per recuperare i nastri delle mitragliatrici. Quando i nemici si ritirarono, di fronte a una sola delle due armi automatiche comandate dal sergente italoamericano giacevano 38 corpi. Con la sua azione di sbarramento incessante, aveva impedito che i Giapponesi sfondassero le difese e dilagassero nella zona dell'aeroporto. Per l'azione eroica fu il primo a Guadalcanal a essere insignito di una delle più alte onorificenze per gli Stati Uniti, la Congressional Medal of Honor. Tornò a casa nel settembre 1943 dove fu premiato economicamente e in seguito utilizzato dal Corpo dei Marines per la propaganda a favore delle sottoscrizioni di bond di guerra. Ma ancora una volta il suo carattere lo fece di nuovo pensare all'azione. Chiese ed ottenne di tornare nel teatro del Pacifico e con il 27°reggimento della 5th Marine Division sbarcò ad Iwo Jima. L'obiettivo era anche in questo caso un aeroporto giapponese, quello di Motoyama. Durante l'azione offensiva John Basilone fu colpito mortalmente da una granata giapponese. Era il 19 febbraio 1945. Alla Medal of Honor fu affiancata la massima onorificenza della Marina Usa, la Navy Cross. Il suo corpo riposa nel cimitero degli eroi di Arlington, Virginia. Lasciò la moglie Lena Mae Riggi, anche lei di origini italoamericane e arruolata come John nei Marines durante la guerra. Quando fu falciato dalla granata Manila John aveva 32 anni. A lui sono state dedicate due navi della Marina americana, La USS Basilone (DD-824) in servizio fino al 1977 e la attuale USS John Basilone (DDG-822), varata a ottant'anni dall'impresa eroica di Guadalcanal il 18 giugno 2022.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
Continua a leggereRiduci
Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
Continua a leggereRiduci
Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
Continua a leggereRiduci
«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
Continua a leggereRiduci