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2022-08-16
Agosto 1942: la battaglia di Guadalcanal e la storia di un eroe italoamericano
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Marines della 1st Marine Division nella giungla paludosa di Guadalcanal (Us Navy Archives)
Dopo le battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway, nella tarda primavera del 1942, l'espansione giapponese nel Pacifico si era arrestata. Tuttavia, l'occupazione da parte dei nipponici dell'isola di Guadalcanal nell'arcipelago delle Salomone e la successiva costruzione di un aeroporto nella parte settentrionale dell'isola significarono per gli Americani una seria minaccia per i collegamenti tra l'Australia e le basi alle Hawaii. Nel luglio del 1942 gli Americani optarono per un'invasione anfibia piuttosto che per un attacco dal cielo, in modo da poter occupare stabilmente l'isola e sfruttare l'aeroporto costruito dai Giapponesi. A soli 7 mesi dall'ingresso in guerra degli Usa dopo l'attacco a Pearl Harbour, l'unica forza militare adatta ad una simile operazione erano i Marines della Prima Divisione, che stavano però ancora completando l'addestramento in South Carolina e che non avevano mai visto fino ad allora il campo di battaglia. Di fronte a loro, circa 7.000 soldati giapponesi abituati alla battaglia e al territorio paludoso e inospitale presidiavano l'isola, protetti a Nordest dalla IV flotta della Marina Imperiale nipponica. Comandava i Marines il generale Alexander A. Vandergrift. La data dello sbarco fu fissata per il giorno 7 agosto 1942 coperto da un supporto aeronavale di grandi dimensioni. In 36 ore, senza incontrare grande resistenza da parte nemica i Marines occuparono l'aeroporto, subito ribattezzato Henderson Field in onore di un pilota della Marina scomparso durante la precedente battaglia delle Midway. La reazione giapponese avvenne due giorni dopo, con la IV flotta che ingaggiò una violenta battaglia navale notturna. Per la flotta americana fu un duro colpo, con la perdita di ben 6 unità navali in circa mezz'ora. La sorpresa, che fece presagire la prospettiva di una lunga lotta per Guadalcanal, impose alla Marina americana il supporto di ulteriori forze, che videro l'arrivo delle portaerei USS Saratoga, USS Enterprise e la nave USS North Carolina. Il 24 agosto 1942 le flotte vennero di nuovo in contatto, questa volta con la intera Prima divisione navale giapponese del Contrammiraglio Nagomo Chuichi. La feroce battaglia vide danneggiate entrambe le flotte, con il danneggiamento da parte americana delle portaerei leggere Ryujo e la nave porta idrovolanti Chitose. Dall'altra parte i bombardieri nipponici colpirono seriamente la USS Enterprise al timone che, senza possibilità di essere governata, rischiò di essere affondata dalla successiva ondata di aerei nipponici e si salvò soltanto per un errore di localizzazione da parte della formazione nemica. Subito dopo la battaglia di fine agosto, un tentativo di sortita da parte della forza navale di supporto guidata dal contrammiraglio Tanaka Raizo fallì con gravi perdite e da quel momento la Marina imperiale giapponese cambiò strategia. Fu proprio Raizo a concepire la tattica del supporto navale alle forze di terra con l'impiego di convogli navali notturni attraverso il canale delle isole Salomone, che sarà in seguito chiamato dagli Americani che occupavano Guadalcanal “Tokyo Express”. Nei sei mesi seguenti, vi fu uno stallo operativo durante il quale l'aeroporto Henderson Field fu bombardato ripetutamente dalla flotta navale giapponese contemporaneamente ad azioni lampo dei sottomarini nipponici, che costarono agli Americani la perdita della portaerei USS Wasp, affondata dall'U-19 della Marina imperiale.
Le operazioni di terra.
I convogli giapponesi “Tokyo express” funzionarono ininterrottamente e con buon esito, fatto che garantì il rifornimento di armi e uomini sull'isola di Guadalcanal, mentre gli scontri navali ripresero vigorosi, con perdite da entrambe le parti. A terra, dopo lo sbarco di agosto 1942, i Marines a difesa dell'aeroporto di Guadalcanal erano saliti a 11.000 unità, protetti dalla forza aerea ribattezzata “Cactus Air Force”, che vide la partecipazione delle forze dell'Esercito, dell'Aviazione di Marina e dell'Usaaf. Gli americani furono così in grado di proteggere la preziosissima pista di aviazione, anche di fronte ad un primo tentativo di assalto via terra attuato dai Giapponesi che avevano sottostimato la forza nemica. Un contingente di 900 soldati nipponici formato prevalentemente da vecchi riservisti fu falciato dalle armi americane a protezione di Henderson Field. Tra il 13 ed il 14 settembre 1942, 800 Marines agli ordini del colonnello Merritt “Red Mike” Edson furono obiettivo di un violentissimo attacco nemico alle difese dell'aeroporto, ma furono tuttavia in grado di resistere tenacemente contro una forza tre volte maggiore. Sempre per gli effetti del “Tokyo express”, gli effettivi Giapponesi durante il mese di ottobre del 1942 passarono alla ragguardevole cifra di 36.000 unità concentrate nella zona Nordoccidentale dell'isola, tanto che il 25 di quel mese un solo battaglione di Marines fu attaccato da due interi reggimenti nemici. Si trattava del 1°battaglione del 7° reggimento Marines guidato dal colonnello Chesty Puller (in seguito insignito della massima onorificenza di Marina, la Navy Cross). In questa occasione si distinguerà particolarmente il sergente di origini italiane John Basilone, di cui si parlerà in seguito. La resistenza americana permise di aumentare la presenza presso Henderson Field ad una forza di 44.000 uomini, di cui facevano parte anche reparti di fanteria venuti in supporto ai Marines. La potenza soverchiante degli Americani portò ad una graduale compressione dei Giapponesi verso la parte Nordoccidentale di Guadalcanal, che portò alla cessazione degli attacchi contro l'aeroporto e alla successiva evacuazione degli ultimi 12.000 soldati giapponesi dopo sei lunghi mesi di combattimenti. I nipponici ebbero gravi perdite, con circa 24mila morti , mentre il successo americano fu evidenziato dalle perdite limitate a 1.600 unità. Tra questi molti furono i decessi dovuti alla malaria, endemica nelle paludi malsane di Guadalcanal. Dal febbraio del 1943 le isole Salomone saranno definitivamente in mano alleata.
Storia di John Basilone, detto “Manila John”.
John Basilone era nato a Buffalo, stato di New york, il 4 novembre 1916. Figlio di immigrati beneventani crebbe a Raritan, New Jersey, dove nell'infanzia era solito seguire con altri bambini della comunità italiana i carretti di frutta e verdura facendo lo strillone. Ragazzo vivacissimo e di bell'aspetto, caratterizzato da una spiccata socievolezza, John terminò gli studi a 15 anni e dopo un periodo di impiego come garzone e poi autista di una catena di lavanderie, scelse di arruolarsi nell'esercito al compimento dei 18 anni nel 1934. Inviato nelle basi delle Filippine, svolse due turni di impiego operativo in seguito ai quali guadagnò il soprannome di “Manila John” e fu congedato due anni dopo con onore. Tornato a Raritan, lavorò per un periodo presso un'azienda chimica, ma il richiamo delle armi fu più forte. Nel 1940, quando in Europa già la guerra infuriava, scelse di arruolarsi nuovamente, questa volta nel Corpo dei Marines. Fu addestrato a Quantico, Parris Island e New River mentre gli Stati Uniti entravano in guerra alla fine del 1941. Inquarato nella 1st Marine Division fu tra i primi a sbarcare a Guadalcanal nell'agosto del 1942. Il 25 ottobre il sergente John Basilone, mitragliere, si trovò nel più violento attacco giapponese di tutta la battaglia per Guadalcanal. Da una buca acquitrinosa, messo al comando di due nidi di mitraglia compì l'azione più eroica di tutta la battaglia. I compagni di una delle due batterie furono infatti massacrati dal fuoco giapponese poco dopo l'inizio dell'attacco. Fu così che Manila John decise di fare la spola tra le due postazioni, azionando contemporaneamente le due armi e usando la pistola di ordinanza mentre le armi surriscaldavano. Quando le munizioni iniziarono a scarseggiare e il nemico forte di due intere divisioni continuava a premere ai confini dell'aeroporto Henderson Field, Basilone non esitò a uscire a più riprese dalla postazione sotto il fuoco giapponese per recuperare i nastri delle mitragliatrici. Quando i nemici si ritirarono, di fronte a una sola delle due armi automatiche comandate dal sergente italoamericano giacevano 38 corpi. Con la sua azione di sbarramento incessante, aveva impedito che i Giapponesi sfondassero le difese e dilagassero nella zona dell'aeroporto. Per l'azione eroica fu il primo a Guadalcanal a essere insignito di una delle più alte onorificenze per gli Stati Uniti, la Congressional Medal of Honor. Tornò a casa nel settembre 1943 dove fu premiato economicamente e in seguito utilizzato dal Corpo dei Marines per la propaganda a favore delle sottoscrizioni di bond di guerra. Ma ancora una volta il suo carattere lo fece di nuovo pensare all'azione. Chiese ed ottenne di tornare nel teatro del Pacifico e con il 27°reggimento della 5th Marine Division sbarcò ad Iwo Jima. L'obiettivo era anche in questo caso un aeroporto giapponese, quello di Motoyama. Durante l'azione offensiva John Basilone fu colpito mortalmente da una granata giapponese. Era il 19 febbraio 1945. Alla Medal of Honor fu affiancata la massima onorificenza della Marina Usa, la Navy Cross. Il suo corpo riposa nel cimitero degli eroi di Arlington, Virginia. Lasciò la moglie Lena Mae Riggi, anche lei di origini italoamericane e arruolata come John nei Marines durante la guerra. Quando fu falciato dalla granata Manila John aveva 32 anni. A lui sono state dedicate due navi della Marina americana, La USS Basilone (DD-824) in servizio fino al 1977 e la attuale USS John Basilone (DDG-822), varata a ottant'anni dall'impresa eroica di Guadalcanal il 18 giugno 2022.
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L'isola delle Salomone fu teatro di una battaglia lunga sei mesi. La vittoria americana cambiò gli equilibri nel Pacifico. Fu il primo sbarco dei Marines tra i quali si distinse l'italoamericano John Basilone.Dopo le battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway, nella tarda primavera del 1942, l'espansione giapponese nel Pacifico si era arrestata. Tuttavia, l'occupazione da parte dei nipponici dell'isola di Guadalcanal nell'arcipelago delle Salomone e la successiva costruzione di un aeroporto nella parte settentrionale dell'isola significarono per gli Americani una seria minaccia per i collegamenti tra l'Australia e le basi alle Hawaii. Nel luglio del 1942 gli Americani optarono per un'invasione anfibia piuttosto che per un attacco dal cielo, in modo da poter occupare stabilmente l'isola e sfruttare l'aeroporto costruito dai Giapponesi. A soli 7 mesi dall'ingresso in guerra degli Usa dopo l'attacco a Pearl Harbour, l'unica forza militare adatta ad una simile operazione erano i Marines della Prima Divisione, che stavano però ancora completando l'addestramento in South Carolina e che non avevano mai visto fino ad allora il campo di battaglia. Di fronte a loro, circa 7.000 soldati giapponesi abituati alla battaglia e al territorio paludoso e inospitale presidiavano l'isola, protetti a Nordest dalla IV flotta della Marina Imperiale nipponica. Comandava i Marines il generale Alexander A. Vandergrift. La data dello sbarco fu fissata per il giorno 7 agosto 1942 coperto da un supporto aeronavale di grandi dimensioni. In 36 ore, senza incontrare grande resistenza da parte nemica i Marines occuparono l'aeroporto, subito ribattezzato Henderson Field in onore di un pilota della Marina scomparso durante la precedente battaglia delle Midway. La reazione giapponese avvenne due giorni dopo, con la IV flotta che ingaggiò una violenta battaglia navale notturna. Per la flotta americana fu un duro colpo, con la perdita di ben 6 unità navali in circa mezz'ora. La sorpresa, che fece presagire la prospettiva di una lunga lotta per Guadalcanal, impose alla Marina americana il supporto di ulteriori forze, che videro l'arrivo delle portaerei USS Saratoga, USS Enterprise e la nave USS North Carolina. Il 24 agosto 1942 le flotte vennero di nuovo in contatto, questa volta con la intera Prima divisione navale giapponese del Contrammiraglio Nagomo Chuichi. La feroce battaglia vide danneggiate entrambe le flotte, con il danneggiamento da parte americana delle portaerei leggere Ryujo e la nave porta idrovolanti Chitose. Dall'altra parte i bombardieri nipponici colpirono seriamente la USS Enterprise al timone che, senza possibilità di essere governata, rischiò di essere affondata dalla successiva ondata di aerei nipponici e si salvò soltanto per un errore di localizzazione da parte della formazione nemica. Subito dopo la battaglia di fine agosto, un tentativo di sortita da parte della forza navale di supporto guidata dal contrammiraglio Tanaka Raizo fallì con gravi perdite e da quel momento la Marina imperiale giapponese cambiò strategia. Fu proprio Raizo a concepire la tattica del supporto navale alle forze di terra con l'impiego di convogli navali notturni attraverso il canale delle isole Salomone, che sarà in seguito chiamato dagli Americani che occupavano Guadalcanal “Tokyo Express”. Nei sei mesi seguenti, vi fu uno stallo operativo durante il quale l'aeroporto Henderson Field fu bombardato ripetutamente dalla flotta navale giapponese contemporaneamente ad azioni lampo dei sottomarini nipponici, che costarono agli Americani la perdita della portaerei USS Wasp, affondata dall'U-19 della Marina imperiale. Le operazioni di terra.I convogli giapponesi “Tokyo express” funzionarono ininterrottamente e con buon esito, fatto che garantì il rifornimento di armi e uomini sull'isola di Guadalcanal, mentre gli scontri navali ripresero vigorosi, con perdite da entrambe le parti. A terra, dopo lo sbarco di agosto 1942, i Marines a difesa dell'aeroporto di Guadalcanal erano saliti a 11.000 unità, protetti dalla forza aerea ribattezzata “Cactus Air Force”, che vide la partecipazione delle forze dell'Esercito, dell'Aviazione di Marina e dell'Usaaf. Gli americani furono così in grado di proteggere la preziosissima pista di aviazione, anche di fronte ad un primo tentativo di assalto via terra attuato dai Giapponesi che avevano sottostimato la forza nemica. Un contingente di 900 soldati nipponici formato prevalentemente da vecchi riservisti fu falciato dalle armi americane a protezione di Henderson Field. Tra il 13 ed il 14 settembre 1942, 800 Marines agli ordini del colonnello Merritt “Red Mike” Edson furono obiettivo di un violentissimo attacco nemico alle difese dell'aeroporto, ma furono tuttavia in grado di resistere tenacemente contro una forza tre volte maggiore. Sempre per gli effetti del “Tokyo express”, gli effettivi Giapponesi durante il mese di ottobre del 1942 passarono alla ragguardevole cifra di 36.000 unità concentrate nella zona Nordoccidentale dell'isola, tanto che il 25 di quel mese un solo battaglione di Marines fu attaccato da due interi reggimenti nemici. Si trattava del 1°battaglione del 7° reggimento Marines guidato dal colonnello Chesty Puller (in seguito insignito della massima onorificenza di Marina, la Navy Cross). In questa occasione si distinguerà particolarmente il sergente di origini italiane John Basilone, di cui si parlerà in seguito. La resistenza americana permise di aumentare la presenza presso Henderson Field ad una forza di 44.000 uomini, di cui facevano parte anche reparti di fanteria venuti in supporto ai Marines. La potenza soverchiante degli Americani portò ad una graduale compressione dei Giapponesi verso la parte Nordoccidentale di Guadalcanal, che portò alla cessazione degli attacchi contro l'aeroporto e alla successiva evacuazione degli ultimi 12.000 soldati giapponesi dopo sei lunghi mesi di combattimenti. I nipponici ebbero gravi perdite, con circa 24mila morti , mentre il successo americano fu evidenziato dalle perdite limitate a 1.600 unità. Tra questi molti furono i decessi dovuti alla malaria, endemica nelle paludi malsane di Guadalcanal. Dal febbraio del 1943 le isole Salomone saranno definitivamente in mano alleata.Storia di John Basilone, detto “Manila John”.John Basilone era nato a Buffalo, stato di New york, il 4 novembre 1916. Figlio di immigrati beneventani crebbe a Raritan, New Jersey, dove nell'infanzia era solito seguire con altri bambini della comunità italiana i carretti di frutta e verdura facendo lo strillone. Ragazzo vivacissimo e di bell'aspetto, caratterizzato da una spiccata socievolezza, John terminò gli studi a 15 anni e dopo un periodo di impiego come garzone e poi autista di una catena di lavanderie, scelse di arruolarsi nell'esercito al compimento dei 18 anni nel 1934. Inviato nelle basi delle Filippine, svolse due turni di impiego operativo in seguito ai quali guadagnò il soprannome di “Manila John” e fu congedato due anni dopo con onore. Tornato a Raritan, lavorò per un periodo presso un'azienda chimica, ma il richiamo delle armi fu più forte. Nel 1940, quando in Europa già la guerra infuriava, scelse di arruolarsi nuovamente, questa volta nel Corpo dei Marines. Fu addestrato a Quantico, Parris Island e New River mentre gli Stati Uniti entravano in guerra alla fine del 1941. Inquarato nella 1st Marine Division fu tra i primi a sbarcare a Guadalcanal nell'agosto del 1942. Il 25 ottobre il sergente John Basilone, mitragliere, si trovò nel più violento attacco giapponese di tutta la battaglia per Guadalcanal. Da una buca acquitrinosa, messo al comando di due nidi di mitraglia compì l'azione più eroica di tutta la battaglia. I compagni di una delle due batterie furono infatti massacrati dal fuoco giapponese poco dopo l'inizio dell'attacco. Fu così che Manila John decise di fare la spola tra le due postazioni, azionando contemporaneamente le due armi e usando la pistola di ordinanza mentre le armi surriscaldavano. Quando le munizioni iniziarono a scarseggiare e il nemico forte di due intere divisioni continuava a premere ai confini dell'aeroporto Henderson Field, Basilone non esitò a uscire a più riprese dalla postazione sotto il fuoco giapponese per recuperare i nastri delle mitragliatrici. Quando i nemici si ritirarono, di fronte a una sola delle due armi automatiche comandate dal sergente italoamericano giacevano 38 corpi. Con la sua azione di sbarramento incessante, aveva impedito che i Giapponesi sfondassero le difese e dilagassero nella zona dell'aeroporto. Per l'azione eroica fu il primo a Guadalcanal a essere insignito di una delle più alte onorificenze per gli Stati Uniti, la Congressional Medal of Honor. Tornò a casa nel settembre 1943 dove fu premiato economicamente e in seguito utilizzato dal Corpo dei Marines per la propaganda a favore delle sottoscrizioni di bond di guerra. Ma ancora una volta il suo carattere lo fece di nuovo pensare all'azione. Chiese ed ottenne di tornare nel teatro del Pacifico e con il 27°reggimento della 5th Marine Division sbarcò ad Iwo Jima. L'obiettivo era anche in questo caso un aeroporto giapponese, quello di Motoyama. Durante l'azione offensiva John Basilone fu colpito mortalmente da una granata giapponese. Era il 19 febbraio 1945. Alla Medal of Honor fu affiancata la massima onorificenza della Marina Usa, la Navy Cross. Il suo corpo riposa nel cimitero degli eroi di Arlington, Virginia. Lasciò la moglie Lena Mae Riggi, anche lei di origini italoamericane e arruolata come John nei Marines durante la guerra. Quando fu falciato dalla granata Manila John aveva 32 anni. A lui sono state dedicate due navi della Marina americana, La USS Basilone (DD-824) in servizio fino al 1977 e la attuale USS John Basilone (DDG-822), varata a ottant'anni dall'impresa eroica di Guadalcanal il 18 giugno 2022.
Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
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La causa principale del calo è la guerra in Iran. I nuovi ordini crollano, la fiducia delle imprese tocca il minimo da novembre 2022, e le stime indicano un Pil dell’Eurozona in calo dello 0,1% nel secondo trimestre. Il manifatturiero tiene (anzi, segna un sorprendente massimo da 47 mesi a 52,2) ma si tratta probabilmente di una crescita gonfiata dall’accumulo preventivo di scorte.
Il conflitto sta colpendo in ordine sparso, ma uno dei servizi più battuti è quello dell’aviazione civile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto più che raddoppiare il prezzo del carburante per aerei, da circa 100 dollari al barile di fine febbraio ai 209 di inizio aprile. Alcune stime dicono che l’Europa dispone di circa sei settimane di jet fuel, prospettando possibili cancellazioni di voli. Lufthansa ha annunciato la soppressione di 20.000 voli a corto raggio fino a ottobre, ha chiuso definitivamente la sussidiaria regionale Cityline e i suoi 27 aeromobili, e ha già rimosso 120 voli giornalieri dal programma. Klm ha cancellato 160 voli nelle prossime settimane. Sas ha soppresso circa 1.000 voli in aprile, Norse Atlantic ha eliminato la rotta Londra-Los Angeles e Ryanair ha avvertito di possibili nuovi tagli da maggio.
Molto legato ai voli è il turismo, naturalmente. I viaggiatori asiatici hanno cancellato molte prenotazioni già a marzo, colpiti dalla chiusura degli hub di transito mediorientali come Dubai. La Gran Bretagna vede precipitare del 50% le prenotazioni aeree dall’Asia occidentale e di un terzo quelle dall’India, con luglio ancora largamente al di sotto dei livelli dell’anno scorso.
In Italia il quadro inizia a preoccupare Confindustria Alberghi, che già nel monitoraggio di metà marzo registrava una flessione della domanda extra-europea, che colpisce soprattutto le città d’arte e il lusso. A pesare c’è anche una dichiarazione esplicita del portavoce dell’esercito iraniano, il generale Shekarchi, che già a marzo avvertiva su X che «i parchi e le destinazioni turistiche di tutto il mondo non saranno più al sicuro per i nemici di Teheran». Una minaccia dal peso soprattutto psicologico, ma che in un momento di prenotazioni già frenate ha ulteriormente scoraggiato i viaggiatori internazionali.
Anche con la fine della guerra, il ritorno alla normalità richiederà mesi. La compagnia Emirates ha comunicato una ripresa graduale delle operazioni, offrendo cambi di prenotazione gratuiti fino al 15 giugno, segno che l’incertezza si estende almeno fino all’estate. Gli hub del Golfo sono da anni il cuore del traffico intercontinentale e ricostruire rotte, recuperare carburante e riconquistare la fiducia dei passeggeri non è questione di settimane.
Eppure, qualche spiraglio c’è. Oxford Economics prevede che destinazioni come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo potrebbero beneficiare di una regionalizzazione dei flussi, con i turisti europei che restano più vicino a casa.
Su questo Claudio Visentin, che insegna storia del turismo all’università della Svizzera italiana, è d’accordo: «Il turismo è molto flessibile e si riposiziona. Se un italiano non può prendere l’aereo per fare una vacanza all’estero quest’estate, lo farà l’estate prossima e quest’anno andrà in vacanza in Italia». Prosegue Visentin: «Nella stagione entrante avremo più turismo nazionale e più turismo di prossimità, più tedeschi e svizzeri». Insomma, non è detto che per il turismo italiano le cose vadano male, anche se i visitatori extra-europei hanno di solito una maggiore capacità di spesa.
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