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2022-08-16
Agosto 1942: la battaglia di Guadalcanal e la storia di un eroe italoamericano
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Marines della 1st Marine Division nella giungla paludosa di Guadalcanal (Us Navy Archives)
Dopo le battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway, nella tarda primavera del 1942, l'espansione giapponese nel Pacifico si era arrestata. Tuttavia, l'occupazione da parte dei nipponici dell'isola di Guadalcanal nell'arcipelago delle Salomone e la successiva costruzione di un aeroporto nella parte settentrionale dell'isola significarono per gli Americani una seria minaccia per i collegamenti tra l'Australia e le basi alle Hawaii. Nel luglio del 1942 gli Americani optarono per un'invasione anfibia piuttosto che per un attacco dal cielo, in modo da poter occupare stabilmente l'isola e sfruttare l'aeroporto costruito dai Giapponesi. A soli 7 mesi dall'ingresso in guerra degli Usa dopo l'attacco a Pearl Harbour, l'unica forza militare adatta ad una simile operazione erano i Marines della Prima Divisione, che stavano però ancora completando l'addestramento in South Carolina e che non avevano mai visto fino ad allora il campo di battaglia. Di fronte a loro, circa 7.000 soldati giapponesi abituati alla battaglia e al territorio paludoso e inospitale presidiavano l'isola, protetti a Nordest dalla IV flotta della Marina Imperiale nipponica. Comandava i Marines il generale Alexander A. Vandergrift. La data dello sbarco fu fissata per il giorno 7 agosto 1942 coperto da un supporto aeronavale di grandi dimensioni. In 36 ore, senza incontrare grande resistenza da parte nemica i Marines occuparono l'aeroporto, subito ribattezzato Henderson Field in onore di un pilota della Marina scomparso durante la precedente battaglia delle Midway. La reazione giapponese avvenne due giorni dopo, con la IV flotta che ingaggiò una violenta battaglia navale notturna. Per la flotta americana fu un duro colpo, con la perdita di ben 6 unità navali in circa mezz'ora. La sorpresa, che fece presagire la prospettiva di una lunga lotta per Guadalcanal, impose alla Marina americana il supporto di ulteriori forze, che videro l'arrivo delle portaerei USS Saratoga, USS Enterprise e la nave USS North Carolina. Il 24 agosto 1942 le flotte vennero di nuovo in contatto, questa volta con la intera Prima divisione navale giapponese del Contrammiraglio Nagomo Chuichi. La feroce battaglia vide danneggiate entrambe le flotte, con il danneggiamento da parte americana delle portaerei leggere Ryujo e la nave porta idrovolanti Chitose. Dall'altra parte i bombardieri nipponici colpirono seriamente la USS Enterprise al timone che, senza possibilità di essere governata, rischiò di essere affondata dalla successiva ondata di aerei nipponici e si salvò soltanto per un errore di localizzazione da parte della formazione nemica. Subito dopo la battaglia di fine agosto, un tentativo di sortita da parte della forza navale di supporto guidata dal contrammiraglio Tanaka Raizo fallì con gravi perdite e da quel momento la Marina imperiale giapponese cambiò strategia. Fu proprio Raizo a concepire la tattica del supporto navale alle forze di terra con l'impiego di convogli navali notturni attraverso il canale delle isole Salomone, che sarà in seguito chiamato dagli Americani che occupavano Guadalcanal “Tokyo Express”. Nei sei mesi seguenti, vi fu uno stallo operativo durante il quale l'aeroporto Henderson Field fu bombardato ripetutamente dalla flotta navale giapponese contemporaneamente ad azioni lampo dei sottomarini nipponici, che costarono agli Americani la perdita della portaerei USS Wasp, affondata dall'U-19 della Marina imperiale.
Le operazioni di terra.
I convogli giapponesi “Tokyo express” funzionarono ininterrottamente e con buon esito, fatto che garantì il rifornimento di armi e uomini sull'isola di Guadalcanal, mentre gli scontri navali ripresero vigorosi, con perdite da entrambe le parti. A terra, dopo lo sbarco di agosto 1942, i Marines a difesa dell'aeroporto di Guadalcanal erano saliti a 11.000 unità, protetti dalla forza aerea ribattezzata “Cactus Air Force”, che vide la partecipazione delle forze dell'Esercito, dell'Aviazione di Marina e dell'Usaaf. Gli americani furono così in grado di proteggere la preziosissima pista di aviazione, anche di fronte ad un primo tentativo di assalto via terra attuato dai Giapponesi che avevano sottostimato la forza nemica. Un contingente di 900 soldati nipponici formato prevalentemente da vecchi riservisti fu falciato dalle armi americane a protezione di Henderson Field. Tra il 13 ed il 14 settembre 1942, 800 Marines agli ordini del colonnello Merritt “Red Mike” Edson furono obiettivo di un violentissimo attacco nemico alle difese dell'aeroporto, ma furono tuttavia in grado di resistere tenacemente contro una forza tre volte maggiore. Sempre per gli effetti del “Tokyo express”, gli effettivi Giapponesi durante il mese di ottobre del 1942 passarono alla ragguardevole cifra di 36.000 unità concentrate nella zona Nordoccidentale dell'isola, tanto che il 25 di quel mese un solo battaglione di Marines fu attaccato da due interi reggimenti nemici. Si trattava del 1°battaglione del 7° reggimento Marines guidato dal colonnello Chesty Puller (in seguito insignito della massima onorificenza di Marina, la Navy Cross). In questa occasione si distinguerà particolarmente il sergente di origini italiane John Basilone, di cui si parlerà in seguito. La resistenza americana permise di aumentare la presenza presso Henderson Field ad una forza di 44.000 uomini, di cui facevano parte anche reparti di fanteria venuti in supporto ai Marines. La potenza soverchiante degli Americani portò ad una graduale compressione dei Giapponesi verso la parte Nordoccidentale di Guadalcanal, che portò alla cessazione degli attacchi contro l'aeroporto e alla successiva evacuazione degli ultimi 12.000 soldati giapponesi dopo sei lunghi mesi di combattimenti. I nipponici ebbero gravi perdite, con circa 24mila morti , mentre il successo americano fu evidenziato dalle perdite limitate a 1.600 unità. Tra questi molti furono i decessi dovuti alla malaria, endemica nelle paludi malsane di Guadalcanal. Dal febbraio del 1943 le isole Salomone saranno definitivamente in mano alleata.
Storia di John Basilone, detto “Manila John”.
John Basilone era nato a Buffalo, stato di New york, il 4 novembre 1916. Figlio di immigrati beneventani crebbe a Raritan, New Jersey, dove nell'infanzia era solito seguire con altri bambini della comunità italiana i carretti di frutta e verdura facendo lo strillone. Ragazzo vivacissimo e di bell'aspetto, caratterizzato da una spiccata socievolezza, John terminò gli studi a 15 anni e dopo un periodo di impiego come garzone e poi autista di una catena di lavanderie, scelse di arruolarsi nell'esercito al compimento dei 18 anni nel 1934. Inviato nelle basi delle Filippine, svolse due turni di impiego operativo in seguito ai quali guadagnò il soprannome di “Manila John” e fu congedato due anni dopo con onore. Tornato a Raritan, lavorò per un periodo presso un'azienda chimica, ma il richiamo delle armi fu più forte. Nel 1940, quando in Europa già la guerra infuriava, scelse di arruolarsi nuovamente, questa volta nel Corpo dei Marines. Fu addestrato a Quantico, Parris Island e New River mentre gli Stati Uniti entravano in guerra alla fine del 1941. Inquarato nella 1st Marine Division fu tra i primi a sbarcare a Guadalcanal nell'agosto del 1942. Il 25 ottobre il sergente John Basilone, mitragliere, si trovò nel più violento attacco giapponese di tutta la battaglia per Guadalcanal. Da una buca acquitrinosa, messo al comando di due nidi di mitraglia compì l'azione più eroica di tutta la battaglia. I compagni di una delle due batterie furono infatti massacrati dal fuoco giapponese poco dopo l'inizio dell'attacco. Fu così che Manila John decise di fare la spola tra le due postazioni, azionando contemporaneamente le due armi e usando la pistola di ordinanza mentre le armi surriscaldavano. Quando le munizioni iniziarono a scarseggiare e il nemico forte di due intere divisioni continuava a premere ai confini dell'aeroporto Henderson Field, Basilone non esitò a uscire a più riprese dalla postazione sotto il fuoco giapponese per recuperare i nastri delle mitragliatrici. Quando i nemici si ritirarono, di fronte a una sola delle due armi automatiche comandate dal sergente italoamericano giacevano 38 corpi. Con la sua azione di sbarramento incessante, aveva impedito che i Giapponesi sfondassero le difese e dilagassero nella zona dell'aeroporto. Per l'azione eroica fu il primo a Guadalcanal a essere insignito di una delle più alte onorificenze per gli Stati Uniti, la Congressional Medal of Honor. Tornò a casa nel settembre 1943 dove fu premiato economicamente e in seguito utilizzato dal Corpo dei Marines per la propaganda a favore delle sottoscrizioni di bond di guerra. Ma ancora una volta il suo carattere lo fece di nuovo pensare all'azione. Chiese ed ottenne di tornare nel teatro del Pacifico e con il 27°reggimento della 5th Marine Division sbarcò ad Iwo Jima. L'obiettivo era anche in questo caso un aeroporto giapponese, quello di Motoyama. Durante l'azione offensiva John Basilone fu colpito mortalmente da una granata giapponese. Era il 19 febbraio 1945. Alla Medal of Honor fu affiancata la massima onorificenza della Marina Usa, la Navy Cross. Il suo corpo riposa nel cimitero degli eroi di Arlington, Virginia. Lasciò la moglie Lena Mae Riggi, anche lei di origini italoamericane e arruolata come John nei Marines durante la guerra. Quando fu falciato dalla granata Manila John aveva 32 anni. A lui sono state dedicate due navi della Marina americana, La USS Basilone (DD-824) in servizio fino al 1977 e la attuale USS John Basilone (DDG-822), varata a ottant'anni dall'impresa eroica di Guadalcanal il 18 giugno 2022.
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L'isola delle Salomone fu teatro di una battaglia lunga sei mesi. La vittoria americana cambiò gli equilibri nel Pacifico. Fu il primo sbarco dei Marines tra i quali si distinse l'italoamericano John Basilone.Dopo le battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway, nella tarda primavera del 1942, l'espansione giapponese nel Pacifico si era arrestata. Tuttavia, l'occupazione da parte dei nipponici dell'isola di Guadalcanal nell'arcipelago delle Salomone e la successiva costruzione di un aeroporto nella parte settentrionale dell'isola significarono per gli Americani una seria minaccia per i collegamenti tra l'Australia e le basi alle Hawaii. Nel luglio del 1942 gli Americani optarono per un'invasione anfibia piuttosto che per un attacco dal cielo, in modo da poter occupare stabilmente l'isola e sfruttare l'aeroporto costruito dai Giapponesi. A soli 7 mesi dall'ingresso in guerra degli Usa dopo l'attacco a Pearl Harbour, l'unica forza militare adatta ad una simile operazione erano i Marines della Prima Divisione, che stavano però ancora completando l'addestramento in South Carolina e che non avevano mai visto fino ad allora il campo di battaglia. Di fronte a loro, circa 7.000 soldati giapponesi abituati alla battaglia e al territorio paludoso e inospitale presidiavano l'isola, protetti a Nordest dalla IV flotta della Marina Imperiale nipponica. Comandava i Marines il generale Alexander A. Vandergrift. La data dello sbarco fu fissata per il giorno 7 agosto 1942 coperto da un supporto aeronavale di grandi dimensioni. In 36 ore, senza incontrare grande resistenza da parte nemica i Marines occuparono l'aeroporto, subito ribattezzato Henderson Field in onore di un pilota della Marina scomparso durante la precedente battaglia delle Midway. La reazione giapponese avvenne due giorni dopo, con la IV flotta che ingaggiò una violenta battaglia navale notturna. Per la flotta americana fu un duro colpo, con la perdita di ben 6 unità navali in circa mezz'ora. La sorpresa, che fece presagire la prospettiva di una lunga lotta per Guadalcanal, impose alla Marina americana il supporto di ulteriori forze, che videro l'arrivo delle portaerei USS Saratoga, USS Enterprise e la nave USS North Carolina. Il 24 agosto 1942 le flotte vennero di nuovo in contatto, questa volta con la intera Prima divisione navale giapponese del Contrammiraglio Nagomo Chuichi. La feroce battaglia vide danneggiate entrambe le flotte, con il danneggiamento da parte americana delle portaerei leggere Ryujo e la nave porta idrovolanti Chitose. Dall'altra parte i bombardieri nipponici colpirono seriamente la USS Enterprise al timone che, senza possibilità di essere governata, rischiò di essere affondata dalla successiva ondata di aerei nipponici e si salvò soltanto per un errore di localizzazione da parte della formazione nemica. Subito dopo la battaglia di fine agosto, un tentativo di sortita da parte della forza navale di supporto guidata dal contrammiraglio Tanaka Raizo fallì con gravi perdite e da quel momento la Marina imperiale giapponese cambiò strategia. Fu proprio Raizo a concepire la tattica del supporto navale alle forze di terra con l'impiego di convogli navali notturni attraverso il canale delle isole Salomone, che sarà in seguito chiamato dagli Americani che occupavano Guadalcanal “Tokyo Express”. Nei sei mesi seguenti, vi fu uno stallo operativo durante il quale l'aeroporto Henderson Field fu bombardato ripetutamente dalla flotta navale giapponese contemporaneamente ad azioni lampo dei sottomarini nipponici, che costarono agli Americani la perdita della portaerei USS Wasp, affondata dall'U-19 della Marina imperiale. Le operazioni di terra.I convogli giapponesi “Tokyo express” funzionarono ininterrottamente e con buon esito, fatto che garantì il rifornimento di armi e uomini sull'isola di Guadalcanal, mentre gli scontri navali ripresero vigorosi, con perdite da entrambe le parti. A terra, dopo lo sbarco di agosto 1942, i Marines a difesa dell'aeroporto di Guadalcanal erano saliti a 11.000 unità, protetti dalla forza aerea ribattezzata “Cactus Air Force”, che vide la partecipazione delle forze dell'Esercito, dell'Aviazione di Marina e dell'Usaaf. Gli americani furono così in grado di proteggere la preziosissima pista di aviazione, anche di fronte ad un primo tentativo di assalto via terra attuato dai Giapponesi che avevano sottostimato la forza nemica. Un contingente di 900 soldati nipponici formato prevalentemente da vecchi riservisti fu falciato dalle armi americane a protezione di Henderson Field. Tra il 13 ed il 14 settembre 1942, 800 Marines agli ordini del colonnello Merritt “Red Mike” Edson furono obiettivo di un violentissimo attacco nemico alle difese dell'aeroporto, ma furono tuttavia in grado di resistere tenacemente contro una forza tre volte maggiore. Sempre per gli effetti del “Tokyo express”, gli effettivi Giapponesi durante il mese di ottobre del 1942 passarono alla ragguardevole cifra di 36.000 unità concentrate nella zona Nordoccidentale dell'isola, tanto che il 25 di quel mese un solo battaglione di Marines fu attaccato da due interi reggimenti nemici. Si trattava del 1°battaglione del 7° reggimento Marines guidato dal colonnello Chesty Puller (in seguito insignito della massima onorificenza di Marina, la Navy Cross). In questa occasione si distinguerà particolarmente il sergente di origini italiane John Basilone, di cui si parlerà in seguito. La resistenza americana permise di aumentare la presenza presso Henderson Field ad una forza di 44.000 uomini, di cui facevano parte anche reparti di fanteria venuti in supporto ai Marines. La potenza soverchiante degli Americani portò ad una graduale compressione dei Giapponesi verso la parte Nordoccidentale di Guadalcanal, che portò alla cessazione degli attacchi contro l'aeroporto e alla successiva evacuazione degli ultimi 12.000 soldati giapponesi dopo sei lunghi mesi di combattimenti. I nipponici ebbero gravi perdite, con circa 24mila morti , mentre il successo americano fu evidenziato dalle perdite limitate a 1.600 unità. Tra questi molti furono i decessi dovuti alla malaria, endemica nelle paludi malsane di Guadalcanal. Dal febbraio del 1943 le isole Salomone saranno definitivamente in mano alleata.Storia di John Basilone, detto “Manila John”.John Basilone era nato a Buffalo, stato di New york, il 4 novembre 1916. Figlio di immigrati beneventani crebbe a Raritan, New Jersey, dove nell'infanzia era solito seguire con altri bambini della comunità italiana i carretti di frutta e verdura facendo lo strillone. Ragazzo vivacissimo e di bell'aspetto, caratterizzato da una spiccata socievolezza, John terminò gli studi a 15 anni e dopo un periodo di impiego come garzone e poi autista di una catena di lavanderie, scelse di arruolarsi nell'esercito al compimento dei 18 anni nel 1934. Inviato nelle basi delle Filippine, svolse due turni di impiego operativo in seguito ai quali guadagnò il soprannome di “Manila John” e fu congedato due anni dopo con onore. Tornato a Raritan, lavorò per un periodo presso un'azienda chimica, ma il richiamo delle armi fu più forte. Nel 1940, quando in Europa già la guerra infuriava, scelse di arruolarsi nuovamente, questa volta nel Corpo dei Marines. Fu addestrato a Quantico, Parris Island e New River mentre gli Stati Uniti entravano in guerra alla fine del 1941. Inquarato nella 1st Marine Division fu tra i primi a sbarcare a Guadalcanal nell'agosto del 1942. Il 25 ottobre il sergente John Basilone, mitragliere, si trovò nel più violento attacco giapponese di tutta la battaglia per Guadalcanal. Da una buca acquitrinosa, messo al comando di due nidi di mitraglia compì l'azione più eroica di tutta la battaglia. I compagni di una delle due batterie furono infatti massacrati dal fuoco giapponese poco dopo l'inizio dell'attacco. Fu così che Manila John decise di fare la spola tra le due postazioni, azionando contemporaneamente le due armi e usando la pistola di ordinanza mentre le armi surriscaldavano. Quando le munizioni iniziarono a scarseggiare e il nemico forte di due intere divisioni continuava a premere ai confini dell'aeroporto Henderson Field, Basilone non esitò a uscire a più riprese dalla postazione sotto il fuoco giapponese per recuperare i nastri delle mitragliatrici. Quando i nemici si ritirarono, di fronte a una sola delle due armi automatiche comandate dal sergente italoamericano giacevano 38 corpi. Con la sua azione di sbarramento incessante, aveva impedito che i Giapponesi sfondassero le difese e dilagassero nella zona dell'aeroporto. Per l'azione eroica fu il primo a Guadalcanal a essere insignito di una delle più alte onorificenze per gli Stati Uniti, la Congressional Medal of Honor. Tornò a casa nel settembre 1943 dove fu premiato economicamente e in seguito utilizzato dal Corpo dei Marines per la propaganda a favore delle sottoscrizioni di bond di guerra. Ma ancora una volta il suo carattere lo fece di nuovo pensare all'azione. Chiese ed ottenne di tornare nel teatro del Pacifico e con il 27°reggimento della 5th Marine Division sbarcò ad Iwo Jima. L'obiettivo era anche in questo caso un aeroporto giapponese, quello di Motoyama. Durante l'azione offensiva John Basilone fu colpito mortalmente da una granata giapponese. Era il 19 febbraio 1945. Alla Medal of Honor fu affiancata la massima onorificenza della Marina Usa, la Navy Cross. Il suo corpo riposa nel cimitero degli eroi di Arlington, Virginia. Lasciò la moglie Lena Mae Riggi, anche lei di origini italoamericane e arruolata come John nei Marines durante la guerra. Quando fu falciato dalla granata Manila John aveva 32 anni. A lui sono state dedicate due navi della Marina americana, La USS Basilone (DD-824) in servizio fino al 1977 e la attuale USS John Basilone (DDG-822), varata a ottant'anni dall'impresa eroica di Guadalcanal il 18 giugno 2022.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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